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martedì 19 giugno 2018

American Gangster (2007)

Dal mucchio della collezione di film, DVD, BluRay e quant'altro è cicciato fuori qualche tempo fa American Gangster, diretto nel 2007 dal regista Ridley Scott.



Trama: Frank Lucas, criminale di Harlem, riesce a diventare un pezzo grosso importando droga dal Vietnam. Il poliziotto Richie Roberts mette quindi in piedi una task force per cercare di smontare il novello impero di Lucas...



Nonostante American Gangster fosse, fin dal titolo, uno di quei film corali sul mondo della malavita che tanto adoro, all'inizio non mi aveva catturata. So che non si guardano i film "a pezzi" ma purtroppo ho pochissimo tempo libero e American Gangster dura quasi tre ore, quindi sono stata costretta a guardarlo in tre tornate e devo dire di aver sofferto parecchio l'ora "introduttiva". Forse per gli attori coinvolti, ché Washington e Crowe non sono mai stati tra i miei preferiti, forse per lo stile di Scott, sicuramente non accattivante quanto quello di Scorsese, sta di fatto che appassionarmi alla storia vera di Frank Lucas, criminale di colore impegnato a diventare il re della droga ai tempi della guerra in Vietnam, è stato difficile quanto entusiasmarmi davanti all'indagine di Richie Roberts, poliziotto "reietto" in quanto unico sbirro onesto all'interno di un dipartimento composto al 90% da agenti corrotti. Sia Frank che Richie, a differenza dei miei criminali e poliziotti preferiti, mi hanno conquistata in maniera lenta e graduale, imponendosi come personaggi a tutto tondo solo dopo essersi aperti un po' di più e, soprattutto, dopo che le loro storie hanno cominciato ad intrecciarsi tra indagini e depistaggi, fallimenti da entrambe le parti e sconfitte a livello umano, arrivando a palesare più punti in comune che differenze; entrambi i personaggi, inconsciamente o meno, desiderano essere "speciali" (un po' come l'agente speciale Trupo, tale solo di nome) ed eccellere nel loro lavoro, facendosi portavoce di valori quasi un po' antichi, che ognuno riconosce come fondamentali nell'ambiente in cui si ritrovano a gravitare. Fin dall'inizio, Frank viene descritto come un criminale vecchio stampo, intimamente legato al suo quartiere d'origine e agli insegnamenti del suo ex boss, al punto che chiunque sgarri sotto la sua giurisdizione viene punito con spietata violenza. La sua è la tipica storia di ascesa e caduta, una rovina causata da un unico momento di "frivolezza" che consente a Roberts di accorgersi di Frank per la prima volta, superando pregiudizi razziali presenti anche nel mondo del crimine: Frank Lucas, in quanto nero, viene considerato un pesce piccolo sia dagli altri boss, costretti poi a piegarsi al suo potere, sia dai poliziotti, convinti che gli unici criminali in grado di detenere il monopolio sulla droga "del momento" siano i mafiosi italiani. Se Frank è l'uomo d'affari della situazione, Richie Roberts viene invece ritratto come un "proletario" in carriera, dotato di pelo sullo stomaco e un sacco di umanissimi difetti in grado di rendere la sua vita familiare un inferno ma anche di rara intelligenza e perseveranza, due qualità che gli hanno consentito nel tempo di arrivare lontano... e stringere amicizia con la persona più impensabile.


