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martedì 4 giugno 2019

Rocketman (2019)

Domenica sera sono andata assieme al Bolluomo a vedere Rocketman, diretto dal regista Dexter Fletcher.


Trama: vita di Elton John, dal successo agli eccessi, tra famiglie disastrate, amici sinceri, amanti fasulli e tante canzoni...


Come ho scritto su Facebook, l'unico problema che ho avuto con l'adorabile Rocketman è semplicemente la mia Crassa ignoranza. Se con Bohemian Rhapsody, pur non essendo fan scatenata dei Queen, mi ero ritrovata a conoscere comunque tutte le canzoni riuscendo ad impegnarmi in un sing along, in questo caso ho avuto parecchie difficoltà, perché le canzoni conosciute di Elton John le conto sulle dita delle mani. Inoltre, la struttura dei due film è (fortunatamente, aggiungerei) molto diversa. In Bohemian Rhapsody c'era una storia edulcorata che faceva da vetrina alle canzoni più iconiche dei Queen, ottima operazione commerciale che ha fruttato miliardi ai membri superstiti del gruppo, rilanciandone la carriera in maniera inaudita; Rocketman è invece un musical vero e proprio e la storia, assai poco lusinghiera nei confronti del protagonista, si sviluppa attraverso i testi delle canzoni di Elton John, con realtà e testi delle stesse a compenetrarsi. Inutile dire quindi che, da amante del genere, ho apprezzato molto di più la seconda pellicola, un'opera costantemente a braccetto col kitsch come del resto è, da sempre, il personaggio Elton John, al cui confronto Freddy Mercury era il trionfo della sobrietà. Rocketman si sviluppa come un florilegio di numeri musicali raccontati in prima persona da un Elton ormai al capolinea dopo vent'anni passati ad uccidersi di stravizi (droghe, sesso, alcool, cibo), solo col suo dolore e a un passo dal suicidio; un'infanzia priva di amore da parte dei genitori ma zeppa di soddisfazioni in ambito musicale lascia il passo a un'adolescenza e una giovinezza dove le porte del successo si sono spalancate quasi senza fatica, sotto l'occhio attento ma non troppo dell'amico di sempre Bernie Taupin (ignorant fact #1: credevo che i testi Elton se li scrivesse da solo, invece sono quasi tutta farina del sacco di costui), prima che il legame col manager John Reid trascinasse il giovane cantante in una spirale autodistruttiva (ignorant fact #2: Reid è stato anche manager dei Queen, in Bohemian Rhapsody lo interpretava Ditocorto) fatta di autocommiserazione, solitudine e passi falsi (ignorant fact #3 e poi smetto: Elton John si è sposato con una donna negli anni '80). Fa strano vedere, sul finale, il nome di Elton John come produttore di un film che, in definitiva, è il frutto di una mente allucinata dalle droghe, senza alcuna pretesa di realismo ma anche privo della volontà di santificare il cantante come successo invece a Freddy Mercury. E' vero, anche in questo caso, che il padre e la madre di Elton John sono personaggi molto connotati negativamente, così come John Reid, tuttavia viene spesso sottolineato, assieme al bisogno d'amore di Elton, anche la sua natura di testa di pazzo umorale e mollusco senza spina dorsale, quindi il cantante merita il plauso per aver accettato ed incoraggiato questo ritratto in bilico tra la lusinga e la "critica".


