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venerdì 13 settembre 2024

Beetlejuice Beetlejuice (2024)

Nonostante qualche perplessità non potevo perdermi Beetlejuice Beetlejuice, diretto dal regista Tim Burton.


Trama: Lydia e la figlia Astrid sono costrette a tornare a Winter River per partecipare a un funerale. Lì, per una serie di circostanze, avranno di nuovo a che fare col bioesorcista Betelgeuse.


Non avevo grandi speranze quando ho deciso di andare al cinema a vedere Beetlejuice Betlejuice. Ormai dai tempi di Planet of the Apes, Burton non è più quello di un tempo, e il massimo che mi sarei aspettata è un prodotto dignitoso, in grado di farmi passare un paio d'ore in tetra allegria. Fino alla fine del primo tempo, in realtà, mi sono sentita invece come Califano. Tra nuovi personaggi abbastanza sciapi, vecchie conoscenze che non sembrano essersi evolute dagli anni '80 e omaggi alla prima pellicola, la sensazione è stata quella di una storia che stentava a decollare, schiacciata nella noia di un'introduzione infinita. Tutto il primo atto, infatti, serve a presentarci una Lydia ormai cresciuta, con figlia annessa che la odia a causa di un lavoro derivante dalla sua capacità di vedere qualsiasi fantasma tranne quello dell'adorato padre defunto. La sceneggiatura scava nelle dinamiche familiari dei Deetz, che subiscono uno scossone alla morte di un altro padre, quello di Lydia; l'evento costringe le donne superstiti, assieme al nuovo compagno di Lydia, Rory, a tornare a Winter River e ad affrontare un passato ancora ben radicato all'interno del diorama dei coniugi Maitland, ma finché non arriva l'unico, imprevedibile twist della pellicola, il tempo scivola via lento tra recriminazioni, bizzarrie e imbarazzi. La cosa che mi ha soprattutto fatto specie è vedere la tosta Lydia ridotta a cretinetti insicura, incapace di riconoscere il belinone che la sorte le ha messo accanto e di comunicare con una figlia ben più odiosa di quanto fosse lei da adolescente. Ha un bel daffare Delia a parlare di Karma, quando la realtà è che la rossa wannabe artista, nonostante il disprezzo di Lydia, ha sempre avuto un carattere egoista e volitivo, mentre la figliastra è diventata un'ameba dallo sguardo stralunato (lì, probabilmente, ci ha messo del suo anche la Ryder, che negli anni si è legata al ruolo di Joyce Byers e non ne è più uscita). Il film si risolleva un po' quando l'aldilà torna a farla da padrone, con le sue stranezze e la grottesca burocrazia sbattute in faccia senza pietà agli umani inconsapevoli, e quando, ovviamente, la presenza di Beetlejuice comincia a farsi un po' più preponderante. Da quel momento, se non altro, il ritmo aumenta e si torna a divertirsi, a dispetto della costante sensazione di avere davanti tre film in uno, rabberciati alla bell'e meglio come la bellissima Sall.... ehm, Delores di Monica Bellucci.


Ha i suoi momenti, Beetlejuice Beetlejuice. Al di là dell'innegabile bellezza dei costumi di Coleen Atwood, delle scenografie, e di parecchi effetti speciali artigianali, il film raggiunge apici notevoli, per esempio, quando si affida alla verve della divertentissima Catherine O'Hara e alla sua elaborazione del lutto, fa battere il cuore nei momenti in cui Burton si convince di stare girando un horror e mette in campo un terrificante neonato frutto dell'empia unione tra Baby Killer e il cadaverino di Trainspotting, e poco prima del finale riesce persino a commuovere nonostante la faciloneria con cui i personaggi ci lasciano le piume. Il resto, purtroppo, l'ho trovato molto superficiale, oppure tirato per le lunghe. Non c'è stato, da parte mia, alcun coinvolgimento emotivo davanti a drammi familiari o ricongiungimenti, e onestamente avrei preferito che il personaggio interpretato all'epoca da Jeffrey Jones non venisse proprio utilizzato "fisicamente" (se decidi, giustamente, di non coinvolgerlo in quanto predatore sessuale pluricondannato e ritiratosi dalla recitazione da anni, mi pare assurdo infilare delle sue foto o animazioni in stop motion dal sembiante identico, o sfruttare un personaggio senza testa, ma perché?). Il numero musicale verso la fine richiama quello iconico della cena coi gamberetti, ma è davvero lunghissimo e, anche se io l'ho apprezzato ridendo parecchio, capisco perché uno dei miei compagni di visione si sia addormentato; allo stesso modo, enorme rispetto verso Burton per la scelta di utilizzare la melodia che accompagna il finale di Carrie - Lo sguardo di Satana, ma francamente mi è sembrato che la conclusione onirica di Beetlejuice Beetlejuice fosse attaccata con lo sputo, messa lì giusto per dare la possibilità di realizzare un altro sequel. D'altronde, il nome del bioesorcista va pronunciato tre volte, non mi stupirei se tra qualche anno arrivasse Beetlejuice Beetlejuice Beetlejuice. Nell'attesa (e non tratterrò il respiro, non mi va di finire laggiù e prendere il numero), per me è un nì. Non è un film che riguarderei, sono contenta comunque di averlo visto, ma temo che la settimana prossima l'avrò già dimenticato. Peccato.  


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Michael Keaton (Beetlejuice), Winona Ryder (Lydia Deetz), Catherine O'Hara (Delia Deetz), Jenna Ortega (Astrid Deetz), Justin Theroux (Rory), Willem Dafoe (Wolf Jackson), Monica Bellucci (Delores) e Danny DeVito (uomo delle pulizie) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Beetlejuce Beetlejuice vi fosse piaciuto, recuperate Beetlejuice, La sposa cadavere e The Nightmare Before Christmas. ENJOY!

 

domenica 25 ottobre 2020

Il processo ai Chicago 7 (2020)

Succede che il Bolluomo, vedendomi sull'orlo della depressione per un paio di festival mancati, ha deciso di acquistare proiettore, cavalletto e telone per trasformare il nostro piccolo ingresso in una sorta di cinema. Così ho deciso di inaugurare il tutto con un film che potesse piacergli e di provare con Il processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7), diretto e sceneggiato dal regista Aaron Sorkin.

Trama: sette attivisti, ai quali si aggiunge temporaneamente un membro delle Pantere Nere, vengono accusati di avere scatenato una rivolta durante la convention democratica del 1968 a Chicago. Il processo si rivela un'operazione più politica che giudiziaria, tra giudici palesemente di parte e soprusi inauditi...

Ormai vi sarete stancati di leggerlo, ma adoro la storia Americana, soprattutto quella degli anni '60 e '70, e non mi annoio mai di guardare film ambientati in quegli anni, ancor meglio se scoperchiano baratri fatti di pagine buie e vergogna sociale, ché va bene la terra della libertà ma anche un po' sticazzi, ormai lo sappiamo bene. Buio e vergogna sono due termini perfetti per riassumere la vicenda dei cosiddetti Chicago 7 (otto, se vogliamo contare anche Bobby Seale, aggiunto come indispensabile "quota di colore" per rendere gli altri imputati ancora più minacciosi), attivisti legati a diverse frange liberali che nel 1968, il giorno della Convention Democratica di Chicago, si sono ritrovati ad essere protagonisti di scontri con la polizia, per una serie di orribili circostanze che, come spesso accade, trasformano manifestazioni pacifiche in deliri violenti dove a farla da padrone sono i manganelli. All'alba dell'avvento di Nixon, evidentemente servivano dei capri espiatori per dei disordini che l'amministrazione Johnson aveva deciso di non perseguire, giusto per dimostrare il pugno di ferro del presidente e dei suoi collaboratori, e cosa c'è di meglio che un branco di liberali, hippie, neri, condannati per dare il contentino agli elettori repubblicani? Che poi il processo sia stato davvero una farsa, come ben mostrato nel film, con un giudice palesemente di parte e pronto a negare agli imputati i diritti più elementari (il trattamento riservato a Bobby Seale nella pellicola è una passeggiata a confronto di ciò che è successo nella realtà), poco importava all'epoca ed oggi, a vedere queste cose riportate sullo schermo, ci si sente male pensando che quarant'anni non sono bastati perché simili oscenità politiche, sociali e giuridiche sparissero dalla faccia del pianeta. 


