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martedì 14 luglio 2026

Minions & Monsters (2026)


Sabato sera sono andata al rinnovato cinema di Albisola a vedere Minions & Monsters, diretto e co-sceneggiato dal regista Pierre Coffin.

Trama

Due Minions, James e Henry, decidono di perseguire un sogno ben diverso da quello del resto della loro tribù, ovvero realizzare un film. Per poter girare uno splendido film di mostri, utilizzano un libro di incantesimi che ne evoca davvero uno...

RECENSIONE

Ho sempre amato i Minions e il loro grande capo Gru, ma col tempo mi sono un po' disaffezionata, al punto che non ho mai recuperato Cattivissimo me 4. Stavo quasi per lasciare perdere anche Minions & Monsters, nonostante il trailer simpatico e la presenza di un mini-Cthulhu, ma per fortuna ho dato una scorsa al post entusiasta di Solaris e, spinta dalla curiosità, ho approfittato della programmazione albisolese per andarlo a vedere. Poi dicono che ormai i blog sono morti e non servono più a nulla! Sono felice di essermi fidata, perché Minions & Monsters è sì l'ennesima aggiunta ad un franchise di successo che non accenna a volersi fermare, ma anche e soprattutto un'immensa dichiarazione d'amore al Cinema, la macchina dei sogni in grado di realizzare quelli delle menti più visionarie e poetiche, e di regalarne altri a quanti sono pronti a sedersi per un paio d'ore nelle poltrone di una sala. La storia di Minions & Monsters, da collocarsi cronologicamente prima dei fatti narrati nel primo Minions, si concentra, infatti, su due Minions in particolare, James ed Henry. Mentre i loro colleghi hanno come unico scopo nella vita quello di trovare un "grande capo" malvagissimo da seguire, James ed Henry sono guidati da fantasia e senso dell'umorismo; in particolare, James adora disegnare storie, tanto quanto Henry adora ascoltarle e condividere con l'amico la propria unicità. Dopo tutta una serie di esilaranti vicissitudini, i Minions finiscono nella Hollywood di fine anni '20 e si ritrovano protagonisti assoluti della scena cinematografica dell'epoca, quella precedente la transizione dai film muti al sonoro. E' proprio lì, prima che la trama introduca i Monsters del titolo, che Minions & Monsters diventa un gioiellino per i cinefili adulti (c'è anche una favolosa zampata sul finale, che non vi spoilero); per il modo in cui il film racconta l'energia, l'esagerata opulenza e la gloria di un'industria cinematografica al suo apice, con tutti i suoi pregi e difetti, la facilità con cui chiunque poteva dare forma a sogni e desideri, e anche la tragica velocità con cui i sogni potevano trasformarsi in incubi di indigenza, dopo anni di fama e denaro. Un dualismo incarnato alla perfezione dai geniali produttori Frank ed Elwood, mostro di cattiveria l'uno ed ottimista tutto zucchero l'altro, emblemi del destino estremo che lambiva chiunque si avvicinasse ad Hollywood.

Questa parte di Minions & Monsters è davvero l'equivalente animato di quel trionfo che era il Babylon di Chazelle, di cui riprende alcuni elementi chiave, sia a livello di trama che di messa in scena (la transizione da muto a sonoro avrebbe sicuramente risollevato l'animo del povero Jack Conrad di Babylon, perché pronunciare parole storiche come "Rosebud/Rosabella" in minionese farebbe sembrare perfetta la voce di qualsiasi attore!). A proposito di quest'ultima, dal momento in cui i Minions mettono piede ad Hollywood c'è da diventare matti a trovare tutti gli omaggi alla settima arte, con capolavori parodiati non solo durante gli splendidi titoli di testa, oppure con intere sequenze dedicate, ma anche con riferimenti blink and you'll miss it all'interno delle scene più concitate, in primis quella dell'inseguimento in treno all'interno di una trafficatissima strada; probabilmente, però, la sequenza più emozionante per un cinefilo è quella del dietro le quinte, una lunghissima carrellata che offre un meravigliato sguardo alle magie praticate dalle maestranze, indispensabili protagonisti per il corretto funzionamento della macchina dei sogni, ancor più di attori e registi blasonati. Per quanto riguarda l'aspetto "monsters", l'impatto visivo degli stessi è efficacissimo, perché il character design di Goomi e colleghi è meraviglioso così come le animazioni, ed è interessante anche il modo in cui la parte di trama che li vede coinvolti, assieme a James, Henry ed Ed, scorra in parallelo con l'altrettanto assurda vicenda di Dick e degli altri Minions, finiti dritti all'interno di una storia di fantascienza che, a un certo punto, acquista tutte le sfumature di una love story d'altri tempi. Giuro senza vergogna che non avrei dato un euro a questo Minions & Monsters, invece si è rivelato uno dei capitoli migliori del franchise e una boccata di aria fresca capace di coniugare meraviglia cinefila e grasse risate. Approfittate delle arene estive, all'interno delle quali sarà sicuro mattatore ancora per un po', e recuperatelo!!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Pierre Coffin, che doppia anche i Minions, ho già parlato QUI. Allison Janney (voce originale di Olivia), George Lucas (sé stesso), Christoph Waltz (Max), Jeff Bridges (Frank e Elwood), Jesse Eisenberg (Dort), Trey Parker (Goomi), Zoey Deutch (Debbie) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Nella versione italiana, il regista Max è doppiato da Maccio Capatonda. Minions & Monsters si colloca cronologicamente prima di Cattivissimo me, Cattivissimo me 2, Minions, Cattivissimo me 3, Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo e Cattivissimo me 4, tutti film che vi consiglio di recuperare, anche se Minions & Monsters è perfettamente fruibile anche da solo. ENJOY!

venerdì 28 novembre 2025

2025 Horror Challenge: Frankenstein (2025)

Siccome la challenge di questa settimana chiedeva di scegliere un film liberamente, dopo più di un mese, sono riuscita anch'io a guardare Frankenstein, diretto e sceneggiato dal regista Guillermo del Toro a partire dall'omonimo romanzo di Mary Shelley.


Trama: Victor Frankenstein, scienziato ossessionato dall'idea di garantire l'immortalità agli umani, crea un essere vivente assemblando pezzi di vari cadaveri ma qualcosa va storto...


Del Frankenstein di del Toro hanno ormai parlato tutti, tra chi lo ha amato, chi lo ha odiato e chi conosce la poetica del regista a menadito e ha sicuramente da dire cose molto più interessanti di quelle che potrei scrivere io, quindi sarò molto terra terra. Comincio dicendo la più trita delle banalità, ovvero che Frankenstein è un film visivamente splendido, che avrebbe meritato una capillare diffusione in sala, e non un paio di proiezioni speciali e poi via!, su Netflix, sui televisori scrausi della gente poraccia come la sottoscritta, che non ha spazio per quei catafalchi che prendono mezzo muro e un impianto sonoro adeguato. Vista a casa, la bellezza delle immagini create dal regista è sprecata. Le sequenze di Frankenstein sono dei richiami costanti all'arte, sia pittorica che scultorea; in esse i personaggi vivono immersi all'interno di palazzi sontuosi e strabordanti quadri, le tavole anatomiche sono dei capolavori realizzati a matita, i cadaveri nascondono terrificanti imperfezioni, sistemati in eleganti pose plastiche, ogni edificio è dotato di una simmetria eccelsa, persino la casetta del povero cieco, e i paesaggi sembrano usciti da quadri del periodo romantico, per non parlare dei colori degli abiti femminili, con i rossi accesi, il verde che richiama il dorso iridescente dei maggiolini, e l'azzurro delle piume degli uccelli esotici. Come sempre, del Toro non lascia nulla al caso ed ipnotizza lo spettatore, aiutato da effetti speciali digitali atti ad enfatizzare un gusto per il gotico e il teatrale a cui il regista riuscirebbe a dare forma anche da solo, e realizza un film all'interno del quale convivono un orrore quasi triviale e un lirismo leggero, commovente, caratteristiche che si ripropongono nei personaggi, al di là di ogni preconcetto e convenzione. Anche in questo caso, infatti, del Toro ha ripreso il materiale originale di Mary Shelley e lo ha rivisitato assecondando la propria poetica, che ha sempre un occhio di riguardo nei confronti dei diversi e dei mostri. Così, la creatura interpretata da Jacob Elordi esterna in un sembiante "rattoppato" ma mai sgradevole la sua natura di creatura pura ed innocente, un neonato nel corpo di adulto costretto a subire le angherie di un uomo che non ha mai superato i traumi di un'infanzia priva di affetto e colma di orrore. 