Libero dagli influssi nefasti di un Bryan Singer mai così anonimo, Dexter Fletcher può appropriarsi dell'intera operazione e sfogarsi affiancando all'ispirazione reale tutta una serie di fantasticherie da musical all'interno delle quali le mise stravaganti di Elton John sono la ciliegina sulla torta. Personaggi che ballano in mezzo alla strada, il protagonista che guarda direttamente in camera rompendo la quarta parete, protagonisti che, come in ogni musical che si rispetti, danno voce ai loro sentimenti più nascosti attraverso il potere del canto, numeri musicali che cicciano fuori inaspettatamente, anche nei momenti maggiormente tragici (il tentato suicidio di Elton che diventa, senza soluzione di continuità, l'anticamera dell'ennesimo concerto), sono tutti elementi che catturano lo spettatore e lo mettono nella disposizione d'animo d'ignorare qualsiasi data "sbagliata", qualsiasi libertà storica, godendo della "regina" Elton e del folle florilegio psichedelico della sua mente obnubilata. Taron Egerton, le cui doti canore si potevano apprezzare già nell'esilarante Sing, mette voce e mimica nella "sua" versione del famoso cantante, senza alcuna pretesa di realismo ma con passione da vendere, e il risultato a mio avviso è favoloso; il fanciullo riesce a creare un Elton John alternativamente sexy (mai avrei pensato di definire il baronetto sexy, ve lo giuro!), goffo, esaltante o semplicemente ridicolo; commuove fino alle lacrime durante l'interpretazione di Your Song (o forse sono io che, dopo Moulin Rouge, non riesco più ad ascoltarla senza piangere come un vitello) e fa letteralmente saltare sulla poltrona con le note di Crocodile Rock, solo per citare due dei numeri che più mi sono rimasti impressi. Di più, non ha vergogna di mostrarsi sfatto come un animale e, tra una smorfietta e l'altra, è riuscito persino a portarsi a casa la censura russa per scene omosessuali particolarmente appassionate, altro che i bacetti casti di Bohemian Rhapsody. L'unico difetto di Rocketman, se di difetto si può parlare, è che non avrà mai la medesima risonanza mediatico/commerciale del biopic su Freddy Mercury poiché è di fruizione assai più difficile, soprattutto per un pubblico italiano (le canzoni sono tutte sottotitolate in quanto spesso sostituiscono i dialoghi), e poi perché, diciamocelo, la musica di Elton John non è "popolare" come quella dei Queen (popolare in senso buono. Personalmente, per esempio, preferisco lo stile di questi ultimi) né altrettanto particolare. Se però amate i musical correte al cinema anche se non conoscete a menadito Elton John, non ve ne pentirete!


Di Taron Egerton (Elton John), Jamie Bell (Bernie Taupin), Bryce Dallas Howard (Sheila) e Stephen Graham (Dick James) ho già parlato ai rispettivi link.

Dexter Fletcher è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Eddie the Eagle - Il coraggio della follia e Bohemian Rhapsody, subentrando a Bryan Singer quando quest'ultimo è stato licenziato. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 53 anni.


Richard Madden interpreta John Reid. Inglese, ha partecipato a film come I segreti della mente, Cenerentola e a serie quali Il trono di spade e I Medici. Anche produttore, ha 33 anni e un film in uscita.


Tom Hardy avrebbe dovuto interpretare Elton John ma nel corso degli anni di "gestazione" della pellicola l'attore si è riempito di impegni e ha dovuto rinunciare; altri attori contemplati per la parte erano James McAvoy, Tom Cruise, Daniel Radcliffe e Justin Timberlake, quest'ultimo scelto dallo stesso cantante. Non è la prima volta che Taron Egerton ha a che fare con Elton John: i due avevano partecipato al film Kingsman: Il cerchio d'oro e in Sing l'attore cantava I'm Still Standing. Se Rocketman vi fosse piaciuto recuperate il pluricitato Bohemian Rhapsody e magari aggiungete anche Dietro i candelabri e Billy Elliot. ENJOY!


mercoledì 4 aprile 2018

Deathwatch - La trincea del male (2002)

Attirata da un articolo di Lucia, ho deciso di recuperare Deathwatch - La trincea del male (Deathwatch), diretto e sceneggiato nel 2002 dal regista M. J. Bassett.


Trama: sul fronte ungherese della prima guerra mondiale, un gruppo di soldati inglesi si ritrova tagliato fuori dal resto degli alleati e bloccato in una trincea dove cominciano a succedere cose misteriose...



