Visualizzazione post con etichetta joel edgerton. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta joel edgerton. Mostra tutti i post

mercoledì 25 marzo 2026

Train Dreams (2025)


La Oscar Rush mi ha fatto recuperare anche Train Dreams, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Clint Bentley a partire dal romanzo di Denis Johnson e candidato a quattro premi Oscar (Miglior film, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia, Miglior canzone originale).

Trama

Robert Grainier è un taglialegna dal carattere schivo. Quando incontra Gladys, i due si innamorano e mettono su famiglia, ma la tragedia è dietro l'angolo...

RECENSIONE

Train Dreams era uscito su Netflix il 21 novembre 2025 e mi ci ero tenuta ben distante. Il primo motivo è che ero già rimasta "scioccata" l'anno scorso da Sing Sing, scritto e diretto da Greg Kwedar, co-sceneggiatore anche di Train Dreams; il secondo è Joel Edgerton, che sono ormai arrivata a considerare sinonimo di pesantezza coi controfiocchi. Il tremendo binomio prometteva un tedio infinito, soprattutto perché Edgerton si presentava nuovamente con un personaggio stundaio (vedi QUI ma anche QUI), quindi ho pensato bene di evitare, almeno finché non è diventato obbligatorio guardare Train Dreams in previsione degli Oscar. Per una volta, mi vedo costretta a cospargere il capo di cenere e ringraziare l'Academy per l'"obbligo", altrimenti avrei perso un film molto bello, poetico e commovente. Nonostante mi sia piaciuto molto, però, non sono sicura di avere capito bene Train Dreams, che a me è comunque parso un film fatto di "nulla", se mi passate l'imprecisione ignorante, o, meglio, un film fatto di sfiga cosmica, chiamata e sopportata da un uomo stolido nella sua ferma volontà di non godersi proprio una mazza. Mi spiego meglio. Robert Grainier è un uomo che non ha mai provato interesse per nulla, un lavoratore indefesso che vive senza curarsi troppo di chi gli sta attorno, senza mai fare quel passo in più per avvicinarsi a qualcuno. L'unico momento che spezza questo stile di vita è l'incontro con Gladys, colei che diventerà il suo grande amore nonché immensa fonte di disperazione e rimpianto. Senza addentrarci troppo in spoiler, il film racconta pezzi della vita di Grainier, alternando semplici momenti di quotidiana felicità casalinga ad episodi più o meno significativi legati al suo lavoro di boscaiolo e tutto un codazzo di compagni incontrati durante le lunghe trasferte lontano da casa. Gli episodi sono legati da un unico fil rouge, che è poi quella che credo sia la chiave di lettura di tutto il film, ovvero i cambiamenti all'interno della società e del paesaggio americano, osservati e talvolta causati da una natura "matrigna" che si lascia "stuprare" dall'uomo fino a un certo punto, prima di riprendere prepotentemente il controllo e ridurlo al ruolo che merita, quello di parassita da schiacciare, bruciare, o lasciare morire lentamente di vecchiaia e malattia. Chi pensa che i suoi tormenti siano importanti vive male, arriva alla fine dell'esistenza senza lasciare nulla e non si accorge, come dice il divino William H. Macy (ma lo dicono un po' anche i Negramaro) "di quanto il mondo sia meraviglioso". In poche parole, serve equilibrio, e la capacità di far fruttare ogni momento, anche il più futile e banale. Ora, io so di avere "solo" 44 anni, ma credetemi se vi dico che Grainier e tutti i suoi poco allegri compagni mi hanno messo addosso una tristezza terribile, la malinconia devastante al pensiero di guardarmi indietro e vedere quante cose non mi sono goduta presa da preoccupazioni futili col senno di poi, e di quanto tempo perderò ancora finché non giungerà il momento in cui non ne avrò più.

La vita di Robert scorre sotto gli occhi dello spettatore, scandita dalla perfetta narrazione "vecchio stampo" di Will Patton; ascoltando la voce dell'attore, sembra di stare seduti accanto al fuoco, ad ascoltare la storia di un'America (e di un tipo di americano) che non esiste più, cancellata da un progresso che è al tempo stesso fonte di rinascita e distruzione. Le immagini del film sono splendide, ricordano molto la bellezza poetica delle opere di Malick, in particolare The Tree of Life. Proprio gli alberi, le foreste sterminate, sono ripresi ed illuminati in tutta la loro gloria, diventano il cuore di Train Dreams, la metà legata alla natura; l'altra metà sono le sequenze connesse a treni e altri mezzi di locomozione, che hanno una qualità appunto onirica, e trasmettono quel misto di speranza e timore con le quali sicuramente si saranno approcciate le persone nell'epoca descritta nel film. Regia e fotografia consegnano una realtà dove i dettagli più prosaici si fanno poesia, dove ogni cosa è importante, dall'albero morto al cucciolo di cane, dai panorami mozzafiato al tavolo di casa propria, dove il mondo degli spiriti è talmente vicino da poter essere toccato e dove ogni storia è degna di essere raccontata. Anche quella di un uomo che praticamente non apre bocca, e che costringe Joel Edgerton ad esprimersi con lo sguardo, con il corpo, con una remissività talmente tenera da fare stare male, perché cosa vuoi dire a questo sfortunato pezzo di pane, "maledetto" da un unico momento di inazione dovuto ad un innato spirito di autoconservazione? In ruoli più brevi ma importantissimi brillano anche Felicity Jones, Kerry Condon (che si è fatta perdonare la partecipazione a quel giocattolone di F1 - Il film e, soprattutto, William H. Macy. William, io ti ho sempre amato e sono sempre stata convinta che la tua presenza rendesse un gioiello anche il film più trascurabile, e qui ne ho avuto l'ulteriore conferma, anche se Train Dreams è già da solo un'opera bellissima. Non fate come me e recuperatelo senza indugio!

CAST

Di Joel Edgerton (Robert Grainier), Clifton Collins Jr. (Boomer), Felicity Jones (Gladys Grainier), Paul Schneider (Frank l'apostolo), William H. Macy (Arn Peeples), Kerry Condon (Claire Thompson), Will Patton (voce narrante) ho già parlato ai rispettivi link.
  • Clint Bentley è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come L'ultima corsa. Anche produttore, attore e montatore, ha 39 anni.

mercoledì 18 febbraio 2026

The Plague (2025)


Siccome ne avevo sentito parlare molto bene, appena è stato possibile ho recuperato The Plague, scritto e sceneggiato nel 2025 dal regista Charlie Polinger.

Trama

Durante un programma estivo di pallanuoto, il dodicenne Ben è costretto ad affrontare prese in giro ed umiliazioni sempre più pesanti, quando i compagni lo accusano di avere contratto la "peste"...

