martedì 6 aprile 2021

Hunter Hunter (2020)

Continuiamo a scalare la classifica di Lucia, arrivando al settimo posto occupato da Hunter Hunter, diretto e sceneggiato nel 2020 dal regista Shawn Linden. Vi avviso, metà post sarà "normale", metà zeppo di spoiler.


Trama: la dura vita di una famiglia isolatasi nei boschi si fa anche più pericolosa quando un lupo comincia ad aggirarsi nei dintorni...


Hunter Hunter
è uno di quei film che parte lentamente, molto lentamente, e poi a un certo punto arriva ad una svolta che lascia impietriti e persino sconvolti sul finale. Si comincia infatti con una situazione "già vista", prodromo ideale di un survival thriller, nella quale facciamo la conoscenza di Joseph, Anne e Renee, famigliola costretta dal padre cacciatore, survivalista, stundaio e quant'altro (Devon Sawa. Irriconoscibile causa vecchiaia) a vivere ai margini della società, all'interno di una casa nel bosco dove non arriva nemmeno l'elettricità. Joseph contribuisce all'economia familiare andando a caccia assieme alla figlia tredicenne Renee mentre madre, oltre a fare i lavori di casa, va a prendere l'acqua nel fiume e vende le pellicce degli animali uccisi, ricavandone un sostentamento ben misero. Hunter Hunter inizia in un momento assai duro per la famigliola, percorsa da comprensibili tensioni tra Joseph e Anne, l'unica a capire che una vita simile non è l'ideale per una ragazzina e che presto i soldi finiranno, mentre Joseph non vuole sentire ragioni; ad aggravare il tutto spuntano i segni di un lupo, che oltre a cibarsi degli animali presi in trappola da Joseph e figlia rischia anche di mangiarsi loro, prima o poi, il che porta l'uomo ad armarsi di tutto punto e andare a caccia. E qui non aggiungo altro sulla trama, perché a un certo punto il film prende una biforcazione inaspettata che porta lo spettatore su un territorio simile a quello di partenza, altrettanto ansiogeno e "conosciuto" ma gestito comunque con furbizia e coerenza ancora più angoscianti se si ripensa a tutto quello che ha dato origine alla "valanga" di eventi. I personaggi, tutti tratteggiati alla perfezione con pochissime battute e grande espressività da parte degli attori coinvolti, entrano magari non nel cuore (alcuni sono odiosi, altri semplicemente ciechi, soprattutto quelli secondari) ma sicuramente nello stomaco dello spettatore, che non può fare a meno di lasciarsi coinvolgere dall'atmosfera cupa e lugubre di un film che allontana la gioia di vivere sin dalla prima sequenza; la vita di Anne e Renee non è quella bucolica e avventurosa di Flo, la piccola Robinson, con tutto l'amore che si può avere per la natura, e se all'anacronismo ci si aggiunge una buona dose di testardaggine e machismo, la rabbia diventa inevitabile. Alcuni siti, tra cui uno assai rispettabile, non parlano benissimo di Hunter Hunter ma io vi consiglierei di fidarvi di Lucia, se non di me, e dargli una chance perché è uno degli horror più interessanti dell'anno passato, oltre che ben diretto e ben recitato e dotato di un favoloso uso della colonna sonora. Proseguirò con un po' di SPOILER quindi non leggete oltre. A LISA, nel caso passasse da queste parti, dico solo di evitarlo, ora che si sta appassionando all'horror, perché potrebbe non reggere il colpo.


SPOILER, ho detto.