Il carattere di Victor Frankenstein, già non molto gradevole nel romanzo, si estremizza all'interno del film concretizzandosi in un uomo egoista, superbo e cattivo, un immaturo spinto dal fuoco della scienza che, di fronte a un risultato (a suo parere) inferiore a quello sperato, si stufa, letteralmente, della creatura da lui messa al mondo. Nell'opera di Mary Shelley il protagonista inorridisce e quasi impazzisce di fronte all'abominio creato, fugge dalla propria responsabilità finché non è lo stesso mostro, disperato, a decidere di richiamare la sua attenzione nel peggiore dei modi. Qui, invece, Frankenstein inizialmente cerca di educare il mostro attraverso lo stesso crudele distacco del padre, ma rinuncia dopo pochissimo tempo, preferendo intessere una tela di inganni per sviare chi ha capito che la creatura, nonostante l'aspetto, è innocente da far pietà, in primis Elizabeth. Anche quest'ultima è ben diversa dal personaggio creato dalla Shelley, ed è fondamentale per aumentare l'empatia del pubblico nei confronti del "mostro", perché Elizabeth è l'unica che riesce, fin da subito, ad entrare in risonanza con l'animo puro di una creatura che non riuscirà mai ad integrarsi in una società che rifiuta la diversità e l'imperfezione, due caratteristiche che appartengono anche alla ragazza, dolorosamente consapevole di doversi piegare alle leggi del mondo fino a rinnegare se stessa. Una consapevolezza che, ovviamente, non si addice all'arroganza di Frankenstein il quale, combattendo contro le leggi umane e divine, diventa causa della sua stessa rovina. Infatti, tutte le tragedie che colpiscono Frankestein nel film avvengono o direttamente per mano sua, oppure sono una conseguenza immediata delle sue azioni scellerate, mentre la creatura agisce per disperazione o vendetta, ma senza quella vena di malizia crudele che, nel romanzo della Shelley, la spingeva a compiere atti ingiustificabili. Questo cambiamento è perfettamente coerente con la poetica del regista, e mantiene comunque quell'ambiguità che impedisce di connotare i personaggi come semplicemente buoni o cattivi, tanto che sul finale il confronto tra il padre, Victor, e il figlio da lui creato, risulta assai commovente. Non tanto quanto avrei sperato, in effetti, e lo stesso vale un po' per tutto Frankenstein, dal quale mi aspettavo di venire travolta come è successo con altre opere passate di del Toro. Di fatto, ho apprezzato tantissimo l'estetica e gli attori, ma alcune cose a livello di trama mi hanno lasciata freddina. Siccome, però, non vorrei che queste sensazioni derivassero dalle aspettative fomentate dall'entusiasmo della maggior parte degli spettatori, mi riservo di riguardare Frankenstein tra qualche anno, e di lasciarmi conquistare in toto dalla magia di del Toro


Del regista e sceneggiatore Guillermo del Toro ho già parlato QUI. Oscar Isaac (Victor Frankenstein), Jacob Elordi (la creatura), Christoph Waltz (Harlander), Mia Goth (Elizabeth/Claire Frankenstein), Charles Dance (Leopold Frankenstein), David Bradley (il cieco), Ralph Ineson (Professor Krempe) e Peter MacNeill (Professor Maurus) li trovate invece ai rispettivi link.


Felix Kammerer
, che interpreta William Frankenstein, era il protagonista di Niente di nuovo sul fronte occidentale. Andrew Garfield era stato scelto per il ruolo della creatura, ma ha dovuto rinunciare per via di altri lavori. Se Frankenstein vi è piaciuto, recuperate le fonti di ispirazione di del Toro, ovvero il Frankenstein del 1931, La moglie di Frankenstein e aggiungete anche La forma dell'acqua e Crimson Peak. ENJOY!

martedì 18 agosto 2020

Georgetown (2019)

Quest'estate al cinema non sta uscendo nulla ma fortunatamente vengono in soccorso le varie piattaforme di streaming, dove mi sono guardata Georgetown, diretto nel 2019 dal regista Christoph Waltz e tratto dall'articolo The Worst Marriage in Georgetown di Franklin Foer.


Trama: Ulrich Mott, ambizioso diplomatico di origine tedesca, diventa il principale sospettato della morte della moglie, molto più anziana di lui.



Per la sua prima prova dietro la macchina da presa, l'attore Christoph Waltz ha scelto di cimentarsi con la vera storia di Albrecht Gero Muth, cadetto dell'esercito tedesco che negli anni '80 aveva sposato la scrittrice e giornalista Viola Herms Drath, di 40 anni più vecchia di lui, e ovviamente di prestare anche il volto alla versione "fittizia" di Muth, Ulrich Moth. Georgetown comincia in medias res, durante una cena in onore proprio di Ulrich, rinomato diplomatico di Washington, che si conclude con la morte misteriosa della moglie Elsa, e da lì dipana tutta la matassa di segreti che circondano Ulrich. Benché per la prima mezz'oretta non si capisca molto bene dove voglia andare a parare Georgetown (in realtà il Bolluomo, a cui il film è piaciuto con riserva, ritiene che non ci sia molto da dire nemmeno dopo), soprattutto perché il tono dell'intera pellicola si mantiene sul grottesco e non aiuta a prendere granché sul serio la triste sorte della povera Elsa né ad inquadrare al meglio la figura di Ulrich, grazie ad una serie di "capitoli" dedicati ai vari step della carriera diplomatica del protagonista il quadro della vicenda diventa a poco a poco chiaro, benché non meno assurdo, e veniamo a conoscenza di un uomo che ha fatto dell'aria fritta la sua ragione di vita, costruendosi un'immagine pubblica a misura del proprio enorme ego approfittando delle mille falle del sistema politico e burocratico di Washington. Un'idea che sarebbe persino degna di ammirazione, visto che Ulrich non è un incapace, non fosse per il modo in cui Elsa viene sfruttata dall'uomo, che dapprima fa leva sul suo amore e poi, quando è chiaro che il sentimento di lei non sarebbe mai stato ricambiato, la relega al ruolo di facoltosa garante di un nome privo di sostanza.


