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mercoledì 31 luglio 2024

Il Bollalmanacco On Demand: Kissed (1996)

Oggi esaudirò la richiesta di Franz Wittenberg (che dopo quattro anni non penso leggerà più il mio sfigatissimo blog) e parlerò di Kissed, diretto e co-sceneggiato nel 1996 dalla regista Lynne Stopkewich a partire dal racconto We So Seldom Look on Love di Barbara Gowdy. Il prossimo film On Demand sarà Mary Reilly. ENJOY!


Trama: fin da bambina, Sandra è affascinata dalla morte. Una volta cresciuta, va a lavorare in un'agenzia di pompe funebri, dove la sua fascinazione si evolve ulteriormente...


Franz mi aveva nominato Kissed nei commenti di The Corpse of Anna Fritz, definendolo "un film che ha saputo rendere fruibile il tema della necrofilia riuscendo a mostrarci il delicato e, sotto certi aspetti, comprensibile ritratto di una bella e sensibile necrofila". Ammetto di avere accolto il commento con parecchio scetticismo, perché la necrofilia è una delle poche cose che mi danno davvero fastidio, specialmente se mostrate sullo schermo, ma siccome Franz mi ha ribadito il concetto anche nel commento seguente, ho deciso di inserire Kissed negli on demand. Ora, il film di Lynne Stopkewich non rientrerà mai nel mio novero di opere preferite e non mi ha spinta a cambiare idea relativamente alla rappresentazione di un argomento che ritengo debba essere tabù, ma non posso che dare ragione a chi mi ha consigliato di vederlo senza timore, perché ha un registro narrativo sorprendente. Kissed, pellicola peraltro molto breve, comincia mostrando squarci dell'infanzia di Sandra, ragazzina affascinata dalla morte al punto da indulgere in complicati rituali prima di seppellire gli animaletti morti trovati per strada. La fascinazione di Sandra non nasce da una perversione, quanto piuttosto dalla convinzione di riuscire a percepire l'anima delle creature defunte, qualcosa che rimane in loro anche dopo la morte e che non li rende meri corpi inanimati. La natura spirituale della "devianza" della ragazzina è palese, e l'accompagna durante gli anni del liceo e, infine, della maturità, quando per un'occasione fortuita Sandra finisce a lavorare in un'agenzia di pompe funebri. Il desiderio di contatto, di comunione con la morte, della protagonista aumenta di pari passo con le pulsioni sessuali proprie di una donna della sua età, generando un tormento che Sandra cerca di sedare cominciando a frequentare Matt, studente fuori corso di medicina. La particolarità della vicenda è il modo in cui il personaggio principale agisce seguendo convinzioni innocenti e pure, frutto di ragionamenti ponderati, nonostante la consapevolezza che agli occhi degli altri risulteranno comunque sbagliate (per non dire orribili, disgustose e passabili di condanne penali); Sandra, inevitabilmente, soffre della sua dipendenza ma non la rinnega, la vive come un modo per rispettare i morti e coglierne l'essenza più pura e luminosa.


A proposito di luminoso, la luce bianca è l'aspetto fondamentale di Kissed. Qui, più che in tantissimi altri film visti nel corso della mia vita, ho percepito il valore fondamentale della regia, della fotografia e delle immagini attraverso le quali un autore decide di raccontare una storia. Lynne Stopkewich (la quale, nonostante il sensazionale successo di Kissed è finita in un limbo di lavori televisivi neppure troppo famosi) confeziona sequenze che non sfigurerebbero in una pellicola romantica, ammantando Sandra di una delicata luce soffusa che ne ammorbidisce i lineamenti rendendoli ancora più dolci, la separa dalla trivialità del mondo e rende quasi "sacra" (passatemi il termine, vi prego) la sua unione sessuale con le salme. Non si percepisce morbosità alcuna, non passa nessuna sensazione di disgusto tranne quella razionale inculcata giustamente dalla morale comune, e la sfida vinta dalla Stopkewich è stata proprio quella di consentire allo spettatore di accettare Sandra come essere umano, non come mostro. Un essere umano complesso, colmo di contraddizioni, condannato alla solitudine da una sensibilità troppo particolare, eppure fermo nelle sue decisioni e nel perseguire i suoi obiettivi, quindi non una persona "fallita" o per la quale provare pietà. Fondamentale è anche l'uso degli sfondi, dei colori e degli abiti, soprattutto nel momento in cui Sandra incontra Matt. Là dove la prima viene mostrata, fin dall'inizio, circondata dalla natura e vestita con abiti dallo stile un po' bohemien i cui colori richiamano la luce fredda della morte, Matt è connotato come uno stalker sudaticcio che frequenta ambienti chiusi, squallidi e bui, un ragazzo vuoto che ritrova una scintilla di vita solo attraverso le stranezze di Sandra, di cui vorrebbe fare parte senza capirle. La cosa che ho più apprezzato di Kissed, comunque, è proprio la volontà di non fare della necrofilia (per quanto mostrata, questo è innegabile) l'argomento principale del film, quanto piuttosto un mezzo per indagare sull'animo umano e sul bisogno di trovare una connessione con qualcosa di "superiore", superando una dimensione terrena ed imperfetta che rischia di spegnere la luce interiore delle persone. Non so se Kissed è un film che mi sento di consigliare a cuor leggero, perché la necrofilia comunque c'è ed è potenzialmente un enorme, comprensibile veicolo di trigger, ma confermo la sensibilità, la delicatezza e la serietà con cui la regista si è approcciata all'argomento. 