Prima che ne parlasse Lucia non avevo mai sentito nemmeno nominare Deathwatch, o probabilmente se è successo l'ho cancellato dalla mente a causa del terribile titolo italiano, che incasella automaticamente la pellicola di Bassett nel novero delle porcate da videonoleggio. Sottovalutare Deathwatch è però un errore enorme, perché dietro al titolo italiota imbecille si nasconde un film capace di sviscerare tutto l'orrore della guerra, prima ancora di quello "sovrannaturale" che i protagonisti si ritroveranno ad affrontare. La pellicola è infatti interamente ambientata al fronte, nelle trincee dove i soldati sono costretti ad attendere bombardamenti e assalti mentre le condizioni meteorologiche, la fatica, la sporcizia, l'orrore di quanto visto in precedenza logorano lentamente ma inesorabilmente mente e corpo di chi ogni giorno deve affrontare la morte; in condizioni proibitive come queste l'idea che possa venirsi a creare un clima di paranoia e reciproca diffidenza (se non addirittura odio) anche all'interno di un gruppo che dovrebbe essere affiatato non è così peregrina ed è su questo che gioca molto Deathwatch. Epurato dell'elemento horror, il film di Bassett è la storia di soldati che perdono lentamente la testa a causa dell'attesa non solo dei soccorsi ma soprattutto di un attacco nemico, bloccati in una trincea zeppa di fango e cadaveri, con un prigioniero reso incomprensibile dall'inevitabile barriera linguistica, un ferito grave, superiori che non sanno come uscire da una situazione insostenibile eppure intestarditi dal senso dell'onore militare, soldati che sfruttano la guerra per sfogare la propria innata violenza e altri che vorrebbero essere altrove in quanto terrorizzati dall'idea della propria morte e anche da quella di causarla, come succede al giovane soldato Charlie, vero "protagonista" della pellicola. Questa situazione da sola, per come viene rappresentata realisticamente nel film, basterebbe a creare un ottimo horror ma Bassett sceglie di darle un twist sovrannaturale interamente affidato alla libera interpretazione dello spettatore, che alla fine si ritrova a chiedersi cosa diamine fosse quella maledetta trincea e perché a un certo punto i soldati cominciano a morire come mosche sotto gli attacchi di un "male" sconosciuto.


Alla sceneggiatura già di per sé intrigante si unisce una messa in scena perfetta, che concede poco ma bene al gusto del gore (una scena in particolare rivolta lo stomaco, altre ricordano alcune sequenze di Punto di non ritorno da tanto sono cupe e angoscianti, in più credo sia la prima volta che vedo utilizzato il filo spinato come elemento davvero pericoloso e doloroso, a prescindere dall'horror) e per il resto si affida alla natura labirintica di una trincea che parrebbe infinita, quasi costantemente immersa nel buio e bagnata da una pioggia insistente. In essa, vagano sempre più paranoici ed incazzati fior di attori britannici, un mix di caratteri che ho visto così ben assortiti solo in un altro horror "maschio" ed inquietante, lo splendido L'insaziabile. I singoli personaggi sono ben delineati già dalla sceneggiatura, perfettamente riconoscibili senza che ricadano tuttavia nel cliché e nel classico gioco del "chi morirà per primo?", domanda che in questo film cade decisamente in secondo piano; particolarmente riusciti, oltre al "codardo" Charlie, sono l'inquietante beghino Bradford con i suoi sermoni sull'Apocalisse, l'apparente comic relief scozzese McNess, l'integerrimo e sempre più confuso Sergente Tate, l'inutile Capitano Jennings e, soprattutto, il soldato Quinn di Andy Serkis, che è poi il motivo principale per cui mi sono messa a guardare Deathwatch dopo aver eletto Ulysses Klaue a miglior personaggio diBlack Panther. Vedere Serkis "al naturale", pervaso dal sacro fuoco di un'interpretazione borderline e violentissima, ché Quinn è davvero un sadico bastardo, riempie il cuore di gioia e fa sperare (inutilmente purtroppo, visto che sono già passati sedici anni e Serkis viene ancora principalmente utilizzato come modello per personaggi in CG privandolo di ogni riconoscimento attoriale "ufficiale") di poterselo godere un po' più spesso nei panni di villain. Motivo in più, come ho detto, per recuperare Deathwatch e dare una chance a questo film ingiustamente dimenticato.


Di Jamie Bell (Soldato Charlie Shakespeare), Laurence Fox (Capitano Bramwell Jennings) e Andy Serkis (Soldato Thomas Quinn) ho già parlato ai rispettivi link.

M.J. Bassett (vero nome Michael J. Bassett) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Silent Hill: Revelation 3D ed episodi della serie Ash vs Evil Dead. E' anche produttore.


Hugo Speer interpreta il Sergente David Tate. Inglese, ha partecipato a film come Full Monty, Nymphomaniac - Volume I e a serie quali The Musketeers e Britannia. Anche regista, ha 49 anni.


lunedì 14 aprile 2014

Nymphomaniac - Volume 2 (2013)

Pronti per re-immergervi nel favoloso mondo di Gumb..ehm... Lars Von Trier? Spero di sì perché dopo il tour de force seSuale di ieri oggi si riprende con Nymphomaniac – Volume 2 (Nymphomaniac Vol. 2). Sono insaziabile, nevvero? Mah. Come al solito, i puristi e i cinefili si astengano.


