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venerdì 24 dicembre 2021

E' stata la mano di Dio (2021)

Non sono riuscita ad andare al cinema a vederlo, causa operazione, convalescenza e impennata di coviddi, quindi ho approfittato della sua uscita su Netflix per guardare E' stata la mano di Dio, scritto e diretto dal regista Paolo Sorrentino.


Trama: Fabio vive a Napoli coi genitori e il fratello, in un momento di pura fibrillazione, quando non si sapeva ancora se Maradona sarebbe andato a giocare nella squadra della sua città. La sua storia si snoda tra problemi familiari, tragedie e un futuro nebuloso...


Nel 1984, anno in cui è ambientato E' stata la mano di Dio, avevo tre anni. Di Messico '86 ricordo soltanto la mascotte, Pique, perché ho passato l'estate a giocare con una palla decorata proprio col buffo omino baffuto, ma della Mano di Dio ho saputo, credo, giusto un paio di anni fa. Per me, Maradona è sempre stato associato alla cocaina, forse perché nel frattempo erano arrivati gli anni '90, quelli dei vari scandali, ed ero abbastanza cresciuta per recepire le notizie dei TG ed essere permeabile agli sguardi disgustati dei miei genitori. Se si aggiunge a tutto ciò il fatto che sono nata e vissuta in Liguria e che del calcio non me n'è mai importato nulla, capirete come abbia sempre fatto un'enorme fatica a comprendere l'influenza di Maradona su Napoli e i napoletani, perché questo sportivo neppure troppo "limpido" sia stato elevato al ruolo di divinità e di speranza per più di una generazione, e benché non sia stupida e, crescendo, mi siano stati chiariti i motivi di questo amore, mi arrivano tuttora come guardando un documentario: annuisco, capisco, ma non mi sento partecipe, impossibilitata come sono a vivere il contesto di tutto ciò. Guardando l'ultimo film di Sorrentino sono partita, come sempre, svantaggiata, perché anche la napoletanità, passatemi il termine, mi è avulsa: quel mix di commedia spesso triviale, di tragedia, di esternazioni teatrali, di sacro che va a braccetto col profano, sono tutte cose che non arrivano al mio cuore stundaio di ligure pronta ad odiare il mondo e a farsi i fatti suoi, così come non mi sono mai "arrivati" i film di Troisi né il suo umorismo. Purtroppo sono fatta così, non posso farci nulla (i miei non amavano nemmeno Sordi e Totò, per dire, da qualcuno avrò preso anche se a me piacciono entrambi). E purtroppo, stavolta non è riuscito neppure Sorrentino a cambiarmi.


Ci sono molte, anzi, moltissime cose che mi sono piaciute, mi hanno affascinata o mi hanno divertita guardando E' stata la mano di Dio. Dal punto di vista tecnico, innanzitutto, non c'è nulla da dire, bisogna solo levarsi il cappello: l'ultimo film di Sorrentino è una "cartolina" di Napoli che tuttavia cartolina non è, perché celebra la città con immagini splendide, spesso iconiche ma mai banali, neppure una volta, né posticce. Emozionano i viaggi in moto di notte, i bagni nel'acqua del mare, i luoghi nascosti e misteriosi dove, nottetempo, può accadere qualunque cosa, le icone turistiche e cittadine svuotate e trasformate in universi paralleli dove possono decidersi i destini delle persone, emoziona persino un luogo come lo stadio, che ho sempre trovato squallido a livelli inverosimili. Per quanto riguarda i protagonisti del film, ci sono dei personaggi indimenticabili. L'intera famiglia di Fabietto è formata dalle persone più assurde del creato, capaci di interagire tra loro in modi esilaranti, surreali e persino drammatici, e nulla mi toglierà mai dalla testa che, in un'ideale classifica di personaggi di finzione del 2021, lo zio avvocato e la nonna volgarissima di Fabietto sarebbero ai primi posti assieme all'elegantissima, enigmatica e "spiccia" Baronessa, coi suoi modi aristocratici e la sua sensibilità tutta particolare. Lo stesso Fabietto, alter ego del regista, nella sua "normalità" è di una tenerezza infinita, perso com'è nei suoi sogni e paure di ragazzo che ancora non sa cosa fare nella sua vita e che è allo stesso tempo attirato e terrorizzato da un'infinita serie di possibilità; un ragazzo che sta ancora scoprendo il sesso, un ragazzo troppo sensibile e responsabile per vivere con serenità, un ragazzo che si ritrova tra le mani i cocci della sua esistenza dopo una tragedia terribile e non riesce a capire come rimetterli insieme. Toccato dalla mano di Dio, sì, ma senza alcun aiuto materiale, Fabietto (interpretato splendidamente da Filippo Scotti), non può fare altro che tuffarsi, come fa il fratello in mare, e sperare che tutto il suo bagaglio di esperienze e la sua voglia di raccontarle bastino per ricrearsi una vita.


Come scrivevo nel primo paragrafo, dunque, non è che non abbia capito dove volesse andare a parare Sorrentino, anche se metterla giù così è davvero brutta, però nonostante le molte cose oggettivamente belle di E' stata la mano di Dio, il suo ultimo film non mi ha toccata né coinvolta salvo in rarissimi momenti. La cosa mi fa sentire oltremodo in colpa perché scrivere ciò che vorrei, ovvero "le emozioni della tragedia vissuta dal regista non passano e si perdono in una serie di immagini poetiche ma poco coese e momenti di tragedia che paiono slegati dal contesto", mi porta a pensare "ma che ca**o ne sai tu? Hai perso i genitori com'è successo a Sorrentino? No, e allora perché vorresti dirgli di non essere stato in grado di esprimere il suo dolore, che nemmeno riesci a tenere dritto il cellulare quando fai le foto?". Per l'appunto, non posso dire una cosa simile, perché sarei "deludente" come tutti i familiari di Fabietto e meriterei tutte le botte toccate in sorte alla vecchia. Ciò detto, prendete questo post non come una recensione o una critica, ma come un monologo in cui cerco di capire un film che comunque non mi ha lasciata indifferente e che vorrei rivedere una seconda volta, magari tra qualche tempo, per capire se sono stata vittima di un momento di stanchezza o se davvero questo modo di raccontare non fa per me; il fatto che non mi abbia toccata, non significa che il film di Sorrentino sia brutto o inefficace, anzi, ed è sicuramente una delle visioni più interessanti che ci siano adesso su Netflix. A prescindere che piaccia o meno, sono felice per Sorrentino, un Autore vero che è riuscito, dopo tanti anni, a raccontare la SUA storia, sperando che sia servito ad esorcizzare un dolore impensabile. Glielo auguro davvero.