Nonostante le mie diffidenze iniziali, bisogna dire che Washington e Crowe offrono delle interpretazioni intense e perfette, ognuno a modo suo. Il buon Denzel punta a tirare fuori la "normalità" di Frank Lucas, a mostrare una facciata di rispettabilità con un'interpretazione misurata che solo talvolta lascia il posto alla follia di una violenza che comunque non è mai caricata; questa scelta probabilmente impedisce al personaggio di fissarsi nella memoria dello spettatore come altri suoi "colleghi" famosi ma rende Frank una figura affascinante e borderline, una sorta di "legale malvagio" (anche troppo legale, a detta del vero Richie Roberts, presente come consulente durante la realizzazione del film assieme a Frank Lucas) che non sorprenderebbe trovare davvero per le strade di Harlem. Dall'altra parte, Russell Crowe conferisce al suo sbirro l'espressione pesta dello sconfitto e il fisico dell'uomo d'azione cresciuto a birra e junk food, dotato del carisma di chi non nasce "capo" ma lo diventa mostrando sempre di essere un passo avanti agli altri pur senza essere odioso nonostante la missione infame che si è preposto. Il confronto finale tra i due, che avrebbero meritato un po' più di screen time insieme, è quello tra l'uomo d'affari arrogante e l'uomo della strada che non si fa incantare né dalla ricchezza né dalle belle parole ed è una gioia vedere duettare questi grandi attori, anche quando il vecchio Scott si adagia nelle atmosfere da legal drama. Ben diversa la regia di tutto ciò che precede il finale, rigorosa ma implacabile, fredda e precisa nel mostrare la violenza di un mondo dove ogni cosa può rappresentare una minaccia, sia di giorno che di notte, sia all'aperto che nelle lussuose case dei criminali o nei tristi ufficetti dei poliziotti (a tal proposito, splendide le scenografie, giustamente nominate all'Oscar ma surclassate da quelle di Sweeney Todd, opera dei nostrani Dante Ferretti e Francesca LoSchiavo). Altro aspetto gradevole del film è la colonna sonora, un mix di blues e soul perfetto per ricreare l'atmosfera anni '70 del film e piacevolmente in contrasto con ciò che aspetta Frank negli anni '90, un deprimente esempio della musica gangsta/nigga che andava di moda all'epoca... nonché l'ulteriore rappresentazione del tempo che passa, recando seco cambiamenti non necessariamente migliori, giusto per chiudere il circolo di ciò che viene detto all'inizio a Frank dal suo boss ormai anziano. Detto ciò, probabilmente American Gangster non entrerà in un'ideale top 5 dei miei gangster movie preferiti ma è comunque un grandissimo film che sono contenta di avere visto e che vi consiglio spassionatamente se, come me, siete rimasti indietro coi recuperi!


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Denzel Washington (Frank Lucas), Russell Crowe (Richie Roberts), Chiwetel Ejiofor (Huey Lucas), Josh Brolin (Detective Trupo), Ted Levine (Lou Toback), John Hawkes (Freddie Spearman), RZA (Moses Jones), Ruben Santiago - Hudson (Doc), Carla Cugino (Laurie Roberts), Cuba Gooding Jr. (Nicky Barnes), Idris Elba (Tango), Jon Polito (Rossi) e Roger Bart (Avvocato dell'esercito) li trovate invece ai rispettivi link.

Roger Guenveur Smith interpreta Nate. Americano, lo ricordo per film come Fa' la cosa giusta, Malcom X, La baia di Eva e Final Destination. Anche sceneggiatore, ha 63 anni e sei film in uscita.


Armand Assante interpreta Dominic Cattano. Americano, lo ricordo per film come Bella, bionda... e dice sempre sì, 1942 - La conquista del paradiso, Dredd - La legge sono io e Striptease, inoltre ha partecipato a serie come Il tenente Kojak e E.R. - Medici in prima linea. Anche produttore e stuntman, ha 69 anni e quattro film in uscita.


