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martedì 3 giugno 2025

La trama fenicia (2025)

Siccome io e l'amico Toto siamo bimbi di Wes Anderson, siamo corsi a vedere il suo ultimo film, La trama fenicia (The Phoenician Scheme), il giorno stesso dell'uscita.


Trama: il ricco industriale e avventuriero Zsa-zsa Korda, sopravvissuto all'ennesimo attentato, decide di nominare come erede universale la figlia Liesl, una novizia in procinto di prendere i voti. Tutto ciò per riuscire a realizzare la sua opera più ambiziosa, una complessa infrastruttura in Fenicia...


Su Facebook e Instagram, dove butto giù brevissimi pensieri a caldo sulle visioni concluse, ho messo in guardia i miei sparuti followers relativamente all'odio (o la noia) che molti, dopo anni di onorata carriera, sono arrivati a provare verso Wes Anderson. Per queste persone, lo ribadisco, La trama fenicia sarà una sofferenza, perché la trama, benché complicatina a livello di "schema", apparentemente è molto semplice e lineare, e sembra proprio un mero esercizio del solito stile andersoniano. Come sempre, però, "oltre alle simmetrie e ai colori pastello c'è di più". Gli ultimi film di Wes Anderson, diciamo a partire da The French Dispatch, hanno il potere di lasciarmi perplessa alla fine dei titoli di coda. Il che non significa che non mi piacciano ma, poiché ho ormai una certa età, faccio un po' fatica ad introiettare tutti gli stimoli uditivi e visivi che si affastellano con la stessa rapidità con cui i personaggi del regista snocciolano dialoghi lunghissimi, quindi, solitamente, mi serve un giorno per riflettere con calma su cosa avesse voluto raccontare Wes Anderson. In questo caso, La trama fenicia narra il viaggio fisico e spirituale di un freddo, cinico e ambiguo uomo d'affari, abituato a diffidare dei legami familiari e a contare solo su se stesso, fin dalla più tenera età. Le famiglie disfunzionali non sono una novità per Wes Anderson, anzi, si può tranquillamente dire che tutti i suoi personaggi o quasi partano (e spesso rimangano bloccati) all'interno di una condizione anaffettiva o siano comunque incapaci a relazionarsi in modo "normale" con gli altri. Forse, però, è la prima volta che Anderson tocca il tema della redenzione anche in senso religioso, dando al protagonista de La trama fenicia la possibilità di "morire" e "risorgere" più e più volte, fino ad una rinascita finale definitiva (d'altronde, non credo sia un caso tirare in ballo, almeno nei toponimi, il mitologico uccello che rinasce dalle sue ceneri). La scelta di affiancare a Korda una figlia suora, oltre ad offrire la possibilità di una critica ad una Chiesa che predica bene ma razzola male, soprattutto quando in ballo ci sono molti soldi, apre uno squarcio sul pensiero di Anderson e del co-sceneggiatore Roman Coppola; in uno splendido dialogo rivelatore si dice che va bene fingere che Dio risponda alle nostre preghiere, basta mettere in pratica quello che pensiamo farebbe Lui... e, spesso, si tratta di cose molto semplici, banali, di puro buon senso. Anderson e Coppola, insomma, non vogliono dichiarare la non esistenza di Dio o prendersi gioco di chi crede in qualcosa, anzi, sottolineano l'importanza di avere qualcosa che funga come bussola morale e ci apra gli occhi su ciò che è fondamentale nella vita, benché magari poco glamour, avventuroso, remunerativo o originale. Korda diventa così il Cristo andersoniano, costretto ad una via crucis a tappe (o a scatole, come volete) partita con un obiettivo decisamente materiale, lentamente tramutatosi in un'evoluzione umana e spirituale.


A livello più superficiale, La trama fenicia tira parecchie stoccate ad oligarchi e riccastri zeppi di figli che "potrebbero" essere geni, oltre ad un mercato globale facilmente manipolabile e a guerriglieri sui generis. Purtroppo, la critica sociale e contemporanea si perde un po', perché il film non esce quasi mai dai binari della commedia surreale e, rinunciando ad atmosfere di più cupe e satiriche, non morde mai davvero. Poco danno, perché comunque mi sono ritrovata spesso a ridere di cuore per alcune gag particolarmente azzeccate (una su tutte, quella reiterata delle bombe/ananas offerte agli interlocutori), e poi perché, insomma, a me piace Wes Anderson in primis per quello stile che ora va tanto di moda odiare. Sarei stata ore a guardare i titoli di testa, con la stanza d'ospedale di Korda ripresa dall'alto e le figure umane che si muovono in quella che sembra un'enorme, elegante piastrella quadrata, ma ogni elemento d'arredo disposto con gusto e simmetria (ci sono persino quadri famosissimi presi in prestito da gallerie, santo cielo!!), ogni diorama semovente, ogni abito, anche quelli più dimessi, mi trasportano gioiosamente all'interno della Wunderkammer del regista, zeppa di oggetti e colori nei quali mi perdo senza possibilità di recupero. Gli attori, poi, sono un altro motivo di felicità. In un cast di facce ormai familiari ai fan del regista, tutte impegnate in piccoli, esilaranti ruoli che arricchiscono il bestiario de La trama fenicia, Bill Murray ha finalmente ottenuto il ruolo più adatto al suo status e Benicio del Toro, per quanto sbattuto ed invecchiato, è sempre più patato ed è un protagonista esemplare. Il più a suo agio all'interno del mondo bizzarro di Anderson, stavolta, è però la new entry Michael Cera, uno dei motivi per cui mi è dispiaciuto non poter godere del film in v.o.. L'entomologo Bjorn è sfaccettatissimo, forse il personaggio più ricco di sorprese, e Cera offre una performance incredibile (soprattutto in un momento puramente "fisico", in cui cambia letteralmente davanti agli occhi dello spettatore aggiustando impercettibilmente abiti, accessori e postura. La mia mascella, probabilmente, è ancora in sala), al punto che mi sono chiesta perché mai Anderson abbia aspettato così tanto per chiamarlo in uno dei suoi film, visto che l'attore sembra uscito direttamente da una sua pellicola. Spero sia l'inizio di una lunga e fruttuosa collaborazione! Con questa nota speranzosa, invito i fan di Anderson ad andare a vedere La trama fenicia. Non è il miglior film del regista, questo no, ma è bello e divertente, una piccola chicca colorata in una triste e grigia realtà, e a volte, non so a voi, ma a me basta solo questo per essere soddisfatta. I detrattori si astengano, senza criticare i bimbi di Anderson come me!


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Benicio Del Toro (Zsa-zsa Korda), Steve Park (Il pilota), Willem Dafoe (Knave), F. Murray Abraham (Profeta), Rupert Friend (Excalibur), Michael Cera (Bjorn), Riz Ahmed (Principe Farouk), Tom Hanks (Leland), Bryan Cranston (Reagan), Charlotte Gainsbourg (prima moglie), Mathieu Amalric (Marseille Bob), Jeffrey Wright (Marty), Scarlett Johansson (Cugina Hilda), Bill Murray (Dio), Hope Davis (Madre superiora) e Benedict Cumberbatch (Zio Nubar) li trovate invece ai rispettivi link.