RECENSIONE

Aaah, ma che bella l'adolescenza. Anzi, che bella l'adolescenza maschile. Io, più guardo film e serie a tema, più vengo colta da una sindrome di Erode molto selettiva, che punta i maschietti tra i 12 e i 18 anni, assimilabili più a branchi di macachi feroci che ad esseri umani. Anzi, se non altro i macachi sono carini, 'sti mocciosi sono pure brutti, come dimostra il cast messo assieme da The Plague che, invece, è un film splendido, anche se mi ha messo un nervoso mai più provato dai tempi di Eden Lake, altra bella opera in cui avrei voluto vedere morti tutti gli esseri umani con età inferiore a 20 anni. The Plague parla di un programma estivo di pallanuoto a cui viene iscritto anche Ben. Ben è un ragazzino timido che vorrebbe disperatamente integrarsi, ed è palese fin da subito il suo desiderio di compiacere "il branco", nonostante un istintivo disgusto verso i loro modi. Ben è fondamentalmente buono ma debole, e proprio la sua bontà gli impedisce di disinteressarsi e, in qualche modo, avvicinarsi, ad Eli, bullizzato dai compagni perché accusato di avere la Peste. L'animo confuso di Ben, preda di queste due pulsioni contrastanti, lo porta a sua volta ad essere spesso crudele verso Eli, ma la sua crudeltà deriva non dal disgusto che provano i compagni, quanto piuttosto ad una dolorosa invidia: Eli è un paria, ma vive come vuole a costo di essere ridicolo e socialmente inaccettabile, mentre Ben vive per il giudizio altrui, si sforza disperatamente e, com'è ovvio, quando lo sforzo non viene più ripagato per una serie di circostanze, si spezza. The Plague è stato da tanti definito un thriller queer. A me è sembrato, in realtà, che la componente sessuale, pur assai pronunciata, fosse legata essenzialmente ad un desiderio vago, non legato ad un genere particolare. E' vero che la promiscuità, passatemi il termine, del dormitorio maschile, degli spogliatoi, delle docce e della sauna, con l'aggiunta di uno sport di contatto come la pallanuoto, si presta molto a questa interpretazione, ed è anche vero che le continue spacconerie sessuali messe in bocca ai ragazzini sembrano più frutto della necessità di confermare l'eterosessualità e la natura di maschi "alfa" più che di un interesse reale verso le ragazze. E' vero anche che la disperazione di Ben potrebbe nascere da una frustrazione sessuale, dalla consapevolezza di dover per forza essere attratto dalle femmine per poter far parte del gruppo, ma secondo me l'interesse di The Plague è rivolto altrove e la componente sessuale diventa l'ennesimo aspetto di una confusione generalizzata, di una "sporcizia" interiore ed esteriore, di quel non essere né carne né pesce tipico di quell'età orrenda.

E di orrore, a prescindere dalle splendide riprese acquatiche di Polinger e da una regia che, spesso, abbraccia uno stile onirico che spazia dal sogno bagnato all'incubo in perfetto stile De Palma in Carrie, ce n'è parecchio. Nonostante il titolo possa dare l'idea di un body horror con tutti gli annessi e connessi, The Plague non è un film particolarmente violento o disgustoso a livello fisico, salvo sul finale, perché la Peste di cui parlano i microcefali protagonisti è un eczema, uno sfogo diffuso, niente più. Ciò che è difficile da sostenere è piuttosto lo stress psicologico, la sensazione che a Ben possa accadere qualcosa di molto più brutto di una presa in giro, un terrore che il regista veicola semplicemente inquadrando i volti dei compagni di Ben, i loro sguardi freddi, la maschera di innocenza che indossano unita alla profonda convinzione che i loro comportamenti siano giustificabili in toto. Lo spettatore abituato a dinamiche simili a quelle de Il signore delle mosche o Full Metal Jacket (Kenny Rasmussen è impressionante per quanto somigli a Vincent D'Onofrio in quel film) non può fare altro che smettere di respirare in più occasioni, stando sul chi va là come il povero Ben, interpretato magnificamente da Everett Blunk. Il giovane attore offre l'interpretazione incredibile, molto realistica, di un ragazzino timido ma fiducioso che, a poco a poco, si spezza e cade vittima di un'ansia e una rabbia incontrollabili, consentendo alla Peste di renderlo brutto anche dentro, contagiato non tanto dalla "malattia" di Eli, quando dallo schifo veicolato dai suoi mostruosi compagni. Fondamentale anche la componente musicale, con una colonna sonora originale intensa ed elegante, fatta di inquietanti cori sovrapposti ed archi che enfatizzano la natura "chiusa" della realtà in cui viene a trovarsi Ben, un mondo che lascia soli i più deboli e dove gli adulti, potenziale presenza salvifica, non sono ammessi (il personaggio di Joel Edgerton è emblematico nella sua imbarazzante inutilità, pur se mossa da buone intenzioni). In aggiunta, non meno importanti, ci sono un paio di pezzi "dance" tra i quali cui spicca la scatenata Feeling So Real di Moby, un inno ad affermare se stessi, sempre e comunque, non importa quanto si sia strani, goffi, malaticci, nonché una canzone che vi resterà in testa per un bel po' dopo la fine dei titoli di coda. The Plague è un film splendido che spero possa avere in Italia la distribuzione che merita, ma è anche un film cupo, pessimista, che vi lascerà addosso sensazioni spiacevoli ad accompagnare un magone persistente, quindi maneggiatelo con cura... soprattutto se avete figli maschi di quell'età!

CAST

Di Joel Edgerton, che interpreta Daddy Wags, ho già parlato QUI.

  • Charlie Polinger è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Anche produttore e attore, ha 36 anni.

venerdì 26 novembre 2021

The Green Knight (2021)

Un'altro dei film che aspettavo con trepidazione quest'anno era The Green Knight, scritto e diretto da David Lowery, uscito pochi giorni fa su Amazon Prime Video con un titolo italiano che non sto nemmeno a riportare.


Trama: la notte di Natale, alla corte di Re Artù si palesa il Cavaliere Verde proponendo un gioco: subirà l'attacco di un Cavaliere senza reagire ma, in cambio, in capo a un anno quello stesso Cavaliere dovrà cercarlo e accettare di subire la stessa identica cosa. Gawain accoglie la sfida e decapita il Cavaliere Verde e, dopo un anno, parte per andare incontro al medesimo destino...


La prima cosa che mi è balenata alla mente alla fine della visione di The Green Knight (ma anche nel corso della stessa) è quanto sia vergognoso che un film simile, in Italia, sia finito direttamente tra le maglie della distribuzione online senza passare dal cinema. Che nessuno mi venga a dire che guardare The Green Knight a casa, a meno di non avere una stanza identica a una sala cinematografica (il che non vuol dire solo disporre di uno schermo 4K grosso come mezza parete, signori, mi rincresce), sia equiparabile al guardarlo come avrebbe meritato, nel buio e nel silenzio religioso di un cinema, senza nemmeno mezza distrazione, con uno schermo in grado di rendere giustizia alle splendide sequenze realizzate da Lowery, perché mi metto ad urlare come la bonanima di Solange davanti a degli orridi boxer a pallini. Guardarlo a casa, davvero, dimezza la portata dell'esperienza, e infatti nonostante fossi affascinata e presa dalle vicende di Gawain, mi sono addormentata dopo mezz'ora. Dopo un'ora di nanna e (giuro) ginnastica in casa, sono riuscita ad arrivare alla fine ma senza lo stesso coinvolgimento che avrei provato al cinema, e la cosa mi ha spezzato il cuore perché The Green Knight è uno dei film più particolari e affascinanti dell'anno, con così tanti livelli di lettura che non bastano le due righe stinfie che uso di solito per sviscerarli tutti. Lowery riadatta una leggenda stra-conosciuta dei cicli Arturiani mettendo sotto i riflettori un Gawain non ancora cavaliere, poco più di un ragazzino fatto uomo, che passa le giornate ad ubriacarsi o divertirsi nei bordelli pur essendo nipote di una leggenda come Re Artù; Gawain passa le giornate in attesa di "dimostrare in suo valore" ma senza davvero volerlo, aspettando un destino cavalleresco che parrebbe inevitabile e dovuto ma, in sostanza, non si adopera perché questo arrivi. Ci pensa mammà, con l'ausilio della magia (ma la signora non è Morgana, occhio, bensì Morgause) a richiamare, la notte di Natale, il Cavaliere Verde che renderà Gawain una leggenda... o forse quest'ultimo aspetto è sopravvalutato?