Norman Reedus, star di The Walking Dead, compare qui nei panni del detective all'obitorio mentre il rapper Common interpreta Turner Lucas, uno dei fratelli di Frank. Il film avrebbe già dovuto venire realizzato nel 2004 con Antoine Fuqua alla regia e Denzel Washington come protagonista, assieme a Benicio Del Toro; alla fine la Universal, preoccupata per il budget (Fuqua avrebbe voluto anche Ray Liotta e John C. Reilly nel cast, il primo nel ruolo di Ritchie Roberts), ha fermato il progetto, per poi riprenderlo qualche anno dopo con Ridley Scott, nel frattempo diventato molto amico di Russell Crowe. Al grande James Gandolfini era stato offerto invece il ruolo del detective Trupo ma l'attore ha rinunciato alla parte mentre il rapper 50 Cent ha partecipato all'audizione per il ruolo di Huey Lucas. Detto questo, se American Gangster vi fosse piaciuto recuperate Quei bravi ragazzi, C'era una volta in America e The Departed - Il bene e il male. ENJOY!


mercoledì 16 dicembre 2015

Il corvo - The Crow (1994)

Siccome il Bolluomo si è appassionato a Bruce Lee, in questi ultimi tempi parlando è saltato spesso fuori il suo nome e anche quello del figlio Brandon; ho scoperto così che il Bolluomo non aveva mai visto Il Corvo - The Crow (The Crow), diretto nel 1994 dal regista Alex Proyas e tratto dal fumetto omonimo di James O'Barr, quindi una sera abbiamo deciso di rimediare.


Trama: i giovani fidanzati Eric e Shelly vengono uccisi durante la Notte del Diavolo, il giorno prima del loro matrimonio. Un anno dopo, Eric torna dal mondo dei morti guidato da un corvo, per vendicarsi degli assassini e del loro mandante...


Credo che non esista nulla di più anni '90 ed adolescenziale de Il corvo, dico davvero. Guardandolo alla mia veneranda età mi sono resa conto di come la pellicola di Alex Proyas sia stata girata non tanto tenendo in mente i fan del fumetto ma probabilmente le Smemoranda delle ragazzine dell'epoca, riempitesi in un attimo di frasi poetiche e decadenti come "Il vero amore non muore mai", "Non può piovere per sempre " e "Sbalordito il diavolo rimase quando comprese quanto osceno fosse il bene". Il bellissimo, violento ma tanto fragile Brandon Lee salta sui tetti e salva bambine in pericolo, trucida assassini ma sempre con l'ars poetica a fior di labbra, prende pallottole in petto (e che petto, scolpito, glabro, praticamente perfetto!) e nel tempo libero da sfogo a tutto il suo dolore con potentissimi assoli di chitarra, in più nei flashback scopriamo che il povero Eric Draven era squattrinato ma bellissimo e tanto, tanto innamorato. Ce n'era d'avanzo all'epoca per far sospirare le adolescenti di mezzo mondo, quelle in piena fase ribelle che cominciavano ad affacciarsi alla musica dei Cure, dei Nine Inch Nails, degli Stone Temple Pilot e dei Rage Against the Machine, solo per fare un paio di nomi dei gruppi che hanno contribuito alla colonna sonora del film, e che magari stavano passando quel periodo gotico/dark nel quale siamo caduti tutti ad una certa età; se a ciò aggiungiamo che lo sfortunato Brandon Lee è morto proprio durante le riprese, colpito da una pistola che avrebbe dovuto sparare a salve (per mano di Michael Massee, alias Funboy, che smise di recitare per un anno, devastato dai sensi di colpa) e che invece ha posto fine alla sua breve vita, è facile capire perché Il corvo sia diventato un instant cult e ancora oggi conservi integra buona parte del suo fascino. Obiettivamente, io l'ho visto tante di quelle volte che, nonostante i miei 34 anni suonati, continuo ancora a commuovermi sia durante i dialoghi tra Eric e Sarah sia davanti a quel fermo immagine che, si dice, sia stata l'ultima scena girata da Brandon Lee ma d'altronde è anche vero che ho visto Il corvo a 15 anni e ciò ha segnato la mia mentalità di ragazzina.


