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venerdì 26 novembre 2021

The Green Knight (2021)

Un'altro dei film che aspettavo con trepidazione quest'anno era The Green Knight, scritto e diretto da David Lowery, uscito pochi giorni fa su Amazon Prime Video con un titolo italiano che non sto nemmeno a riportare.


Trama: la notte di Natale, alla corte di Re Artù si palesa il Cavaliere Verde proponendo un gioco: subirà l'attacco di un Cavaliere senza reagire ma, in cambio, in capo a un anno quello stesso Cavaliere dovrà cercarlo e accettare di subire la stessa identica cosa. Gawain accoglie la sfida e decapita il Cavaliere Verde e, dopo un anno, parte per andare incontro al medesimo destino...


La prima cosa che mi è balenata alla mente alla fine della visione di The Green Knight (ma anche nel corso della stessa) è quanto sia vergognoso che un film simile, in Italia, sia finito direttamente tra le maglie della distribuzione online senza passare dal cinema. Che nessuno mi venga a dire che guardare The Green Knight a casa, a meno di non avere una stanza identica a una sala cinematografica (il che non vuol dire solo disporre di uno schermo 4K grosso come mezza parete, signori, mi rincresce), sia equiparabile al guardarlo come avrebbe meritato, nel buio e nel silenzio religioso di un cinema, senza nemmeno mezza distrazione, con uno schermo in grado di rendere giustizia alle splendide sequenze realizzate da Lowery, perché mi metto ad urlare come la bonanima di Solange davanti a degli orridi boxer a pallini. Guardarlo a casa, davvero, dimezza la portata dell'esperienza, e infatti nonostante fossi affascinata e presa dalle vicende di Gawain, mi sono addormentata dopo mezz'ora. Dopo un'ora di nanna e (giuro) ginnastica in casa, sono riuscita ad arrivare alla fine ma senza lo stesso coinvolgimento che avrei provato al cinema, e la cosa mi ha spezzato il cuore perché The Green Knight è uno dei film più particolari e affascinanti dell'anno, con così tanti livelli di lettura che non bastano le due righe stinfie che uso di solito per sviscerarli tutti. Lowery riadatta una leggenda stra-conosciuta dei cicli Arturiani mettendo sotto i riflettori un Gawain non ancora cavaliere, poco più di un ragazzino fatto uomo, che passa le giornate ad ubriacarsi o divertirsi nei bordelli pur essendo nipote di una leggenda come Re Artù; Gawain passa le giornate in attesa di "dimostrare in suo valore" ma senza davvero volerlo, aspettando un destino cavalleresco che parrebbe inevitabile e dovuto ma, in sostanza, non si adopera perché questo arrivi. Ci pensa mammà, con l'ausilio della magia (ma la signora non è Morgana, occhio, bensì Morgause) a richiamare, la notte di Natale, il Cavaliere Verde che renderà Gawain una leggenda... o forse quest'ultimo aspetto è sopravvalutato?


Il Gawain di Lowery, nonostante intraprenda, da un certo punto in poi, la Cerca che dovrebbe renderlo cavaliere, non cambierà né maturerà fino all'ultimo. Il suo animo, sia nel suo villaggio, prima di incontrare il Cavaliere e durante l'anno di attesa, sia durante il viaggio, rimane sempre quello di un ragazzino insicuro e pavido, di una persona che non sa cosa fare nella vita e che prende i dettami cavallereschi come regole prive di senso; sa che deve rispettarli ma non capisce come, né perché, e vive in un'incertezza costante che gli agguanta non solo il cuore, ma anche il braccio, rendendolo debole in ogni senso. Tutti i piccoli episodi in cui è diviso The Green Knight sono come tanti poemi in cui Gawain viene messo di fronte ai suoi difetti e ogni volta fallisce, salvo quando deve decapitare un avversario che non si muoverà, e anche i pochi momenti in cui la sua natura di cavaliere, in qualche modo, emerge (per esempio con Santa Winifred), i suoi modi stonano e non riescono a celare una natura di donnaiolo insicuro, che dagli altri si aspetta sempre qualcosa in cambio, atteggiamento, quest'ultimo, che un cavaliere non dovrebbe mai avere. Di base, Gawain arriva alla meta solo grazie alla fortuna, non certo al suo valore, ed è solo sull'ambiguo finale che parrebbe riscattarsi, aprendo gli occhi ad una triste consapevolezza che ne rinfocola il coraggio da tempo sopito. 