Christoph Waltz, come regista, sceglie un approccio classico e un'intricata struttura a salti temporali, avvalendosi verso il finale di piani americani cupi e rivelatori per chi ha cominciato a mangiare la foglia. Come attore, sappiamo che è un gigione matricolato, un raffinatone che non disdegna di "abbassarsi" e recitare anche in ruoli infimi per pessimi blockbuster, con personaggi sempre un po' in bilico tra la cattiveria assoluta e l'ambiguità condita da un pizzico di follia; ecco, Ulrich Mott è un personaggio di questo tipo, impossibile, fin dall'inizio, da connotare come positivo e tuttavia non così malvagio da prenderlo in odio fin da subito, in virtù di un fascino impossibile da ignorare che non stupisce colpisca anche una signora scafata ed intelligente come Elsa. Quest'ultima è interpretata da una Vanessa Redgrave che, soprattutto sul finale, dimostra di essere una grandissima attrice alla veneranda età di 83 anni e di riuscire a tenere testa a un Christoph Waltz a tutto tondo, come al solito penalizzato da quel doppiaggio italiano che va benissimo per personaggi con una simpatica vena di follia come King Schultz, ma che risulta fuori posto e a tratti ridicolo su un uomo serio, calcolatore e dal fascino sottile come Ulrich Mott. Non pervenuta, purtroppo, Annette Bening nei panni della figlia di Elsa, Amanda, ridotta al ruolo di voce della coscienza inascoltata e di donna in carriera in cerca di verità sulla madre, decisamente poco per un'attrice del suo calibro. Mi sentirei di dire che questo è l'unico vero difetto di Georgetown, un film che mi sono goduta dall'inizio alla fine e che, per quanto non sia sensazionale, consiglio per una serata "intelligente".


Del regista Christoph Waltz, che interpreta Ulrich Mott, ho già parlato QUI. Vanessa Redgrave (Elsa Brecht) e Annette Bening (Amanda Brecht) le trovate invece ai rispettivi link.


Se Georgetown vi fosse piaciuto guardate L'inventore di favole (lo trovate su Chili o Infinity) e La grande scommessa (lo trovate su Netflix). ENJOY!

martedì 19 febbraio 2019

Alita - Angelo della battaglia (2019)

Spinta dalle aspettative esaltate di quanti lo stavano aspettando, sabato sono andata a vedere Alita - Angelo della battaglia (Alita: Battle Angel), diretto dal regista Robert Rodriguez e tratto dal manga Alita l'angelo della battaglia di Yukito Kishiro.


Trama: il dottor Ito trova in una discarica il cervello ancora intatto di una cyborg e lo impianta nel corpo della figlia defunta. La giovane Alita, immemore della sua vita passata, deve così scoprire cosa si cela nei suoi flashback e nelle sue prodigiose abilità di lottatrice...


Credo di essere una delle quattro persone al mondo che non hanno mai letto Alita l'angelo della battaglia, manga che negli anni '90 aveva contribuito alla diffusione della cultura "otaku" in Italia e al boom che ne è derivato. Sono comunque andata al cinema spinta da due nomi, quello di James Cameron alla sceneggiatura e alla produzione e quello di Robert Rodriguez alla regia. Inoltre, non conoscendo l'opera originale, ero anche felice del fatto di non dover subire gli effetti nefasti della sicura banalizzazione e semplificazione dei temi trattati nel manga ad uso e consumo del popolo bue occidentale, cosa che mi ha portata a vivere Alita - Angelo della battaglia come un Ready Player One un po' più trash e banalotto. Non cercate significati particolari, fossero anche quelli "buonisti" e tanto vituperati dalla cVitica alla Spielberg o alla Disney, perché Alita mi è parso giusto una scusa per mostrare incredibili effetti speciali al servizio di violentissime scene action ai danni di cyborg, robot e cagnolini (fuori dall'inquadratura, mentre il montaggio furbo consente di assistere al taglio netto di un corpo umano senza che la dicitura PG-13 ne risenta, anche perché in tutto questo c'è gran dispendio di sangue azzurro), al limite c'è un vago monito a non tradire amici e amanti per raggiungere i propri scopi, per quanto spinti dalla disperazione, ché non sempre chi vive in paradiso è migliore di chi sta all'inferno. Ogni personaggio del film, infatti, è letteralmente portato a vivere perennemente con lo sguardo al cielo, alla città sospesa di Zalem, dove vigono promesse di ricchezza e superiorità contro il pianeta/discarica che sta sotto, un melting pot di culture e razze all'interno del quale cyborg ed esseri umani più o meno potenziati convivono sotto l'egida di una legge marziale mantenuta da cacciatori di taglie. In tutto questo, la giovane Alita deve ricordare la sua vita passata mentre comincia a viverne una nuova fatta di amori adolescenziali, scoperte scioccanti su se stessa e su chi la circonda, ed episodi di violenza sempre più incontrollabili alimentati da una malvagia eminenza grigia che risponde al nome di Nova e che arriva a sfruttare persino lo sport nazionale, il Motorball, per eliminare Alita e le ultime vestigia di un passato radicato nientemeno che su Marte. Quanto alla protagonista, di per sé Alita è scema come un tacco ed ingenua come poche, degno contrasto con un corpo e un addestramento marziale che la rendono una macchina da guerra superiore a qualsiasi altra in grado di offrire così allo spettatore un po' di gioia.


I momenti veramente esaltanti di Alita - Angelo della battaglia sono infatti quelli in cui l'"angelo" da il meglio di sé, con una furia devastante unita alla consapevolezza di dover eliminare qualsiasi ostacolo le si pari davanti; che sia in una rissa "da bar", in una gara di Motorball mozzafiato oppure in un corpo a corpo contro cyborg sempre più mostruosi, Alita salta, vola e calcia con grazia, accompagnata da urla di battaglia cariche di sdegno e dall'abilità caciarona di Rodriguez dietro la macchina da presa. Il buon Robert si è fatto le ossa con la trilogia del Mariachi e con i vari Spy Kids e si vede, perché è in grado di "piegarsi" alle regole del PG-13 senza rinunciare a rendere chiaramente ciò che accade nelle varie sequenze anche nei momenti più concitati, riuscendo a destreggiarsi sia nei momenti più "fisici" sia in quelli dove sono gli effetti speciali a farla da padroni, ovvero per più di metà film. Alita - Angelo della battaglia è infatti il trionfo del digitale e della motion capture, a partire dalla protagonista con gli enormi occhioni e il corpo sproporzionato modellata su Rosa Salazar, una bambolotta carinissima e in qualche modo molto umana che interagisce alla perfezione con i suoi nemici cyborg, forse un po' meno riusciti ma comunque impressionanti e per nulla posticci. Anzi, mi verrebbe da dire che gli unici a risultare "finti" sono proprio gli attori blasonati infilati a forza in questa mega-produzione solo per fare la figura dei cioccolatai, Christoph Waltz in primis. Ecco, io non riesco a capire come Waltz possa passare dall'essere un attore con la A maiuscola, indimenticabile e fondamentale (soprattutto quando viene diretto da Tarantino) all'essere un povero cristo scoglionato che non sa bene come sia capitato sul set, come in questo caso; per carità, non va meglio a un non accreditato Edward Norton o alla sempre splendida Jennifer Connelly, costretta in un ruolo di villainess tra i più mosci ed indecisi mai scritti, per non parlare dell'elegante Mahershala Ali che meriterebbe ben altre occasioni, e sicuramente al 90% del pubblico non fregherà una cippa del trattamento di questi grandi nomi, però a me si spezza un po' il cuore. Fatto ad uso e consumo del popolino nerd, Alita - L'angelo della battaglia mi è sembrato, in definitiva, un film divertente e ben realizzato ma più effimero di qualsiasi cinecomic Marvel in quanto maggiormente privo di quell'elemento che consente al personaggio Alita di elevarsi rispetto al resto dei cyborg: il cuore. Mi sa che sto invecchiando, eh?