Il Gawain di Lowery, nonostante intraprenda, da un certo punto in poi, la Cerca che dovrebbe renderlo cavaliere, non cambierà né maturerà fino all'ultimo. Il suo animo, sia nel suo villaggio, prima di incontrare il Cavaliere e durante l'anno di attesa, sia durante il viaggio, rimane sempre quello di un ragazzino insicuro e pavido, di una persona che non sa cosa fare nella vita e che prende i dettami cavallereschi come regole prive di senso; sa che deve rispettarli ma non capisce come, né perché, e vive in un'incertezza costante che gli agguanta non solo il cuore, ma anche il braccio, rendendolo debole in ogni senso. Tutti i piccoli episodi in cui è diviso The Green Knight sono come tanti poemi in cui Gawain viene messo di fronte ai suoi difetti e ogni volta fallisce, salvo quando deve decapitare un avversario che non si muoverà, e anche i pochi momenti in cui la sua natura di cavaliere, in qualche modo, emerge (per esempio con Santa Winifred), i suoi modi stonano e non riescono a celare una natura di donnaiolo insicuro, che dagli altri si aspetta sempre qualcosa in cambio, atteggiamento, quest'ultimo, che un cavaliere non dovrebbe mai avere. Di base, Gawain arriva alla meta solo grazie alla fortuna, non certo al suo valore, ed è solo sull'ambiguo finale che parrebbe riscattarsi, aprendo gli occhi ad una triste consapevolezza che ne rinfocola il coraggio da tempo sopito. 


E Dev Patel è uno SPLENDIDO Gawain, proprio con tutti i suoi difetti. Lontano dall'iconografia che lo vorrebbe ovviamente bianco e biondo, Patel incarna un Gawain che rompe con la tradizione anche in questo senso e che si ritrova quindi "separato" dagli altri cavalieri, nonostante il palese amore che gli riserva il re, suo zio. Patel è giovane, aitante, incredibilmente sensuale ma anche dimesso e sconfitto, tanto che a volte verrebbe da prenderlo a schiaffi per l'inerzia e la debolezza che dimostra in ogni sua azione; ma è l'intera cavalleria, lo vediamo, ad essere debole, non a caso Artù e Ginevra sono vecchi e morenti come quel mondo che, a dar retta allo splendido monologo messo in bocca alla Vikander, verrà inevitabilmente ucciso dal verde, il colore della vita, che solo potrà tornare rigoglioso e splendido nella morte, sì, ma dell'uomo. A dispetto di questo pessimismo di fondo, che forse è speranza verso una realtà più attenta ai bisogni della natura, la messa in scena di The Green Knight è un trionfo di colori vividi che paiono usciti dai quadri medievali, ed è zeppo di un'iconografia talmente ricca che bisognerebbe avere una cultura enciclopedica per riuscire a capire tutti i riferimenti; io so solo che alcune sequenze sono di una delicatezza incredibile mentre altre lasciano a bocca aperta da tanto sono ricche ed affascinanti, e che Lowery si riconferma un Autore con la A maiuscola, che regala agli spettatori opere non facilissime ma di sicuro molto originali e di grande impatto. Recuperatelo, se potete.  


Del regista e sceneggiatore David Lowery ho già parlato QUI. Dev Patel (Gawain), Alicia Vikander (Essel/la Lady), Sarita Choudhury (la madre), Sean Harris (Re), Kate Dickie (Regina), Ralph Ineson (Cavaliere Verde), Barry Keoghan (lo sciacallo) e Joel Edgerton (il Lord) li trovare ai rispettivi link.


Erin Kellyman, che interpreta Winifred, ha partecipato alla serie Falcon and the Winter Soldier nei panni di Karli. Se The Green Knight vi fosse piaciuto recuperate Willow, una delle fonti di ispirazione dichiarate del regista, A Ghost Story, Excalibur e L'amore e il sangue. ENJOY! 

mercoledì 20 marzo 2019

Boy Erased - Vite cancellate (2018)

Conquistata fin dal trailer, questa settimana sono corsa a guardare anche Boy Erased - Vite cancellate (Boy Erased), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Joel Edgerton a partire dall'autobiografia omonima di Garrard Conley.


Trama: il giovane Jared, figlio di un pastore, scopre al college di essere gay. Il padre decide quindi di mandarlo in una struttura "correttiva".


Già non dev'essere facile nascere gay e scoprire, quando cominciano ad affacciarsi le prime pulsioni sessuali, di non essere come gli altri si aspettano, ovvero pronto a vivere una "sana" vita di coppia eterosessuale e sfornare tanti bei pargoletti; non oso immaginare cosa debba essere nascere gay in una famiglia estremamente religiosa, che considera l'omosessualità una malattia al pari di una polmonite, un "incidente di percorso" da correggere con l'aiuto di Dio. Non posso (e non voglio) nemmeno cominciare a riflettere sul perché simili cretinate antiscientifiche ed incredibilmente bigotte si siano diffuse al punto da giustificare l'esistenza di centri correttivi apposta per gay, dove le persone vengono costrette a rinnegare se stesse attraverso discutibili percorsi fatti di preghiera e psicanalisi d'accatto, atti ad individuare i motivi esterni che hanno fatto nascere questo "peccato" così da riuscire a liberarsene il prima possibile. Il problema, come sottolinea Garrard Conley che in uno di questi centri c'è stato davvero, è che i ragazzi e le ragazze omosessuali non vengono mandati lì per cattiveria ma probabilmente perché le famiglie sono sinceramente convinte di fare il loro bene e, spesso, non conoscono l'inevitabile incompetenza di chi gestisce queste strutture, magari anche loro animati da buone intenzioni ma comunque capre ignoranti poco meno superstiziose di chi uccide i gatti neri perché portano sfortuna; il risultato di queste "cure", alla fine di un percorso fatto di umiliazione e vergogna quando va bene, rischia tra l'altro di non essere quello sperato dai familiari, poiché giustamente per evitare di vivere in quelle condizioni un istante di più, il paziente decide di mentire a se stesso e agli altri, pronto ad affrontare una vita in perenne clandestinità emotiva, frustrante e triste. Insomma, un incubo. Un incubo legalizzato che Joel Edgerton ha scelto di portare sullo schermo in questo dramma misurato e dai toni delicati ma comunque ben difficile da digerire, all'interno del quale il protagonista, Jared, viene costretto dapprima a prendere dolorosamente coscienza della sua omosessualità, poi della chiusura mentale dei suoi genitori, tanto amorevoli quanto orribilmente bigotti.


