mercoledì 26 agosto 2009

Snakes on a Plane (2006)

Nel lontano continente australiano si è molto influenzati dai cuginetti americani. Capita quindi che i giornali della Terra dei Canguri diano molto risalto a film che hanno pian piano raggiunto un livello di cult raramente eguagliato, mentre qui magari gli stessi film passano praticamente inosservati. Ed è così che io sono riuscita ad infiammarmi, prima ancora della sua uscita, per Snakes on a Plane, pellicola del 2006 diretta da David R. Ellis, semplicemente leggendo di un film modellato sui gusti del pubblico, tramite un blog che il regista ha tenuto per tutta la realizzazione per rimanere in contatto con quanti aspettavano con ansia la sua uscita. I miei studenti di allora ricorderanno i miei deliranti status su MSN, che recitavano cose tipo: “Can’t wait to see those motherfucking snakes on that motherfucking plane!”, tanto che alla fine credo di essere stata l’unica insegnante a venire accompagnata da un branco di teenagers festanti che non vedevano l’ora di assistere allo spettacolo non tanto del film ma della prof ormai impallata. E il bello è che ne siamo usciti tutti soddisfattissimi, e anche a rivederlo questo Snakes on a Plane è puro delirio.

La trama? Ci sono serpenti. Su un aereo in volo. E Samuel L. Jackson a farli fuori. Direi che basta questo per convincere chiunque a vederlo.


Allora, freno un attimino l’entusiasmo. Io ho ADORATO questo film, ma non posso pretendere che lo facciano tutti, quindi un piccolo prontuario per l’uso è doveroso. Innanzitutto, se da piccoli non vi siete mai appassionati per roba come Lo squalo, Piranha o simili, non provateci neppure ad avvicinarvi a SOAP. Il motivo è presto detto, visto che la pellicola è una sorta di “operazione nostalgia”, un film dove è assolutamente vietato pensare, bisogna solamente farsi avvolgere dalle spire dei serpenti, accettare un assunto così assurdo da risultare irritante e pretestuoso e perdersi in ogni sboronata registica ed attoriale. Bisogna tornare bambini e fare “ooh”” saltando sulla sedia ad ogni attacco di serpenti, senza farsi troppe domande. Attenzione però a non confonderlo con boiate pseudo fashion come potrebbe essere un Anaconda, o un Blu profondo. Quelli sono privi della necessaria ironia, mentre in SOAP sembra di essere tornati ai tempi di Indiana Jones e a quel caustico, sprezzante umorismo che non risparmia nemmeno un personaggio, dallo steward apparentemente gayo, alla signora cicciona, dal marito ansioso, alla donnina con l’inseparabile chihuahua, passando ovviamente per lo sbirro di Samuel L. Jackson che si spreca in frasi storiche degne di quelle che uscivano dalla bocca di un Indy o di un Rambo. Se si è disposti a prendere il tutto come un gioco, allora si uscirà assolutamente soddisfatti dalla visione. Altrimenti, serpenti su di voi!


Ovviamente la regia è ottima, così come la realizzazione. I serpenti sono molto realistici, e a volte viene utilizzata anche la “serpentovisione” che consente di vedere attraverso i loro occhi, espediente che per fortuna viene usato con parsimonia. Il ritmo è serratissimo, com’è giusto per questo genere di film, e le scene catastrofiche si sprecano: spettacolare il primo attacco dei serpenti e la decisione finale di Jackson di eliminarli nel modo più pericoloso per i passeggeri all’urlo di “I’ve had enough of those motherfucking snakes on this motherfucking plane!”. I personaggi sono assai simpatici, sebbene proprio il protagonista che dovrebbe affiancare Samuel è tra tutti il più moscio ed insignificante, tanto che non sarebbe una gran perdita se i serpenti lo masticassero. Assolutamente esilaranti le due guardie del corpo del rapper nero terrorizzato dai germi altrui e il bastardissimo snob che usa cagnolini innocenti come scudo contro i serpenti. Persino la lunghezza del film è pressoché perfetta: non troppo corta da dar l’idea di un filmetto buttato via, e nemmeno troppo lunga da lasciar subentrare noia e tempi morti. “Imperdibile” il video musicale che accompagna i titoli di coda, con un branco di strepponcelli fighetti a cantare, appunto, una canzone dall’inequivocabile titolo: Snakes on a Plane. Un tocco di trash che, indubbiamente, in un simile film non può mancare.


Di Samuel L. Jackson ho già parlato qui. Nel frattempo i suoi impegni si sono moltiplicati, e oltre a dare la voce a uno dei personaggi di Astroboy interpreterà Nick Fury (ma non era bianco? O___O) in una marea di film Marvel di prossima uscita, tra cui il seguito di Iron Man, Thor, The Avengers, Nick Fury e dovrà presenziare in altri 12 film. Auguri, Sam!!


David R. Ellis è il regista della pellicola. Americano, non proprio di primo pelo ma neppure troppo famoso,tra i suoi film ricordo Final Destination 2 e The Final Destination, l’ultimo episodio della saga, rigorosamente in 3D. Ha 57 anni e tre film in uscita.

Julianna Margulies interpreta l’hostess Claire. L’attrice americana è diventata famosa e familiare agli occhi di molti telespettatori grazie al ruolo dell’infermiera Carol Hathaway nella serie ER, dove la fortunata donna era la fidanzata del buon George Clooney. Tra i suoi film ricordo Nave fantasma e Il giovane Hitler, mentre tra le serie tv alle quali ha partecipato cito Law and Order, La Signora in giallo, Scrubs, I Soprano. Ha 43 anni.


Nathan Phillips interpreta il testimone, Sean. Australiano, ha raggiuntola notorietà con lo splendido, inquietantissimo Wolf Creek, che è l’unico altro suo film degno di menzione. Come tutti gli attori australiani che non hanno avuto parte in Home and Away ha partecipato comunque all’altra famosa soap del paese: Neighbours. Ha 29 anni e due film in uscita.  


E ora vi lascio con la cosa più trash del film, come promesso: i Cobra Starship e la loro Snakes on the Plane! ENJOY!!







domenica 9 agosto 2009

Ponyo sulla scogliera (2009)

Ogni tanto anche questo blog deve ospitare, al di là dell'horror e del trash, qualche film un pò più dolce e carino. In questo caso, dopo una lunga attesa, sono riuscita a vedere l'ultima fatica del maestro Hayao Miyazaki, datata 2009: Ponyo sulla scogliera (Gake no ue no Ponyo). L'attesa purtroppo non è stata ripagata come avrebbe dovuto, in effetti.


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La trama è questa: Brunilde, una piccola pesciolina dal volto umano, figlia dello scienziato/stregone Fujimoto, fugge dalla sua casetta in fondo al mare e viene salvata in superficie da un bimbo umano, Sosuke, che la ribattezza Ponyo. Quando il papà riesce a recuperarla e a riportarla all'ovile, Ponyo gli confessa che vuole diventare umana perché innamorata del bimbo. Riesce così nuovamente ad uscire dalla sua casa/prigione e, pasticciando un pò con la magia di cui dispone il padre, riesce a tornare da Sosuke e da sua madre, trasformata in bambina umana. Ma il suo gesto causerà inondazioni a non finire, e la fuoriuscita di parecchia magia che rischierebbe di modificare l'intera realtà...


