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mercoledì 22 luglio 2026

Il Bollalmanacco On Demand: Buon compleanno Mr. Grape (1993)


Oggi torna il Bollalmanacco on Demand con una richiesta di Lory! Il film di oggi è Buon compleanno Mr. Grape (What's Eating Gilbert Grape), diretto dal regista Lasse Hallström e tratto dal romanzo omonimo di Peter Hedges, anche sceneggiatore. Il prossimo film On Demand sarà The Square. ENJOY!

TRAMA

Gilbert vive assieme al fratello Arnie, affetto da una grave disabilità intellettiva, alle due sorelle e alla madre, la quale dopo il suicidio del marito si è lasciata andare diventando talmente obesa da non potersi muovere dal divano. I suo giorni passati ad accudire i familiari scorrono lenti e privi di stimoli, finché nella sonnolenta cittadina dove vive arrivano Becky e la nonna, due nomadi che girano l'America in camper...

RECENSIONE

Buon compleanno Mr. Grape era uno di quei film che, all'epoca, avevano guardato praticamente tutti quelli che conoscevo, e che io avevo invece volutamente evitato per un unico, importantissimo motivo: detestavo Leonardo DiCaprio, universalmente acclamato come un gran figo, e quella sua faccetta da coglioncello imberbe. Poco m'importava che in Buon compleanno Mr. Grape il suo ruolo fosse quello di un ragazzino con problemi intellettivi e che il film non avesse a che fare con sdolcinate storie d'amore, DiCaprio mi stava sulle balle quindi via, camminare. Adesso, per contro, non sopporto Johnny Depp, che all'epoca era uno dei miei attori preferiti, mentre invece adoro DiCaprio, quindi diciamo che, se da una parte vedere Buon compleanno Mr. Grape mi ha portata a pentirmi di avere sempre snobbato un'interpretazione di DiCaprio a dir poco allucinante, dall'altra ho provato fastidio ad ogni apparizione di Depp. Il problema è che il titolo italiano del film, orribile sotto ogni punto di vista, darebbe a intendere che il protagonista sia Arnie, invece la trama si concentra, come da titolo originale, su Gilbert e su quello che lo rode, che lo disturba al punto da dare l'impressione di essere una sorta di "passeggero" della vita, apatico ed inespressivo. Ne ha ben donde, poveraccio. Gilbert è il figlio maggiore (in realtà ce ne sarebbe un altro ma ha preferito la vita militare) della famiglia Grape e, come tale, è costretto a prendersi cura di due sorelle, una madre che è ormai diventata talmente grassa da non potersi più muovere, e di un fratellino, Arnie, con gravi disabilità intellettive. La trama del film è interamente incentrata su un soffocante senso di immobilità e prigionia, che sia o meno volontaria. La madre di Gilbert, dopo il suicidio del marito, si è imprigionata all'interno di un corpo informe, diventando l'insano pilastro attorno al quale ruotano le abitudini quotidiane della famiglia. La sorella maggiore di Gilbert, giocoforza, è stata costretta ad assumere il ruolo di "donna di casa", la sorella minore, pur andando ancora al liceo, lavora per aiutare con le spese, e Gilbert, oltre a lavorare, è stato eletto a "guardiano" del fratellino disabile. Le responsabilità nei confronti della famiglia, assieme al trauma mai superato per il suicidio del padre e alla sostanziale immobilità della cittadina di provincia in cui vive, hanno fatto di Gilbert un ragazzo taciturno ed introverso, vittima di una routine soffocante ed incapace di guardare al futuro.

Paradossalmente, prima dell'arrivo della nomade Becky, è proprio l'imprevedibilità delle azioni di Arnie, per quanto radicate anch'esse in una sorta di routine, a rappresentare l'unico diversivo all'interno di una cittadina ormai morta. Arnie dice quello che gli passa per la mente, vuole salire "in alto", anela ad una commovente libertà che non può esprimere a parole, ed è anche per questo che Gilbert prova, verso il fratello, un complesso mix di amore e odio: c'è ovviamente l'angoscia di percepirlo come una zavorra che non gli impedirà mai di prendere il largo (e lo stesso vale per la madre, che zavorra lo è anche fisicamente) ma c'è anche l'invidia di vederlo ancora innocente, sgravato da qualsiasi responsabilità, questo nonostante la consapevolezza della tragedia della condizione di Arnie. Per tutto il film, Gilbert tenta di affrancarsi dalle catene che lo legano, ma sono minuscole ribellioni che non portano a nulla e che gli arrecano ancora più dolore, perché è la sua visione del mondo ad essere ristretta ed immutabile; è l'incontro con Becky a consentirgli di guardare le cose da un altro punto di vista, perché la ragazza prende la vita così com'è, senza pregiudizi, accettandola e vivendola appieno sia nel bene che nel male. Lasse Hallström, vero maestro quando si tratta di portare sullo schermo le assurdità della vita di provincia, crea non solo un microcosmo fatto di negozietti e tavole calde dove tutti si conoscono, ma fa della casa di Gilbert una metafora del suo stesso tormento interiore; un edificio costantemente bisognoso di riparazioni, all'interno del quale il tempo si è fermato a quando la famiglia era unita e felice, e dove tutto è stato riorganizzato attorno alla gigantesca mole di Mrs. Grape, insomma una prigione se mai ne è esistita una. Johnny Depp, con un'improbabile tinta rossiccia, attraversa il film sempre con la stessa espressione e, proprio per questo, veicola l'immagine calzantissima di un ragazzo morto dentro, privo di speranze e desideri salvo qualche blando prurito sessuale giusto per salvarsi dalla noia. La sua è un'interpretazione commovente, soprattutto quando viene enfatizzata dall'interazione con DiCaprio, il quale dà l'illusione perfetta di avere davvero dei problemi mentali. I suoi tic, lo sguardo sfuggente, le risate improvvise e la disperazione altrettanto repentina, l'intero linguaggio corporeo dell'attore è la prova di uno studio che va al di là della mera imitazione, ma che parte dal rispetto e dalla comprensione di chi si trova in quelle stesse condizioni. E se quella di DiCaprio è una mimesi perfetta, l'aspetto più tragico del film è la realtà della fisicità di Darlene Cates, la quale ha avuto un declino fisico e mentale assai simile a quello di Mrs. Grape, il che rende ogni sua scena ancora più dolorosa e commovente. In sostanza, ho aspettato più di 30 anni per recuperare Buon compleanno Mr. Grape ma adesso sono molto contenta che Lory me lo abbia chiesto. D'altronde, sospettavo mi sarebbe piaciuto, perché il Lasse Hallström degli anni '90 e degli inizi del nuovo millennio era uno dei miei registi preferiti!

CAST

Johnny Depp (Gilbert Grape), Leonardo DiCaprio (Arnie Grape), Juliette Lewis (Becky), Mary Steenburgen (Betty Carver), Laura Harrington (Amy Grape), John C. Reilly (Tucker Van Dyke) e Crispin Glover (Bobby McBurney) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Lasse Hallström (vero nome Lars Sven Hallström) è il regista del film. Svedese, ha diretto film come Qualcosa di cui... sparlare, Le regole della casa del sidro, Chocolat, The Shipping News - Ombre dal profondo e Hachiko - Il tuo migliore amico. Anche sceneggiatore, montatore, produttore e attore, ha 80 anni. 
  • Kevin Tighe (vero nome Jon Kevin Fishburn) interpreta Mr. Carver. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto a 4 zampe, Ancora 48 ore, Mumford, San Valentino di sangue, Una battaglia dopo l'altra e a serie quali Squadra emergenza, Love Boat, La signora in giallo, I racconti della cripta, E.R. Medici in prima linea, Oltre i limiti, Rose Red, The 4400, Numb3rs e Lost. Anche regista e sceneggiatore, ha 82 anni.