Se alla stupidaggine tutta umana e d'altri tempi di Joseph ci si aggiunge l'elemento altrettanto umano di una folle crudeltà, l'equazione porta sullo schermo un uomo che, davanti a un cimitero di corpi profanati, invece di affidarsi ad una polizia che pure è inutile, decide di "cacciare" predatori a due zampe, convinto di avere tutta la situazione in pugno. In realtà, come direbbe Rupert Sciamenna, Joseph è un coglione, che con la sua coglionaggine condanna una figlia capace di riconoscere le tracce dei lupi ma non di spianare un fucile in faccia a un pazzo e una moglie che in tutti i modi ha cercato di convincerlo a cambiare stile di vita, ricevendo in cambio solo dei "ho tutto sotto controllo". Il finale di Hunter Hunter è qualcosa di agghiacciante, la rappresentazione letterale di una mente che si spezza e agisce non per vendetta, né per soddisfazione, ma solo perché impossibilitata a trovare qualcosa a cui aggrapparsi in un mondo che è andato in frantumi e ha lasciato solo il vuoto; è qualcosa che non è catartico nemmeno per lo spettatore perché non c'è trionfo nelle azioni di Anna (soprattutto non dopo la tremenda eleganza con cui viene rivelato l'agghiacciante destino di Renee, interamente dipinto sul volto di un'attrice bravissima e per me sconosciuta, Camille Sullivan, che per metà film viene "nascosta" dai riflettori puntati sul risoluto Joseph e sull'apparentemente sgamatissima Renee) e si può solo rimanere lì, a guardare inebetiti una delle sequenze più gore dell'anno con la stessa espressione incredula di chi ha preso le richieste di aiuto di una donna disperata e le ha considerate semplicemente l'ennesima stranezza di persone relegate ai margini della società. Assieme a The Dark and the Wicked e The Swerve, Hunter Hunter è probabilmente l'horror più deprimente dell'anno e non risparmia nulla allo spettatore, vi avverto. Ma vi consiglio anche, di nuovo, di recuperarlo comunque. 


Di Devon Sawa (Joseph) e Nick Stahl (Lou) ho già parlato ai rispettivi link.

Shawn Linden è il regista e sceneggiatore della pellicola. Canadese, ha diretto film come Nobody e The Good Lie ed è anche produttore. 


Camille Sullivan
interpreta Anne. Canadese, ha partecipato a film come The Butterfly Effect e a serie quali Dark Angel, Ai confini della realtà e Taken. Anche sceneggiatrice, ha 46 anni e un film in uscita. 


Summer H. Howell
interpreta Renee. Canadese, ha partecipato a film come La maledizione di Chucky, The Midnight Man, Il culto di Chucky e a serie come Channel Zero. Ha 16 anni.



venerdì 2 aprile 2021

La tigre bianca (2021)

Su Netflix si può trovare uno dei candidati all'Oscar per la miglior sceneggiatura, ovvero La tigre bianca (The White Tiger), diretto e co-sceneggiato dal regista Ramin Bahrani e tratto dal romanzo omonimo di Aravind Adiga.


Trama: Balram, nato in un villaggio poverissimo e appartenente a una casta inferiore, riesce a diventare l'autista del figlio di un grande proprietario terriero e cerca di dare la scalata alla piramide sociale indiana...


La tigre bianca
lo puntavo da qualche mese, perché era comparso tra i film consigliati sul sito Imdb, ma alla fine avevo rimandato la visione presa da altre pellicole più "pressanti". L'ho recuperato in vista degli Oscar e non me ne sono pentita, anzi, vi dirò che ho preferito questo semi-sconosciuto film indiano a molti dei candidati più blasonati, soprattutto per la freschezza con cui viene trattato un tema stra-utilizzato come quello della scalata al potere di un povero cristo qualsiasi, un povero cristo che ha avuto la sfortuna di nascere in una famiglia appartenente alla casta dei fabbricanti di dolci (non sapevo nemmeno esistesse, giuro), dunque in fondo alla piramide sociale. La tigre bianca comincia in medias res e viene raccontato in prima persona e in retrospettiva da Balram, diventato un rispettabile uomo d'affari nonostante lo si veda all'inizio trattato come un cretino dai suoi due giovani padroni; attraverso una mail scritta nientemeno che al premier cinese in visita, Balram parla al suo importante interlocutore e agli spettatori della sua triste infanzia privata di ogni possibilità di acculturarsi, del destino governato dalla famiglia, della speranza di riscattarsi diventando autista del figlio del proprietario terriero più importante della zona e dell'orribile realtà che ha mandato in frantumi quella stessa speranza. L'India descritta da Balram, la "grande democrazia" di cui possono godere solo coloro che sono ricchi, che nasconde corruzione dietro ogni angolo, vista con gli occhi di chi vive letteralmente in mezzo ai topi e agli scarafaggi, è infatti una Nazione opprimente, squallida ed ingiusta, che porta a provare schifo e pena per un protagonista che tenta di uscire dalla "stia per polli" in cui sono relegati i servi, costretti a sorridere e ringraziare anche quando vengono presi a bastonate.


