Visualizzazione post con etichetta samuel l jackson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta samuel l jackson. Mostra tutti i post

venerdì 27 settembre 2024

Bolla Loves Bruno: Die Hard - Duri a morire (1995)

Con l'estate ho un po' abbandonato la rassegna dedicata a Bruce Willis ma torno alla carica oggi con Die Hard - Duri a morire (Die Hard With a Vengeance), diretto nel 1995 dal regista John McTiernan.


Trama: a un passo dall'alcolismo e buttato fuori dalla polizia, John McClane è costretto a superare l'hangover cimentandosi con gli indovinelli di Simon, terrorista che lo odia e che minaccia di fare saltare in aria New York...


Dopo parecchi flop commerciali e un paio di capolavori come Pulp Fiction e La morte ti fa bella, Bruce Willis è tornato a giocare sul sicuro e a vestire la canotta d'ordinanza del suo personaggio più iconico, il poliziotto John McClane. Nonostante riconosca la superiorità di Trappola di cristallo, pellicola che ha definito un genere e lanciato più di una carriera, devo ammettere che Die Hard (il primo film della saga distribuito in Italia col titolo originale) è quello che ho guardato più volte e che ricordo meglio, complici i mille passaggi televisivi e il mio amore adolescenziale e mai esauritosi per Bruce Willis. Mi piace molto ancora oggi, ovvio. E' probabilmente più cretino dei suoi due predecessori, a livello di trama, ma proprio per questo è divertente da morire, zeppo di momenti action da rimanere a bocca aperta e Bruce Willis divide la scena con un Samuel L.Jackson che gli tiene testa senza rubargli la scena. Soprattutto, man mano che il finale si avvicina, la storia si snoda in almeno tre punti diversi, seguendo il perverso gioco messo in piedi da Simon, terrorista con un odio particolare per il povero McClane; se, all'inizio, i suoi indovinelli sono semplici, andando avanti la complessità aumenta così come la posta in ballo e i riflettori vengono puntati non solo sugli sforzi di John e Zeus, ma anche alcuni poliziotti diventano protagonisti attivi senza venire relegati a macchiette e risultando più o meno indispensabili per sventare il pericolo. Questo è anche il primo film della serie ad avere un'intera città protagonista, il che consente a McTiernan di sfruttare spettacolari, conosciutissimi setting newyorkesi e, alla sceneggiatura, di approfittare di tutti i pregi e difetti della Grande Mela per arricchire ancora di più la storia. Basti pensare al fattore tempo, reso scarso dal terrificante traffico della città, o alla quantità spropositata di scuole potenzialmente minacciate, per non parlare di quartieri pericolosissimi per un poliziotto bianco che porta in giro cartelli razzisti. 


Per quanto riguarda la regia, McTiernan confeziona un manuale dell'action, perché in Die Hard non manca nulla, tenendo conto che dopo nemmeno un minuto abbiamo già un'esplosione. Ci sono inseguimenti con automobili e persino una lotta tra camion e inondazioni, treni che si schiantano e fanno venire giù l'asfalto di mezza Wall Street, sparatorie su ogni tipo di mezzo, elicotteri impazziti, pericolosissimi salti su navi in movimento; con tutto questo, McTiernan riesce a non mandare in sovraccarico lo spettatore e a gestire anche la scena più caotica con una maestria invidiabile, inserendo persino piccoli dettagli ironici oppure indizi che risulteranno fondamentali nel corso del film. Per quanto riguarda il cast, ritengo che l'unico neo di Die Hard sia Jeremy Irons. Non fraintendetemi, è elegante ed insidioso quanto basta, ma la voce originale non mi fa impazzire (questo è uno dei rari casi in cui preferisco il doppiatore italiano) e, quanto a carisma, Alan Rickman lo batte di parecchie misure. Per fortuna, Bruce Willis ne ha invece da vendere, e quanto riesce ad essere cool anche da sfatto, col mal di testa da hangover e sporco come il lume! Il personaggio di John McClane gli calza ancora a pennello e si vede che Willis, interpretandolo, si rifugia in una comfort zone che gli permette di recitare al meglio e, soprattutto, di dare sempre di più a un personaggio che, nel '95, aveva ancora parecchio da dire (e anche da dare. Il fisico di Bruccino è di tutto rispetto, le scene action che lo vedono coinvolto, al netto dell'ovvio utilizzo di stuntman, non devono essere state facilissime da girare). I duetti con Samuel L. Jackson sono ancora oggi, a distanza di 30 anni, molto spassosi, tuttavia la questione razziale non è invecchiata proprio benissimo, o forse sono io a trovare trito e un po' fastidioso il ribadire costantemente lo stereotipo di onesto lavoratore nero di Zeus contrapponendolo al cliché di sbirro bianco e scapestrato di McClane. Per carità, il contrasto funziona, ma anche meno. Nota stonata piccolissima per un film che riguarderei anche subito, e che mi ha conquistata fin dal suo primo passaggio televisivo!


Del regista 
John McTiernan ho già parlato QUI. Bruce Willis (John McClane), Jeremy Irons (Simon), Samuel L. Jackson (Zeus), Graham Greene (Joe Lambert) e Colleen Camp (Connie Kowalski) li trovate invece ai rispettivi link. 


Il film inizialmente si doveva intitolare Simon Says e avrebbe potuto prendere due vie: o essere il terzo sequel di Arma letale oppure il seguito di Drago d'acciaio, con Brandon Lee come protagonista e Angela Bassett come personaggio femminile al posto di Zeus. Quanto a quest'ultimo, Laurence Fishburne ci ha pensato troppo e ha perso il posto in favore di Samuel L. Jackson, mentre Sean Connery ha declinato l'offerta di interpretare Simon Gruber perché troppo diabolico. Ciò detto, se Die Hard - Duri a morire vi fosse piaciuto, recuperate di sicuro Trappola di cristallo e 58 minuti per morire, e poi tentate Die Hard - Vivere o morire e Die Hard - Un buon giorno per morire, che finora non ho mai avuto il coraggio di guardare. ENJOY!


venerdì 5 marzo 2021

Il principe cerca moglie (1988)

Dunque, poiché ieri è uscito su Amazon Prime Video Il principe cerca figlio, mi è tornata voglia di riguardare Il principe cerca moglie (Coming to America), diretto nel 1988 dal regista John Landis.


Trama: Akeem, principe del Regno di Zamunda, frustrato dalle mille imposizioni di corte, decide di andare in America a cercare una moglie che lo ami per quello che è dentro, non per il suo status sociale...


Adesso andrò contro i gusti "cult" del novanta per cento delle persone che leggono questo blog o che, in generale, hanno vissuto infanzia o adolescenza negli anni '80, ma io non ho mai particolarmente amato Il principe cerca moglie e averlo riguardato dopo, credo, 25 anni dall'ultima volta ha rinconfermato le mie opinioni di bambina. All'epoca adoravo i vari 48 ore, Beverly Hills Cop e Il bambino d'oro, cose più avventurose e dinamiche oltre che molto più divertenti, e per me Eddie Murphy dava il meglio di sé proprio in quelle occasioni, con quella meravigliosa risata regalatagli dal compianto Tonino Accolla, mentre Il principe cerca moglie l'ho sempre trovato prevalentemente noioso. Salvo pochi momenti divertenti, legati ovviamente alle esagerazioni del cerimoniale di corte del regno di Zamunda (il  "pene reale" su tutte) e a qualche momento di scontro culturale tra africani e americani, Il principe cerca moglie è un film anche troppo serio, questo perché il principe Akeem deve essere ammantato comunque da una regale superiorità, soprattutto nei momenti in cui la commedia si fa più romantica, e inoltre è lungo come la quaresima, cosa che lo fa sembrare ancora più lento, un sentire, per la cronaca, condiviso dallo stesso John Landis, che da anni vorrebbe proporre un director's cut un po' più stringato. E un sentire, per inciso, condiviso anche da Mirco, che già dopo mezz'ora stava dando segni di cedimento dopo aver esordito con un "Ah, ma questo l'ho già visto" (Sì, ma non te lo ricordi!! Mortacci tua!). Se non ci fossero le mattane di Arsenio Hall e l'esordio dei ruoli multipli di Eddie Murphy, oltre a un cast all black di tutto rispetto, credo che Il principe cerca moglie sarebbe finito nel novero di flop anni '80 perché, davvero, il nucleo centrale di questo film sono le peripezie nemmeno troppo ardue di un principe che si incapriccia (vai a sapere perché visto che Lisa è noiosissima e banale) di un'americana e cerca di "conquistarla" (considerato che è fidanzata con un cretino, le ci vogliono circa 10 minuti per infatuarsi perdutamente di Akeem), nulla più.