Di Molly Parker, che interpreta Sandra, ho già parlato QUI.

Lynne Stopkewich è la regista e co-sceneggiatrice del film. Canadese, ha diretto il film Suspicious River ed episodi di serie come The L World. Anche scenografa e produttrice, ha 60 anni.



domenica 24 gennaio 2021

Pieces of a Woman (2020)

Spinta dalle molte critiche positive, ho recuperato uno degli ultimi film usciti su Netflix, Pieces of a Woman, diretto nel 2020 dal regista Kornél Mundruczó.


Trama: dopo un parto casalingo finito in tragedia, Martha si isola sempre di più dal suo compagno e dalla sua famiglia.


Pieces of a Woman
rischia davvero di mandare in pezzi più di uno spettatore. Non sto a dirvi quanto mi abbia fatto passare la voglia di avere figli dopo la prima, mortale mezz'ora di travaglio in presa diretta con tutte le complicazioni del caso né quanto sarei partita a prendere a schiaffi entrambi i protagonisti in quella stessa occasione, perché insomma, se le cose cominciano a "puzzare" bisogna tapparsi il naso e correre in ospedale senza stare tanto a fare "gli alternativi", ma queste sono le considerazioni superficiali di una brutta e cinica persona. Parlando un po' più seriamente, Pieces of a Woman è uno splendido, dolorosissimo racconto che tocca molteplici emozioni umane, non tutte positive, e nasce dall'esperienza personale della sceneggiatrice Kata Wéber, che dopo aver perso un figlio ha deciso di allontanarsi dal marito, proprio il regista Kornél Mundruczó, una scelta che molti potrebbero criticare ma che, davanti a quello che viene mostrato nel film, è probabilmente la più condivisibile. Da donna, ci ho provato a mettermi nei panni di Sean, uomo alle prese con una delle tragedie più grandi della sua vita, ma ammetto di aver fatto fatica ad empatizzare con lui proprio perché non riuscivo a fare a meno di perdermi nel dolore di Martha. Non ho mai sperimentato la maternità ma l'idea di sentire crescere una creatura in grembo per nove mesi, con tutte le gioie e i dolori della gravidanza, solo per poi stringere tra le braccia un corpicino freddo la trovo agghiacciante e senza nulla togliere al dramma vissuto dai futuri padri, penso proprio che sia la madre a subire maggiormente il contraccolpo fisico ed emotivo di un orrore simile; immagino quanto ci si debba sentire vuote, inadeguate, private di un pezzo fondamentale del proprio sé, assillate da amici e famiglia che, spesso anche a "fin di bene", non smettono di ricordarci la perdita mentre ci invitano a riprenderci e trovare la forza di andare avanti (o, in questo caso, a cercare una tardiva giustizia), costrette a farci forza anche per mariti e compagni. Non si può criticare Martha per la volontà ferma di scegliere il distacco, anche dalla bambina, non la si può criticare per l'incapacità di "consolare" un compagno che si strugge nemmeno fosse Mario Merola (al "I miss her so much!!" ho pensato solo "TU! Che l'hai vista 5 minuti! Che ca**o deve dire lei che se l'è portata dentro 9 mesi??" - Sì, sono emotiva. Sì, già non sopporto LaBeouf, quindi figuriamoci, soprattutto se poi lo fai rientrare nel cliché dell'uomo che deve sfogare il dolore con l'uccello), non la si può criticare per la decisione di prendersi del tempo per capire e, forse, guarire.