Mia Threapleton
, che interpreta Liesl, è figlia dell'attrice Kate Winslet. ENJOY!



mercoledì 22 gennaio 2025

Here (2024)

Un altro film che aspettavo con trepidazione era Here, diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Robert Zemeckis a partire dalla graphic novel omonima di Richard McGuire.


Trama: dall'epoca dei dinosauri ai giorni nostri, assistiamo a tante piccole storie che si svolgono nel medesimo spazio fisico...


Un film che si sviluppa interamente nello spazio di un'inquadratura fissa, all'interno della quale il tempo scorre consegnando all'occhio dello spettatore tutti gli inevitabili mutamenti accorsi a luoghi e persone. Questa l'idea geniale dell'ultima pellicola di Robert Zemeckis, mutuata dall'opera di Richard McGuire, dalla quale Here prende in prestito anche il taglio fumettistico e l'idea di aprire delle "vignette" temporali dentro l'inquadratura, così che lo spettatore possa vedere dipanarsi in contemporanea eventi verificatisi in anni, o secoli, diversi. In Here è il tempo ad essere il vero protagonista, una presenza costante che, pur essendo invisibile, fa sentire il proprio peso, soprattutto addosso a chi pensa di averne ancora in abbondanza e si ritrova invece alla fine del percorso, con pochi granelli di sabbia all'interno di una clessidra svuotatasi troppo presto. C'è chi riesce a sfruttarlo cogliendo l'attimo, seguendo correnti fortunate, chi lo affronta in maniera frenetica perdendone pezzi qui e là, chi è perfettamente inserito nella Storia (o almeno pensa di esserlo), chi si adegua al ritmo naturale del suo scorrere, chi, come molti di noi, rimpiange di non averlo utilizzato meglio, dando per scontati gli affetti più cari e inaridendosi l'animo seguendo gli imperativi sociali, denaro e lavoro in primis. E così, in Here, il tempo non è lineare, è come se passato, presente e futuro convivessero per raccontarci una serie di storie legate più al concetto di "vita" che di "famiglia", anche se è proprio un nucleo familiare il protagonista principale del film, quello che ha vissuto più a lungo all'interno del salone che funge da unico setting. Sullo schermo scorrono dunque scorci di esistenze (stra) ordinarie; nascite e morti, malattie, gioie e dolori, problemi economici e piccole vittorie, importanti lezioni di vita e momenti triviali, con qualche incursione nella storia americana o nel costume di una nazione che, attraverso lo sguardo indulgente di Zemeckis, viene celebrata con tutte le sue contraddizioni. Purtroppo, uno dei difetti di Here è che il suo scopo grandioso, la volontà di essere un enorme affresco temporale, si scontra inevitabilmente contro un metraggio che lo porta ad essere spesso superficiale. Delle tante famiglie che passano sullo schermo, solo quella di Richard è oggetto di approfondimento, le altre sono piccoli tocchi di colore talvolta interessanti (come la deliziosa coppia che arriverà a brevettare la poltrona La-Z-boy), talvolta perplimenti (non ho capito l'importanza di Benjamin Franklin, limite mio), mentre indiani e afroamericani sembrano messi lì giusto per amore di inclusività.


Nonostante abbia trovato la sceneggiatura diversa da come mi sarei aspettata e, forse, un po' deludente, sono comunque rimasta estasiata davanti alla voglia di sperimentare dell'ormai ultrasettantenne Zemeckis, sempre pronto a sfruttare gli ultimi ricavati della tecnologia e ad usarli in maniera innovativa. E' vero che squadra che vince non si cambia (tra Tom Hanks,Robin Wright, Eric Roth e Alan Silvestri, mi aspettavo di sentire pronunciare uno "Stupido è chi lo stupido fa!" o che cicciasse fuori il tenente Dan la sera di capodanno) ma l'utilizzo "in diretta" dell'intelligenza artificiale onde consentire a Zemeckis di constatare i risultati del de-aging non in post produzione, bensì nel momento stesso in cui venivano riprese le varie scene, ha del fantascientifico. Ha anche dell'inquietante, e non solo per le mille implicazioni morali e il tremendo impatto che avrà sugli attori, nell'immediato futuro, l'utilizzo di una simile tecnologia, ma anche perché il risultato su Tom Hanks è perfetto, mentre Robin Wright, nelle scene in cui interpreta una diciannovenne, sembra una quarantenne con addosso dei vestiti vintage. Pertanto, c'è sicuramente da lavorarci un po' su, tuttavia ciò non toglie che Zemeckis abbia rischiato e portato a casa un risultato egregio. Per fortuna, l'AI non può ancora prescindere dalla bravura degli attori. Per quanto riguarda Here, a spiccare su tutti sono Paul Bettany e Kelly Reilly, entrambi quasi irriconoscibili ed impegnati nell'interpretazione di due personaggi imperfetti e sfaccettati, il simbolo spesso triste e malinconico di un'epoca di apparenze mantenute a scapito della salute fisica e mentale di padri abbruttiti dalla guerra e dal lavoro, e di madri rimbecillite dalla TV e condannate ad essere un simbolo nazionale al pari della torta di mele da sfornare quotidianamente per orde di figli. Zemeckis, col suo solito tocco delicato, ci indora un po' la pillola e risparmia le brutture come violenze verbali o fisiche, ciò non toglie però che Here assesti comunque un paio di colpi pesantini, soprattutto se, come me, siete in un periodo di pensieri foschi legati a malattie, vecchiaia e affetti. Nel caso, prendete il film con le pinze, perché potrebbe farvi maluccio.


Del regista e co-sceneggiatore Robert Zemeckis ho già parlato QUI. Tom Hanks (Richard), Robin Wright (Margaret), Paul Bettany (Al), Kelly Reilly (Rose) e Nikki Amuka-Bird (Helen Harris) li trovate invece ai rispettivi link. 

Michelle Dockery interpreta Pauline Harter. Inglese, ha partecipato a film come Anna Karenina, The Gentlemen e a serie quali Downton Abbey. Come doppiatrice ha lavorato in I Griffin e American Dad!. Ha 44 anni e due film in uscita. 


Se Here vi fosse piaciuto, recuperate The Tree of Life e Boyhood. ENJOY!


martedì 3 ottobre 2023

Asteroid City (2023)

Il Multisala di Savona ha pensato bene di NON fare uscire Talk to Me. Ciò nonostante, mi sono comunque abbassata a dare dei soldi alla baracca per amore di Asteroid City, l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Wes Anderson. (Comunque la mia intenzione era di fare un ottobre solo horror, ma come si fa a dire di no a Wes?)
EDIT: Con una settimana di ritardo, Talk to me è uscito. Ritiro gli improperi che costellavano l'inizio del post, per ringraziamento.


Trama: una compagnia teatrale mette in scena Asteroid City, la storia di un ritrovo di giovanissimi e geniali scienziati con un twist fantascientifico...