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In un'epoca in cui la CG domina, questo Ponyo sembra davvero un film d'altri tempi. Completamente realizzato con disegni fatti a mano, dallo stile un pò vecchio stampo sia come character design che come colori è comunque una gioia per gli occhi ed è l'ennesima conferma che Miyazaki è una spanna sopra a qualsiasi produzione ipertecnologica giapponese e americana. Scene come la splendida danza delle meduse, che trascinano Ponyo in superficie, il mare che insegue la madre di Sosuke in macchina, su per le colline, come se fosse un terribile ed instancabile gigante fatto d'acqua, la splendida luce della mamma di Ponyo, la divinità Gran Mammare (un nome che rimane identico anche nell'originale, e che palesa l'amore incondizionato di Miyazaki per l'Italia) rimangono impresse nella mente dello spettatore per lungo tempo, tanto sono perfette e grandiose.


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Purtroppo, in tutta questa meraviglia stilistica, ciò che manca a Ponyo è proprio l'anima. Intendiamoci, i grandi temi di Miyazaki ci sono sempre: l'attenzione per la natura corrotta dalla stupidità umana, l'ammonimento a non turbare forze più grandi di noi, una nostalgia per l'innocenza dei tempi passati, l'inno all'amicizia e all'amore, le forze più grandi che esistono, infine il rispetto assoluto per chi è anziano e quindi saggio, nonostante possa essere bislacco. Però sembra che questa volta i temi tanto cari al maestro siano solamente una cifra stilistica, e che non vengano affatto approfonditi. Ponyo sembra più una favola per bambini, ma non poetica e commovente come nel caso de Il mio vicino Totoro, quanto piuttosto sciocchina e anche un pò superficiale. Forse a dare quest'impressione è proprio il personaggio di Ponyo, a mio avviso uno dei meno riusciti del regista. Certo, la pesciolina dalla faccia umana è deliziosa, paurosamente carina; però è anche scemina, ripetitiva, somiglia tanto a una di quelle maghette oche dello Studio Pierrot. Inoltre alcune sboronate, come quella dei pesci preistorici che invadono il pacifico villaggio di Sosuke, riconosciuti specie per specie da un bambino prodigio di appena cinque anni sono francamente inverosimili anche per una favola. Altro difetto di Ponyo è la forse eccessiva velocità con la quale si scopre ogni cosa e si risolve ogni vicenda, lasciando lo spettatore con la sensazione di aver visto un cartone animato senza averlo però "vissuto" appieno. Solitamente Hayao Miyazaki coinvolge ed emoziona, offre un'immedesimazione con i personaggi (che pur sono simpatici anche in questa pellicola, soprattutto la madre di Sosuke ed il trio di vecchiette) che ha del miracoloso. Questa volta, ahimé, non è successo. Speriamo nella prossima pellicola!


Hayao Miyazaki è il regista e sceneggiatore della pellicola. Credo che pochi al mondo non conoscano questo maestro dell'animazione giapponese, e quelli che non lo conoscono sono comunque cresciuti con lui senza saperlo, visto che ha collaborato ad alcune tra le serie animate più famose della tv. Tra i suoi splendidi film (che peraltro stanno venendo rispettati solo ora nel nostro Paese, mentre in passato soffrivano di mutilazioni e mancanze che sfioravano il ridicolo: basti pensare che Totoro verrà distribuito nei cinema italiani a fine anno, pur essendo datato 1988) ricordo  Lupin III - Il castello di Cagliostro, Nausicaa della valle del vento (di cui esiste anche un meraviglioso manga), Il mio vicino Totoro, Kiki's Delivery Service, Porco Rosso, La principessa Mononoke, La città incantata, Il Castello errante di Howl. Tra le serie animate citerei parecchi episodi di Lupin, Conan ragazzo del futuro e il bellissimo Il fiuto di Sherlock Holmes. Ha 68 anni.


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E ora, semplicemente, vi lascio con il trailer originale di Ponyo sulla scogliera. Vale comunque una visione, a prescindere da quello che penso io! E ascoltate la canzoncina assurda e giapponese che lo accompagna XD! ENJOY!


venerdì 7 agosto 2009

L'ululato (1981)

Sia nei giochi che nei film che nella letteratura non vado matta per il tema “lupi mannari”. Trovo che quelle bestiacce siano quanto di più noioso esista sulla faccia della terra, niente a che vedere con i ben più stilosi ed affascinanti vampiri. E’ quindi con parecchia disillusione che mi sono messa a rivedere L’ululato (The Howling), film di Joe Dante del 1981, dopo una disastrosa prima mezza visione nell’halloween di qualche anno fa. Dimostrazione di come spesso non è tanto il film a contare per un giudizio, quanto piuttosto l’atmosfera in cui lo si guarda. Infatti a questo giro mi è piaciuto, e molto.

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La trama è questa: una giornalista riesce a diventare il contatto di un serial killer particolarmente sanguinario, Eddie Quist. Quando quest’ultimo le propone un appuntamento lei ci va per amore dell’audience ma l’esperienza, che si conclude con l’arrivo della polizia e con la morte del killer, la traumatizza lasciandole la consapevolezza di aver visto qualcosa di terribile che pur non riesce a ricordare. Decide così di andare, assieme al marito, in un centro “spirituale” tra le montagne, una comunità diretta dal Dr. George Waggner, che nasconde un tremendo segreto e i cui membri sono molto più vicini ad Eddie di quanto non si immagini…


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Comincio subito con un’avvertenza: non aspettatevi effetti speciali della madonna né abbondanza di computer graphic. Questo film è affascinante proprio per la sua aria artigianale. Le zanne sono palesemente delle dentiere da mettere e togliere, almeno una scena della pellicola viene mostrata a disegni animati data l’impossibilità di mostrare un’intera trasformazione in lupo mannaro (sebbene sia la prima in assoluto, visto che il contemporaneo Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis è dello stesso anno ma successivo di qualche mese, ed è leggermente più raffinato come realizzazione) e i lupacchiotti presenti sono particolarmente mostruosi e disgustosi, coaguli di pelo, lattice ed animatronics. Ma la messa in scena rozza viene ampiamente compensata da una trama interessante e da una spietata critica nei confronti di una società guidata dai media e dai guru occasionali.




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Joe Dante come al solito ci mette davanti la sua satira sociale, che rende delle piccole perle anche le sue pellicole apparentemente meno impegnate e più “infantili”. In questo caso utilizza la figura della giornalista televisiva Karen White per scagliarsi contro l’idea del sensazionalismo a tutti i costi, di quella banalizzazione dell’orrore che ancora oggi, a distanza di quasi trent’anni, ci viene propinata quotidianamente ogni volta che accendiamo la televisione. Karen decide di metterci la faccia, di diventare ancora più famosa offrendo in prima persona allo spettatore un viaggio nella psiche malata di un serial killer, che non a caso preferisce la visibilità televisiva all’anonimato. Se ne pentirà amaramente, com’è ovvio e giusto, e anche se alcuni colleghi illuminati proveranno ad usare la sua storia come monito ed avvertimento per tutta l’America, ormai il danno è già stato fatto: come si può inculcare un senso di reale pericolo ad un’intera nazione assuefatta all’irrealtà di un giornalismo che punta solo allo share? Ed è in questa realtà così schiava del mezzo televisivo che i lupi mannari prosperano, anche se, poveracci, non hanno vita facile nemmeno loro.