Trama: il racconto di Joe prosegue, mentre Seligman ascolta sempre più attonito. Dopo aver perso sensibilità all’”arto”, infatti, la ninfomane proseguirà la sua esistenza cadendo sempre più in basso, in un vortice di solitudine e degrado…


A dimostrazione del fatto che Nymphomaniac NON era film da dividere in due parti nonostante il cliffhanger, il tono della pellicola non cambia repentinamente dal faceto al serio ma l’allegria (in senso Trieriano, ovvero assai simile a quella di un Capezzone qualsiasi) si mantiene alta mentre lo spettatore assiste incredulo (ma anche no visto che, dopo dieci amanti al giorno per 5/6 anni COME MINIMO la protagonista là sotto avrà avuto il Tunnel della Manica) ai metodi grotteschi con i quali Joe tenta di risvegliarsi l’orgasmo, tra colpi di straccio bagnato, inganni meccanici, ricordi d’infanzia, gravidanze, big bamboos... fino a toccare, molto banalmente, il fondo sostituendo al sesso la violenza. Aspettavate la svolta cupa? Don't worry, arriverà danzando sulle punte, come avrebbe fatto Billy Eliott prima di trasformarsi nella versione annoiata dello Zed di Pulp Fiction. E se la protagonista Joe abbraccia finalmente il massimo punto di degrado, anche la pellicola, fino a quel momento scorrevole, si impantana un po' tra uno sguardo inespressivo di LaBeouf, un'autocitazione VonTrieriana e una fotografia sempre più cupa e triste, specchio dell'animo e della baginga provati della protagonista. Alla risata si sostituisce lo sbadiglio e non basta qualche spunto vagamente interessante o la "rivelazione" di Stellan Skarsgard per ridestare l'interesse, che si affloscia ulteriormente quando Nymphomaniac, che era riuscito a mantenere comunque una sua identità più o meno coerente, diventa una sorta di loffio gangster movie erotico introdotto dalle note di Burning Down The House. A quel punto le banalità si sprecano davvero, come se Von Trier avesse davanti una lista dei cliché tratta direttamente dal Manuale del piccolo sporcaccione: settant'anni vergine celo, neri superdotati celo, frusta celo, fist fucking celo, lesbicata celo, golden shower celo e, per finire in bellezza, pedofilo celo (A tal proposito, Lars, il film che hai girato è una sciocchezzuola e te lo concedo, non c'è nemmeno da arrabbiarsi o scandalizzarsi, ma per la tirata sulla pedofilia meriteresti di venir preso a calci da qui all'eternità, deficiente che non sei altro. Provare pena un paio di balle, c'è mica qualcosa che devi confessare? Ti ascolto con una mazza chiodata in mano, tranquillo). A completare l'opera ci pensa un finale da facepalm, tratto direttamente da una canzone degli Elii ma preceduto da un meraviglioso spiegone conclusivo che, senza possibilità di errori, ci spiega per filo e per segno come interpretare in chiave "psicanalisi d'accatto" OGNI scelta di Joe. GRAZIE!


Cambiando il ritmo e il tono della storia narrata cambia leggermente anche il registro utilizzato per sequenze ed immagini, che diventano molto meno pop e sperimentali rispetto al Volume 1, più cupe e "mature"; ogni tanto Von Trier tira qualche zampata delle sue, come nella sequenza dell'orgasmo accompagnato da improbabili visioni o come la genialata dell'improvviso e spiazzante fast forward nella storia, che lascia perplesso il povero Seligman, ma per il resto il Volume 2 di Nymphomaniac risulta più piatterello e banale anche visivamente. La Gainsbourg sostituisce, con mia somma gioia, l'orrida ragazzetta che interpretava Joe da giovane e si riconferma attrice di una bravura incredibile e ovviamente molto affascinante nonostante l'aria sfatta e dimessa che l'accompagna per tutta la durata del film. Le comparsate di Udo Kier e Willelm Dafoe sono invece poco più che chicche messe lì per i fan di questi due mostri sacri, tuttavia c'è da dire che il simpatico Udo si becca un omaggio talmente weird che il suo buon nome non ne viene sicuramente intaccato. Sono invece indecisa su Jamie Bell, imprigionato in un personaggio talmente caricaturale e spiazzante che diventa molto difficile farsi un'idea dell'effettiva bravura dell'attore: certo, anche solo il fatto che non sia stramazzato al suolo dalle risate durante il momento "silent duck" potrebbe indicare che il giovanotto sa fare il suo mestiere, quindi gli concederei il beneficio del dubbio. O forse sono io che non ho capito la "profondità" (e mi si perdoni il gioco di parole) di quella che ho visto solo come una perplimente postilla, aggiunta tanto per. D'altronde, mi sono vissuta allo stesso modo tutto questo bailamme sessuale messo in piedi da Lars Von Trier, prendendolo come un esercizio di stile, una mera operazione commerciale fatta di tanto fumo e pochissimo arrosto, buona giusto per fare discutere le signore e i signori bene (ma esistono ancora?) nei loro salottini borghesi e fomentare la solita diatriba tra chi odia Von Trier e chi lo ama senza riserve. Sinceramente? Io mi pongo esattamente nel mezzo, non gli auguro né bene né male. Se la mia recensione vi ha incuriositi e vi è venuta voglia di vedere Nymphomaniac guardatelo senza timore di incomprensioni o accuse di esser dei maniaci sessuali in incognito, altrimenti fate come diceva Virgilio a Dante: non vi curate di Lars ma guardate e passate, magari in queste quattro ore fate all'amore per davvero che è la cosa migliore!