Non è mai facile parlare di un film di Wes Anderson dopo solo una visione, peraltro in versione doppiata, perché il regista mette sempre tanta di quella carne al fuoco, spingendo il cervello dello spettatore a spingere da parte la storia in favore delle splendide immagini, che spesso viene da tacciarlo di superficialità e manierismo. Questo Asteroid City avrebbe tutte le carte in regola per essere un'opera "a rischio" in tal senso, ed è un peccato perché, dopo una nottata di riposo e un po' di tempo per riflettere su una frase in particolare che mi ha dato da pensare, sono riuscita a dare un senso a tutto il cucuzzaro. A un certo punto, lo spettacolare Jason Schwartzman dice "Non puoi svegliarti se non ti addormenti", una frase che viene ripetuta come un mantra all'interno di una classe di recitazione e che contiene in sé la chiave della doppia vicenda raccontata in Asteroid City, un film che continua la poetica andersoniana di persone sole, tristi, incapaci di affrontare la vita o di gestire le proprie emozioni. Ogni personaggio di Asteroid City, infatti, non ha il coraggio di "addormentarsi", ovvero non riesce a lasciarsi andare ed accettare che la vita non abbia soluzioni immediate e comprensibili (la macchina può essere aggiustata cambiando un piccolo pezzo oppure bisogna sostituirla), e combatte con tutte le sue forze la sola idea di qualcosa di imprevisto e sconosciuto (la macchina ha un terzo problema che il meccanico non riesce minimamente a capire). Ognuno di loro, soprattutto gli adulti, ma talvolta anche i ragazzi e bambini, personaggi di finzione o attori che li interpretano, ha bisogno di un filtro, una barriera che li porti a distaccarsi da questa complessità e ridurre l'esistenza a qualcosa di comprensibile, arrivando ovviamente all'incapacità di affrontare qualsiasi evento fuori dalla loro portata. Il primo è, senza dubbio, il geniale scrittore Conrad Earp, con tutte le difficoltà incontrate nel partorire l'opera, seguito subito dopo da Augie Steenbeck e dall'attore che lo interpreta in teatro nascondendosi dietro le lenti di una macchina fotografica e tic marcati che bloccano l'affiorare di qualsiasi emozione, positiva o negativa che sia, tanto che a un certo punto subentra persino il blocco dell'interprete, in un'altra sequenza particolarmente significativa.


L'umorismo caustico di Anderson, derivante dai surreali comportamenti e dai dialoghi assurdi tra personaggi fuori dal tempo, è una patina di leggerezza che nasconde, come sempre, un profondo disagio interiore che lascia cicatrici insondabili ai personaggi mentre li rende affascinanti e "strani" a un occhio esterno, come quello dello spettatore. L'intera cornice teatrale, girata in un elegante bianco e nero e in un formato che ricorda gli speciali televisivi anni '50, è accattivante quanto il geniale set della città titolare, realizzato rispettando non solo l'iconografia di una cittadina semi-deserta dello stesso decennio, ma anche la vivacità dei fondali che si utilizzerebbero a teatro, così da continuare questa compenetrazione di realtà e finzione. Fidatevi se vi dico che, nel 2023, non vedrete mai un'alieno bello quanto quello realizzato in stop motion per il film di Wes Anderson, né un uccellino bizzarro quanto il mini-road runner che concorre a rendere ancora più weird l'atmosfera della cittadina (eppure, anche lì, nessuno si scompone, perché è più facile ignorare o fotografare - distaccandoci dal soggetto - ciò che ci lascia perplessi e persino quello che ci affascina, perché non sia mai ci stravolga la vita), ed è inutile anche che tenti di farvi capire quanto siano perfette e bellissime le singole inquadrature del film, i costumi, il trucco e la colonna sonora: per me, andare a vedere una pellicola di Anderson è come guardare la mostra di un illustratore elegantissimo, e non posso fare altro che riempirmi gli occhi di bellezza, a prescindere che dietro essa ci sia un significato o il vuoto pneumatico. Quanto al cast, basta scorrere i nomi presenti per andare in visibilio, e l'unica cosa che mi preme è sottolineare quanto siano bravi non solo Jason Schwartzman (visivamente, un affascinante mix tra Paolo Ruffini e Furio, cosa che, nonostante tutto, mi ha strappato moltissime risate) e Scarlett Johansson, ovvero i due attori con più screentime, ma anche i giovani e talvolta sconosciuti ragazzini e bimbi che popolano il film, con menzione speciale alla tenerezza delle tre gemelline Faris, capaci di tenere testa a un nome importante come quello di Tom Hanks. Io lo so che Asteroid City è stato massacrato, ma m'importa davvero poco. Sono felicissima di averlo visto e non posso fare altro che consigliarlo, nell'attesa di rivederlo e godermi tutto quello che di sicuro mi è sfuggito!   


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Bryan Cranston (Presentatore), Edward Norton (Conrad Earp), Jason Schwartzman (Augie Steenbeck), Scarlett Johansson (Midge Campbell), Maya Hawke (June), Rupert Friend (Montana), Jeffrey Wright (Generale Gibson), Hope Davis (Sandy Borden), Steve Park (Roger Cho), Liev Schreiber (J. J. Kellogg), Sophia Lillis (Shelly), Tom Hanks (Stanley Zak), Matt Dillon (Meccanico), Steve Carell (Motel Manager), Tony Revolori (Aiutante di campo), Bob Balaban (Manager della Larkings), Tilda Swinton (Dr. Hickenlooper), Jeff Goldblum (L'alieno), Adrien Brody (Schubert Green), Hong Chau (Polly), Willem Dafoe (Saltzburg Keitel) e Margot Robbie (Attrice/moglie) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jake Ryan interpreta Woodrow. Americano, ha partecipato a film come The Innkeepers, Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore, A proposito di Davis, L'isola dei cani e Diamanti grezzi. Ha 20 anni. 


Bill Murray doveva partecipare come direttore del motel, ma ha contratto il COVID all'inizio delle riprese ed è stato sostituito da Steve Carell. Se Asteroid City vi fosse piaciuto recuperate Moonrise Kingdom - Una storia d'amore, Nope e Mars Attacks!. ENJOY! 

mercoledì 21 settembre 2022

Pinocchio (2022)

Qualche sera fa ho guardato su Disney + il live action Pinocchio, diretto e co-sceneggiato dal regista Robert Zemeckis.



Trama: il falegname Geppetto costruisce un burattino di legno per superare la morte del figlio e, una notte, esprime il desiderio di farlo diventare un bambino vero. Udito il desiderio, la Fata Turchina dà vita al burattino, ribattezzato Pinocchio, e, dopo avergli affiancato il Grillo Parlante a mo' di coscienza, gli comunica che per diventare un bambino vero dovrà superare diverse prove...  