Il processo ai Chicago 7 è dunque un legal drama nel senso più classico del termine, fatto di testimonianze, interrogatori, giurie e giudici, ma con tutto il materiale scottante a disposizione Aaron Sorkin lo trasforma da pellicola statica e soporifera a collage assai dinamico alternando il presente del processo (ovviamente, per esigenze di spettacolo, reso più accattivante sia nelle scelte narrative che nei dialoghi e persino nei costumi) a una serie di flashback in cui si cerca di ricostruire cosa sia effettivamente accaduto durante le rivolte, per arrivare a dei fast forward in cui tutto ciò che avviene nel corso del film viene raccontato attraverso la voce del più "spettacolare" dei protagonisti, l'animale da palcoscenico che risponde al nome di Abbie Hoffman. Quest'ultimo è interpretato meravigliosamente da un Sacha Baron Cohen che ruba spesso e volentieri la scena a quello che fin dall'inizio è connotato come il vero protagonista, anche in virtù della sua natura razionale, ovvero il Tom Hayden di Eddie Redmayne, e che conferisce al film la sua iniziale, ingannevole natura di dramma "comico", un po' alla Adam McKay; in realtà, sia Abbie Hoffman che Il processo ai Chicago 7 (che, per inciso, ha un cast di altissimo livello) sviano lo spettatore presentandosi inizialmente come allegri cazzoni, per poi mostrare, andando avanti, una natura ben più tragica e profonda di quanto si possa immaginare, al punto che arrivare alla fine del film senza aver avuto voglia di prendere una macchina del tempo per andare a sfasciare la testa a buona parte dei membri e dei testimoni dell'accusa è praticamente impossibile. Il processo ai Chicago 7 è un'opera che avrebbe meritato ben più di un passaggio su Netflix (che stavolta ha fatto il colpaccio) e avrebbe dovuto godere di sale cinematografiche piene, non solo di una breve comparsa in qualche città italiana fortunata. Indice dei tempi brutti che corrono, e chissà se torneremo mai a godere di simili film sugli schermi che gli competono. Per ora, accontentiamoci di Netflix

Del regista e sceneggiatore Aaron Sorkin ho già parlato QUI. Eddie Redmayne (Tom Hayden), Sacha Baron Cohen (Abbie Hoffman), Jeremy Strong (Jerry Rubin), John Carroll Lynch (David Dellinger), Mark Rylance (William Kunstler), Joseph Gordon-Levitt (Richard Schultz), Ben Shenkman (Leonard Weinglass), Frank Langella (Giudice Julius Hoffman), Michael Keaton (Ramsey Clark) e Caitlin FitzGerald (Agente Daphne O'Connor) li trovate invece ai rispettivi link.

J.C. Mackenzie interpreta Thomas Foran. Canadese, ha partecipato a film come The Aviator, The Departed - Il bene e il male, The Wolf of Wall Street, Molly's Game, The Irishman, The Hunt e a serie quali Alfred Hitchcock Presenta, L'ispettore Tibbs, Dark Angel, Detective Monk, CSI - Scena del crimine, 24, Desperate Housewives, Ghost Whisperer, Medium, CSI: Miami, Dexter e Hemlock Grove. Anche sceneggiatore, ha 50 anni. 

Il progetto del film esisteva già decenni fa: Steven Spielberg avrebbe dovuto dirigerlo e avrebbe dovuto incontrare Heath Ledger per parlare del ruolo di Tom Hayden ma l'attore è morto il giorno prima dell'incontro. Spielberg avrebbe inoltre voluto Will Smith per il ruolo di Bobby Seale. Parlando di tempi più recenti, Seth Rogen è stato rimpiazzato da Jeremy Strong. Se Il processo ai Chicago 7 vi fosse piaciuto recuperate Codice d'onore (lo trovate su Chili e altri servizi in streaming a noleggio), Philadelphia (su Amazon Prime Video) e La parola ai giurati (su ITunes). ENJOY!

venerdì 5 aprile 2019

Dumbo (2019)

Lo si aspettava al varco Tim Burton, regista del nuovo Dumbo, ennesimo remake live action della Disney. Vediamo com'è andata.


Trama: all'interno di un circo in difficoltà economiche nasce un piccolo elefante dalle orecchie spropositate. Tutti sono sconvolti e denigrano la bestiola ma due bambini scoprono che proprio quel difetto fisico consente all'elefantino, battezzato Dumbo, di volare.


Partiamo da un paio di necessarie premesse. E' vero, i remake live action della Disney sono delle bieche operazioni commerciali senz'anima. La cosa si può criticare quanto volete ma sta di fatto che la gente, me compresa, va a vederli e consente alla Casa del Topo di incassare fior di quattrini in tutto il mondo, quindi, per quanto apparentemente non necessari, vendono e ciò spinge la Disney a continuare a mungere la vacca Clarabella, semplice semplice. Come ho scritto poco su, la Disney è una major e ciò implica, come dimostrano anche i film Marvel e quelli della saga di Star Wars, un controllo pressoché totale su ogni pellicola sfornata, anche a costo di soffocare la personalità di eventuali registi (salvo rare eccezioni, ma qui parliamo di classici Disney, non di MCU). Il Dumbo di Tim Burton, qui anche produttore esecutivo, non si distacca dalle regole auree che governano questi remake live action fin dalla loro prima comparsa nelle sale e proprio per questo non si può parlare di un Tim Burton "bollito", come si legge da più parti. Al limite, di un Burton fagocitato dalle necessità Disneyane, questo sì, ma se paragoniamo Dumbo a roba improponibile come Alice in Wonderland e Miss Peregrine si può solo che essere felici e tornare a volere almeno un po' di bene al regista di Burbank. Allo stesso modo, possiamo criticare la trama di un film che nel 1941 durava poco più di un'ora e che, riproposto nel 2019, arriva a toccarne due? Certo, possiamo secondo il principio per cui "questi live action sono inutili" ma siccome esistono e li si guarda, dobbiamo prenderli come opere a sé stanti senza fare troppi paragoni o pretendere chissà che. Di fatto, il nocciolo del Dumbo originale è stato rispettato. La trama continua a concentrarsi sull'ingiusto odio per chi è diverso e quindi considerato inferiore o "dumb", sulla fiducia necessaria a far sì che le persone trovino la forza di essere migliori e compiere miracoli, sulla bellezza intrinseca anche in ciò che è "strano", e queste caratteristiche si estendono da Dumbo a tutto il codazzo di esseri umani che abitano il circo in cui è nato, a partire da due bimbi orfani di madre. Si può discutere del fatto che, una volta esaurita la storia "originale", gli sceneggiatori si sono letteralmente seduti su un plot visto e stravisto mille volte (supercattivone arriva apparentemente a salvare il circo solo per poi rivelarsi spinto essenzialmente dalla volontà di avere Dumbo per sé e farci soldi licenziando il resto del personale, che si scoprirà invece una grande famiglia in grado di salvare tutti i suoi membri) e popolato da figurette monodimensionali mutuate da parecchi film di Burton ma, ribadisco, parliamo di un film Disney destinato essenzialmente a un pubblico di bambini, non di cinèfili dell'internet, il cui unico "dovere" nei confronti degli adulti è quello di strizzare l'occhio con rimandi alla pellicola originale atti a far sorridere, piangere come delle fontane oppure indinniare (sì, a mio avviso l'unico vero difetto del film è aver trasformato un incubo da ubriachi in un innocuo spettacolo di bolle).