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Infatti, peggio di un lupo mannaro, c’è solo un licantropo moralista e new age. Ora, non starò a svelare troppo a chi non ha visto il film, ma l’ironia di Joe Dante sta nell’inserire, all’interno di una comunità di lupi mannari selvaggi e schiavi degli istinti, una sorta di guru mediatico che cerca di sedarne la natura bestiale e di rinnegare la propria. Sembra davvero che Dante ci voglia mostrare come ognuno nasconda dentro di sé una sorta di bestia che non deve avere necessariamente il controllo su di noi se non lo desideriamo, e di come si debba assolutamente diffidare, oltre di chi vuole lo spettacolo a tutti i costi, anche dei teleimbonitori che offrono soluzioni facili e filosofia spicciola incantando le masse di tacchini pronti a bersi ogni singola parola. La soluzione ad ogni cosa, come diceva Quèlo, è sempre e comunque dentro di noi. Ma anche in questo caso, se ci sono di mezzo dei mannari, potrebbe essere sbagliata. Non è sbagliata invece la scelta di vedere questo film, che regala anche qualche genuino momento di tensione. Lo consiglio anche a chi non ama l’horror, ma preparatevi ad un inizio un po’ lento.


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Di Dee Wallace ho già parlato qui.




Joe Dante è il regista della pellicola, uno dei registi più particolari, ironici e graffianti d’America, nonché un grande mito che accompagna noi figli degli anni ’80 fin dall’infanzia. Tra i suoi film ricordo Pirana, Ai confini della realtà, il meraviglioso Gremlins, Explorers, Salto nel buio, Gremlins 2 – La nuova stirpe, La seconda guerra civile americana, Small Soldiers, Looney Tunes: Back in Action. Per la TV ha diretto Ai confini della realtà, due episodi di Masters of Horror, tra i quali lo splendido Homecoming, e un episodio di CSI: NY. Ha 63 anni e tre film in uscita.


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Patrick McNee interpreta il Dr. George Waggner. L’attore inglese, diventato un personaggio cult interpretando l’agente John Steed nella mitica serie Agente speciale, ha lavorato in pellicole come Agente 007 – Bersaglio mobile, Waxwork, La maschera della morte rossa e The Avengers – Agenti speciali, mentre tra le serie TV alle quali ha partecipato ricordo Alfred Hitchcock presenta, Rawhide, Ai confini della realtà, Colombo, Magnum P.I, Cuore e batticuore, Love Boat, La signora in giallo, Frasier. Ha 87 anni.




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Dennis Dugan interpreta Chris, collega e amico della protagonista. L’attore americano ha sviluppato in seguito la sua carriera soprattutto in campo registico, collaborando a più riprese con l’odioso (per me è un pessimo attore…) Adam Sandler e facendo piccoli camei in ogni pellicola diretta. Tra i suoi film come regista ricordo La piccola peste, Mai dire ninja, Assatanata, Zohan – Tutte le donne vengono al pettine, mentre per la TV ha firmato alcuni episodi delle serie Hunter, Moonlighting, Avvocati a Los Angeles, Chicago Hope, Ally McBeal, New York Police Deparment. Ha 63 anni e un film in uscita.


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E ora, prima di lasciarvi al trailer del film, un paio di curiosità. Il film è tratto dal libro The Howling di Gary Brandner, del 1977. Ha avuto ben sei seguiti molti dei quail inediti in Italia ed usciti solo per il mercato dell’home video: Howling II – L’ululato, Howling III, Howling IV: The Original Nightmare, Howling V: The Rebirth, Mostriciattoli (alias Howling VI: The Freaks) e Howling: New Moon Rising. Christopher Stone, che interpreta il marito di Karen, Bill, è stato sposato con Dee Wallace anche nella realtà ed è morto nel 1995 per un attacco cardiaco. Dick Miller, attore feticcio di Joe Dante e non solo, ha recitato anche nel film Evil Toon. E ora… a voi il trailer, ENJOY!!




lunedì 3 agosto 2009

Non entrate in quella casa (1980)

Da che mondo e mondo, anche i titoli italiani degli horror seguono le mode. Al giorno d’oggi basta che ci sia una parola inglese preceduta da un “The”, come nel caso di The Grudge, The Ring, The Phone, e chi più ne ha più ne metta, e si può star certi che orde di persone andranno a vedere il film, che sia una belinata o meno. Ma nel ruggente ventennio che va dall’inizio degli anni ’70 alla fine degli ’80 le parole d’ordine erano “divieti” oppure “case”. Tutto era verboten, non si poteva fare nulla: non si poteva aprire quella porta, figurarsi poi quel cancello, né seviziar paperini, o profanare il sonno dei morti, insomma non si poteva fare nulla di nulla o come minimo si sarebbero spalancate le porte dell’Inferno. Senza contare poi che anche se si rimaneva chiusi in casa, fermi, immobili, anche solo respirare poteva comportare l’arrivo di demoni calderiani e affini, tutto per colpa di Sam Raimi che con il suo Evil Dead, in italiano tradotto con La casa, diede inizio all’invasione di “case”, più o meno apocrife e spesso inguardabili, che invasero i cinema dell’epoca. Immaginate quindi quanto pubblico avrà richiamato nel 1980 un film dal titolo Non entrate in quella Casa (Prom Night), che racchiudeva in sé la summa del trend, come se oggi uscisse The Grudge of The Child at The Phone. Mi immagino però anche la reazione dello spettatore di allora nel trovarsi davanti la pellicola diretta dal regista Paul Lynch, così banale e noiosa che definirla horror mi pare azzardato.

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La trama è questa: un gruppetto di bambini si diverte a giocare all’”assassino” in una casa abbandonata, intonando macabre filastrocche. Senza un motivo plausibile i mocciosi si accaniscono contro un’altra bimba arrivata lì per caso e tanto fanno che la poveraccia casca giù dalla finestra e muore. Ovviamente i pargoli bastardi si giurano a vicenda che nessuno avrebbe mai saputo nulla di questa storia e così capita che venga incolpato un povero pazzoide che passava di lì per caso. Anni dopo i ragazzini cresciuti, e i fratelli della bimba morta, si trovano a dover fare i preparativi per il ballo della scuola (il prom, appunto), mentre qualcuno, nascosto nell’ombra, trama per uccidere tutti quelli che hanno preso parte alla morte della bimba.


 


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A dare una scorsa alla trama, si capisce già l’errore di fondo di un film simile. Nessuno sano di mente parteggerebbe per le “vittime”, che sono palesemente un branco di bastardi e di ipocriti, addirittura due degli assassini della bimba sono rispettivamente la migliore amica e il fidanzato (!) di sua sorella. Tolto quindi l’elemento ansiogeno che solitamente si innesca durante l’immedesimazione nei poveri agnelli da macello della maggior parte degli horror, in questo film cosa rimane? Considerato che anche le scene splatter si riducono ad una testa che rotola (il resto avviene in fuori campo) e che il killer ha il fisico da sminchiatello inguainato in una calzamaglia nera, direi nulla! Nulla… tranne alcune allegre punte di goliardia e kitch.