Del regista Robert Rodriguez ho già parlato QUI. Christoph Waltz (Dr. Dyson Ido), Jennifer Connelly (Chiren), Mahershala Ali (Vector), Ed Skrein (Zapan), Jackie Earl Haley (Grewishka), Jeff Fahey (McTeague), Derek Mears (Romo), Casper Van Dien (Amok), Edward Norton (Nova) e Michelle Rodriguez (Gelda) li trovate invece ai rispettivi link.

Rosa Salazar interpreta Alita. Americana, ha partecipato a film come Bird Box e a serie quali American Horror Story. Anche regista e sceneggiatrice, ha 34 anni.


Il film è finito nelle mani di Robert Rodriguez perché James Cameron (che covava il progetto dall'inizio del nuovo millennio) era troppo impegnato coi sequel di Avatar ed è rimasto come produttore e cosceneggiatore; Rosa Salazar ha invece battuto alle audizioni Zendaya e Bella Thorne. Se Alita - Angelo della battaglia vi fosse piaciuto recuperate il manga edito da Planet Manga e "spezzato" in tre serie: Alita, Alita Last Order  e Alita Mars Chronicles. ENJOY!


domenica 24 luglio 2016

The Legend of Tarzan (2016)

Avrete notato che i film nuovi da recensire languono, ma d'estate è normale. Oggi tuttavia riesco a parlare di The Legend of Tarzan, diretto dal regista David Yates e ovviamente tratto dai romanzi di Edgar Rice Burroughs.


Trama: dopo molti anni passati in Inghilterra assieme a Jane, John Clayton alias Tarzan ritorna nella sua terra natìa su invito del Re del Belgio, impegnato in una violenta espansione coloniale in Congo. L'invito nasconde però una minaccia dal passato, che John Clayton sarà costretto ad affrontare...


Ciò che vale per i dinosauri, vale anche per Tarzan: la creatura di Burroughs non mi ha mai affascinata e in 35 anni non mi è ancora capitato di leggere un romanzo dedicato al "Signore delle Scimmie" (né credo capiterà, per inciso). Ammetto di avere guardato The Legend of Tarzan giusto per il bel trailer, l'addominale devastante di Alexander Skarsgård e la presenza di Christoph Waltz ed effettivamente almeno per quel che riguarda gli ultimi due punti sono stata parecchio soddisfatta. Riguardo alla bellezza e al coinvolgimento emotivo promessi dal trailer, diciamo invece che se ne può discutere. Di The Legend of Tarzan ho molto apprezzato giusto un paio di cose. In primis il personaggio di Jane, indipendente, colta e consapevole della sua bellezza al punto che la sua natura di damsel in distress mi è parsa quasi forzata, sfruttata giusto per spingere il protagonista ad intervenire nel momento clou. Come seconda cosa, ho trovato molto intelligente l'idea di mostrare un John Clayton ormai perfettamente integrato all'interno della società aristocratica inglese, oppresso dalla "leggenda" di Tarzan al punto da essere ormai materiale adatto per le fiabe da raccontare ai bambini; il suo ritorno nella giungla rappresenta un ritorno alle radici, eppure si vede lontano un miglio che ormai John non è più il Signore delle Scimmie (anzi, nella pellicola di Yates non lo è mai stato, almeno così mi è parso di capire) bensì un uomo civilizzato dotato di abilità fisiche che lo rendono superiore ai suoi simili e di conoscenze "etologiche" che gli consentono di non venire sventrato dagli animali africani. Il contorno avventuroso l'ho trovato sinceramente poco entusiasmante, popolato da personaggi poco caratterizzati o mal sfruttati (un esempio è il Capo Mbonga, messo a mo' di inutile boss finale) e concretizzato in una trama concentrata sulla condanna dello schiavismo e dei cattivoni belgi, prevedibile dall'inizio alla fine.


Tecnicamente, la bellezza di The Legend of Tarzan risiede nel fatto che, nell'anno domini 2016, chi è abile con la computer graphic può creare davvero qualunque cosa. Per esempio, si possono fondere le splendide immagini dei paesaggi del Gabon a delle riprese quasi interamente realizzate in studio, in Inghilterra, per poi aggiungere degli animali talmente reali da sembrare veri; la tenera interazione tra Tarzan e i leoni o la terrificante lotta tra lui e il capo dei Mangani, razza di grandi scimmie creata da Burroughs, sono effettivamente mozzafiato e lo stesso vale per l'incontro con gli elefanti, l'unico momento del film in cui mi sono commossa e ho sentito il cuore fremere dal desiderio di incontrare delle creature così straordinarie, oltre che dall'invidia per le capacità di Tarzan. Ciò che mi ha lasciata perplessa, per non dire delusa, è il già citato showdown finale con il Capo Mbonga, realizzato con tutti i tempi cinematografici sbagliati, al punto da non lasciare allo spettatore un minimo di partecipazione o suspance (la presenza di Samuel L. Jackson poi è particolarmente inopportuna...) e l'altra cosa che, dall'alto della mia ignoranza, ho percepito come quantomeno fatta tirar via, è il montaggio. Probabilmente, per ottenere il PG-13 dalla commissione americana si è dovuti ricorrere al taglio di sangue, violenze, colpi troppo ben dati, momenti intimi tra Jane e Tarzan, gorilloni che squartano persone e mi va benissimo così, per carità, ma un minimo di fluidità tra una scena e l'altra ci vorrebbe, ché a un certo punto mi è sembrato di vedere il filmino delle vacanze in Congo visto il netto (e a tratti incomprensibile) distacco tra le sequenze. Quindi, riassumendo, probabilmente The Legend of Tarzan potrebbe essere un film divertente per chi è appassionato del genere ma temo che buona parte degli spettatori, tra i quali rientro anche io, dopo un paio di giorni dimenticherà tutto tranne gli addominali di Skarcoso e aspetterà fremente l'arrivo della Robbie nell'imminente Suicide Squad.


Del regista David Yates ho già parlato QUIAlexander Skarsgård (John Clayton/Tarzan), Christoph Waltz (Leon Rom), Samuel L. Jackson (George Washington Williams), Margot Robbie (Jane Clayton), Djimon Hounsou (Capo Mbonga), Jim Broadbent (Primo ministro) e Ben Chaplin (Capitano Moulle) li trovate invece ai rispettivi link.


Per il solito angolo della curiosità, pare che Emma Stone abbia rifiutato il ruolo di Jane e che Jessica Chastain vi abbia rinunciato a causa dei ritardi nelle riprese, mentre Alexander Skarsgård ha strappato quello di Tarzan ad attori come Henry Cavill (impegnato nelle riprese di Batman vs Superman), Tom Hardy e Charlie Hunnam. All'interno del cast era presente anche John Hurt ma alla fine le sue scene sono state tagliate e di lui è rimasta solo la voce narrante all'interno di alcuni trailer. Detto questo, se The Legend of Tarzan vi fosse piaciuto, avete solo l'imbarazzo della scelta nel recupero di film a tema, tra i quali posso segnalarvi giusto quelli che ho visto io ovvero Greystoke - La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie e Tarzan della Disney. ENJOY!

martedì 12 luglio 2016

The Zero Theorem (2013)

Estate è tempo di recuperi cinematografici. Ciò non vale tanto per il singolo utente, quanto proprio per i distributori, i quali si svegliano malamente e, ovviamente, in ritardo per portare in poche sale semivuote film come The Zero Theorem, diretto nel 2013 dal regista Terry Gilliam.