Ormai ho la memoria che fa cilecca, me ne rendo conto. Guardavo questa nuova versione di Pinocchio e intanto cercavo di ricordare come fosse quello Disney del 1940, dopo averne visto passare su schermo altre tre versioni italiane, e ovviamente ho cominciato a fare un po' di casino. Quindi, mi posto un memento per l'eventuale prossima versione: il Mangiafuoco della Disney è un maledetto (quello "vero" piange e libera Pinocchio), il Gatto e la Volpe dei cartoni sono meno machiavellici di quelli reali, Pinocchio non diventa un ciuchino completo e, soprattutto, il burattino creato dagli americani è un pisquano, non un monellaccio cattivo. Per non turbare i bimbi buoni, il Pinocchio riveduto e corretto della Disney è semplicemente un candido che presta orecchio ai consigli sbagliati e tale rimane anche in questo adattamento live action; addirittura, nel Pinocchio di Zemeckis il burattino viene cacciato da scuola perché "lì possono andare solo dei bambini veri" e viene dapprima rapito da Postiglione e solo in seguito convinto, sfruttando la peer pressure, a recarsi nel Paese di Bengodi per non rovinare il divertimento agli altri bambini. Una volta arrivato lì, poi, Pinocchio beve giusto un sorso di birra (di radice, non sia mai!), per il resto non si comporta male come tutti gli altri suoi compagni di sventura. Insomma, Pinocchio ha solo tanta sfortuna e poca esperienza, quindi va da sé che la "coscienza" incarnata dal Grillo Parlante ha più la funzione di un espediente per cavare il burattino d'impiccio e salvarlo fisicamente alla bisogna, oltre a fungere da narratore. Di più, in questa versione della storia la natura di burattino fa sì che Pinocchio sia una sorta di Astroboy dalle mille risorse, un piccolo supereroe le cui abilità, sul finale, trascinano la storia verso un twist inaspettato e, a mio parere, fuori luogo. Questo Pinocchio non insegna ai bambini ad essere bravi, coraggiosi e disinteressati, ma parrebbe puntare su un elogio dell'unicità e dell'umanità "là dove conta davvero", diventando l'ennesimo invito a seguire i propri sogni a prescindere dalle circostanze e, a mio avviso, ci sono altre storie migliori per veicolare questo messaggio, non certo una vicenda da sempre moralista come quella di Pinocchio.


Soprattutto, non era il caso di allungare così tanto il brodo di un classico Disney già stra-conosciuto, aggiungendo quasi mezz'ora di personaggi nuovi (sì, la marionettista ex ballerina è l'ennesimo simbolo del "se vuoi, puoi, e nessuno cancellerà mai quel che sei dentro". Tra l'altro, tutti a rompere le palle con la Fata nera e calva e ovviamente nessuno si è accorto che la "vera" storia di Pinocchio l'ha vissuta proprio la ballerina in questione, femmina e di colore pure lei, ma poiché l'ha liquidata con un "la mia storia non è importante" ce ne saremo accorti in 6. Beccatevi questa, broflakes!) e, per la gioia del mio compagno di visione, di nuovi momenti musicarelli. Se pensavate che il vero problema di Pinocchio fosse la Fata Turchina di colore, vi farà piacere sapere che detta Fata viene calcioruotata fuori dalla storia dopo 5 minuti, quindi potete anche fingere che non sia mai comparsa... purtroppo, non è altrettanto facile ignorare la natura cheap della CGI in moltissime scene. L'aria d'insieme del live action è quella posticcia di un mondo quasi interamente ricreato al computer, e questo me l'aspettavo. Quello che non mi sarei mai aspettata dall'uomo che nel 1989 è riuscito a convincermi dell'esistenza di Cartoonia è il modo in cui i pochi attori veri non riescono mai ad interagire in modo realistico con le animazioni; ogni volta che Geppetto è costretto a tenere per mano Pinocchio o accarezzare Figaro salta agli occhi la finzione di un arto che è sempre un pochino staccato rispetto all'oggetto con cui dovrebbe interagire, ma l'apice lo tocca la rocambolesca fuga da Monstruo (altro orrore grafico al cui confronto gli squali di Sharknado sono un capolavoro), con un Pinocchio che sembra attaccato con lo sputo su uno sfondo che non c'entra nulla con lui, né a livello di ombre né di colori. Me ne imbelino che un film come questo sia approdato dritto in streaming, perché penso ci sarebbe stato da cavarsi i bulbi oculari su uno schermo grande. Aggiungo che l'interpretazione di Tom Hanks è una delle peggiori dopo quelle di Robert Langdon e che l'unico motivo per godere un minimo di Pinocchio (oltre agli spettacolari orologi di Geppetto, pieni di citazioni disneyane) è quello di guardarlo in lingua originale per spanciarsi di fronte all'accento italo-americano usato da buona parte dei coinvolti e al "Pinoke!" strillato a gran voce dal Grillo di Joseph Gordon-Levitt. Per il resto, potete anche evitare.  


Del regista e co-sceneggiatore Robert Zemeckis ho già parlato QUI. Joseph Gordon-Levitt (Grillo Parlante), Tom Hanks (Geppetto), Cynthia Erivo (Fata Turchina), Lorraine Bracco (Sofia), Keegan-Michael Key (la Volpe), Giuseppe Battiston (Mangiafuoco) e Luke Evans (Postiglione) li trovate invece ai rispettivi link.


Benjamin Evan Ainsworth, la voce originale di Pinocchio, era il piccolo Miles di The Haunting of Bly Manor. Il regista Sam Mendes doveva dirigere il film ma si è poi ritirato dal progetto. Pinocchio è ovviamente un remake dell'omonimo film del 1940, che vi consiglio di recuperare assieme alla versione di Garrone e a quella di Comencini... nell'attesa che arrivi quella di Guillermo del Toro! ENJOY!

mercoledì 14 settembre 2022

Bolla Loves Bruno: Il falò delle vanità (1990)

Pensavate che mi fossi dimenticata della rubrica dedicata a Bruce Willis? Nemmeno per sogno! Oggi parliamo de Il falò delle vanità (The Bonfire of the Vanities) diretto nel 1990 da Brian De Palma e tratto dal romanzo di Tom Wolfe.


Trama: un giornalista alcoolizzato ottiene soldi e successo raccontando lo scandalo che ha coinvolto un brocker di Wall Street, accusato di avere investito un ragazzo di colore e di essere fuggito, lasciandolo in coma...


