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mercoledì 8 agosto 2018

Barry Seal - Una storia americana (2017)

Settimane fa mi è capitato di vedere Barry Seal - Una storia americana (American Made), diretto nel 2017 dal regista Doug Liman.


Trama: Barry Seal, pilota di linea, viene ingaggiato dalla CIA per missioni di spionaggio in America Centrale. Presto, l'uomo suscita l'interesse del cartello di Medellín, e comincia a portare carichi di droga in America...



Si può trasformare la vera vita "criminale" di un informatore della CIA prima e della DEA poi, passata per metà a trafficare documenti compromettenti, armi e droga, e per l'altra metà all'interno dei tribunali, in un divertente mix di azione, commedia e biografia interamente retto dalle spalle di Tom Cruise? Beh, basta togliere la parte più noiosa legata a processi e testimonianze, enfatizzando ed esagerando quella relativa al contrabbando, ed ovviamente la risposta è "sì". D'altronde, nulla è impossibile a Hollywood. E così, al pubblico viene offerta per l'ennesima volta una storia che racconta l'ascesa, l'incredibile successo e l'inevitabile caduta di un self made man "creato" dal sistema americano, capace di sfruttare tutti i buchi presenti nell'intrico di agenzie (governative e non) e soprattutto di approfittare di un momento di massimo marasma politico, tra alleanze di convenienza, necessità di controllare gli stati "comunisti" del Sud America e ribellioni fomentate direttamente da Washington. La faccia da caSSo di Tom Cruise impedisce allo spettatore di riflettere troppo sulla bassa moralità del protagonista, per il quale ovviamente si arriva a fare il tifo dal momento che "tiene famiglia" e, soprattutto, non ha mai ucciso nessuno né, tanto meno, è coinvolto in prima persona negli spargimenti di sangue effettuati dal cartello di Medellín o dal cattivissimo governo USA che fa il bello e il cattivo tempo mentendo agli ignari contribuenti; soldi, lusso e la piacioneria di questo Barry Seal guascone contribuiscono a farci sognare di poter vivere una vita simile, volando liberi per il mondo e facendoci amico persino il tanto temuto Pablo Escobar, alla faccia del paio di cadaveri che rimangono a terra alla fine del film, due "parentesi" drammatiche all'interno di una pellicola che non cerca quasi mai di prendersi sul serio.


La natura "sciocchina" di Barry Seal - Una storia americana viene espressa anche dallo stile utilizzato, con i capitoli della vita del protagonista scanditi da titoli in sovrimpressione a indicare con chi stesse lavorando in quel determinato anno, oltre che dalla scelta di far raccontare la storia tramite dei video dallo stesso Barry, palesemente sudato ed impaurito ma comunque sempre molto ironico ed ammiccante, pronto a bucare la quarta parete; nel corso del film, inoltre, viene fatto uso del vecchio espediente di mostrare le rotte degli aerei del protagonista facendoli muovere, stilizzati, su delle mappe, ed una di queste ultime sbatte volutamente un errore in faccia allo spettatore, gag che continua anche alla fine dei titoli di coda. A sostenere il ritmo concitato e in qualche modo spensierato del film c'è anche una colonna sonora accattivante ma soprattutto, come dicevo all'inizio, c'è Tom Cruise che fa Tom Cruise, dacché pare che Barry Seal in realtà fosse un ciccione maledetto. Il buon Tommaso pilota aerei per davvero, sfodera il suo sorriso d'ordinanza, in una scena riesce, non so come, a palesare stupore spalancando un occhio e lasciando l'altro normale, in generale riempie di carisma ogni sequenza del film confermando ancora una volta la sua rinascita cinematografica all'insegna della follia action, eclissando tranquillamente altri ottimi attori (uno su tutti, l'adorabile Domhnall Gleeson, qui purtroppo sottoutilizzato) che, accanto a lui, diventano delle sagome di cartone, anche in virtù di una sceneggiatura non molto "generosa" per quel che riguarda i personaggi secondari. Ma per una serata col cervello staccato va benissimo così, anche sé, per essere un film di mero intrattenimento, Barry Seal - Una storia americana è anche troppo lungo e prolisso.


Di Tom Cruise (Barry Seal), Domhnall Gleeson (Monty "Schafer"), Jesse Plemons (Sheriffo Downing) e Caleb Landry Jones (JB) ho già parlato ai rispettivi link.

Doug Liman è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come The Bourne Identity, Mr & Mrs Smith, Edge of Tomorrow - Senza domani ed episodi di serie quali The O.C.. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 53 anni e un film in uscita.


Se la figura di Barry Seal vi interessa, esistono altri due film in cui è stato ritratto, Un gioco pericoloso del 1991 (con Dennis Hopper nei panni di Barry Seal) e The Infiltrator del 2016, ai quali potete aggiungere Blow, La regola del gioco oppure Trafficanti. ENJOY!

martedì 19 dicembre 2017

Star Wars - Gli ultimi Jedi (2017)

Puntuale come un cinepanettone è arrivato anche quest'anno l'appuntamento con Guerre Stellari, franchise giunta all'episodio VIII, ovvero Star Wars - Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson. Ovviamente il post è SPOILER FREE ma una cosa devo dirla prima di cominciare: il film è dedicato alla memoria di Carrie Fisher quindi NON FATE I BONOBI e non alzatevi durante i titoli di coda, almeno finché non comparirà la dedica in questione. A voi e alle vostre creature spargi-popcorn (non fatemi toccare questo tasto...) potrà non fregare un belino, dopo quasi tre ore di film, di commemorare l'attrice ma c'è gente, tipo me, che avrebbe gradito commuoversi in relativa pace, senza doversi agitare come un pupazzo misirizzi per riuscire a vedere lo schermo coperto da primati desiderosi di uscire. #FottuteScimmie



Trama: mentre il Nuovo Ordine sta per sferrare l'attacco definitivo contro i Ribelli, Rey cerca di convincere Luke Skywalker a tornare in battaglia, con scarsi risultati...



Suvvia, più stringata di così con la trama non potevo essere. Di quest'ultimo Star Wars ne ho lette di ogni, nei limiti del non spoiler, e come direbbe Elio "la critica è concorde" nel definirlo una noia mortale per i primi tre quarti di durata e un trionfo meraviglioso verso il finale. Ora, sarà che io non sono una fan sfegatata della saga e questi film, gira che ti rigira, mi sembrano tutti uguali, posso dire invece con sincerità di averlo apprezzato dall'inizio alla fine, un po' come è successo con gli altri. Gli ultimi Jedi è un giusto mix di tutti gli elementi che hanno fatto la fortuna di Star Wars: ci sono le battaglie nello spazio, con un inizio decisamente esplosivo e la sensazione palpabile che stavolta per i Ribelli butterà malissimo (magari non ai livelli di Rogue One ma un bel po' di tensione c'è), ci sono i flashback che cercano di scavare un po' di più sulle questioni di Forza, Lato Oscuro e Lato Chiaro, ci sono le avventure su mondi strani popolati da alieni più o meno carini (stavolta il tasso di cuterie è alto, forse è questo il problema dei fan duri e puri!), ci sono confronti molto attesi, ritorni assai graditi, momenti di Nostalgia Canaglia, momenti lacrimevoli, momenti divertenti, momenti di approfondimento psicologico, momenti di puro orrore (Adam Driver topless!! Holy fuck!!!!) e persino qualche timido tentativo di imbastire una parvenza di romanticismo. Soprattutto, c'è una bella riflessione sul mito e su un paio di figure chiave delle "leggende", non solo in ambito starwarsiano. Per tutto il film i personaggi invitano a lasciare spazio al nuovo, a non farsi condizionare dal "sentito dire" o da ciò che ormai viene dato come dogma, nel bene e nel male, e c'è l'invito a guardare al futuro non solo in chiave poetica ma anche nel senso pratico di preservare la propria vita in funzione di ciò che verrà dopo. Non è che non muoia nessuno in Gli ultimi Jedi ma viene imbastita una riflessione anche sull'utilità della morte e sul ruolo di "eroe", che non dev'essere necessariamente colui che si butta di testa in azioni spericolate alla Han Solo, perché ci sono altri modi per essere eroi. Meno spettacolari, magari meno efficaci, ma quanto basta per mantenere viva una scintilla di speranza, oscillando tra eccesso e moderazione così che l'equilibrio necessario venga mantenuto, un po' come accade con la cosiddetta Forza, anch'essa ben ridimensionata da fonti autorevoli.