Del regista e sceneggiatore Paolo Sorrentino ho già parlato QUI mentre Toni Servillo, che interpreta Saverio Schisa, lo trovate QUA

domenica 31 maggio 2020

L'uomo del labirinto (2019)

Approfittando di uno sconto su Chili, col Bolluomo abbiamo recuperato L'uomo del labirinto, scritto e diretto nel 2019 dal regista Donato Carrisi, nonché tratto dal suo romanzo omonimo.


Trama: una ragazza viene liberata dopo una prigionia di 15 anni e due uomini, un profiler e un investigatore spiantato, cercano di capire l'identità del suo rapitore.



L'uomo del labirinto mi aveva colpita fin dal trailer, più virato sull'horror sovrannaturale che sul thriller, e assai simile alle copertine del manga Doubt di Yoshiki Tonogai; quell'uomo con la testa di coniglio e gli occhi rossi a cuoricino mandava brividi giù per la schiena e l'aggiunta di due signori attori come Dustin Hoffman e Toni Servillo era quel qualcosa in più che mi avrebbe spinta ad andarlo a vedere. Non so come mai, alla fine, non ero riuscita ad andare in sala, ma forse è stato meglio così. Intendiamoci, L'uomo del labirinto non è un brutto film ed è a tratti molto inquietante, però ha delle caratteristiche che non ho apprezzato granché, in primis un "sovraccarico" di elementi perturbanti e stilosi che mi ha dato da pensare a come la pellicola di Carrisi sembri più un film di apparenza che di sostanza. Sulla trama, niente da dire. Il film lavora su due piani paralleli, da una parte l'indagine del profiler Green, costretto a discernere il sogno dalla realtà nei racconti confusi di una ragazza traumatizzata, dall'altra parte Bruno Genko, investigatore morente che vorrebbe fare almeno una cosa buona nella vita, dopo aver rifiutato all'epoca la richiesta dei genitori di Samanta di indagare sulla scomparsa della figlia. Lo spettatore è costretto, giustamente, a fare attenzione a tutto ciò che viene detto all'interno del film, zeppo di piccoli dettagli risolutori, tuttavia si inseriscono, a livello di regia e fotografia, degli elementi scorretti e dissonanti che spingerebbero i ragionamenti del pubblico verso una determinata direzione, frustrata da quel finale in cui tutto torna, lasciando con un palmo di naso chi pensava di aver capito ogni cosa.


La voglia di confondere lo spettatore si mescola al desiderio di creare sequenze quanto più "fasulle" possibile, non tanto durante le visioni, evocative ed interessanti, di Samanta, quanto nel corso di tutto lo storyarc dedicato a Bruno Genko, all'interno del quale predominano colori saturi con preponderanza di rosso, giallo ed ocra (in contrasto con le scene in cui è presente il dottor Green, molto più "televisive" non solo a livello di fotografia ma anche di regia), punti di vista strani e soluzioni visive fumettistiche, che a tratti mi hanno ricordato alcune sequenze di Sin City, soprattutto quando il personaggio viene mostrato in macchina, con paesaggi posticci che scorrono nei finestrini. Ragionando col senno di poi sono scelte sensate e anche intelligenti, ma lo stesso ho ravvisato un senso di scorrettezza nei confronti dello spettatore, forse spinta da una naturale antipatia nei confronti dei due personaggi principali, che mi sono sembrati interpretati da due attori normalmente bravi ma svogliati, in particolare Dustin Hoffman (penalizzato anche da un doppiaggio non all'altezza). Onestamente, nemmeno Toni Servillo mi è parso particolarmente a suo agio nel ruolo di Bruno Genko, surclassato da uno stuolo di caratteristi tra il weird e l'ambiguo, sicuramente molto "americani" nel loro modo di essere e di porsi. Di sicuro, L'uomo del labirinto è un film che potrebbe vendere molto bene all'estero, proprio per il suo stampo poco italiano, dal respiro internazionale, tuttavia avrei preferito che l'intera operazione non si fosse "vergognata" delle sue origini e fosse riuscita ad essere originale e nostrana come per esempio il recente The Nest.


Di Dustin Hoffman (Dottor Green) e Toni Servillo (Bruno Genko) ho già parlato ai rispettivi link.

Donato Carrisi è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato a Martina Franca, ha diretto La ragazza nella nebbia, sempre tratto da un suo romanzo. Ha 47 anni.






martedì 3 settembre 2019

5 è il numero perfetto (2019)

Attirata da un trailer accattivante, domenica sono andata a vedere 5 è il numero perfetto, diretto e sceneggiato dal regista Igort e tratto dalla sua omonima graphic novel.


Trama: Peppino, killer della camorra ormai in pensione, rientra in attività dopo la morte del figlio Nino e crea scompiglio all'interno della malavita napoletana.