Chi si aspettava di più e per questo non si è fatto catturare dai buoni sentimenti, dalla tenerezza di Dumbo e dalla semplicità della storia, con tutto il rispetto, è un pirla. Ribadisco, nel caso non fosse ancora chiaro: E' Burton? No, è DISNEY che assolda Burton. E possiamo commuoverci quanto vogliamo nel vedere il Pinguino riunirsi a Batman (o bestemmiare perché il cattivo interpretato da Michael Keaton è imbarazzante) oppure piangere perché la visionarietà artigianale di Burton si è persa nel 2003 con Big Fish, sepolta sotto un utilizzo sempre più estensivo della computer graphic, ma perlomeno Dumbo è delicato e sposa tematiche da sempre assai care al regista, tanto da non sembrare solo un prodotto senz'anima fatto su commissione. Saranno gli occhioni azzurri del meraviglioso Dumbo, più gattino frugnante che elefantino, a rendermi più tenera di quanto questo film meriterebbe? O sarà l'effetto Pavlov di una colonna sonora realizzata da un Danny Elfman svogliato, pronto ad autoplagiarsi brutalmente profondendosi in melodie praticamente identiche a quelle strappacuore dell'adorato Edward Mani di Forbice? Chissà. Sta di fatto che, con tutti i suoi limiti, Dumbo mi è piaciuto con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Tra i primi c'è comunque una certa grandeur a livello di scenografie e costumi, la scelta di riproporre le scene topiche del Dumbo originale contestualizzandole all'interno del film senza renderle la saga del cosplay venuto male, la già citata bellezza dell'elefantino, l'utilizzo di vecchie melodie mai dimenticate e la presenza di un Danny De Vito in gran spolvero; tra i secondi, a proposito di attori, c'è un Colin Farrell assolutamente fuori parte, un Michael Keaton che sul finale fa cose stupide "perché sì" e l'orrore di un paio di sequenze in cui Eva Green (sempre splendida ed elegantissima) cavalca un elefantino che pare appiccicato allo schermo con lo sputo, alla faccia dell'effetto speciale venuto male. E il finale, con tutta la letizia cheesy di un film anni '40 (appunto) sarà anche il trionfo della banalità Disneyana ma a me ha fatto venire un magone grosso come una casa e uscire dal cinema col sorriso sulle labbra. Quindi, per me è sì. Non mi è venuta voglia né di rivalutare Burton né di correre a vedere Aladdin ma lo stesso, per questa volta, sono tornata un po' bambina. E pensare che a me Dumbo non è mai piaciuto!


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Colin Farrell (Holt Farrier), Michael Keaton (V. A. Vandevere), Danny De Vito (Max Medici), Eva Green (Colette Marchant) e Alan Arkin (J. Griffin Remington) li trovate invece ai rispettivi link.

Roshan Seth interpreta Pramesh Singh. Indiano, ha partecipato a film come Gandhi, Indiana Jones e il tempio maledetto e Street Fighter - Sfida finale. Anche sceneggiatore, ha 77 anni.


Nico Parker, che interpreta Milly Farrier, è l'esordiente figlia dell'attrice Thandie Newton. Nell'edizione italiana del film la canzone Bimbo mio è cantata da Elisa, che doppia anche Miss Atlantis. Will Smith, Tom Hanks, Casey Affleck, Christopher Walken e Chris Pine erano il lizza per dei ruoli ma hanno tutti rinunciato per dedicarsi ad altri progetti. Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto, non potete esimervi dal recuperare il Dumbo originale . ENJOY!


venerdì 24 novembre 2017

American Assassin (2017)

E' uscito ieri in tutta Italia American Assassin, diretto dal regista Michael Cuesta e tratto dal romanzo L'assassino americano di Vince Flynn, film che dal trailer mi attirava molto ma...


Trama: dopo la morte della fidanzata per mano dei terroristi, l'unico scopo di Mitch Rapp diventa assassinarne quanti più possibile. Viene così notato dalla CIA e affidato al veterano Stan Hurley, che cerca di preparare il ragazzo in vista della prima missione...



Dopo anni dovrei avere imparato che c'è da stare attenti quando alcuni attori creduti "scomparsi" tornano prepotentemente alla ribalta perché non sempre è tutto oro quello che luccica. Prendiamo per esempio Michael Keaton, ultimamente protagonista di tantissime pellicole dopo una stasi durata più o meno un decennio: da Birdman in poi lo si è visto in film molto interessanti come Il caso Spotlight e The Founder e persino in un film Marvel come Spiderman: Homecoming ed è sempre stata una gioia ritrovarlo, almeno per me. Tuttavia avrei dovuto ricordare che gli attori, giustamente, cavalcano l'onda finché possono e non è detto che incappino sempre nel progetto o nel personaggio giusti, soprattutto quando si ritrovano per le mani una sovrabbondanza di richieste: questo, ahimé, è il caso di American Assassin, film irritante e perplimente a più livelli, con un Michael Keaton sottotono e costretto nel ruolo dell'ex Navy Seals ringhiante alle prese con una sorta di superuomo autodidatta. Un tizio di venticinque o trent'anni, per dire, che il giorno prima ha come massima preoccupazione quella di pucciarsi nelle calde acque di Ibiza e il giorno dopo, studiando credo dei manuali su internet, diventa esperto di arti marziali a livello Goku, esperto di pistole a livello Jigen ed esperto di lingue a livello Douglas Ramsey (e questa la capiscono in pochi), fino ad essere in grado di arrivare DA SOLO ad uccidere alti esponenti di un'organizzazione simil-Isis. La CIA, galvanizzata da cotanta "americanitudine", invece di chiuderlo in cella e gettar via la chiave lo arruola e lo affida al tipico istruttore degli action USA, quello che dispensa al 50% saggi consigli riassumibili in un paio di frasi fatte da duro e al 50% mena come un fabbro ferraio e tortura psicologicamente, tanto per accattivarsi la simpatia del protagonista che (e non avevo dubbi), nonostante i suoi colleghi si siano magari fatti un addestramento militare lungo decenni, è il migliore di tutti perché "agisce fuori dagli schemi anche se così facendo mette a repentaglio la vita dei suoi compagni". Maronna cheppalle. Ovviamente quel vago barlume di riflessione globale che pareva esserci nel trailer è solo la scusa per introdurre una spy story un po' più violenta del normale, non viene mai messa in discussione la positività degli americani, nonostante la presenza di personaggi vagamente ambigui, perché il nemico si nasconde in Paesi misteriosi e lontani quali Russia, Iran, ecc. ecc. Insomma, sono tornati gli anni '80.


Quello che purtroppo non è tornato, assieme agli anni '80, è la volontà di buttare tutto in supercazzola perché American Assassin è TREMENDAMENTE serio e cupo. Il film prende spunto da un terribile fatto di cronaca accaduto pochi anni fa e per tutta la sua durata, nonostante un finale da fantascienza (il Bolluomo non se ne capacitava) e le solite motivazioni risibili del villain (metà pellicola è ambientata in Italia. Quando scoprirete perché vi metterete le mani nei capelli...), non c'è mai un momento in cui gli sceneggiatori abbiano deciso di alleggerire un po' l'atmosfera o, Trump non voglia, mettere in dubbio le motivazioni o le azioni dei protagonisti; la puzza stantia di nazionalismo al limite del fascista e il clima di totale paranoia non si allentano nemmeno quando viene introdotto un alleato "esterno" perché, ovviamente, tale alleato viene comunque punito per aver tentato di fregare, seppure a fin di bene, gli emissari dello zio Sam. Cacca su di lui. Potrei aggiungere anche che la trama è così prevedibile che qualsiasi "colpo di scena" viene telefonato appena compare il personaggio ad esso legato (no, non si sono nemmeno sbattuti col casting) ma la cosa più stupida di tutte è che, oltre ad avere sprecato Michael Keaton per un ruolo adatto a qualsiasi caratterista specializzato in burini d'acciaio e avere messo un ragazzino senza carisma come protagonista nella speranza di poterlo riscritturare per i sequel, come lascia intendere il finale aperto, 'sta gente aveva per le mani Scott Adkins e niente, lo hanno fatto sparare un paio di volte e stop, niente botte ben coreografate, acrobazie o ultraviolenza godereccia. Avevano fatto peggio solo in Doctor Strange, che perlomeno era un film divertente da vedere. American Assassin è quindi solo una deprimente camurria dalle enormi ambizioni che nasconde un action dei più loffi mai girati, evitate di spenderci dei soldi, fosse anche per amore di Michael Keaton.