Il falò delle vanità è stato uno dei film più odiati del 1990. Lo dimostrano non tanto le nomination a quasi tutte le categorie dei Razzie Award, quanto piuttosto il fatto che Tom Wolfe lo abbia praticamente disconosciuto, Hanks lo abbia definito il peggior film della sua carriera, Morgan Freeman non l'abbia mai guardato e De Palma ricordi l'esperienza come un incubo dentro e fuori dal set. Per quanto riguarda Bruce Willis, pare che se la tirasse un sacco in quanto attore sulla cresta dell'onda, tanto che sul set lo odiava persino Tom Hanks, irritato dal suo "sorrisetto mangiamerda". Insomma, un trionfo. Eppure, a me Il falò delle vanità era piaciuto sia la prima volta che l'avevo visto, tantissimi anni fa, che durante questo rewatch, pur riconoscendo che la trama è l'emblema del cerchiobottismo e si mantiene molto ambigua (però non ho mai letto il romanzo di Tom Wolfe, quindi non posso sapere se questa caratteristica si ritrova anche nell'opera cartacea). Per chi non avesse mai visto il film, Il falò delle vanità è la fiera dell'ipocrisia e dell'arrivismo ed è incentrato sulla caduta dall'Olimpo di Sherman McCoy, ricchissimo operatore di Wall Street il quale, dopo aver investito un ragazzo di colore assieme all'amante, diventa il mezzo attraverso cui una serie di personaggi deprecabili cercano di ottenere fama, denaro e successo (in primis il giornalista in disgrazia Peter Fallow) spacciando le loro azioni come spasmodica ricerca di giustizia. L'intenzione dell'opera è quella di essere una satira spietata verso personaggetti di varie etnie, con le mani in pasta nel settore economico, giudiziario e religioso, i quali apparentemente cercano di fare l'interesse delle classi più povere e disagiate (che escono a loro volta con le ossa rotte da una descrizione impietosa) ma, in realtà, perseguono semplicemente il loro tornaconto, travolgendo con la grazia di elefanti chiunque blocchi loro il passo. A trovarsi in mezzo, stavolta, è Sherman McCoy, che come protagonista è quasi peggio di chi cerca di trascinarlo nel fango; è difficile provare empatia per un paraculo razzista, pavido e bugiardo, ed è ancora più difficile accettare le parole finali con cui Peter Fallow, altro parassita con la coscienza a intermittenza, dichiara come McCoy abbia perso soldi e fama ma abbia ritrovato un'anima, gettando una luce positiva su un personaggio che, a ben vedere, non si redime mai.


Lo stile con cui De Palma cerca di rappresentare questo enorme esempio di pochezza umana è ironicamente pomposo e "teatrale", "ridicolo", se mi passate il termine, tanto quanto la convinzione di Sherman di essere un novello Don Giovanni; la macchina da presa del regista (coadiuvato, in quella che è una delle scene introduttive più belle mai viste, dall'esperto di steadycam Larry McConkey, un piano sequenza talmente immersivo che sembra di essere a fianco di Bruce Willis, ubriachi quanto il suo Peter Fallow) annulla il confine tra realtà e showbusiness, presentandoci alternativamente personaggi ripresi dal basso che incombono sia sullo spettatore che sul loro interlocutore, panoramiche su folle desiderose solo di spettacolo e totalmente noncuranti del vero dramma vissuto dall'oggetto dei loro sguardi e pochi momenti di intimità zeppa di bugie e ripicche, dove persino le persone integerrime arrivano a rinnegare i propri ideali per salvare la faccia. La mano dell'Autore, a mio avviso, si vede eccome, e onestamente non ho trovato male neppure il tanto criticato cast. Certo, se De Palma avesse potuto avere John Lithgow come Sherman McCoy avremmo probabilmente goduto di un capolavoro, ma la faccetta giovane e clueless di Tom Hanks aggiunge quella punta di dabbenaggine in grado di rendere il personaggio ancora più fastidioso e biasimevole e lo stesso vale per "il sorrisetto mangiamerda" di Bruce Willis; Peter Fallow è viscido quanto basta, il finto amico che venderebbe la madre per la fama, e non faccio fatica a credere che l'atteggiamento sul set di Willis abbia contribuito ad arricchire la personalità del giornalista alcoolizzato di interessanti, benché sgradevoli, sfumature. Probabilmente, l'unico vero difetto de Il falò delle vanità è quello di essere uscito in un periodo in cui l'America non era ancora pronta a criticare quell'ipocrisia che è il fondamento dell'utopica idea del self made man, mentre nel 2022 la sua satira risulta ambigua e all'acqua di rose (lo speech finale di Freeman, detestato dallo stesso De Palma, e la chiosa di Willis sono davvero imbarazzanti, bisogna ammetterlo), ma nella sua imperfezione l'ho trovato comunque molto interessante e ben realizzato, così come lo ricordavo. Se vi capitasse sottomano, dategli una chance!


Del regista Brian De Palma (che compare come guardia di sicurezza nella scena iniziale) ho già parlato QUI. Tom Hanks (Sherman McCoy), Bruce Willis (Peter Fallow), Melanie Griffith (Maria Ruskin), Kim Cattrall (Judy McCoy), Morgan Freeman (Giudice Leonard White), Donald Moffat (Mr. McCoy), Kurt Fuller (Pollard Browning), Kirsten Dunst (Campbell McCoy) e  F. Murray Abraham (P.D. Abe Weiss) li trovate invece ai rispettivi link.

Saul Rubinek interpreta Jed Kramer. Tedesco, ha partecipato a film come L'ospedale più pazzo del mondo, Wall Street, Gli spietati, Una vita al massimo, Gli intrighi del potere - Nixon, La ballata di Buster Scruggs e a serie quali Oltre i limiti, Frasier, Lost, Masters of Horror, Grey's Anatomy e Hunters. Anche regista, sceneggiatore, produttore e compositore, ha 74 anni e tre film in uscita. 


Tra le guest star figurano Rita Wilson, la moglie di Tom Hanks, che interpreta la PR che accompagna Fallow nella scena iniziale, e Geraldo Rivera, ovvero il reporter che si occupa della storia di Lamb. La sceneggiatura originale prevedeva che, alla fine, la vittima dell'incidente uscisse dall'ospedale con le sue gambe, chiaro segno di frode, ma gli screen test hanno dimostrato che il pubblico non gradiva questa versione. Siccome nel libro il giudice è ebreo, De Palma avrebbe voluto Walther Matthau o Alan Arkin nel film, ma il ruolo è finito a Freeman quando il regista ha deciso che sarebbe stato più efficace un giudice di colore; per quanto riguarda Sherman, quando ancora il film doveva venire diretto da Mike Nichols, l'attore scelto era stato Steve Martin, mentre sia John Cleese che Jack Nicholson hanno rifiutato quello di Fallow. Per quanto riguarda le quote rose, Michelle Pfeiffer ha rifiutato il ruolo di Maria (tra le altre, Uma Thurman, Lena Olin e Robin Wright non hanno invece ottenuto la parte), mentre Kristin Scott Thomas ha dovuto rinunciare a quello di Judy perché, al momento di fare lo screen test con Tom Hanks, era in vacanza coi figli. Grandi rinunce infine anche tra i registi, con Steven Spielberg e Adrian Lyne in prima linea. ENJOY!

mercoledì 29 giugno 2022

Elvis (2022)

Dopo settimane di assenza, sono tornata al cinema per godermi l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Baz Luhrmann, Elvis.

Trama: Il colonnello Tom Parker, imbonitore di Vaudeville, scopre per caso il giovane Elvis Presley e da quel momento ne condiziona l'esistenza, nel bene e nel male...