5 è il numero perfetto è finito sotto i riflettori del web qualche giorno fa, per colpa delle infelici dichiarazioni di un Toni Servillo all'apice dell'ignoranza e dell'arroganza; dichiarare, infatti, la superiorità delle graphic novel sui fumetti "come quelli di Topolino o Paperino" differenziando i due generi, significa non avere idea di come la differenza tra i due, di fatto, non sussista, in quanto graphic novel è fondamentalmente solo una categoria commerciale di comodo utilizzata per ingannare il lettori con la puzza sotto il naso. Una sceneggiatura di Cimino, una saga di Reginella o quella della Spada di Ghiaccio hanno la stessa dignità letteraria di un Kobane Calling e se la gente non lo capisce non è un problema mio, bensì di persone come Servillo che sparano a zero su ciò che non conoscono. Chiuso l'argomento, com'è allora questo 5 è un numero perfetto? Carino, almeno per quel che riguarda il film, ché purtroppo il fumetto di Igort non ho mai avuto modo di leggerlo. Un po' noir, un po' pulp fiction e un po' melodramma napoletano, il film racconta la storia di Peppino, killer in pensione in una Napoli anni '70 che non vede il sole nemmeno per sbaglio, richiamato all'attività dopo che il figlio Nino, killer a sua volta, è stato ucciso in servizio. La morte di Nino e la conseguente guerra solitaria (o quasi) di Peppino è un mero pretesto per indurre il personaggio a riflessioni sulla società (strepitosa la spiegazione al figlio di come i cattivi siano necessari all'equilibrio del mondo), sulla vecchiaia e sulla vita in generale, consegnando allo spettatore un ex sicario malinconico e stanco, consapevole di aver perso molto durante il suo cammino al servizio della "Famiglia" e di essere stato privato dell'ultima cosa che poteva contribuire a farlo sentire umano e felice. Nella sua vendetta però Peppino non è solo. Al suo fianco, la storica spalla Totò o' Macellaio e Rita, antica fiamma mai sopita che ha cercato di tirarsi fuori dalla spirale di violenza legata alla camorra e allo stesso Peppino, più altri personaggi vagamente caricaturali e connotati spesso in maniera tragicomica, se non addirittura archetipica, nemmeno fossero dei cliché ambulanti tirati fuori da qualsiasi film "di mafia" mai girato.


La natura "fumettosa" di 5 è un numero perfetto si vede benissimo, a partire dalla divisione in capitoli ognuno introdotto da una sorta di "copertina", per arrivare al taglio delle inquadrature (avessi letto il fumetto probabilmente avrei colto delle similitudini con le vignette, un po' come successo con Sin City di Rodriguez) e i monologhi messi in bocca al protagonista anche voce narrante, talvolta persino troppo lunghi e "complessi", adatti ad essere riletti e metabolizzati all'interno di baloons o didascalie più che pronunciati con l'accento partenopeo di Servillo. Apro una parentesi. Per fortuna o purtroppo sono ligure, probabilmente in me vige un po' di razzismo del nord e ammetto che, a tratti, davanti alle Madonne, alle preghiere, alla teatralità del dialetto e agli insulti coloriti, nella mia mente si stagliavano le immagini di Merola e Nino D'Angelo e cominciavo a ridere fortissimo dentro di me quindi forse ho trovato 5 è il numero perfetto più "weird" di quanto fosse nelle intenzioni dell'autore; altra cosa, se Servillo e Buccirosso sono molto bravi e comprensibili anche in un dialetto non proprio semplice per me, la Golino rientra nella definizione Borisiana di cagna maledetta e avrei voluto i sottotitoli ogni volta che compariva. Peggio ancora, il suo personaggio e la sua interpretazione sono insipidi da morire e avrei preferito mille volte la saturazione di macchiette camorriste à la "Dick Tracy" piuttosto che vederla un secondo di più sullo schermo, nonostante sia sempre bellissima. A parte questo difetto e la mia conformazione mentale deviata, 5 è il numero perfetto è molto ben diretto e ben realizzato, alterna momenti epici e pulp ad altri più riflessivi e non si nega a un citazionismo simpatico benché ruffiano accompagnato da una gradevole aria vintage e una bella colonna sonora. Il mio consiglio è quello di superare la comprensibile e condivisa antipatia verso il Servillone nazionale e andarlo a vedere, per una volta che il cinema italiano sforna qualcosa di un po' più lontano dai soliti canoni della filmografia nostrana recente.


Di Toni Servillo (Peppino Lo Cicero), Valeria Golino (Rita) e Carlo Buccirosso (Totò o'Macellaio) ho già parlato ai rispettivi link.

Igort (vero nome Igor Tuveri) è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo film dietro la macchina da presa, inoltre compare anche tra i passeggeri dell'autobus. Fumettista nato a Cagliari, al momento è il direttore editoriale della rivista Linus e ha 61 anni.





domenica 3 marzo 2019

Il divo (2008)

Siccome mi era capitato recentemente di vederne degli spezzoni su Rai 3, qualche sera fa ho recuperato su Amazon Prime Il divo, diretto e sceneggiato nel 2008 dal regista Paolo Sorrentino.


Trama: a cavallo del suo settimo mandato, Giulio Andreotti deve prima lottare per ottenere la carica di Presidente della Repubblica, quindi per salvarsi dalle accuse di collusione con la mafia nel corso del maxiprocesso a Palermo.