Del regista Michael Cuesta ho già parlato QUI. Michael Keaton (Stan Hurley) e Scott Adkins (Victor) li trovate invece ai rispettivi link.

Dylan O'Brien interpreta Mitch Rapp. Americano, ha partecipato a film come Maze Runner - Il labirinto, Maze Runner - La fuga e a serie quali Teen Wolf. Ha 26 anni e un film in uscita.


Sanaa Lathan interpreta Irene Kennedy. Americana, ha partecipato a film come Blade, Alien vs Predator, Contagion, Now You See Me 2 e a serie quali Otto sotto un tetto e Nip/Tuck; inoltre ha lavorato come doppiatrice nelle serie The Cleveland Show e I Griffin. Anche produttrice, ha 46 anni e un film in uscita.


Taylor Kitsch interpreta il Fantasma. Canadese, ha partecipato a film come Snakes on a Plane, X-Men - Le origini: Wolverine e a serie quali True Detective. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 36 anni.


Il ruolo di Mitch Rapp era stato offerto a Chris Hemsworth, che ha dovuto rifiutare per impegni pregressi mentre per un certo periodo si erano fatti i nomi di Bruce Willis per il ruolo di Stan Hurley e di Antoine Fuqua come regista ma non è dato sapere perché alla fine i due sono rimasti fuori dal progetto. Progetto che si prospetta remunerativo, tra l'altro, visto che American Assassin potrebbe fungere da prequel in quanto primo di ben quindici libri, sempre scritti da Vince Flynn, aventi per protagonista Mitch Rapp. Ma speriamo di no, vah. Se, a differenza di quanto accaduto a me, American Assassin dovesse piacervi, recuperate Mission: Impossible e la serie dedicata a Jason Bourne. ENJOY!




martedì 11 luglio 2017

Spider-Man: Homecoming (2017)

Avevo paura che il cinema chiudesse prima della sua uscita ma la verità è che a Savona Spider-Man: Homecoming, diretto e co-sceneggiato dal regista Jon Watts, viene attualmente proiettato in ben tre sale quindi ecco qui il post sull'ultimo film di Mamma Marvel, ovviamente NON in 3D.


Trama: dopo l'incontro con gli Avengers, Peter Parker alias Spider-Man è un supereroe in prova, desideroso di farsi accettare dai suoi pari. La minaccia dell'Avvoltoio lo pone sotto i riflettori ma ad un prezzo...



Come per tutto ciò che riguarda l'Arrampicamuri Marvel ero un po' prevenuta verso questo Spider-Man: Homecoming, visto solo per dovere di completezza nei confronti dell'ormai vastissimo MCU. I film di Raimi mi erano piaciuti (oddio, il terzo non l'ho mai guardato dopo i due marroni che mi ero fatta col secondo) mentre a quelli con Andrew Garfield non mi sono mai neppure avvicinata, però questo Spider-Man ragazzino a modo suo mi intrigava e, neanche a dirlo, l'idea di rivedere sullo schermo Robert Downey Jr. in guisa di Tony Stark è stata la spinta principale a fiondarmi in sala. Ora posso dire di essere molto felice di avere guardato Spider-Man: Homecoming, una bella iniezione di freschezza ad un personaggio ormai "asciugato" (perlomeno in senso cinematografico) come quello dell'Uomo Ragno al punto che, come già successo per I Guardiani della Galassia, il pensiero che un giovane supereroe così ben delineato sarà costretto a confluire nel calderone di Infinity War un po' mi turba. L'approccio degli sceneggiatori al Bimbo-Ragno è infatti quello delicato di una teen comedy appena spruzzata di elementi supereroistici, con riferimenti a tutti e tre i film dedicati agli Avengers (e agli albi di Spider-Man in generale, persino ai vecchi telefilm e cartoni animati!) per una volta non fini a loro stessi ma perfettamente integrati all'interno di una trama a metà tra il coming of age e il racconto di formazione. Finalmente non vediamo tutta la manfrina del Peter Parker morso da un ragno, impegnato a scoprire i propri poteri, ma il racconto parte in medias res, con uno Spider-Man già consapevole delle sue capacità, galvanizzato dall'incontro-scontro con gli Avengers titolari e conseguentemente poco disposto a venire messo da parte solo "perché piccolo"; spinto dall'entusiasmo e dalla certezza di essere speciale, il problema di Peter è quello di riuscire a conciliare le sue velleità di supereroe ai problemi tipici di un adolescente, dalla lotta per la popolarità in una scuola splendidamente multietnica ai primi palpiti amorosi, passando banalmente per il mantenimento del rendimento scolastico e la quotidiana convivenza con ZILF May. In tutto questo, Parker si ritrova ad avere a che fare con lo scomodo Grillo Parlante Tony Stark, il cane da guardia Happy (bentornato Jon Favreau!) e, soprattutto, col minaccioso Avvoltoio, probabilmente il primo villain del MCU ad essere stato dotato di un background interessante che, senza troppi spiegoni, è riuscito a fargli fare il salto di qualità da "macchietta psicopatica" a "uomo della strada col quale non si può non empatizzare". Anzi, diciamo che dopo l'introduzione iniziale Tony Stark e soci non ci fanno proprio una bellissima figura e se non fosse per l'ingenua simpatia del piccolo e goffo Spider-Man verrebbe quasi da tifare Avvoltoio.


Miracolo di un attore bravissimo come Michael Keaton, che potrebbe tranquillamente fregiarsi del titolo di primo ed ultimo supereroe del Cinema moderno? Forse, ma a mio avviso il merito è anche di un Jon Watts, qui nelle vesti di regista E co-sceneggiatore, che già con Clown aveva dimostrato di saperci fare nel tratteggiare, grazie a pochissimi dettagli, la psicologia dei personaggi persino all'interno di storie zeppe di cliché come un horror oppure, in questo caso, un film del MCU. In tutto questo, Spider-Man: Homecoming non è solo un film godibile dal punto di vista della sceneggiatura ma anche e soprattutto per quel che riguarda l'aspetto action. Personalmente, ho apprezzato tantissimo le splendide ali meccaniche dell'Avvoltoio e il modo in cui i costumisti hanno trasformato l'imbarazzante tutina piumata del vecchio villain dei fumetti in qualcosa capace di richiamarlo senza risultare kitsch, anzi, rendendolo plausibile anche per un autoproclamatosi "working class (anti)hero"; le sequenze aeree sono molto emozionanti e il modo in cui raggi laser, ali e ragnatele si scontrano genera delle coreografie bellissime ma probabilmente nulla batte la vertiginosa sequenza ambientata in cima al monumento a George Washington, dove persino il povero Bimbo-Ragno mostra qualche perplessità in materia vertigini. Bella anche la colonna sonora, con la punta di diamante Blitzkrieg Bop sparata a mille sia durante il film che sui carinissimi titoli di coda, affatto fastidioso il riferimento ormai dovuto agli anni '80 e molto bravi anche gli attori: Robert Downey Jr. è ormai una garanzia quanto Jon Favreau, del magnetico e carismatico Michael Keaton ho già parlato ma la vera sorpresa è Tom Holland (affiancato da uno spassoso Jacob Batalon, altro giovane caratterista impegnato nel più vecchio dei cliché da commedia americana ma assolutamente funzionale assieme all'umorismo giocoso che permea l'intero film, necessario qui, nei Guardiani della Galassia e forse anche in Ant-Man, un po' meno in film come Thor) nei panni del supereroe titolare, un ragazzino finalmente espressivo e credibile, tenero e fastidioso come solo un adolescente in fregola potrebbe essere. Anzi, vi dirò che sul pre-finale mi si è persino un po' stretto il cuore e mi è venuto da augurare a questo Peter Parker tutto il bene che non ho augurato a nessuna delle sue altri incarnazioni. In conclusione, vi consiglio di correre al cinema prima di venire ammorbati con l'imminente e probabilmente fastidioso Thor: Ragnarok e l'altrettanto pomposo Black Panther, ché questo Spider-Man: Homecoming è fresco e gradevole come un cocktail estivo. Ah, e rimanete fino alla fine degli ULTIMI titoli di testa. Se non vi fidate di me, fatelo almeno per l'immarcescibile Captain America.