Visto oggi, con un po' più di consapevolezza rispetto a quando avevo 11 anni, beh, ovviamente il divertimento (relativo) della visione de Il principe cerca moglie deriva dal riconoscere una serie di attori diventati col tempo anche famosissimi oppure sgamare Eddie Murphy e Arsenio Hall sotto i vari travestimenti, cosa che, dopo decenni di Simpson, diventa un po' più facile col primo; in realtà, l'unica trasformazione che ancora oggi, grazie al make up di Rick Baker, lascia con la mascella slogata, è quella in cui Eddie Murphy diventa un vecchio ebreo bianco (italoamericano nella versione italiana), davvero notevole. Ci si diverte a vedere il "solito" Samuel L. Jackson, al suo quarto/quinto film, già impegnato ad interpretare uno sboccatissimo criminale, oppure quello che sarebbe diventato il compassato Dr. Benton di E.R., qui nei panni di un arrogante fighetto dai capelli unti, e si apprezza una sorta di continuity Landiana quando senza preavviso spuntano i Dukes di Una poltrona per due, felici perché finalmente l'incubo della povertà è finito. Per il resto, onestamente, mi sono spesso distratta e ho buttato più volte un occhio all'ora, chiedendomi quanto ancora sarebbe passato prima di arrivare al confronto in metropolitana, una delle cose che ricordavo da quando ero piccola assieme alla sposa abbaiante, al rituale mattutino e alla canzone Mbube, che corre sui titoli di testa e che altro non è se non la versione originale di The Lion Sleeps Tonight. Stantibus rebus, non oso immaginare quanto mi romperò le scatole a guardare Il principe cerca figlio, considerato anche che Accolla non c'è più e che dovrò necessariamente guardarlo in lingua originale senza neppure commuovermi per l'iconica risata di Akeem.  


Del regista John Landis ho già parlato QUI. Eddie Murphy (Principe Akeem, Clarence, Saul, Randy Watson), Cuba Gooding Jr. (il ragazzo che si fa tagliare i capelli), Eriq La Salle (Darryl Jenks), Vondie Curtis-Hall (bibitaro alla partita di basket), Samuel L. Jackson (Rapinatore), Tobe Hooper (Ospite alla festa) li trovate invece ai rispettivi link.

James Earl Jones interpreta il Re Jaffe Joffer. Americano, lo ricordo per film come Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, L'esorcista II - L'eretico, Caccia a Ottobre Rosso, Una pallottola spuntata 33 1/3 - L'insulto finale, Rogue One, Star Wars: L'ascesa di Skywalker e a serie come Una famiglia del terzo tipo, La vita secondo Jim, Due uomini e mezzo, Dr. House, The Big Bang Theory; come doppiatore ha lavorato in Guerre stellari, L'impero colpisce ancora, Il ritorno dello Jedi, Il re leone e I Simpson. Ha 90 anni.


Arsenio Hall
interpreta Semmi (ma anche Morris, la ragazza bruttissima al bar e il Reverendo Brown). Americano, ha partecipato a film come Ghost - Fantasma e a serie quali Alfred Hitchcock presenta e Più forte ragazzi; come doppiatore ha lavorato in The Real Ghostbusters. Anche produttore, sceneggiatore e cantante, ha 65 anni.


Frankie Faison
interpreta l'affittacamere. Americano, ha partecipato a film come Il bacio della pantera, Brivido, Manhunter - Frammenti di un omicidio, Mississippi Burning - Le radici dell'odio, Il silenzio degli innocenti, Hannibal, Red Dragon, The Grudge e a serie quali I langolieri e Luke Cage. Ha 71 anni.


John Amos
interpreta Cleo McDowell. Americano, ha partecipato a film come 58 minuti per morire, Diamanti grezzi e a serie quali A-Team, Hunter, La signora in giallo, I Robinson, Willy, il principe di Bel Air, Walker Texas Ranger, Oltre i limiti, My Name is Earl e Due uomini e mezzo. Anche sceneggiatore e produttore, ha 81 anni e un film in uscita.


Per il ruolo del re era stato preso inizialmente in considerazione Sidney Poitier. Anche a Paul Gleeson, così come a Don Ameche e Ralph Bellamy, era stato chiesto di riprendere il ruolo che aveva in Una poltrona per due, ma l'attore è stato costretto a rifiutare perché già impegnato sul set di Trappola di cristallo. Ovviamente, adesso aspettiamo Il principe cerca figlio ma, se Il principe cerca moglie vi fosse piaciuto, recuperate già Una poltrona per due anche se siamo fuori stagione! ENJOY!

mercoledì 20 novembre 2019

Quei bravi ragazzi (1990)

Tanta è la tristezza per non essere stata tra i fortunati che sono riusciti a vedere The Irishman al cinema, che ho deciso di prepararmi alla visione su Netflix riguardando (e facendo conoscere al Bolluomo) i film che mi hanno fatta innamorare di Martin Scorsese, in primis Quei bravi ragazzi (Goodfellas), da lui diretto e co-sceneggiato nel 1990 a partire dal romanzo Il delitto paga bene di Nicholas Pileggi.


Trama: Henry Hill, dodicenne di padre irlandese e madre siciliana, comincia a fare piccoli lavoretti per il boss Paul Vario e, a poco a poco, si fa un nome nella criminalità organizzata di Brooklyn; crescendo, assieme ai "colleghi" Jimmy e Tommy mette a segno una serie di colpi, truffe ed omicidi, finendo anche in carcere, finché non decide di impelagarsi nello spaccio di stupefacenti...


Io mi vergogno a parlare di Quei bravi ragazzi, perché non ne sono assolutamente degna, men che meno in grado. Rappresenta tutto ciò che adoro in un film, a partire dall'argomento trattato, ché ho sempre avuto un debole per le storie a tema "mafia", e potrei guardarlo anche mille volte senza stufarmi mai, trovando sempre nuovi motivi per entusiasmarmi, gioire e vergognarmi davanti all'assurda vita (vera, tra l'altro) di quella grandissima faccia di merda di Henry Hill. Per la prima volta l'ho guardato con Mirco e giuro, ho provato paura. Paura che non gli potesse piacere, che lo annoiasse, che mi si spezzasse il cuore all'idea che il mio compagno potesse trovare Quei bravi ragazzi meno che folgorante, invece l'ho visto ridere, stupirsi e sconvolgersi davanti a uno dei capolavori di Scorsese, anzi, quello che per me è IL suo capolavoro indiscusso. Guardare Quei bravi ragazzi per me è come salire su una macchina sportiva guidata da un matto e cominciare una sfrenata corsa in mezzo alla città, a rischio di mettere sotto qualcuno o schiantarsi alla prima curva; Scorsese non dà nemmeno il tempo di respirare, non sta fermo un secondo con la macchina da presa (tra piani sequenza, improvvisi restringimenti di campo, soggettive, cambi di prospettiva e il montaggio fenomenale e adrenalinico della Schoonmaker c'è da diventare scemi), perché nella vita frenetica di Henry e soci non ci si può soffermare a godersi nulla e c'è sempre bisogno di nuovi soldi, gioielli, vestiti, donne, cibo, droga. Credo ci siano pochissimi altri film dove lo spettatore viene così bombardato di dettagli contrastanti, attirato un istante prima dalla prospettiva del lusso e della fama ("eravamo come stelle del cinema") e subito dopo mosso a repulsione dall'orrore di un fiotto di sangue o dalla cafoneria di un branco di parvenu disperati, di queste donne truccatissime e sfatte accompagnate da mariti di un'ignoranza e una pochezza abissali. Non solo, lo spettatore viene messo di fronte a più punti di vista ed è costretto a fungere da "freno" per questa corsa disperata, così da non farsi catturare dall'insano fascino di una famiglia che protegge e supporta i suoi membri anche quando razionalmente verrebbe da fuggire a gambe levate davanti a gente che uccide per uno scatto d'ira senza fare distinzione tra amici o nemici.