La "cultural opera" di Baz Luhrmann è finalmente arrivata in Italia ed era uno di quei film che, nonostante conosca poco l'argomento trattato, non vedevo l'ora di guardare. Poiché ci ha messo le mani il barocco Baz, Elvis non è il solito biopic fatto a mo' di compitino per gli Oscar (anche se qui materiale per eventuali statuette ce ne sarebbe) e, benché segua comunque il tipico canovaccio del genere, riesce a sorprendere almeno chi non conosceva la storia di Elvis Aaron Presley. Innanzitutto, la vita del più famoso e iconico rocker del mondo viene raccontata da una voce narrante non proprio gradevole, ovvero quella del suo discusso e discutibile manager, il Colonnello Tom Parker. Esponente di una generazione antiquata e legata al vaudeville e ai circhi itineranti, il Colonnello Parker non rifiuta di vedere il progresso rappresentato da Elvis, anzi, lo cavalca e ne approfitta prevedendone in qualche modo il brillante futuro, eppure il suo modo di gestire le cose è molto simile a quello del padrone di un circo di freaks. Il giovanissimo Elvis, gallina dalle uova d'oro se mai ce n'è stata una, diventa per Parker la merce preziosa da blandire, curare e proteggere, dandogli un'illusione di libertà che non può esulare da un guinzaglio assai corto e da un controllo pressoché totale. Il circo di Elvis era, ed è rimasto per tutta la sua vita, l'America scossa da tragedie, guerre, movimenti civili, un circo zeppo di cambiamenti continui che, di conseguenza, il Colonnello Parker ha tentato di restringere sempre più, fino a confinare Elvis nella città senza tempo per eccellenza, Las Vegas, dove in effetti il mito di Elvis si è cristallizzato per arrivare intonso fino ai nostri tempi, con immagini e mise facilmente riconoscibili anche dai non appassionati. Se l'artefice principale del successo di Elvis è anche il villain della storia narrata, Luhrmann sta bene attento a non santificare Elvis e ce lo consegna con tutte le sue fragilità ed ingenuità da ragazzo di campagna cresciuto troppo in fretta, da uomo folgorato dall'amore per la musica a prescindere da razza, sesso ed età, al punto da farne la sua unica ragione di vita, ma ne viene sottolineata anche la debolezza di carattere che portava l’artista ad alzare le testa per pochi, importanti istanti, prima di soccombere nuovamente ai consigli fraudolenti (o all’incapacità) di chi più di tutti avrebbe dovuto tutelarlo.

L'aspetto apprezzabile di Elvis è la scelta degli sceneggiatori di non indulgere (come sarebbe stata prassi per un biopic strappalacrime) nella fase di declino dell'artista, cosa che avrebbe rischiato di trasformare il film in un polpettone strappalacrime su un ciccione strafatto, bensì di dare maggior spazio all'aspetto meno universalmente conosciuto del cantante. Prima di diventare l'icona "kitsch" di Las Vegas, Elvis è stato infatti il trait d'union tra la musica nera e il country dei bifolchi bianchi, un elemento di ribelle, pericolosa instabilità in un'epoca di contestazioni civili e pesantissime tensioni razziali. La natura universale della sua musica suscita ammirazione tanto quanto provocano sgomento gli arresti e i tentativi di censura, e commuove la vista di un Elvis pronto a cantare alla Nazione nei momenti più neri di quest'ultima mentre attorno a lui si mobilitano interessi economici pronti a schiacciarlo e zittirlo. Il declino di cui sopra viene compresso nel finale e ridotto a pochi episodi fondamentali che lasciano tuttavia spazio alle immagini reali di una delle ultime esibizioni di Elvis, gonfio e praticamente immobile ma ancora dotato di una voce fenomenale e della capacità di mettere cuore ed anima nell’esibizione, elemento, quest’ultimo, che caratterizza tutti gli splendidi numeri musicali di cui il film è costellato, nonostante Elvis non sia un musical, e che condiziona lo stile con cui è stata confezionata la pellicola. 

A fronte di un comparto tecnico fenomenale, soprattutto a livello di costumi e scenografie, che rimane costante dall’inizio alla fine, la regia di Baz Luhrmann e il montaggio si modificano adattandosi alle varie fasi della carriera di Elvis. L’inizio, frenetico e scoppiettante, dove ciò che vediamo è filtrato dapprima dallo stupore e poi dalle macchinazioni del Colonnello Parker, e in buona parte influenzato dalla natura anticonformista degli artisti che hanno contribuito alla formazione del Re del Rock, al punto che molto spesso i giri di macchina e il montaggio seguono il ritmo della musica, lascia a poco a poco spazio ad uno stile più lineare, quasi “banale”, che torna tuttavia a stupire ogni volta che Elvis sceglie di abbracciare nuovamente la sua anima ribelle, la musica, il pubblico, “staccandosi” letteralmente dai prosaici problemi terreni di soldi, contratti e merchandising. Per quanto riguarda la musica, hit del passato si mescolano all'omaggio di artisti presenti, in un continuo alternarsi di stili ed epoche che, giustamente, sottolineano come senza Elvis, B.B. King, Little Richards e gli altri esponenti della loro generazione, non esisterebbe la maggior parte dei generi odierni, rap e trap compresi, e come la musica non abbia epoca né confini, come ci insegna da anni Luhrmann. Assai coinvolgenti anche le interpretazioni non solo di Austin Butler, perfetto nei panni di un Elvis bello, fragile e sensuale, pronto a regalare una performance capace di superare l'imitazione fine a sé stessa nonostante le tipiche mosse del Re siano riproposte in maniera quasi filologica, ma soprattutto quella di Tom Hanks, finalmente distante dal ruolo di vicino buono della porta accanto; il Colonnello Perkins è un abietta macchia di muffa nel salotto, un falso voltagabbana della peggior specie, e al di là del trucco sotto cui è sepolto sono proprio gli occhi e gli atteggiamenti di Hanks a veicolare tutto lo schifo che dovevano provare per Perkins i pochi che ancora avevano occhi per vedere oltre il bagliore del lusso e dei soldi da spremere a Elvis. In definitiva, direi quindi che Elvis mi è piaciuto molto: non siamo ai livelli di Moulin Rouge o Romeo + Juliet, ci mancherebbe, ma di sicuro l'ho apprezzato molto più de Il grande Gatsby, quindi vi consiglio di correre a vederlo!

Del regista e co-sceneggiatore Baz Luhrmann ho già parlato QUI. Tom Hanks (Colonnello Parker), David Wenham (Hank Snow), Olivia DeJonge (Priscilla), Kelvin Harrison Jr. (B.B. King) e Kodi Smit-McPhee (Jimmie Rodgers Snow) li trovare invece ai rispettivi link. 

Austin Butler interpreta Elvis Presley. American, ha partecipato a film come Yoga Hosers, I morti non muoiono, C'era una volta... a Hollywood e a serie quali Hannah Montana, CSI: Miami e CSI: NY. Anche, ha 31 anni e un film in uscita, Dune - Part Two.


Richard Roxburgh
interpreta Vernon. Australiano, ha partecipato a film come Moulin Rouge, La leggenda degli uomini straordinari, Van Helsing, Mission: Impossible II e La battaglia di Hacksaw Ridge. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 60 anni e un film in uscita.