Trama: Qohen è un genio dei computer, disadattato e zeppo di fobie, che da anni aspetta "quella" telefonata capace di cambiargli la vita e renderlo felice. Un giorno il Management della ditta per cui lavora gli affida il compito di risolvere la terribile formula matematica denominata "The Zero Theorem", atta a dimostrare come tutto sia vanità...


Da quando ho cominciato a sviluppare la passione per il cinema mi sono spesso ritrovata a chiedermi perché determinati film non godano della fama e del successo che meriterebbero e lo stesso vale per i registi. Il povero Terry Gilliam viene trattato sempre malissimo e non solo dalla terrificante distribuzione italiana, che ha aspettato ben tre anni per fare arrivare The Zero Theorem in sala, eppure i suoi film hanno sempre quel non so che capace di renderli unici, graffianti, ironici e bellissimi. Non ho detto facili, ci mancherebbe, sebbene il suo ultimo lavoro sia uno dei più "a misura d'uomo", se posso permettermi, oltre che zeppo di rimandi al capolavoro Brazil; tuttavia, siccome sono decenni che non guardo la pellicola con De Niro, non mi addentrerò in scomodi confronti e mi limiterò a parlare di The Zero Theorem, film ambientato in un futuro distopico neppure troppo diverso dal nostro presente, in cui ogni cosa, a maggior ragione se incomprensibile e vana, dev'essere ridotta a misura d'uomo, resa comprensibile e "venduta", condannando di fatto l'umanità al decadimento perpetuo e alla totale assenza di contatti o emozioni che non siano preconfezionati e "gestibili", se non addirittura di comodo. In tal senso, Qohen ha già un piede nella fossa, per così dire. Misantropo, afefobico e costretto a parlare in seconda persona plurale a seguito di una terapia psichiatrica, Qohen vive isolato all'interno di una chiesa sconsacrata ed esce solo per andare a lavorare alla Mancom, ditta in cui è impiegato come hacker col compito di "schiacciare entità"; a differenza di altri, tuttavia, Qohen è dotato di una fede incrollabile verso una "telefonata" che potrebbe dare finalmente un senso alla sua esistenza rendendolo così finalmente felice e, nella sua costante ricerca di questo "segno divino", diventa facile preda delle macchinazioni del Management della Mancom, un ingannevole quanto misterioso Grande Fratello. Tra ragazzini geniali ma spersonalizzati, terrificanti buchi neri che minacciano di inghiottire la realtà e donne fatali dotate di un grande cuore, la tragedia umana di Qohen si snoda davanti allo spettatore che non può fare altro che provare pietà per quest'uomo così triste e bisognoso di ritrovare sensazioni dalle quali egli stesso ha scelto di tagliarsi fuori. La grottesca ironia che pervade The Zero Theorem, cifra stilistica del migliore Gilliam, non riesce a celare la natura fondamentalmente triste e claustrofobica della distopia rappresentata nella pellicola, tanto che persino il finale, per quanto a modo suo poetico e "rivelatore", non offre il sollievo sperato e lascia più di qualche dubbio.


La trama di The Zero Theorem poggia quasi interamente sulle spalle di un Christoph Waltz immenso che, per una volta, attenua un po' la sua tendenza a gigioneggiare per incarnare un personaggio allo stesso tempo freddo e vulnerabilissimo, dolorosamente consapevole delle storture del mondo in cui è costretto a vivere ma incapace di trovare salvezza nonostante questa sua particolare sensibilità (tanto da essere convinto di essere costantemente in punto di morte). Il fatto che l'attore sia costretto spesso e volentieri ad interagire con schermi animati o personaggi non presenti fisicamente non toglie nulla alla sua sentita interpretazione, anzi: vederlo abbracciare idealmente il vuoto oppure imporre la propria volontà sul paesaggio circostante da l'idea della terribile solitudine del personaggio e della sua grande speranza di raggiungere un mondo migliore. Ad affiancarlo ci sono fior di caratteristi come David Thewlis, che adoro sempre più ad ogni film in cui mi capita di vederlo, una Tilda Swinton sempre più meravigliosamente assurda e due volti per me sconosciuti come quelli di Lucas Hedges e Mélanie Thierry che non ho potuto fare a meno di amare, soprattutto per quel che riguarda l'attrice francese, uno scoppiettante mix di sensualità, allegria e romanticismo. Le vere protagoniste del film sono però le splendide scenografie. Girato interamente in Romania per abbattere i costi di produzione, The Zero Theorem è ambientato quasi interamente all'interno di una chiesa sconsacrata ricostruita in studio, la quale contiene elementi dello stile Ortodosso (vedi i muri pesantemente affrescati, con i volti che scrutano Qohen) e di quello Anglicano/Cattolico, riconoscibili nell'organo, nell'altare e nel vestibolo all'ingresso, un ambiente chiuso che credo sia tra i più belli che mi sia capitato di vedere in un film recente. Non che il resto delle location sia meno bello, anzi: il luogo dove Joby organizza il party ha la stessa decadente bellezza della chiesa in cui vive Qohen mentre le strade dove si muovono i personaggi sono un trionfo di fantasioso caos e persino gli ambienti virtuali sono incredibilmente piacevoli da vedere. Insomma, The Zero Theorem sazia gli occhi, il cuore e la mente quindi vi consiglio di recuperarlo il prima possibile!


Del regista Terry Gilliam ho già parlato QUI. Christoph Waltz (Qohen Leth), David Thewlis (Joby), Peter Stormare (Dottore), Ben Whishaw (Dottore), Matt Damon (Management) e Tilda Swinton (Dr. Shrink-ROM) li trovate invece ai rispettivi link.


Lucas Hedges, che interpreta Bob, aveva già partecipato sia a Moonrise Kingdom che a Grand Budapest Hotel. Detto questo, se The Zero Theorem vi fosse piaciuto recuperate Brazil, L'esercito delle 12 scimmie e The Congress. ENJOY!

domenica 18 gennaio 2015

Come ammazzare il capo 2 (2014)

Dopo tre anni tornano sugli schermi Nick, Kurt e Dale, protagonisti di Come ammazzare il capo 2 (Horrible Bosses 2), diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista Sean Anders. Il tempo avrà giovato ai tre "assassini" di capi?


Trama: Nick, Kurt e Dale, tutti liberi dai rispettivi boss, decidono di mettersi in proprio e commercializzare un improbabile Shower Buddy. Il magnate Bert Hanson si offre di acquistarlo e distribuirlo ma alla fine li truffa e i tre decidono di vendicarsi ricorrendo non all'omicidio... bensì al rapimento!


