martedì 14 luglio 2020

Le paludi della morte (2011)

Qualche mese fa passavano in TV Le paludi della morte (Texas Killing Fields), diretto nel 2011 dalla regista Ami Canaan Mann, e siccome ai tempi dell'uscita mi intrigava, mi sono messa a guardarlo.


Trama: due detective della omicidi in Texas si ritrovano a indagare sulla scomparsa di giovani ragazze trovate poi morte nelle paludi che circondano la cittadina.



Le paludi della morte si basa su una serie di delitti, in buona parte insoluti e probabilmente compiuti da più di una persona, accorsi nei pressi di Texas City, all'interno dei cosiddetti "killing fields". Zona paludosa dove il cellulare non prende nemmeno per sbaglio, così distante dalla strada che nessuno può sentirti urlare e talmente fitta di vegetazione brulla da far invidia ai bush australiani dove impera Mick Taylor, questa terra di nessuno rappresenta l'habitat ideale per chi ha velleità di serial killer, soprattutto quando la città confinante abbonda di giovani donne ai margini della società e, in generale, impera un'aria di squallore e degrado. Lo sa bene Mike Souder, nato e cresciuto lì, segnato da un'infanzia mai vissuta, a base di ubriaconi e schifo assortito; è costretto ad impararlo sulla sua pelle Brian Heigh, convinto dell'importanza di una fede salvifica e pronto ad aiutare le persone meno fortunate come la piccola Ann, figlia di una prostituta e reduce dal riformatorio. Lo scontro tra i metodi dei due è il cuore del film ma non si tratta di un confronto tra "poliziotto buono e poliziotto cattivo", è più il tentativo di due persone di mantenere la sanità mentale all'interno di una città dove il disagio si spande come un miasma e dove vige un'omertà da far spavento, dove quasi quasi sono guardati con più sospetto i pochi che cercano di fare qualcosa di positivo piuttosto che chi conduce un'esistenza violenta e prospera sulla disperazione altrui. All'interno della trama si incrociano diverse storie di criminalità e perversione, alcune delle quali non avranno risoluzione alla fine del film, e ciò che le accomuna è la mancanza di sensazionalismo: deviati e criminali assortiti, in città si confondono col paesaggio triste e desolato, e sono la quintessenza stessa della banalità, tanto che persino una tranquilla serata passata in casa può avere come conseguenza la morte.


Ami Canaan Mann, degna figlia di tanto padre (Michael Mann è produttore del film), confeziona immagini cupe e violente, spesso ad alto tasso ansiogeno, immerse in una fotografia per l'appunto paludosa, come se l'influenza dei killing fields protendesse una mano artigliata e posasse una cappa di uggia perenne sulla vicina cittadina; ci sono sequenze difficili da dimenticare, come quella al cardiopalma del rapimento improvviso, altre molto interessanti come il pedinamento impedito da alberi provvidenziali, e tutti gli attori, all'interno di di un cast di tutto rispetto, recitano al meglio. Mi mordo le dita, onestamente, per due cose. Primo, non aver guardato Le paludi della morte in lingua originale come avrebbe meritato e, secondo, non aver riconosciuto Sheryl Lee nei panni della madre di Ann, il che dimostra come l'attrice non sia solo un bel faccino e come sia drammaticamente poco utilizzata a fronte delle sue grandi capacità. A una Jessica Chastain ahimé poco sfruttata si contrappongono Sam Worthington e Jeffrey Dean Morgan, entrambi decisamente in forma, e una Chloe Grace Moretz che all'epoca non sbagliava ancora un film, per non parlare di Jason Clarke e Stephen Graham, capaci di lasciare il segno con personaggi distanti dai loro soliti ruoli, soprattutto il secondo. Da brava "cinèfila" mi sto appassionando all'utilizzo di Letterboxd e trovo disarmante la quantità di recensioni negative ottenute da Le paludi della morte. A me è sembrato un thriller affatto banale, ben diretto e ben recitato, capace di lasciare una cappa di inquieta tristezza addosso allo spettatore per parecchio tempo, quindi ve lo consiglio.


Sam Worthington (Mike Souder), Jeffrey Dean Morgan (Brian Heigh), Jessica Chastain (Pam Stall),  Chloë Grace Moretz (Ann Sliger), Jason Clarke (Rule), Annabeth Gish (Gwen Heigh), Sheryl Lee (Lucie Sliger) e Stephen Graham (Rhino) li trovate ai rispettivi link.