E Dev Patel è uno SPLENDIDO Gawain, proprio con tutti i suoi difetti. Lontano dall'iconografia che lo vorrebbe ovviamente bianco e biondo, Patel incarna un Gawain che rompe con la tradizione anche in questo senso e che si ritrova quindi "separato" dagli altri cavalieri, nonostante il palese amore che gli riserva il re, suo zio. Patel è giovane, aitante, incredibilmente sensuale ma anche dimesso e sconfitto, tanto che a volte verrebbe da prenderlo a schiaffi per l'inerzia e la debolezza che dimostra in ogni sua azione; ma è l'intera cavalleria, lo vediamo, ad essere debole, non a caso Artù e Ginevra sono vecchi e morenti come quel mondo che, a dar retta allo splendido monologo messo in bocca alla Vikander, verrà inevitabilmente ucciso dal verde, il colore della vita, che solo potrà tornare rigoglioso e splendido nella morte, sì, ma dell'uomo. A dispetto di questo pessimismo di fondo, che forse è speranza verso una realtà più attenta ai bisogni della natura, la messa in scena di The Green Knight è un trionfo di colori vividi che paiono usciti dai quadri medievali, ed è zeppo di un'iconografia talmente ricca che bisognerebbe avere una cultura enciclopedica per riuscire a capire tutti i riferimenti; io so solo che alcune sequenze sono di una delicatezza incredibile mentre altre lasciano a bocca aperta da tanto sono ricche ed affascinanti, e che Lowery si riconferma un Autore con la A maiuscola, che regala agli spettatori opere non facilissime ma di sicuro molto originali e di grande impatto. Recuperatelo, se potete.  


Del regista e sceneggiatore David Lowery ho già parlato QUI. Dev Patel (Gawain), Alicia Vikander (Essel/la Lady), Sarita Choudhury (la madre), Sean Harris (Re), Kate Dickie (Regina), Ralph Ineson (Cavaliere Verde), Barry Keoghan (lo sciacallo) e Joel Edgerton (il Lord) li trovare ai rispettivi link.


Erin Kellyman, che interpreta Winifred, ha partecipato alla serie Falcon and the Winter Soldier nei panni di Karli. Se The Green Knight vi fosse piaciuto recuperate Willow, una delle fonti di ispirazione dichiarate del regista, A Ghost Story, Excalibur e L'amore e il sangue. ENJOY! 

lunedì 29 febbraio 2016

Oscar 2016

Buon lunedì a tutti! Mi duole dirvi che oggi non è affatto un Lovely Day, soprattutto per gli amanti di un certo tipo di cinema. La Notte degli Oscar si è conclusa tra risultati ampiamente prevedibili (qualcuno ha detto FINALMENTE l'Oscar è andato a Di Caprio? Meritate una statuetta in testa, caSSo!) e qualche sorpresa perplimente. Ma partiamo senza indugio, soprattutto ringraziando Dio di aver passato la notte dormendo e non arrabbiandomi davanti allo schermo! ENJOY!


Cominciamo col premio che non ti aspetti? E cominciamoLO. Alla faccia di The Revenant, Room e Mad Max: Fury Road la statuetta per il Miglior Film l'ha portata a casa Il caso Spotlight. Sopracciglio alzatissimo per un film bello ma non memorabile, inattaccabile dal punto di vista della sceneggiatura (non a caso la pellicola porta a casa anche il premio per la Miglior Sceneggiatura Originale) ma per il resto nulla per cui gridare al miracolo. Diludendo, via. L'unica magra consolazione è la sonora pernacchia nei confronti del sopravvalutato The Revenant.