I punti di vista di Quei bravi ragazzi sono fondamentalmente due, anzi forse tre. Il primo è quello di Henry Hill, ovviamente. Voce narrante per nulla pentita, convinto fautore della vita dei "bravi ragazzi" anche davanti agli eventi più sconvolgenti, Henry è un ragazzino cresciuto con valori distorti che non è mai diventato un adulto e quindi può tranquillamente venire riconosciuto come narratore inaffidabile; non che Henry ci racconti delle palle, quello no, ogni cosa che viene mostrata sullo schermo è effettivamente avvenuta, ma ci viene presentata come la normalità oppure, al massimo, come un piccolo incidente di percorso. Accanto ad Henry, di tanto in tanto, si fa sentire la voce della moglie Karen, di religione ebraica e di buona famiglia, che prende per mano lo spettatore e lo affianca, raccontandogli "la famiglia" vista da un esterno che arriva a poco a poco a comprenderne i meccanismi, alternando un piacevole stupore a perplessità sempre più grandi, a mano a mano che la patina di glamour dorato viene grattata via rivelando uomini abietti e dollari insanguinati, umiliazioni e soprusi a non finire. A fare da "totem", poi, c'è Paul Vario, il boss, interpretato magistralmente da un Paul Sorvino al quale basta uno sguardo per farsi capire, senza bisogno di parole. Paul Vario rappresenta la sicurezza delle regole codificate della strada, il cuore nero della famiglia che protegge ed assicura il perpetuarsi dei valori, per quanto sbagliati e distorti. Persino un bambino capirebbe che i veri nemici dei "bravi ragazzi" non sono poliziotti, governo o federali (che di tanto in tanto spuntano, solo per essere trattati alla stregua di moscerini fastidiosi) ma coloro che, dall'interno, non rispettano le regole, causando così la rovina del sistema; Paul è il guardiano della tribù, silenzioso ma perentorio, la sua è l'oasi relativamente tranquilla di chi conosce quel mondo, lo teme e lo rispetta, ne scandisce il ritmo con "rituali" regolari (Paul era quello che tagliava l'aglio così fine da farlo sciogliere, per dire) mentre Henry, Jimmy e Tommy sono le tre schegge impazzite che a un certo punto, per gratificare il proprio ego, vogliono di più e mandano al diavolo ogni legge del branco, condannandolo alla distruzione senza possibilità di ritorno, come accade spesso nei film di Scorsese. Henry si da allo spaccio, Tommy ammazza senza criterio, Jimmy parrebbe quello più assennato dei tre ma alla fine copre gli altri due in ogni loro sgarro, approfittando di volta in volta dei vantaggi che gli potrebbero derivare, confermandosi così il peggiore del gruppetto.


E che attori, ad interpretare questi personaggi indimenticabili, diventati nel tempo talmente iconici che persino gli Animaniacs li hanno omaggiati con I Picciotti (o i Goodfeathers, chiamateli come volete). Andiamo con ordine. Ray Liotta interpreta Henry ed è bellissimo, almeno all'inizio, con quegli occhi azzurro ghiaccio e il piglio vincente. E' bello come la visione che ha del mondo a cui appartiene, e non si può biasimare Karen per essersi fatta infinocchiare, poi però diventa sempre più brutto e volgare; sul finale, strafatto di coca fino agli occhi, tutto attorno a lui cambia diventando l'allucinazione di un paranoico, cambia persino la fotografia, che si fa più grigia e cupa, mentre l'uomo vaga "sudato che farebbe schifo a un piede" e con gli occhi pallati. Ray Liotta ha affermato di essere "la colla che tiene assieme i glitter". In effetti, la sua interpretazione potrebbe definirsi quasi misurata, perché a risplendere di luce propria (folle, ma pur sempre luce) sono due animali da palcoscenico come Robert De Niro e Joe Pesci. Il Jimmy di De Niro è un bastardo matricolato, calmissimo, a cui basta uno sguardo per dare a intendere un mondo di oscurità e noncuranza verso il genere umano capace di rivaleggiare con quella del grande amicone Tommy, interpretato da un Joe Pesci che, giustamente, ha ottenuto una statuetta come miglior attore non protagonista. Joe Pesci fa paura in Quei bravi ragazzi, ne fa persino a me che avrò guardato il film almeno una ventina di volte e ogni volta stringo i denti nell'attesa di quello che farà Tommy ai poveri malcapitati che hanno avuto la sventura di dire una parola sbagliata, che sia "buffo", "lustrascarpe" o "vai a farti fottere". Joe Pesci è una scheggia impazzita, è la bravura di chi improvvisa e sconvolge persino i suoi colleghi attori, è l'imprevisto costantemente alle calcagna di chi fa la vita da bravo ragazzo e non sa come e dove gli capiterà di morire, è l'aspetto grottesco e tragicamente buffo di gente ridicola, meritevole di venire ridotta a cliché anche quando Scorsese, invece, la eleva a poesia pura. Per dire, è così larger than life il personaggio di Tommy che nella sequenza della "promozione" mi sale un vergognoso magone alla gola. Quanto altro avrei da dire su Quei bravi ragazzi, cominciando con l'apprezzare senza riserve quel delirio di colonna sonora, tra crooner, musicarelli, rock, Layla e My Way che accompagnano alla perfezione ogni singola sequenza. Ma sono solo una povera fangirl di Scorsese, che invece meriterebbe fior di studiosi a venerarlo come merita, e l'unica cosa che posso fare è aspettare The Irishman con trepidazione, riguardando altre mille volte quello che per me è il miglior film sulla mafia di sempre.


Del regista e co-sceneggiatore Martin Scorsese ho già parlato QUI. Robert De Niro (James Conway), Ray Liotta (Henry Hill), Joe Pesci (Tommy DeVito), Paul Sorvino (Paul Vario), Kevin Corrigan (Michael Hill), Michael Imperioli (Spider), Samuel L. Jackson (Stacks Edwards) e Tobin Bell (Agente preposto alla libertà vigilata) li trovate invece ai rispettivi link.

Lorraine Bracco interpreta Karen Hill. Americana, la ricordo per film come 4 pazzi in libertà, Nei panni di una bionda, Ritorno dal nulla e serie quali I Soprano, inoltre ha lavorato come doppiatrice in BoJack Horseman. Anche produttrice e regista, ha 65 anni e due film in uscita.


Frank Vincent interpreta Billy Batts. Americano, ha partecipato a film come Toro scatenato, Casinò e serie quali Le avventure del giovane Indiana Jones, Walker Texas Ranger e I Soprano, inoltre ha lavorato come doppiatore in Shark Tale. Anche produttore, è morto nel 2017 all'età di 80 anni.