La tigre bianca
racconta cose orribili e tragiche, ma lo fa col tono scanzonato (complice anche una colonna sonora trashissima e un montaggio rapido e moderno) di chi, di fondo, non disprezza la terra in cui è nato e cresciuto, e che come un animale raro riesce, non senza sporcarsi mani e anima, a fare propri i meccanismi che la governano, arrivando a prosperare e persino a provare pena per chi invece non è riuscito, che sia povero o persino ricco; tra questi, il giovane Ashok, pieno di belle speranze e soldi ma impossibilitato a fuggire dal giogo della famiglia retrograda, che anela all'occidente senza avere il coraggio di tornarci, oppure la moglie Pinky Madam, che viene letteralmente schiaffeggiata dall'orrore di una vita agiata pagata a caro prezzo. Entrambi, come chiunque sia consapevole delle ingiustizie su cui si basa la società indiana e ne provi disgusto invece di considerarle la normalità, soffrono, ma nessuno dei due ha il coraggio di prendere la propria vita tra le mani, come invece fa la tigre bianca Balram, sicuramente non il personaggio più simpatico del mondo ma comunque qualcuno con cui si riesce ad empatizzare, anche solo in virtù della faccetta sfigata di Adarsh Gourav, la perfetta incarnazione di una figura a tratti persino tragicomica, zeppa di sfaccettature dietro il sorriso servile e lo sguardo da cucciolo che aspetta solo cibo e carezze. Se non avete mai avuto modo di approcciarvi al cinema indiano, La tigre bianca è un buon modo di iniziare, anche perché è "contaminato" da uno stile molto vicino al nostro modo di intendere la settima arte ma non così snaturato da non essere riconoscibile come un prodotto "altro". Dategli una chance! 

Ramin Bahrani è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come 99 Homes e Fahrenheit 451. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 46 anni.



martedì 30 marzo 2021

Hunted (2020)

Shudder, lo ha dimostrato in pandemia, ci vuole bene. E continua a dimostrare il suo amore verso il pubblico horroromane con una serie di film che dovrebbero uscire da qui a fine marzo, uno alla settimana. Il primo è stato Hunted, diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Vincent Paronnaud.

Trama: una ragazza viene rapita da due uomini ma riesce a fuggire in un bosco, dove dovrà cercare di sopravvivere. 


Hunted
non è un film innovativo, lo si capisce fin dal titolo. Tratta, come da trama, di una donna che, una sera, entra un po' troppo in confidenza con un uomo e ne paga il fio, finendo per venire rapita e, una volta liberatasi, costretta a sopravvivere nei boschi mentre viene inseguita. E' un rape & revenge senza rape, fortunatamente, che parte da un presupposto antipatico e che ormai ha anche un po' rotto le palle (Eve è straniera in terra straniera, ha un fidanzato col quale è probabilmente in rotta e che la chiama sul cellulare ma lei preferisce non rispondere e andare in un club, ubriacarsi e, orrore!, tentare anche la prima mossa su un uomo che l'approccia. In breve: se l'è cercato il rapimento, ovvio) per trasformarsi in una sorta di favola nera che cita a piene mani Cappuccetto Rosso, a partire dalla mise della protagonista per arrivare al ghigno famelico di un attore talmente laido e leppegusu, nonostante la sua bellezza lupina, che probabilmente scalzerebbe Vincent Cassel dal podio degli attori che mia madre trova repellenti. In quanto favola, l'aspetto gretto di un rape & revenge filtrato dall'occhio di un uomo si riempie di elementi dissonanti, che fanno a pugni con una messa in scena realistica e violenta; introdotto dal racconto di una "survivalista", Hunted dà ad intendere che l'essere femminile sia l'unico capace di sacrificarsi senza egoismo, pensando innanzitutto al bene di altri, e che questo suo punto debole di cui buona parte degli uomini rischia di approfittare è quello che più lo avvicina alla natura, all'istintualità delle bestie, le quali in virtù di ciò non si fanno remore a proteggere e dare rifugio ad Eve, cosa che spesso accade nel corso del film. 