Come ammazzare il capo... e vivere felici era un film che mi aveva fatta molto divertire, simpatico, fresco e frizzante. Ovviamente, non avevo grandissime pretese quando ho cominciato a guardare Come ammazzare il capo 2 ma lo stesso mi sono cimentata nell'impresa proprio in virtù dell'esilarante primo capitolo. Purtroppo, devo dire che i miei "timori" sono stati confermati perché ci sono un paio di cose che fregano questo sequel, rendendolo meno divertente e un po' più insopportabile. Il secondo difetto, che va ad alimentare il primo, deriva dal suo essere troppo simile a Una notte da leoni per quel che riguarda l'imbecillità dei personaggi; ora, so bene che stiamo parlando di una commedia demenziale quindi non mi aspetto che i protagonisti siano Einstein o dotati di qualsivoglia profondità però non mi capacito del fatto che, mentre Nick è rimasto più o meno lo stesso, Kurt e Dale siano regrediti ad uno stadio di stupidità tale che al confronto Peter Griffin è Margherita Hack, bonanima. A questo aggiungete il fatto che il plot, di base, cambia davvero poco. Ai tentativi di omicidio si sostituiscono quelli di rapimento ma l'incapacità dei tre protagonisti non muta e il risultato è una fotocopia sbiadita, con molto meno humor nero, di Come ammazzare il capo... e vivere felici, tanto che i momenti davvero divertenti non sono quelli che cercano di cambiare un po' la situazione ma, paradossalmente, sono quelli che ripropongono le stesse identiche gag del capitolo precedente, facendole "evolvere" il minimo indispensabile, come quelle che riguardano la ninfomane Julia (e finalmente capiamo il perché della sua fissa per Dale!) e il bastardissimo Dave Arken. La riproposta di questi due "villain", tra l'altro, aiuta a superare il diludendo causato dalle due new entry, Hanson padre e figlio, il primo troppo stereotipato ed ininfluente per venire minimamente ricordato e il secondo anche troppo carismatico e sfiancante.


Purtroppo trama e caratterizzazioni influiscono anche sul rendimento degli attori. Mi fa male al cuore dirlo ma, mentre Kevin Spacey e Jennifer Aniston diventano l'unico motivo di guardare Come ammazzare il capo 2 e si elevano al rango di guest star di lusso, Christoph Waltz viene semplicemente sprecato e non viene resa alcuna giustizia alla sua incommensurabile gigioneria; va un po' meglio a Chris Pine invece, che si è sicuramente divertito e si vede, ma non per questo il suo personaggio mi ha entusiasmata, anzi. Bateman, Sudeikis e Day sono sempre molto affiatati e questo giova parecchio al clima generale della pellicola anche se Day, che tra l'altro era quello che mi aveva più convinta nel primo capitolo, mi è sembrato parecchio sotto tono, mentre Jamie Foxx ottiene un po' più di tempo sullo schermo e porta dignitosamente a casa la pagnotta, ritagliandosi anche una scenetta finale tutta sua, degno preludio al solito gag reel che accompagna i titoli di coda (altro aspetto del film che mi ha un po' delusa. Speravo in retroscena esilaranti su Waltz, invece la scenetta che lo riguarda è la più brutta di tutte). Francamente, c'è poco altro da dire su Come ammazzare il capo 2 anche perché, dall'alto della mia ignoranza "tecnica", non mi sono praticamente accorta del cambio di regia, forse questo capitolo è giusto un po' più movimentato per quel che riguarda inseguimenti in auto e scene d'azione ma non ci sono delle sequenze che rimangono particolarmente impresse. Insomma, se vi è piaciuto Come ammazzare il capo... e vivere felici potete anche concedere una chance a Come ammazzare il capo 2 e farvi un paio di risate ogni tanto ma non aspettatevi chissà cosa e, soprattutto, pregate che a nessuno venga mai in mente di girare un terzo capitolo!


Di Jason Bateman (Nick Hendricks), Jason Sudeikis (Kurt Buckman), Charlie Day (Dale Arbus), Jennifer Aniston (Dr. Julia Harris), Kevin Spacey (Dave Arken), Jamie Foxx (Dean "Fottimadre" Jones), Chris Pine (Rex Hanson) e Christoph Waltz (Bert Hanson) ho già parlato ai rispettivi link.

Sean Anders è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Sex Movie in 4D. Anche produttore e attore, ha un film in uscita.


Tommy Lee Jones e Jack Nicholson erano stati presi in considerazione per il ruolo di Bert Hanson mentre l'idea di Jason Sudeikis, poi non messa in pratica, era quella di mostrare i tre protagonisti di Una notte da leoni che andavano a parlare da Fottimadre subito dopo Nick, Kurt e Dale. Il film segue, ovviamente, gli eventi di Come ammazzare il capo... e vivere felici; se vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete magari la già citata serie Una notte da leoni, Facciamola finita e The Interview. ENJOY!

domenica 11 gennaio 2015

Big Eyes (2014)

A Natale, si sa, i miracoli possono accadere. Ed è così che, senza preavviso, anche il multisala di Savona ha deciso di programmare Big Eyes, diretto dal regista Tim Burton nel 2014. Potevo forse lasciarmelo sfuggire?


Trama: dopo essere scappata dal primo marito portandosi dietro la figlia, l'artista Margaret Hawkins incontra Walter Keane. L'uomo la sposa e, per una serie di circostanze, comincia a spacciare per propri i quadri della donna, caratterizzati da figure coi grandi occhioni, raggiungendo così inaspettate vette di successo...


Tim Burton, lo sanno ormai anche i bambini, è un grande fan della pittrice Margaret Keane, ha comprato lui stesso alcuni suoi quadri e, all'epoca della relazione con Lisa Marie, aveva commissionato all'artista un ritratto della compagna. Eppure, guardando Big Eyes non ho avuto la sensazione di vedere riportata su pellicola la vita di Margaret Keane quanto piuttosto l'ignoranza e l'insensibilità di un certo tipo di pubblico che VUOLE a tutti i costi un determinato prodotto e così non ho potuto fare a meno di pensare ad un parallelo tra il regista e l'artista a cui l'ultimo film di Tim Burton è dedicato. Margaret Keane comincia la sua carriera in sordina ed è solo "grazie" alla lingua lunga del marito Walter che qualcuno, finalmente, nota quei tristi ed inquietanti bimbi dagli enormi occhi lacrimosi; Walter, che ha sempre voluto fare il pittore, rivendica così la paternità di quelle opere e nel corso del film, mano a mano che il suo successo aumenta, schiavizza sempre più la moglie con becere scuse, costringendola a chiudersi in casa a dipingere in segreto per ogni occasione che aumenterebbe la visibilità di questi quadri fino al punto da arrivare a riconoscerli SUOI e, allo stesso tempo, di commercializzarli in ogni salsa, tanto che i grandi occhi dei bambini ritratti perdono ogni parvenza di anima, diventando soltanto dei kitchissimi alienetti disprezzati dalla critica. A quel punto la Keane era già arrivata a realizzare quadri da poter rivendicare anche in pubblico, cercando di realizzarli con uno stile diverso (che purtroppo interessava ben pochi) che potesse dare corpo a sentimenti ed emozioni che ormai la donna non riusciva più ad esprimere tramite quello che era ormai diventato un lavoro a cottimo, prevedibile, viziato dal manierismo. Se la decisione della Keane vi smuove o, perlomeno, vi ricorda qualcosa, molto probabilmente anche voi, una volta nella vita, vi sarete chiesti "che fine ha fatto Tim Burton?".