Del regista e sceneggiatore Lars Von Trier ho già parlato qui. Charlotte Gainsbourg (Joe),  Stellan Skarsgård (Seligman), Shia LaBeouf (Jerome), Jamie Bell (K), Willelm Dafoe (L), Christian Slater (il padre di Joe) e Udo Kier (il cameriere) li trovate invece ai rispettivi link.

Per eventuali curiosità su Nymphomaniac - Volume 2 andatevi a leggere la recensione del Volume 1 e... ENJOY!



mercoledì 23 maggio 2012

Le avventure di Tintin: Il segreto dell'unicorno (2011)

Dopo qualche mese di attesa sono finalmente riuscita a vedere Le avventure di Tintin: Il segreto dell’unicorno (The Adventures of Tintin), diretto nel 2011 da Steven Spielberg e tratto dalla famosissima serie a fumetti del belga Hergé.


Trama: il giovane giornalista Tintin, assieme al fedele cagnolino Snowy (io l’ho visto in inglese ma dovrebbe chiamarsi Milou), si ritrova catapultato in un’avventura che lo porterà a conoscere il capitano Haddock e risolvere il mistero legato ad un suo antenato.. un mistero che potrebbe portare ad un favoloso tesoro sommerso.


Non partivo prevenuta davanti a questo film: di più. Non ero andata a vederlo al cinema innanzitutto perché era in 3D, tecnica che notoriamente sono arrivata ad odiare, poi perché, a pelle, ho sempre detestato Tintin. Mi ha sempre ricordato il peggior Topolino detective, con quel ciuffetto rosso, l’aria saputa, gli occhietti a spillo, etc. etc., e questo bastava sia ad evitare i fumetti sia la serie animata. Poi è uscito questo Le avventure di Tintin e adesso, beh… ammetto di essermi pentita di questa testarda volontà di evitare la creatura di Hergé. Infatti, il film è un capolavoro, sicuramente uno dei più bei film di animazione (ma si può chiamare così una pellicola girata in capture motion?) usciti negli ultimi tempi e il migliore girato da Spielberg da vent’anni a questa parte. Messo da parte il deludentissimo Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, finalmente il Señor Spilbergo torna a regalarci l’Avventura con la A maiuscola, quella vera, quella che ti incolla allo schermo con la bocca spalancata facendoti perdere completamente il senso del tempo, quella, in poche parole, con la quale il regista americano ha cresciuto noi fortunati bambini degli anni ’80.


Le avventure di Tintin, grazie anche all’aiuto di sceneggiatori capaci come Edgar Wright, offre quasi due ore di divertimento ininterrotto. Parlando da assoluta profana ed ignorante della serie a fumetti, ho apprezzato innanzitutto la parte più “gialla” legata al mistero degli Haddock e al galeone che da il titolo al film, che è molto coinvolgente e mantiene la suspance fino alla fine; ho trovato i personaggi molto affascinanti e ben caratterizzati, soprattutto per quanto riguarda il Capitano, che passa dall’essere uno sciagurato beone a orgoglioso, capace e saggio uomo di mare con una naturalezza incredibile, rubando più di una volta la scena al protagonista Tintin; ho adorato (nonostante non apprezzi questo genere di “spalla”) il cagnolino Snowy, sempre pronto a salvare le chiappe al padrone, intelligente e scaltro ma non pesante né inverosimile come spesso accade in questi casi; mi sono goduta, infine, il perfetto equilibrio tra i momenti comici affidati alla mitica coppia di inetti agenti Thompson e Thomson, e quelli quasi drammatici, come l’intenso flashback in cui finalmente Haddock ricorda i racconti del nonno, riguardanti l’ultima battaglia dell’antenato Sir Francis.