La violenza secca e brutale di alcune immagini, con sequenze parecchio gore che a tratti lasciano sconcertati, si alterna a momenti di pura poesia naturale, fatta di natura selvaggia e rigogliosa ed animali che paiono quasi avere sentimenti umani, ed è molto interessante non solo la sequenza iniziale a ombre animate ma anche il "barbatrucco" nel prefinale, per quanto sicuramente un po' tirato per i capelli, che trasforma Eve da fanciulla indifesa a barbara urlante coperta da colori di guerra. A proposito di Eve, lì per lì l'attrice protagonista mi diceva davvero poco ma andando avanti acquista sempre più personalità, fino ad imprimersi indelebilmente nella mente dello spettatore anche se non, bisogna dirlo, come l'efferatissimo Arieh Worthalter, il cui uomo senza nome rischia di causare incubi a chiunque non abbia un minimo di pelo sullo stomaco e fare venire schifo e odio anche ai più scafati. Questi ultimi, probabilmente, non apprezzeranno granché Hunted, lo troveranno banale e scontato, cosa verissima, anche perché si mantiene nei binari e nei canoni del genere, mentre altri, come me, rimarranno sconvolti per il tempo della sua durata e, a mente fredda, si convinceranno di aver visto un film un po' scorretto, più che superato. Ciò non toglie che è messo in scena con uno stile tutto particolare, quindi una visione la consiglio comunque. 


 Del regista e co-sceneggiatore Vincent Paronnaud ho già parlato QUI.

domenica 28 marzo 2021

Amulet (2020)

Il secondo (e ahimé ultimo) film visto al Monsters Taranto Horror Film Fest è stato Amulet, diretto e sceneggiato nel 2020 dalla regista Romola Garai.


Trama: un ex soldato dell'est, che vive come un clochard in Inghilterra, viene invitato da una suora a stanziarsi a casa di Magda e della madre inferma, in cambio di piccoli lavoretti di manutenzione. La casa tuttavia nasconde qualcosa...


Di Amulet avevo sentito parlare benissimo da Lucia, poi per mille motivi mi ero dimenticata della sua esistenza e sono stata molto contenta di vederlo in programmazione al festival e di poter cogliere l'occasione di guardarlo. Una vera fortuna, perché Amulet è davvero un film splendido, che regala continue sorprese e spiazza in più di un occasione, un film di cui bisognerebbe non sapere nulla prima di guardarlo, o comunque il minimo indispensabile. La storia, in apparenza, sarebbe persino banale, tipica di una marea di horror "gotici" più o meno recenti. Tomas è reduce di una qualche non meglio precisata guerra nell'Europa dell'Est ed è fuggito in Inghilterra, dove vive di lavoretti saltuari, dormendo per strada. Dopo che un incendio ha distrutto il suo rifugio, Tomas viene avvicinato da una suora che gli propone di diventare il tuttofare all'interno di una casa abitata dalla giovane Magda, costretta ad accudire la madre inferma e a fare una vita da reclusa; inutile dire che, a poco a poco, Tomas si innamora di Magda, dolce, ingenua e vessata da una madre violenta, e si propone di aggiustare non solo una casa cadente e cupa, ma anche di salvare la fanciulla in pericolo per ricominciare magari una vita insieme, sotto la benedizione dall'alto di un Dio provvidenziale che ha mandato una suora in soccorso. In realtà, da un certo punto in poi la sceneggiatura di Amulet prende una piega imprevista e il passato di Tomas, che dorme con i polsi legati e sogna la foresta dov'era costretto a lavorare come guardia di confine, diventa sempre più preponderante per definire un presente che fugge alla comprensione e al controllo del protagonista, forse anche agli spettatori stessi.