Non sentitevi in colpa, ché una domanda simile me la sono posta anche io alla fine di Big Eyes. La potenza di un film però sta in quello che lascia nel corso del tempo, non subito dopo la visione, e in questi giorni in me si è innescato un pensiero nuovo che mi ha portata a rivalutare la pellicola e a ritenerla uno dei migliori Tim Burton recenti. Le ultime opere del regista (sì, anche quel Frankenweenie che pur mi era piaciuto) non erano altro che dei quadri di bambini dagli occhi grandi ed immensamente vuoti, il tentativo di tornare a dare al pubblico quello che voleva dopo il devastante cambio di marcia de Il pianeta delle scimmie, con risultati ovviamente disastrosi (tolto Big Fish); sempre il solito Johnny Depp, sempre la stessa Bonham Carter, sempre la solita poetica del diverso, sempre i soliti personaggi vagamente gotici ma sempre più privi di quella poesia, di quell'ironia vintage, di quella struggente malinconia che erano riuscite a rendere unico persino un cinecomic (anche se ancora non si chiamavano così) come Batman - Il ritorno. "Rivogliamo il vecchio Tim Burton" è una cosa che ho detto spesso anche io e ad ogni sua pellicola ancora spero ingenuamente in un suo ritorno ma la verità è che i tempi e le persone cambiano, soprattutto gli artisti; continuare a mungere sempre la stessa vacca, per accontentare pubblico e critica, quando ormai davvero in quell'ambito non si ha più nulla da dire, significa tirare fuori degli obbrobri e venire detestati e svalutati. Ecco così che Burton si affida ad Amy Adams e Christoph Waltz (la prima brava, il secondo immenso, un perfetto cialtrone che ruba spesso e volentieri la scena alla protagonista) per creare il suo film forse meno "personale", meno riconoscibile sicuramente per quel che riguarda lo stile di regia e la colonna sonora, indiscutibilmente "semplicino" e ben lontano dai capolavori del regista ma anche più rilassato, più piacevole dal punto di vista della sceneggiatura, ironico e graffiante a tratti ma soprattutto coinvolgente ed interessante: ecco quello che mancava agli ultimi film di Burton, signori, la capacità di coinvolgere emotivamente un pubblico che si ritrovava a sbadigliare davanti a tanta freddezza, tanto manierismo privo di contenuti e, inevitabilmente, a ricoprire di giusti insulti il povero Tim. Che tornerò, giustamente, ad insultare per la scellerata decisione di dirigere Beetlejuice 2 ma che, dopo questo delizioso Big Eyes, attenderò con piacere per quel che riguarda Miss Peregrine's Home for Peculiar Children, sperando davvero che il regista abbia trovato una nuova strada.


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Amy Adams (Margaret Keane), Christoph Waltz (Walter Keane), Jason Schwartzman (Ruben), Danny Houston (Dick Nolan) e Jon Polito (Enrico Banducci) li trovate invece ai rispettivi link.

Krysten Ritter interpreta DeeAnne. Americana, ha partecipato a film come Margaret, Veronica Mars - Il film e a serie come Veronica Mars, Una mamma per amica e Breaking Bad; come doppiatrice ha lavorato nelle serie Robot Chicken e The Cleveland Show. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 33 anni e due serie Marvel in uscita, A.K.A. Jessica Jones e The Defenders, dove dovrebbe interpretare per l'appunto l'eroina Jessica Jones.


Terence Stamp interpreta John Canaday. Inglese, lo ricordo per film come Superman, Superman II, Link, Priscilla - La regina del deserto e Wanted - Scegli il tuo destino. Ha 75 anni e un film in uscita.


Gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski avevano già lavorato allo script del precedente biopic di Tim Burton, Ed Wood. Kate Hudson e Thomas Haden Church erano la prima scelta per interpretare i due protagonisti ma sono stati "sostituiti" da Reese Witherspoon e Ryan Reynolds; la lunga gestazione del progetto ha costretto però i due attori ad abbandonare l'impresa, lasciando posto così ad Amy Adams e Christoph Waltz. Se volete invece vedere la vera Margaret Keane al di fuori dei titoli di coda, sappiate che la trovate seduta su una panchina alle spalle dei due protagonisti nella scena in cui dipingono al parco. Detto questo, se Big Eyes vi fosse piaciuto recuperate anche Saving Mr. Banks, Big Fish ed Ed Wood. ENJOY!

martedì 17 dicembre 2013

I tre moschettieri (2011)

La scorsa sera, siccome la mia cameretta è fredda mentre in sala c'è la stufa, ho deciso di guardarmi un film in TV invece di pescare tra i millemila a disposizione. Madre, seduta sul divano accanto a me, si è persa tra le braccia di Morfeo dopo 5 minuti mentre io ho guardato per intero I tre moschetteri (The Three Musketeers), diretto nel 2011 dal raffinato regista Paul W.S. Anderson. Raffinato come potrebbe esserlo l'ultima delle vajasse, ovviamente.


Trama: dopo l'ennesimo tradimento di Milady, i tre moschettieri Athos, Porthos e Aramis vagano per Parigi disoccupati e senza uno scopo nella vita. L'arrivo del giovane guascone D'Artagnan e le trame del perfido Cardinale Richelieu, tuttavia, riusciranno a rimetterli in azione...


Lì per lì pensavo davvero di avere sbagliato film. Dopo i titoli di testa, dalle calli venexiane spunta infatti un ninja suBBaquo con due spade che, in men che non si dica e sotto l'influsso di uno slow motion che verrà utilizzato almeno altre 90 volte in tutta la pellicola, vengono infilate nei morbidi corpicini di un gruppetto di guardie. Passano cinque minuti e mi rendo conto di non stare guardando un film tratto da un videogame perché, con incredibile faccia tosta, il figuro ninja, un incrocio tra Poe e Casanova, un wrestler e una bagassa russa si presentano rispettivamente come Athos, Aramis, Porthos e Milady. Ah. Non faccio in tempo a svegliare madre dal gran ridere che l'albero di Natale accanto a me comincia a tremare: al Panthéon, Alexandre Dumas padre si è rivoltato nella tomba una  volta di troppo. Il mio già grande sconcerto aumenta quando un artista d'avanspettacolo, o forse un comico di Colorado che risponde al nome di Orlando Bloom, s'invola con Milady fregandosene della Regina e della natura fondamentalmente onorevole che il Duca di Buckingham mostra di avere nei libri, mentre di lì a poco arriverà anche il giovane bimbominkia D'Artagnan a darmi il colpo di grazia e a convincermi, nuovamente, di stare guardando una parodia. Non può essere altrimenti. La mia unica speranza sono le due figure che ho sempre adorato, il Cardinale Richelieu e Rochefort. Quando spuntano, di loro, lo ammetto, non mi posso lamentare: Christoph Waltz si estrania dall'intera faccenda con scazzo atavico e aplomb più british che tedesco, consolandosi al pensiero che Tarantino ed io gli vorremo comunque sempre bene, mentre Mads Mikkelsen emana un incredibile fascino ad ogni gesto. Ovvio, i due mostri sacri vengono praticamente travolti dalle bizze di un re buliccio e una regina cessa, ma chi diavolo l'ha fatto il casting??


Risposta: lo stesso pazzo che ha deciso di usare interni pacchianissimi e abiti talmente trash che commuoverebbero Lady Gaga, tanto che persino i dialoghi fanno riferimento a questi due elementi del film come a qualcosa di aberrante. E mentre Capitan Harlock piange vergognandosi della sobrietà della sua Arcadia, se paragonata alla polena di una nave volante/dirigibile con le fattezze di uno scheletro che regge i simboli del potere ecclesiastico, io cerco di trovare qualcosa di positivo in questo I tre moschettieri, giusto per evitare accuse di snobismo cinefilo. Compito arduo, ma ci provo. Il film di Paul W.S. Anderson (non QUESTO Paul Thomas Anderson!!) ha di buono che si prende in giro, offre alle spettatrici tre moschettieri bellocci e agli spettatori la Milady più sexy della storia (anche se Milla, figlia cara, alla De Winter un po' di finezza andrebbe lasciata, non sei in Resident Evil, altrimenti  per il ruolo andava bene qualsiasi virago uscita da Machete!), non lesina duelli acrobatici, spacconerie expendabili o scene d'azione con effetti speciali di altissimo livello e sicuramente è perfetto per una serata col cervello staccato. Certo, il romanzo di Dumas praticamente scompare, è come se facessero un film su Se questo è un uomo con nazi zombie e il protagonista che cerca di fuggire dai campi di concentramento armato di Uzi, ma se è questo che vogliono i CCiofani, chi sono io per dire di no? D'altronde nemmeno Kiefer Sutherland e Charlie Sheen erano dei moschettieri "regolari", eppure quanto mi piacevano all'epoca! Quindi, mi limito a ringraziare la Madonna per il fatto che il finale aperto sia rimasto tale e per non essere riuscita ad andare al cinema a vederlo, magari in 3D.