Guardato con occhi scevri da nostalgia e sentimentalismo, abbiamo ancora oggi un bel film cupo, dai pesanti toni horror e condito da un bel po' di violenza, solo a tratti stemperata da una buona dose di ironia o dal sottesto sentimentale che affiora insistente attraverso i ricordi felici ma dolorosi del protagonista. La macchina da presa di Proyas alterna le nitide panoramiche di una città buia, afflitta dalla pioggia o devastata dagli incendi a flashback e soggettive distorte, dai colori sbiaditi in quanto filtrati o dall'occhio della mente o da quello di un corvo (barbatrucco di Proyas, che avrebbe voluto dirigere il film in bianco e nero ed è stato così costretto a ricorrere a tutta la gamma dei grigi e dei rossi); in generale la tecnica di Proyas risulta ancora molto adatta per un film simile ma dopo vent'anni bisogna anche ammettere che l'effetto d'insieme risulta a tratti un po' troppo finto e, soprattutto, inframmezzato da ralenti inopportuni, che conferiscono alle sequenze un'aria patinata dal sapore datato. Sempre fantastici, invece, la colonna sonora (di cui ho già parlato sopra) e gli attori. Dopo Brandon Lee non c'è stato nessuno capace di incarnare così bene il Corvo, anche perché i film che sono seguiti alla pellicola di Proyas erano a dir poco imbarazzanti, ma c'è da dire che anche i caratteristi impiegati per interpretare i buoni e, soprattutto, i cattivi sono spettacolari: su tutti, ovviamente, vincono il terrificante Top Dollar di Michael Wincott (assieme all'inseparabile e vajassa sorella), l'insopportabile Gideon di Jon Polito e il viscido Grange, interpretato da un quasi irriconoscibile Tony Todd. Arrivata a questo punto, devo purtroppo ammettere di avere letto Il corvo di O'Barr tantissimo tempo fa, probabilmente pochi anni dopo aver guardato il film, quindi mi perdonino i fan dell'opera originale per non aver stilato un dettagliato elenco d'invettive contro la poca aderenza al testo, anzi, forse è stata proprio questa mia ignoranza ad avermi permesso di apprezzare Il corvo cinematografico più di quanto meritasse. Sta di fatto che, per la sottoscritta, il film di Proyas ha tutto: orrore, violenza, personaggi capaci di bucare lo schermo, bella musica, fuoco e fiamme, fuoco e fiamme!, FUOCO E FIAMME!!!. Cosa chiedere di più?


Di Ernie Hudson (Sergente Albrecht), Michael Wincott (Top Dollar), Tony Todd (Grange) e Jon Polito (Gideon)  ho già parlato ai rispettivi link.

Alex Proyas (vero nome Alexander Proyas) è il regista della pellicola. Egiziano, ha diretto film come Dark City, Io robot e Segnali dal futuro. Anche produttore, sceneggiatore, attore, tecnico degli effetti speciali e compositore, ha 52 anni e un film in uscita.


Brandon Lee (vero nome Brandon Bruce Lee) interpreta Eric Draven. Americano, figlio del mitico Bruce Lee, lo ricordo per film come Resa dei conti a Little Tokyo e Drago d'acciaio. E' morto nel 1993, all'età di 28 anni.


David Patrick Kelly interpreta T-Bird. Americano, lo ricordo per film come I guerrieri della notte, 48 ore, Commando, Cuore selvaggio, Fratelli, Ancora vivo e John Wick; inoltre, ha partecipato a serie come Miami Vice, Moonlighting, I segreti di Twin Peaks e Innamorati pazzi. Ha 64 anni e un film in uscita.