Ami Canaan Mann è la regista della pellicola. Inglese, figlia del regista Michael Mann, ha diretto film come Jackie & Ryan e serie quali House of Card, Runaways e Cloak & Dagger. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 51 anni.


All'inizio il film avrebbe dovuto essere diretto da Danny Boyle, con Bradley Cooper nel ruolo di Brian Heigh. Se Le paludi della morte vi fosse piaciuto recuperate Se7en, Zodiac, Il collezionista d'ossa e Il silenzio degli innocenti. ENJOY!

domenica 12 luglio 2020

Becky (2020)

Il tam tam della rete ha portato alla mia attenzione anche questo Becky, diretto dai registi Jonathan Milott e Cary Murnion.


Trama: Becky è una ragazzina reduce dalla morte della madre, costretta ad andare in vacanza col padre e la nuova compagna. Quando pensa che la situazione non potrebbe peggiorare, un branco di evasi nazisti prende d'assedio la casa.


Ah, quanto adoro il profumo del nazista macellato al mattino. Dovrebbero esserci più horror in cui i maledetti membri della fratellanza ariana muoiono male, più horror con ragazzine profondamente incazzate, e a ragione, pronte a malmenarli come meritano, nemmeno fossero la versione meno "super" di Hit-Girl. E in effetti, a ben vedere, Becky potrebbe essere un'ottima origin story per un nuovo tipo di eroina o anti-eroina, se preferite, visto che il personaggio ha tutte le ragioni per essere incazzato col mondo in primis e, in seconda istanza, con la brotherhood che è andata a romperle le uova nel paniere in un momento già abbastanza delicato. Bastano pochi tratti per capire che Becky non è una ragazzina come tutte le altre e, soprattutto, per farci provare rabbia assieme a lei: la mamma è morta di cancro, il padre si sta per risposare e giustamente a Becky non frega nulla del fatto che la nuova fidanzata di papà sia una brava persona (men che meno che abbia già un figlio piccolo, un potenziale, tenero fratellino), perché comunque andrebbe a "sostituire" chi non può essere sostituito. I momenti in cui Becky urla tutta la sua frustrazione di essere umano tradito dalla vita in età così giovane fanno male e rendono più verosimile tutto ciò che segue l'arrivo, in una casa di campagna già poco felice, dei quattro spietati dementi che sperano di poter fare il bello e il cattivo tempo con i poveri, indifesi civili, dopo essersi fatti strada fuori dal carcere compiendo i peggiori delitti (io vi avviso: per le violenze più scioccanti, quelle ai danni di soggetti particolarmente "sensibili", Becky non mostra tantissimo ma le sue implicazioni sono spietatissime e, ahimé, molto chiare); ancor più male, però, lo fa il finale aperto, con tutto ciò che rimane della piccola Becky e della sua psiche, soprattutto alla luce delle minacce purtroppo veritiere del capobranco nazi.


Un finale così aperto potrebbe essere foriero di almeno un paio di altri film dedicati a Becky, cosa che in molti speriamo, ma nel frattempo parliamo un po' degli aspetti "tecnici" della pellicola di Jonathan Milott e Cary Murnion. I due ci avevano già regalato un horror demenziale come Cooties, in cui gli effetti splatter non mancavano, e anche se qui l'argomento è più serio i due registi non si fanno mancare i colpi bassi e i momenti di interessante macelleria, ben fotografata e ben montata, con un paio di sequenze di altissimo livello in cui sono stata costretta a girarmi dall'altra parte (SPOILER: occhio agli occhi. E agli animali, mortacci loro). Anche gli attori regalano tantissima soddisfazione, in primis, ovviamente, Lulu Wilson. Cresciuta a pane e horror, l'attrice ormai quindicenne si è caricata sulle spalle l'intero film, con una cattiveria e una convinzione che potrebbero mandare la ben più glamour Chloe Moretz a nascondersi (anche se le mise indossate da Becky ricordano quelle della protagonista di I Kill Giants, altro film che avrebbe meritato un po' più di cazzutaggine invece di diventare un fantasy moscio), ed è affiancata da un Kevin James nell'insolito ruolo del villain, parte che per inciso gli calza a pennello. Menzione speciale per il phisique du rol di Robert Maillet, ex wrestler canadese che, nei panni di un nazi in piena crisi di coscienza, si rende protagonista di uno dei momenti più amaramente umoristici dell'intera pellicola, un bel calcio nella faccia allo spettatore che da Becky si aspettava qualcosa di prevedibile e lineare. Dateci un'occhiata e incrociate le dita per eventuali sequel!