C'è quindi parecchio spazio per la crescita dei personaggi in Gli ultimi Jedi, cosa che ho apprezzato tantissimo, una crescita che non si limita ai personaggi nuovi (i quali, bontà loro, dovrebbero avere ancora tanto da dire, sottoutilizzato Finn in primis) ma si estende a quelli più vecchi e più amati e sicuramente solleticherà il naso a qualche produttore furbo già pronto a finanziare prequel e quant'altro. In particolare, mi è piaciuto il lavoro di "lima" svolto sul Frignetta, che rimarrà sempre un umorale testa di minchia ma perlomeno è in qualche modo cresciuto, così come non è scontata l'evoluzione di Dameron Poe, a mio avviso destinato a grandi cose; continuo a non uscire di testa per Rey, ormai assurta a livelli di MaryStuaggine fuori scala (SPOILER applausi a scena aperta per il Frignetta, che l'ha freddata con un "te alla fine qui non c'entri una mazza, non ti credere che non sei figlia di nessuno di importante!") ma dal lato femminile c'è l'introduzione della simpatica Rose, la quale mi ha ricordato parecchio il punto di vista "normale" di un Samvise Gamgee, unico in grado di cogliere verità importanti con la sua semplicità, come per esempio il fatto che nel corso di una guerra tra "buoni" e "cattivi" chi ci guadagna non è l'una o l'altra fazione ma chi fornisce loro le armi, facendo il gesto dell'ombrello ai popoli vessati. A proposito di "popoli", molto carino, benché ridotto, il bestiario alieno e soprattutto tanto di cappello ad un regista "inesperto" come Rian Johnson, autore anche della sceneggiatura, il quale è riuscito a confezionare un paio di sequenze spettacolari ed emozionanti (SPOILER Lo specchio di Rey ma anche il bombardamento iniziale e la sconvolgente soluzione finale adottata da Holdo) e a concludere il film con un accostamento di colori classico ma sempre valido, ché sapete quanto adori vedere sporcare il bianco della neve col rosso del sang.. ehm, scusate, del terreno sotto il sale (ringrazio un illuminato utente FB per la correzione!). Solo io trovo geniale l'idea di aggirare il PG-13 e mostrare la devastazione di un campo di battaglia senza mostrare nemmeno un cadavere ma impregnando lo schermo di rosso come nemmeno Tarantino? Spero di no. Ma poi, chissenefrega di qualsiasi pensiero critico, mio o di chiunque altro. Se Mirco è andato al cinema solo per Chewbacca e i Porg, io andavo solo per vedere Carrie Fisher, la mia, la nostra Principessa per l'ultima volta. Non Benicio Del Toro e Domhnall Gleeson, sempre due bellissimi figlioli, nemmeno Mark Hamill in tutta la sua gloriosa e scazzatissima vecchiaia: solo Carrie Fisher. E il mio cuore, nonostante fosse gonfio di lacrime, con lei ha gioito e trovato la Forza.


Di Mark Hamill (Luke Skywalker e quella specie di Leprecauno alieno che infila le monete dentro BB8), Carrie Fisher (Leia Organa), Adam Driver (Kylo Ren), Daisy Ridley (Rey), John Boyega (Finn), Oscar Isaac (Poe Dameron), Andy Serkis (Snoke), Lupita Nyong'o (Maz Kanata), Domhnall Gleeson (Generale Hux), Laura Dern (Vice Ammiraglio Holdo), Benicio Del Toro (DJ), Frank Oz (voce originale di Yoda), Justin Theroux (Maestro Codebreaker), Andy Nyman (Guardia della prigione), Joseph Gordon - Levitt (Voce originale di Slowen Lo), Warwick Davis (Wobidin) e Gareth Edwards (Soldato della resistenza) ho già parlato ai rispettivi link.

Rian Johnson è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Looper ed episodi di Breaking Bad. Anche attore, ha 44 anni.


Gwendoline Christie interpreta il Capitano Phasma. Inglese, famosa per essere la Brienne de Il trono di spade, ha partecipato a film come Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo, The Zero Theorem - Tutto è vanità, Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 2 e Star Wars - Il risveglio della forza. Ha 39 anni e due film in uscita.


Billie Lourd interpreta il Luogotenente Connix. Americana, figlia di Carrie Fisher, la ricordo per aver partecipato alle serie Scream Queens e American Horror Story. Ha 25 anni e un film in uscita.


Joaquin Phoenix ha rifiutato il ruolo di DJ, andato così a Benicio Del Toro. A Rian Johnson è stato offerto di girare anche il prossimo Episodio IX e, benché il regista abbia declinato a causa dei tempi strettissimi di lavorazione , pare che la Lucasfilm gli abbia dato il La per una trilogia personale ambientata nell'universo di Star Wars. Nell'attesa di vedere questa nuova trilogia e che torni J.J. Abrams alla regia l'anno prossimo per l'Episodio XI, se Gli ultimi Jedi vi fosse piaciuto recuperate  tutti i film legati alla saga di Guerre Stellari. ENJOY!

venerdì 17 novembre 2017

Madre! (2017)

Finalmente, ce l'ho fatta. A Savona è arrivato Madre! (Mother!) per soli due giorni e non me lo sono lasciato scappare. Ce l'avrà fatta Darren Aronofsky, regista e sceneggiatore del film, a convincermi o anche io sono dovuta fuggire urlando come mezzo pubblico di Venezia? Segue post brevissimo, sconclusionato e senza spoiler!


Trama: un uomo e una donna, marito e moglie, vedono la tranquillità della loro dimora in ricostruzione distrutta dall'arrivo di due perfetti sconosciuti. E se il marito, chissà perché, li accoglie con gioia, la vita della moglie si trasforma in un abisso di inquietudine...