 


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Infatti, a dispetto della noia che regna sovrana, le scene esilaranti contenute in questo film sono molte. Cominciamo dalla migliore amica della protagonista che, priva di un partner per il prom, si riduce a portare con sé il primo che le fa un fischio per strada. E pazienza se costui è un mostriciattolo laido, occhialuto, ciccione, palesemente geek, che si fa chiamare “lo svelto”, mica dovrà andarci a letto.. Ecco. Mai parole furono più sbagliate, ci va a letto e pure mica una volta, ma almeno tre nella stessa sera. Potenza degli spinelli che il geek nasconde in un libro? Va bene, ma a tutto c’è un limite, e per l’ennesima volta si ringrazia l’assassino che sgozza lei e fa saltare in aria lui (scena che fa venire in mente i momenti più esilaranti dei Simpson e dei Griffin, nei quali qualsiasi oggetto che cade da un dirupo, fosse anche un passeggino per bambini, appena toccato il suolo esplode)! Altra scena trash ma parecchio diluita dall’eccessiva lunghezza è quella in cui Jamie Lee Curtis e il suo partner vengono colti dalla febbre del sabato sera e cominciano a ballare come dei tarantolati con delle mosse che farebbero invidia al Disco Stu dei Simpson, il che è assurdo perché è come se al giorno d’oggi, nel bel mezzo di un horror, si vedesse per 10 minuti Sarah Michelle Gellar ballare i successi del momento. Rimarrebbe solo il tritolo sotto le poltrone, ne sono certa. Vorrei far notare che nel cast c’è anche Leslie Nielsen, non ancora consacrato come idolo della comicità made in USA, e che ahimé qui ci fa davvero una pessima figura, chiuso in un personaggio, quello del padre/preside, che decisamente non rientra nelle sue performance migliori.


 


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Inutile dire che sia la messa in scena, un’insieme di triti stereotipi horror, sia gli interpreti, sono al di sotto della media. Inoltre, come in ogni horror di serie z che si rispetti, anche questo non manca di plagi camuffati da citazioni. Lo spirito vendicativo ed il trauma infantile del killer, nonché la presenza dell’allora reginetta dell’horror Jamie Lee Curtis richiamano parecchio la serie Halloween, mentre lo scherzo ai danni del re e della regina del Prom sa molto di Carrie. Incredibile ma vero, una simile ciofeca ha generato tre sequel (Prom Night II: il ritorno, Prom Night III: l’ultimo bacio (!), Discesa all’inferno) e persino un remake datato 2008, dallo stupidissimo titolo italiano Che la fine abbia inizio. Ecco, speriamo che almeno per una volta la stupidità sia profetica e che possa davvero cominciare la fine per questa ammorbante serie di film.




Paul Lynch è il regista della pellicola. Inglese, ha all’attivo innanzitutto parecchi episodi di serie anche abbastanza famose (infatti Prom Night ha un taglio molto televisivo..) come La signora in giallo, Moonlighting, Ai confini della realtà, L’ispettore Tibbs, Star Trek: The Next Generation, Star Trek: Deep Space Nine, Robocop, Oltre i limiti, Baywatch Nights, Xena principessa guerriera, nonché qualche altro film per la TV. Ha 63 anni e un film di prossima uscita.


Non ho trovato imago del buon regista... Somebody HEELPP mee!!! >.<


Jamie Lee Curtis interpreta la retta e proba Kim. La buona Jamie Lee è stata la scream queen per eccellenza degli anni ’70-’80, consacrata dal film Halloween – La notte delle streghe, ed è inoltre figlia d’arte di due icone cinematografiche di tutto rispetto: quella Janet Leigh che, in Psycho, si beccò parecchie coltellate nella doccia del Bates Motel e quel Tony Curtis che, pur vestito da donna, è riuscito a conquistare l’amore di Marilyn Monroe in A qualcuno piace caldo. Tra i film interpretati dall’attrice ricordo The Fog, Terror Train, Halloween II – Il signore della morte, Una poltrona per due, Un pesce di nome Wanda, il commovente Papà ho trovato un amico (ed il suo seguito, Il mio primo bacio), True Lies, Arresti familiari, Creature selvagge, Halloween 20 anni dopo, Halloween: la resurrezione, Quel pazzo venerdì. Ha inoltre partecipato alle serie televisive Colombo, Charlie’s Angels, Love Boat. Ha 51 anni e un film in uscita.


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Leslie Nielsen interpreta il preside Hammond, padre di Kim. Ritengo impossibile che la gente non conosca quello che è forse il più grande interprete vivente delle demenziali parodie americane che periodicamente arrivano sui nostri schermi fin dai tempi de L’aereo più pazzo del mondo. Ma la carriera dell’inossidabile Leslie ha spaziato in ogni genere cinematografico e televisivo, con titoli come Il pianeta proibito, Creepshow, Una pallottola spuntata, Riposseduta, Una pallottola spuntata 2 e ½: l’odore della paura, S.P.Q.R.: 2000 e ½ anni fa, Una pallottola spuntata 33 1/3: l’insulto finale, Dracula morto e contento, Spia e lascia spiare, Mr. Magoo, Il fuggitivo della missione impossibile, Scary Movie 3, Scary Movie 4, Superhero Movie. Per la TV ha lavorato in Alfred Hitchcock Presenta, Bonanza, MASH., Le strade di San Francisco, Kojak, Kung Fu, Colombo, La famiglia Robinson, Loveboat, Fantasilandia, La signora in giallo. Ha 73 anni e due film in uscita.


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Vi lascio con il trailer originale di Non entrate in quella casa, e vorrei farvi notare come la colonna sonora sia ammorbata da una sorta di "plagio" di I Will Survive. Gli accordi sono quelli ma la canzone si blocca prima di entrare nel vivo!!! ENJOY!



giovedì 30 luglio 2009

Dark Floors (2008)

Correva l’anno 2006, e in quel di Mildura alla TV passavano un programma, un festival europeo, che io assolutamente, pur vivendo nel vecchio continente, non conoscevo. Detto festival musicale, dall’evocativo nome di Eurovision o Eurocontest che dir si voglia, pur essendo un evento a quanto pare impedibile e famosissimo, era a mio avviso l’apoteosi del trash europeo, un’arena nella quale si sfidavano a colpi di canzoni per lo più inascoltabili strepponi provenienti da ogni paese (noi abbiamo Gigi d’Alessio e Giusy Ferreri ma gli altri paesi europei se la passano 300 volte peggio, e posso garantirlo). Quell’anno in particolare vinse un gruppo norvegese il cui nome era una sorta di presagio, i Lordi, con la canzone Hard Rock Halleluja che, come si può evincere dal nome, era una canzonaccia metallozza che glorificava il genere. Un evento facilmente rimuovibile da una memoria come la mia, se non fosse che i membri del gruppo, da sempre, si esibiscono truccati da mostri, troll e morti viventi. E non un trucco malfatto, blando, alla Marilyn Manson per dire, ma un trucco cinematografico fatto con tutti i crismi, tanto che a vederli sono terrificanti e assolutamente realistici. Insomma, tutto questo giro attorno al mondo per dire che, qualche giorno fa, ho scoperto che i Lordi hanno girato anche un horror, Dark Floors, diretto nel 2008 dal regista Pete Riski. Per curiosità l’ho visto ovviamente: un aborto, ma andiamo con ordine.