Quello che mi ha colpita più di tutto guardando Boy Erased, al di là dell'ovvia condanna di questo tipo di centri, fortemente connotati in maniera negativa con tanto di "villain", è il modo dolceamaro in cui viene descritta la presa di coscienza di Jared, senza storie d'amore esaltanti o relazioni osteggiate dai genitori. Il cammino di Jared verso il coming out è qualcosa di intimo e dolorosamente solitario, fatto di due esperienze segnanti sia in positivo che in negativo e vissute nella solitudine di un college, lontano dagli amici e dalla famiglia; la prima violenza, accolta con terrore dopo mesi di pulsioni segrete e di speranze e la difficoltà a fidarsi nuovamente di chi è omosessuale, si rispecchiano nell'atteggiamento schivo e allo stesso tempo speranzoso di Jared, interpretato alla perfezione da un Lucas Hedges espressivo e dimesso, un ragazzo che minaccia di essere cancellato e di diventare un manichino, un semplice burattino da riempire con le aspettative dei genitori. Due grandi attori come Nicole Kidman e Russell Crowe si limitano, in questo caso, a fare da spalla, sostenendo l'interpretazione di Hedges e in un paio di casi arricchendola, rendendola ancora più emozionante, come nel confronto finale tra padre e figlio o nel momento in cui mamma Nancy si rende conto di cosa si nasconda davvero dietro il centro correzionale ("Shame on you. Shame on you. And shame on me, too"). Joel Edgerton, che come attore ha iniziato a non piacermi proprio, mette al servizio di questa storia personale la sua natura "stundaia" e delicata, creando così un film che non fa urlare al miracolo per quanto riguarda la regia o la sceneggiatura e tuttavia centra l'obiettivo che si era prefissato, preferendo concentrarsi sulla sostanza più che sull'apparenza, dando modo allo spettatore di riflettere e ragionare su una piaga sociale realmente esistente, senza farsi trasportare troppo dagli inevitabili sentimenti. Che sul finale arrivano a colpire duro, a mo' di ginocchiata, ma perlomeno sono sentimenti sinceri, in quanto non si può proprio accusare Boy Erased di essere ruffiano e lacrimevole. In sostanza, un gran bel film, consigliato, magari per aprire un po' gli occhi sulla sofferenza di chi spesso viene considerato "frivolo" e malato o forse solo capriccioso.


Del regista e co-sceneggiatore Joel Edgerton, che interpreta anche Victor Sykes, ho già parlato QUI. Lucas Hedges (Jared Eamons), Nicole Kidman (Nancy Eamons) e Russell Crowe (Marshall Eamons) li trovate invece ai rispettivi link.

Xavier Dolan interpreta Jon. Canadese, soprattutto conosciuto come regista, ha partecipato a film come Martyrs e 7 sconosciuti a El Royale. Anche sceneggiatore, produttore, costumista, compositore, ha 30 anni e due film in uscita tra i quali It: Capitolo 2, dove interpreterà nientemeno che Adrian Mellon.


Flea (vero nome Michael Peter Balzary) interpreta Brandon. Australiano, storico bassista dei Red Hot Chili Peppers, lo ricordo per film come I ragazzi della 56ª strada, Ritorno al futuro - Parte II, Ritorno al futuro - Parte III, Belli e dannati, Il grande Lebowski, Paura e delirio a Las Vegas, Psycho e Baby Driver - Il genio della fuga; come doppiatore, ha lavorato ne I Simpson, American Dad!, I Griffin e Inside Out. Anche sceneggiatore e produttore ha 57 anni.


Se Boy Erased vi fosse piaciuto cercate di recuperare il recente La diseducazione di Cameron Post, che tratta le stesse tematiche. ENJOY!

mercoledì 30 maggio 2018

It Comes at Night (2017)

Spinta dalle ottime critiche ricevute oltreoceano ho recuperato It Comes at Night, diretto e sceneggiato dal regista Trey Edward Shults, riscoprendomi ben poco americana nelle mie opinioni...


Trama: mentre la gente muore a causa di un pericoloso morbo, Paul e la sua famiglia, composta da moglie e figlio, hanno trovato un equilibrio isolandosi in una casa in mezzo al bosco. Un giorno però uno sconosciuto riesce a penetrare all'interno dell'abitazione...



A casa mia, chi veniva di notte era la Befana, con le scarpe tutte rotte. Poi ci sono gli Alien che "molto spesso vengono di notte. Molto spesso", come diceva Cartman in una storica puntata di South Park. Insomma, non è molto chiaro chi è questo It che arriva di notte (si sa solo che non è Pennywise), quindi è bastato probabilmente questo titolo ambiguo per mandare in sbattimento il pubblico americano e farlo gridare al miracolo, quando bisognava solo aprire la Bibbia per scoprire che "Il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte", primo indizio dell'allegria di cui è permeato It Comes at Night. Il film di Shults è infatti la storia di persone che aspettano il Giorno del Signore, o la fine del mondo conosciuto, tanto sanno che prima o poi la malattia le coglierà nonostante tutte le loro precauzioni, che sia notte o che sia giorno, alla faccia di tutte le (poche) speranze che possono covare. La pellicola si apre con una sequenza mortifera e si conclude con un'altra parimenti, in un cerchio perfetto che racchiude nel mezzo la quotidianità di un nucleo familiare all'interno del quale i membri non comunicano, affrontano il dolore in solitudine e soprattutto avvolti da un pessimismo cosmico che farebbe invidia a Leopardi. Tutto cambia, si fa per dire, quando un giorno penetra nella casa fortificata un uomo che, dopo la prima e comprensibile reazione di diffidenza, conquista la fiducia della famigliola e si trasferisce con loro assieme alla moglie e al figlioletto. Punto. Questa è la trama di It Comes at Night, dopodiché tutto ciò che resta da fare allo spettatore è rimanere in attesa del momento in cui, com'è ovvio, la convivenza tra le due famiglie degenererà in tragedia, tra incomprensioni, cose taciute, pericoli esterni e l'inevitabile terrore della malattia. Uno scampolo di post-apocalisse già visto e rivisto mille volte ma non sarebbe questo il problema se lo spettatore riuscisse ad empatizzare un minimo coi protagonisti e a dispiacersi per una loro eventuale dipartita. Peccato che durante la visione di It Comes at Night verrebbe solo voglia di prendere a ceffoni Paul, scrollare forte la moglie e soprattutto il figlio adolescente mollo come la panissa e al limite compiangere Will, Kim e il piccolo Andrew che hanno avuto la sfiga di incappare in questo trio di depressi cronici; la vicenda, filtrata dal punto di vista "diffidente" di Paul e focalizzata sulle silenti turbe adolescenziali del figlio Travis, vorrebbe un po' fare il verso a The Witch, coi boschi minacciosi e l'isolamento ad influenzare negativamente i personaggi, ma la verità è che è ben distante dal causare la benché minima inquietudine.