Il periodo storico raccontato ne Il divo mi vedeva massimo dodicenne. Per me Andreotti era la maschera del Bagaglino, quell'uomo gobbo e dalla voce querula preso in giro nel corso di sketch infantili che lo stesso non capivo nella loro interezza, non era lo spauracchio intollerabile e da combattere con tutte le forze che sarebbe diventato Berlusconi qualche anno dopo, ai tempi del liceo e dell'università. Per questo guardando Il divo mi sono fatta condurre per mano da Sorrentino, accettando con lieta ignoranza tutto quello che passava sullo schermo chiedendomi sconcertata che diamine fosse l'Italia soltanto vent'anni fa, coi governi grondanti mafiosi, corrotti ed assassini in grado di spadroneggiare senza che nessuno aprisse bocca. Mi direte, ora abbiamo Salveenee e il suo amichetto dal Q.I. inesistente, per non parlare di quel Muppet inutile, mosso dalle mani di entrambi infilate su per il pertugio, che risponde al nome di presidente del consiglio, quindi non so quanto stiamo meglio, benché questa gente si riempia la bocca di paroloni come "libertà, giustizia, uguaglianza e prima gli italiani". Anzi, per quanto Andreotti fosse sicuramente Satana, perlomeno l'opera di Sorrentino ci propone un demonio ammirevole, quasi affascinante (passatemi il termine improprio) non gli ominicchi del nuovo millennio. Fermo nei suoi ideali, consapevole di sé, terribilmente scaltro ed intelligente, dotato di un'ironia e un aplomb inglesi che rendono ognuno dei suoi collaboratori, dal primo all'ultimo, delle inutili caricature prive di carisma, Andreotti viene rappresentato come l'eminenza grigia e il fautore di tutti i mali d'Italia, una presenza insidiosa e costante, avvolta da una tale aura di mistero che poter mettere la mano sul fuoco ed accusarlo con certezza di tutto quello che gli è stato attribuito è, e probabilmente sempre sarà, impossibile. Sorrentino non ha interesse a raccontare la vita di Andreotti, solo due snodi fondamentali che ne hanno preceduto la caduta, ovvero la mancata elezione a Presidente della Repubblica e il coinvolgimento nel maxi processo di Palermo dopo la morte di Giovanni Falcone, punto di non ritorno e orribile "sveglia" capace di scuotere le coscienze anche di chi da anni fingeva di non vedere.


Come poi avrebbe fatto in Loro e Loro 2, Sorrentino punta i riflettori non solo sul personaggio Giulio Andreotti, sempre magistralmente interpretato da un misuratissimo e machiavellico Toni Servillo, ma anche e soprattutto sulla corte di buffoni che lo circonda, una cricca di ministri e alti prelati che avrebbero fatto scomparire i Soprano, e sulle figure per lui importanti, come la fiduciosa, compassata moglie Livia. La frenesia della regia e del montaggio mescolano momenti di stasi quasi lirica e scene al limite dell'onirico (come quella iniziale del gatto) con violente sequenze accompagnate da una colonna sonora pop ed incalzante, creando un contrasto straniante tra i pulitissimi, lussuosi centri del potere e le sanguinose conseguenze delle decisioni prese dall'alto. Il tutto è accompagnato dalla lucida voce fuori campo di Toni Servillo, talmente bassa e sussurrata da richiedere allo spettatore uno sforzo non indifferente per capire le parole ambigue ed ironiche del protagonista; l'Andreotti di Servillo è un gargoyle che spunta dalla penombra, inquietante per il modo in cui i suoi gesti misurati e le sue parole, quasi fossero un codice sconosciuto ai più, riescono a mutare le sorti delle singole persone e di un intero Paese. Un po' divinità salvifica, quasi un Babbo Natale, un po' demone, sempre in bilico tra queste due nature sia nel pubblico che nel privato, il "Divo" Giulio fa molta più paura del Berlusconi di Loro, un vecchio cialtrone rincoglionito, e lascia allo spettatore un senso di angoscia che travalica il manierismo Sorrentiniano. Un film da rivedere, senza dubbio, magari con un po' più di cognizione di causa e la mente lucida, non appannata dalla stanchezza della giornata.


Del regista e sceneggiatore Paolo Sorrentino ho già parlato QUI. Toni Servillo (Giulio Andreotti), Anna Bonaiuto (Livia Danese), Carlo Buccirosso (Paolo Cirino Pomicino), Giorgio Colangeli (Salvo Lima) e Nuot Arquint (Assassino di Lima) li trovate invece ai rispettivi link.

Flavio Bucci interpreta Franco Evangelisti. Nato a Torino, ha partecipato a film come La classe operaia va in paradiso, L'ultimo treno della notte, La orca, Suspiria, Il marchese del Grillo e a serie quali La piovra e I promessi sposi. Ha 72 anni e due film in uscita.


Fanny Ardant compare, non accreditata, come la moglie dell'ambasciatore francese. Francese, ha partecipato a film come La signora della porta accanto, Elizabeth, 8 donne e mezzo e La grande bellezza. Anche regista e sceneggiatore, ha 70 anni e un film in uscita.


Se Il divo vi fosse piaciuto recuperate Loro 1 e Loro 2. ENJOY!

martedì 15 maggio 2018

Loro 2 (2018)

Sabato sera si è concluso anche il viaggio nella mente (?) di Berlusconi con Loro 2, diretto e co-sceneggiato da Paolo Sorrentino nonché, ovviamente, seguito di Loro 1.


Trama: nella sua villa in Sardegna, Berlusconi si ritrova a dover orchestrare il  ritorno in politica e a salvare un matrimonio ormai allo sfascio...