Del regista e co-sceneggiatore Jon Watts ho già parlato QUI. Michael Keaton (Adrian Toomes/Avvoltoio), Robert Downey Jr. (Tony Stark/Iron Man), Marisa Tomei (May Parker), Jon Favreau (Happy Hogan), Gwyneth Paltrow (Pepper Potts), Martin Starr (Mr. Harrison), Logan Marshall-Green (Jackson Brice/Shocker n.1), Jennifer Connelly (Karen/Lady costume) e Chris Evans (Steve Rogers/Captain America) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Holland interpreta Spider-Man/Peter Parker. Inglese, ha partecipato a film come The Impossible, Captain America: Civil War e Civiltà perduta, inoltre ha lavorato come doppiatore nella versione inglese di Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento. Anche regista, ha 21 anni e quattro film in uscita tra i quali Avengers: Infinity War, inoltre dovrebbe tornare per il seguito di Spider-Man: Homecoming, previsto per il 2019.


Tra i vari interpreti (ovviamente Stan Lee fa la solita comparsata, stavolta nei panni di Gary, il vecchietto dalla finestra) spunta fuori l'attore Kenneth Choi, che interpreta il preside Morita: la cosa interessante è che un Jim Morita, interpretato dallo stesso attore, è comparso sia in Captain America - Il primo vendicatore che in un episodio di Agents of SHIELD e visto il ritratto che compare alle spalle del preside si può presumere che quest'ultimo sia un nipote del vecchio membro degli Howling Commandos. Altro musetto conosciuto è quello di Angourie Rice, apprezzatissima in These Final Hours e The Nice Guys e qui purtroppo sottoutilizzata nei panni di una Betty Brant anche troppo simile alla Gwendolyn Stacy dei fumetti mentre il Flash Tony Revolori era lo Zero di The Grand Budapest Hotel. J.K. Simmons aveva espresso interesse nel tornare a vestire i panni di J.Jonah Jameson in un cameo ma siccome è stato "preso" come Commissario Gordon per l'imminente Justice League ogni trattativa con gli studios è cessata mentre Vincent D'Onofrio si era proposto per comparire come Wilson Fisk visto che Kingpin è anche un nemico di Spider-Man: chissà, magari in un prossimo film il desiderio di D'Onofrio verrà esaudito (ci sarebbero anche Matthew McConaughey interessato al Goblin e Alfred Molina a tornare come Doc Ock, quindi staremo a vedere)! Nulla di fatto inoltre non solo per John Malkovich, scelto per interpretare l'Avvoltoio se Raimi avesse girato il suo quarto Spider-Man, ma anche per Samuel L. Jackson, che in origine avrebbe dovuto tornare come Nick Fury a far da mentore al giovane Spider-Man ma è stato poi sostituito da Iron Man, a mio avviso più affine al personaggio; dito medio anche ad un Asa Butterfield troppo alto e al minchietta di The Walking Dead Chandler "CaaVVll" Riggs, scartato alle audizioni, mentre il figlio dell'altra star della serie, Norman Reedus, ha direttamente rifiutato l'invito a presentarsi al casting. Passando ai registi, invece, Theodore Melfi ha rinunciato a girare Spider-Man: Homecoming a favore del delizioso Il diritto di contare. Al momento l'Uomo Ragno è stato inglobato nel MCU e dovrebbe tornare, come anticipato nei titoli di coda, sia in Avengers: Infinity War che in un sequel di Spider-Man: Homecoming ma la Sony non ha smesso di mungere la vacc...ehm, il ragno e per il 2018 dovrebbe uscire uno spin-off di The Amazing Spider-Man interamente dedicato a Venom, con Tom Hardy nei panni di Eddie Brock. Nell'attesa di tutti questi film, intanto vi consiglio di recuperare di sicuro Captain America: Civil War, dalla cui costola è nato Spider-Man: Homecoming e di aggiungere Iron Man (necessario, assieme ai sequel, per capire la storyline dedicata al personaggio)Iron Man 2ThorCaptain America - Il primo vendicatoreThe Avengers (alla fine del quale è ambientato l'inizio di Spider-Man: Homecoming), Iron Man 3Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierGuardiani della galassiaAvengers: Age of Ultron , Ant-ManDoctor Strange e Guardiani della Galassia vol. 2. Poi, se volete, aggiungete la trilogia dedicata a Spider-Man girata da Sam Raimi e i due film del primo reboot, The Amazing Spider-Man e The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro ma contate che io mi sono fermata ai primi due di Raimi prima di stramazzare per subentro di noia. ENJOY!

domenica 21 febbraio 2016

Il caso Spotlight (2015)

La Notte degli Oscar si avvicina e io sono indietrissimo coi recuperi. Pazienza, l'anno prossimo mi organizzerò meglio. Nel frattempo, oggi parlerò de Il caso Spotlight (Spotlight), diretto e co-sceneggiato dal regista Tom McCarthy, candidato a sei Premi Oscar (Miglior Film, Mark Ruffalo Miglior Attore Non Protagonista, Rachel McAdams Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Montaggio).


Trama: Nel 2001 il nuovo direttore del Boston Globe decide di affidare alla squadra giornalistica denominata Spotlight un'indagine riguardante la presenza di preti pedofili all'interno della comunità. La verità che i giornalisti porteranno alla luce sarà sconvolgente...


Mentre nel 2001 il mondo intero piangeva giustamente le vittime degli attentati dell'11 settembre, un gruppo di giornalisti di Boston aveva il suo bel daffare per comprovare una vicenda altrettanto sconvolgente e meritevole di attenzione internazionale. Personalmente mi sono sempre chiesta cosa spinga un prete ad andare consapevolmente contro tutto ciò che gli è stato insegnato e contro la morale cristiana di cui dovrebbe farsi paladino e a mettere le mani addosso a dei ragazzini ma la cosa che più mi turba è il fatto che spesso e volentieri queste storie di abusi vengono alla luce e i responsabili vengono semplicemente spostati in un'altra parrocchia col beneplacito di vescovi e alti prelati, come se nascondere la spazzatura sotto il tappeto bastasse a cancellare un crimine (perché di questo parliamo) così atroce e squallido. Evidentemente le stesse domande se le sono poste all'epoca i giornalisti della Spotlight i quali, nel 2001, hanno scelto di combattere contro il muro di omertà e lo strapotere della Chiesa all'interno di una comunità fortemente cattolica come quella di Boston e di portare questa vicenda alla luce, scoperchiando così un vaso di Pandora che ha visto coinvolti almeno una novantina di preti e uno sterminato numero di vittime. Non uno, gente. NOVANTA. SACERDOTI. Ne sarebbero bastati anche solo venti (ma anche solo due!) per andare a dar fuoco al Cardinale Law, Arcivescovo di Boston, colui che sapeva e non ha fatto nulla per anni, sfruttando l'influenza della Chiesa, i soldi, le marchette, il terrore superstizioso della gente ignorante, il desiderio di non creare scandali dei vertici della società bostoniana e uno stuolo di avvocati compiacenti per mettere tutto a tacere e continuare a fare la bella vita. Invece sono arrivati quelli della Spotlight a rompergli giustamente le uova nel paniere, raccogliendo con coraggio prove, testimonianze e quant'altro abbia permesso al Boston Globe di mettere in piazza i panni sporchi della Chiesa ridando un minimo di orgoglio alle vittime di questi abusi... ma se credete che Il caso Spotlight racconti una storia a lieto fine cascate male perché la monnezza di Boston ce la siamo beccata noi, col Cardinale Law che è diventato uno dei membri di spicco della curia ROMANA. Quanta gioia.