Non bastano infatti sprazzi di visioni splatter, rumori notturni, incubi fusi con la realtà, corridoi claustrofobici e boschi cupi per realizzare un thriller/horror memorabile, soprattutto quando le dinamiche familiari vengono esaminate con così tanta superficialità, per il solo gusto di regalare allo spettatore una "riflessione" artistica che mostri la raffinatezza del regista e sceneggiatore. Lo stile di Shults non è malvagio, anzi, è molto suggestivo e si vede che il regista puntava a realizzare un film curato e pieno di belle immagini, con particolari in grado di saltare all'occhio come la porta rossa in fondo al corridoio o quel sangue nero come la pece che spurga dai malati, tuttavia una pellicola che parla agli occhi e non al cuore (o alla "pancia" dello spettatore, se è per quello, per non parlare del cervello) mi lascia come mi trova. Posso forse avere un problema con Joel Edgerton, più che col regista o la sceneggiatura? Può darsi. La sua passione per i personaggi "stundai" è qualcosa che non comprendo, 'sti uomini ruzzi che non spiccicano parola manco a morire e sono sempre pronti a grugnire guardando in cagnesco non solo gli estranei ma persino i propri familiari mi allontanano dai loro problemi più che coinvolgermi e lo stesso vale per i comprimari sottomessi che si limitano a subire questo atteggiamento del menga. I dialoghi sussurrati, la fotografia cupa, le emozioni così trattenute mi spengono il cervello e l'unico momento in cui ho sentito davvero qualcosa è stato durante lo sfogo finale di Riley Keough, anche se viste le circostanze lì si è trattato di vincere abbastanza facile, insomma, non ho mica un cuore di pietra. Francamente, non so davvero cosa abbia spinto gli americani ad accogliere con così tanta gioia un film come It Comes at Night, seppellito di lodi e recensioni positive quando a me è sembrato di una banalità senza pari, l'ennesimo prodotto medio arrivato dalla scena horror USA, senza infamia né lode, ma da parte mia non mi sento di consigliarlo proprio a nessuno.


Di Joel Edgerton, che interpreta Paul, ho già parlato QUI mentre Carmen Ejogo, che interpreta Sarah, la trovate QUA.

Trey Edward Shults è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto un altro film dal titolo Krisha e un paio di corti. Anche produttore e attore, ha 29 anni.


Riley Keough interpreta Kim. Americana, ha partecipato a film come Magic Mike, Kiss of the Damned e Mad Max: Fury Road. Anche produttrice, ha 28 anni e cinque film in uscita.


Se It Comes at Night vi fosse piaciuto recuperate The Divide, Viral e Contagious: Epidemia mortale. ENJOY!


mercoledì 16 maggio 2018

Bright (2017)

Prima di Natale Netflix ha fatto uscire Bright, diretto nel 2017 dal regista David Ayer e, forse aiutata da un istinto atavico, ci ho messo un po' a recuperarlo...


Trama: in una Los Angeles dove gli umani convivono con orchi, elfi, fate e altre creature, i poliziotti Daryl e Nick, rispettivamente umano e orco, devono cercare di proteggere un'elfa detentrice di bacchetta magica senza venire uccisi dai diversi gruppi che le danno la caccia.



Buoni propositi 2018: cercare di fare pace con Mark Duplass (anche se non guarderò MAI Creep 2, mai nella vita, never ever) ed evitare qualsiasi pellicola che abbia Joel Edgerton tra gli attori principali. Non nomino Will Smith perché l'ex principe di Bel Air ha smesso di piacermi negli anni '90 e ogni sua apparizione mi provoca da decenni un tedio inenarrabile, la stessa cosa che succede in presenza di Joel Edgerton. Sono andata a rileggere i post relativi a tutti i film interpretati dall'attore e non c'è una sola recensione in cui mi sia ritrovata ad apprezzarlo, piuttosto davanti alla sua faccia la palpebra comincia a calarmi. Qui hanno cercato di darmela a bere seppellendolo sotto un trucco da Uruk-hai ma non stiamo a prenderci in giro: Joel Edgerton fa dormire sempre e comunque, con buona pace dei millemila fan dell'attore, orco o umano che sia. Date le premesse, ovvero la micidiale combo Smith/Edgerton, obiettivamente, come diamine avrebbe fatto a piacermi un film come Bright? Le persone si lamentano dell'umorismo presente nei film Marvel o in Star Wars ma io qui ammetto pubblicamente che preferirei diecimila Thor: Ragnarok e mille telefonate scherzo al roscio di Star Wars piuttosto che sopportare Will Smith che dice "non siamo in una profezia, siamo in una Toyota" mentre tutto intorno a lui è triste, cupo e violento peggio che in un Batman di Nolan venuto male. Povero Ayer. Prima è stato costretto a mettere mano a Suicide Squad, adesso si è preso in carico il compito di "nobilitare" e rendere seria una belinata da nerd senza fantasia come questo Bright e il risultato è il solito pasticciaccio brutto di un film né carne né pesce, poco divertente, non abbastanza violento e soprattutto affatto interessante. Per dire che il commento finale congiunto mio e del Bolluomo è stato: "Hanno sbagliato. O realizzavano una supercazzola totale piena di battute e personaggi scemi oppure spingevano il pedale sul cattivo gusto gore e buona camicia a tutti". Invece vogliamo fare gli Autori quando abbiamo in mano una robetta di sceneggiatura appena abbozzata, non giustificabile col fatto di voler realizzare una trilogia o, come invocano tutti on line, una serie TV.


L'alchimia tra Smith e Edgerton, umano e orco il cui rapporto è la copia blanda di quello già visto in mille altri buddy cop movies, non scatta mai nemmeno per sbaglio. Smith interpreta sempre il solito duro che vorrebbe ma non può, che millanta bastardaggine ma non farebbe male nemmeno ad una mosca perché "Ah, la famiglia, ah i figli" (moglie e figlia compaiono sì e no cinque minuti in tutto il film, per inciso) mentre Edgerton è l'ennesimo paria, orco tanto buonino come Lupo de Lupis che per questo viene odiato dagli altri orchi in quanto "traditore" e dagli umani leghist... ehm, poliziotti corrotti in quanto immigrat...ehm, orco. Il fulcro del rapporto tra i due è il solito odio malriposto da parte del polo apparentemente più avvantaggiato (SPOILER: Will Smith) verso il suo compare che è semplicemente un po' scemino, ingenuo ma fondamentalmente buono e il risultato finale di tutte le avventure è tanto scontato quanto loffio, soprattutto quando a fare da background c'è un universo fantasy abbozzato in modo talmente banale che forse persino un quattordicenne avrebbe fatto di meglio. Gli orchi sono dei cattivoni gangsta, gli elfi dei fighetti ricchissimi, i latinos rimangono tali e gli altri umani non latinos sono impegnati a scacciare le fatine dai prati; ogni tanto spunta un bright, ovvero gente capace di usare le bacchette magiche, e alcuni elfi non sono felici dei loro privilegi e vorrebbero far tornare in vita il Signore Oscuro (Voldemort, Sauron, Berlusconi, nominatene uno a caso...) proprio grazie alle suddette bacchette. Punto. La povera Lucy Fry, costretta a fare la portatrice di bacchetta muta o gemente per un buon 90% del tempo (SPOILER: di Milla Jovovich ne Il quinto elemento ce n'è una, signori, mi spiace), non ha un centesimo della verve che la caratterizzava in Wolf Creek - La serie e i poveri spettatori già scoglionati dopo mezz'ora di 'sta tiritera imbarazzante, come me, non aspettano altro che vedere la sempre cazzutissima Noomi Rapace pigliare a calci nel sedere lei e i suoi due protettori, possibilmente in un profluvio di sangue & viscere oltre che morte & distruzione. Bon, sinceramente non ho più voglia di spendere tempo per parlare di 'sta cretinata. Personalmente non mi sono divertita guardandola quindi non la consiglio, se invece pensate che il genere possa piacervi dategli un'occhiata ma poi non dite che non vi avevo avvertiti. A 'sti punti, Rapace per Rapace e Netflix per Netflix consiglierei piuttosto la visione del pregevolissimo Seven Sisters, ad Ayers invece suggerisco di smettere di lavorare a scopo alimentare e prendersi un paio d'anni sabbatici a riflettere.