Nessuna sorpresa invece dal punto di vista di Regia e Miglior Attore Protagonista. Leonardo Di Caprio, dopo ANNI passati a far la figura del cretino nei meme dell'intero internetto, porta finalmente a casa l'ambita statuetta "per dovere", visto quanto sia i suoi ruoli in The Aviator che in The Wolf of Wall Street (per non dire i non nominati Django Unchained The Departed) fossero 100 spanne sopra l'ansimante Hugh Glass. Pazienza, era dovuto, ma mi spiace che ci abbia rimesso Bryan Cranston. Allo stesso modo, era scontata la vittoria di Alejandro Gonzales Iñarritu per la regia di The Revenant (speriamo che Immortan Joe arrivi a pigliarlo, povero Miller!!!!), che porta a casa anche l'Oscar per la Migliore Fotografia, per quel che ne capisco io l'unico veramente dovuto e meritato.

Miseria figlio mio, ce l'hai fatta!
Nonostante questa sequela di stronzate (e passatemi il francesismo) PERLOMENO Brie Larson ottiene il premio come Miglior Attrice Protagonista per la sua meravigliosa interpretazione in Room (di cui parlerò domani). Giubilo, alla faccia di Giennifer.

Brava, cì!! <3
Sul fronte Miglior Attore Non Protagonista arriva un altro colpo al cuore. Niente Oscar a Sylvester Stallone. E' davvero una brutta Notte questa per i grebani come me. Fortunatamente la statuetta va al mio secondo amichetto Mark Rylance, fenomenale ne Il ponte delle spie. Un po' di gioia ma, Academy mia, quanta mancanza di coraggio.

Ma non sei preoccupato che Sly ti picchi? "Servirebbe?"
A 'sti punti potrei anche smettere di scrivere, tanto l'Oscar per la Migliore Attrice Non Protagonista è andato ad Alicia Vikander (quanta banalità, che diamine!!) e non a Jennifer Jason Leigh. In compenso, l'amatissimo Ennio Morricone si è accaparrato quello per la Miglior Colonna Sonora Originale, zitti, sucare ed inchinarsi davanti al Maestro. Grazie per avergli dato quest'ennesima opportunità di dimostrare il Suo Genio, Quentin!

Vinciamo anche l'Oscar per il Vestito Urendo, eh.
Diamo un'occhiata anche agli altri premi, perlomeno a quelli di cui posso parlare con un minimo di cognizione di causa. Scontata ma apprezzatissima la vittoria di Inside Out come Miglior Film d'Animazione. I Migliori Effetti Speciali vanno giustamente al bellissimo Ex Machina mentre il bistrattato Mad Max: Fury Road  porta a casa solo una manciata di premi tecnici che compensano ben poco l'affronto al buon nome di George Miller (Miglior Montaggio, Migliori Costumi, Miglior Makeup, Miglior Sonoro, Miglior Montaggio Sonoro, Miglior Scenografia). Un premio è andato anche al carinissimo La grande scommessa, quello per la Miglior Sceneggiatura Non Originale, poca cosa ma meglio di nulla. La finiamo qui? E' meglio, ché questa Notte degli Oscar è stata davvero cheap. ENJOY!

Maestro! <3


venerdì 26 febbraio 2016

The Danish Girl (2015)

Gli Oscar si avvicinano prepotenti ma la distribuzione italiana fa cilecca e molti dei candidati arriveranno DOPO il 28. Questo fortunatamente non vale per The Danish Girl, diretto nel 2015 dal regista Tom Hooper e candidato a 4 premi Oscar (Eddie Redmayne Miglior Attore Protagonista, Alicia Vikander Miglior Attrice Non Protagonista, Migliori Costumi e Miglior Scenografia).