Il bello di Amulet è che molto di ciò che il film racconta viene fatto (finalmente e giustamente) intuire attraverso immagini, inquadrature particolari, simboli ricorrenti, piccoli dettagli che rischiano di fuggire all'occhio dello spettatore disattento, il tutto filtrato da un'eleganza incredibile per un'esordiente come Romola Garai, la quale riesce a rendere plausibili e coerenti anche le sequenze più allucinate, soprattutto sul finale. La regista mostra inoltre tutta la sua abilità nel gestire molteplici registri non solo a livello di trama, che si trasforma spesso con una fluidità invidiabile, ma anche e soprattutto a livello di atmosfere; la casa di Magda, per esempio, è al tempo stesso opprimente ed insidiosa, un luogo inospitale e vittima di una corruzione costante, ma anche una realtà concreta, messa a fuoco e compresa in una nicchia di calore umano, laddove invece l'esterno è connotato di sfumature inafferrabili e confuse, come se tutto ciò che circonda Tomas non riuscisse a sedimentarsi in una mente in tumulto e costantemente in fuga dalla realtà. Il finale e il prefinale, poi, sfiorano il capolavoro e lo stesso vale per le belle interpretazioni offerte da tutti i coinvolti (la Staunton compare poco ma è strepitosa!), per non parlare dei momenti di puro gore schifido che rischiano di fare la gioia anche di chi non ama gli horror "ragionati" e lenti. Ci sarebbero altre mille cose da dire su Amulet ma qualunque altra parola rischierebbe di rovinare la sorpresa a chi dovesse ancora vederlo, quindi aggiungo solo una speranza,  che Amulet ottenga presto una distribuzione su qualche piattaforma perché merita di essere visto da più persone possibili.  


Di Imelda Staunton, che interpreta Sorella Claire, ho già parlato QUI.

Romola Garai è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Nata a Hong Kong, è al suo primo lungometraggio. Conosciuta principalmente come attrice, è anche produttrice e ha 39 anni.


Carla Juri
interpreta Magda. Svizzera, ha partecipato a film come Brimstone, Blade Runner 2049 e a serie quali A un passo dal cielo. Ha 36 anni e un film in uscita. 



venerdì 26 marzo 2021

The Returned (2019)

Lo scorso weekend sono riuscita a guardarmi un paio di film al Monsters Taranto Horror Film Festival, uno dei tanti eventi online che per fortuna rallegra la nostra pandemia cinefila anche se, purtroppo, io che tempo non ne ho nemmeno nel fine settimana riesco a sfruttare poco. Il primo horror visto è stato The Returned (Los que vuelven), diretto e co-sceneggiato nel 2019 dalla regista Laura Casabe.


Trama: Julia, che vive ai margini della foresta pluviale all'interno dei possedimenti del marito, chiede alla serva Kerana di riportare in vita il figlio nato morto. Il ritorno del bambino porta con sé qualcosa di più oscuro...


The Returned
è una strana storia di zombie filtrata da un'ottica femminile e di critica politica, all'interno della quale il male non è necessariamente incarnato dalle creature sovrannaturali, quanto piuttosto dagli uomini piccoli e crudeli che, non paghi di depredare il territorio (il film è ambientato nella foresta pluviale, in un passato non precisato, quindi lo sfruttamento è appena agli inizi), si impegnano a mettere in ginocchio le popolazioni autoctone, asservendole con la violenza dei fucili senza minimamente cercare di comprenderle e preferendo trattarle alla stregua di bestie. Non che alle donne, in una società patriarcale e ipocritamente religiosa, vada meglio, visto che queste ultime hanno l'unico compito di sfornare figli e, quando non ci riescono, ovviamente sono dolori. Non a caso, la protagonista, Julia, costretta a testimoniare la morte del figlio a pochi secondi dalla nascita, decide di rivolgersi alle oscure entità delle leggende degli indios e di chiedere a una fantomatica "madre" della montagna di fare il miracolo e restituirle il piccolo, scatenando un male insinuante che trasformerà la foresta in un covo di "ritornanti" pronti a vendicarsi di tutti i soprusi subiti e a riappropriarsi dell'identità doppiamente rubata.