"Lei ha l'alito di mio nonno. Non è né profumato, né maleodorante, è solo... l'alito di un vecchio". Stralcio di dialogo ripreso da Loro 2, utilissimo per riassumere il mio pensiero alla fine della visione, con tutte le modifiche del caso. Per me, l'ultimo film di Sorrentino non è né profumato come vorrebbe dare a intendere la cVitica illuminata, né maleodorante come ritengono i feroci detrattori del grande regista italiano. Piuttosto, sta lì, stuck in the middle. Ha l'"alito di Sorrentino", il che è esattamente quello che mi sarei aspettata guardando il film, ovvero un'opera fatta di immagini bellissime e pochissima sostanza, resa ancora più inconsistente dalla natura vuota e fondamentalmente inutile della persona presa ad oggetto della disamina, specchio di un'Italietta triste che va matta per i "venditori di fumo e merda" (cit. aulica & forbita), come dimostra la nascita della Grande Alleanza governativa attuale. E in quanto specchio di un'Italietta triste, è un film facilmente prevedibile, dall'inizio alla fine, soprattutto da chi in quest'Italietta ci vive da quasi quarant'anni ed è cresciuta con la divertente, inquietante Maschera del Cavaliere, novello Pulcinella cantore e barzellettaro col piglio mefistofelico di chi conosce tutto e tutti, di chi non può essere psicanalizzato ma psicanalizza, un po' imprenditore di sé stesso e del Paese, un po' eterno Peter Pan costantemente alla ricerca di "vita" e proiettato verso il futuro, un po' salvatore della Patria in quanto unico depositario del Dio denaro. Veramente, un ritratto così di Berlusconi avrei potuto scriverlo io, parentesi tragica e lirica sul terremoto dell'Aquila compresa, in un gioco di contrasti talmente elementare da sembrare quasi confezionato da Panfilo Maria Lippi "per venire in contro alle nostre capacità mentali". Certo, come avevo preventivato, Sorrentino in questa seconda parte ci consegna un Silvio triste, fiaccato dalla vecchiaia, ripetitivo appunto come gli anziani ("Poi accendiamo il Vulcano, eh?"), protagonista di una parentesi di Storia tra le più imbarazzanti del nostro Paese... ma, ribadisco, l'avevo preventivato e Loro 2 scorre dall'inizio alla fine liscio come la potato di Euridice Axen, ripresa nell'inquadratura più raffinata dell'intera pellicola mentre si depila il montarozzo cespuglioso con un rasoio usa e getta a bordo piscina, ennesima metafora cheap dello squallore celato da glamour, balletti e festini.


So che da quello che ho scritto finora non si direbbe ma Loro 2 mi è piaciuto molto più di Loro 1 e per un semplicissimo motivo: al di là della ricercatezza formale di Sorrentino, sono rimasta a bocca letteralmente spalancata davanti alla prova attoriale di Servillo e (unica cosa davvero inaspettata) di Elena Sofia Ricci. Il quasi monologo di Berlusconi al telefono, fatto di logorroiche promesse di vita migliore e silenzi da brividi, conditi da sorrisi malvagi, è l'apoteosi della bellezza e mette un nervoso inaudito, al punto che se avessi mai dato una volta nella vita il voto a Silvio starei infilando le mani nello sterco per prendermi meglio a schiaffi, mettendomi nei panni della povera signora bibina e gabbata da colui che "conosce il copione della vita" e conseguentemente ti rigira come vuole. La seconda scena da applausi è invece l'incalzante dialogo tra Servillo e la Ricci, un pre-finale in cui i due attori duettano con una tristezza e una cattiveria incredibili rinfacciandosi a vicenda tutto ciò che, obiettivamente, il pubblico rinfaccerebbe ai veri Berlusconi e Veronica Lario ma senza dare il fianco alla faciloneria, lasciando all'interno del loro rapporto una frattura fatta di incomprensione, mistero e angoscia che è la parte più bella e, ahimé, meno sfruttata dell'intero film. E' un peccato che Sorrentino abbia puntato maggiormente sul vuoto e sul trash, lasciando solo affiorare, di tanto in tanto, elementi rabbiosi e realmente tristi oppure perturbanti come il meraviglioso "tuttofare" Carlo, è un peccato che Loro 2 si concluda con delle immagini bellissime e con un silenzio che avrei gradito l'avesse fatta da padrone nel corso di entrambe le pellicole invece di sfruttare musica, immagini, passera, trailer trash che nemmeno Maccio Capatonda o René Ferretti e vuote chiacchiere per stordire lo spettatore. Peccato davvero, perché nell'insieme il dittico di Loro è sicuramente un'opera particolare e meritevole dal punto di vista artistico, ma rischia di non lasciare traccia nella memoria dello spettatore, effimero com'è nei contenuti. Un po' come Silvio, a cui per farsi ricordare serve un'esposizione mediatica costante e un periodico ritorno, nemmeno fosse uno di quei boogeyman dei film slasher, cosa che purtroppo al film di Sorrentino non credo verrà concessa a meno che non arrivino un Loro 3, Loro 4 o Loro 5. Posso quindi solo augurare a Loro la stessa memoria "selettiva" che gli italiani mostrano di avere quando si parla del Berlusca, così da assicurare alla pellicola gloria imperitura ed immeritata nonostante i moltissimi errori.


Del regista e co-sceneggiatore Paolo Sorrentino ho già parlato QUIToni Servillo (Silvio Berlusconi), Elena Sofia Ricci (Veronica Lario), Riccardo Scamarcio (Sergio Morra), Kasia Smutniak (Kira), Fabrizio Bentivoglio (Santino Recchia), Anna Bonaiuto (Cupa Caiafa), Giovanni Esposito (Mariano Apicella) e Ricky Memphis (Riccardo Pasta), li trovate invece ai rispettivi link.


Oltre a Ugo Pagliai, che torna nel ruolo di Mike Bongiorno, in Loro 2 compare anche Max Tortora nei panni del produttore Martino. Come sempre, se Loro 2 vi fosse piaciuto, oltre a recuperare Loro 1 consiglio anche Il divo, La grande bellezza e The Wolf of Wall Street. ENJOY!


domenica 6 maggio 2018

Loro 1 (2018)

Durante la permanenza a Trieste, dopo Avengers: Infinity War ho convinto il Bolluomo ad andare a vedere anche Loro 1, diretto e co-sceneggiato dal regista Paolo Sorrentino.


Trama: Sergio Morra, pappone dalle grandi ambizioni, raduna una corte di prostitute di lusso per arrivare a Lui. Il Silvio. Berlusconi, nel frattempo, ha il suo bel daffare per mantenere il rapporto con la moglie Veronica, ormai ridotto al lumicino...