 


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La trama: il padre di una bimba autistica decide di portarla via dall’ospedale dove la stanno curando, e per farlo si infila in un ascensore assieme ad un’infermiera che cerca di dissuaderlo e ad altri ameni personaggi. Peccato che quando l’ascensore si apre per farli uscire, i nostri si trovano davanti un ospedale vuoto, quasi in rovina e popolato da mostri mordaci e non certo amichevoli.


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E questo è quanto. Regista e sceneggiatori cercheranno di intortarvi con paradossi spazio/temporali, simbologie di lotta tra bene e male, fenomenali poteri cosmici in minuscoli spazi vitali (ovvero block notes e pastelli a cera), ma non cascateci, non è vero nulla: c’è un ospedale vuoto, ci sono i mostri. Vogliamo uscire dall’ospedale, i mostri ci mangiano e non ci lasciano uscire. Aiuto. In breve, raramente ho visto un film più curato dal punto di vista formale e più raffazzonato da quello narrativo. In teoria la trama dovrebbe concentrarsi sulla ragazzina che, pur essendo autistica, o forse proprio per quello, chi lo sa, dovrebbe essere in grado di comunicare in qualche modo con i demoni che popolano questa sorta di limbo spazio-temporale in cui sembrano essere finiti tutti quanti, ospedale compreso. Dico in teoria, perché all’inizio il regista inquadra spesso i cupi e orrendi disegni che la bambina, incavolata nera per la mancanza del pastello rosso, continua imperterrita a fare sul suo block notes. Ma, sarà perché i disegni non si capiscono, sarà perché in effetti non ci azzeccano nulla, piano piano il film si sposta su un altro binario, per cui forse la ragazzina è una sorta di Gandalf che i demoni vogliono eliminare/mangiare/rapire (in realtà non si capisce cosa ci vogliano fare o se a loro freghi qualcosa..) o forse semplicemente è successo che i Lordi non sapevano più che pesci pigliare e avran pensato che tanto lo spettatore a quel punto era già bello e annichilito, assolutamente disinteressato alla questione. L’unica cosa certa è che lo sfasamento temporale c’è, ma il perché sia stato causato e perché all’interno di un limbo temporale si debba tenere un concerto dei Lordi è qualcosa che mi sfugge. Mah.


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E voi direte “beh, però ci sono i Lordi che fan davvero paura”. Assolutamente no. Lo spettatore che guarda il film consapevole del fatto che i Lordi così conciati ci fanno i concerti, non può sperare di prendere sul serio ogni loro apparizione, con la fantasma Banshee troppo simile alla signora della biblioteca in Ghostbusters, l’uomo di sabbia che è praticamente identico all’Imothep de La Mummia con Brendan Fraser, e Mr. Lordi in persona che sfoggia nientemeno che due gigantesche ali di tenebra alla fine, gigioneggiando e ruggendo in maniera quasi imbarazzante mentre la bambina lo guarda con un misto di scazzo e pietà. Diciamo quindi che, nonostante gli effetti speciali si concentrino quasi esclusivamente sui membri del gruppo, i pezzi più inquietanti del film sono quelli in cui loro non compaiono, il che è tutto dire. Anche a tasso di gore stiamo davvero male per essere il film d’esordio di un gruppo di metallozzi così “cattivi”: una gamba smozzicata, qualche morto vivente e poco altro, e sottolineo che il tutto avviene fuori campo, non sia mai che gli spettatori si spaventino davvero. Spezziamo una lancia in favore degli attori? Assolutamente no. Tutti senza arte né parte, i personaggi potrebbero anche venire sterminati in massa, tanto nessuno ne sentirebbe la mancanza. Io sconsiglierei quello che alla fine è solo e semplicemente un interminabile video dei Lordi persino ai loro fan. Ma se volete farvi del male, accomodatevi.




Pete Riski è il regista di quest’immondizia, e ne è anche lo sceneggiatore. Prima dell’esperienza con i Lordi costui lavorava nel montaggio. Finlandese, ha 35 anni e ci auguriamo tutti che la sua carriera finisca qui.




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Skye Bennet interpreta la ragazzina autistica, Sarah. Costei, pur essendo inglese, è una dei pochi giovani attori anglosassoni a non aver fatto almeno una comparsata nei film di Harry Potter. Tra i suoi film ricordo il carinissimo Ballet Shoes con Emma Watson e il remake di un caposaldo del trash, che prima o poi recensirò: It’s Alive, ovvero Baby Killer. La fanciullina ha 14 anni.




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Noah Huntley interpreta il padre di Sarah, Ben. L’attore inglese, attivo principalmente in serie televisive, ha partecipato a film come 28 giorni dopo e Le cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio. Ha 35 anni e un film in uscita.


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Ronald Pickup interpreta l’inutile e pseudomisterioso vecchiaccio Tobias. L’attore inglese è un veterano del piccolo e del grande schermo, e tra le sue pellicole rammento Il giorno dello sciacallo, Mai dire mai, Mission, Lolita (quello del 1997), Evilenko. Ha recitato nelle serie televisive Doctor Who e Matlock, ha 69 anni e un film in uscita.


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William Hope interpreta il “simpaticissimo” Jon. A differenza della maggior parte del cast, formato da inglesi, questo attore è canadese, e tra i suoi film ricordo Aliens – Scontro finale, Hell Bound – Hellraiser II, prigionieri dell’inferno, Il santo, XXX. Ha 54 anni e due film in uscita tra cui un film che aspetto con bava alla bocca: lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie con Robert Downey Jr. e Jude Law!!


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E ora non posso fare altro che lasciarvi con la canzone che ha iniziato tutto questo scempio.. Hard Rock Hallelujah direttamente dall’Eurocontest 2006!! ENJOY e fateve due risate!


 


mercoledì 29 luglio 2009

Harry Potter e il Principe mezzosangue (2009)

E’ bello, talvolta, andare a vedere i film completamente disillusi, sia a causa di recensioni negative di amici e colleghi, sia a causa di naturale diffidenza. Ed è bello scoprire che, in effetti, quello che si sta vedendo non è poi male come ci aspettavamo, nonostante le mille effettive pecche. Questo è il caso di Harry Potter e il Principe mezzosangue (Harry Potter and the Half-Blood Prince) girato nel 2009 da David Yates e sesto capitolo dell’ormai quasi conclusa saga tratta dai libri della scrittrice inglese J. K. Rowling.

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La trama, per chi non la sapesse, è questa: Harry Potter, al sesto anno di Hogwarts, viene introdotto dal Preside Silente in un viaggio nei ricordi e nel passato del malvagissimo mago Voldemort, così da trovare una chiave per poterlo, eventualmente, distruggere. Tra un ricordo e l’altro Harry, assieme ai suoi amici di sempre Ron ed Hermione, ha tutto il tempo di indulgere nei primi amori adolescenziali, di trovare un infallibile libro di pozioni appartenuto ad un certo Principe Mezzosangue, e di temere che il buon Draco Malfoy stia cercando di introdurre i servi di Voldemort, i Mangiamorte, nella scuola.