CURIOSITÀ

Leonardo DiCaprio, all'epoca delle riprese nemmeno ventenne, era stato nominato all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, perso contro Tommy Lee Jones per Il fuggitivo. Se Buon compleanno Mr. Grape vi fosse piaciuto recuperate Rain Man, Le regole della casa del sidro e Little Miss Sunshine. ENJOY!

martedì 30 settembre 2025

Una battaglia dopo l'altra (2025)

Non ero granché convinta ma, siccome ne stavano parlando tutti bene, ho deciso di andare al cinema a vedere Una battaglia dopo l'altra (One Battle After Another), diretto e sceneggiato dal regista Paul Thomas Anderson, ispirato al romanzo Vineland di Thomas Pynchon.


Trama: "Ghetto" Pat Calhoun, ex un rivoluzionario esperto di esplosivi, è costretto a darsi alla fuga e andare a vivere in una cittadina sperduta assieme alla figlia quando la sua ex compagna, Perfidia Beverly Hills, viene catturata dal governo. Anni dopo, il passato di Pat, ora Bob, torna a mettere in pericolo lui e la figlia ormai sedicenne...


Come ho scritto su, non ero molto convinta di andare a vedere Una battaglia dopo l'altra. Il motivo è che, all'epoca, la premiata ditta Paul Thomas Anderson/Thomas Pynchon mi aveva fatto venire il latte alle ginocchia con Vizio di forma, e l'ultimo film del regista, Licorice Pizza, mi aveva entusiasmata poco. Complice la durata di quasi tre ore, temevo sarei stata uccisa dal Bolluomo, trascinato allo spettacolo delle 21, dopo pochi minuti dall'inizio e, soprattutto, che avrei accolto la morte con gioia, invece Una battaglia dopo l'altra si è rivelato inaspettatamente gradevole. Girato per la maggior parte in Vista Vision, cosa che purtroppo qui in Italia conta quanto il due di coppe a briscola, Una battaglia dopo l'altra è un esempio di magnifica regia, di intelligentissimo montaggio, di splendida fotografia, di attenzione ai costumi (ci sono alcuni capi di vestiario che si ripropongono di personaggio in personaggio, con diverse valenze) ed è uno dei rari film recenti in cui la colonna sonora è fondamentale per definire il ritmo del racconto. Che, fin dalla prima scena, inanella appunto "una battaglia dopo l'altra", come da citazione presa da una dichiarazione del 1969 e attribuita al gruppo rivoluzionario The Weather Underground. Non c'è mai un istante di stasi all'interno del film, che inizia come se ci trovassimo davanti la scena madre di un film action e da lì non diminuisce né in tensione né in movimento, visto che la cinepresa non sta ferma un secondo e, attraverso lunghi piani sequenza, segue personaggi perennemente in agitazione, anche quando stanno immobili a stordirsi di droga sul divano. Persino quest'immobilità, infatti, è la facciata di animi tormentati, di un nervosismo che precede o segue un'azione importante per il destino del personaggio stesso, che sia o meno volontaria; il risultato è che lo spettatore non sa mai cosa aspettarsi da Una battaglia dopo l'altra, e si trova sempre sul chi va là, che si parli di Bob, Willa e Perfidia, oppure della misteriosa "agenda" del terribile colonnello Lockjaw. Nel primo caso, la cinepresa segue i personaggi nel corso dei frenetici ingressi all'interno di luoghi chiave per la riuscita della loro rivoluzione e poi nella loro precipitosa fuga dalle autorità (culminante in un inseguimento in macchina allucinante, che dà l'illusione di trovarsi davvero sull'auto guidata da Willa); nel secondo caso, Anderson indugia sul volto indurito di un Sean Penn disgustoso, sul tormento di un uomo deprecabile, diviso tra la brama sessuale verso Perfidia, rivoluzionaria di colore, e il desiderio di entrare a far parte dell'imbarazzante élite di uomini bianchi, eterosessuali, potenti, razzisti e misogini che rispondono al nome di "Pionieri del Natale". Come ho scritto sopra, questo movimento frenetico, di persone sballottate e tormentate, si riflette sulla colonna sonora. Salvo alcune canzoni il cui testo richiama la situazione contingente, buona parte dello score di Jonny Greenwood è composto da accordi di piano dissonanti (non me ne intendo ma mi è sembrato che venisse ripetuta spesso la stessa nota), con qualche altro strumento che interviene sporadicamente a creare delle fughe ansiogene. 


A fronte di un comparto tecnico di prim'ordine, ciò che mi impedisce di definire "capolavoro" Una battaglia dopo l'altra è che la trama, un mix di action, commedia nera e dramma, è piuttosto semplice, se posso permettermi di usare un termine simile. Anderson si ispira a Pynchon e, pur trasportando la storia di Vineland ai giorni nostri (non è troppo difficile scorgere richiami a MAGA e Antifa), da ad intendere che le battaglie per la libertà, contrapposte allo schifo di valori che vanno contro ogni idea di democrazia, sono radicati da sempre all'interno della storia americana. E il messaggio di Anderson è chiaro, ovvero che nessuno dei due estremi è una via auspicabile, quello di destra per ovvi motivi, quello di sinistra perché porta a risoluzioni violente che rischiano di distruggere quanto di buono esiste in un messaggio di libertà, condivisione e apertura mentale. Perfidia, in primis, è un personaggio borderline, che farebbe qualunque cosa per la sua causa, ed è egoisticamente drogata dell'adrenalina che deriva dalla sua furiosa lotta per la rivoluzione; quasi di rimando, dopo essere stato abbandonato, Bob drogato lo diventa davvero, ed acuisce in questo modo la paranoia instillatagli in decenni di "indottrinamento" contrario alla sua natura di uomo "statico". Forse per questo il personaggio migliore di tutti è il Sensei di Benicio Del Toro, impegnato ma equilibrato, consapevole della necessità di una mente sana che organizzi con rigore una ribellione votata innanzitutto al bene delle persone, non al terrorismo. Poiché, a parer mio, i concetti e il canovaccio di base sono molto semplici ed immediati, quello che mi ha fatta un po' storcere il naso è l'impressione che Anderson abbia voluto "complicare" le cose, intrecciando vicende e inserendo innumerevoli personaggi che compaiono pochi minuti, giusto per allungare un brodo che avrebbe potuto durare una mezz'oretta in meno. Nonostante questo, le quasi tre ore passano in un lampo e il film è leggero come una piuma, soprattutto grazie alle interpretazioni di Sean Penn, della cazzutissima virago Teyana Taylor, che si mangia la maggior parte delle eroine action degli ultimi anni, e dell'adorabile Leonardo DiCaprio. Sapete che da ragazzina non lo sopportavo, segaligno ed efebico com'era, ma ora che ha smesso di curare l'aspetto fisico e ha accettato di diventare la versione moderna di Jack Nicholson nel finale de Le streghe di Eastwick, con una punta di fattanza alla Drugo Lebowski, lo trovo adorabile, e ogni sua interpretazione mi strappa l'applauso, come in questo caso. Una battaglia dopo l'altra è dunque l'ennesima conferma di come Paul Thomas Anderson sia uno dei pochi Autori completi rimasti a combattere una disperata guerra cinematografica contro remake, reboot, revival, seguiti ed opere mastodontiche che finiscono dritte nel tritacarne dello streaming, e anche solo per questo Una battaglia dopo l'altra merita di essere visto in sala (possibilmente una con le palle). Ne vale davvero la pena!