Trama: Einar Wegener è un pittore, sposato con l'artista Gerda. Quando quest'ultima lo convince a posare per un quadro in abiti femminili, Einar a poco a poco comincia a sentirsi estraneo al suo stesso corpo e a desiderare di essere donna, fino alle estreme conseguenze...


Mentre mi accingo a scrivere qualche riga su The Danish Girl, mi ritrovo a pensare quanto il film di Tom Hooper mi sarebbe piaciuto ben di più se nel frattempo non avessi visto Room, di cui parlerò prossimamente. Purtroppo per The Danish Girl, la pellicola di Lenny Abrahamson mi ha toccata e commossa più di quanto credessi possibile, forse anche per il fatto di averla vista in lingua originale, e al confronto la storia del "primo transgender" della storia mi è parsa un compitino bello, ben eseguito ma comunque un po' superficiale. La sensazione si è acuita dopo essermi documentata brevemente sulla vita di Einar e Gerta Wegener, cosa che mi ha fatto storcere il naso davanti alla scelta di rifarsi al romanzo omonimo di David Ebershoff piuttosto che alla raccolta dei documenti scritti dalla vera Lili Elbe, decisione che ha trasformato The Danish Girl nell'edulcorato racconto di una moglie devota alle prese con un marito deciso a diventare donna, con dovizia di scene costruite a tavolino per commuovere l'audience e perlomeno UNA scena capace di far venire in mente tutt'altro allo spettatore più o meno cinefilo (I'd Fuck Me. I'd Fuck Me HARD). In sostanza, la Danish Girl del titolo potrebbe essere Gerda Wegener e non Lili, in quanto la vera protagonista del film è la povera artista interpretata da Alicia Vikander, costretta, dopo aver dato dimostrazione della sua forza di donna indipendente e molto avanti per i suoi tempi, ad assecondare i (per carità!) comprensibili desideri di un marito che capisce di essere nato donna nel corpo di un uomo, standogli vicino fino alla morte e rinunciando alla propria felicità, alla sua indipendenza e alla possibilità di rifarsi una vita accanto ad altri compagni. Dal canto suo, Einar Wegener passa dall'apprezzare le nudità di una moglie disnibita al provare sempre più piacere nel sentirsi e vedersi femmina, subendo nel tempo una terrificante metamorfosi da marito timido e sottomesso a donna egoista, testarda e, ancor peggio, banalmente conforme ai dettami dell'epoca (il fatto che smetta di dipingere e trovi enorme gioia nel divenire commessa di supermercato, con annessi pettegolezzi e risolini assieme alle colleghe, mi ha spezzato il cuore), unendo così il peggio dei due sessi in un solo, tormentato ed incompleto essere.


Se dicessi quindi che non mi sarei aspettata un protagonista migliore, sarei una bugiarda e fortuna che The Danish Girl gode di un'ottima co-protagonista altrimenti la recensione sarebbe stata totalmente negativa, cosa ingiusta per un film comunque realizzato molto bene. Eddie Redmayne me lo hanno spacciato tutti come degno vincitore dell'Oscar di quest'anno ma mi chiedo davvero come si possa decretare la superiorità di un attore che per tutto il film si limita a sorridere leziosetto manco avesse una paresi oppure ad accasciarsi a terra, giancu cumme in papé (n.d.t., bianco come un foglio); ribadisco, non avendo visto il film in lingua originale magari non ho potuto apprezzare appieno la sua interpretazione ma whatever. Molto meglio, anche in italiano, Alicia Vikander, alla quale a rigor di logica sarebbe spettata una candidatura come Miglior Attrice Protagonista, se non fosse che i produttori hanno scelto di pomparla come NON protagonista per darle una maggior possibilità di vittoria e, vi dirò, ci hanno visto lungo, anche perché la fidanzata di Fassbender non regge il confronto con Brie Larson ma potrebbe tranquillamente sbaragliare la concorrenza (a scanso di equivoci, il mio voto andrebbe alla meravigliosa Jennifer Jason Leigh ma se la Academy la pensa come me mi mangio un cane) per la categoria in cui è stata relegata. Il resto del cast a onor del vero lascia un po' a desiderare e si salva soltanto la splendida Amber Heard che, in una manciata di minuti, riesce ad imporsi decisamente più dei due mollissimi Matthias Schoenaerts (mio Dio ma quanto è MMostro????) e Ben Whishaw, mentre tocca levarsi il cappello davanti agli splendidi costumi e alle scenografie, talmente belli da provocare un insano desiderio di poter vivere negli anni '20, in una Parigi purtroppo un po' poco bohemienne per i miei gusti. Insomma, non posso nascondere un po' di delusione, soprattutto considerato che da Hooper e dagli attori coinvolti mi aspettavo come minimo un capolavoro, ma non posso nemmeno dire che The Danish Girl sia un film brutto, anzi. Forse, nonostante lo spinoso tema trattato, è un po' poco coraggioso, quello sì.