Abbastanza scandalosi gli Oscar di quell'anno, che hanno visto Quei bravi ragazzi perdere nella categoria miglior film, regia, sceneggiatura non originale e montaggio contro Kevin Costner e il suo Balla coi lupi; ora, io sono anni che non lo guardo ma anche un po' fanculo, dai, e vivaddio nel 1991 avevo 10 anni e non sapevo quasi cosa fossero gli Oscar, men che meno Scorsese, o sai il nervoso che mi sarei fatta. A 'sti punti giustifico di più la vittoria di Woopi Goldberg come non protagonista per Ghost, al posto di Lorraine Bracco. Parlando di cose più facete, Catherine e Charles Scorsese, madre e padre del regista, compaiono rispettivamente come madre di Tommy e come Vinnie. Tra le "comparsate" di spessore dei futuri componenti del cast de I Soprano, invece, oltre agli ovvi Lorraine Bracco, Michael Imperioli e Frank Vincent che sarebbero diventati la dottoressa Melfi, Chris Moltisanti e Phil Leotardo, segnalo la presenza di Tony Sirico (il futuro, amato e odiato Paulie, qui interpreta Tony Stacks), Vincent Pastore (futuro "Pussy" Bonpensiero), Suzanne Shepherd (qui è la madre di Karen, ne I Soprano è la madre di Carmela), Tony Lip (quello di Green Book, qui interpreta Frankie The Wop, ne I Soprano invece Carmine Lupertazzi Jr.); altre comparsate di lusso sono quelle di Vincent Gallo, che interpreta un membro della banda di Henry negli anni '70, e la figlia di Lorraine Bracco ed Harvey Keitel, Stella Keitel, che interpreta la figlia maggiore di Henry. Passiamo ora a chi, per sfortuna o poca lungimiranza, non ce l'ha fatta, Al Pacino in primis, che ha rifiutato il ruolo di Jimmy per paura di diventare uno stereotipo e poi lo stesso anno è finito a fare Big Boy Caprice in Dick Tracy (anche John Malkovich ha rinunciato al ruolo, comunque), mentre per la parte di Henry all'epoca si parlava di Tom Cruise, Sean Penn o Alec Baldwin. E ora una curiosità divertente: la vita del vero Henry Hill dal momento in cui ha cominciato la vita di testimone sotto protezione, è stata portata sullo schermo come commedia ne Il testimone più pazzo del mondo, scritto da Nora Ephron, moglie di Mitch Pileggi. Magari potreste recuperarlo, nel caso Quei bravi ragazzi vi fosse piaciuto, e ovviamente aggiungere Casino, Donnie Brasco e la trilogia de Il padrino! ENJOY!

martedì 23 luglio 2019

Spider-Man: Far From Home (2019)

Ho lasciato passare un po' di tempo prima di andare al cinema a vedere Spider-Man: Far From Home, diretto dal regista Jon Watts, ma a prescindere dal tempo trascorso dall'uscita, cercherò di non fare spoiler, tranne quelli ovvi.


Trama: in gita con la classe in Europa, Peter Parker si ritrova coinvolto da Nick Fury nell'attacco degli elementali, esseri multidimensionali già combattuti da un nuovo supereroe, Mysterio...


Povero Spider-Man lontano da casa, in tutti i sensi. Lontano dal quartiere di cui è amichevole protettore, lontano dall'adorata zia May, dal mentore Tony Stark dolorosamente morto, dal resto degli Avengers finiti chissà dove (probabilmente al Comic Con dove sono stati annunciati un'infinità di film e serie TV a tema), gettato in un tour delle capitali europee tra primi amori e canzoni vetuste e tallonato dall'onnipresente Nick Fury che, al pari di altri, vuole imporgli l'eredità di nuovo Iron Man senza vedere il liceale desideroso solo di una vita normale, magari tra le braccia della bella MJ. Purtroppo i supereroi una vita normale non possono averla, soprattutto se le capitali europee di cui sopra vengono attaccate da esseri elementali ai quali pare poter tener testa solo un nuovo, potentissimo supereroe, l'extradimensionale Mysterio, ed ecco perché una gita europea a base di insegnanti scoppiati e compagni di scuola stronzetti si trasforma nell'ennesima sfida mortale condita da twist che tali non sono, ché vorrei vedere quale anche minimo conoscitore dei fumetti Marvel si sia bevuto l'ingannevole trailer che presentava Mysterio come buono. Quest'ultimo è un villain che all'avvoltoio di Keaton può giusto allacciare le scarpe, tuttavia, al pari del Mandarino in Iron Man 3, è stato sottoposto ad un'inedita rilettura da parte degli sceneggiatori, che ultimamente paiono farsi vanto di prendere nemesi storiche dei vari protagonisti e renderli non solo comuni uomini della strada ma anche cialtroni, cosa che, in questo caso, offre il fianco all'annoso, attualissimo e antipatico problema delle fake news e della spettacolarizzazione di qualsiasi evento, positivo o negativo che sia, perché laGGente, a prescindere, deve meravigliarsi o sconvolgersi, precipitare nei peggiori incubi o sognare, incapace ormai di provare empatia per emozioni meno che forti. Il tutto, ovviamente, senza dimenticare il percorso che dovrà prendere Spider-Man e catapultarlo nella fase 4 del MCU come erede tecnologico di Iron Man, citato fino alla nausea all'interno del film (tanto che la sua morte, passati i primi cinque minuti, perde drasticamente di pathos e non si risolleva nemmeno quando parte Back in Black degli AC/DC), al punto che quando a un certo punto Happy prende posizione sui difetti dell'ex boss definendo Peter "molto diverso" sembra quasi una presa in giro.


Ma non ci formalizziamo. Far From Home è l'ennesimo divertissement Marvel capace di intrattenere per tutto il tempo della sua durata, complice il fatto che Peter Parker e i suoi allegri compagni di classe infarciscono il film di quell'atmosfera tipica delle commedie adolescenziali USA, un po' tenere e un po' sciocchine, quasi più interessante della parte supereroistica della pellicola. Sono queste scaramucce divertenti a base di equivoci e primi amori gli aspetti migliori del film, assieme a quelle "docce di realtà" in cui Mysterio si rivela per quello che è davvero, trascinandoci per mano nella prima scena post-credit più interessante e sconvolgente del film al quale fa da coda (l'ultimissima potete anche saltarla ma la prima no, non vi venga in mente!!). A livello di realizzazione, invece, i momenti più esaltanti sono quelli in cui Mysterio dispiega per intero tutti i suoi poteri, costringendo Spider-Man a districarsi tra incubi ed illusioni capaci di disorientare sia lui che lo spettatore, davanti ai cui occhi si apre un caleidoscopio di ambienti, minacce ed elementi folli che si alternano senza soluzione di continuità. Non che le sequenze in cui gli elementali fanno scempio di monumenti europei o lo showdown a Londra non siano esaltanti ma diciamo che quelle sanno un po' di già visto mentre gli incubi di Mysterio sono una novità dal retrogusto horror che fa piacere vedere. Non piacevole, ovviamente, come il vero cuore dell'intero film, lo Spider-Man bimbominchia Tom Holland (al quale spesso ruba la scena una MJ adorabilmente imperfetta), dal faccino così carino e tenero che gli si perdona qualunque cosa, un po' come a quel gran figone di Jake Gyllenhaal, benché costretto in un ruolo perfettamente in bilico tra parodia e villain serio. E a proposito di parodia: Stella Stai di Tozzi, perdonate il verbo, ci sta ma Bongo Cha Cha Cha e Amore di tabacco? Davvero l'Italia, per quanto riguarda la musica, viene considerata perennemente ferma agli anni '60? Per carità, meglio che sentire roba tipo il trap, Achille Lauro o Il volo, però su...