L'ho scritto su Facebook, lo ribadisco qui: Madre! non l'ho capito ma è un film spettacolare. Non avendolo capito mi sembra inutile dare un'interpretazione di ciò che ho visto, posso solo supporre come faceva Bellosguardo in Robin Hood un uomo in calzamaglia e rendere il mio post delirante quanto il girato di Aronofsky, come se la cosa fosse possibile. Come uno stregone nemmeno più tanto apprendista, il regista ha buttato nel calderone qualunque cosa gli venisse in mente (probabilmente anche qualche droga, la stessa polverina dorata che assume la Lawrence nel corso del film, chissà...) e il risultato è un Roba da matti elevato alla millesima potenza, la madre di tutti gli home invasion, una commedia grottesca che è anche dramma, horror, film di guerra, distopia apocalittica, approfondimento psicologico, mancavano solo i cartoni animati. Se io sono arrivata alla macchina, dopo la visione, col cuore che mi batteva a tremila e nella notte ho metabolizzato quanto ho visto piazzando il faccione di Javier Bardem su un Negan di The Walking Dead che imprigionava e vessava me e i miei genitori, vuol dire che qualcosa di Madre! ha superato il muro dei 3/4 film visti a settimana per concretizzarsi in un diamante screziato di rosso posto proprio nel centro del mio cervello malato e tormentarmi nell'inconscio. Quel che ho visto è la realtà del mondo in cui viviamo rinchiusa tra le mura di una casa impossibile da proteggere o rendere perfetta, per quanto lo vogliamo: la casa siamo noi, siamo noi la Lawrence pronti a dare, dare per amore e a sanguinare quando quello che diamo non basta mai, ma siamo anche Bardem, pronti a prendere ignorando per egoismo le suppliche di chi amiamo di più, non per cattiveria ma solo perché è più comodo concentrarsi su ciò che desideriamo NOI, siamo gli invasori che arrivano e non capiscono che la casa non è loro, madre non è loro, il bambino non è loro, Lui non è loro, ma piuttosto che portare via le balle da posti dove non dovrebbero neppure mettere piede, spadroneggiano e fanno i cafoni come se tutto fosse loro dovuto. Ed è riflettendo su quest'ultimo punto che Madre! è diventato, almeno per me, la metafora devastante di un mondo sovrappopolato da minchie di mare che sta esplodendo sotto il peso della nostra stessa stupidità e desiderio di possesso o affermazione perché non importa quanto la Terra ci offra, non sarà mai abbastanza, ci saranno sempre litigi, guerre, distruzione e la ferma volontà di distruggere più che di ricostruire. E così da millenni, in un loop continuo da cui nessuno sembra in grado di uscire.


Attraverso la rappresentazione di concetti biblici quali Madre Terra, un Dio che offre a tutti parole vuote e false speranze, un Adamo e una Eva che arrivano a distruggere l'Eden mandando in pezzi il frutto proibito e un Caino e Abele che causano ancora più casino, Aronofsky ci prende a schiaffi con due ore di immagini splendide, incubi ad occhi aperti e quel terrificante incubo finale al cardiopalma dove, davvero, non sapevo se ridere (la situazione descritta ha del tragicomico) o piangere (Bardem a tratti fa paura mentre la Lawrence spezza il cuore e voi sapete quanto non sopporti JLaw ma diamine qui è perfetta), frastornata com'ero dalla cacofonia di violenza, esplosioni, sangue, morte e urla che è l'ultima mezz'ora di film, il punto esclamativo della Madre! L'ironica canzone dei titoli di coda e il silenzio che ne segue sono quasi un balsamo per le orecchie perché a un certo punto, davvero, avrei voluto fare come la protagonista e nascondermi in un luogo buio e silenzioso, un posto solo mio dove fermarmi, riflettere, tirare il respiro, cercare di capire PERCHE'. Invece mi sono ritrovata in una sala gremita di gente (anche se io sono andata al cinema da sola stavolta), divertita all'idea di osservare, non vista, le facce di chi è uscito da una visione simile: chi s'è bellamente addormentato a metà arrivando persino a russare (mi sembrava tanto anziano, lo perdono. Anzi, ero così presa dalla paranoia del film che ho temuto i suoi fossero rantoli di morte, mannaggiallui), chi se la rideva della grossa cercando di spiegare alla vicina che lui BAH!, ne ha visti a pacchi di film così, chi scuoteva la testa, chi si guardava intorno perplesso non sapendo bene come reagire. Ecco, io faccio parte dell'ultima categoria di persone. Le uniche cose certe dopo la visione di Madre! sono tre e su queste non transigo: 1) Ho visto un film che ricorderò finché campo e che riconferma il mio voler bene a Darren Aronofsky. 2) Passano gli anni ma Michelle Pfeiffer è una topa astrale alla quale JLaw non è neppure degna di baciare i piedi, elegante persino da ubriaca. That old beeyotch. Meow.  3) Sono innamorata di Domhnall Gleeson. Potrei anche aggiungere, ma probabilmente c'entra poco con la visione di Aronofsky, che l'unica cosa mal sopportata del film è l'idea di una maternità a tutti i costi, capace di rimettere a posto tutto, far tornare i sentimenti sopiti, illuminare d'immenso, riempire l'esistenza di felicità, poi però penso al finale e si riconferma la mia convinzione, ovvero "rimettere a posto tutto 'stacippa": se la vita di coppia fa schifo non c'è pargolo che tenga, mi spiace. Ah, ho già detto che Madre! è un film della Madonna?


Del regista e sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Jennifer Lawrence (Madre), Javier Bardem (Lui), Ed Harris (Uomo), Michelle Pfeiffer (Donna), Domhnall Gleeson (Figlio Maggiore) e Kristen Wiig (Araldo) li trovate invece ai rispettivi link.

Brian Gleeson interpreta il Fratello Minore. Figlio di Brendan Gleeson e fratello di Domhnall Gleeson, ha partecipato a film come Biancaneve e il cacciatore e Assassin's Creed. Irlandese, ha 30 anni e un film in uscita, Hellboy.


Se Madre! vi fosse piaciuto recuperate i film di Aronofsky di cui ho parlato, che trovate tutti QUI.

mercoledì 16 marzo 2016

Brooklyn (2015)

Nel periodo Oscar ero riuscita anche a guardare Brooklyn, diretto nel 2015 dal regista John Crowley e tratto dall'omonimo romanzo di Colm Tóibín, rimaneggiato per l'occasione da Nick Hornby. La mia lentezza è proverbiale e ormai è passato quasi un mese quindi spero di ricordare ancora qualcosa di questo film che, peraltro, esce domani in Italia.


Trama: La giovane Eilis viene mandata in America dalla sorella maggiore a causa delle scarse possibilità lavorative del paesino irlandese dove entrambe sono nate e cresciute. Arrivata a Brooklyn Eilis si sente ovviamente oppressa dal terrore di una terra sconosciuta e dalla nostalgia ma a poco a poco comincia ad accettare la sua nuova vita...


Mi sembra di avere già scritto qualche volta sul blog che le storie ambientate nell'epoca in cui l'America era la meta principale dei migranti di tutto il mondo mi affascinano molto, soprattutto quelle concentrare sulle comunità italiane o irlandesi. Negli ultimi anni l'argomento l'ho sentito ancora più vicino perché mi è capitato di essere "migrante" durante il periodo passato in Australia e se, in effetti, io ero partita con l'intenzione di non fermarmi, sono tuttavia arrivata a capire bene quello che prova chi parte con la morte nel cuore, consapevole di dover lasciare parenti, famiglia ed amici perché la propria terra natia non ha nulla da offrire, ed arriva in una terra enorme, sconosciuta, dove tutti tranne te sembrano avere in pugno il proprio futuro e sanno benissimo cosa fare e dove andare. In questo senso il personaggio di Eilis è scritto benissimo; l'irlandesina non è una ragazza che spicca per particolari doti di bellezza, bravura o intelligenza, bensì una persona semplice ed umile, quindi lo spettatore è spinto naturalmente ad empatizzare con lei e mettersi nei suoi panni, accompagnandola nella sua lotta quotidiana per capire l'America, cercare di non farsi esplodere il cuore per la nostalgia di casa e, soprattutto, crearsi una propria vita nella sua nuova patria diventando una persona indipendente e "nuova", non la copia della sorella maggiore che tutti vorrebbero che fosse. Che non è così facile ed immediato, ve lo assicuro, tant'è vero che a me non è successo e alla fine dei nove mesi non vedevo l'ora di tornare in Italia e ritrovare quei legami affettivi e familiari che non ero riuscita a costruirmi in Australia. Anzi, sono così legata al suolo patrio, per quanto riconosca come l'Italia ormai faccia schifo e ai suoi abitanti non offra altro che una disperata rassegnazione, che penso di essere l'unica in tutto il pianeta a non aver apprezzato il finale di Brooklyn, convinta com'ero che Eilis si sarebbe riconciliata con le sue radici e avrebbe mandato al diavolo l'America, il glamour, il fidanzato wog e tutto il cucuzzaro. Qui però la colpa forse è anche un po' degli attori, eh.