"Non ci ho capito un ca**o". Questo il commento del Bolluomo alla fine della visione di Loro 1. Una constatazione solo apparentemente superficiale, che in realtà aveva tutt'altro significato, assai più condivisibile. Infatti, come poi mi ha spiegato in seguito, Mirco in realtà non ha ben capito come sia riuscito Sorrentino a trarre un film di durata standard da una trama risibile come quella scritta sopra e sinceramente non posso dargli torto. L'ho scritto su Facebook e lo ribadisco anche qui: Loro 1 è un film dove per un'ora si vede Scamarcio strafatto in mezzo alla patata, per altri 40 minuti invece c'è Servillo che imita Berlusconi come i peggiori comici del Bagaglino, mentre Sorrentino ipnotizza lo spettatore con una bellezza formale incredibile, folli soluzioni visive, momenti lisergici, metafore che capirà solo lui, tutto quello che continua a confermarlo uno dei migliori registi italiani. E però, Paoletto mio, non ti chiedo tanto ma un MINIMO di contenuto sì, per cortesia. Vero è che per ritrarre l'universo Berlusconiano, governato da colui che tanto si è impegnato, fin dagli anni '80, a traghettare gli italiani tra le braccia dell'Ignoranza, non c'è nulla di più azzeccato che portare sul grande schermo un coloratissimo Vuoto Cosmico; vero è che il 90% del cervello del Berlusca sarà occupato dalla passera e per il restante 10% ci saranno mastruzzi, manie di grandezza, autocelebrazioni e un costante desiderio di far fesso il prossimo, che è un po' la composizione di Loro 1; vero è che Lui è sempre stato e continua ad essere la caricatura di sé stesso quindi ben venga un'interpretazione che sa di posticcio lontano un chilometro; vero è che prima di giudicare bisognerebbe aspettare di vedere Loro 2, che dal trailer promette una malinconia senza fine in aperto contrasto con la squallida cazzoneria del primo capitolo; vero tutto ma, santo Silvio, a me Loro 1 è sembrata comunque una colossale, Berlusconiana presa per i fondelli. E facile che 1) non abbia capito una mazza oppure 2) questo era l'intento di Sorrentino, chissà.


Queste sono dunque le reazioni a caldo, che probabilmente troveranno completamento nel post che dedicherò a Loro 2 (film che, per inciso, andrò a vedere da sola, il Bolluomo ha detto "poi me lo racconti, eh!") quindi prendetele con le pinze, almeno per ora. Due parole, solo, aggiungo sugli attori e sulla realizzazione di Loro 1. Scamarcio ha raggiunto un'età in cui, finalmente, ha trovato il ruolo giusto per lui: quello del magnaccione cafone e strafatto di bamba. Probabilmente io lo ricorderò per sempre così, una scheggia impazzita che vuole a tutti i costi incontrare Lui, anche dando in pasto la bella e "raffinatissima" moglie (il montaggio iniziale in cui nel tempo di scaldare due sofficini nel microonde per i figli la signora si prepara per uscire e tira pure di naso è da antologia) al vecchio politico laido interpretato magistralmente da Fabrizio Bentivoglio, altro attore che da il meglio di sé nel crudele confronto col Berlusconi di Servillo. Su quest'ultimo mi sono già pronunciata, ho trovato la sua "versione" del Berlusca troppo caricaturale, inutilmente ridicola e se vogliamo banale, ché alla fine è quello che si sarebbe aspettato il pubblico; tra l'altro, il rapporto con Veronica Lario è di una tristezza incredibile, con lei che passa per gran intellettualona costretta (ma da chi, da cosa???) a sopportare un marito amato solo in virtù di ricordi passati ormai da tempo, invecchiati come il povero Concato che a un certo punto (non me ne vogliano i fan, ché il povero Fabio mi sta anche simpatico) spunta a coronare un teatrino del trash fatto di pecore che schiattano, Apicella che suona, castelli gonfiabili in mezzo ai prati e calciatori che citano Saramago rifiutando le veline (schiatto, dai!). In tutto questo, ho due sole certezze. Kasia Smutniak merita il premio Corinna Negri ad honorem e può giusto ringraziare di essere una gnocca colossale, mentre Sorrentino è sempre bravissimo nel creare sprazzi di poesia nei momenti più inaspettati, mostrando arte ed innocenza anche dove non ci si aspetterebbe di trovarli, e riuscendo a creare una sequenza in particolare che non avrebbe affatto stonato all'interno di The Neon Demon. Ovviamene, questa è solo la mia modestissima e ignorante opinione, decidete voi se la Grande Bellezza di un regista dotato che secondo me stavolta l'ha fatta un po' fuori dal vaso può essere sufficiente a spingervi a vedere Loro 1.


Del regista e co-sceneggiatore Paolo Sorrentino ho già parlato QUI. Toni Servillo (Silvio Berlusconi), Riccardo Scamarcio (Sergio Morra) e Kasia Smutniak (Kira) li trovate invece ai rispettivi link.

Elena Sofia Ricci interpreta Veronica Lario. Nata a Firenze, la ricordo per film come Io e mia sorella, inoltre ha partecipato a serie quali Caro maestro, Don Matteo, I Cesaroni e Che Dio ci aiuti. Ha 56 anni e tornerà ovviamente in Loro 2.


Fabrizio Bentivoglio interpreta Santino Recchia. Nato a Milano, ha partecipato a film come Marrakech Express, Turné, Puerto Escondido, Denti, Tutto tutto niente niente e Il ragazzo invisibile. Anche sceneggiatore e regista, ha 61 anni e due film in uscita, tra cui Loro 2.


Anna Bonaiuto interpreta Cupa Caiafa. Nata in Friuli-Venezia Giulia, ha partecipato a film come Il ginecologo della mutua, Giovanni Falcone, Il postino, Il caimano e Il divo. Anche sceneggiatrice, ha 68 anni e un film in uscita, Loro 2.


Giovanni Esposito interpreta Maiano Apicella. Nato a Napoli, lo ricordo per film come Tutti gli uomini del deficiente, La leggenda di Al, John e Jack e Ammore e malavita, inoltre ha partecipato a serie quali La piovra 8 - Lo scandalo, Anni '50 e I delitti del cuoco. Anche, ha 48 anni e un film in uscita, Loro 2.