Alcune scene del film sono state necessariamente completate dopo la morte di Brandon Lee, come per esempio quella in cui Eric entra per la prima volta nel suo appartamento dopo essere risorto (ottenuta modificando digitalmente una ripresa in cui Lee camminava in un vicolo sotto la pioggia), quella in cui cade dalla finestra, quella in cui Sarah va a trovare Eric e persino quella ormai diventata cult in cui il protagonista si trucca e si volta verso la telecamera con il corvo sulla spalla, tutte girate applicando digitalmente il volto di Lee sulla figura reale di un altro attore. Passando a cose più facete, il povero James O'Barr (che compare nel film come uno dei tizi che ruba la TV dopo l'esplosione del negozio di Gideon) ha rischiato il colpo apoplettico quando ha saputo che i produttori avevano inizialmente pensato di trasformare la sua opera in un musical con Michael Jackson come protagonista; fortunatamente, nonostante O'Barr avrebbe preferito Johnny Depp al posto di Brandon Lee (vi rendete conto che oggi potrebbe non esserci più Depp? Shock!), l'arrivo di Lee e Proyas ha fatto prendere al progetto tutta un'altra piega. Tra gli altri che, come Depp, hanno scampato un orribile destino ci sono Christian Slater, River Phoenix (che è comunque morto giovane) e anche Iggy Pop, che è stato costretto a declinare l'offerta di interpretare Funboy con la promessa però di partecipare al seguito; Cameron Diaz ha invece rifiutato il ruolo di Shelley perché non le piaceva lo script. Anche Michael Berryman ha partecipato al film ma le sue scene sono state tagliate, purtroppo. Detto questo, se volete proseguire nell'avventura "corviana", vi informo che del film esistono tre seguiti (Il corvo 2, Il corvo 3 - Salvation e Il corvo - Preghiera maledetta), un remake, Wings of the Crow, e l'omonima serie TV Il corvo, durata giusto una stagione; è imminente anche il remake The Crow che, proprio in questi giorni, pare avere trovato in Jack Huston il volto del futuro Eric Draven. Staremo a vedere ma già tremo! Nell'attesa, vi fosse piaciuto Il corvo recuperate i titoli di cui sopra (tenendo a mente che i sequel fanno uno più schifo dell'altro) e aggiungete Dark City, Batman e Batman - Il ritorno. ENJOY!


domenica 11 gennaio 2015

Big Eyes (2014)

A Natale, si sa, i miracoli possono accadere. Ed è così che, senza preavviso, anche il multisala di Savona ha deciso di programmare Big Eyes, diretto dal regista Tim Burton nel 2014. Potevo forse lasciarmelo sfuggire?


Trama: dopo essere scappata dal primo marito portandosi dietro la figlia, l'artista Margaret Hawkins incontra Walter Keane. L'uomo la sposa e, per una serie di circostanze, comincia a spacciare per propri i quadri della donna, caratterizzati da figure coi grandi occhioni, raggiungendo così inaspettate vette di successo...


Tim Burton, lo sanno ormai anche i bambini, è un grande fan della pittrice Margaret Keane, ha comprato lui stesso alcuni suoi quadri e, all'epoca della relazione con Lisa Marie, aveva commissionato all'artista un ritratto della compagna. Eppure, guardando Big Eyes non ho avuto la sensazione di vedere riportata su pellicola la vita di Margaret Keane quanto piuttosto l'ignoranza e l'insensibilità di un certo tipo di pubblico che VUOLE a tutti i costi un determinato prodotto e così non ho potuto fare a meno di pensare ad un parallelo tra il regista e l'artista a cui l'ultimo film di Tim Burton è dedicato. Margaret Keane comincia la sua carriera in sordina ed è solo "grazie" alla lingua lunga del marito Walter che qualcuno, finalmente, nota quei tristi ed inquietanti bimbi dagli enormi occhi lacrimosi; Walter, che ha sempre voluto fare il pittore, rivendica così la paternità di quelle opere e nel corso del film, mano a mano che il suo successo aumenta, schiavizza sempre più la moglie con becere scuse, costringendola a chiudersi in casa a dipingere in segreto per ogni occasione che aumenterebbe la visibilità di questi quadri fino al punto da arrivare a riconoscerli SUOI e, allo stesso tempo, di commercializzarli in ogni salsa, tanto che i grandi occhi dei bambini ritratti perdono ogni parvenza di anima, diventando soltanto dei kitchissimi alienetti disprezzati dalla critica. A quel punto la Keane era già arrivata a realizzare quadri da poter rivendicare anche in pubblico, cercando di realizzarli con uno stile diverso (che purtroppo interessava ben pochi) che potesse dare corpo a sentimenti ed emozioni che ormai la donna non riusciva più ad esprimere tramite quello che era ormai diventato un lavoro a cottimo, prevedibile, viziato dal manierismo. Se la decisione della Keane vi smuove o, perlomeno, vi ricorda qualcosa, molto probabilmente anche voi, una volta nella vita, vi sarete chiesti "che fine ha fatto Tim Burton?".