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Metto subito le mani avanti: questo capitolo è meno curato ed approfondito degli altri, quindi chi non ha letto il libro farebbe meglio a starsene a casa o, almeno, ad affittarsi i precedenti film per cercare di rinfrescarsi la memoria. Infatti la storia principale, da me malamente condensata poco sopra, è molto più complessa di quanto la pellicola non mostri, e si vede: i ricordi di chi ha avuto a che fare con Voldemort, che nel libro hanno un ruolo importantissimo per delineare l’inquietante natura del malvagio, qui vengono ridotti a rapidi viaggi onirici che approfondiscono veramente poco e lasciano lo spettatore digiuno dai libri assai confuso. Perché Silente ci ha rimesso una mano? Di chi era l’anello che si vede ad un certo punto? Che legame ha la Caverna in mezzo al mare con Voldemort? Cosa diamine sono gli Horcrux? Questi sono interrogativi che il film stupidamente pone ma mica risolve, li usa solo come “contorno”d’atmosfera, privo di importanza. Altra questione che rimane solo nel titolo è quella del Principe Mezzosangue, il cui libro di pozioni ha una rilevanza talmente marginale che, arrivati alla fine, la rivelazione dell’identità del suddetto principe lascia lo spettatore con un:”embé? Chi? Aah, è vero, c’era un Principe Mezzosangue…” Ora, va bene che la maggior parte degli spettatori lo sa chi è il Principe, ma a beneficio di chi guarda solo i film un po’ di suspance e di attenzione in più non guastava..




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Ma veniamo ora alla principale critica che è stata mossa dai fan a questo film: il troppo amore. L’aspetto legato a Voldemort e al Principe in effetti viene drasticamente ridotto in favore dei primi turbamenti amorosi di Harry e compagnia che, per carità, sono presenti anche nel libro, ma lì riescono a formare un miracoloso equilibrio con il resto della trama. Qui sono anche troppo presenti e valorizzati, tanto da risultare pesanti e quasi inadatti al genere della pellicola: fin dall’inizio c’è un’improbabile scena in cui Harry cerca di concupire una babbana (e qui gli sceneggiatori si sono dimenticati del fatto che il maghetto dovrebbe essere prostrato dalla morte dello zio Sirius, altro che andare in giro a flirtare…), la sua attrazione verso la sorellina di Ron, Ginny, viene manifestata prepotentemente fin da subito, e quella di Hermione verso Ron è fin troppo palese ed esagerata, mentre quest’ultimo è l’unico personaggio che viene trattato come merita, meravigliosamente ottuso e preda delle morbose attenzioni della stupidissima Lavanda.


 


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Personalmente, sono stata molto più disturbata da alcune gravi mancanze che non da questo eccesso di “aMMore”, che rendeva il film anche divertente. Quello che mi ha sconcertato di più è la scena, che in alcuni telegiornali è stata fatta passare come la più attesa (ma da chi??!!), in cui i Mangiamorte fanno saltare in aria la Tana, ovvero la casa della famiglia Weasley. Ma cari giornalisti, se vi prendeste la briga di leggere i libri, sapreste che un simile incendio avrebbe fatto inveire più di un fan, e che peraltro la scena in questione, oltre ad essere ripetitiva visto che ci sono altri due incendi nel film, è totalmente inutile e poteva essere tranquillamente evitata in favore della splendida battaglia finale contro i Mangiamorte ad Hogwarts della quale, assurdamente, non c’è traccia, e peccato perché avrebbe dato modo di vedere in azione personaggi come Luna, Neville, Fenrir Greyback, Tonks e Lupin, che nel film si intravedono appena. Altro grave errore di sceneggiatura, tralasciando il fatto che il mistero delle azioni di Draco non viene praticamente mantenuto, lo troviamo sempre nel finale (evidentemente regista, sceneggiatori e attori non ce la facevano più): Harry non impedisce la morte di Silente per non contrastare i suoi ordini. Rimane fermo come un fesso mentre non una, ma CINQUE persone accerchiano l’amato preside per farlo fuori, e il primo dei cinque è una mezza pippa. Una scena simile è paradossale ed inverosimile! Infatti nel libro a Silente servono un incantesimo e un mantello dell’invisibilità per bloccare Harry ed impedirgli di intervenire. Qui invece il nostro mago ci fa davvero la figura dell’imbelle, regalandoci uno dei finali più insulsi della storia del cinema.


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E a proposito di cose insulse. Daniel Radcliffe è il potenziale erede di Tom Hanks quanto ad aria bolsa. Ha il carisma nonché il fascino di un cetriolino sottaceto, eppure è il protagonista. Nelle scene sentimentali, con una Ginny alta 30 cm più di lui e che si atteggia a sensuale lolita, lui ci fa davvero la figura del minchione, rigido e statico come un gatto di marmo. Quando ci prova con la ragazza al bar la sua faccia è da dimenticare, così come quando prende la Felix Felicis, che lo porta a vagare per Hogwards con lo sguardo strafatto di un figlio dei fiori… anche se non crediate che perda la sua solita espressione di chi non sa perché è finito nel film. Finché era piccino poteva anche andare, ma dopo tanti anni basta, non ci sono scusanti, visto e considerato che Rupert Grint ed Emma Watson, nonostante il ruolo idiota del primo, hanno sviluppato espressività e bravura in grado di farli sfigurare accanto ai bravissimi altri grossi calibri del film. Quanto ad attori carismatici, infatti, anche questo capitolo non può davvero lamentarsi: oltre agli ormai consolidati e splendidi Alan Rickman (il suo Piton è sempre un meraviglioso modello di scazzo mortale e aplomb assassino) ed Helena Bonham Carter (la sua folle Bellatrix da, come sempre, i brividi) che svettano sugli altri splendidi ma ahimé poco sfruttati attori, il Lumacorno di Jim Broadbent è semplicemente geniale nella sua spietata caricatura di un patetico professore universitario laido e classista.




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In poche parole alla Bolla il film è piaciuto o no? Non mi è dispiaciuto, lo ammetto, ma purtroppo ci sono mille virgole e ripensamenti. Diciamo che è un bel film, ben realizzato, per la maggior parte ben recitato, con sprazzi di assoluta e deliziosa ironia (le scenette di Lavanda, il funerale di Aragog e la festa di Lumacorno con tanto di vomitata sulle scarpe di Piton), momenti toccanti (la tristezza di Hermione e l’alzata di bacchette finale) e scene emozionanti (la caduta del ponte all’inizio, oppure l’attacco degli Inferi, seppur troppo debitore al Signore degli Anelli…). Però il finale tirato per i capelli e la mancanza di un reale approfondimento su quello che doveva essere il tema portante del film… mah. Cacca sugli sceneggiatori. Darò 6 e mezzo tendente al 7, ma solo per l’incentivo dato dalla presenza di Piton.




Di Alan Rickman ho già parlato qui.


David Yates è il regista del film. Il regista inglese è ormai un veterano della serie, aveva già diretto il precedente Harry Potter e l’Ordine della Fenice e sta girando i due episodi che comporranno Harry Potter e i doni della morte. Per il resto ha lavorato soprattutto come regista di telefilm. Oltre ai già citati ultimi episodi di Harry Potter, ha un altro film in uscita. Ha 46 anni.