Il problema di Brooklyn, se così si può chiamare, è che Saoirse Ronan eclissa tutti gli altri interpreti (Julie Walters a parte), soprattutto quella sorta di totano che le hanno appioppato come fidanzato italoamericano, tant'è che la reticenza della povera Eilis ad intraprendere questo legame diventa talmente condivisibile che ogni concessione a Tony pare quasi una forzatura, soprattutto se a un certo punto arriva quel gran pezzo di figliolo roscio di Domhnall Gleeson (sempre più bello, mannaggia a lui!) a candidarsi come possibile compagno di vita alternativo. La Ronan invece è uno splendore ed evolve mano a mano che la pellicola passa attraverso le sue tre fasi, un cambiamento che si evince non solo dal look sempre più cool e ricercato ma anche e soprattutto dall'atteggiamento, dallo sguardo, dal tono di voce. Col graduale mutamento del personaggio di Eilis cambiano anche la fotografia e il modo in cui il regista utilizza la macchina da presa, dividendo così il film in tre "segmenti" abbastanza distinti: quando Eilis lascia l'Irlanda per andare in America le inquadrature sono "strette", focalizzate su pochi personaggi che sembrano quasi soffocare all'interno dello schermo e la fotografia è ovviamente virata sui toni del verde, mentre dal momento in cui la protagonista si stabilisce a Brooklyn le inquadrature diventano più ampie, i colori più carichi e cambiano ancora, diventando in qualche modo più irreali, nel momento in cui Eilis torna in Irlanda. A fronte della grande cura profusa nella realizzazione del film e dell'abbondanza di fazzoletti che ho sprecato durante la visione, devo comunque avvertirvi che Brooklyn non è un film particolarmente dinamico oppure originale, anzi. Ad essere sinceri, se non ci fossero stati la Ronan e questi gradevoli virtuosismi a livello di fotografia e costumi, probabilmente la pellicola mi sarebbe risultata poco superiore rispetto ad una qualsiasi fiction banalotta, soprattutto a livello di sceneggiatura, quindi andatelo a vedere consapevoli di quello che vi aspetterà e se non amate questo genere di storie che mescolano sentimenti e "storia" americana all'acqua di rose stategli alla larga!


Di Saoirse Ronan (Eilis), Jim Broadbent (Padre Flood), Julie Walters (Mrs. Kehog) e Domhnall Gleeson (Jim Farrell) ho già parlato ai rispettivi link.

John Crowley è il regista della pellicola. Irlandese, ha diretto film come Intermission, Boy A ed episodi della seconda stagione della serie True Detective. Ha 47 anni.


Il film ha richiesto anni prima di venire realizzato e nel frattempo Saoirse Ronan, che anni fa avrebbe perso la parte di Eilis a favore di Rooney Mara perché troppo giovane, ha raggiunto l'età giusta per interpretare il personaggio. La BBC invece, visto il successo del film, ha deciso di produrne uno spin-off televisivo interamente incentrato su Mrs. Kehog e il suo stuolo di garrule inquiline, progetto questo che prevederebbe anche il ritorno di Julie Walters nei panni della schietta signora. Nell'attesa, se Brooklyn vi fosse piaciuto consiglio la visione di Le ceneri di Angela. ENJOY!

venerdì 22 gennaio 2016

Revenant - Redivivo (2015)

Dopo mesi di hype devastante (ma mai quanto quello per The Hateful Eight, sappiatelo) martedì sono andata a vedere Revenant - Redivivo (The Revenant), diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Alejandro González Iñárritu e tratto dal romanzo omonimo di Michael Punke, nonché candidato a 12 premi Oscar. Quello che segue è il post più sincero che io abbia mai scritto, mi spiace.


Trama: dopo essere stato ridotto in fin di vita da un orso, l'avventuriero Hugh Glass viene costretto a testimoniare impotente all'omicidio del figlio e in seguito viene abbandonato dai suoi compagni, semi-sepolto nella terra. Riuscito miracolosamente a sopravvivere, Glass giura vendetta...



Se io dichiarassi su questo infimo blog che Revenant è un film brutto meriterei di venire lapidata. Revenant è un film bellissimo, anzi, splendido, tecnicamente parlando. Credo che solo un sasso potrebbe rimanere indifferente davanti alla tecnica registica di Iñarritu, la cui cinepresa riesce a danzare sulle acque limpide di un fiume prima di risalire fluida a mostrare le fronde di imponenti alberi tanto da darmi l'illusione di trovarmi davvero in un bosco e sentirne il profumo e l'aria fresca sul viso. Il freddo delle nevi semi-perenni, la durezza della terra brulla, la disperazione e il senso di oppressione di spietati paesaggi immersi in un bianco abbacinante, l'odore disgustoso delle carcasse in putrefazione, la sensazione della vita che scivola via col sangue e la violenza, il sollievo doloroso dei ricordi e quello illusorio dei sogni, tutto viene portato sul grande schermo con perizia mirabile dal buon Iñarritu, coadiuvato dalla splendida fotografia di Emmanuel Lubezki. 'sti due cristiani hanno filmato solo pochissime ore al giorno, hanno volutamente ricercato la luce naturale per non venire meno al realismo tanto desiderato, hanno dovuto spostare il set dal Canada all'Argentina meridionale quando i venti balzani hanno fatto alzare le temperature a livelli primaverili, come farei a disprezzare anche solo UNA sequenza di Revenant o a liquidarla come mera esibizione di bravura? E vogliamo parlare di Leonardo Di Caprio? La sofferenza, il sudore, il sangue, l'incapacità di parlare, l'essere costretto a mangiare bisonte crudo, a strisciare come la più vile delle creature, la fredda determinazione di vendicarsi in quegli occhi di ghiaccio segnati dal dolore, l'onere di portare sulle spalle praticamente tutto il film... oddio, è vero che Tom Hardy col suo bastardissimo Fitzgerald se lo mangia a colazione, soprattutto per la malvagità da "non ho nulla da perdere" che gli schiaffa in faccia sul finale, ed è ancor più vero che i miei occhi erano tutti per un Domhnall Gleeson mai così bello e consapevole della sua presenza scenica, ma Di Caprio è bravo, anzi, bravissimo. Certo, non bravo ai livelli "perchéCCristianimentonongliavetedatounOscar?" di The Wolf of Wall Street e Django Unchained ma è molto bravo. Ma. Però.