Ricky Memphis (vero nome Riccardo Fortunati) interpreta Riccardo Pasta. Nato a Roma, lo ricordo per film come Ultrà, La scorta, I mitici - Colpo gobbo a Milano, Palermo Milano sola andata e Immaturi, inoltre ha partecipato a serie quali Distretto di polizia e Tutti pazzi per amore. Ha 40 anni e due film in uscita, tra cui Loro 2.


Oltre alla comparsata del vero Fabio Concato, tra gli altri attori che spuntano in piccoli ruoli segnalo Ugo Pagliai, che interpreta Mike Bongiorno. Il vecchio Mike è una delle persone reali di cui vengono fatti i nomi, altre sono ispirate a personaggi esistenti come l'attrice Sabina Began, amante del Berlusca che nel 2012 aveva persino dichiarato di aspettare un figlio da lui (poi perso) e che nel film è rappresentata da Kira. Detto questo, se Loro 1 vi fosse piaciuto, nell'attesa che esca Loro 2 recuperate Il divo e The Wolf of Wall Street. ENJOY!


venerdì 7 marzo 2014

La grande bellezza (2013)

Come l'80% degli italiani, martedì mi sono seduta comoda sul divano assieme alla mamma e alla gatta Bedelia per guardare La grande bellezza, diretto nel 2013 da Paolo Sorrentino e vincitore dell'Oscar come miglior film straniero. Sorvolando sull'orrida tempistica delle interruzioni pubblicitarie me**asettare, cerchiamo di scrivere due righe sensate su un film non semplice che ha fatto discutere chiunque, dalla vecchietta vicina di casa ai colleghi d'ufficio...


Trama: Jep Gambardella è un mondano sessantacinquenne che vive del successo di un unico libro scritto in gioventù. Attraverso i suoi occhi, scorrono sullo schermo le immagini di una Roma squallida e gloriosa e di un passato impossibile da rivivere...


Cominciamo con una premessa. Questo è il mio blog, lo gestisco da non competente amante di Cinema e mi vanto di aver affrontato ogni recensione con la massima sincerità. Quindi, molto sinceramente, non mi vergogno a dire che la prima ora de La grande bellezza mi è pesata come un macigno. L'ho trovato visivamente bellissimo, anzi, meraviglioso, un trip psichedelico e onirico come raramente si può vedere nel cinema italiano recente, ambizioso da morire e sicuramente lontanissimo da qualsivoglia ottica commerciale... ma freddo, freddo come il cuore di un usuraio. Impietoso e grottesco, con Sorrentino e il suo alter ego Toni Servillo che mettono in scena la rovina di un Paese fatto di vuoto, stupidità e trasgressioni da operetta, è riuscito sì e no a strapparmi un paio di amare risate ed è riuscito soprattutto a farsi odiare per il modo compiaciuto in cui si impegna ad intrappolare lo spettatore nello stesso "gioco" subito dal pubblico presente alla performance del teatro d'avanguardia all'aperto mostrato quasi all'inizio del film, dove la gente applaude cose incomprensibili solo perché spacciate per arte ed è lo stesso Gambardella a sputtanare la pazza "artista" che ha inscenato quell'obbrobrioso spettacolo. Difficile mitigare questo tipo d'irritazione, anche davanti alla bravura di Servillo e di un'inaspettata Sabrina Ferilli che dimostra di possedere insospettabili doti di attrice. Difficile persino davanti alla bellezza di palazzi segreti esplorati nottetempo e colori talmente sgargianti da non sembrare nemmeno veri. Difficile provare qualcosa, persino di fronte all'orrore di vedere una Serena Grandi vergognosamente sfatta e gonfia, quando il protagonista appare così distaccato da assomigliare al freddo marmo delle statue e il regista sembra soltanto volerti far capire quanto tu, italiano, sia ignorante, burino e stronzo mentre Lui possiede la sapienza e la bravura. Difficile, non impossibile.


Perché ad un certo punto arriva, quasi strappato da quel cinema popolare per cui tutti noi lo conosciamo e amiamo, il buon Carlo Verdone. Ora, io non vado particolarmente matta per Verdone e, dico la verità, il personaggio di Romano non l'avevo quasi calcolato, povero zerbinaccio sfigato che striscia dietro a Gambardella e ad una donnaccia che non gliela darà mai. Eppure, quando Romano si convince a salire sul palcoscenico mettendosi a nudo per la prima volta e vede che le uniche due persone che avrebbe voluto tra il pubblico, Gambardella e la donnaccia in questione, o non ci sono o se ne vanno schifate mentre tutti gli altri applaudono, gli sono bastate un paio di frasi per farsi amare e, finalmente, farmi cominciare ad aprire il cuore a La Grande Bellezza: "Roma mi ha deluso. Me ne torno al paese". Roma intesa come metafora di una realtà in cui sopravvivono solo gli squali, di un palcoscenico di cui bisogna conoscere a menadito le regole per essere in grado di "far fallire le feste" e diventare gli unici, adorati protagonisti. Un mondo che non è fatto per tutti: chi cerca di adattarsi senza esserne in grado, come Romano, come la maggior parte di noi, viene perennemente relegato in un angolo e trattato come una nullità... e allora l'unica soluzione è "tornare al paese", cercare la propria dimensione anche fuori dalle luci della ribalta. Automaticamente, ecco che anche Jep diventa così più umano. Perché Jep, poveraccio, arrivato a 65 anni è stanco di recitare, stanco di seguire le regole, stanco di disumanizzarsi al punto da non riuscire nemmeno più ad apprezzare le meraviglie di Roma e della vita. Lui è, letteramente, il RE di Roma ma non è tanto diverso da quel giapponese che muore all'inizio, che si allontana dalle noiose spiegazioni storiche per immortalare con uno scatto una bellezza ideale ed irreale: Gep è CIRCONDATO dalla bellezza ma non può vederla perché, ormai da anni, il concetto di bellezza per lui non è più sinonimo di semplicità bensì di eccesso, di novità, di trasgressione, di "cultura", di superiorità, di falso. E' la cosa più banale del mondo, ma tutti noi italiani siamo così. Abbiamo un patrimonio artistico che va in rovina e guardiamo, smaniosi, verso l'estero, verso la tecnologia, verso la ricchezza materiale e diventiamo sempre più annoiati, più inutili, più vecchi e più sospettosi verso qualunque cosa provenga dal nostro Bel Paese.