Di Matthew Macfadyen (Athos), Milla Jovovich (Milady de Winter), Luke Evans (Aramis), Orlando Bloom (Duca di Buckingham), Mads Mikkelsen (Rochefort) e Christoph Waltz (Richelieu) ho già parlato ai rispettivi link.

Paul W.S. Anderson (vero nome Paul William Scott Anderson) è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Mortal Kombat, Resident Evil, Alien vs. Predator, Resident Evil: Afterlife e Resident Evil: Retribution. Anche produttore e sceneggiatore, ha 48 anni e due film in uscita.


Ray Stevenson (vero nome George Raymond Stevenson) interpreta Porthos. Irlandese, ha partecipato a film come King Arthur, Punisher - Zona di guerra, Thor, Thor: The Dark World e alla serie Dexter. Ha 49 anni e due film in uscita.


Logan Lerman interpreta D'Artagnan. Americano, ha partecipato a film come Il patriota, The Butterfly Effect, Number 23, Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il ladro di fulmini, Noi siamo infinito e Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il mare dei mostri. Ha 21 anni e tre film in uscita tra cui Noah.


Juno Temple interpreta la regina Anna. Inglese, ha partecipato a film come Killer Joe, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, The Brass Teapot e Magic Magic. Ha 24 anni e quattro film in uscita tra cui Horns, Maleficent e Sin City - Una donna per cui uccidere.


Il film si conclude in un modo che sembrerebbe dare il La ad un eventuale sequel ma, al momento, e per fortuna, non se ne hanno notizie. Per superare il "diludendo", se questo I tre moschettieri vi fosse piaciuto recuperate La maschera di ferro e il tamarro e divertentissimo I tre moschettieri del 1993. ENJOY!

lunedì 25 febbraio 2013

Oscar 2013

Argo Vaffanculo!! Parte spontanea la celebrazione per la vittoria di Argo, la sorpresa che ha sbaragliato il favoritissimo Lincoln all’Oscar di quest’anno. Sono molto contenta sia stato scelto come miglior film nonostante tifassi (ovviamente e spudoratamente) per Django Unchained e avessi l’ovvia consapevolezza che il bellissimo Re della terra selvaggia non avrebbe mai potuto ambire a tanto. L’ultimo lavoro di Ben Affleck mescola sapientemente metacinema, quelle patriottiche storie che piacciono tanto agli aMMericani e una non disprezzabile dose di umorismo (non a caso porta a casa anche la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale oltre a quella per il montaggio) e a quanto pare ciò è bastato per conquistare i cuori di spettatori ed Academy. Bravo Ben! E bravo anche Ang Lee, che invece ha conquistato l’Oscar per la miglior regia con il suo stupendo Vita di Pi. Una gioia per gli occhi prima ancora che per la mente, sicuramente un validissimo esempio di come il Cinema sia nato per essere una porta sui Sogni e sulla Meraviglia. Passiamo ora agli altri ambitissimi premi…


Scontata la vittoria di Daniel Day-Lewis come miglior attore protagonista. La sua interpretazione di Lincoln è a dir poco perfetta, come sempre l’attore riesce ad annullarsi nel personaggio come nessun altro. Siccome ho guardato il film in lingua italiana, urge adesso un recupero in originale per poter apprezzare ancor di più il lavoro del buon Daniel che, tra l’altro, ha salvato Lincoln dall’ignominia e dal rischio di portarsi a casa solo l’Oscar tecnico per la miglior scenografia.


Jennifer Lawrence vince invece come miglior attrice protagonista per Il lato positivo e anche per miglior premiata spalmata sul palco (altro che Ragazza di Fuoco!). Forse questo era l’unico premio davanti al quale non avevo le idee precise, visto che non ho ancora guardato né il film che vede la Lawrence protagonista, né Zero Dark Thirty, Amour, The Impossible. In compenso mi sono innamorata della piccola Quvenzhané Wallis, che era candidata per Re della terra selvaggia, e non nascondo che avrei sperato in una sua vittoria. Il lato positivo dovrebbe uscire la settimana prossima in Italia, quindi per adesso sospendo il giudizio, nel frattempo sappiate che la Lawrence tornerà presto a duettare con Bradley Cooper nell’imminente Serena e che la rivedremo interpretare due dei personaggi che l’hanno consacrata, ovvero Mystica e Katniss, nei film X-Men – Giorni di un futuro passato e Hunger Games – La ragazza di fuoco.


Da brava tarantiniana, gli unici premi che mi hanno resa felice e gli unici che, a dirla tutta, mi interessano davvero sono quelli andati a Christoph Waltz come miglior attore non protagonista e a Quentin per la miglior sceneggiatura originale. Django Unchained meritava molto di più, ovviamente, ma già solo il fatto che la mano santa di Tarantino, l’incommensurabile bravura attoriale di Christoph e l’incredibile bellezza di un personaggio come il Dottor Schultz siano state riconosciute basta a rendermi felice! Al prossimo film mio cicciosissimo aMMoro!!

No amore mio, l'inchino va a te!
Al pari di quello vinto da Waltz, l'Oscar per la miglior attrice protagonista poteva andare solo ad una persona. La Fantine di Anne Hathaway compare in Les Misérables per pochi minuti scarsi ma vedere l'attrice cantare sulle note di I've Dreamed a Dream è un'esperienza mistica, da standing ovation. Lodi alla brava Anne, dunque, mentre il film di Tom Hooper mette in saccoccia solo un paio di Oscar tecnici, miglior Make-Up e miglior Missaggio Sonoro.


Passiamo adesso ai premi "minori" che minori non sono. Scontata la vittoria di Amour come miglior film straniero e scandalosa quella di Ribelle - The Brave per il miglior lungometraggio animato; non sono riuscita a vedere Ralph Spaccatutto, ma Frankenweenie era sicuramente una spanna sopra rispetto alla pur bella storia della rossa e coraggiosa eroina. Presto lo onorerò degnamente con una recensione. Il superfavorito Zero Dark Thirty porta invece a casa un miserrimo premio per il miglior montaggio audio e gli tocca pure dividerlo con Skyfall, premiato anche grazie alla bellissima e omonima canzone di Adele. Se Anna Karenina si è beccato poi l'Oscar per i migliori costumi (e non fatico a capire il perché, visto il magnifico trailer), Vita di Pi fa man bassa di tutti i rimanenti Oscar, ovvero miglior Fotografia, Colonna Sonora ed Effetti Speciali, consacrandosi così come film più premiato di questa notte degli Oscar e facendo storcere il naso a quelli che mal hanno sopportato la storia di Piscine Molitor Patel e della tigre Richard Parker. Io mi dichiaro invece soddisfatta per un buon 80% e, chinandomi nuovamente a baciare i piedi a Quentin e Christoph, vi auguro un buon proseguimento d'anno cinematografico! ENJOY!

Yeah, Quentin, YEAAAAHH!!!! *____*



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