Del regista Tom Hooper ho già parlato QUI. Alicia Vikander (Gerda Wegener), Eddie Redmayne (Einar Wegener/Lili Elbe), Amber Heard (Ulla), Ben Whishaw (Henrik) e Matthias Schoenaerts (Hans Axgil) li trovate invece ai rispettivi link.


Gerda Wegener nella realtà non era la moglie sofferente e fedele dipinta nel film e nel romanzo di David Ebershoff da cui è stato tratto, la donna portava avanti una relazione "libera" col marito ed era quasi sicuramente bisessuale e molto probabilmente lesbica, come si evince dalle sue famose illustrazioni lesbo-erotiche, peraltro mai mostrate nella pellicola; inoltre, i personaggi di Henrik e Hans (con il quale, almeno nel romanzo, Gerda finisce per avere una relazione) non sono mai esistiti e Gerda e Lili (che, con tutta probabilità, era già nata intersessuale) non hanno affrontato assieme le operazioni di quest'ultima perché Gerda nel frattempo si era risposata con un italiano ed era andata a vivere prima in Italia poi in Marocco, dove ha saputo della morte di Lili dopo dieci anni. The Danish Girl ci ha messo più o meno lo stesso tempo per venire prodotto e realizzato e a un certo punto di questo lungo cammino Nicole Kidman si è offerta di produrre il film e vestire i panni di Lili, pur avendo molti problemi a trovare un'attrice che interpretasse Gerda: Charlize Theron era stata la prima scelta ma poi ha rinunciato, lo stesso è successo a Gwyneth Paltrow e Rachel Weisz, la quale ha lasciato la parte alla Vikander appena il progetto è passato nelle mani di Tom Hooper. Detto questo, se The Danish Girl vi fosse piaciuto potreste cercare Man into Woman, la vera biografia di Lili Elbe messa assieme da Niels Hoyer a partire dagli stessi scritti della donna, e aggiungere film come The Dallas Buyers Club e Boys Don't Cry. ENJOY!


domenica 6 dicembre 2015

Operazione U.N.C.L.E. (2015)

Tra un recupero e l'altro sono riuscita ad infilare anche Operazione U.N.C.L.E. (The Man from U.N.C.L.E.), diretto e co-sceneggiato dal regista Guy Ritchie.


Trama: negli anni della guerra fredda una spia russa e una americana devono collaborare per impedire che un'organizzazione filonazista metta le mani su un ordigno atomico..