Del regista e sceneggiatore Paul Thomas Anderson ho già parlato QUI. Leonardo DiCaprio (Bob), Sean Penn (Col. Steven J. Lockjaw), Benicio Del Toro (Sensei Sergio St. Carlos), Tony Goldwyn (Virgil Throckmorton) e Jena Malone (voce al telefono) li trovate invece ai rispettivi link.

Regina Hall interpreta Deandra. Americana, ha partecipato a film come Scary Movie, Scary Movie 2, Scary Movie 3, Scary Movie 4, Superhero - Il più dotato tra i supereroi e a serie quali Ally McBeal. Anche produttrice, ha 55 anni e tre film in uscita.


Teyana Taylor
, che interpreta Perfidia Beverly Hills, è una nota cantante R&B americana. Alana Haim, protagonista di Licorice Pizza, compare nel ruolo della rivoluzionaria bianca che mette l'esplosivo nella banca. ENJOY! 


venerdì 27 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon (2023)

Siccome è uscito al ridosso del ToHorror, ho dovuto aspettare fino a martedì per vedere il nuovo film diretto e co-sceneggiato da Martin Scorsese, Killers of the Flower Moon, tratto dal libro omonimo di David Grann. Ne è valsa la pena? (Che domande, ovviamente SI'!)


Trama: anni '20, città di Fairfax. Al ritorno dal fronte della Prima Guerra Mondiale, Ernest Burkhart trova una terra dove gli indiani Osage si sono arricchiti grazie al petrolio. Lavorando come autista, conosce la giovane Osage Mollie e la sposa, ma il ricco zio Bill Hale trama nell'ombra...


Tra poco Scorsese compirà 81 anni e io vorrei arrivarci, alla sua età, con questa coerenza e lucidità. Killers of the Flower Moon (film che, per inciso, non metterei mai nella lista dei suoi primi 5, ma ciò non vuol dire sia brutto) è l'ennesima conferma della solidità della poetica Scorsesiana, legata alle radici più profonde della nazione Americana, una nazione che affonda nel sangue fin dalle sue origini e che vive pregna di sangue e violenza, vittima di mille contraddizioni e destinata a dimenticare il proprio passato o rinnegarlo. E' anche, ovviamente, una storia di persone che sono condannate ad un destino orribile nel momento esatto in cui si allontanano dal loro ambiente originario, vittime di un mondo che non comprendono appieno, e questo vale sia per gli Osage che, neanche a dirlo, per il protagonista Ernest Burkhart. Nel corso degli anni Scorsese si è fatto più cinico e, se prima i suoi personaggi erano comunque dotati di un'intelligenza che veniva obnubilata dal "vizio" e dall'eccesso, ora ci troviamo spesso davanti dei babbei senza arte né parte, mossi come marionette da gente che se la crede e sicuramente sa come stare al mondo, ma dimostra lo stesso ben poco cervello in più. Ernest, in questo, è emblematico. Il "coyote dagli occhi azzurri" più che un coyote è un cojone, un fannullone assetato di soldi che, pur amando di cuore la sua sposa indiana, non riesce a spezzare la pesante influenza che ha su di lui lo zio Bill, il Re di Fairfax, e corre allegro verso il baratro della rovina sua e della sua famiglia senza quasi neppure capire le implicazioni di ogni suo gesto. D'altra parte, Re Bill non è più furbo. Sovrano di un piccolo regno fatto di bianchi buzzurri e indiani troppo ingenui o resi sicuri dalla ricchezza per capire chi hanno davanti, Bill è in grado di giocare solo secondo le sue regole, consapevole di avere le spalle coperte anche nell'eventualità di dover buttare all'aria la scacchiera, ma crolla come un castello di carte nel momento in cui subentrano giocatori esterni neppure troppo abili. La pietà di Scorsese è, piuttosto, riservata agli Osage, nonostante la "colpevolezza" di avere rinnegato (con dolore, come testimonia la commovente sequenza iniziale) buona parte del loro retaggio, sporcandolo con la ricchezza dell'oro nero; come buona parte dei "vinti" scorsesiani, gli Osage sono stati divorati da una società che ha sfruttato proprio il loro desiderio di fare parte di un altro mondo e, in seguito, dimenticati quando la storia è stata riscritta dai vincitori, ridotta a mero racconto per casalinghe o piccola nota a pié di pagina. 


L'andamento del racconto (sì, il film dura tre ore e mezza, no, a me sono passate in un lampo ma capisco che non siamo tutti uguali) è inevitabilmente quello di un'epopea, di un noir atipico dove il colpevole si conosce fin dall'inizio, e va in netta contrapposizione con la velocità con cui i protagonisti bianchi sembrano dimenticarsi delle vittime Osage; per lo stesso motivo, la violenza sulle vittime è ripresa in campo lungo, a rispecchiare la loro natura poco importante agli occhi della città di Fairfax, e il regista preferisce insistere invece sui primi piani e piani americani, indagando sulla natura dei protagonisti, sulle maschere che indossano, sul lampo brutale di disprezzo di occhi che si fingono amici, sulla malinconica, terribile dignità di chi è costretto a vivere terrorizzato nella sua stessa casa eppure ancora si affida, speranzoso, a un briciolo di amore e umanità. Killers of the Flower Moon è un mosaico di sequenze inaspettatamente poetiche che si inseriscono in un contesto spesso triviale, e in esso la storia vera (quella raccontata da foto in bianco e nero) si mescola ad embrioni di fiction spettacolarizzante (la sequenza dello show radiofonico è spettacolare), passando attraverso gli occhi di chi non capisce letteralmente nulla e rimane lì, a provare dolore senza capire bene perché, oggetto di una lunghissima sequenza di court drama dove i concetti vengono ribaditi più e più volte (nulla me lo toglie dalla testa) a suo uso e consumo, con sommo scorno di uno spettatore già provato. Per questo, l'interpretazione di Di Caprio è perfetta. Ernest passa il tempo a cercare di imitare il Re, a cui guarda come una divinità e come esempio da seguire, conseguentemente la sua mimica facciale è la versione distorta e quasi caricaturale di quella di De Niro, che invece è l'apoteosi del vecchio bastardo che ha in odio il mondo intero e pensa solo a se stesso. In una sfilata di facce davvero brutte (ma amate. Ciao Brendan, ciao John, ciao Martin, ciao Larry e Pat!!) spicca il volto bellissimo di Lily Gladstone, con la sua espressione compassata e gli occhi tristi e profondi, rappresentazione vivente di un popolo forte ma ridotto, con "amore", a folkloristico ricordo celebrato dai pochi che hanno ancora memoria, e danzano sotto la Flower Moon in un finale di inenarrabile tristezza. Dite quello che volete, ma per me Scorsese ha fatto centro anche stavolta, e quando avrà voglia di rapirmi per altre tre ore e mezza saprà sempre dove trovarmi.