A proposito della battaglia ambientata nel passato, è sicuramente un pezzo di regia a dir poco magistrale, dove i movimenti del Capitano si fondono naturalmente con quelli di Sir Francis, in una vertiginosa altalena tra un “tranquillo” presente e un passato dove sono i mari in tempesta, le fiamme, le spade e la violenza a farla da padrone. Questa è sicuramente la mia sequenza preferita, ma Le avventure di Tintin è pieno di momenti mozzafiato che ci confermano come Spielberg sia molto lontano dall’appendere berretto e cinepresa al chiodo: il rapimento di Tintin, la fuga dalla nave con conseguente, disastroso volo verso il Marocco, la rocambolesca fuga dal palazzo del sultano e infine la battaglia conclusiva a colpi di gru tra Haddock e il malvagio Saccharine, per non parlare del geniale inizio con il borsaiolo cleptomane che ci introduce nel mondo di Tintin e Snowy chiarendo alla perfezione il rapporto tra i due personaggi, sono momenti di pura commozione cinefila. E la tecnica del motion capture è incredibile, in grado di generare personaggi realistici e allo stesso tempo non troppo distanti da quelli creati da Hergé: dovrebbero pensarci tutti i registi intenzionati a trasporre fumetti dal character design ben definito e marcato prima di girare roba trash come, che so, Dragonball Evolution, giusto per fare un nome. Detto questo, come avrete già ampiamente  capito, Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno è una perla che mi sento di consigliare senza remore.


 Di Andy Serkis (il capitano Haddock), Daniel Craig (Saccharine), Nick Frost (Thomson), Simon Pegg (Thompson), Cary Elwes (il pilota) e Toby Jones (Silk) ho già parlato nei rispettivi link.

Steven Spielberg è il regista della pellicola. Sicuramente uno dei più grandi autori americani viventi, se non altro uno di quelli che mi ha cresciuta, lo ricordo per film come Duel, Lo Squalo, Incontri ravvicinati del terzo tipo, 1941: allarme a Hollywood, I predatori dell'arca perduta, E.T. - L'extraterrestre, Ai confini della realtà, Indiana Jones e il tempio maledetto, Il colore viola, Indiana Jones e l'ultima crociata, Hook - Capitan Uncino, Jurassic Park, Schindler's List (con il quale ha vinto il primo Oscar per la regia), Il mondo perduto: Jurassic Park, Salvate il soldato Ryan (con il quale ha vinto il secondo Oscar per la regia), A.I.: Intelligenza artificiale, Minority Report, Prova a prendermi e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo; inoltre, ha diretto un episodio della serie Colombo. Anche produttore, sceneggiatore, attore e quant'altro, ha 66 anni e tre film in lavorazione, tra cui Indiana Jones 5.


Jamie Bell è il doppiatore originale di Tintin. Attore inglese diventato famoso giovanissimo per il ruolo di Billy Elliott nell’omonimo film, ha partecipato ad altre pellicole come King Kong e Jane Eyre. Anche direttore della fotografia, ha 26 anni e due film in uscita.


Il film ha avuto una gestazione lunghissima. Spielberg è infatti diventato fan della creatura di Hergé ai tempi de I predatori dell’arca perduta, quindi la pellicola era già in fase di progetto, ovviamente come live action, negli anni ’80 (addirittura Jack Nicholson avrebbe dovuto interpretare il capitano Haddock). E’ stato poi Peter Jackson, in tempi recenti, a convincere Spielberg a girare il film con la tecnica del motion capture, quando quest’ultimo ha chiesto l’aiuto della WETA per realizzare il cagnolino Snowy in CGI. Il film, che ha ricevuto un’unica, scandalosa nomination all’Oscar per la miglior colonna sonora originale, ha avuto così tanto successo che sono già in cantiere due seguiti: il primo, The Adventures of Tintin: Prisoners of the Sun, è previsto per il 2013, mentre un altro ancora senza titolo dovrebbe uscire nel 2015. Campa cavallo! Nel frattempo, sarà il caso, anche per me, di prendere tra le mani l’opera di Hergé, magari in qualche bel volumetto. ENJOY!

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