La regista Laura Casabe ci prende per mano e ci accompagna, attraverso riprese assai suggestive, all'interno di una foresta pluviale allo stesso tempo opprimente e oscura ma anche salvifica, una presenza "altra" rispetto alla piccola realtà di una casa coloniale colma di dolore e di una chiesa sostanzialmente inutile come il prete che la abita; lo stile quasi naturalistico di buona parte delle sequenze si mescola a scene più oniriche, dove sono gli stessi limiti temporali ad annullarsi, soprattutto quando la storia si riavvolge e noi veniamo a scoprire ciò che si nasconde dietro gli sguardi dei protagonisti, depositari di segreti che si rivelano a poco a poco. In tutto questo, il ritmo di The Returned è sicuramente molto lento e i suoi zombi fanno più pena che paura, tuttavia in alcuni punti la violenza esplode incontrollata e decisamente splatter, inoltre a un certo punto sembra quasi di guardare uno di quegli horror anni '80 alla Fulci, dove i morti viventi più che uccidere portano alla morte con la loro sola presenza, attraverso sguardi dalle ombre e un senso palpabile di angoscia che taglia ogni via di fuga. C'è da dire che, purtroppo, The Returned viene ammazzato non solo dal ritmo spesso lento, ma soprattutto da attori non particolarmente ispirati, il che è un peccato, perché questa interessante visione di zombie vendicativo poteva dare molte più gioie. 

Laura Casabe è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Argentina, ha diretto film come Benavidez's Case. Anche, ha 38 anni.



mercoledì 24 marzo 2021

Borat - Seguito di film cinema (2020)

Viste le nomination per la Miglior Sceneggiatura e per la Miglior Attrice Non Protagonista, mi è toccato guardare Borat - Seguito di film cinema (Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan), diretto nel 2020 dal regista Jason Woliner. 


Trama: dopo anni di duro carcere, al giornalista kazako Borat viene promessa indulgenza se riuscirà a portare a Mike Pence un dono da parte del governo. La missione tuttavia viene compromessa da Tutar, figlia quindicenne di Borat...


C'è stato un periodo in cui detestavo Sacha Baron Cohen e ogni volta che compariva in TV cambiavo canale, un periodo che coincideva con le sue performance nei panni di Ali G, personaggio che ho sempre trovato insopportabile. Neanche a dirlo, quando era uscito il primo Borat nel 2006 mi ero rifiutata di guardarlo anche se più o meno, visto il gran parlare che se n'era fatto, avevo capito che il fulcro del film erano le candid camera dove Sacha Baron Cohen, travestito per l'appunto da Borat, si fingeva un giornalista kazako pronto a scioccare con le sue uscite al limite del cattivo gusto gli "innocenti" americani messi alla berlina dallo sguardo dello straniero. Col tempo, Sacha Baron Cohen ha cominciato a farsi apprezzare anche da me, soprattutto nei suoi ruoli più seri, e così, anche se continuo a non avere ancora visto il primo Borat, non ho avuto problemi a recuperare Borat - Seguito di film cinema, approfittando della sua presenza nel catalogo Prime Video, e mi tocca cospargermi il capo di cenere dicendo che mi sono molto divertita guardandolo. Intendiamoci, che un film simile sia arrivato ad essere candidato all'Oscar (ma era successo anche per la sceneggiatura del primo) è indicativo di come quest'anno si sia un po' andati a raschiare il fondo del barile ma a onore di Baron Cohen va detto che il suo personaggio, anche a distanza di decenni, continua a risultare corrosivo e divertente, soprattutto continua a farci vergognare degli americani, come se non fosse bastato averli visti votare in massa un rincoglionito. 