Del regista Jon Watts ho già parlato QUI. Tom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Jake Gyllenhaal (Quentin Back/Mysterio), Marisa Tomei (May Parker), Jon Favreau (Happy Hogan), Angourie Rice (Betty Brant), Cobie Smulders (Maria Hill), Martin Starr (Mr. Harrington), Ben Mendelsohn (Talos) e J.K.Simmons (J. Jonas Jameson) li trovate invece ai rispettivi link.


Mysterio avrebbe già dovuto comparire in Spider-Man 4 di Raimi, mai girato ovviamente, ed essere interpretato da Bruce Campbell. Ciò detto, se Spider-Man: Far From Home vi fosse piaciuto recuperate subito Spider-Man: Homecoming, aggiungete Iron ManIron Man 2 e Iron Man 3, continuate con The Avengers, Avengers: Age of UltronAvengers: Infinity War, Avengers: Endgame Captain Marvel, infine completate la vostra cultura sul MCU con Captain America: Il primo vendicatore, L'incredibile HulkThor , Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierGuardiani della GalassiaGuardiani della Galassia vol. 2, Ant - ManDoctor StrangeThor: Ragnarok, Black Panther e Ant-Man and the Wasp . ENJOY!


martedì 19 marzo 2019

Captain Marvel (2019)

Per motivi logistici ho dovuto lasciar passare almeno una settimana dall'uscita ma finalmente anche io ho potuto guardare Captain Marvel e arrivare con un tardivo post SENZA SPOILER.


Trama: Verse è un'aliena kree dal passato misterioso e dagli enormi poteri. Costretta a un atterraggio di emergenza sulla Terra, scoprirà molte spiacevoli verità...



Di Captain Marvel hanno parlato (spesso a sproposito) cani e porci prima ancora che uscisse e probabilmente verrà ricordato come il film che ha fatto scapocciare i nerd di tutto il mondo portandoli ad invocare giustizia a causa di una presunta castrazione del ruolo di maschio alfa per mano di una donna supereroe, santo cielo. Non so perché se la siano presa così tanto visto che prima di Captain Marvel c'era già stata Wonder Woman e, allo stesso modo, non conoscendo il personaggio se non per alcuni collegamenti con l'universo degli X-Men non so se i nerd avessero ragione a insorgere per uno "spirito" non rispettato ma sta di fatto che, per qualcuno che non rientra nella categoria del troglodita internettaro medio, Captain Marvel è il "solito" film Marvel carinissimo ed entusiasmante per le due ore che dura e facilmente dimenticabile il giorno dopo. Origin story perfettamente inserita all'interno del Marvel Cinematic Universe nonché prologo dell'imminente Avengers: Endgame, Captain Marvel racconta il viaggio interiore di una persona, prima ancora di una donna. Un soldato, un'aliena, che si è ritrovata plasmata in qualcosa che forse non è mai stata, parte di una sorta di "coscienza collettiva" che la vuole potente ma nei limiti, grata di farne parte, ligia ai suoi doveri, confusa ma non troppo. Eppure, il passato c'è ed è dannoso ignorarlo, soprattutto quando nei ricordi di Vers, questo il nome della protagonista, c'è qualcosa di fondamentale che ha definito nel tempo la sua personalità: la capacità di rialzarsi, sempre e comunque, dopo ogni batosta, dopo ogni presa in giro, dopo ogni fallimento, dopo qualsiasi tentativo di negare e frustrare i suoi sogni. E' vero, Vers è donna, ma il messaggio che passa attraverso il suo atteggiamento, il suo "vaffanculo" finale a chi pretende di imporle il suo modo di vivere e di comportarsi, è e deve essere universale, un invito a non arrendersi mai e arrivare a brillare di luce propria, cercando e trovando la forza in se stessi, anche a costo di essere delle teste di cocco fatte e finite. Il resto, come si suol dire, è un di più, per quanto piacevole, divertente e necessario. Il giovane Nick Fury, gli Skrull, i Kree, Ronan l'accusatore, il tenerissimo miciotto Goose, protagonista dei momenti più esaltanti della pellicola e preso di peso da Il gatto venuto dallo spazio, la consapevolezza che Captain Marvel sarà una pedina fondamentale nella battaglia contro Thanos, tutto quello che volete, ma il fulcro del film è il percorso di presa di coscienza dell'adorabile Carol Danvers, e non in quanto donna ma in quanto persona.


Lo "sfogo" finale della protagonista è obiettivamente, per quanto forse un po' trash, una delle cose più liberatorie viste in anni di film Marvel, dove l'eroe, quando a un certo punto diventa consapevole dei suoi mezzi, da il meglio di se stesso ma sempre con quella punta di "reticenza" che rende umile persino uno come Iron Man. Captain Marvel invece se ne frega e spacca culi ed astronavi al ritmo di Just A Girl (punta di diamante di una colonna sonora che più anni '90 non si può, ma non dimentichiamoci Celebrity Skin, Come As You Are, I'm Only Happy When it Rains, ecc. ecc.), splendendo gioiosa e consapevole dei suoi mezzi, finalmente libera da qualsivoglia giogo, fisico o psicologico che sia. E' questo che rende Captain Marvel particolare, perché per il resto il film è perfettamente inserito all'interno del carrozzone Marvel, non brilla particolarmente per la regia o per la sceneggiatura, che ha l'unico pregio di essere in perfetto equilibrio tra la cazzoneria di un Thor: Ragnarok e la serietà di un Avengers, ed è popolata da attori che fanno il loro dovere anche quando, come Samuel L.Jackson, sono costretti a subire un lifting computerizzato che li rende più inquietanti di un manichino semovente. Simpatico e sbarazzino il continuo fluire di citazioni che contestualizzano il film nell'epoca degli anni '90, non sfacciato come gli omaggi trash di James Gunn e Taika Waititi ma in qualche modo delicato e gradevole; le mise delle protagoniste, con le maglie dei gruppi musicali dell'epoca e il profumo grunge che permea l'intero reparto costumi, è una botta di nostalgia più grossa dei riferimenti a Blockbuster, per intenderci, ma la palma della citazione (accompagnata da una bruschetta nell'occhio grossa come il Fenomeno) va al delizioso Stan Lee che legge la sceneggiatura di Generazione X, film di Kevin Smith che ogni True Believer dovrebbe guardare. Voto 3, invece, all'adattamento italiano: "giovanotta" fa il paio con il "benone" di Venom ("young lady" di solito viene reso con un "signorinella", by the way) e il riferimento alla password Wi-fi è imbarazzante, considerato che quella tecnologia non avrebbe preso piede ancora per un decennio come minimo (e infatti Fury parla di password Aol in originale). Potrei anche aver sentito Jude Law ciccare clamorosamente un congiuntivo all'inizio ma forse ero solo obnubilata dalla sua incommensurabile fighezza. Chissà. A parte tutto, Captain Marvel va visto, per più di un motivo, soprattutto se non vedete l'ora che arrivi Avengers: Endgame o se siete gattari incalliti come me. Rimanete incollati alla poltrona del cinema fino all'ultimo titolo di coda e divertitevi!


Di Brie Larson (Carol Danvers/Vers/Capitan Marvel), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Ben Mendelsohn (Talos/Keller), Jude Law (Yon-Rogg), Annette Bening (Suprema intelligenza/Dottoressa Wendy Lawson), Clark Gregg (Phil Coulson), Djimon Hounsou (Korath), Lee Pace (Ronan) e Mckenna Grace (Carol a 13 anni) ho parlato ai rispettivi link.

Anna Boden è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto film come Sugar e 5 giorni fuori. Anche produttrice, ha 43 anni.
Ryan Fleck è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Sugar e 5 giorni fuori. Ha 43 anni.