Il caso Spotlight racconta questa storia orribile con uno stile asciutto capace di rendere il tutto ancora più surreale. La sceneggiatura di Tom McCarthy e Josh Singer si limita a raccontare i fatti, senza edulcorarli ed enfatizzando quelli salienti, con l'unica concessione di "sentimentalismo" ad un momento topico come quello dell'attentato dell'11 settembre; le personalità dei componenti della squadra Spotlight e dei loro colleghi si evincono da pochissimi squarci di vita privata e soprattutto dal modo in cui ognuno di loro si getta a capofitto nell'indagine, ciascuno seguendo le proprie inclinazioni e le convinzioni, spesso soffrendo non solo per le vittime ma anche per il modo in cui il loro Credo religioso è stato brutalmente scosso. La parte più angosciante del film, ovviamente, è la ricorstruzione delle interviste fatte non solo alle vittime di abusi sessuali ma anche ai pochi prelati che hanno accettato di raccontare la loro versione dei fatti oppure a chi, come uno dei direttori della Boston College High School, ha consigliato ai giornalisti di farsi i fatti propri ed evitare di sconvolgere la società Bostoniana, come se l'ignoranza dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia potesse servire a qualcosa. In tutto questo, gli attori coinvolti hanno fatto un lavoro egregio nel riportare sullo schermo le forti personalità di questi giornalisti pronti a tutto; l'interpretazione di Mark Ruffalo è molto potente e merita la nomination all'Oscar (anche se il mio cuore batte tuttora per Stallone o Rylance), anche perché Mike Rezendes è stato il giornalista più coinvolto all'interno della vicenda e tuttora lavora alla Spotlight, e anche Michael Keaton e Liev Schreiber, impegnati in ruoli stranamente sobri ma fondamentali all'interno del film, mi sono piaciuti molto, mentre Stanley Tucci come al solito si mangia il resto del cast in virtù del suo carisma. Non ho capito molto invece la nomination di Rachel McAdams, brava ma non eccelsa e, purtroppo per lei, "messa in ombra" dalle performance del cast maschile. Al di là delle nomination Il caso Spotlight è comunque un film duro, necessario, che merita assolutamente una visione; ne uscirete sconvolti ed arrabbiati ma a mio avviso ne sarà valsa la pena, se non altro per aprire un po' gli occhi su un fenomeno preoccupante che non è limitato solo all'area di Boston e che meriterebbe una dura presa di posizione da parte di chi dovrebbe tutelare i deboli, non approfittarsene. Cristo, che nervoso.


Di Mark Ruffalo (Mike Rezendes), Michael Keaton (Walter "Robby" Robinson), Rachel McAdams (Sacha Pfeiffer), Liev Schreiber (Marty Baron), John Slattery (Ben Bradlee Jr.), Stanley Tucci (Mitchell Garabedian) e Billy Crudup (Eric Macleish) ho già parlato ai rispettivi link.

Tom McCarthy (vero nome Thomas Joseph McCarthy) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come The Station Agent, L'ospite inatteso e Mosse vincenti. Anche attore e produttore, ha 50 anni.


Nella versione originale del film il personaggio di Richard Sipe, del quale si sente solo la voce al telefono e che non è neppure nominato nei credits, è "interpretato" (o per meglio dire doppiato) dall'attore Richard Jenkins. Per quanto riguarda il "fantacast", Matt Damon era stato preso in considerazione per il ruolo di Mike Rezendes mentre Margot Robbie ha rifiutato quello di Sacha Pfeiffer per stanchezza da superlavoro. Detto questo, se Il caso Spolight vi fosse piaciuto recuperate Quinto potere, Tutti gli uomini del presidente, JFK - Un caso ancora aperto, Il verdetto, Good Night, and Good Luck e L'inventore di favole. ENJOY!

domenica 6 settembre 2015

Minions (2015)

Uscita dritta dritta dalla visione di Minions, diretto dai registi Kyle Balda e Pierre Coffin, ecco un paio di impressioni a caldo su questa pellicola che aspettavo tanto!


Trama: "orfani" di padrone, i minion Stuart, Bob e Kevin vanno in spedizione per conto dell'intera tribù e si imbattono in Scarlett Sterminator, una supercattivissima che vuole rubare nientemeno che la Corona d'Inghilterra...


Cosa sarebbero Cattivissimo Me e il suo sequel senza i Minions? Ammettiamolo, è dal 2010 che stavamo tutti aspettando un film che vedesse i buffi esserini gialli protagonisti assoluti. Quest'anno il nostro desiderio si è avverato e Minions si è confermato, almeno per quel che mi riguarda, un esperimento riuscitissimo, simpatico, garbato e (soprattutto!) della giusta durata: un'ora e mezza di avventure del dinamico trio Stuart, Bob e Kevin è la perfetta via di mezzo tra un cortometraggio poco soddisfacente e un'ininterrotta, lunghissima sequenza di gag che dopo un po' diventerebbe pesante come un macigno. La storia, introdotta da un serissimo Alberto Angela che ci mostra le origini degli ometti gialli (nonché le tristi dipartite dei padroni nel corso delle ere ma non spiega come fanno i Minions a riprodursi, papà Piero non apprezzerebbe tanta superficialità!), si focalizza solo su tre Minions i cui caratteri uniti creano delle dinamiche parecchio esilaranti e, parallelamente alla loro odissea tra Orlando e Londra, riesce anche a seguire con poche, spassose e caotiche sequenze, le vicende del resto della tribù. A fare le spese dello zelo adorante di Stuart, Bob e Kevin sono la cattivissima Scarlett Sterminator e il marito Herb, malvagia osannatissima la prima ed innamoratissimo emulo di Austin Powers il secondo, che come "prova" per assumere i Minions pretendono la corona d'Inghilterra; il film verte interamente sul tentativo dei tre Minions di recuperare il preziosissimo oggetto e sulle impreviste conseguenze del loro gesto scellerato, offrendo al pubblico una simpatica parodia dei film "di spionaggio" e, soprattutto, tutta quella serie di stupidissimi stereotipi britannici che fanno sempre tanto ridere, per di più ambientati all'epoca della Swinging London. Ovviamente non vi racconto nello specifico cosa succederà nel film ma preparatevi a sciogliervi davanti alla dolcezza di Bob, a strapparvi i capelli di fronte alla badassitudine di Stuart e ad entusiasmarvi davanti alla determinazione di Kevin; se non ci fossero loro il film sarebbe ben poca cosa anche perché purtroppo Scarlett Sterminator è tanto cattiva quanto loffia, non certo una nemesi adatta a un branco di scalmanati e carismatici esserini gialli.