Del regista e co-sceneggiatore Martin Scorsese (che compare nei panni del produttore radiofonico) ho già parlato QUI. Leonardo DiCaprio (Ernest Burkhart), Robert De Niro (William Hale), Jesse Plemons (Tom White), John Lithgow (Peter Leaward, avvocato dell'accusa), Brendan Fraser (W.S. Hamilton), Pat Healy (Agente John Burger), Michael Abbott Jr. (Agente Frank Smith) e Larry Fessenden (interprete radiofonico di Hale) li trovate invece ai rispettivi link.


Leonardo DiCaprio doveva inizialmente interpretare l'agente Tom White, ma il ruolo è andato a Jesse Plemons (che ha rinunciato così a partecipare a Nope nei panni di Jupe) perché Scorsese ha deciso di rendere il rapporto tra Mollie ed Ernest il fulcro del film. Ciò detto, se Killers of the Flower Moon vi fosse piaciuto, recupererei Gangs of New York, Quei bravi ragazzi, Casinò e The Irishman. ENJOY!

venerdì 20 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood (2019)

Dear Quentin,

sono sempre io, dopo ben quattro anni. Nel frattempo ti sei sposato, aspetti un figliolo, e io dico: c'era bisogno di arrivare a tanto con questa donna dello schermo quando io, la tua Beatrice, non avrei problemi a dichiarare al mondo il nostro aMMore? Guarda, ti giuro che non è per ripicca che vado dicendo in giro di come C'era una volta a... Hollywood non sia il tuo film migliore e te lo dimostrerò scrivendo solo cose belle, anzi, bellissime, sul tuo ultimo film, senza SPOILER. Posso però dire che sei stato un maledetto a tagliare le scene con Tim Roth? E posso altresì permettermi di dirti che la prossima volta mi piacerebbe un "pochettino" di coesione in più all'interno della trama, ché va bene la struttura sfilacciata, le trame incrociate e le digressioni citazioniste ma a tratti mi è sembrato di ripiombare nella lunghissima introduzione di A prova di morte (per me il film meno bello - MAI brutto! - che hai realizzato)? Bon, basta, quello che dovevo dire di negativo l'ho detto, ora passiamo alla gioia.


In tempi di orrido cinismo e snobismo cinèfilo, dove tutti hanno già visto tutto e chiunque ha un'opinione perlopiù negativa su qualsiasi pellicola, dove non ci sono più curiosità né mistero, perché tanto ogni singolo segreto di un film si può trovare on line, mi chiedo come diamine fai tu, caro Quentin, a sognare ancora. A custodire dentro il cuore ricordi lucidissimi eppure ancora intrisi di magia, a fomentare continuamente l'Amore per quel Cinema che ti ha dato tutto, fin da quando non eri nemmeno famoso, al punto da annullare ogni confine tra la realtà, il gossip da tabloid patinato e il cliché. Come Noodles che usciva da quella stazione, vecchio e zeppo di memorie filtrate dal tempo e dall'oppio, così tu ci consegni la TUA storia, la TUA Hollywood, una città fatta di luci al neon e cinema, di star che possono venirti a vivere accanto a casa, dove ogni giorno può diventare una (dis)avventura e dove fiumi di alcool e fumo mettono a tacere le coscienze di coloro per i quali il sogno o è morto o sta per trasformarsi in un incubo. I tre personaggi che sfrecciano sulle strade di Los Angeles con in capelli al vento e la musica nelle orecchie sono i tre estremi di un'ideale triangolo che racchiude in sé tutta la leggenda Hollywoodiana. Certo, il Rick Dalton di Di Caprio è il veicolo attraverso il quale ci consenti di vivere la Hollywood degli addetti ai lavori, quella non così esaltante; la Hollywood di chi, come probabilmente Luke Perry (bonanima), è rimasto confinato all'interno di un archetipo televisivo e, invecchiando, non è più riuscito ad emergere nel mare di starlette in continuo movimento, trasformandosi in una sorta di leggenda o figura indistinta nella memoria. E' con Rick Dalton che si scoprono gli "altarini" del cinema che più hai amato, quello degli italiani banfoni che con due lire si accaparravano vecchie star in declino per creare pellicole (s)cult da pochi spiccioli insinuandosi nei cuori dei cinefili onnivori, con i loro set esotici, le trame bizzarre e le locandine disegnate in maniera splendida. Ma anche qui, non si costruiva forse la leggenda? Non c'era la voglia di divertire e far sognare il pubblico, a prescindere dalla coerenza delle trame e alla faccia di qualsiasi, gigantesco what the fuck?


Quell'enorme what the fuck che è Brad Pitt, per esempio. Non fraintendermi, io l'ho amato e, come ho detto ai miei compagni di visione, vorrei un Brad Pitt personale in casa per morire dal ridere ogni volta che sono depressa, ma riflettendo su Cliff Booth ho trovato l'elemento di pura finzione all'interno del film, l'estremo "surreale" del triangolo. Cliff Booth è l'eroe tipico degli spaghetti western, il cowboy bruciato dal sole dalla battuta facile e dall'indolenza gigantesca, un po' cavaliere dal cuore d'oro e un po' galeotto, colui che ha il compito di difendere il Sogno contro la realtà che minaccia di privarlo di tutta la sua innocenza, in una Los Angeles di fine anni '60 trasformata in isola felice contro tutti i cambiamenti sociali e le brutture dell'America e del mondo. La realtà gli scivola addosso, come già succedeva ad Aldo Rayne in Bastardi senza gloria, e non è un caso se l'artefice del più clamoroso what if? della pellicola è proprio lui. E poi c'è lei, Margot Robbie. Ora, c'è stato un momento, verso la fine del film, in cui la gente rideva e applaudiva. Io non ce l'ho fatta. Non lo so perché la storia di Sharon Tate e dell'orribile destino toccato in sorte a lei e ai suoi amici mi ha sempre toccata nel profondo, sta di fatto che mentre tutti ridevano io lottavo contro il magone. Sì perché tu sei riuscito a trasformare Sharon Tate nella fata buona, nell'incarnazione stessa di quel sogno chiamato Cinema. Bellissima e leggiadra, Margot Robbie col suo sorriso incantevole trasuda amore e giovinezza da ogni poro, ed è l'immagine stessa dell'innocenza di una Hollywood che non tornerà mai più e forse non è mai esistita; vederla piena di entusiasmo varcare la soglia di un cinema che proietta uno dei suoi film scalda il cuore e trasmette un briciolo della sensazione di trionfo che sicuramente anche tu hai provato nel corso non solo di blasonate anteprime, ma soprattutto quando nessuno ti considerava, confuso nella folla, nascosto nell'ombra a spirare la reazione degli spettatori davanti a ciò che avevi scritto, magari diretto. Ma fosse solo quello. La figura di Sharon Tate trasporta in un mondo altro, in una Favola che si vorrebbe non finisse mai, e quello che è rimasto durante i titoli di coda, almeno a me, è un enorme nodo alla gola al pensiero che quell'innocenza meravigliosa e anche un po' ignorante l'abbiamo persa tutti da troppo tempo.