Pieces of a Woman
ci getta di peso nell'ordalia di una donna che non può fare altro che aspettare che il tempo passi, così da imparare a convivere col dolore per non smettere di vivere o di sperare in un futuro che non sia solo morte e disperazione ma anche speranza e vita. Lo fa attraverso la riflessione, sì, ma anche il taglio netto col passato, ché esistono cose per le quali vale la pena lottare ed altre che, invece, per quanto possa fare male, devono necessariamente essere lasciate indietro, mentre per altre forse è necessario chiudere gli occhi e perdonare, forse crescere, maturare. E' bellissimo, in Pieces of a Woman, vedere le vicende accompagnate da un lento disgelo naturale che non necessariamente coincide con quello del cuore; è bellissimo il desiderio di vita di Martha, incarnato nei semi di mela messi a germogliare, quasi un modo per venire a patti con una natura matrigna ed incomprensibile; sono bellissimi i dialoghi muti tra lei e la madre, quello sguardo sul finale che prelude a un nuovo inizio ma anche ad una nuova fine, perché il ciclo della vita è implacabile in questo. E' bellissima, ed è bravissima, Vanessa Kirby, che da bionda bambolotta action in Hobbs & Shaw ci viene restituita dimessa, "normale" ed incredibilmente umana, capace di spezzare il cuore a un sasso non solo nei momenti di tristezza lacrimevole ma soprattutto in quelli dove il suo sguardo comunica un vuoto tremendo e un dolore incommensurabile. Pieces of a Woman non è un film facile ma se avrete la pazienza e il cuore di affrontarlo potrebbe arricchirvi oltre che commuovervi, farvi riflettere su situazioni in cui si spera di non doversi mai trovare ma che purtroppo possono capitare, quindi vi consiglio di guardarlo anche perché credo proprio che qui ci sia materiale da Oscar.


Di Vanessa Kirby (Martha), Shia LaBeouf (Sean), Ellen Burstyn (Elizabeth), Benny Safdie (Chris), Sarah Snook (Suzanne) e Molly Parker (Eva) ho già parlato ai rispettivi link. 

Kornél Mundruczó è il regista della pellicola. Ungherese, ha diretto film come Delta, White God - Sinfonia per Hagen e Una luna chiamata Europa. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 45 anni.



venerdì 27 ottobre 2017

1922 (2017)

Non ne avete ancora abbastanza di Stephen King, vero? Meglio! Perché su Netflix è uscito in questi giorni 1922, diretto dal regista Zak Hilditch e tratto dal racconto omonimo del Re, contenuto nella raccolta Notte buia, niente stelle.


Trama: l'agricoltore Wilfred James uccide la moglie, con l'aiuto del figlio Henry, per una questione legata all'eredità di un terreno. L'omicidio però genera una reazione a catena di sventure...


Notte buia, niente stelle è al momento la raccolta kinghiana con più chance di venire "completata", con un totale di tre racconti su quattro adattati per il piccolo schermo. Di queste tre opere, A Good Marriage era una schifezzuola televisiva delle peggiori, Big Driver era salvato dalla bella interpretazione di Maria Bello, 1922 è, al momento, cugino degli splendidi adattamenti che ci sono toccati in sorte nel corso di questo glorioso anno (e no, Torre Nera, non sto parlando con te!), forse perché la storia di partenza era già abbastanza angosciante di suo. Più "gotico rurale" che horror, se vogliamo proprio utilizzare delle etichette, 1922 racconta la lenta discesa all'inferno di un figlio della campagna e dell'epoca in cui vive, un uomo che ha due soli punti fermi: il terreno e l'erede al quale lasciarlo. Wilfred è un uomo duro, apparentemente privo di emozioni, quasi bovino nella sua testardaggine, che si è ritrovato in moglie (probabilmente per un errore di gioventù) una donna altrettanto arida, testarda ma, a differenza sua, disgustata all'idea di rimanere per sempre confinata in una fattoria. In una società dove le mogli devono sottostare ai mariti, essere umili e remissive, Arlette è incredibilmente moderna, sogna una vita in città, dove mantenersi con un'attività propria, e parla di divorzio ed avvocati, di vendite e progresso. Non c'è affetto tra i due, la cosa è palese, e a farne le spese è il figlio quattordicenne Henry, che diventa per lei strumento di ricatto e ulteriore pungolo per ferire Wilfred, mentre per quest'ultimo incarna il futuro, un futuro in cui il ragazzo perpetuerà l'eredità del padre, rimanendo legato per sempre agli sterminati campi di grano del Nebraska e ai "valori" della terra. E di fronte a una madre che minaccia di allontanarlo da amici e fidanzata e un padre che si dimostra invece disponibile a garantirgli una sicura routine, cosa potrà mai scegliere un povero quattordicenne che non ha mai visto il mondo? E' qui che si sviluppa l'infido piano di Wilfred, apparentemente scemo e stundaio ma subdolo come pochi, il quale riesce ad insinuarsi nel cuore, nelle paure e nell'innocenza del figlio fino a convincerlo che l'unica soluzione praticabile per vivere "felici per sempre" è proprio uccidere Arlette. L'orrore Kinghiano, la banalità del male, al loro apice. E ovviamente, come in ogni opera del Re che si rispetti, chi lascia entrare il male in casa sua è condannato ad sprofondare nell'abisso, lentamente ma inesorabilmente.