Passando all'aspetto tecnico, Minions è coloratissimo, perfettamente animato e soprattutto prevede una serie di numeri musicali che sono quasi più belli e divertenti dell'intero film, sui quali spiccano l'ipnotica danza "bollywoodiana" delle guardie all'interno della Torre di Londra e il numero d'avanspettacolo fatto per festeggiare ed intrattenere il gelido "Capo" delle grotte ghiacciate. Ma la cosa che ho trovato assolutamente spettacolare di Minions, che mi ha lasciata a bocca aperta per tutta la sua durata, alla faccia di tutti gli sforzi dei validissimi animatori, sapete qual è stata? Sentirli parlare, ovvio!! E' vero che i Minions parlavano già nei due Cattivissimo Me ma stavolta il loro meraviglioso patois fa da "colonna sonora" all'intero film, non solo in qualche sequenza, ed è affascinante cercare di dare un senso a quell'inglese italianizzato, mezzo francese, un po' spagnolo, condito da un pizzico di tedesco e zeppo di parole prese da altri idiomi e messe apparentemente a caso che è il loro linguaggio. Con un po' d'attenzione si può capire tutto quello che dicono e dare anche delle rozze regole grammaticali al minionese (tranne forse durante il discorso di Bob. Quello effettivamente mi ha lasciata perplessa...) e non avete idea di quanto mi piacerebbe imparare a parlarlo come fa Pierre Coffin, di cui per fortuna hanno mantenuto la voce originale. Sì perché se vogliamo proprio trovare un neo a questo piacevolissimo cartone animato, è proprio il doppiaggio italiano. La Litizzetto come Scarlett Sterminator, col suo "pinoli" usato per rivolgersi ai Minions, è fastidiosa come al solito, la parola "guappo" in bocca al mollo Fabio Fazio, doppiatore di Herb, non si può sentire (e chissà cosa dice il personaggio in originale...) e anche Riccardo Rossi è inascoltabile quando doppia Walter Nelson (in America avevano Michael Keaton. No, per dire). Peccato, perché senza questo dettaglio Minions sarebbe perfetto. Non un cartone particolarmente memorabile ma sicuramente un prequel degno degli originali! Ah, e non alzatevi durante i titoli di coda, mi raccomando!


Del co-regista e voce dei Minions Pierre Coffin ho già parlato QUI mentre Sandra Bullock (voce originale di Scarlett Sterminator), Jon Hamm (Herb Sterminator), Michael Keaton (Walter Nelson), Allison Janney (Madge Nelson), Geoffrey Rush (il narratore) e Steve Carell (Gru) li trovate ai rispettivi link.

Kyle Balda è il co-regista della pellicola. Americano, ha co-diretto anche Lorax - Il guardiano della foresta e ha lavorato come animatore e doppiatore.


Steve Coogan (vero nome Stephen John Coogan) è la voce originale del guardiano della Torre. Inglese, incarnazione del personaggio comico Alan Partridge, ha partecipato a film come Il giro del mondo in 80 giorni, Marie Antoinette, Una notte al museo, Hot Fuzz, Tropic Thunder, Una notte al museo 2 - La fuga, Notte al museo: Il segreto del faraone e a serie come Little Britain; come doppiatore aveva già lavorato in Cattivissimo me 2. Anche produttore, sceneggiatore e compositore, ha 50 anni e due film in uscita.


Minions segue Cattivissimo me e Cattivissimo me 2 e nel 2017 sarà raggiunto da Cattivissimo me 3; nell'attesa, se Minions vi fosse piaciuto recuperateli tutti e aggiungete Home - A casa, Big Hero 6, Monsters & Co. e Monsters University. ENJOY!

mercoledì 11 febbraio 2015

Birdman (2014)

Nonostante piovessero boicottaggi da ogni dove, anche io sono finalmente riuscita a guardare Birdman (Birdman or The Unexpected Virtue of Ignorance), diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista Alejandro González Iñárritu  nonché candidato a ben 9 premi Oscar (Miglior Film, Michael Keaton Miglior Attore Protagonista, Edward Norton Miglior Attore Non Protagonista, Emma Stone Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Scenografia, Miglior Sonoro e Miglior Montaggio Sonoro).


Trama: dopo anni passati ad interpretare un supereroe, l'attore ormai decaduto Riggan decide di concedersi una seconda chance e di adattare, dirigere ed interpretare un'opera teatrale. Tra problemi familiari, prime donne e un soverchiante senso di insicurezza sconfinante nella pazzia l'operazione non si rivelerà affatto facile..


Da Birdman non sapevo proprio cosa aspettarmi, lo ammetto. A parte tutte le recensioni positive che non sono andata a leggere nel dettaglio per non rovinarmi la sorpresa e i cori di entusiasmo praticamente unanimi letti nei vari status cinefili di Facebook, devo candidamente confessare, nonostante conoscessi quasi tutti i titoli dei film da lui girati, che di Iñárritu non avevo mai visto nulla finora e che quindi la mia scimmia per la pellicola in questione derivava semplicemente dal "sentito dire". E anche, ovviamente, dal fatto che Michael Keaton, un attore che ho sempre particolarmente amato, si fosse portato a casa un Golden Globe per l'interpretazione di Riggan. Arrivare vergini al matrimonio di questi tempi non ha più senso (se mai lo ha avuto) ma indubbiamente arrivare vergini alla visione di un film spesso paga e io sono così riuscita a gustarmi Birdman senza termini di paragone che mi costringessero a dire "eh ma gli altri film di Iñárritu erano meglio" e con occhi e cuore ancora liberi di provare meraviglia per delle immagini già cult (ma quant'è bello e colorato il negozio di alcoolici?) racchiuse in una fotografia nitida e pulita e per uno stile di regia particolarissimo ed elegante, dove la colonna sonora a dir poco bizzarra di Antonio Sanchez (composta in prevalenza da assoli di batteria che seguono i protagonisti nei momenti più concitati della pellicola) si fonde con la particolarissima scelta di realizzare il film come se fosse un lunghissimo piano sequenza. Grazie ad un montaggio geniale, i personaggi si muovono senza soluzione di continuità nel tempo e nello spazio mentre la telecamera li segue instancabile, dentro e fuori dal teatro cuore della vicenda e nelle strade di una New York caotica, dove tutti vorrebbero essere famosi, amati o riconosciuti. La realtà si mescola alle visioni del depresso Riggan, schiacciato da un passato che lo vuole ancorato ai vecchi fasti del cinema commerciale, scardinando ogni pretesa di verosimiglianza con sequenze che parrebbero prese pari pari da un film degli X-Men mentre le vicende dei protagonisti si intrecciano a quelle dell'opera che portano in scena, annullando ogni confine tra teatro e vita reale, che cominciano così ad influenzarsi reciprocamente.


L'imprevedibile virtù dell'ignoranza è quella di Riggan, attore "commerciale" quindi automaticamente inferiore, che osa "violentare" l'arte suprema del teatro cercando di superare i suoi limiti e diventando il personaggio famoso e amato che avrebbe sempre voluto essere. Riggan si è convinto (o meglio è stato convinto dal suo "lato oscuro") di avere sbagliato tutto nella vita, di aver abbandonato la strada della fama facile per un moto di orgoglio che gli è costato moglie, figlia e carriera, ed è altrettanto conscio di avere davanti un'ultima chance per riscattarsi almeno ai propri occhi se non a quelli del suo alter ego, il tenebroso, cinico e frustrato Birdman, che vorrebbe tornare a volare adorato da masse di spettatori nerd. Non è un caso che sia Michael Keaton ad interpretare Riggan: d'altronde lui è stato il primo attore ad indossare la maschera di Batman quando ancora nessuno si filava i cosiddetti "cinecomic" e da quell'interpretazione non ha ricevuto alcuno slancio per la sua carriera, tanto che era dal 2008 che non recitava in un ruolo da protagonista. La critica di Birdman all'establishment hollywoodiano del successo a tutti i costi e al progressivo calare della qualità del Cinema, con produzioni sempre più indirizzate ad un target giovane e zeppe di attori che un tempo si sarebbero sparati piuttosto che abbassarsi ad interpretare determinati personaggi, è palese ma, allo stesso tempo, il film è  anche infarcito di molti altri riferimenti agli attori che compongono il cast, tutti bravissimi e tutti rappresentati in modo parodico e volutamente "colpiti" nelle loro interpretazioni più famose e blasonate (si veda Naomi Watts e la sua bisessualità in Mulholland Drive o la proverbiale intrattabilità di Edward Norton). Birdman è quindi un film dedicato esclusivamente ad un pubblico cinefilo? Io non credo. Il dramma umano di Riggan è radicato in una tradizione letteraria che vede il protagonista opporsi con tutte le sue forze ad un destino che sia lui che gli altri considerano ineluttabile e già scritto e perdere la retta via a causa di consiglieri fraudolenti (e, nel caso dell'uomo-uccello di Birdman, inquietantissimi); l'impianto teatrale e la lentezza dei primi dieci minuti potrebbero scoraggiare parecchi spettatori ma il mio consiglio è quello di non lasciarsi abbattere, perché Birdman è il primo, vero capolavoro di quest'anno. Una gioia per gli occhi e per la mente, da vedere e rivedere.