E allora, abbandoniamoci all'amore e all'innocenza, che cazzo. Alla gioia di rivedere facce amatissime (ciao Michael, ciao Zoe, ciao Lorenza, ciao Kurt), di prendere le tue auto-citazioni, le ricostruzioni di film e telefilm, i tuoi marchi di fabbrica e usarli come una calda coperta di Linus per affrontare il freddo della steppa di cinèfili dell'internet senza cuore, perché alla fine se è vero che il Cinema è un mondo e che siamo fatti al 90% dei film che abbiamo visto, il tuo microcosmo è uno di quelli in cui mi perdo più volentieri. E allora, abbandoniamoci alle grasse risate davanti al solito, favoloso Di Caprio che solo tu riesci a fare brillare come una stella, accoppiato ad un Brad Pitt che, porco cane, ma manda al diavolo il futuro film di Star Trek (dai, amore mio, mi fa schifo, lo sai. Rinunciaci) e realizza una COMMEDIA con loro due come protagonisti, ti prego! Abbandoniamoci e soprattutto chiniamo il capo davanti alla bellezza incredibile della colonna sonora, che mi ha fatto muovere a tempo la testa per tutta la durata del film, quando non ero impegnata a rimanere a bocca aperta davanti alle immagini che scorrevano sullo schermo (apro parentesi. Si vede che qui hai potuto fare un po' come hai voluto, libero da Weinstein ecc. C'era una volta a Hollywood è meno "stiloso" in maniera artefatta e più "tuo"). Abbandoniamoci (anche se lì, lo ammetto, ho fatto resistenza ma hai capito perché. Anche per questo devo rivedere il film) alla fottuta catarsi da cinema di serie Z, a quella valvola di sfogo che incanala tutto il disprezzo nei confronti di chi ha privato Hollywood di buona parte della sua innocenza per colpa di un matto invidioso che ha mandato "il Diavolo a fare i cazzi del Diavolo", giusto per ribadire come davanti a gente inutile si debba rispondere con menefreghistico disprezzo. Abbandoniamoci alla speranza, all'ottimismo, al "e vissero tutti felici e contenti", per una volta, facendoci accogliere dai volti amici di persone che vediamo sullo schermo quasi ogni giorno e che ogni volta ci fanno fuggire dalla realtà, così come loro, chissà, fuggono dalla propria solo grazie a noi umili spettatori.


Che ti devo dire, ancora, Quentin mio? Più ci rifletto sopra, più C'era una volta a... Hollywood diventa bellissimo e interessante. Vorrei rivederlo subito, ovviamente in lingua originale, che l'adattamento italiano lasciamolo perdere, per cogliere tutti i dettagli che ho perso durante la prima visione e scoprire ancora ulteriori strati di questo splendido delirio cinefilo, quindi grazie, come sempre. E anche un po' vaffanculo, dai, ché son buoni tutti a sposarsi la sgnoccolona trentatreenne israeliana. Potevi anche accontentarti della sgnoccolona trentottenne ligure, vecchio porcello.


Del regista e sceneggiatore Quentin Tarantino, la cui voce si può sentire durante lo spot delle Red Apple, ho già parlato QUI. Leonardo di Caprio (Rick Dalton), Brad Pitt (Cliff Booth), Margot Robbie (Sharon Tate), Emile Hirsch (Jay Sebring), Timothy Olyphant (James Stacy), Dakota Fanning (Squeaky Fromme), Bruce Dern (George Spahn), Luke Perry (Wayne Maunder), Al Pacino (Marvin Schwarz), Lorenza Izzo (Francesca Capucci), Harley Quinn Smith (Froggie), Danielle Harris (Angel), Clifton Collins Jr. (Ernesto il vaquero messicano), Rumer Willis (Joanna Pettet), Rebecca Gayheart (Billie Booth), Kurt Russell (Randy e, in originale, anche il narratore), Zoe Bell (Janet) e Michael Madsen (Sceriffo Hackett di Bounty Law) li trovate invece ai rispettivi link.

Margaret Qualley interpreta Pussycat. Americana, ha partecipato a film come The Nice Guys, Death Note e a serie quali Fosse/Verdon. Ha 25 anni e un film in uscita.


Tra le millemila guest star presenti nella pellicola segnalo la ahimé moglie di Quentin, Daniella Pick,  il Friederich di Tutti insieme appassionatamente, Nicholas Hammond (che interpreta Sam Wanamaker) e, tra i figli d'arte, quella di Ethan Hawke e Uma Thurman, Maya Hawke, nei panni di Flowerchild, mentre il povero Tim Roth, inserito nei titoli di coda, è protagonista delle scene eliminate, quindi non compare nel film. Non ce l'ha fatta nemmeno Burt Reynolds (che, di fatto, era il "cattivo" dell'episodio di F.B.I. presente nel film), purtroppo venuto a mancare prima di poter girare le scene in cui avrebbe dovuto interpretare George Spahn. Se il film vi fosse piaciuto, ovviamente vi consiglierei di recuperare la filmografia di Tarantino ma siccome lo stesso Quentin ha stilato un elenco di pellicole da vedere in preparazione di C'era una volta a Hollywood, perché non seguirlo e recuperare Bob & Carol & Ted & Alice, Fiore di cactus, Easy Rider, L'amante perduta, La battaglia del Mar dei Coralli, L'impossibilità di essere normale, Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, Trafficanti del piacere, Il sentiero della violenza e I pistoleri maledetti? ENJOY!

lunedì 29 febbraio 2016

Oscar 2016

Buon lunedì a tutti! Mi duole dirvi che oggi non è affatto un Lovely Day, soprattutto per gli amanti di un certo tipo di cinema. La Notte degli Oscar si è conclusa tra risultati ampiamente prevedibili (qualcuno ha detto FINALMENTE l'Oscar è andato a Di Caprio? Meritate una statuetta in testa, caSSo!) e qualche sorpresa perplimente. Ma partiamo senza indugio, soprattutto ringraziando Dio di aver passato la notte dormendo e non arrabbiandomi davanti allo schermo! ENJOY!


Cominciamo col premio che non ti aspetti? E cominciamoLO. Alla faccia di The Revenant, Room e Mad Max: Fury Road la statuetta per il Miglior Film l'ha portata a casa Il caso Spotlight. Sopracciglio alzatissimo per un film bello ma non memorabile, inattaccabile dal punto di vista della sceneggiatura (non a caso la pellicola porta a casa anche il premio per la Miglior Sceneggiatura Originale) ma per il resto nulla per cui gridare al miracolo. Diludendo, via. L'unica magra consolazione è la sonora pernacchia nei confronti del sopravvalutato The Revenant.


Nessuna sorpresa invece dal punto di vista di Regia e Miglior Attore Protagonista. Leonardo Di Caprio, dopo ANNI passati a far la figura del cretino nei meme dell'intero internetto, porta finalmente a casa l'ambita statuetta "per dovere", visto quanto sia i suoi ruoli in The Aviator che in The Wolf of Wall Street (per non dire i non nominati Django Unchained The Departed) fossero 100 spanne sopra l'ansimante Hugh Glass. Pazienza, era dovuto, ma mi spiace che ci abbia rimesso Bryan Cranston. Allo stesso modo, era scontata la vittoria di Alejandro Gonzales Iñarritu per la regia di The Revenant (speriamo che Immortan Joe arrivi a pigliarlo, povero Miller!!!!), che porta a casa anche l'Oscar per la Migliore Fotografia, per quel che ne capisco io l'unico veramente dovuto e meritato.

Miseria figlio mio, ce l'hai fatta!
Nonostante questa sequela di stronzate (e passatemi il francesismo) PERLOMENO Brie Larson ottiene il premio come Miglior Attrice Protagonista per la sua meravigliosa interpretazione in Room (di cui parlerò domani). Giubilo, alla faccia di Giennifer.