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Daniel Radcliffe interpreta Harry Potter. Inutile stare ad elencare i film interpretati dall’ormai famosissimo attore inglese, ovvero tutti i capitoli della saga. Attivo anche a teatro, ha esordito con il film Il sarto di Panama, ha 20 anni e un film in uscita.




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Rupert Grint interpreta Ron Weasley, lo storico e sfigato amico di Harry. Premesso che in questo film supera sé stesso e che, a mio avviso, come attore è una spanna sopra a tutti gli altri ragazzini, anche per lui vale quanto detto per Radcliffe, la sua carriera si concentra principalmente sui capitoli della saga. In Italia, è uscito anche un altro suo film, In viaggio con Evie. L’attore inglese ha 21 anni.




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Emma Watson interpreta la streghetta prodigio Hermione Granger. Poco credibile che un’attrice così carina si possa innamorare, nel film, di un mostrillo come Ron, ma tant’è: a differenza della Hermione del libro la Watson si è sicuramente sviluppata meglio dei suoi due colleghi. Oltre a tutti i film della saga, l’attrice inglese, nata in Francia, conta nel suo curriculum il delizioso film per la TV Ballet Shoes e il doppiaggio del film Le avventure del topino Desperaux. Ha 19 anni e un film in uscita.


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Helena Bonham Carter interpreta la pazza e crudelissima Bellatrix Lestrange a partire dal capitolo Harry Potter e l’Ordine della Fenice. La bravissima attrice inglese, fortunata compagna di un mostro sacro quale il regista Tim Burton, dagli esordi è sempre stata considerata adattissima come attrice da parti “in costume”, e solo negli ultimi anni si è distaccata da questa etichetta, elevandosi a icona weird e dark. Tra i suoi film ricordo Camera con vista, Amleto, Casa Howard, Frankenstein di Mary Shelley, Merlino, Fight Club, Il pianeta delle scimmie, Big Fish, La fabbrica di cioccolato, Sweeney Todd, Terminator Salvation; ha inoltre dato la voce ad uno dei personaggi di Wallace & Gromitt e la maledizione del coniglio mannaro, nonché alla Sposa dello splendido La sposa cadavere, mentre per la TV ha partecipato a Miami Vice. Ha 46 anni e sei film in uscita, tra cui il film che attendo di più in assoluto, l’Alice in Wonderland di Tim Burton, dove lei interpreterà la Regina Rossa!! Non vedo l’ora!




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Jim Broadbent interpreta il ruffianissimo professore Horace Lumacorno, alla sua prima apparizione nella saga. Il veterano inglese, un attore da Oscar visto che ne ha vinto uno come non protagonista per il film Iris, ha una filmografia molto vasta che comprende film come l’allucinante Brazil, La moglie del soldato, Riccardo III; lo storico e da me e Toto tanto bramato The Secret Agent, Moulin Rouge!, Gangs of New York, Le cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio, Hot Fuzz, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Ha 60 anni e tre film in uscita.


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E ora vi lascio con i meravigliosi e ormai storici Harry Potter Puppet Pals ed il loro Mysterious Ticking Noise. ENJOY!!!


 


venerdì 17 luglio 2009

Coraline e la porta magica (2009)

Ieri sera sono andata a vedermi, dopo lunga attesa, la versione 3D di Coraline e la porta magica (Coraline) dell’ormai espertissimo e sempre bravo Henry Selick, tratto da un racconto di Neil Gaiman, lo stesso autore dello storico Sandman.

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La trama: Coraline Jones è una curiosa ragazzina che cerca di sopravvivere nel grigio mondo dei genitori, noiosi e troppo impegnati col loro lavoro per prestarle la necessaria attenzione. Un giorno, nella squallida casa nuova (degno coronamento ai vicini di casa, un branco di freaks), Coraline trova una piccola porticina che la porta in un mondo speculare a quello vero, ma migliore, dove genitori, vita e vicini rispondono ad ogni suo desiderio. Un mondo ideale.. peccato che, per rimanerci per sempre, la piccola dovrebbe farsi cucire dei bottoni al posto degli occhi: una terribile stonatura in un mondo che, come Coraline a poco a poco scoprirà, ne è pieno…


 


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Un moderno Alice nel Paese delle meraviglie, ecco cos’è questo Coraline. Un viaggio fantastico in un mondo da sogno (o da incubo) che cattura lo spettatore dall’inizio alla fine, cullandolo con immagini di una bellezza mozzafiato accompagnate da una colonna sonora inquietante ed evocativa (strano che non fosse coinvolto Danny Elfman stavolta…). Premetto di non aver letto il racconto da cui è stato tratto il film, quindi la mia analisi non sarà molto accurata, e premetto anche che i miei occhi erano troppo rapiti dalla cura certosina che sta dietro alla stop motion per cogliere eventuali falle nella trama.


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Quello di Coraline è il tipico “viaggio iniziatico” di una bimba acidella e non troppo simpatica, che si ritrova in una situazione non voluta, in una casa nuova, lontana dai vecchi amici, circondata da gente e animali che non tollera e che rifiuta con tutta sé stessa. La rappresentazione iniziale dei moscissimi genitori e degli assurdi vicini di casa (su tutti le anziane ex attrici, con i loro cani impagliati e le caramelle dell’anteguerra), nonché del grigio, fatiscente e piovoso ambiente, è geniale ed induce nello spettatore un sufficiente moto di simpatia nei confronti della ragazzina costretta a sopportarli. Ed è così che viene accolto quasi con sollievo l’arrivo di questa porta, e dell’altro mondo: coloratissimo, divertente, una festa per gli occhi… e a proposito di occhi: peccato per quegli inquietanti bottoni cuciti sulle facce di ogni essere vivente, che cominciano ad insinuare qualche dubbio. Pare proprio una casa delle bambole quella in cui viene a trovarsi Coraline, un posto magico dove tutti i suoi desideri diventano realtà, e dove i suoi vicini, che potenzialmente potrebbero essere le persone più interessanti del mondo (in fondo sono tutti artisti circensi e teatrali) realizzano questo potenziale, regalandoci le scene più belle di tutto il film: lo spettacolo dei topi ballerini, l’esilarante duetto tra la Sirenetta vecchia e la Venere del Botticelli grassa, per non parlare del meraviglioso giardino creato dall’altro Padre solo per Coraline.


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Ed è proprio quando Coraline si convince a vivere lì per sempre che la sottile inquietudine data da quei bottoni al posto degli occhi si manifesta: essi sono il terribile prezzo per far diventare reali i propri desideri, come a dire che il troppo stroppia e che le cose ottenute con troppa facilità nascondono sempre la fregatura. Da lì in poi il film cambia registro, e l’elemento dark supera di parecchi livelli quello favolistico: arrivano i fantasmi dei bimbi che sono stati così sciocchi da credere alle parole della Matrigna, e che hanno perso gli occhi e la vita. La matrigna stessa diventa un orrendo ragno antropomorfo, dalle mani come artigli, e tutto ciò che all’apparenza era bello diventa grottesco e contorto. Non ho problemi ad ammettere che verso il finale qualche brivido viene anche ai più scafati, soprattutto è inquietante il fatto che, come nei migliori horror, il male non viene debellato definitivamente ma rimarrà per sempre sospeso come una spada di Damocle sul capo della protagonista, anche se quest’ultima avrà comunque imparato ad apprezzare genitori ed amici, per quanto imperfetti: Un happy ending, dunque, ma nemmeno troppo.