Dei registi Jonathan Milott e Cary Murnion ho già parlato QUIJoel McHale (Jeff) e Kevin James (Dominick) li trovate invece ai rispettivi link.

Lulu Wilson interpreta Becky. Americana, la ricordo per film come Liberaci dal male, Ouija: L'origine del male, Annabelle 2: Creation, Ready Player One, inoltre ha partecipato alla serie Hill House. Ha 15 anni.


Simon Pegg avrebbe dovuto interpretare Dominick ma ha dovuto rinunciare per impegni pregressi. Ora, sicuramente è stata un'enorme perdita ma Kevin James è davvero bravo. ENJOY!

venerdì 10 luglio 2020

Bollalmanacco On Demand: La casa di Helen (1987)

Riecco il Bollalmanacco On Demand, in perfetto tema "Notte Horror", con una richiesta proveniente da Pirkaf, ovvero La casa di Helen (House II: The Second Story), diretto e co-sceneggiato nel 1987 dal regista Ethan Wiley. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere Irma Vep. ENJOY!


Trama: Jesse eredita un'enorme casa dall'assurda architettura benché non abbia mai conosciuto i suoi genitori, morti in circostanze misteriose quando era ancora un neonato. Lì cominceranno ad accadere strani fenomeni.


Mi domando perché non mi sia mai capitato di guardare né La casa di Helen Chi è sepolto in quella casa?, nonostante fossero due dei film più programmati nelle vecchie Notti Horror di Italia 1. Forse perché ero ancora troppo piccola quando li davano ogni estate e ho cominciato a guardare Notte Horror più o meno ai tempi delle medie? Boh, vai a sapere. Sta di fatto che ho affrontato La casa di Helen nella più totale ignoranza e alla fine della visione è sorta spontanea una domanda: ma chi caspita è Helen, che il proprietario della casa è uomo e si chiama Jesse? Giuro, non c'è un solo personaggio che si chiami Helen in tutto il film, a dimostrazione che i distributori non ne hanno visto nemmeno 10 minuti. Avrei potuto suggerire mille altri titoli contenenti la parola "casa", visto che bisognava continuare a mungere la vacca di quella Raimiana e dei suoi seguiti apocrifi: la casa del teschio, la casa del tempo, la casa delle bestie perdute, la casa dei morti viventi, la casa pacchiana, quel che volete, ma Helen proprio no. Non c'è Helen e, mi spiace dirlo, non c'è neppure horror in questo film, che di base è una commedia sovrannaturale con qualche piccolissimo sprazzo "di paura", perfetto come primo horror da propinare ai vostri figli piccoli, sempre che non vi mandino al diavolo intuendo di essere stati gabbati. L'unica cosa veramente apprezzabile del film è un uso estensivo di animatronic e pupazzotti, incarnati in due deliziosi bestinetti che chiameremo cucciolo di pterodattilo e "brucane", animalini che chiunque vorrebbe in casa, a patto però di lasciare nel bidone della rumenta il pacchianissimo teschio di plastica che dà il la a tutta la faccenda in quanto fulcro di fenomenali poteri cosmici che le forze del male (delle quali poi parliamo) vorrebbero per sé, con sommo scorno del giovane Jesse, ritrovatosi in eredità una casa tanto enorme quanto orribile e tutti i segreti in essa racchiusi.