Brava, cì!! <3
Sul fronte Miglior Attore Non Protagonista arriva un altro colpo al cuore. Niente Oscar a Sylvester Stallone. E' davvero una brutta Notte questa per i grebani come me. Fortunatamente la statuetta va al mio secondo amichetto Mark Rylance, fenomenale ne Il ponte delle spie. Un po' di gioia ma, Academy mia, quanta mancanza di coraggio.

Ma non sei preoccupato che Sly ti picchi? "Servirebbe?"
A 'sti punti potrei anche smettere di scrivere, tanto l'Oscar per la Migliore Attrice Non Protagonista è andato ad Alicia Vikander (quanta banalità, che diamine!!) e non a Jennifer Jason Leigh. In compenso, l'amatissimo Ennio Morricone si è accaparrato quello per la Miglior Colonna Sonora Originale, zitti, sucare ed inchinarsi davanti al Maestro. Grazie per avergli dato quest'ennesima opportunità di dimostrare il Suo Genio, Quentin!

Vinciamo anche l'Oscar per il Vestito Urendo, eh.
Diamo un'occhiata anche agli altri premi, perlomeno a quelli di cui posso parlare con un minimo di cognizione di causa. Scontata ma apprezzatissima la vittoria di Inside Out come Miglior Film d'Animazione. I Migliori Effetti Speciali vanno giustamente al bellissimo Ex Machina mentre il bistrattato Mad Max: Fury Road  porta a casa solo una manciata di premi tecnici che compensano ben poco l'affronto al buon nome di George Miller (Miglior Montaggio, Migliori Costumi, Miglior Makeup, Miglior Sonoro, Miglior Montaggio Sonoro, Miglior Scenografia). Un premio è andato anche al carinissimo La grande scommessa, quello per la Miglior Sceneggiatura Non Originale, poca cosa ma meglio di nulla. La finiamo qui? E' meglio, ché questa Notte degli Oscar è stata davvero cheap. ENJOY!

Maestro! <3


venerdì 22 gennaio 2016

Revenant - Redivivo (2015)

Dopo mesi di hype devastante (ma mai quanto quello per The Hateful Eight, sappiatelo) martedì sono andata a vedere Revenant - Redivivo (The Revenant), diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Alejandro González Iñárritu e tratto dal romanzo omonimo di Michael Punke, nonché candidato a 12 premi Oscar. Quello che segue è il post più sincero che io abbia mai scritto, mi spiace.


Trama: dopo essere stato ridotto in fin di vita da un orso, l'avventuriero Hugh Glass viene costretto a testimoniare impotente all'omicidio del figlio e in seguito viene abbandonato dai suoi compagni, semi-sepolto nella terra. Riuscito miracolosamente a sopravvivere, Glass giura vendetta...



Se io dichiarassi su questo infimo blog che Revenant è un film brutto meriterei di venire lapidata. Revenant è un film bellissimo, anzi, splendido, tecnicamente parlando. Credo che solo un sasso potrebbe rimanere indifferente davanti alla tecnica registica di Iñarritu, la cui cinepresa riesce a danzare sulle acque limpide di un fiume prima di risalire fluida a mostrare le fronde di imponenti alberi tanto da darmi l'illusione di trovarmi davvero in un bosco e sentirne il profumo e l'aria fresca sul viso. Il freddo delle nevi semi-perenni, la durezza della terra brulla, la disperazione e il senso di oppressione di spietati paesaggi immersi in un bianco abbacinante, l'odore disgustoso delle carcasse in putrefazione, la sensazione della vita che scivola via col sangue e la violenza, il sollievo doloroso dei ricordi e quello illusorio dei sogni, tutto viene portato sul grande schermo con perizia mirabile dal buon Iñarritu, coadiuvato dalla splendida fotografia di Emmanuel Lubezki. 'sti due cristiani hanno filmato solo pochissime ore al giorno, hanno volutamente ricercato la luce naturale per non venire meno al realismo tanto desiderato, hanno dovuto spostare il set dal Canada all'Argentina meridionale quando i venti balzani hanno fatto alzare le temperature a livelli primaverili, come farei a disprezzare anche solo UNA sequenza di Revenant o a liquidarla come mera esibizione di bravura? E vogliamo parlare di Leonardo Di Caprio? La sofferenza, il sudore, il sangue, l'incapacità di parlare, l'essere costretto a mangiare bisonte crudo, a strisciare come la più vile delle creature, la fredda determinazione di vendicarsi in quegli occhi di ghiaccio segnati dal dolore, l'onere di portare sulle spalle praticamente tutto il film... oddio, è vero che Tom Hardy col suo bastardissimo Fitzgerald se lo mangia a colazione, soprattutto per la malvagità da "non ho nulla da perdere" che gli schiaffa in faccia sul finale, ed è ancor più vero che i miei occhi erano tutti per un Domhnall Gleeson mai così bello e consapevole della sua presenza scenica, ma Di Caprio è bravo, anzi, bravissimo. Certo, non bravo ai livelli "perchéCCristianimentonongliavetedatounOscar?" di The Wolf of Wall Street e Django Unchained ma è molto bravo. Ma. Però.


Ma. Ma come Malick. Perché se Malick mi mostra i dinosauri e gira un film di tre ore con cinque minuti totali di dialogo piango come un vitello ringraziando ogni Divinità per la Bellezza commovente che scorre sullo schermo e se Iñarritu riprende gli alberi che si muovono o un meteorite che solca il cielo mi ritrovo ad alzare così tanto le sopracciglia da temere di rimanere paralizzata, pur riconoscendone la bravura? Malick, Malick ho pensato, Buñuel, Dalì e le loro formiche, Kubrick e il terrore serpeggiante in un labirinto di ghiaccio e neve, Han Solo che usa per la prima ed unica volta la spada laser, Tarantino che balla Don't Let Me Be Misunderstood mentre La Sposa e O-Ren si affrontano nel giardino innevato della House of Blue Leaves; ho pensato a tutto questo e mi è venuto da piangere sì, ma per il diludendo. Vedere Revenant è come guardare una puntata di Man vs. Nature diretta da tutti i registi che ho nominato sopra, con Di Caprio nei panni di Bear Grylls e nelle mani degli sceneggiatori il Manuale delle giovani marmotte da una parte e il bignami del dramma di frontiera nell'altra. Hugh Glass affronta tutto con dolore e sofferenza ma prendendosi anche il tempo di mostrare allo spettatore tutti i vari step della sua resurrezione, ogni cosa di cui si è cibato, tutti i rimedi casalinghi per suturare ferite mortali, cosa fare in caso di tempesta di neve/ghiaccio/vento (se il cavallo si sfrocia giù da un dirupo e voi no, usate il cavallo come un Pisolone, ricordate!), ecc. ecc., senza un minimo di sentimento. Le immagini oniriche servono solo per far capire allo spettatore l'impotenza dell'uomo in balia della Natura o della Divinità, il contrasto tra un Di Caprio spirituale e un Tom Hardy col padre che identifica Dio in uno scoiattolo grasso e poi se lo mangia sono da bignami della sceneggiatura quasi quanto il fastidioso binomio "protagonista bianco ma buono perché favorevole al meltin'pot razziale/altri bianchi cattivi perché odiano gli indiani", insomma, tutto va avanti come ci si aspetterebbe da una pellicola di questo genere. Dov'è la nevrotica disperazione che tanto mi aveva fatto amare Birdman, l'originalità di visioni che si fondono con la realtà senza confini né limiti? Qui non ho percepito nulla di tutto questo e la bellezza si è fermata agli occhi senza arrivare al cuore, tanto che le lacrime e la rabbia che avrebbero dovuto farmi soffrire con Di Caprio sono state sostituite da risate (troppe) e un po' di dispiacere per il destino toccato ad alcuni personaggi secondari. Le due ore e mezza di film scorrono ma le uniche cose che mi rimarranno in mente da qui alla fatidica notte degli Oscar saranno l'interpretazione di Domhnall Gleeson, la colonna sonora di Ryuichi Sakamoto e il violentissimo scontro finale tra Di Caprio e Hardy quindi mi spiace ma quest'anno il mio tifo andrà ad altri!