Non sentitevi in colpa, ché una domanda simile me la sono posta anche io alla fine di Big Eyes. La potenza di un film però sta in quello che lascia nel corso del tempo, non subito dopo la visione, e in questi giorni in me si è innescato un pensiero nuovo che mi ha portata a rivalutare la pellicola e a ritenerla uno dei migliori Tim Burton recenti. Le ultime opere del regista (sì, anche quel Frankenweenie che pur mi era piaciuto) non erano altro che dei quadri di bambini dagli occhi grandi ed immensamente vuoti, il tentativo di tornare a dare al pubblico quello che voleva dopo il devastante cambio di marcia de Il pianeta delle scimmie, con risultati ovviamente disastrosi (tolto Big Fish); sempre il solito Johnny Depp, sempre la stessa Bonham Carter, sempre la solita poetica del diverso, sempre i soliti personaggi vagamente gotici ma sempre più privi di quella poesia, di quell'ironia vintage, di quella struggente malinconia che erano riuscite a rendere unico persino un cinecomic (anche se ancora non si chiamavano così) come Batman - Il ritorno. "Rivogliamo il vecchio Tim Burton" è una cosa che ho detto spesso anche io e ad ogni sua pellicola ancora spero ingenuamente in un suo ritorno ma la verità è che i tempi e le persone cambiano, soprattutto gli artisti; continuare a mungere sempre la stessa vacca, per accontentare pubblico e critica, quando ormai davvero in quell'ambito non si ha più nulla da dire, significa tirare fuori degli obbrobri e venire detestati e svalutati. Ecco così che Burton si affida ad Amy Adams e Christoph Waltz (la prima brava, il secondo immenso, un perfetto cialtrone che ruba spesso e volentieri la scena alla protagonista) per creare il suo film forse meno "personale", meno riconoscibile sicuramente per quel che riguarda lo stile di regia e la colonna sonora, indiscutibilmente "semplicino" e ben lontano dai capolavori del regista ma anche più rilassato, più piacevole dal punto di vista della sceneggiatura, ironico e graffiante a tratti ma soprattutto coinvolgente ed interessante: ecco quello che mancava agli ultimi film di Burton, signori, la capacità di coinvolgere emotivamente un pubblico che si ritrovava a sbadigliare davanti a tanta freddezza, tanto manierismo privo di contenuti e, inevitabilmente, a ricoprire di giusti insulti il povero Tim. Che tornerò, giustamente, ad insultare per la scellerata decisione di dirigere Beetlejuice 2 ma che, dopo questo delizioso Big Eyes, attenderò con piacere per quel che riguarda Miss Peregrine's Home for Peculiar Children, sperando davvero che il regista abbia trovato una nuova strada.


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Amy Adams (Margaret Keane), Christoph Waltz (Walter Keane), Jason Schwartzman (Ruben), Danny Houston (Dick Nolan) e Jon Polito (Enrico Banducci) li trovate invece ai rispettivi link.

Krysten Ritter interpreta DeeAnne. Americana, ha partecipato a film come Margaret, Veronica Mars - Il film e a serie come Veronica Mars, Una mamma per amica e Breaking Bad; come doppiatrice ha lavorato nelle serie Robot Chicken e The Cleveland Show. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 33 anni e due serie Marvel in uscita, A.K.A. Jessica Jones e The Defenders, dove dovrebbe interpretare per l'appunto l'eroina Jessica Jones.