Jesse a un certo punto decide, assieme all'amico scemo, di cercare questo fantomatico teschio all'interno della tomba del bisnonno e quest'ultimo si rivela un arzillissimo, per quanto mummificato, pistolero deputato ad essere inutile guardiano del teschio in questione; da qui partono periodiche incursioni di gente dalle epoche più disparate, pronta ad accaparrarsi la reliquia per i suoi loschi fini, e il film ruota tutto sui tentativi di Jesse e dell'amico di metterci una pezza mantenendo, allo stesso tempo, una parvenza di normalità con le fidanzate oche (spoiler: le fidanzate sono talmente oche ed inutili che scompaiono nel giro di un paio di sequenze. E passando a una tematica più #metoo La casa di Helen è l'emblema della triste condizione della donna nella commedia americana anni '80 visto che mette in campo due donne ossessionate dalla carriera che ai fidanzati non pensano nemmeno un po', una tizia innamorata del protagonista che si ubriaca dopo essere stata ignorata e una damsel in distress muta e quindi apprezzabilissima, insomma, una meraviglia). Se pensate che i malvagi possano se non altro causare qualche brivido tra una gag del nonno e un bestinetto carino, cascate davvero male. Nell'ordine abbiamo un wrestler che dovrebbe essere un cavernicolo, un paio di scappati di casa vestiti da aztechi (a sto punto è meglio l'uomo banana che si vede durante il party di Halloween) e, soprattuttamente, il villain principale, un cosplayer del Tex Hex di Marshall Bravestarr con la parrucca e i baffi del colore sbagliato, giusto per non essere troppo sfacciati nel plag.. ehm, nell'omaggio. Di base, oserei dire che La casa di Helen, citato ironicamente nel primo Scream come uno dei migliori seguiti mai realizzati, andrebbe visto solo se siete fan di Royal Dano, l'unico attore gradevole e impegnato in un ruolo delizioso, il resto è nostalgica fuffa anni '80 che non regge il confronto con le ben più spassose commedie horror recenti e che, al limite, vi farà venire voglia di tenervi un brucane in casa.


Di Amy Yasbeck, che interpreta Lana, ho già parlato QUI.

Ethan Wiley è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Gli adoratori del male e Blackwater Valley Exorcism. E' anche produttore, tecnico degli effetti speciali, attore e compositore.


Arye Gross interpreta Jesse. Americano, ha partecipato a film come Lo strizzacervelli, Tequila Connection, Minority Report e a serie quali Il mio amico Arnold, Supercar, Friends, Ellen, Oltre i limiti, Millenium, Più forte ragazzi!, X-Files, E.R. - Medici in prima linea, Six Feet Under, Grey's Anatomy, Numb3rs, Medium, CSY: NY, Ghost Whisperer, Cold Case, Dollhouse, CSI - Scena del crimine e Criminal Minds; come doppiatore ha lavorato in I Rugrats. Anche regista, ha 60 anni.


Royal Dano interpreta Gramps. Americano,  ha partecipato a film come Qualcosa di sinistro sta per accadere, Ghoulies II - il principe degli scherzi, Killer Klowns, Space Invaders, La metà oscura e a serie quali Alfred Hitchcock presenta e I segreti di Twin Peaks. E' morto nel 1994 all'età di 71 anni.


Bill Maher, che interpreta John, è diventato nel tempo uno dei più famosi comici americani, specializzato in satira politica e religiosa, ma negli anni '80 era ancora un attore praticamente agli esordi; John Ratzenberger, che interpreta Bill, si è specializzato invece come doppiatore, in particolare per i film Pixar. La casa di Helen è il seguito di Chi è sepolto in quella casa?; il terzo capitolo avrebbe dovuto essere La casa 7, per il quale però Sean S. Cunningham ha voluto un altro titolo, e negli anni '90 è uscito House IV - Presenze impalpabili, l'unico che segue direttamente le vicende di Chi è sepolto in quella casa? Insomma, un casino. ENJOY!

mercoledì 8 luglio 2020

Non si sevizia un paperino (1972)

Continua l'omaggio a Fulci su Cine34! Qualche settimana fa è toccato a Non si sevizia un paperino, andato in onda ahimé pesantemente tagliato (fortunatamente le scene incriminate si trovano agilmente su Youtube), scritto e diretto dal buon Lucio nel 1972.


Trama: i bambini di Accendura cominciano a venire uccisi da mano ignota e un giornalista decide di indagare.