Del regista e co-sceneggiatore Alejandro González Iñárritu ho già parlato QUI. Leonardo Di Caprio (Hugh Glass), Tom Hardy (John Fitzgerald), Domhnall Gleeson (Capitano Andrew Henry) e Lukas Haas (Jones) li trovate invece ai rispettivi link.


Will Poulter, che interpreta Bridger, avrebbe dovuto interpretare Pennywise il clown nel nuovo adattamento cinematografico di It ma siccome il progetto è in stallo credo che l'ingaggio sia ormai saltato. Revenant - Redivivo è candidato a 12 Oscar tra cui, ovviamente, quello di miglior attore protagonista; per partecipare, Leonardo Di Caprio ha rinunciato a interpretare il ruolo di protagonista in Steve Jobs e si troverà quindi a gareggiare proprio contro Michael Fassbender la notte degli Oscar. Sean Penn è stato invece il primo attore scelto per il ruolo di Fitzgerald ma ha dovuto rinunciare a causa di altri impegni mentre il "rimpiazzo" Tom Hardy ha dovuto abbandonare Suicide Squad a causa dell'immensa mole di lavoro richiesta dalle riprese di Revenant. Il film di Iñárritu è liberamente tratto dal romanzo Revenant di Michael Punke, basato sulla vera storia dell'avventuriero Hugh Glass che già aveva ispirato nel 1971 il film Uomo bianco va' col tuo Dio. Personalmente, credo proprio che recupererò questa pellicola per pura curiosità; a voi, se Revenant fosse piaciuto consiglio di guardare La sottile linea rossa, Oldboy, Kill Bill e Il gladiatore. ENJOY!

lunedì 11 gennaio 2016

Golden Globes 2016

Non starò a fare tanti preamboli: questo è un lunedì di merda per l'orribile notizia che riguarda l'adorato Duca Bianco, quindi scusatemi se il normale entusiasmo per i Golden Globes è stato definitivamente azzerato. Seguono un paio di commenti sui premi assegnati stanotte, scritti prima di conoscere la ferale notizia.


Miglior film - Drammatico
The Revenant (USA, 2015)
Dispiace molto per Mad Max - Fury Road ma sono straconvinta che The Revenant sarà una meraviglia, quindi attendo il 16 gennaio per confermare o meno le mie impressioni. Vittoria telefonatissima, ma ci sta.

Miglior film - Musical o commedia
The Martian
(USA/UK, 2015)
Purtroppo all'uscita cinematografica l'ho snobbato, ora urge recupero, anche solo per curiosità. Gli altri candidati, tolto La grande scommessa che ho adorato e di cui parlerò in settimana, non credo li guarderei neppure per sbaglio...


Miglior attore protagonista in un film drammatico
Leonardo Di Caprio in The Revenant
Altra vittoria telefonatissima. Che dire Leo, aspettiamo la solita disfatta dell'Oscar, ormai sei una barzelletta!



Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Brie Larson in Room
Ci credete che non ho MAI sentito neppure nominare questa ragazza? Credo di aver visto solo Don Jon con lei e francamente non mi è rimasta impressa, eppure è riuscita a scalzare dal podio grandissimi nomi. Il film Room, che uscirà in Italia il 3 marzo, racconta del rapporto tra una madre e un figlio che non ha mai visto il mondo esterno. Dicono sia bellissimo, aspettiamolo con gioia dunque!


Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Matt Damon in The Martian
Non vado matta per Damon e sinceramente avrei sperato in una vittoria di Steve Carell, meraviglioso ne La grande scommessa. Non si può aver tutto dalla vita purtroppo...


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Jennifer Lawrence in Joy
Maronna se ha rotto le balle questa! Altro Globe telefonatissimo sul quale però non posso sindacare, non avendo visto le interpretazioni delle altre candidate.


Miglior attore non protagonista
Sylvester Stallone in Creed
Ma che, daVero? Muoio dal ridere ma sono anche contenta, via, evidentemente il vecchissimo Rocky colpisce ancora. Peccato però per Mark Rylance, che ne Il ponte delle spie è tantissima roba!



Miglior attrice non protagonista
Kate Winslet in Steve Jobs
Premesso che in un film biografico se vince l'attrice non protagonista significa che la biografia non ha raggiunto l'obiettivo prefissatosi, dichiaro che OGNI PREMIO NON ANDATO A THE HATEFUL EIGHT E' UN PREMIO SPRECATO. Ergo, cacca sulla Winslet e carezzine a Jennifer Jason Leigh.


Miglior regista
Alejandro Gonzáles Iñárritu
Altro Globe scontato ma permettetemi di piangere per Miller che, in virtù della sua età e del trionfo che ha girato, meritava il premio più di chiunque.


Miglior sceneggiatura
Aaron Sorkin per Steve Jobs
In virtù di ciò che ho detto sopra (vittoria della Winslet, cacca sulla stessa), Golden RUBATO a Quentin. Vergogna.


Miglior canzone originale
Writing's on the Wall di Sam Smith e James Napier, per il film Spectre
Non credo di averla mai sentita ma credo che tutto sia meglio di lovmilaiciudulovmilovmilaiciudu.

Miglior colonna sonora originale
The Hateful Eight di Ennio Morricone
No, dico, avevate dubbi?????

Come se l'avesse vinto lui <3
Miglior cartone animato
Inside Out (USA 2015)
Idem come sopra. Avevate dubbi? Anche se il film dei Peanuts era molto carino anche!


Miglior film straniero
Il figlio di Saul (Saul Fia, Ungheria 2015)
Come al solito, davanti al film straniero rimango in silenzio perché non ne conosco neppure uno. Il figlio di Saul però dovrebbe uscire il 21 gennaio anche da noi quindi potrei andarlo a vedere se mai decidessero di distribuirlo qui...


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. Mr. Robot, la serie sulla bocca di tutti, si conferma come da vedere e diventerà il mio prossimo recupero, anche in virtù della vittoria di Christian Slater. A sorpresa Lady Gaga vince come miglior attrice per American Horror Story Hotel (che non vince come miglior miniserie, ahimé, e cacca anche sulla mancata vittoria di Jamie Lee Curtis per Scream Queens!) e, per quanto le voglia bene, devo dire che il personaggio è stato creato apposta per il suo fisico ed il suo stile quindi avrei aspettato di vederla impegnata in un ruolo davvero difficile prima di premiarla con qualcosa di ambito come un Golden Globe. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

mercoledì 3 dicembre 2014

The Departed - Il bene e il male (2006)

Per il debutto del Bollalmanacco su V-Radio (a proposito, per chi se lo fosse perso il podcast è QUI) mi è stato chiesto di parlare di The Departed - Il bene e il male (The Departed), diretto da Martin Scorsese nel 2006 e vincitore di quattro premi Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura non originale, Miglior Montaggio). E forse, vista la qualità dell'opera, è bene parlarne anche un po' qui!