Operazione U.N.C.L.E era passato praticamente inosservato agli occhi della sottoscritta, chissà perché. Normalmente apprezzo molto Guy Ritchie e un film diretto da lui è qualcosa che non mi dispiace affatto andare a vedere al cinema ma stavolta, complice forse la mancanza di Robert Downey Jr. e la presenza di un trailer non proprio esaltante avevo deciso di lasciar perdere, anche perché non ho mai guardato un solo episodio di Organizzazione U.N.C.L.E., serie che ha ispirato la pellicola. Col senno di poi confermo la bontà della scelta di non vedere il film in sala; Operazione U.N.C.L.E. è un action stilosetto ma abbastanza banale, a tratti divertente e sicuramente dotato di ritmo ma, in definitiva, ben poco memorabile e più volte durante la visione mi sono ritrovata ad invocare il nome di Matthew Vaughn, a mio avviso il nome più adatto per finire dietro la macchina da presa quando si tratta di pellicole come questa. In poche parole Operazione U.N.C.L.E. è una spy-story vintage che sfrutta essenzialmente il costante gioco degli opposti tra il piacione americano Solo e il taciturno russo Illya, sempre sull'orlo della psicopatia, arricchita di parecchi momenti umoristici atti a stemperare le scene più violente o serie e anche di un pizzico di frustrante romanticismo (sarà che ho sempre avuto un debole per le spie che vengono dal freddo o forse perché parecchi atteggiamenti di Illya sembravano scritti apposta per Jigen, a un certo punto l'unico mio interesse guardando il film è diventato sapere se Hammer e la Vikander avrebbero concluso qualcosa!); tra un inganno, una pistolettata e un pugno la trama, piuttosto lineare e prevedibile nonostante un paio di twist inseriti qui e là, trascina lo spettatore dalla Germania all'Italia, dove pittoreschi personaggi tra i quali spicca una malvagia nobildonna cercano di costruire un ordigno nucleare onde tenere in scacco le maggiori potenze mondiali ai tempi della cortina di ferro.


Se vi sembro poco entusiasta del film è perché non c'è traccia, nella regia e nel montaggio, di quelle tamarrate un po' cialtrone alle quali mi aveva abituata Guy Ritchie ai tempi di Sherlock Holmes, né ovviamente della stilosa inventiva dei vecchi Snatch o Lock & Stock, cosa che rende il prodotto troppo spesso anonimo. Non bastano un guardaroba anni '60, per quanto bellissimo, o un paio di split screen per appagare i miei occhietti, tanto più che Operazione U.N.C.L.E. risulta svogliato e poco originale anche per quel che riguarda le scene d'azione, dotate di una coreografia e una messa in scena anche troppo misurate; insomma, in mancanza di uno status "serio" od autoriale un film simile deve sbragare, c'è poco da fare, soprattutto se me lo dirige Guy Ritchie, non basta che sia un ibrido garbato ed indeciso. Stessa cosa vale per gli attori. Come sapete a me piacciono i duri imperfetti, non i fighettini squadrati che vanno tanto di moda adesso. Armie Hammer e Henry Cavill rientrano purtroppo nella seconda categoria; il primo non riuscirebbe ad essere psicopatico nemmeno se la sua malattia fosse certificata, tuttavia il suo modo di fare tra il burbero e il teneroso in qualche modo è riuscito a strappare una minima approvazione da parte mia, mentre Cavill non ha il fascino necessario per essere credibilmente piacione, mi spiace. Guardando inoltre il film in lingua originale si rischia la morte per gli accenti fasulli messi in bocca ai personaggi (Alicia Vikander bellissima ma tedesca quanto me) e gli unici che si salvano sono il già citato Cavill e Hugh Grant, costretto in un cameo a dir poco sprecato, mentre al nativo italiano come la sottoscritta rischia di salire la carogna all'udire la propria lingua biascicata da comparse palesemente straniere: dico ma portare avanti un casting a Roma vi faceva davvero schifo? Mah. A parte tutto, se cercate un film divertente e poco impegnativo Operazione U.N.C.L.E. potrebbe anche andare bene ma non aspettatevi di ricordarlo il giorno dopo!


Del regista e co-sceneggiatore Guy Ritchie ho già parlato QUI. Armie Hammer (Illya), Alicia Vikander (Gaby), Hugh Grant (Waverly) e Jared Harris (Sanders) li trovate invece ai rispettivi link.