La scena mid-credit è stata diretta dai fratelli Russo. Captain Marvel, cronologicamente, si colloca dopo Captain America: Il primo vendicatore, ma tanto vi toccherà recuperare tutto se vorrete godere appieno del film: Iron ManIron Man 2, L'incredibile HulkThor , The Avengers, Iron Man 3Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierGuardiani della GalassiaGuardiani della Galassia vol. 2, Avengers: Age of UltronDoctor StrangeSpider-Man: Homecoming ,Captain America: Civil WarThor: RagnarokAnt-ManAvengers: Infinity WarAnt-Man and the Wasp e Black Panther. ENJOY!

martedì 22 gennaio 2019

Glass (2019)

Ammetto che, nonostante l'ormai radicato disprezzo per M. Night Shyamalan, qui in veste di regista e sceneggiatore, quella di Glass era una delle uscite che aspettavo di più.


Trama: mentre l'Orda e la Bestia continuano a mietere vittime, David Dunn decide di sfruttare propri poteri per fermarli. I due non ci metteranno molto a incrociare il cammino con Elijah Price, l'"uomo di vetro"...



Diamo subito un contentino a tutti coloro che hanno sputato veleno e non solo sull'ultima fatica Shyamalana. E' vero, sì, Glass non è degno di allacciare le scarpe né ad Unbreakable né a Split. Unbreakable era innanzitutto la storia dolente di un uomo incapace di accettare la propria natura e lo Shyamalan Twist finale era la ciliegina sulla torta di una storia già bella di suo, uno strano ibrido tra dramma e stilemi tipici dei fumetti; Split, per contro, partiva come un horror e rimaneva tale fino alla fine, con un racconto neppure troppo banale imperniato su dolore, abusi ed infanzie negate. Insomma, due film che non avevano nulla da spartire, se non per la scena appena prima dei credits del secondo, eppure da lì è nata una delle trilogie più attese degli ultimi tempi e Glass riesce ad essere contemporaneamente sia un ribaltamento delle concezioni dei primi due capitoli sia una naturale prosecuzione degli eventi. E, per questo, un film inferiore, vuoi perché pretende di raccontare troppo tutto assieme, vuoi perché sia Unbreakable che Split erano in grado di fare storia "a sé", senza bisogno di aggiungere altro e, guardando Glass, sembra quasi che il concept di "fumetto inserito nella realtà e viceversa" venga stiracchiato in maniera inverosimile. Eppure, proprio per questo ho trovato Glass la degna conclusione della trilogia, un divertissement simpatico nonché il ribaltamento di Unbreakable, poiché qui si parte dalla convinzione dell'esistenza dei supereroi per cercare di ridimensionarli e portarli coi piedi per terra. Alla Dottoressa Staple viene infatti accollato l'ingrato compito di smontare pezzo per pezzo sia le convinzioni di Elijah Price che le manie di grandezza dell'Orda, l'allegro trio composto da Dennis, Patricia ed Hedwig convinti dell'esistenza della Bestia; ovviamente, la mente più permeabile, quella che già diciannove anni fa metteva in discussione la propria natura di supereroe, è quella di David Dunn, ormai rimasto vedovo ma con accanto il figlio Jacob, che come sempre lo adora. Altro non dirò sulla trama, ché sarebbe una bestemmia, tuttavia vorrei spendere due parole su quello che ho più apprezzato di Glass e cioé il palese desiderio Shyamalano di inserire in un contesto reale tutti i cliché dei fumetti supereroistici, anche i più inverosimili. Se in Unbreakable questi stilemi erano inseriti ma solo lo spettatore attento poteva coglierli, qui vengono sbattuti in faccia al pubblico e alla Dottoressa Staple, tanto che è impossibile infilare la testa sotto la sabbia e fingere di non vederli: c'è la prosecuzione di una origin story, con tutti gli improbabili collegamenti del caso, ci sono un sidekick, un'eminenza grigia, una bella che riesce a placare la bestia, l'idea di una love story tormentata, gli spiegoni interminabili dei villain, scontri finali (i cosiddetti showdown, che noi forse chiameremmo "resa dei conti" e che qui, per colpa di un adattamento scellerato che ha tradotto persino "comic books" con libri DI fumetti - albi a fumetti pareva brutto?- acquisisce un'accezione tortuosissima), momenti in cui si mescolano le alleanze, mentori e persino personaggi secondari talmente stupidi da fare il giro, imbarazzanti quanto la cosiddetta "sicurezza" di un centro di igiene mentale espugnabile persino da un bimbo di 5 anni.


Tutto questo può apparire ridicolo, fuorviante, sicuramente da l'impressione di appesantire il racconto, eppure la spiegazione ad ogni cosa, anche quelle apparentemente fuori posto, viene fornita in un dialogo rivelatore, che conferma M. Night Shyamalan come uno dei migliori illusionisti cinematografici (o, se siete detrattori fino in fondo, ancora peggio di me, uno dei peggiori "venditori di fumo e merda" dell'industria - cit.-) e, per quanto continui a volergli male per roba come Lady in the Water, E venga il giorno e The Last Airbender, uno degli autori più coerenti in circolazione. Quando Shyamalan ha un'idea, state pur certi che la porterà fino in fondo e Glass, con tutti i suoi difetti, è il frutto di questa determinazione testarda, il che mi porta a stimarlo a prescindere. Poi, ovviamente, ci sono tutti i rimandi ai film precedenti, a partire da quei colori che diventano sempre più pallidi, mescolati al grigiore della realtà, a mano a mano che i protagonisti perdono di fiducia in se stessi... e poi c'è James McAvoy, che giustamente si becca il primo posto nei credits. Ora, dopo aver guardato Split in originale non c'è doppiatore che tenga, quindi mi riservo di riguardare anche Glass in lingua, appena sarà disponibile, tuttavia adoro il modo in cui l'attore cambia nel giro di un secondo il linguaggio del corpo, la postura, lo sguardo, adattandosi ad abiti e situazioni differenti senza mai cadere nel ridicolo e trasformandosi letteralmente nelle 24 diverse personalità che abitano il corpo di Kevin. Samuel L. Jackson, muto per buona parte del film, non si lascia mettere i piedi in testa dall'inglesotto, ci mancherebbe, e basta con la sua sola carismatica presenza a ridurre al silenzio o all'incredulità persino la Bestia, mentre il povero Bruce Willis è penalizzato sia dal ruolo ai margini riservato a Dennis Dunn (quello di silente e poco convinta nemesi) sia da un paio di riprese ravvicinate nei momenti più concitati, che spezzano la tensione e la gloria dei corpo a corpo presenti nel film. Sarà che Bruccino ormai non è più Unbreakable come un tempo? A prescindere dalla vecchiaia di colui che comunque è e sarà sempre un grandissimo figone, sta di fatto che durante la visione di Glass mi sono divertita, entusiasmata e parecchio commossa quindi direi che, pur non potendo ancora testimoniare il ritorno di Shyamalan, se non altro posso affermare che Shyabadà, anche stavolta, è rimasto a casa. Al prossimo showdown, caro il mio indianino megalomane!


Del regista e sceneggiatore M.Night Shyamalan, che interpreta anche Jai, ho già parlato QUI. James McAvoy (Patricia / Dennis / Hedwig / La Bestia / Barry / Heinrich / Jade / Ian / Mary Reynolds / Norma / Jalin / Kat / B.T. / Kevin Wendell Crumb / Mr. Pritchard / Felida / Luke / Goddard / Samuel / Polly), Bruce Willis (David Dunn), Samuel L. Jackson (Elijah Price), Anya Taylor-Joy (Casey Cooke), Sarah Paulson (Dr. Ellie Staple) e Spencer Treat Clark (Joseph Dunn) li trovate invece ai rispettivi link.