Ma. Ma come Malick. Perché se Malick mi mostra i dinosauri e gira un film di tre ore con cinque minuti totali di dialogo piango come un vitello ringraziando ogni Divinità per la Bellezza commovente che scorre sullo schermo e se Iñarritu riprende gli alberi che si muovono o un meteorite che solca il cielo mi ritrovo ad alzare così tanto le sopracciglia da temere di rimanere paralizzata, pur riconoscendone la bravura? Malick, Malick ho pensato, Buñuel, Dalì e le loro formiche, Kubrick e il terrore serpeggiante in un labirinto di ghiaccio e neve, Han Solo che usa per la prima ed unica volta la spada laser, Tarantino che balla Don't Let Me Be Misunderstood mentre La Sposa e O-Ren si affrontano nel giardino innevato della House of Blue Leaves; ho pensato a tutto questo e mi è venuto da piangere sì, ma per il diludendo. Vedere Revenant è come guardare una puntata di Man vs. Nature diretta da tutti i registi che ho nominato sopra, con Di Caprio nei panni di Bear Grylls e nelle mani degli sceneggiatori il Manuale delle giovani marmotte da una parte e il bignami del dramma di frontiera nell'altra. Hugh Glass affronta tutto con dolore e sofferenza ma prendendosi anche il tempo di mostrare allo spettatore tutti i vari step della sua resurrezione, ogni cosa di cui si è cibato, tutti i rimedi casalinghi per suturare ferite mortali, cosa fare in caso di tempesta di neve/ghiaccio/vento (se il cavallo si sfrocia giù da un dirupo e voi no, usate il cavallo come un Pisolone, ricordate!), ecc. ecc., senza un minimo di sentimento. Le immagini oniriche servono solo per far capire allo spettatore l'impotenza dell'uomo in balia della Natura o della Divinità, il contrasto tra un Di Caprio spirituale e un Tom Hardy col padre che identifica Dio in uno scoiattolo grasso e poi se lo mangia sono da bignami della sceneggiatura quasi quanto il fastidioso binomio "protagonista bianco ma buono perché favorevole al meltin'pot razziale/altri bianchi cattivi perché odiano gli indiani", insomma, tutto va avanti come ci si aspetterebbe da una pellicola di questo genere. Dov'è la nevrotica disperazione che tanto mi aveva fatto amare Birdman, l'originalità di visioni che si fondono con la realtà senza confini né limiti? Qui non ho percepito nulla di tutto questo e la bellezza si è fermata agli occhi senza arrivare al cuore, tanto che le lacrime e la rabbia che avrebbero dovuto farmi soffrire con Di Caprio sono state sostituite da risate (troppe) e un po' di dispiacere per il destino toccato ad alcuni personaggi secondari. Le due ore e mezza di film scorrono ma le uniche cose che mi rimarranno in mente da qui alla fatidica notte degli Oscar saranno l'interpretazione di Domhnall Gleeson, la colonna sonora di Ryuichi Sakamoto e il violentissimo scontro finale tra Di Caprio e Hardy quindi mi spiace ma quest'anno il mio tifo andrà ad altri!


Del regista e co-sceneggiatore Alejandro González Iñárritu ho già parlato QUI. Leonardo Di Caprio (Hugh Glass), Tom Hardy (John Fitzgerald), Domhnall Gleeson (Capitano Andrew Henry) e Lukas Haas (Jones) li trovate invece ai rispettivi link.


Will Poulter, che interpreta Bridger, avrebbe dovuto interpretare Pennywise il clown nel nuovo adattamento cinematografico di It ma siccome il progetto è in stallo credo che l'ingaggio sia ormai saltato. Revenant - Redivivo è candidato a 12 Oscar tra cui, ovviamente, quello di miglior attore protagonista; per partecipare, Leonardo Di Caprio ha rinunciato a interpretare il ruolo di protagonista in Steve Jobs e si troverà quindi a gareggiare proprio contro Michael Fassbender la notte degli Oscar. Sean Penn è stato invece il primo attore scelto per il ruolo di Fitzgerald ma ha dovuto rinunciare a causa di altri impegni mentre il "rimpiazzo" Tom Hardy ha dovuto abbandonare Suicide Squad a causa dell'immensa mole di lavoro richiesta dalle riprese di Revenant. Il film di Iñárritu è liberamente tratto dal romanzo Revenant di Michael Punke, basato sulla vera storia dell'avventuriero Hugh Glass che già aveva ispirato nel 1971 il film Uomo bianco va' col tuo Dio. Personalmente, credo proprio che recupererò questa pellicola per pura curiosità; a voi, se Revenant fosse piaciuto consiglio di guardare La sottile linea rossa, Oldboy, Kill Bill e Il gladiatore. ENJOY!

domenica 3 gennaio 2016

Star Wars - Il risveglio della forza (2015)

Sì, alla fine ci sono riuscita anche io. Dopo una bradipesca maratona dei vecchi Star Wars (bradipesca al punto che i post, se mai usciranno, chissà quando lo faranno) sono andata al cinema a vedere Star Wars - Il risveglio della forza (Star Wars - The Force Awakens), diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista J.J.Abrams. Fermo restando che l'unica, vera recensione del film è QUESTA, faccio seguire il mio modesto post SPOILER FREE.


Trama: In una galassia lontana lontana sono passati 30 anni dalla sconfitta dell'Impero ma un'altra oscura minaccia si profila all'orizzonte, quella del Primo Ordine. Un gruppo di improbabili eroi si unisce ai membri della Resistenza per cercare colui che potrebbe riuscire a sconfiggere questo nuovo "braccio" del Lato Oscuro, ovvero quel Luke Skywalker scomparso ormai da anni..


Dopo la visione di tre pietre miliari della fantascienza mai mi sarei aspettata di entusiasmarmi maggiormente per un sequel/remake/aggiornamento piuttosto che per gli originali, eppure è successo. Sono uscita da una sala gremita felicissima di avere guardato Star Wars - Il risveglio della forza ed elucubrando come l'ultima dei nerd bibini su cosa ci riserverà la saga nel futuro prossimo venturo, altrettanto contenta di potermi confrontare col Bolluomo e con tanti amici visti dentro e fuori dal multisala. L'ultima opera di J.J. Abrams, fattosi carico di uno scomodo testimone particolarmente pesante dopo il fallimento dei prequel diretti da George Lucas in persona, è cinema d'intrattenimento nella sua massima espressione, quello che unisce le masse lasciando il nome "Star Wars" sulla bocca di tutti, anche di quelli che probabilmente non ne hanno mai sentito parlare. Il che, se da una parte è un bene (persino io mi sono emozionata vedendo scorrere su uno schermo gigante le parole "Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana..." mentre suonava il tema portante della saga), dall'altra costringe l'ignaro spettatore a dribblare tutta una serie di spoiler importantissimi che persone più o meno stronze hanno disseminato in quasi tutti i social network e la potenza dell'approccio "Abramsiano" diventa tale proprio quando riesce ad emozionare lo spettatore ANCHE quando a quest'ultimo è stato rivelato il colpo di scena più grande (per quanto telefonato anche in assenza di spoiler). Tolti gli effetti speciali eccelsi sui quali non sto a disquisire, Kadan, Abrams e compagnia sono riusciti a creare (o ricreare) una storia comprensibile, emozionante, universale e popolata da personaggi simpatici e cazzuti, mescolando il lieve umorismo della vecchia trilogia a sequenze di forte impatto emotivo capaci di rendere i nuovi personaggi (e soprattutto le loro scelte nel corso del film) assai credibili ed "umani", anche grazie a degli attori giovani ma già molto espressivi e distanti dai canoni di bellezza che vanno tanto di moda ora.