Dacre Montgomery
interpreta Steve Binder. Australiano, famoso per il ruolo di Billy in Stranger Things, ha partecipato a film come Better Watch Out. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 28 anni.


Ansel Elgort, Miles Teller, Aaron Taylor-Johnson e Harry Styles hanno sostenuto il provino per il ruolo di Elvis, mentre Maggie Gyllenhaal e Rufus Sewell erano stati presi per il ruolo dei genitori del cantante ma hanno dovuto rinunciare per altri impegni dopo che la produzione si era interrotta a causa del Covid. Ciò detto, se Elvis vi fosse piaciuto recuperate Rocketman e Bohemian Rhapsody. ENJOY! 

mercoledì 24 marzo 2021

Borat - Seguito di film cinema (2020)

Viste le nomination per la Miglior Sceneggiatura e per la Miglior Attrice Non Protagonista, mi è toccato guardare Borat - Seguito di film cinema (Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan), diretto nel 2020 dal regista Jason Woliner. 


Trama: dopo anni di duro carcere, al giornalista kazako Borat viene promessa indulgenza se riuscirà a portare a Mike Pence un dono da parte del governo. La missione tuttavia viene compromessa da Tutar, figlia quindicenne di Borat...


C'è stato un periodo in cui detestavo Sacha Baron Cohen e ogni volta che compariva in TV cambiavo canale, un periodo che coincideva con le sue performance nei panni di Ali G, personaggio che ho sempre trovato insopportabile. Neanche a dirlo, quando era uscito il primo Borat nel 2006 mi ero rifiutata di guardarlo anche se più o meno, visto il gran parlare che se n'era fatto, avevo capito che il fulcro del film erano le candid camera dove Sacha Baron Cohen, travestito per l'appunto da Borat, si fingeva un giornalista kazako pronto a scioccare con le sue uscite al limite del cattivo gusto gli "innocenti" americani messi alla berlina dallo sguardo dello straniero. Col tempo, Sacha Baron Cohen ha cominciato a farsi apprezzare anche da me, soprattutto nei suoi ruoli più seri, e così, anche se continuo a non avere ancora visto il primo Borat, non ho avuto problemi a recuperare Borat - Seguito di film cinema, approfittando della sua presenza nel catalogo Prime Video, e mi tocca cospargermi il capo di cenere dicendo che mi sono molto divertita guardandolo. Intendiamoci, che un film simile sia arrivato ad essere candidato all'Oscar (ma era successo anche per la sceneggiatura del primo) è indicativo di come quest'anno si sia un po' andati a raschiare il fondo del barile ma a onore di Baron Cohen va detto che il suo personaggio, anche a distanza di decenni, continua a risultare corrosivo e divertente, soprattutto continua a farci vergognare degli americani, come se non fosse bastato averli visti votare in massa un rincoglionito. 


In particolare, il sequel di Borat colpisce per la situazione storica e sociale che dipinge, tanto che spesso il sorriso muore sulle labbra. E' più inquietante che divertente, infatti, rivedere col senno di poi i primi periodi della pandemia, le strade vuote popolate solo da negazionisti fomentati dalla propaganda trumpiana e le riunioni di matti invasati che cantano slogan nazionalisti e si augurano la morte di giornalisti e democratici, soprattutto se si riesce a mettersi, almeno per un istante, nei panni di Sacha Baron Cohen, impelagato in alcune situazioni in cui probabilmente se fosse stato scoperto sarebbe stato fortunato a finire in ospedale (cinque giorni coi Qanon già è roba da mettersi le mani nei capelli, ma cantare ad un raduno di bifolchi repubblicani vuol dire corteggiare la morte). Non che non sconvolga la candid camera col ginecologo cristiano, un esempio di orrore dogmatico se mai ne esiste uno, e in generale un po' tutte le scene che coinvolgono la giovane Maria Bakalova, la quale, nonostante sia giovanissima e praticamente esordiente, non si è risparmiata nel mettersi in situazioni sgradevoli e imbarazzanti, forse per questo è arrivata anche a lei una candidatura agli Oscar. Nonostante le cose sgradevoli che mostra, comunque, ho trovato questo sequel di Borat molto gradevole e probabilmente, appena lo metteranno gratis su qualche piattaforma a cui sono abbonata, recupererò il predecessore, se non altro per godere ancora non solo della stupidità americana ma anche delle belle musiche di Goran Bregovic.


Di Sacha Baron Cohen, che interpreta Borat ed è anche co-sceneggiatore, ho già parlato QUI mentre Tom Hanks, che interpreta se stesso, lo trovate QUA.

Jason Woliner è il regista della pellicola. Americano, ha diretto serie quali What We Do in the Shadows. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 41 anni.


Ovviamente, se
Borat - Seguito di film cinema vi fosse piaciuto, recuperate anche Borat: Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan e non preoccupatevi, il sequel è godibile anche senza conoscere l'originale. ENJOY!

venerdì 26 febbraio 2021

Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013)

Dopo The Social Network, un altro dei tre film scelti da Mirco su Chili è stato Captain Phillips - Attacco in mare aperto (Captain Phillips), diretto nel 2013 dal regista Paul Greengrass e tratto dal saggio autobiografico Il dovere di un capitano di Richard Phillips.


Trama: Nelle acque somale la nave Maersk Alabama viene attaccata da un gruppo di pirati e il capitano Richard Phillips viene preso in ostaggio.

Captain Phillips era un altro di quei film a cui non avrei dato un euro al momento della sua uscita, poco invogliata da un trailer in cui spiccava la faccetta bolsa ma rassicurante di Tom Hanks. Arrivata alla fine senza addormentarmi, nonostante un paio di incidenti di percorso che avrebbero dovuto condurmi tra le braccia di morfeo, mi viene anche da dire che Captain Phillips è un film dinamico che tiene alta la tensione dall'inizio alla fine nonostante, di base, non succeda nulla. Per "non succede nulla", intendo dire che succede molto meno rispetto a un film d'azione col coraggio di chiamarsi tale, magari uno dove il Captain Phillips del titolo viene interpretato, che so, da un Russell Crowe o un Bruce Willis e dove i pirati somali sono interpretati da caratteristi esperti di qualche arte marziale assortita. Qui invece c'è l'apologia della normalità: il capitano ha il volto di Tom Hanks mentre i pirati hanno le fattezze smunte e vinte di un branco di disperati che farebbero stringere il cuore persino a Salveenee e vengono gabbati così tante volte e in così tanti modi diversi da mettere quasi tenerezza. Potere della grande macchina hollywoodiana, che ha utilizzato la vicenda reale di un capitano (a quanto si dice) irresponsabile e anche un po' stronzo per creare una storia atta a dimostrare il solito cazzodurismo USA ai danni delle popolazioni svantaggiate che credono di poter fare i comodi loro e invece si ritrovano in tre a fronteggiare navi zeppe di marines e plotoni di Navy Seals solo per aver osato rapire il povero capitano che, nel film, è buono come il pane e sul finale ti spezza anche un po' il cuore.