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I personaggi sono tutti assai graziosi e ben caratterizzati. Coraline non è la classica ragazzina scema delle fiabe, è furba e fin troppo sarcastica; inoltre è stilosa da morire, con i capelli blu tinti e le unghie abbinate. L’amichetto freak, Wybourne (che si pronuncia come Why Born?, ovvero Perché sei nato?), un po’ insulso nonostante i mille tentativi di renderlo particolare, risulta paradossalmente meglio nell’altro mondo, un pupazzetto muto e dolcissimo, a mio avviso il personaggio più azzeccato dopo la Matrigna, che è l’essenza della malignità e a tratti fa davvero paura. Altri miti sono le due vicine ex attrici di Vaudeville, l’una cieca come una talpa, l’altra con difficoltà deambulatorie, e l’acrobata russo, alle prese con uno spettacolo di topi ballerini che non vedremo mai. L’unica presenza “normale” del film è il micio dall’aspetto inquietante che funge da guida e coscienza di Coraline: nonostante possa parlare, ha sicuramente più senno ed utilità pratica di tutti gli altri personaggi insieme. Il micio però è l’unico elemento che palesa i limiti della stop-motion e che non è evoluto dai tempi di The Nightmare Before Christmas: il suo sembiante rozzo, i tratti quasi appena abbozzati sono identici a quelli del gatto che a volte accompagna la bambolina di pezza Sally nel primo film di Selick. Per il resto, questa tecnica conferisce alle immagini una poesia e una bellezza che, ormai, nei cartoni tutti fatti con la computer graphic è difficile trovare. In fondo ogni singolo fotogramma presuppone lo sbattimento di orde di artisti ed artigiani che, a mano, muovono i pupazzetti, cambiano testoline con le espressioni, creano miniscenografie curate in ogni dettaglio; e se un tempo si percepivano questi piccoli “scatti” e l’animazione non era propriamente fluida, oggigiorno è praticamente perfetta. L’unica pecca è che la versione 3D, a mio avviso, non sfrutti molto la nuova tecnologia, tranne in alcune scene non troppo memorabili o fondamentali.


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Come già detto all’inizio, questo Coraline ha molti elementi in comune con Alice nel Paese delle Meraviglie: c’è una porta da attraversare collegata all’altro mondo da un cunicolo, simile a quello dove si infila il Bianconiglio. C’è un gatto che scompare e ricompare a suo piacimento, come lo Stregatto. C’è un giardino incantato dove i fiori si muovono, e alcuni animali parlano, oltre alla tentazione del cibo che, si sa, ha messo parecchie volte nei guai Alice. Per i più grandi viene citato a piene mani Nightmare (la mano ad artiglio che si stacca e vive di volontà propria), qualcuno ha detto anche la Casa 4 (le bocche cucite), il Candido di Voltaire e, sicuramente, l’Amleto di Shakespeare, di cui viene riproposto un monologo nel corso dello spettacolo delle due attrici. Per i nostalgici, le citazioni da The Nightmare Before Christmas si sprecano: l’inizio, quando una misteriosa mano meccanica scompone e ricuce una bambolina di pezza, ricorda molto il modo in cui Jack seziona un orsacchiotto di peluche, i macchinari del Dr.Finkelstein e ovviamente la distruzione del Babau. La Tartaruga giocattolo che trova Coraline nell’altro mondo è l’ennesima “figlia” del cane fantasma Zero e del cagnolino tutt’ossa de La sposa cadavere, e molto simili ai personaggi de La Sposa Cadavere sono sia le vecchie attrici che l’acrobata, bluastro come i morti viventi che popolano quel film. La Matrigna, o Altra Madre che dir si voglia, somiglia invece a tratti alla vecchia Crudelia DeMon de La carica dei 101, mentre l’arredamento del suo salotto somiglia a un incubo kafkiano.


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Ultime due curiosità, prima di parlare dei doppiatori famosi che in Italia ci siamo persi. Primo: rimanete ovviamente fino alla fine dei titoli di coda e pregate che gli stolti gestori del cinema non accendano le luci, rendendo quasi inutili i vostri occhiali 3D, c’è un grazioso spettacolo dei topolini ballerini. Altra cosa: vedrete, sempre sul finale, una strana scritta, che recita più o meno così: “Per chi può capirlo: Animale”. Non statevi a scervellare, è l’ennesima testimonianza dell’ignoranza dei nostri adattatori, che hanno tradotto persino l’indizio di un concorso legato al sito USA della Nike (ergo, inutile per il nostro Paese), che consentiva di vincere un paio di scarpe prodotte apposta per il film. La parola originale, per la cronaca, era Jerk Wad, epiteto poco carino che Coraline usa nei confronti di Wybourne. Infatti, mentre “jerk” ha assunto, molto banalmente, il significato di “idiota”, il “jerk wad” è l’equivalente della “douche bag”, in pratica è ciò con cui ci si pulisce dopo essersi sparati una pippa. Un idiota, insomma, ma all’ennesima potenza, un rifiuto della società, una schifezza d’uomo. Non a caso, negli USA è stato richiesto che i bambini venissero accompagnati dai genitori anche per l’utilizzo di alcuni termini “impropri”, oltre che per le scene un po’ paurose.




Henry Selik è il talentuoso regista del film, di cui è anche sceneggiatore. Oltre ad avermi regalato, assieme a Tim Burton, il cartone animato più bello che abbia mai visto, il pluricitato The Nightmare Before Christmas, ha girato anche James e la pesca gigante, sempre in stop motion, tratto da un libro di Roald Dahl. Ha 57 anni e un film in progetto.


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Dakota Fanning da la voce a Coraline. Premetto che io adoro Dakota, secondo me è una delle enfant prodige più dotate di Hollywood, quindi sono felicissima ogni volta che vedo un film che contempla la sua presenza. Tra le sue pellicole ricordo Mi chiamo Sam (il suo esordio sul grande schermo assieme a un meraviglioso Sean Penn), il cult The Cat in the Hat, Man on Fire, Nascosto nel buio, La guerra dei mondi, Charlotte’s Web e ha inoltre doppiato un capolavoro dell’animazione giapponese come Il mio vicino Totoro. Ha partecipato anche alle serie televisive ER, Ally McBeal, CSI, Malcom, I Griffin, alla splendida miniserie Taken (che mi ha fatta innamorare di lei!), Friends. Ha 15 anni e due film in uscita, tra cui il secondo capitolo dell’orrenda franchise di Twilight: New Moon.




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Teri Hatcher da la voce alla mamma di Coraline e all’Altra Madre, o Matrigna. L’attrice californiana, la cui carriera è sempre stata prettamente televisiva, ha trovato una rinnovata fama interpretando la svampita casalinga Susan Meyers nella serie Desperate Housewives, dopo un periodo di stasi lavorativa. Tra i suoi film ricordo Tango & Cash, Il domani non muore mai, Spy Kids. Per la TV ha lavorato nelle serie Love Boat, Star Trek, McGyver, I racconti di mezzanotte, Lois & Clarke: Le nuove avventure di Superman, Seinfeld, Frasier, Two and a Half Men. Ha 45 anni.




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E dopo questo lungo e tedioso post, vi lascio con il carinissimo trailer… ENJOY!






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