Lento e inesorabile è anche il ritmo della pellicola di Zak Hilditch, che non ha fretta di arrivare al dunque ma si prende tutto il tempo di costruire atmosfere, intessere destini nefasti, lasciare che il maledetto grano nebraskiano incomba sullo spettatore e che lo sguardo di Thomas Jane riempia lo schermo, ora pensoso, ora affilato come una lama, ora colmo di terrore, confusione e infine rassegnazione. Thomas Jane è il cuore pulsante dell'intera operazione. A nulla varrebbero la fedeltà al testo e la personalità con cui Zak Hilditch è riuscito ad evitare il compitino di routine se l'attore nativo del Maryland non si fosse accollato gli scomodi panni di Wilfred e quell'accento da palla da baseball in bocca che rende quasi impossibile la fruizione del film senza sottotitoli; c'è gente che adora Joel Edgerton e il suo abbonamento a ruoli di villico taciturno, ebbene nella mia modesta opinione io sono convinta che Thomas Jane si mastichi Edgerton e lo sputi perché la sua interpretazione non si limita all'ottuso e burbero silenzio ma viene arricchita da acume sottile, perfidia vendicativa, noncuranza nel manipolare un povero figlio ingenuo. 1922 si concentra quindi essenzialmente sulla figura di Wilfred e sulla fisicità di Thomas Jane, lasciando gli altri personaggi (e conseguentemente gli altri attori) un po' in ombra e centellinando gli aspetti puramente horror o sovrannaturali, cosa che in effetti già accadeva nel racconto. Non pensate quindi di guardare 1922 e di passare una serata coi nervi a fior di pelle, pronti a saltare sulla sedia sconvolti dai jump scare: quello del film è un orrore sottile, dove al massimo vi capiterà di provare disgusto se non amate i ratti, inquietudine all'idea di una casa popolata da fantasmi e, soprattutto, un senso di ineluttabile angoscia che non ha bisogno né di effetti speciali né di sequenze al cardiopalma. Per tutti questi motivi 1922 mi è piaciuto molto e, anche se è in grado di camminare con le sue gambe, mi ha fatto tornare la voglia di rileggere il racconto da cui è tratto, giusto per festeggiare i 70 anni di Stephen King. Ah, un avvertimento che nulla toglie alla bellezza della pellicola: se non amate le violenze sugli animali e vedere bestie sofferenti vi turba più di qualsiasi altra cosa, state lontani da questo film, mi raccomando.


Del regista e sceneggiatore Zak Hilditch ho già parlato QUI. Thomas Jane (Wilfred James) e Neal McDonough (Harlan Cotterie) li trovate invece ai rispettivi link.

Molly Parker interpreta Arlette James. Canadese, ha partecipato a film come Il prescelto, American Pastoral e a serie quali Nightmare Cafe, Oltre i limiti, Highlander, Sentinel, Six Feet Under, Dexter e House of Cards. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 45 anni e un film in uscita.


Dylan Schmid, che interpreta Henry, è stato il giovane Baelfire di C'era una volta e ha partecipato anche a Horns, tratto dal romanzo di Joe Hill. Se 1922 vi fosse piaciuto leggetevi il racconto, ovviamente. ENJOY!

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