Del regista David Ayer ho già parlato QUI. Will Smith (Daryl Ward), Joel Edgerton (Nick Jacoby), Noomi Rapace (Leilah), Edgar Ramirez (Kandomere), Lucy Fry (Tikka) e Jay Hernandez (Rodriguez) li trovate invece ai rispettivi link.

Kenneth Choi interpreta Yamahara. Americano, ha partecipato a film come Captain America - Il primo vendicatore, The Wolf of Wall Street, Suicide Squad, Spider-Man: Homecoming e serie quali Più forte ragazzi, Roswell, La vita secondo Jim, Dr. House, CSI, 24, Heroes, Agents of S.H.I.E.L.D. e American Crime Story. Ha 47 anni e quattro film in uscita.


Pochi giorni fa Netflix ha annunciato ufficialmente il seguito di Bright, sempre con David Ayer alla regia e Will Smith e Joel Edgerton come protagonisti: buon per loro ma non starò a trattenere il fiato! Nel frattempo, se Bright vi fosse piaciuto, recuperate End of Watch - Tolleranza zero (al quale Max Landis si è ispirato per la sceneggiatura). ENJOY!

venerdì 17 marzo 2017

Loving (2016)

E' uscito ieri in tutta Italia il film Loving, diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Jeff Nichols nonché candidato all'Oscar per la Migliore Attrice Protagonista.


Trama: Mildred e Richard, lei nera e lui bianco, si sposano a Washington D.C. contravvenendo tuttavia alle leggi razziali dello Stato in cui vivono, la Virginia. Condannati a venticinque anni di esilio dallo stato, i coniugi Loving cominciano un calvario fatto di cause legali che li farà arrivare fino alla Corte Suprema...



Normalmente, ormai lo avrete capito, non sono cattiva con i film che non lo meritano. Per venire stroncato dalla sottoscritta un film dev'essere una trashata invereconda, recitato da bestie, oppure non essere all'altezza del regista e degli interpreti coinvolti. Ormai dovreste anche sapere che mi piacciono molto le pellicole basate su vicende realmente accadute, soprattutto quando dette vicende raccontano aspetti della storia americana, così piena di contraddizioni da non smettere di affascinarmi. Come si intrecciano queste due premesse così diverse all'ultimo film di Jeff Nichols?Loving, incentrato su un importantissimo capitolo della lotta americana per i diritti civili, avrebbe dovuto per logica coinvolgermi tantissimo, commuovermi, farmi giustamente infuriare per il destino toccato ai poveri Mildred e Richard, coppia interrazziale costretta a fuggire dalle leggi di uno Stato che riteneva illegale un matrimonio legalmente contratto. Invece, e mi fa male dirlo visto che nutrivo molte aspettative e che Jeff Nichols è un autore che mi piace molto, ho passato due ore e fischia immersa nel tedio più assoluto e conseguentemente ne risentirà anche il tono del post, che non sarà una stroncatura ma nemmeno un apprezzamento della pellicola in questione. Diciamo che, dal mio ignorantissimo punto di vista, a Loving avrebbe innanzitutto giovato una durata più breve, in quanto i concetti di ingiustizia e amore vengono espressi alla perfezione già in un paio di dialoghi ed inquadrature, non serviva dilatare i tempi fino ad abbattere lo spettatore; solitamente non soffro i film lunghi ma ritrovarmi, à la Homer Simpson, a pensare alle scimmiette ballerine durante la visione di Loving è stato indicativo dello scarso interesse provato. Le parentesi legate al mondo dei motori tanto amato da Richard (meccanico e "massacan", cosa volere di più?), le cause legali intentate per telefono, gli interminabili scorci di campagna atti ad enfatizzare la semplicità dei protagonisti e la natura del paese retrogrado ma bellissimo in cui sono nati e cresciuti appesantiscono un film già trascinato sull'orlo del baratro da un casting valido ma, a posteriori, infelice.


Parliamo un attimo di Joel Edgerton. Per carità di Dio, sicuramente Richard Loving sarà stato uno di quegli uomini taciturni, ignoranti ma di buon cuore, gretti e musoni ma esemplari come lavoratori e padri di famiglia, quelli che si vedono spesso nei paesini di campagna e che non esiterei a definire "liguri" in qualche modo, quindi l'interpretazione di Joel Edgerton è oggettivamente perfetta, davvero. Però, consentitemi di dire, pesante ed invalidante come una palla al c***o. Già il film è lungo come la quaresima e Nichols è riuscito a farmi percepire cinque ore invece di due, in più devo continuamente vedere sbiascicare Edgerton con quella faccia sconfitta e i capelli biondi tagliati a spazzoletta, che a momenti sembra un reduce de Il villaggio dei dannati? Anche no, vi prego. L'unica gioia del film è Ruth Negga, della quale potrei stare a magnificare le lodi per ore (magari non quando interpreta Tulip in Preacher ma la colpa lì è degli sceneggiatori). Anche lì, non è che il personaggio abbia chissà quale aura carismatica, però la Negga ha il fascino di un'attrice anni '20, ha una bellezza particolarissima e la sua interpretazione trattenuta conferisce ancora più forza d'animo alla figura di Mildred, donna che ha rinunciato alla famiglia, agli amici e alle sue radici per amore e ha sopportato per anni una situazione terribile, con una dignità ed un contegno a dir poco strabilianti. Se non fosse stato per Ruth Negga, unica stella fulgida di una pellicola senza infamia né lode e non a caso fonte dell'unica candidatura per gli Academy Awards, forse non avrei neppure finito di guardare Loving. Ma, considerata l'accoglienza ricevuta a Cannes e nei circoli cinefili, molto probabilmente sono io che non capisco una cippa quindi non datemi retta e se doveste trovarlo distribuito in qualche cinema vicino andate a vederlo.


Del regista e sceneggiatore Jeff Nichols ho già parlato QUI. Joel Edgerton (Richard), Marton Csokas (Sceriffo Brooks) e Michael Shannon (Grey Villet) li trovate invece ai rispettivi link.

Ruth Negga interpreta Mildred. Nata in Etiopia, ha partecipato a film come World War Z e a serie quali Misfits, Agents of S.H.I.E.L.D. e Preacher. Ha 35 anni.


Nick Kroll interpreta Bernie Cohen. Americano, ha partecipato a film come Vi presento i nostri; come doppiatore, ha lavorato nei film Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia, Sing e nelle serie American Dad!, I Griffin e I Simpson. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 39 anni e un film in uscita.