In particolare, il sequel di Borat colpisce per la situazione storica e sociale che dipinge, tanto che spesso il sorriso muore sulle labbra. E' più inquietante che divertente, infatti, rivedere col senno di poi i primi periodi della pandemia, le strade vuote popolate solo da negazionisti fomentati dalla propaganda trumpiana e le riunioni di matti invasati che cantano slogan nazionalisti e si augurano la morte di giornalisti e democratici, soprattutto se si riesce a mettersi, almeno per un istante, nei panni di Sacha Baron Cohen, impelagato in alcune situazioni in cui probabilmente se fosse stato scoperto sarebbe stato fortunato a finire in ospedale (cinque giorni coi Qanon già è roba da mettersi le mani nei capelli, ma cantare ad un raduno di bifolchi repubblicani vuol dire corteggiare la morte). Non che non sconvolga la candid camera col ginecologo cristiano, un esempio di orrore dogmatico se mai ne esiste uno, e in generale un po' tutte le scene che coinvolgono la giovane Maria Bakalova, la quale, nonostante sia giovanissima e praticamente esordiente, non si è risparmiata nel mettersi in situazioni sgradevoli e imbarazzanti, forse per questo è arrivata anche a lei una candidatura agli Oscar. Nonostante le cose sgradevoli che mostra, comunque, ho trovato questo sequel di Borat molto gradevole e probabilmente, appena lo metteranno gratis su qualche piattaforma a cui sono abbonata, recupererò il predecessore, se non altro per godere ancora non solo della stupidità americana ma anche delle belle musiche di Goran Bregovic.


Di Sacha Baron Cohen, che interpreta Borat ed è anche co-sceneggiatore, ho già parlato QUI mentre Tom Hanks, che interpreta se stesso, lo trovate QUA.

Jason Woliner è il regista della pellicola. Americano, ha diretto serie quali What We Do in the Shadows. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 41 anni.


Ovviamente, se
Borat - Seguito di film cinema vi fosse piaciuto, recuperate anche Borat: Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan e non preoccupatevi, il sequel è godibile anche senza conoscere l'originale. ENJOY!

martedì 23 marzo 2021

One Night in Miami... (2020)

Comincia il recupero in vista della notte degli Oscar con One Night in Miami..., diretto nel 2020 dalla regista Regina King e candidato a tre statuette (Leslie Odom Jr. Miglior Attore non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Speak Now Miglior Canzone Originale).


Trama: per festeggiare la consacrazione di Cassius Clay a campione del mondo, lui, Malcom X, Sam Cooke e Jim Brown si riuniscono in una stanza di motel e finiscono per discutere della situazione dei neri nell'America degli anni '60...


E niente, quest'anno va così, più degli altri anni. Gli Oscar 2021 verranno ricordati non solo per il covid e la maggior parte dei film mai passati nelle sale cinematografiche, soprattutto in Italia, dove sono chiuse da mesi, ma anche per una sovrabbondanza di pellicole a tema "politico" e di stampo teatrale imperniate su figure di spicco della comunità afroamericana. Ma Rainey's Black Bottom, The United States vs Billie Holiday e Judas and the Black Messiah si sono aggiunti a questo One Night in Miami che era nel catalogo Prime Video già da un po' e che sono riuscita a guardare solo ora, apponendo un altro tassello non solo alla mia ignoranza, ma anche a questi "compiti" da Oscar che per un pubblico bianco ed italiano rischiano di essere interessanti fino a un certo punto. Non ho ancora visto Judas and the Black Messiah quindi non posso giudicarlo, ma se la biografia di Billie Holiday è dinamica, con una protagonista dotata di carisma da vendere, One Night in Miami rientra nel novero di pellicole molto dialogate e teatrali alla Ma Rainey's Black Bottom, all'interno delle quali ben poco succede e molto viene invece detto e ragionato, soprattutto sulle condizioni politiche e sociali della popolazione di colore. Qui abbiamo quattro pesi massimi, anche se in tutta onestà ne conoscevo (male e poco) solo due: Malcom X, Cassius Clay, Jim Brown e Sam Cooke, ovvero la "crema" degli uomini di colore che ce l'hanno fatta, belli, ricchi, famosi e, nel caso di Malcom X, impegnati nella lotta per ottenere gli stessi diritti dei bianchi. One Night in Miami comincia proprio quando Malcom X sta meditando di lasciare la Nazione dell'Islam a causa di profonde divergenze col fondatore ed è conseguentemente alla ricerca di potenti alleati per creare un suo movimento, e chi meglio del giovane Cassius Clay, pronto a convertirsi, di un musicista famoso e di uno degli atleti più forti del football americano?