Importantissimo, ma non c'è neanche da dirlo, il "fattore nostalgia". Quelle strizzate d'occhio tanto vituperate da Leo e quella pesantissima voglia di "vintage a tutti i costi" che avevo percepito in Super 8 qui mi sono sembrate un sentito omaggio a dei personaggi iconici, per una volta non inseriti "tanto per" (a parte il braccio rosso di C-3PO, messo davvero lì solo per far sbavare i collezionisti) ma funzionali ai fini della saga; per fare un esempio banale, non avete idea di quanto abbia apprezzato la piega presa dalla storia d'amore tra Han Solo e la Principessa Leila che, se devo essere sincera, all'epoca mi era parsa talmente forzata e campata in aria da chiedermi come potessero i personaggi stare davvero insieme. L'unico, grande difetto di Star Wars - Il risveglio della forza, quello che davvero non riesco a farmi andare giù nonostante abbia letto migliaia di articoli che ne hanno giustificato l'essenza, è il Trota, quello che Leo chiama giustamente "Il Frignetta". E' vero, Darth Vader non tornerà più e io capisco la scelta di creare un wannabe cattivo che si dispera come un ragazzino di 10 anni perché non riesce ad essere come il suo idolo (che poi, idolo perché? Lo scopriremo nei prossimi capitoli, spero...) ma non accetto il casting di uno identico al figlio di Bossi, con lo sguardo fisso dell'ottuso tipico di un Herbert Ballerina qualsiasi, un essere talmente sfigato che verrebbe voglia di impalarlo con la sua spada laser triforcata. Accanto a lui, probabilmente risulterebbe carismatico persino Jar Jar Binks e non stupisce che anche un sottoutilizzato Domhnall Gleeson diventi al suo cospetto il re dei supercattivi, nonostante la faccetta tenera e simpatica che normalmente lo contraddistingue. A parte questo, a me Star Wars - Il risveglio della forza è piaciuto e mi sono divertita come una bambina: tra un inseguimento spaziale, un urlo di Chewbacca, la scoperta che Han Solo ha lo stesso taglio e colore di capelli di papà, che la principessa Leila è diventata identica a mia nonna, la visione dell'adorato Greg Grunberg, una lacrima, una risata e un insulto grosso come una casa al maledetto Kylo Ren, non vedo l'ora che esca l'Episodio VIII tra due anni e nell'attesa passo al lato buono della Forza ché quello Oscuro ormai è diventato il regno della Dilusione!


Del regista e co-sceneggiatore J.J. Abrams ho già parlato QUI. Harrison Ford (Han Solo), Mark Hamill (Luke Skywalker), Carrie Fisher (Principessa Leia), Oscar Isaac (Poe Dameron), Andy Serkis (Leader Supremo Snoke), Domhnall Gleeson (Generale Hux), Max Von Sydow (Lor San Tekka), Simon Pegg (Unkar Plutt), Warwick Davis (Wollivan) e Daniel Craig (il trooper che viene "fregato" da Rey) li trovate invece ai rispettivi link.

Adam Driver interpreta Kylo Ren. Americano, ha partecipato a film come J.Edgar, Lincoln e A proposito di Davis, inoltre ha doppiato un episodio de I Simpson. Ha 33 anni e quattro film in uscita tra cui Star Wars: Episodio VIII, che stanno girando proprio in questo periodo.


John Boyega, che interpreta Finn, aveva già partecipato al carinissimo Attack the Block; Lupita Nyong'o, che aveva vinto l'Oscar come miglior attrice non protagonista per 12 anni schiavo, interpreta invece Maz Kanata mentre pare che sotto il casco del Comandante Phasma ci sia la Brienne de Il trono di spade, Gwendoline Christie. In un piccolo ruolo compare anche la figlia di Carrie Fisher Billie Lourd, ovvero l'esilarante Chanel n.3 di Scream Queens, e persino il compositore Michael Giacchino spunta in mezzo ai troopers, dopo aver scelto di lasciare la colonna sonora a John Williams. Per quel che riguarda il "seggio vacante" del regista, Brad Bird ha rinunciato perché già impegnato con Tomorrowland mentre Matthew Vaughn ha persino lasciato il timone di X-Men - Giorni di un futuro passato a Bryan Singer per riuscire a partecipare, tuttavia ha abbandonato presto il progetto per divergenze creative. Tra quelli che non ce l'hanno fatta segnalo Michael Fassbender con Hugo Weaving (entrambi considerati per il ruolo di Kylo Ren) e Gary Oldman, il quale si è visto soffiare il cameo da Max Von Sydow mentre Elizabeth Olsen ha rifiutato la parte di Rey perché già impegnata sul set di Avengers: Age of Ultron nei panni di Scarlet. Star Wars - Il risveglio della forza andrebbe visto dopo Guerre stellari, L'Impero colpisce ancora, Il ritorno dello Jedi, Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, Star Wars: Episodio II - L'attacco dei cloni, Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith, il cartone Star Wars: The Clone Wars, la serie animata dal medesimo nome e l'altra serie animata Star Wars Rebels; a seguire, arriveranno Rogue One: A Star Wars Story (il primo di una serie di film uniti in una Star Wars Anthology, ambientato poco prima degli eventi di Guerre Stellari), Star Wars: Episode VIII (nel 2017), un film dedicato ad un giovane Han Solo (nel 2018) e Star Wars: Episode IX (nel 2019). Nell'attesa, recuperate tutto il materiale disponibile e... ENJOY!

venerdì 7 agosto 2015

Ex Machina (2015)

Dopo Kristy, alla fine sono riuscita a guardare anche il secondo dei film che m'ispiravano questa settimana, ovvero Ex Machina, scritto e diretto dal regista Alex Garland. Segue post privo di spoiler, tranquilli.


Trama: il giovane programmatore Caleb vince il primo premio di una lotteria interna all'azienda, ovvero la possibilità di passare una settimana in un luogo isolato assieme al geniale Nathan. Il vero scopo di quest'ultimo però è quello di utilizzare Caleb per sottoporre il robot Ava al test di Turing e verificare se quest'ultima può essere davvero definita un'intelligenza artificiale...



Chi bazzica spesso il Bollalmanacco avrà più volte letto che la fantascienza non è proprio il mio genere. Prima di cominciare a parlare di Ex Machina sarà meglio chiarire una volta per tutte questo personalissimo punto di vita. La verità è che, a differenza di molte persone che ritengono erroneamente la fantascienza come un coacervo di storielle per ragazzini zeppe di astronavi, robot e alieni, io davanti a questo genere mi sento soverchiare da un'ignoranza spaventosa. Avendo sempre privilegiato, fin dalle elementari, le materie umanistiche, cose come le intelligenze artificiali, i paradossi temporali, le dinamiche che regolano la vita sulla Terra e nell'intero universo mi hanno sempre attirata poco e conseguentemente manco innanzitutto delle basi "tecniche" per affrontare la Fantascienza con la F maiuscola. Se a ciò si aggiunge che proprio questa ignoranza di base mi ha spesso tenuta lontana, vuoi per timore di annoiarmi a morte, vuoi per timore di non capire, da moltissime opere seminali sia cinematografiche che letterarie, capita che ogni volta che decido di guardare un film come Ex Machina mi sembra di essere lo scemo del villaggio alle prese con la compilazione del 730. Ergo, la fantascienza "non è il mio genere". Eppure mi ritrovo ad apprezzarla e a rispettarla. Com'è effettivamente accaduto con Ex Machina, pellicola resa assai ostica dall'infinità di citazioni e riferimenti presenti nei dialoghi, che spaziano dal test di Turing (fondamentale ai fini della trama ma ovviamente io non ne conoscevo l'esistenza fino a, tipo, ieri), al fisico Oppenheimer (il creatore della bomba atomica), per arrivare al Prometeo "antico", a quello moderno del Frankenstein di Mary Shelley, passando per il filosofo Ludwig Wittgenstein ed infilando nella trama Platone, Barbablù, Kubrick, Tiziano, persino Star Trek. Come ha detto giustamente Giuseppe de Il buio in sala, con tanta carne al fuoco si rischia di perdere l'insieme e dimenticare questi dialoghi così pregni subito dopo averli ascoltati perché il cervello si riempie di così tante informazioni che si fa davvero fatica a seguire e capire tutto o anche solo ad entrare in risonanza con questi personaggi così colti e geniali. Il che è paradossale, perché la storia di Ex Machina è talmente semplice ed universale che la potrebbe apprezzare persino un bambino.