Terence Stamp interpreta John Canaday. Inglese, lo ricordo per film come Superman, Superman II, Link, Priscilla - La regina del deserto e Wanted - Scegli il tuo destino. Ha 75 anni e un film in uscita.


Gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski avevano già lavorato allo script del precedente biopic di Tim Burton, Ed Wood. Kate Hudson e Thomas Haden Church erano la prima scelta per interpretare i due protagonisti ma sono stati "sostituiti" da Reese Witherspoon e Ryan Reynolds; la lunga gestazione del progetto ha costretto però i due attori ad abbandonare l'impresa, lasciando posto così ad Amy Adams e Christoph Waltz. Se volete invece vedere la vera Margaret Keane al di fuori dei titoli di coda, sappiate che la trovate seduta su una panchina alle spalle dei due protagonisti nella scena in cui dipingono al parco. Detto questo, se Big Eyes vi fosse piaciuto recuperate anche Saving Mr. Banks, Big Fish ed Ed Wood. ENJOY!

martedì 8 ottobre 2013

L'uomo che non c'era (2001)

In questi giorni ho riguardato, dopo un sacco di anni, L'uomo che non c'era (The Man Who Wasn't There), diretto nel 2001 da Joel ed Ethan Coen. La recensione che segue sarà un po' atipica e vi spiegherò meglio il perché...


Trama: Ed Crane, un silenzioso barbiere sposato ad una moglie infedele, per ottenere denaro ricatta l'amante di lei e mette in moto una serie di tragici eventi...


Prima di cominciare la recensione dovete sapere che io, tutte le mattine, mi concedo mezz'ora di film da guardare mentre faccio colazione. Vivendo ancora con i miei, capita che mmadree sia ancora a letto mentre io sono già in piedi e ovviamente tengo basso il volume per non disturbare. La decisione, inoltre, di acquistare DVD in Inghilterra a causa del prezzo notevolmente più basso e l'assenza di spese di spedizione fa sì che, spesso, la traccia audio preveda solo la lingua inglese e, ahimé, l'assenza di sottotitoli. Questo è stato il caso di L'uomo che non c'era, di cui ho ovviamente capito gli aspetti salienti della trama perdendo però almeno il 50% del costante monologo del protagonista Ed Crane, che accompagna come nella migliore tradizione noir le immagini della pellicola. Premesso che, prima o poi, riguarderò per la terza volta L'uomo che non c'era in condizioni migliori, l'inconveniente mi ha fatta però concentrare sulle tre cose che rendono questo film l'ennesimo capolavoro dei Fratelli Coen e cioé la bellezza delle immagini, la delicatezza della colonna sonora e l'incredibile bravura di un Billy Bob Thornton praticamente perfetto.


L'uomo che non c'era è un bellissimo omaggio al cinema degli anni '50, girato in un bianco e nero talmente nitido che ogni dettaglio risalta alla perfezione, dai capelli tagliati dal barbiere al fumo di sigaretta che avvolge costantemente Ed Crane, sia nelle riprese esterne, che siano notturne o diurne, sia in quelle girate in interni. La colonna sonora è composta da una semplice ma intensa partitura per pianoforte, che comincia ad insinuarsi maggiormente nelle orecchie dello spettatore dopo l'arrivo di Birdy, la ragazzina pianista interpretata da una giovanissima Scarlett Johansson, mescolandosi alla voce roca e monocorde del protagonista e sottolineando i momenti più amaramente tragici e riflessivi della vicenda. Come quasi tutte le opere dei Coen, infatti, il film racconta la tragica banalità delle quotidiane vicende umane e quello che accade quando persone prive di nerbo decidono (o si trovano costrette a) di cambiare, seppur brevemente, il loro modo di essere: quando Crane, il laconico, passivo e rassegnato Crane decide di investire soldi in quella che è palesemente una fregatura "moderna", mette in moto eventi ampiamente prevedibili e per questo ancora più grotteschi e a loro modo tristi, sanguinosi. L'assurdità dell'intera faccenda viene sottolineata da riferimenti costanti a quei terribili giornaletti come Life magazine, a credenze popolari legate agli alieni e da personaggi sopra le righe come l'avvocato di Tony Shalhoub, profittatore e pieno di sé, perfetta incarnazione di una giustizia a dir poco kafkiana.