Charlayne Woodard interpreta Mrs. Price. Americana, ha partecipato a film come La seduzione del male, The Million Dollar Hotel, Unbreakable - Il predestinato e a serie quali Pappa e ciccia, Willy il principe di Bel Air, Frasier, E.R. Medici in prima linea e Medium. Ha 65 anni.


Neanche da dire, non andate a vedere Glass senza prima aver recuperato Unbreakable - Il predestinato e Split. sono due film molto belli, soprattutto il primo, quindi non ve ne pentirete a prescindere. ENJOY!


mercoledì 16 gennaio 2019

Unbreakable - Il predestinato (2000)

Siccome domani dovrebbe uscire (a rigor di logica, ma non mi sorprenderei se a Savona non arrivasse) Glass, ho deciso di riguardare dopo anni Unbreakable - Il predestinato (Unbreakable), diretto e sceneggiato nel 2000 dal regista M. Night Shyamalan. Inevitabile la presenza di SPOILER.


Trama: David Dunn è l'unico superstite di un disastro ferroviario e questo attira l'attenzione di Elijah Price, convinto di avere finalmente trovato l'equivalente di un supereroe.


Per quanto negli ultimi anni sia arrivata a ricoprire spesso Shyamalan di insulti (rivalutandolo dopo The Visit e Split), non si può negare che i quattro film girati a partire da Il sesto senso siano delle piccole bombe capaci di sorprendere lo spettatore non solo per la regia sopraffina ma anche e soprattutto per la diversità dei temi trattati. Nell'anno del Signore 2019, dopo almeno una trentina di cinecomic e una mezza dozzina di film a tema, nessuno si stupirebbe più davanti ad una trama che parte dalla realtà dei fumetti e decostruisce il mito del supereroe rendendolo sorprendentemente umano ma qui parliamo del 2000. Nello stesso anno usciva X-Men, il primo di una fortunata serie di adattamenti Marvel quando ancora l'MCU non esisteva e non c'è dubbio che Shyamalan avesse cavalcato l'onda di questa novità per darne la sua versione ma sicuramente ci sarà voluto del coraggio visto il destino dei film di supereroi fino a quel momento. E così, anche se oggi siamo abituati a cose come Kick-Ass, Super, Chronicle e quant'altro, quasi venti anni fa non era così banale inserire una cosa smaccatamente "infantile", vituperata o di nicchia come i supereroi all'interno di un contesto "realistico" come quello di Unbreakable. Che, sì, parla di persone con superpoteri ma lo fa con un occhio spalancato sulla naturale incredulità che causerebbe l'esistenza di esseri simili, partendo proprio dallo stupore di chi questi poteri li ha, come David Dunn. David ha la percezione di essere diverso ma la sua è una diversità talmente difficile da isolare e capire che ha passato l'intera esistenza quasi senza rendersene conto e ciò ha pesato non solo sulla sua vita privata, condizionata da qualcosa di impalpabile, ma anche e soprattutto sulla sua psiche; consapevole di avere qualcosa in più, di essere nato per adempiere in qualche modo ad uno scopo, David vive nella frustrazione, nella tristezza e nell'incertezza, tenendosi a distanza da moglie e figlio senza un apparente motivo preciso. Lo spettatore si ritrova così sballottato tra il punto di vista di David, supereroe incredulo e impreparato, e quello di Elijah Price, fermo sostenitore di questa strampalata teoria del "super". Reietto fin da piccolo, circondato da fumetti, prigioniero di un mondo di fantasia, Elijah ha del bello e del buono a convincere David e lo spettatore della veridicità delle sue intuizioni, che sembrano frutto di una mente irrazionale, eppure a poco a poco lui e Shyamalan riescono a strappare la cortina della logica incontrovertibile per renderci possibilisti, aprire la nostra mente all'idea che sì, David è un supereroe. Privo dell'usuale consapevolezza ed autorevolezza dei super, privo di una tuta o di segni distintivi ma comunque un eroe dotato di poteri. E da quel momento, letteralmente, succede di tutto. Sempre, ed è bene sottolinearlo, senza il sensazionalismo tipico di un cinecomic, ché qui siamo più nell'atmosfera di un dramma psicologico o di un thriller.


Eppure, anche se forse ad una prima visione non ce ne rendiamo conto, Unbreakable E' indubbiamente un cinecomic o perlomeno un fumetto trasposto in film, ne ha tutte le caratteristiche stilistiche, per quanto ben nascoste. Tanto per cominciare la macchina da presa di Shyamalan "legge" con noi una storia e lo si capisce dai movimenti che fa, a partire dalla scena introduttiva sul treno, bellissima; le inquadrature, poi, rispecchiano tantissimo le vignette di un fumetto, tra cornici, splash page e intensi primi piani. C'è anche tutto un gioco di prospettive e punti di vista ribaltati, con un'enorme attenzione a riprendere Bruce Willis spesso un po' distante dagli altri personaggi in scena, a testimonianza del suo isolamento, e "l'uomo di vetro" Samuel L. Jackson riflesso o circondato da specchi e altre superfici riflettenti, ma non solo. Perdonatemi se prendo in prestito parte del vocabolario de L'antro atomico ma, fin dall'inizio, la natura di Elijah viene palesata al pubblico dalla sua passione per il Viola Villanzone, colore supereroistico malvagio per eccellenza, mentre David viene connotato dal verde, tinta positiva che ben accompagna la sua "divisa" da supereroe, che lo rende riconoscibile e lo protegge dalla sua naturale kriptonite. L'abilità di Shyamalan è dunque quella di dare in pasto allo spettatore un film sui fumetti e per gli amanti dei fumetti travestendolo da rispettabile pellicola che, apparentemente, prende le distanze con ironia dal mondo nerd, come testimonia l'elenco di numeri e percentuali riportato all'inizio di Unbreakable, a mo' di introduzione al fenomeno "comics". L'illusione regge anche grazie alla scelta di interpreti meravigliosi, con un Bruce Willis mai così dolorosamente fragile nella sua natura di "working class hero" sconfitto dalla vita e un Samuel L. Jackson che, nonostante la sua apparenza di debole freak, ha sempre e comunque tutto il carisma tipico dell'uomo che potrebbe prenderti a calci in culo senza battere ciglio e seppellirti a parole; menzione d'onore anche per il piccolo Spencer Treat Clark, magari meno incisivo di Haley Joel Osment ma comunque protagonista di un paio di scene intensissime e commoventi, quella della pistola su tutti. Se non avete mai visto Unbreakable - Il predestinato direi che con l'uscita di Glass avete una buona scusa per rimediare alla mancanza, altrimenti riscopritelo e tornate ad amarlo come la prima volta, incrociando le dita perché l'ultimo film di Shyamalan sia una degna conclusione di una bella trilogia.


Del regista e sceneggiatore M. Night Shyamalan, che interpreta anche lo spacciatore allo stadio, ho già parlato QUI. Bruce Willis (David Dunn), Samuel L. Jackson (Elijah Price) e Robin Wright (Audrey Dunn) li trovate invece ai rispettivi link.

Spencer Treat Clark interpreta Joseph Dunn. Americano, ha partecipato a film come Arlington Road - L'inganno, Il gladiatore, Mystic River, L'ultima casa a sinistra, The Last Exorcism - Liberaci dal male e a serie quali Agents of S.H.I.EL.D. e Criminal Minds. Anche produttore, ha 32 anni e tornerà come Joseph in Glass.