Liberando la pellicola di Garland da tutti questi meravigliosi e intelligentissimi "fronzoli" rimane la potente storia di una creatura che anela alla libertà, di un uomo accecato dall'arroganza e di un povero cristo spinto più dalla bontà e da una profonda solitudine che dalla sete di conoscenza. I destini dei tre protagonisti si intrecciano in un gioco fatto di inganni e mezze verità, di test dove non è chiaro chi sia il soggetto e chi l'oggetto, di giochi mentali che portano a dubitare della propria natura e di quella di chi ci circonda. Quello che emerge da Ex Machina è un'interessante analisi di cosa ci renda davvero umani, di cosa serva per determinare se l'artefatto che abbiamo davanti possa essere definito "intelligenza artificiale" (ovvero in grado di superare la programmazione ed arrivare a portare avanti dei ragionamenti indipendenti) oppure semplicemente un freddo computer e inoltre la pellicola analizza anche la differenza tra "conoscenza" ed "esperienza", portando all'attenzione dello spettatore il magnifico esempio della donna che conosceva tutti i colori pur avendo vissuto sempre in una stanza bianca e nera e che ha potuto apprezzarli davvero soltanto una volta uscita, "vedendo" così i colori in natura ed usufruendo degli altri quattro sensi e soprattutto del cuore. A proposito di colori, sapete perché ho voluto guardare a tutti i costi Ex Machina nonostante il mio atavico terrore nei confronti della fantascienza? Perché ero rimasta affascinata dal verde brillante che veniva mostrato nel trailer, dall'incredibile bellezza delle location esterne (ah la Norvegia, che meraviglia!!) e dalla sottile inquietudine che mi hanno messo addosso gli interni zeppi  di specchi, telecamere, corridoi, porte chiuse, finestre e virati nei colori del rosso e del blu. Ed effettivamente il trailer per una volta non è stato ingannevole perché Ex Machina è soprattutto uno spettacolo per gli occhi, un trionfo di colori ed ombre mai utilizzati a caso (il bianco, simbolo di innocenza e purezza, acquista una valenza decisamente beffarda) che avvolgono la splendida figura di Ava, all'interno della quale la perfezione dell'effetto speciale e la bellezza naturale di Alicia Vikander si fondono per regalare allo spettatore un personaggio indimenticabile. E non me ne vogliano gli altri due bravissimi comprimari, soprattutto il roscio Domhnall Gleeson a cui voglio sempre più bene. Ci sarebbero mille altre cose da dire su Ex Machina ma, come ho detto all'inizio, conosco poco l'argomento e non vorrei incappare in fregnacce più grandi di me, quindi vi consiglio di guardare assolutamente il film di Garland e di farlo col cuore, senza preoccuparvi troppo di cogliere ogni singolo riferimento. Secondo me, abbiamo un altro potenziale candidato per la Top 5 di fine anno!


Di Domhnall Gleeson (Caleb) e Oscar Isaac (Nathan) ho già parlato ai rispettivi link.

Alex Garland è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo film dietro la macchina da presa. Inglese, ha firmato le sceneggiature di film come The Beach, 28 giorni dopo e Non lasciarmi. Anche produttore, ha 45 anni.


Alicia Vikander interpreta Ava. Svedese, ha partecipato a film come Royal Affair e Anna Karenina. Ha 27 anni e sei film in uscita.


Se Ex Machina vi fosse piaciuto recuperate Ghost in the Shell, Under the Skin, Her, Blade Runner, A.I. Intelligenza artificiale, Metropolis e ovviamente 2001: Odissea nello spazio. ENJOY!

venerdì 21 novembre 2014

Frank (2014)

Uno dei film che volevo vedere questa settimana era Frank, diretto dal regista Leonard Abrahamson, liberamente ispirato alla vita del musicista Chris Sievey e soprattutto del suo alter ego, Frank Sidebottom.


Trama: Jon vorrebbe fare il musicista e sfuggire alla grigia vita di provincia. L'occasione si presenta quando gli impronunciabili Soronprfbs cercano un tastierista per un concerto e per incidere l'album ma la vita con gli strani elementi che compongono il gruppo non sarà facile...


Frank è un film molto tenero, che spiazza lo spettatore in più di un'occasione, non tanto per la storia, di per sé assai semplice, quanto per i personaggi rappresentati. In realtà, pur chiamandosi Frank, fin dall'inizio la pellicola si concentra sul giovane Jon e sui suoi tentativi frustrati di trovare un posto all'interno della scena musicale irlandese prima e mondiale poi, cosa che fa di lui l'osservatore attraverso il cui punto di vista vengono presentati i personaggi e raccontata tutta la storia di Frank e dei Soronprfbs. Che sono dei bei scoppiati, bisogna dirlo. Dei casi umani senza speranza che accolgono quasi di malavoglia il "normale" Jon e che nella musica non cercano successo ma semplicemente un modo per fare arte, per esprimersi, probabilmente per sfogare una natura che li porterebbe dritti in prigione o al manicomio, alcuni anche al suicidio. Jon invece vuole emergere, vuole diventare famoso e per questo racconta ogni dettaglio della sua esperienza condividendolo sui social; è palese che Jon sia un musicista mediocre, non perché gli manca la tecnica ma perché gli manca quella personalità che gli consentirebbe di trovare ispirazione anche nelle cose più semplici e banali, gli manca l'innocenza di voler fare musica senza secondi fini, senza dover essere per forza fico. In confronto a Jon, spesso irritante nella sua ragionevolezza da manager/bimbominkia, Frank e gli odiosi Soronprfbs risultano umani e gradevoli, anche con i loro antipatici modi di fare e i loro atteggiamenti sociopatici, perché questi assurdi outsider amano la musica e soprattutto si amano l'un con l'altro e si sostengono come se fosse la cosa più naturale del mondo, condividendo le poche gioie e i molti dolori della loro vita scapestrata.