Billy Bob Thornton, come ho detto, è perfetto e avrebbe meritato l'Oscar. Sono ben pochi i moti di sorpresa o dolore che donano espressività al volto del suo personaggio, che diventa così un perfetto "Uomo che non c'era": Crane è inesistente sia per la moglie, una scazzata e bravissima Frances McDormand, sia per il logorroico cognato, sia per il padre di Birdy che si assopisce in sua presenza come se non avesse nessuno in salotto, sia per l'avvocato che non crede alla sua confessione di colpevolezza. Le uniche tre persone che si accorgeranno della presenza di Crane (tra le quali spicca il mio adorato James Gandolfini) saranno, molto ironicamente, quelle che poi lo porteranno alla rovina definitiva, chi in un modo chi in un altro... ma la verità è che, come tutti i perdenti del cinema dei Coen, Crane era già destinato ad una vita (o una morte) come minimo insignificante o insoddisfacente. L'uomo che non c'era, dunque, è un film particolare, forse uno dei più assurdi e di difficile interpretazione dei fratelli Coen ma anche uno dei più belli ed eleganti, dei più tristi e definitivi. Recuperatelo e, magari, ascoltate bene i dialoghi, non fate come me!


Dei registi e sceneggiatori Joel ed Ethan Coen ho già parlato qui mentre Billy Bob Thornton (Ed Crane), Frances McDormand (Doris Crane), Michael Badalucco (Frank), Scarlett Johansson (Birdy Abundas), Richard Jenkins (Walter Abundas) e Tony Shalhoub (Freddy Riedenschneider) li trovate ai rispettivi link.

James Gandolfini (vero nome James Joseph Gandolfini Jr.) interpreta Big Dave Brewster. Grandissimo attore purtroppo prematuramente scomparso, ha raggiunto il successo con la serie I Soprano ma lo ricordo anche per film come L’ultimo boyscout – Missione sopravvivere, Una vita al massimo, Get Shorty, She’s So Lovely – Così carina, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, Il tocco del male, 8MM – Delitto a luci rosse, The Mexican, Il castello, Cogan – Killing Them Softly e Zero Dark Thirty. Anche produttore, è morto quest’anno all’età di 51 anni ma ha ancora un film in uscita. 


Jon Polito (vero nome John Polito) interpreta Creighton Tolliver. Americano, lo ricordo per film come Highlander – L’ultimo immortale, Il corvo – The Crow, Il grande Lebowski, Stuart Little – Un topolino in gamba e Gangster Squad, inoltre ha partecipato alle serie Miami Vice, La signora in giallo, Innamorati pazzi, NYPD, Pappa e ciccia, Millennium, Nash Bridges, Una mamma per amica, Scrubs, Tutto in famiglia, Desperate Housewives, Masters of Horror, Medium, Ghost Whisperer, Two and a Half Men e Monk. Ha 63 anni e due film in uscita tra cui Big Eyes, l’ultima pellicola di Tim Burton.


Nel cast figura anche, nei panni di Ann Brewster, l’attrice Katherine Borowitz, moglie di John Turturro. Il film, candidato all’Oscar per la miglior fotografia, è stato girato a colori e poi virato in bianco e nero ma, per errore, ne era stata distribuita una copia “non trattata” che è finita poi, in alcuni Paesi, nell’edizione speciale del DVD. A prescindere da questa curiosità, se L’uomo che non c’era vi fosse piaciuto consiglio la visione di Sin City, Blood Simple e l’originale Il postino suona sempre due volte. ENJOY!

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