Quindi, grazie a Verdone che torna al paese, ma non solo. Grazie alle singole foto che documentano ogni giorno di vita testimoniandone l'importanza e l'unicità prima che arrivi la morte, in ogni sua forma, a spezzare la gioventù, la bellezza e l'amore. Grazie al gesto innocente e malizioso di una ragazza davanti al suo primo (e forse unico?) amore, un momento talmente unico, irripetibile e sacro che una vita fatta di trenini che non portano da nessuna parte può soltanto bloccare per l'eternità le parole necessarie a descriverlo. Grazie alle radici mangiate da una vecchia Santa, che in un gesto di ribellione riesce ad esprimere tutta la dignità di una religione altrimenti schiacciata dalle stesse ipocrisie, convenzioni e regole che quotidianamente lordano la mondanità. Grazie, infine, alle lacrime di Jep Gambardella davanti al terribile abisso della solitudine, un abisso che nessuna festa o abito di lusso potranno mai mascherare o mitigare, non per sempre almeno. L'importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi, aprire gli occhi e ricominciare a vivere per davvero, o almeno provarci. D'altronde, ci sono tante piccole cose in grado di renderci felici o, perlomeno, soddisfatti e in pace con noi stessi, alla faccia di quello che pensano gli altri di noi. Una di queste, per me, è questo piccolo blog, dove spero di essere riuscita a trasporre un po' delle sensazioni che mi ha smosso La grande bellezza dopo la prima e finora unica visione. Mi rendo conto che dovrei rivederlo più volte per cogliere ciò che sicuramente mi è sfuggito e mi rendo anche conto che, nonostante l'Oscar, il film di Sorrentino non potrà mai incontrare totalmente i miei gusti... ma, come si dice, se una pellicola ti fa riflettere e pensare per giorni, allora forse si tratta davvero di Grande Cinema. E siccome proviene dall'Italia credo che dovremmo esserne tutti, a prescindere, maledettamente orgogliosi prima che snobismo, invidia ed esterofilia ci impediscano di cogliere la vera, grande bellezza. Qualunque essa sia.


Del regista e sceneggiatore Paolo Sorrentino ho già parlato qui.

Toni Servillo interpreta Jep Gambardella. Originario di Afragola lo ricordo per film come Le conseguenze dell’amore, La ragazza del lago, Gomorra, Il divo e Bella addormentata. Anche sceneggiatore, ha 55 anni e un film in uscita. 


Carlo Verdone  interpreta Romano. Originario, per l’appunto, di Roma, lo ricordo per film come Un sacco bello, Bianco, rosso e Verdone, Borotalco, Grand Hotel Excelsior, In viaggio con papà, 7 chili in 7 giorni, Io e mia sorella, Compagni di scuola, Il bambino e il poliziotto, Maledetto il giorno che t’ho incontrato, Viaggi di nozze, Sono pazzo di Iris Blond!, Gallo cedrone, Zora la vampira, Manuale d’amore, Manuale d’amore 2 (Capitoli successivi), Manuale d’am3re e Sotto una buona stella, inoltre ha doppiato il gatto Zorba in La gabbianella e il gatto. Anche sceneggiatore, regista e produttore,  ha 64 anni. 


Sabrina Ferilli interpreta Ramona. Romana, la ricordo per film come Rimini Rimini – Un anno dopo, Il signor Quindicipalle, I fobici, Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo… me, Natale a New York, Natale a Beverly Hills e Vacanze di Natale a Cortina. Inoltre, ha partecipato a serie come I ragazzi della 3 C, Valentina e Due imbroglioni e mezzo. Ha 50 anni.


Carlo Buccirosso interpreta Lello Cava. Originario di Napoli, lo ricordo per film come L’amico del cuore, Febbre da cavallo – La mandrakata, Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo… me e Il divo, inoltre ha partecipato a serie come Due imbroglioni e mezzo. Ha 60 anni.


Giorgio Pasotti interpreta Stefano, il custode. Originario di Bergamo, ha partecipato a film come L'ultimo bacio, Baciami ancora e a serie come Distretto di polizia. Anche regista e sceneggiatore, ha 41 anni e tre film in uscita.


Serena Grandi (vero nome Serena Faggioli) interpreta Lorena. Originaria di Bologna, la ricordo per film come Antropophagus, Pierino la peste alla riscossa, Pierino colpisce ancora, Sturmtruppen 2 (Tutti al fronte), Acapulco, prima spiaggia... a sinistra, Miranda, Rimini Rimini, Roba da ricchi, Saint Tropez Saint Tropez, Monella e Radio Freccia. Ha 56 anni.


Isabella Ferrari (vero nome Isabella Fogliazzi) interpreta Orietta. Originaria di Ponte dell'Olio, ha partecipato a film come Sapore di mare, Sapore di mare 2 – Un anno dopo, Il ras del quartiere, Fracchia contro Dracula, Il ragazzo del pony express, Willy Signori e vengo da lontano, La lingua del santo e alla serie Distretto di polizia. Ha 50 anni e un film in uscita.


Nel film compaiono anche Fanny Ardant, Antonello Venditti nei panni di sé stesso e Lillo (al secolo Pasquale Petrolo) di Lillo & Greg come, per l'appunto, Lillo De Gregorio. Se La grande bellezza vi fosse piaciuto, infine, potreste guardare anche La dolce vita, 8 1/2 e Roma. ENJOY!!

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