Tenero e spiazzante questo Frank, come ho detto all'inizio. Però manca qualcosa, qualcosa che riesca a tirare fuori la storia dal binario conosciuto del percorso di formazione del protagonista (successo - crollo - redenzione) e dell'happy ending canonico a tutti i costi. Quel qualcosa che, se Frank fosse stato messo in mano a gente come Kaufman, Gondry, Jonze o Anderson, veri esperti nell'arte di tratteggiare le idiosincrasie umane e le esistenze di gente troppo assurda per vivere, l'avrebbe probabilmente elevato a capolavoro assoluto. Manca in definitiva il gusto per l'assurdo, che in Frank si riduce alla mera forma, all'apparenza che nasconde invece un'anima semplice e abbastanza convenzionale, un po' come la maschera di cartapesta indossata dal protagonista. Peccato perché gli attori sono tutti bravissimi, il blasonato e mascherato Fassbender, pur avendo una voce bella quanto il suo vero aspetto (ecco, magari sarebbe guardare il film in lingua originale...), non ruba la scena ai co-protagonisti, così che tutti gli interpreti riescono ad ottenere il proprio giusto e meritato spazio mentre le canzoni sono molto particolari e ricordano (a me che sono musicalmente ignorante, ovviamente) un po' lo stile dei Sonic Youth, con suoni isterici e dissonanti che accompagnano dei testi assurdi e quasi nonsense. Insomma, diciamo che da Frank mi aspettavo un po' di coraggio e weird in più però parliamo di una pellicola assai gradevole che mi sento assolutamente di consigliare, soprattutto per chi è in cerca di una storia in grado di mescolare con leggerezza ed equilibrio il dramma e la commedia.


Di Domhnall Gleeson (Jon Burroughs), Maggie Gyllenhaal (Clara) e Michael Fassbender (Frank) ho già parlato ai rispettivi link.

Lenny Abrahamson è il regista della pellicola. Irlandese, ha diretto film come Adam & Paul e What Richard Did. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e un film in uscita.


Scoot McNairy (vero nome John Marcus McNairy) interpreta Don. Americano, ha partecipato a film come Cogan - Killing them Softly, Argo, 12 anni schiavo, L'amore bugiardo e a serie come Six Feet Under, How I Met your Mother, My Name is Earl, CSI - Scena del crimine e Bones. Anche produttore, ha 37 anni e tre film in uscita, tra cui Batman vs Superman: Dawn of Justice.


François Civil, che interpreta il francese Baraque, era il Papillon del diludente Necropolis - La città dei morti mentre Carla Azar, che interpreta Nana, è davvero una musicista, soprattutto batterista. Neanche a dirlo, l'assurdo personaggio di Frank è stato scritto per Johnny Depp ed è strano in effetti che l'attore non abbia partecipato al progetto, lasciando campo libero a Fassbender! Lo script originale, invece, era ambientato soprattutto in Svezia ma le location sono cambiate quando a dirigere la pellicola è stato chiamato l'irlandese Lenny Abrahamson. Detto questo, se Frank vi fosse piaciuto recuperate Essere John Malkovich. ENJOY!

domenica 4 maggio 2014

Questione di tempo (2013)

Prima di partire per Parigi ho avuto modo di vedere Questione di tempo (About Time), scritto e diretto nel 2013 da Richard Curtis. Siccome è passato del tempo, vediamo di rimettere insieme le idee e scrivere una recensione decente!


Trama: il giorno del suo 21esimo compleanno Tim viene messo a conoscenza del segreto di famiglia: tutti gli uomini che ne fanno parte hanno il potere di viaggiare indietro nel tempo. Il ragazzo decide di sfruttare questo nuovo potere per trovare l'amore...


Questione di tempo è una gradevole commedia romantica molto british che parte da un simpatico quanto fantasioso assunto: cosa farebbe una persona normalissima se avesse il potere di tornare indietro nel tempo? Molto probabilmente, come succede a Tim, realizzerebbe desideri normalissimi, in primis quello di trovare l'amore. E proprio su questa rocambolesca e divertente ricerca dell'anima gemella ruota l'intera prima parte di Questione di tempo, una pellicola che nasconde, dietro alla facciata alternativa e un po' sciocchina, un paio di riflessioni più interessanti e profonde che se, da un lato, appesantiscono la seconda parte tirando la storia anche troppo per le lunghe, dall'altro lo rendono forse più apprezzabile e "sentito" rispetto alla media del genere. Per una volta, infatti, il titolo italiano rende molto bene (anche se mai come quello originale) la doppia anima del film, che racconta sì una storiellina fantastica in cui, finalmente, il protagonista riesce a crearsi una vita manipolando con paracula ed imbranata accortezza il tempo, ma riflette anche sul Tempo in generale e, soprattutto, sul modo sciocco in cui troppo spesso viene sprecato impedendoci di assaporare i momenti davvero degni di essere vissuti, anche quelli che ci sembrano più banali e scontati: se all'inizio si ride parecchio, verso la fine Questione di tempo assume una sfumatura sempre più malinconica e commovente, evitando per un pelo l'affossamento in una ripetitività di gag che, a lungo andare, lo avrebbero reso soporifero.


Oltre al cambio di atmosfera, ciò che giova a Questione di tempo è il fatto che il fulcro della storia, ad un certo punto, si sposti dalle vicende amorose di Tim a quelle relative alla sua famiglia perché, non stiamo a raccontarcela, Domnhall Gleeson è bravo e simpatico ma non ancora in grado, a mio avviso, di reggere quasi da solo un intero film mentre il vecchio leone Bill Nighy è sempre un piacere da ascoltare e vedere: la strana famiglia di Tim, con quell'aria vagamente Andersoniana, è indubbiamente la carta vincente di una pellicola che, privata di questi strani personaggi, molto probabilmente mi sarebbe piaciuta meno. Altro geniale picco di eccentricità, apprezzabile appieno solo guardando la versione originale di Questione di tempo, è il matrimonio celebrato sulle note de Il mondo di Jimmy Fontana, definito molto tranquillamente come an italian weirdo, che tuttavia alle orecchie di un madrelingua nostrano dona un ulteriore significato alla pellicola: il mondo non si è fermato mai un momento, la notte segue sempre il giorno, come a dire che il tempo può anche essere (nei limiti che scoprirete guardando il film) governato e controllato, ma alla fine le cose dovranno fare sempre il loro corso, bello o brutto che sia. Starà a Tim, e per estensione a noi, trovare UN mondo, IL mondo, quello dove riusciremo a stare bene nella buona e nella cattiva sorte, senza ricorrere a sotterfugi e senza sprecare neanche un minuto prezioso a rimpiangere "quello che avrebbe potuto essere". Voi intanto rubate un paio di orette alla vostra vita guardando questo delizioso Questione di tempo, non ve ne pentirete!


Del regista e sceneggiatore Richard Curtis ho già parlato qui. Domhnall Gleeson (Tim), Rachel McAdams (Mary) e Bill Nighy (Papà) li trovate invece ai rispettivi link.

Lindsay Duncan interpreta mamma. Scozzese, ha partecipato a film come Un marito ideale, Sotto il sole della Toscana, Alice in Wonderland e a serie come Doctor Who, Black Mirror e Sherlock. Ha 64 anni.


Tom Hollander interpreta Harry. Inglese, ha partecipato a film come Gosford Park, The Libertine, Orgoglio e pregiudizio, Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma, Un'ottima annata - A Good Year, Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo, Elizabeth: The Golden Age, Byzantium e ha doppiato episodi de I Griffin e American Dad!. Anche produttore e sceneggiatore, ha 47 anni e un film in uscita.


Margot Robbie interpreta Charlotte. Australiana, ha partecipato a The Wolf of Wall Street e alla soap opera Neighbours. Anche produttrice, ha 24 anni e quattro film in uscita tra cui l'ennesima versione di Tarzan che dovrebbe avere tra i protagonisti anche i tarantiniani Samuel L. Jackson e Christoph Waltz!


Se Questione di tempo vi fosse piaciuto non perdetevi Sliding Doors e, soprattutto, il meraviglioso Ricomincio da capo. ENJOY!

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