Erano decenni che avevo il desiderio di guardare Non si sevizia un paperino, col suo titolo stranissimo (in realtà avrebbe dovuto essere Non si sevizia Paperino ma la Disney ha messo il veto), poi come al solito non sono mai riuscita, questo fino alla settimana scorsa. E' un peccato conoscere Fulci solamente per gli horror che ha girato, quando c'è enorme "gioia" anche nei gialli, soprattutto quando gialli i suoi film non sono, o meglio, non possono venire accostati a quelli tradizionali. Nella fattispecie, Non si sevizia un paperino è un giallo bruciato dal sole che punta il dito non solo contro l'assassino ma contro un intero sistema sociale, dotato di caratteristiche solo apparentemente retrograde, visto che alcuni atteggiamenti della "brava" gente di Accendura si possono tranquillamente trovare ancora oggi. Protagonisti di Non si sevizia un paperino sono i bambini, sospesi in quell'età kinghiana in cui ai giochi da "piccoli" si uniscono pulsioni più adulte, accompagnate da una progressiva perdita dell'innocenza; l'inizio del film mostra una tipica giornata di bravate, la scoperta del sesso incarnato da due prostitute, la crudeltà innocente con cui il desiderio di vedere finalmente gli adulti impegnati a far zozzerie scompare davanti alla possibilità di prendere in giro lo scemo del paese, con un realismo quasi spietato. Questa introduzione sfacciata e giocosa è il cuore di Non si sevizia un paperino, perché da quel momento una mano ignota cerca di cristallizzare il tempo innocente di Accendura, paese in cui il tempo, per inciso, si è già fermato e dove le poche ingerenze "moderne" (giornalisti, polizia, una ricca ereditiera disnibita) faticano a farsi strada in un sostrato di religione e superstizione, ignoranza e violenza.


Ai margini del villaggio, infatti, vive la Maciara, figura oscura dal tragico passato, che più volte Fulci ci mostra impegnata in inquietanti pratiche assai somiglianti al voodoo, intenta a maledire i pargoli viziosi con un malocchio innominabile. Quando i bambini cominciano a scomparire, è assai facile per gli abitanti di Accendura puntare lo sguardo sulla Maciara e sugli altri diversi che vagano per le strade, quegli stessi diversi che magari, come lo stregone zio Francesco, vengono consultati di tanto in tanto quando fa comodo, quando la religione e la razionalità non riescono più ad essere d'aiuto, e che vanno eliminati quando smettono di essere buoni ed utili. La critica sociale di Fulci è forte quanto la tristezza che trasuda da ogni fotogramma, forte quanto il pessimismo che accompagna una delle sequenze più atroci e belle del film, ambientata in un cimitero abbandonato e accompagnata dalle dolci note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni, una sequenza assolutamente innovativa e dissonante, che prima colpisce nel profondo per la sua violenza fisica, quindi sconfigge definitivamente lo spettatore per il rimpianto che si può leggere negli occhi della Bolkan mentre le macchine sull'autostrada, così vicine da poterle toccare con la mano e lo stesso così distanti, portano via tutto quello che la donna non ha mai avuto dalla vita. Ovviamente, quella della Maciara è la scena che colpisce di più, anche quando viene pesantemente censurata, ma Non si sevizia un paperino è un film bellissimo nella sua interezza, per il modo in cui mescola i topoi del giallo alla bellezza (e aridità) di una terra baciata dal sole, per il contrasto tra la peccaminosa bellezza moderna di Barbara Bouchet e quella selvaggia e pericolosa della Bolkan, per i primi piani di facce dolorose e scavate dalla fatica che si affiancano a quelle di bambini che non potranno mai più tornare tali, privati forzatamente della possibilità di crescere in un mondo che fa paura solo agli adulti, non certo a loro. Ancora una volta, quindi, bisogna dire "grazie" al grande ed incompreso Fulci, per aver creato un'opera che non è spazzatura violenta e deprecabile come strillato dai cVitici dell'epoca, bensì un esempio di grande cinema con un cuore e un'anima.


Del regista e co-sceneggiatore Lucio Fulci ho già parlato QUI mentre Florinda Bolkan la trovate QUA.

Barbara Bouchet (vero nome Barbel Goutscherola) interpreta Patrizia. Nata in Repubblica Ceca, la ricordo per film come Casino Royale, La tarantola dal ventre nero, Milano Calibro 9, La moglie in vacanza... l'amante in città e Gangs of New York. Ha 77 anni e un film in uscita.


Tomas Milian interpreta Andrea Martelli. Cubano, lo ricordo per film come Il tormento e l'estasi, Squadra volante, Milano odia: la polizia non può sparare, Roma a mano armata, Squadra antiscippo, Il trucido e lo sbirro, Squadra antifurto, La banda del trucido, Squadra antitruffa, La banda del gobbo, Squadra antimafia, Squadra antigangsters, Delitto al ristorante cinese, Delitto al Blue Gay, JFK - Un caso ancora aperto e Traffic, inoltre ha partecipato a serie quali Miami Vice e La signora in giallo. Anche sceneggiatore, è morto nel 2017 all'età di 84 anni.