La storia dei coniugi Loving è stata raccontata in un documentario del 2011, The Loving Story, da cui sono stati tratti buona parte dei dialoghi presenti nel film di Nichols, e in un film TV del 1996, Mr. and Mrs. Loving, con Timothy Hutton nella parte di Richard Loving. Se Loving vi fosse piaciuto potreste recuperare entrambi e aggiungere Selma - La strada per la libertà, Una moglie per papà e Lontano dal paradiso. ENJOY!

venerdì 11 marzo 2016

Regali da uno sconosciuto - The Gift (2015)

Passato un po' (ma neanche troppo) l'hype da Lo chiamavano Jeeg Robot è arrivato il momento di parlare di un altro film uscito la settimana scorsa, ovvero Regali da uno sconosciuto - The Gift (The Gift), diretto, scritto e interpretato nel 2015 da Joel Edgerton.


Trama: Simon e Robyn sono una coppia senza figli che decide di trasferirsi in una nuova casa. A pochi giorni dal loro arrivo vengono avvicinati da Gordon, ex compagno di scuola di Simon che comincia a lasciare agli sposini dei regali sulla soglia di casa e a comportarsi in maniera invadente ed inquietante...


Chissà perché ogni tanto, nel marasma delle produzioni straniere che arrivano in Italia, spunta anche qualche thriller vecchio stampo che fa ripiombare noi figli degli anni '80 nelle atmosfere tipiche del ciclo Alta Tensione. Sarà perché gli americani, abituati come sono a vivere in case dalla metratura quadrata sterminata e possibilmente ubicate in luoghi isolati, sono sempre stati molto sensibili all'argomento "vicino inquietante che si intrufola nella magione non invitato", oppure perché dati gli alti numeri della popolazione è più facile che tra le conoscenze più o meno casuali ci siano anche degli psicopatici, vai a sapere. Sta di fatto che The Gift è l'ennesimo esempio di un genere che ama gettare in pasto allo spettatore famiglie insidiate da loschi figuri dalle intenzioni insondabili, talvolta contaminandolo con l'altro spauracchio All American, ovvero quello di non aver certezze neppure per quel che riguarda i propri familiari. In soldoni, quello che si vede nel trailer di The Gift, ovvero il tizio palesemente pazzo che sceglie di stalkerare i due protagonisti, è solo il preambolo da cui parte il tuttofare Joel Edgerton per creare una trama un po' più articolata ma, ahilui, non per questo meno banale o maggiormente efficace, salvata giusto da un paio di "twist" che tuttavia compensano poco la generale aria telefonata dell'intera vicenda. Gli stessi personaggi sono un compendio di ogni cliché possibile ed immaginabile, sterotipi che spaziano dall'indispensabile pazzoide alla moglie traumatizzata, impasticcata e per questo inaffidabile, per arrivare al premuroso marito troppo perfetto per essere vero.


The Gift si trascina quindi per tutta la sua durata senza guizzi particolari, preda di un generale piattume ravvivato giusto da un paio di momenti "saltosullasedia", vittima di una regia incolore che non lo aiuta a liberarsi da quella fastidiosa aria di vecchiume che si percepiva fin dai trailer. Gli interpreti di per sé non sarebbero nemmeno malaccio considerato che Joel Edgerton è sia regista, che sceneggiatore, che pazzo regalomane e tenendo anche presente che Jason Bateman si è fatto le ossa principalmente nelle commedie, ma purtroppo sia loro che Rebecca Hall sembrano giusto delle figurine bidimensionali in movimento sullo sfondo e non c'è un solo momento all'interno di The Gift durante il quale lo spettatore arrivi non dico a provare empatia per loro ma neppure ad interessarsi alle loro vicende. A fronte di tutto ciò mi perplime molto il fatto che la critica d'Oltreoceano sia praticamente concorde nel definire la pellicola di Joel Edgerton raffinata ed accattivante, intelligente e addirittura "sovversiva" per quel che riguarda la sua struttura; onestamente, il twist più particolare è solo uno e si consuma anche in fretta, perdendosi nel solito, americanissimo (e ciò fa ancora più strano visto che Edgerton è australiano) vizio di ribadire l'ovvio e spingere i personaggi ad indagare su cose che lo spettatore medio ha già intuito da almeno mezz'ora. Per me The Gift non vale i soldi che spendereste nel biglietto ma se ne avete letto meraviglie su siti blasonati come Rotten Tomatoes o Roger Ebert.com e volete giustamente dargli una chance non sarò io a fermarvi!


Di Joel Edgerton, regista e sceneggiatore della pellicola nonché interprete di Gordo, ho già parlato QUI. Jason Bateman (Simon), Rebecca Hall (Robyn), Wendell Pierce (Detective Mills) e P.J. Byrne (Danny) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Regali da uno sconosciuto - The Gift vi fosse piaciuto recuperate La mano sulla culla, Attrazione fatale e Misery non deve morire. ENJOY!

domenica 18 ottobre 2015

Black Mass - L'ultimo gangster (2015)

Nonostante il post sia slittato per "colpa" di Suburra, durante la Festa del Cinema sono andata a vedere anche Black Mass - L'ultimo gangster (Black Mass), diretto dal regista Scott Cooper e tratto dal libro Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob di Dick Lehr e Gerard O'Neill.


Trama: il boss della mala irlandese James "Whitey" Bulger comincia a lavorare come informatore dell'FBI, sfruttando questa posizione privilegiata per consolidare ed aumentare il suo potere come criminale...


Non è un mistero che io adori le pellicole di stampo "mafioso", soprattutto quelle che si concentrano sull'ascesa e la caduta delle famiglie criminali o di una banda di malviventi in particolare. E' quindi con un certo gusto che ho guardato Black Mass, zeppo di tutti quegli stilemi che adoro, nonostante fosse anche un po' superficiale e abbastanza derivativo, privo di quei tocchi di stile che avrebbero potuto renderlo non dico un capolavoro ma perlomeno un film memorabile. La pellicola di Scott si concentra sull'attività di James "Whitey" Bulger, figura di spicco realmente esistita all'interno della criminalità bostoniana, e sugli anni in cui il boss ha funto da informatore per l'FBI, desideroso di mettere le mani sui vertici della malavita italoamericana; gli sceneggiatori hanno scelto di concentrarsi molto sia sull'ambivalenza di Bulger, che passava in tempo zero dall'essere fine stratega a folle pronto ad uccidere al minimo sospetto di tradimento, sia sul marcio presente all'interno degli uffici federali, calcando la mano sul legame apparentemente indissolubile tra uomini nati nello stesso quartiere e cresciuti con gli stessi valori nonostante siano finiti dalle parti opposte della barricata. Questa parte della vita di Bulger viene ricostruita partendo dagli interrogatori dei suoi collaboratori storici, segmenti che introducono i punti salienti della vicenda come se Black Mass fosse una sorta di documentario, e il quadro generale che se ne ricava è quello tipico di un boss che, col tempo, è arrivato a perdere di vista la realtà sicura della malavita di  "quartiere" per calcare sentieri sempre più violenti, sanguinosi e ovviamente pericolosi, per quanto remunerativi; lo stesso, ovviamente, vale per l'agente dell'FBI John Connolly, la cui vita scorre in parallelo a quella di Bulger e che diventa sempre più corrotto mano a mano che il suo "protetto" nonché informatore si espande nell'attività criminale, con ovvie conseguenze.