Henry Cavill (vero nome Henry William Dalgliesh Cavill) interpreta Solo. Inglese (è nato nel Baliato di Jersey, parte delle Isole del Canale), ha partecipato a film come Hellraiser VIII, Stardust e L'uomo d'acciaio. Ha 32 anni e quattro film in uscita tra cui Batman vs Superman: Dawn of Justice e le due pellicole dedicate alla Justice League.


Sia George Clooney che Tom Cruise erano stati scelti come Napoleon Solo ma il primo ha rinunciato per problemi di salute mentre il secondo ha preferito tornare a dedicarsi a Mission Impossibile; è subentrato così Henry Cavill, che aveva invece partecipato alle audizioni per il ruolo di Illya. Anche alla regia ci sono stati dei cambiamenti dopo che Steven Soderbergh ha scelto di rinunciare al film per divergenze budgetarie e riguardanti il cast. Come ho detto nel post, la pellicola è una sorta di prequel della serie Organizzazione U.N.C.L.E. quindi, visti anche i titoli di coda, potrebbe profilarsi all'orizzonte un sequel ma per ora non si sa nulla e tra i progetti futuri di Guy Ritchie non c'è traccia di un Operazione U.N.C.L.E. 2; nell'attesa di saperne di più, se il film vi fosse piaciuto recuperate la serie e aggiungete Kingsman: Secret Service. ENJOY!

venerdì 7 agosto 2015

Ex Machina (2015)

Dopo Kristy, alla fine sono riuscita a guardare anche il secondo dei film che m'ispiravano questa settimana, ovvero Ex Machina, scritto e diretto dal regista Alex Garland. Segue post privo di spoiler, tranquilli.


Trama: il giovane programmatore Caleb vince il primo premio di una lotteria interna all'azienda, ovvero la possibilità di passare una settimana in un luogo isolato assieme al geniale Nathan. Il vero scopo di quest'ultimo però è quello di utilizzare Caleb per sottoporre il robot Ava al test di Turing e verificare se quest'ultima può essere davvero definita un'intelligenza artificiale...



Chi bazzica spesso il Bollalmanacco avrà più volte letto che la fantascienza non è proprio il mio genere. Prima di cominciare a parlare di Ex Machina sarà meglio chiarire una volta per tutte questo personalissimo punto di vita. La verità è che, a differenza di molte persone che ritengono erroneamente la fantascienza come un coacervo di storielle per ragazzini zeppe di astronavi, robot e alieni, io davanti a questo genere mi sento soverchiare da un'ignoranza spaventosa. Avendo sempre privilegiato, fin dalle elementari, le materie umanistiche, cose come le intelligenze artificiali, i paradossi temporali, le dinamiche che regolano la vita sulla Terra e nell'intero universo mi hanno sempre attirata poco e conseguentemente manco innanzitutto delle basi "tecniche" per affrontare la Fantascienza con la F maiuscola. Se a ciò si aggiunge che proprio questa ignoranza di base mi ha spesso tenuta lontana, vuoi per timore di annoiarmi a morte, vuoi per timore di non capire, da moltissime opere seminali sia cinematografiche che letterarie, capita che ogni volta che decido di guardare un film come Ex Machina mi sembra di essere lo scemo del villaggio alle prese con la compilazione del 730. Ergo, la fantascienza "non è il mio genere". Eppure mi ritrovo ad apprezzarla e a rispettarla. Com'è effettivamente accaduto con Ex Machina, pellicola resa assai ostica dall'infinità di citazioni e riferimenti presenti nei dialoghi, che spaziano dal test di Turing (fondamentale ai fini della trama ma ovviamente io non ne conoscevo l'esistenza fino a, tipo, ieri), al fisico Oppenheimer (il creatore della bomba atomica), per arrivare al Prometeo "antico", a quello moderno del Frankenstein di Mary Shelley, passando per il filosofo Ludwig Wittgenstein ed infilando nella trama Platone, Barbablù, Kubrick, Tiziano, persino Star Trek. Come ha detto giustamente Giuseppe de Il buio in sala, con tanta carne al fuoco si rischia di perdere l'insieme e dimenticare questi dialoghi così pregni subito dopo averli ascoltati perché il cervello si riempie di così tante informazioni che si fa davvero fatica a seguire e capire tutto o anche solo ad entrare in risonanza con questi personaggi così colti e geniali. Il che è paradossale, perché la storia di Ex Machina è talmente semplice ed universale che la potrebbe apprezzare persino un bambino.