Trama: Colin Sullivan è appena diventato agente di polizia e la sua carriera è in costante ascesa; purtroppo, il ragazzo è un poliziotto corrotto al soldo del boss Frank Costello. Anche Billy è un novellino ma a lui è toccato invece lo scomodo compito di infiltrarsi nella gang di Costello per riuscire ad assicurare il boss alla polizia. Quando le strade dei due si incroceranno la situazione precipiterà inevitabilmente...


Lo sapete perché non avevo visto The Departed quando era uscito al cinema? Molto probabilmente anche perché ero in Australia ma soprattutto perché Leonardo Di Caprio mi stava incredibilmente sulle scatole e non potevo accettare che il mio Martino si abbassasse a collaborare con quel mocciosetto imberbe. Poi sono arrivati Scorsese e Nicholson e mi hanno presa a schiaffi forti sulla faccia perché The Departed è il più bel film recente diretto dal regista, perfetto in ogni suo aspetto, dalla trama alla regia, dagli attori alla colonna sonora. Sì, anche se è stato Mark Wahlberg (quasi irriconoscibile!) l'unico a portare a casa una nomination, tutti gli attori sono favolosi, anche e soprattutto Di Caprio, che non sfigura affatto né durante i duetti con il mostro sacro Jack Nicholson né davanti ai suoi colleghi, pur essendo costretto ad interpretare il personaggio più difficile della pellicola. Dei due protagonisti, Billy è infatti quello che, per come è stato costruito, rischiava di venire banalizzato oppure troppo caricato; un ragazzo proveniente da un ambiente malavitoso che è riuscito ad allontanarsi dalle sue radici solo per essere brutalmente ricacciato nel sottobosco criminale e che, ogni giorno, perde la sua identità e la sua sanità mentale. Di Caprio riesce a rendere il suo Billy credibile ed umano, fragile e duro al tempo stesso, mentre Matt Damon da vita a uno degli esseri più abietti mai visti al cinema, un codardo profittatore talmente falso e miserabile da risultare patetico, un verme celato da un'apparenza di bellezza, professionalità e carisma che in realtà non è altro che un lacché facilmente malleabile dalle sataniche mani di Frank Costello. Ecco, ovviamente Jack Nicholson da il bianco con un personaggio totalmente imprevedibile, un vero e proprio agente del Caos in grado di spezzare gli equilibri con uno schioccare di dita; ogni volta che la "partita" a carte coperte tra Colin e Billy, il loro gioco del gatto e del topo, sembra arrivare da qualche parte e favorire l'uno o l'altro inconsapevole contendente, spunta Costello a rimescolare tutto e a schiacciare lo spettatore con un costante senso di ansia e di imminente, sanguinosa tragedia.


Scorsese da par suo dirige con la solita finezza, dando vita a sequenze indimenticabili che acquistano ulteriore profondità grazie al montaggio della fantastica Thelma Schoonmaker e che creano sì un'atmosfera tesa ma anche molto grottesca, quasi una prefigurazione di quello che sarebbe stato poi The Wolf of Wall Street; ad una scena drammatica ne segue subito un'altra quasi farsesca (la morte di uno dei personaggi principali colpisce allo stomaco proprio perché è inaspettata visto il "clima" goliardico del momento), senza soluzione di continuità. Lo spettatore assiste così ad un vero e proprio balletto dalle mosse finemente pianificate, un'emozionante e tesissima corsa che ci fa arrivare alla fine senza fiato, cadenzata dalla splendida colonna sonora di Howard Shore, uno stranissimo mix di melodie latine (il cui ritmo somiglia molto a quello di un tango) e chitarre "americane", tipiche dei film polizieschi, a cui ovviamente si aggiungono pezzi già conosciuti come la devastante I'm Shipping Out to Boston dei Dropkick Murphys che, non so voi, ma a me esalta sempre un sacco e soprattutto incarna perfettamente un certo spirito irlandese. Oltre alla perfezione "formale", la tensione e il ritmo sono quindi assicurati in ogni aspetto di The Departed e lo spettatore viene inevitabilmente catturato da quel mondo fatto di sangue, religione, criminalità ed ipocrisia che ha sempre affascinato Martin Scorsese e che rende i suoi film migliori dei capolavori unici nel loro genere, da vedere, ascoltare e vivere fino in fondo. E pazienza se stavolta la sceneggiatura non è originale ed è stata addirittura tratta dal film hongkonghese Internal Affairs, pazienza se ci allontaniamo dai miei adorati mafiosi italo-americani per addentrarci nei meandri della mala irlandese: il cuore nero e malato dell'America, il malcelato senso di colpa di vivere una vita al di fuori dei dettami cattolici e sociali, il desiderio di diventare altro da sé non hanno confini né limiti e Martin lo sa bene!


Del regista Martin Scorsese ho già parlato QUI. Di Leonardo Di Caprio (Billy), Matt Damon (Colin Sullivan), Jack Nicholson (Frank Costello), Mark Wahlberg (Dignam), Ray Winstone (Mr. French), Vera Farmiga (Madolyn), Alec Baldwin (Ellerby), Kevin Corrigan (Cugino Sean) e James Badge Dale (Barrigan) ho già parlato ai rispettivi link.

Martin Sheen (vero nome Ramon Antonio Gerard Estevez) interpreta Queenan. Americano, padre di Charlie Sheen ed Emilio Estevez, lo ricordo per film come Apocalypse Now, Gandhi, La zona morta, Fenomeni paranormali incontrollabili, Wall Street, Hot Shots! 2 e Prova a prendermi, inoltre ha partecipato a serie come Colombo, Due uomini e mezzo e doppiato episodi delle serie Capitan Planet e i Planeteers e I Simpson. Anche produttore e regista, ha 74 anni e quattro film in uscita.


Anthony Anderson interpreta Brown. Americano, ha partecipato a film come Io, me & Irene, Urban Legend: Final Cut, Scary Movie 3 - Una risata vi seppellirà, American Trip - Il primo viaggio non si scorda mai, Scary Movie 4, Scream 4 e a serie come Tutto in famiglia e The Bernie Mac Show; come doppiatore ha invece partecipato a film come Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 44 anni e un film in uscita.


Per partecipare a The Departed Leonardo Di Caprio ha rifiutato il ruolo di protagonista in The Good Shepherd - L'ombra del potere, subito sostituito da Matt Damon, mentre Robert De Niro ha rifiutato il ruolo di Queenan proprio per partecipare a quel film; Ray Liotta, invece, ha dovuto rinunciare al ruolo di Dignam per impegni pregressi e lo stesso è successo a Mel Gibson, scelto per il ruolo di Ellerby ma già impegnato sul set di Apocalypto. Brad Pitt invece, dopo aver rifiutato la parte di Colin Sullivan (e Tom Cruise avrebbe dovuto essere Billy), è diventato uno dei produttori della pellicola. Tra gli altri "rifiuti" c'è anche quello di RZA, per fortuna, contattato per la parte di Brown ma impegnato in altri progetti. Come ho detto nel post, inoltre, The Departed è praticamente il remake di Internal Affairs e dei suoi due seguiti, di cui contiene alcuni elementi. Se il film vi fosse piaciuto potreste provare a guardarli, altrimenti buttatevi fiduciosi su The Town, Heat - La sfida e Donnie Brasco. ENJOY!

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