La parte di Audrey Dunn era stata offerta a Julianne Moore, che l'ha rifiutata per partecipare invece a Hannibal. Ovviamente, benché Unbreakable sia un film perfetto già di per sé, come sappiamo tutti è legato in qualche modo a Split, quindi se vi fosse piaciuto recuperatelo nell'attesa che esca Glass, il terzo capitolo di questa strana trilogia Shyamalana. ENJOY!


martedì 25 settembre 2018

Gli Incredibili 2 (2018)

Galvanizzata dalla riscoperta bellezza de Gli Incredibili - Una normale famiglia di supereroi, sabato sono corsa a vedere Gli Incredibili 2 (Incredibles 2), sempre diretto e sceneggiato dal regista Brad Bird. Nessuno SPOILER, tranquilli!


Trama: costretti a subire la conseguenze della loro ultima sortita come supereroi, i membri della famiglia Parr si ritrovano a un bivio delle loro esistenze, almeno finché alla ex Elastigirl non viene di nuovo offerto un lavoro come eroina...


Come se non fossero passati 14 anni dal loro esordio sui grandi schermi, tornano gli Incredibili esattamente dove li avevamo lasciati, alle prese con quella specie di "uomo talpa" spuntato dal sottosuolo alla fine del primo film. E se pensavate che dopo aver sconfitto Syndrome la condizione giuridica dei super fosse cambiata, beh, vi sbagliavate di grosso, ché l'universo de Gli Incredibili non è proprio fatto di semplicità ed happy ending; Bob, Helen e soci sono ancora fuorilegge e l'entusiasmo di essersi ritrovati come superfamiglia si traduce nella perdita della libertà e della casa ottenute con tanta fatica, con sommo scorno dei due figlioli, Violetta e Flash, finalmente pronti a vivere un'esistenza gratificante ed entusiasmante, da ragazzini "speciali". Questa è dunque la triste situazione in cui vengono a trovarsi i membri della famiglia Parr all'inizio del film e altro non vorrei aggiungere per non incappare in spoiler ma qualcos'altro sulla trama bisognerebbe dirla. Soprattutto, è bene sottolineare come Brad Bird, da sceneggiatore scafato qual è, non si sia limitato ad adagiarsi sugli allori di un suo vecchio successo commerciale ma, anzi, abbia scelto di riprendere alcuni temi del film precedente aggiornandoli al gusto attuale pur contestualizzandoli all'epoca in cui è ambientato Gli Incredibili (che, ricordo, non è la nostra, ma sono gli anni '60). Nel corso de Gli Incredibili 2 si percepisce una forte critica non tanto all'alienazione imposta dal crescente desiderio di appoggiarsi alla tecnologia e agli schermi degli smartphone (benché la valenza metaforica dell'Ipnotizzatore sia palese), quanto piuttosto al desiderio di de-responsabilizzarsi, che è un po' il discorso fatto da Ortolani nell'ultima saga di Rat-Man, il desiderio di attribuire tutti i mali del mondo all'assenza di "supereroi" che se ne facciano carico, quando invece dovrebbe essere l'uomo della strada in primis a preoccuparsi e ad attivarsi; di più, Bird ci fa anche riflettere sul potere della pubblicità e dei media, pronti a mostrare al pubblico solo ciò che è giusto che veda, così da pilotare l'opinione pubblica, nel bene e nel male, verso determinate conclusioni. Come già nel primo film, infatti, le persone comuni si ritrovano a testimoniare solo la conclusione delle avventure dei supereroi, senza conoscere i rischi, le decisioni al limite, la sofferenza di cui i super si fanno carico, così che ogni disastro viene attribuito semplicemente a noncuranza o incapacità. In tutti questi temi attualissimi e dati in pasto allo spettatore con incredibile eleganza, Bird riesce anche ad inserire un più "divertente", piccolo dramma familiare, portando avanti lo sviluppo dei personaggi del primo Gli Incredibili e svelandoci qualcosa di più relativamente alle loro personalità... o i loro poteri. E sì, Jack Jack è gran mattatore e io quel pupetto lo adoro.


Ottima sceneggiatura, quindi, in perfetto equilibrio tra dramma e commedia, temi adulti e concessioni al pubblico di giovani spettatori, come già accadeva ne Gli Incredibili, al quale si aggiunge il sempre ottimo comparto tecnico. Brad Bird, anche come regista, è infatti in grado di passare dall'umorismo alla Looney Tunes di una battaglia tra bimbi e procioni alla serietà quasi horror di un'indagine all'interno di un edificio abbandonato (provare per credere, le ragazzine nella fila davanti si sono messe a strillare, credo che nemmeno gli jump scare delle produzioni BlumHouse siano così efficaci); perfetto padrone di ogni topos del genere, Brad Bird, coadiuvato ovviamente dagli animatori della Pixar, riesce a realizzare sequenze d'azione al cardiopalma interamente imperniate sulla duttilità dei poteri di Elastigirl (quella iniziale del treno e quella finale dell'aereo farebbero invidia al 90% degli action con Tom Cruise, per dire) e a sfruttare quelli degli altri personaggi così da creare scene di impressionante dinamismo (la resa migliore ce l'hanno quelli di Frozone e della new entry Vuoto, per concetto simile alla Blink degli X-Men), inserendoli all'interno di una trama che, per quanto intuibile a naso da buona parte degli spettatori adulti, riserva comunque qualche sorpresa e, sì, anche qualche momento assai teso, distante dalla concezione moderna di film per bambini. Il character design ha reso più "morbidi" i personaggi principali, soprattutto Elastigirl, senza privarli delle loro caratteristiche fondamentali, quanto alle new entry è bello vedere come il supergruppo imbastito dai Deavor sia zeppo di citazioni fumettistiche (ma come aspetto ho trovato i membri abbastanza deludenti) e la migliore in assoluto è Evelyn Deavor, incredibilmente umana e realistica negli atteggiamenti e nel taglio di capelli, nonostante l'inevitabile aspetto cartoonesco. Concludo qui per evitare spoiler dannosi. Se ancora non siete convinti di dare una chance a Gli Incredibili 2, vi basti sapere che Jack Jack ed Edna danno davvero il bianco e che probabilmente non avrete idea di quanto vi siano mancati... almeno finché non li rivedrete in azione! Quindi correte a vedere Gli Incredibili 2 e...


... anche il corto che precede il film, il delicatissimo, commovente Bao. Il bao, o baozi, per chi non lo sapesse, è una sorta di fagottino cinese ripieno di carne o verdure e questo dolcissimo corto della Pixar ci mostra cosa succede quando uno di questi ottimi intingoli prende vita e viene adottato da una signora cinese di mezza età particolarmente sola. Arricchito da una deliziosa colonna sonora, Bao è divertente e assai carino, dotato di una conclusione scioccante e decisamente inaspettata... che, neanche a dirlo, mi ha lasciata in lacrime. Ormai i corti della Pixar mi fanno lo stesso effetto dei lungometraggi dello Studio Ghibli, che ci volete fare!!


Del regista e sceneggiatore, nonché voce di Edna, Brad Bird ho già parlato QUICraig T. Nelson (voce originale di Bob Parr/Mr. Incredible), Holly Hunter (Helen Parr/Elastigirl), Catherine Keener (Evelyn Deavor), Bob Odenkirk (Winston Deavor), Samuel L. Jackson (Julius Best/Frozone), Isabella Rossellini (Ambasciatrice), Jonathan Banks (Rick Dicker) e Barry Bostwick (il sindaco) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra i doppiatori italiani figurano la meravigliosa Amanda Lear, che riprende il ruolo di Edna, e Bebe Vio, che invece doppia Vuoto, mentre Ambra Angiolini presta la voce ad Evelyn Deavor e la Rossellini si doppia da sé. Il film segue Gli Incredibili - Una normale famiglia di supereroi, che vi consiglierei di recuperare, assieme a Jack Jack Attack, nel caso non l'abbiate ancora visto. ENJOY!


Se vuoi condividere l'articolo