Liberando la pellicola di Garland da tutti questi meravigliosi e intelligentissimi "fronzoli" rimane la potente storia di una creatura che anela alla libertà, di un uomo accecato dall'arroganza e di un povero cristo spinto più dalla bontà e da una profonda solitudine che dalla sete di conoscenza. I destini dei tre protagonisti si intrecciano in un gioco fatto di inganni e mezze verità, di test dove non è chiaro chi sia il soggetto e chi l'oggetto, di giochi mentali che portano a dubitare della propria natura e di quella di chi ci circonda. Quello che emerge da Ex Machina è un'interessante analisi di cosa ci renda davvero umani, di cosa serva per determinare se l'artefatto che abbiamo davanti possa essere definito "intelligenza artificiale" (ovvero in grado di superare la programmazione ed arrivare a portare avanti dei ragionamenti indipendenti) oppure semplicemente un freddo computer e inoltre la pellicola analizza anche la differenza tra "conoscenza" ed "esperienza", portando all'attenzione dello spettatore il magnifico esempio della donna che conosceva tutti i colori pur avendo vissuto sempre in una stanza bianca e nera e che ha potuto apprezzarli davvero soltanto una volta uscita, "vedendo" così i colori in natura ed usufruendo degli altri quattro sensi e soprattutto del cuore. A proposito di colori, sapete perché ho voluto guardare a tutti i costi Ex Machina nonostante il mio atavico terrore nei confronti della fantascienza? Perché ero rimasta affascinata dal verde brillante che veniva mostrato nel trailer, dall'incredibile bellezza delle location esterne (ah la Norvegia, che meraviglia!!) e dalla sottile inquietudine che mi hanno messo addosso gli interni zeppi  di specchi, telecamere, corridoi, porte chiuse, finestre e virati nei colori del rosso e del blu. Ed effettivamente il trailer per una volta non è stato ingannevole perché Ex Machina è soprattutto uno spettacolo per gli occhi, un trionfo di colori ed ombre mai utilizzati a caso (il bianco, simbolo di innocenza e purezza, acquista una valenza decisamente beffarda) che avvolgono la splendida figura di Ava, all'interno della quale la perfezione dell'effetto speciale e la bellezza naturale di Alicia Vikander si fondono per regalare allo spettatore un personaggio indimenticabile. E non me ne vogliano gli altri due bravissimi comprimari, soprattutto il roscio Domhnall Gleeson a cui voglio sempre più bene. Ci sarebbero mille altre cose da dire su Ex Machina ma, come ho detto all'inizio, conosco poco l'argomento e non vorrei incappare in fregnacce più grandi di me, quindi vi consiglio di guardare assolutamente il film di Garland e di farlo col cuore, senza preoccuparvi troppo di cogliere ogni singolo riferimento. Secondo me, abbiamo un altro potenziale candidato per la Top 5 di fine anno!


Di Domhnall Gleeson (Caleb) e Oscar Isaac (Nathan) ho già parlato ai rispettivi link.

Alex Garland è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo film dietro la macchina da presa. Inglese, ha firmato le sceneggiature di film come The Beach, 28 giorni dopo e Non lasciarmi. Anche produttore, ha 45 anni.


Alicia Vikander interpreta Ava. Svedese, ha partecipato a film come Royal Affair e Anna Karenina. Ha 27 anni e sei film in uscita.


Se Ex Machina vi fosse piaciuto recuperate Ghost in the Shell, Under the Skin, Her, Blade Runner, A.I. Intelligenza artificiale, Metropolis e ovviamente 2001: Odissea nello spazio. ENJOY!

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