Se Non si sevizia un paperino vi fosse piaciuto recuperate Una lucertola con la pelle di donna e Sette note in nero. ENJOY!

martedì 7 luglio 2020

Far East Film Festival 2020: The Closet - Detention

Il Far East Film Festival è finito sabato e, purtroppo, gli ultimi due giorni non sono riuscita a sfruttarli, come previsto. Per la cronaca, il Festival è stato vinto dal cinese Better Days, che ovviamente non ho visto, mentre Exit si è portato a casa il Gelso Bianco per la miglior opera prima e non posso che esserne molto felice. Intanto, rimangono due horror di cui non ho parlato ma visto che, pur essendo assolutamente pregevoli, non mi hanno entusiasmata alla follia, ho deciso di raggrupparli in un unico post. ENJOY!

The Closet di Kwang-Bin Kim

Classica storia di case infestate ed esorcismi, The Closet ha dalla sua una messa in scena molto raffinata e dei begli effetti speciali e di make-up, con alcuni momenti in cui si sfiora il vero terrore (la scena dei bambini-demoni nella stanza, col protagonista assediato che deve uscire stando attento a non aprire gli occhi è notevole, ma la mia preferita è la sequenza iniziale, a dir poco scioccante). Il personaggio del giovane esorcista/sciamano viene introdotto non solo come potenziale deus ex machina quasi risolutore ma anche come comic relief, il che non è male visto il tema non proprio allegrissimo e molto attuale che sta alla base di The Closet, ovvero i bambini indesiderati e vittime di una violenza che può non essere solo fisica ma anche e soprattutto legata a determinati atteggiamenti "rivelatori" dei genitori; a tal proposito, il finale è molto commovente, anche perché le bambine asiatiche hanno un modo tutto loro di piangere e mostrare sofferenza che spezzerebbe il cuore a un sasso, quindi preparate i fazzoletti. 


Detention di John Hsu

Altra ghost story ambientata stavolta a Taiwan, durante gli anni del terrore bianco, e tratta da un videogioco, parla di una scuola da incubo dove due studenti si ritrovano bloccati al confine tra sogno e realtà, vita e morte. Molto interessante dal punto di vista storico e culturale, soprattutto per chi, come me, non aveva idea che a Taiwan la gente venisse condannata a morte a causa (tra le altre cose) di un enorme indice di libri proibiti, dal punto di vista horror il film è abbastanza lento e pieno di momenti morti, imperniato su un mistero che lo spettatore scafato o mediamente intelligente rischia di avere già risolto dopo una ventina di minuti. Non ho amato particolarmente i mostrilli in CGI che popolano le mura della scuola, probabilmente presenti già nel videogame, e onestamente non ricordo sequenze particolarmente degne di nota, ma anche in questo caso il finale è abbastanza commovente, così come tutto quello che si nasconde dietro l'aspetto horror del film, e il messaggio dell'intera pellicola è positivo, quindi è stata comunque una bella visione. Detention, per la cronaca, pur essendo prodotto dalla divisione taiwanese della Warner Bros. è stato bandito in Cina, quindi chissà se verrà mai distribuito dalle nostre parti.




lunedì 6 luglio 2020

Ennio Morricone (1928-2020)


La mia unica gioia, oggi, è di essere corsa a Lucca l'anno scorso per il concerto di questo grandissimo compositore, consapevole del fatto che, vista l'età, ogni lasciata avrebbe rischiato di essere persa.
Grazie, Ennio, di tutto.

domenica 5 luglio 2020

Far East Film Festival: Chasing Dream (2019)

Questo Far East Film Festival si sta rivelando ricchissimo di sorprese: un altro film che ha inaspettatamente messo d'accordo me e il Bolluomo è stato Chasing Dream我的拳王男友 - Chihuo Quan Wang), diretto nel 2019 dal regista Johnnie To.


Trama: Tigre è uno sbalestrato campione della MMA, che si ritrova quasi involontariamente ad aiutare la bella Cuckoo quando quest'ultima, per vendetta nei confronti del suo ex, decide di partecipare al talent-show Perfect Diva.