Di Michael Keaton (Riggan), Emma Stone (Sam), Zach Galifianakis (Jake), Naomi Watts (Lesley), Andrea Riseborough (Laura) ed Edward Norton (Mike) ho già parlato ai rispettivi link.

Alejandro González Iñárritu è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Messicano, ha diretto film come Amores Perros, 21 Grammi - Il peso dell'anima, Babel e Biutiful. Anche produttore e compositore, ha 47 anni e un film in uscita.


Se Birdman vi fosse piaciuto innanzitutto tifate perché vinca almeno metà degli Oscar (soprattutto per regia e attore protagonista) e recuperate Il cigno nero e magari anche Il ladro di orchidee. ENJOY!




venerdì 27 dicembre 2013

Jackie Brown (1997)

Oh, finalmente. Dopo tantissimo tempo sono riuscita a rivedere quello che per me (non me ne voglia l'aMMoro) è il film meno riuscito di Quentin Tarantino, ovvero Jackie Brown, da lui diretto nel 1997. Laddove "meno riuscito" significa comunque capolavoro assoluto...


Trama: Jackie Brown lavora come hostess per una piccola compagnia aerea. Attraverso il suo lavoro, introduce illegalmente in America il denaro del trafficante d'armi Ordell finché, un giorno, viene fermata da due agenti del dipartimento anti-frode che, assieme al denaro, trovano anche della droga nella sua borsa. Per rimanere fuori di prigione e assicurarsi un ricco futuro, alla povera Jackie non resta che mettere in piedi un pericolosissimo triplo gioco... 


Togliamoci il dente, via. Il motivo per cui non ritengo Jackie Brown all'altezza degli altri film di Quentin va ricercato semplicemente nel fatto che la sceneggiatura è tratta dal romanzo Rum Punch di Elmore Leonard e ciò ha limitato parecchio l'inventiva del regista e anche la naturalezza dei suoi dialoghi assurdi, come se tra il canovaccio di base e il fiume di parole messo in bocca ai protagonisti ci fosse un baratro incolmabile, una fastidiosa scollatura. Se i dialoghi tra Jackie e Max, delle amare e spesso realistiche riflessioni sul tempo che passa, l'inevitabile incombere della vecchiaia e il terrore verso un futuro incerto, risultano molto dolci e particolarmente adatti all'atmosfera "vintage" che si respira per tutto il film, il personaggio di Ordell risulta invece incredibilmente fastidioso, fanfarone e portatore sano di aria fritta, un soffiablabla salvato solo dall'incredibile abilità con cui Samuel L. Jackson riesce a freddare lo spettatore con un unico sguardo capace di trasformarlo da belinone a pericoloso e temibile killer. Ad affossare ulteriormente questi momenti di eccessiva logorrea, inoltre, concorre un De Niro particolarmente svogliato e stranamente inadatto al ruolo di laconica "spalla", costretto in un ruolo da mollo che non gli si confà, forse l'unico errore nella carriera di un mago del casting come il mio dolce aMMore Quentin. Al quale chiedo venia, andandomi subito ad amputare le mani per aver scritto queste cose così orribili su una sua Opera: continuare a redigere il post con i gomiti sarà un problema ma me lo sono meritata, quindi procediamo.

Due problemi. Mannaggiavvoi.
Tolti gli insignificanti (e sottolineo insignificanti) difetti di cui sopra, Jackie Brown si conferma una pellicola di tutto rispetto, una strana storia di crimine e amore (tanto, tanto aMMore!!) uscita dritta dritta dal cuoricino di Quentin che, a partire da questo film, comincia a spingere ulteriormente l'accelleratore sulla sua natura di "pescatore" di stili, generi e star di nicchia o relegati al limbo della serie B, aprendo la strada a capolavori maturi come Kill Bill, Inglorious Basterds o Django Unchained. L'intera pellicola, infatti, è un omaggio spudorato alla Blacksploitation e alla sua musa Pam Grier, che il regista riesce a rendere bella e fiera come una Dea in qualsiasi momento, che sia in vestaglia o che sia tiratissima in uno splendido tailleur; se non ci credete, pensate solo che la Jackie del romanzo di Elmore Leonard (peraltro, primo e unico libro rubato da un giovanissimo Quentin) è bianca, non afroamericana. A rendere ancora più seventies e black la pellicola ci pensa l'ennesima, splendida colonna sonora scelta per l'occasione dal regista, che spazia tra il soul e il funk regalando perle come la bellissima e fondamentale Didn't I (Blow Your Mind This Time) dei Deftonics o Long Time Woman, cantata dalla stessa Pam Grier nel film Sesso in gabbia; a tal proposito, è sempre meraviglioso vedere come Quentin giochi tantissimo con la natura stessa del film, creando degli inside joke che possono essere colti solo dopo mille mila visioni (per esempio, non avevo notato la prima volta che, quando Max esce dal cinema, la musica che lo accompagna durante l'uscita è la stessa che si sente nei titoli di coda di Jackie Brown) e che rendono ancora più preziosa ogni sua pellicola, compresa Jackie Brown. Che, per inciso, nonostante sia ambientata a Los Angeles, grazie a quegli stilosissimi baschi Kangol indossati da Jackie e Ordell, profumerà sempre di New York per me.


Del regista e sceneggiatore Quentin Tarantino (di cui peraltro si sente la vocetta in una scena con la segreteria telefonica) ho già parlato qui. Pam Grier (Jackie Brown), Samuel L. Jackson (Ordell Robbie), Michael Keaton (Ray Nicolette, ruolo ripreso dritto da Out of Sight), Robert De Niro (Louis Gara), Michael Bowen (Mark Dargus), Chris Tucker (Beaumont Livingston) e Sid Haig (il giudice) li trovate invece ai rispettivi link.

Robert Forster (che ha giustamente ricevuto una nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista) interpreta Max Cherry. Americano, ha partecipato a film come Psycho, Io, me & Irene, Mulholland Drive, Charlie’s Angels – Più che mai e a serie come Magnum P.I., La signora in giallo, Walker Texas Ranger, Numb3rs, Desperate Housewives, Heroes, CSI: NY e Breaking Bad; inoltre, ha doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttore e regista, ha 72 anni e sei film in uscita.


Bridget Fonda (vero nome Bridget Jane Fonda) interpreta Melanie Ralston. Americana, figlia di Peter Fonda, ha partecipato a film come Easy Rider, Frankenstein oltre le frontiere del tempo, Il padrino – Parte III, L’armata delle tenebre, Piccolo Buddha, Può succedere anche a te e Soldi sporchi, inoltre ha lavorato come doppiatrice in Balto. Ha 49 anni.


Nel film compare di sfuggita anche Mira Sorvino, all'epoca fidanzata di Quentin, nella scena del processo a Jackie; inoltre, l'attrice viene ringraziata nei credits e citata come "Figlia di Bert D'Angelo" (Bert D'Angelo era un detective interpretato da Paul Sorvino, padre di Mira, in una serie televisiva). Come accade spesso e volentieri con ogni film di Quentin, prima della realizzazione definitiva di Jackie Brown si sono susseguiti rumors, proposte e defezioni per quel che riguarda il cast. Per esempio, Sylvester Stallone voleva il ruolo di Louis, John Travolta sarebbe stato la prima scelta per interpretare Ray Nicolette, mentre tra i nomi scelti da Tarantino per il ruolo di Max Cherry c'erano Paul Newman, Gene Hackman, John Saxon e, appunto, Robert Forster (che aveva già partecipato all'audizione per il Joe Cabot de Le Iene), che alla fine ha avuto la parte nonostante la volesse anche De Niro. Se Jackie Brown vi fosse piaciuto, infine, guardatevi pure Pulp Fiction e Killing Zoe. ENJOY!

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