La tensione, di conseguenza, sebbene innegabile, non saprei dirvi bene da dove nasca. Certo, all'inizio probabilmente si teme per l'equipaggio della Alabama Maersk, condannato ad andare in acque somale senza nemmeno un'arma a bordo (e se vi sembra una cretinata, pare invece che per questioni di leggi internazionali non si possa effettivamente avere sorveglianza armata a bordo di queste navi), anche perché i pirati invece pistole eccetera le hanno eccome. Poi subentra la consapevolezza che questi pirati siano dei poveri pirla e allora rimane solo da capire se ammazzeranno o meno il capitano Phillips, confondendo magari l'affanno di quest'ultimo con quello di tutti i militari in corsa contro il tempo per liberarlo, tanto visto lo spiegamento di forze sarebbe comunque impensabile credere che, alla fine, vincerà qualche supervillain somalo. O, meglio, quello sicuramente vincerà nel suo piccolo, ma i suoi minion faranno, poveracci, una brutta fine. Detto questo, se si è nella disposizione d'animo di lasciarsi coinvolgere dalla "magia" del cinema aMMeregano senza troppe pretese, magari coadiuvato da alcune riprese dal vero e un po' ballonzolanti e da attori, salvo Hanks, sconosciuti e anonimi ma comunque "freschi", Captain Phillips funziona ed è un film che mi sento di consigliare a chi ama il genere. 


Del regista Paul Greengrass ho già parlato QUITom Hanks (Capitano Richard Phillips), Catherine Keener (Andrea Phillips) e Chris Mulkey (John Cronan) li trovate invece ai rispettivi link.

Barkhad Abdi, che interpreta Muse, era il figlio adottivo di Pop Merril nella serie Castle Rock, dove era affiancato anche da Faysal Ahmed, qui nei panni di Najee. Ron Howard avrebbe dovuto dirigere il film ma alla fine ha preferito dedicarsi a Rush. ENJOY!


martedì 16 febbraio 2021

Notizie dal mondo (2020)

Nel recuperare qualcuno dei vari candidati al Golden Globe mi sono imbattuta in una delle più recenti aggiunte Netflix, ovvero Notizie dal mondo (News of the World), diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Paul Greengrass a partire dal romanzo omonimo di Paulette Jiles.


Trama: alla fine della guerra civile, un veterano che per vivere legge giornali alle popolazioni dei vari paesi incontra una ragazzina bianca cresciuta dagli indiani e decide di riportarla a ciò che resta della sua famiglia...


Nel corso degli anni mi sono ritrovata a dover riflettere sul mio personale assioma "I western non mi piacciono", visto che ho avuto modo di vederne alcuni, tra quelli moderni, particolarmente gradevoli, magari "sporcati" da altri generi (mi viene in mente, per esempio, Bone Tomahawk). Notizie dal mondo verrà inserito nell'elenco di queste opere in grado di toccare anche una come me, che non ama particolarmente il western, e soprattutto come uno di quei film capace di stupirmi: vista la durata e il periodo ho scommesso con Mirco che mi sarei addormentata dopo mezz'ora, invece la storia di "Capitano" e Johanna mi ha avvinta dall'inizio alla fine, coinvolgendomi e arrivando persino a commuovermi. A parte queste considerazioni triviali e personali, Notizie dal mondo è davvero un bel film, interamente fondato su un concetto di incomunicabilità che diventa il motore di tutte le vicende che portano sia all'incontro tra i due protagonisti, sia a tutte le sventure in cui incappano in nostri, unito ovviamente ad una situazione storica e sociale di grandissima confusione. Il film si ambienta infatti negli anni successivi alla Guerra di secessione americana, nelle zone del sud controllate dai soldati Unionisti, dove i veterani confederati erano costretti ad arrabattarsi per sopravvivere e dove i nemici non erano solo le persone dalla pelle di colore diverso ma anche gli stessi americani; in questo clima di incertezza ed ignoranza, il capitano Kidd va in giro a leggere giornali creando delle piccole assemblee cittadine ad ogni passaggio, informando, divertendo e talvolta cercando di far ragionare la gente per 10 centesimi. Proprio lui, che con le parole campa e sopravvive, si ritrova a dover riportare da parenti sconosciuti una ragazzina che, pur essendo bianca, è cresciuta con gli indiani e conosce quindi solo il dialetto Kiowa, cominciando dunque un viaggio irto di imprevisti e pericoli, in terre inospitali e selvagge dove il pericolo più grande è sempre e comunque l'uomo, assieme al suo fondamentale egoismo.


Lo stesso Kidd, nonostante sia innegabilmente l'eroe del film, non è esente da difetti e non è particolarmente abile a mettere in pratica ciò che predica, vittima di un dolore personale enorme che è arrivato a privarlo del coraggio di riprendere in mano la sua vita e tornare ad affezionarsi a qualcuno; durante il viaggio, Kidd salva spesso Johanna (e a sua volta viene salvato da una ragazzina non così indifesa) eppure arriva a causarle anche molto dolore per via di una sostanziale, "occidentale e ariana" tendenza ad imporre ad altri lo stile di vita che noi riteniamo giusto, quello che calzerebbe alla perfezione nella "nostra" situazione, senza pensare che ogni essere umano è un mondo tridimensionale a sé stante, non una via retta e piatta. Lo stesso vale per le vicende di Kidd e Joanna, che toccano una vasta gamma di emozioni e all'interno delle quali la riflessione va di pari passo con l'azione, raggiungendo un equilibrio perfetto quanto l'alchimia tra Tom Hanks e la semi-esordiente Helena Zengel, ragazzina dal visetto particolare e dallo sguardo intenso che, si spera, non si perderà nei meandri dell'industria cinematografica come molte delle sue colleghe passate. A coronare ed arricchire il tutto ci sono gli ampi movimenti di macchina di un Greengrass che trasforma i paesaggi desolati e quasi deserti percorsi da Kidd e Joanna in viste mozzafiato colme di insidie, coadiuvato anche dalla bellezza della fotografia a tratti un po "bruciacchiata" a tratti nitidissima di Dariusz Wolski, due punti di forza che avrebbero reso Notizie dal mondo perfetto per il grande schermo. Ci si accontenta, ahimé, ancora grazie che Netflix abbia deciso di distribuire un film così, che vi consiglio di recuperare senza indugio. 


Di Tom Hanks (Capitano Kidd), Ray McKinnon (Simon Boudlin), Mare Winningham (Doris Boudlin), Elizabeth Marvel (Mrs. Gannett) e Bill Camp (Mr. Branholme) ho già parlato ai rispettivi link. 

Paul Greengrass è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come The Bourne Supremacy, The Bourne Ultimatum - Il ritorno dello sciacallo, Captain Phillips - Attacco in mare aperto e Jason Bourne. Anche produttore e sceneggiatore, ha 65 anni.


Se Notizie dal mondo vi fosse piaciuto recuperate Il grinta (trovate anche questo su Netflix). ENJOY!


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