Conoscevo Johnnie To di fama, come tutti quelli che, amando Tarantino, hanno imparato anche i nomi dei registi a lui più cari. Tuttavia, poiché all'epoca in cui vivevo di pane e Quentin e avevo molto più tempo da dedicare al cinema ero anche priva di mezzi per coltivare la mia passione, non sono mai riuscita a procurarmi e guardare uno dei film di Johnnie To. Così, sono arrivata vergine all'appuntamento con un regista famoso per il genere noir e gli action violenti, che da tre anni non dirigeva più una pellicola, e posso solo dire di essere rimasta più che perplessa: Chasing Dream è infatti un folle ibrido che nulla ha a che fare coi due generi che hanno portato il regista ad essere conosciuto in occidente e l'unica cosa a cui potrei vagamente paragonarlo è a un film di Takashi Miike nel caso in cui quest'ultimo avesse deciso di bombarsi di acidi e di spararsi una maratona di Uomo Tigre e X-Factor. Chasing Dreams racconta infatti la storia di Tigre, voracissimo campione della MMA che lavora anche come riscossore di crediti per il suo boss, e Cuckoo, appunto indebitata fino al collo col boss di Tigre e determinata a vendicarsi del suo ex fidanzato, diventato un vip dopo averle rubato i testi e le melodie delle sue canzoni; quando Cuckoo scopre che l'ex è nella giuria del talent-show Perfect Diva, la ragazza costringe Tigre ad aiutarla a passare i provini, così da sputtanare in cinovisione il fighetto fedifrago. Le vicende dei due personaggi, come nelle migliori storie d'amore, scorrono in parallelo partendo da una situazione di reciproca mal sopportazione, per poi sfociare in una mutua dipendenza che in Chasing Dream viene ancora più esacerbata dalla natura dei sogni dei protagonisti, per i quali è importantissimo avere dei fan che credono ciecamente in loro, perché il T.I.F.O., come diceva la Mariko Konjo di Ranma 1/2, è Amore. E questo è quanto vi basta sapere della trama, tenendo conto che gli sceneggiatori e il regista sono riusciti ad unire (lo so, sono una otaku, non ho altri termini di paragone) due generi di anime in uno stesso film e a creare un perfetto crossover tra Rocky Joe e L'incantevole Creamy, senza una sbavatura che sia una.


Questo perché Johnnie To mescola i registri con una fluidità tale da rasentare una sfacciataggine che, probabilmente, non si vedrebbe nemmeno al trashissimo Euro Vision Song Contest. Premesso che i due personaggi cominciano a prendersi sul serio giusto verso la fine, e che per almeno un'ora abbondante di film sembrano due esilaranti cartoni animati (Jacky Heung ha una faccia da scemo indimenticabile mentre Wenwen Yu, nonostante sia bellissima, si presta a parecchie sequenze di impagabile demenza), Chasing Dreams è connotato da un montaggio serratissimo che consente alla regia di passare serenamente dalle violente sequenze di lotta sui ring della MMA, con lottatori sempre più mostri, al regno patinato ma ugualmente violento dei talent-show, con fanciulle pronte ad esibirsi nei numeri più improbabili (preparatevi a piegarvi in due dalle risate) davanti a giudici elegantissimi e spietati. Se pensavate che calci volanti, sangue e sudore non potessero mescolarsi al musicarello probabilmente non avete mai visto The Happiness of the Katakuris, quindi avrete sicuramente di che meravigliarvi nel momento esatto in cui vedrete i due mondi scontrarsi e fondersi  e Johnnie To profondersi in due splendide sequenze danzate e cantate che vi faranno venire voglia di alzarvi e ballare a ritmo o, perlomeno, battere le mani senza vergogna, perdendovi nelle zarrissime immagini di una Cina filtrata dai colori dei sogni di gloria, dove copiare dev'essere un'arte, non un imbroglio, e dove tutto deve comunque essere fatto col cuore, con rispetto e con coraggio. Onestamente, l'unica cosa che rinfaccio a Chasing Dreams è quella di avere un finale buttato lì, concluso nel più prevedibile dei modi e "sospeso", nel senso che avrei voluto una sorta di catarsi anche per un altro paio di personaggi, non solo per gli adorabili protagonisti, ma a parte questo l'ho trovato veramente splendido ed emozionante. Anche questo film ha ottenuto l'approvazione del Bolluomo, quindi non spaventatevi davanti al mix assurdo di registri e generi e guardatelo senza indugio!

Johnnie To è il regista della pellicola. Nato a Hong Kong, ha diretto film come The Mission, PTU, Election, Mad Detective e Drug War. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 65 anni e un film in uscita.


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