E così One Night in Miami altro non è che un lungo confronto tra questi quattro grandi, ognuno col proprio modo di considerare il suo ruolo all'interno della società di colore in particolare e dell'America in generale e ognuno più o meno convinto delle proprie scelte di vita; se Cassius Clay, fomentato dalle vittorie e dall'ardore della giovinezza, passa per essere uno sbruffone facilmente malleabile, Malcom X si rivela un leader pieno di dubbi e dalla facciata meno che adamantina, nonostante le idee grandi e condivisibili, mentre in mezzo c'è Sam Cooke, cantante accusato di non fare abbastanza per la causa e che vorrebbe, a sua volta, scrivere pezzi significativi come la Blowing in the Wind di Bob Dylan, e Jim Brown, pronto ad abbandonare una carriera sportiva atta a compiacere i bianchi per intraprenderne un'altra più remunerativa a livello economico e personale. Ognuno di questi uomini, a modo suo, condivide le idee di fratellanza ed emancipazione dei "fratelli" neri e ognuno cerca di aiutare come può,  tuttavia alla base di gran parte dei ragionamenti di Clay, Cooke e Brown (ciò non vale per Malcom X, l'unico completamente coinvolto nella lotta sociale) c'è quella necessità di rendersi innanzitutto indipendenti e "liberi" dal condizionamento dei bianchi, dimostrandosi superiori alla maggior parte di loro, che si ritrova anche nei protagonisti di Ma Rainey's Black Bottom The United States vs Billie Holiday e che non necessariamente coincide col desiderio di venire coinvolti nelle miserie altrui.


Insomma, per farla breve, sarà che ormai è il terzo film a "tema" che vedo nel giro di un paio di mesi ma, senza paura di dimostrarmi irrispettosa, se non è zuppa è pan bagnato. E' giusto e doveroso che vengano toccati argomenti importanti come l'identità di un popolo troppo spesso violato, ancora ai giorni nostri, è giustissima la riflessione sul modo di emanciparsi e ancor più giusto il desiderio di far conoscere a più persone possibili persone che hanno fatto la storia degli afroamericani, meno giusto, a mio avviso, farlo attraverso questi compitini privi di brio e ormai un po' tutti omologati e candidarli agli Oscar per qualsivoglia motivo. Davanti alle interpretazioni di Boseman, della Davis e della Day, Leslie Bodom Jr. impallidisce e di sicuro non offre le stesse emozioni di un Sacha Baron Cohen, il cui personaggio ne Il processo dei Chicago 7 era ben più sfaccettato di quello di Sam Cooke, mentre per quanto riguarda la sceneggiatura, anche in questo caso non sono rimasta particolarmente colpita da quello che, di base, è un lungo confronto tra teste e personalità, zeppo di concetti espressi molto meglio altrove. Sicuramente il limite è mio, che sono bianca e ho avuto tutte (o quasi) le libertà, o sarà perché in questo periodo ho bisogno di film un po' più coinvolgenti a livello anche visivo e di intreccio, ma One Night in Miami mi ha davvero convinta poco, nonostante ne abbia letto benissimo in giro. Avanti il prossimo, che dire. 


Della regista Regina King ho già parlato QUI. Lance Reddick (Kareem X) e Michael Imperioli (Angelo Dundee) li trovate invece ai rispettivi link. 

Aldis Hodge interpreta Jim Brown. Americano, ha partecipato a film come Die Hard - Duri a morire, Ladykillers,  Die Hard - Un buon giorno per morire, Il diritto di contare, L'uomo invisibile e a serie quali Buffy l'ammazzavampiri, Streghe, E.R. Medici in prima linea, Cold Case, Numb3rs, Bones, Supernatural, CSI - Scena del crimine, CSI: Miami, The Walking Dead e Black Mirror. Ha 35 anni e un film in uscita. 


Leslie Odom Jr.
interpreta Sam Cooke. Americano, ha partecipato a film come Assassinio sull'Orient Express, Harriet e a serie quali Una mamma per amica, CSI: Miami, Grey's Anatomy e Supernatural. Anche cantante e produttore, ha 39 anni e tre film in uscita, tra cui The Many Saints of Newark


Beau Bridges
e la figlia Emily compaiono rispettivamente nei panni di Mr. Carlton ed Emily Carlton. Se One Night in Miami vi fosse piaciuto recuperate Malcom X, Alì, Il processo ai Chicago 7 e BlackKklansman. ENJOY!

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