A fronte quindi di una storia vera ed interessante, quello che manca a Black Mass sono un po' di personalità e "sentimento" che avrebbero potuto rendere la vicenda di Bulger molto più coinvolgente e memorabile. La regia di Scott Cooper non regala sequenze particolarmente d'impatto e la scelta di raccontare la storia come un mosaico di flashback introdotti da un interrogatorio ricorda molto la prima stagione di True Detective. Nel reparto attori andiamo invece molto meglio ma bisogna precisare un paio di cosette. Johnny Depp per la prima volta dopo anni offre un'interpretazione fortunatamente distante da quelle macchiette zeppe di smorfie a cui ci aveva abituati fin da La maledizione della prima luna ma, diciamo le cose come stanno, non porta a casa la performance del secolo e, di fatto, al posto suo avrebbe potuto esserci qualsiasi altro attore mediamente bravo o col phisique du role, Ray Liotta in primis. Molto meglio, almeno per quel che mi riguarda, Joel Edgerton alle prese con un personaggio scomodo e a costante rischio cliché, un Benedict Cumberbatch che finalmente ha trovato un ruolo che non lo facesse apparire un povero minus habens ai miei occhi e perfetto Rory Cochrane, l'unico personaggio negativo in grado di coinvolgermi un minimo, soprattutto verso il finale (nonostante il suo ruolo nella morte di Deborah Hassey sia stato romanzato per esigenze di copione, quindi sono stata colpita da una delle cose "false" raccontate nella pellicola). Molto interessanti, inoltre, i sempre graditi compendi informativi pre-titoli di coda, che "svelano" le condanne francamente discutibili (mi pare che Steve Flemmi si sia beccato l'ergastolo mentre John Martorano, che nel film viene dipinto praticamente come un serial killer, abbia fatto solo 14 anni...) dei coinvolti, e le vere immagini di repertorio che accompagnano i credits. In definitiva, se amate il genere biografico-mafioso, Black Mass è un film perfetto per passare una serata senza cedere alla noia neppure per un istante ma non aspettatevi un capolavoro.


Di Johnny Depp (James "Whitey" Bulger), Joel Edgerton (John Connolly), Benedict Cumberbatch (Billy Bulger), Kevin Bacon (Charles McGuire), Peter Sarsgaard (Brian Halloran), Rory Cochrane (Steve Flemmi), Corey Stoll (Fred Wyshak), Julianne Nicholson (Marianne Connolly) e Juno Temple (Deborah Hassey) ho già parlato ai rispettivi link.

Scott Cooper è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Crazy Heart e Out of the Furnace - Il fuoco della vendetta. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 45 anni.


Dakota Johnson interpreta Lindsey Cyr. Americana, ha partecipato a film come Pazzi in Alabama, The Social Network e, soprattuttamente, Cinquanta sfumature di grigio. Ha 26 anni e film in uscita tra cui, ossignoreuccidimi, il remake di Suspiria e ovviamente i seguiti di Cinquanta sfumature di grigio, dove la squinzia dovrebbe riprendere il ruolo di Anastasia Steele.


W. Earl Brown interpreta John Martorano. Americano, ha partecipato a film come Fuoco assassino, Nightmare - Nuovo incubo, Vampiro a Brooklyn, Scream - Chi urla muore, Tutti pazzi per Mary, Essere John Malkovich, Lost Souls - La profezia, Vanilla Sky, The Master, The Lone Ranger e a serie come La signora in giallo, Il mio amico Alf, Più forte ragazzi, Angel, Streghe, X-Files, Six Feet Under, Cold Case, CSI: Miami, Numb3rs, CSI - Scena del crimine, American Horror Story, Bates Motel, Grey's Anatomy e True Detective. Anche sceneggiatore e produttore, ha 52 anni e un film in uscita, inoltre dovrebbe interpretare lo sceriffo Hugo Root nel pilot di Preacher.


Inizialmente, avrebbe dovuto essere Guy Pearce ad impersonare James Bulger ma l'attore ha abbandonato il progetto e gli è subentrato Johnny Depp che, tra l'altro, per un po' a sua volta ha rinunciato al ruolo per questioni salariali. La povera Sienna Miller invece, che ha girato parecchie scene nei panni di Catherine Greig, storica fidanzata di Bulger, è rimasta vittima del montaggio che ha tagliato interamente la sua parte (altrimenti il film sarebbe durato più o meno tre ore). Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Quei bravi ragazzi, Casino, Donnie Brasco. ENJOY!

mercoledì 9 ottobre 2013

Zero Dark Thirty (2012)

Nonostante fosse stato addirittura nominato all’Oscar come miglior film a inizio anno, non mi era ancora capitato di vedere Zero Dark Thirty, diretto nel 2012 dalla regista Kathryn Bigelow, così qualche sera fa mi sono cimentata nell’impresa.


Trama: dopo gli eventi delll’11 settembre, una giovane agente CIA si consacra anima e corpo, per ben dieci anni, nella caccia a Bin Laden…


Diversamente dal solito la recensione di questo film sarà assolutamente oggettiva (quindi molto breve) perché se dovessi inserire anche dei giudizi personali comincerei dicendo che Zero Dark Thirty rientra in quel filone di pellicole che non sopporto, ovvero i drammoni politico-militari ambientati in qualche recondita località mediorientale con protagonisti perennemente incazzati/nervosi e comprimari dalle facce tutte uguali che pronunciano nomi di persone, luoghi e cose talmente identici tra loro che, tempo due secondi, riescono a formare nel mio piccolo cervello un groviglio inestricabile. Di fatto, la pellicola non mi ha purtroppo catturato né il cuore né la mente, della crociata personale della tostissima Maya non me ne poteva fregar di meno e l'ultima mezz'ora immersa nel verde con i Navy Seals a caccia del "grand'uomo" in persona mi ha entusiasmata così tanto che ho dovuto riguardarla il giorno dopo, di pomeriggio, quando ero sicura che gli occhi non mi si sarebbero chiusi ogni due secondi per la troppa emozione. E detto questo mi scuso con tutti quelli che hanno amato spassionatamente questo film, ma ci sarà un genere di pellicole che anche a voi farebbero cadere i sentimenti persino se le avessero girate i vostri registi preferiti, no? In caso contrario, come direbbe Zerocalcare, sticazzi. Il Bollalmanacco dev'essere sincero.


Poi, oggettivamente parlando, questo Zero Dark Thirty è un filmone con tutti i crismi. Innanzitutto ha una sceneggiatura solidissima che non si concede né a facili patriottismi né a momenti strappalacrime ma, con una lucidità incredibile, si limita a raccontare un pezzo di terribile e drammatica storia recente attraverso gli occhi di chi, dalle retrovie, si è impegnato affinché un decennio di morte e terrore cessasse. La protagonista, una bellissima e bravissima Jessica Chastain, senza forza né violenza (cit.) ma soltanto contando su una volontà di ferro e un'intelligenza sopraffina getta alle ortiche la propria natura di donna (I'm the motherfucker who found it) e di essere umano e si consacra completamente ad una causa che, paradossalmente, non si è scelta e che probabilmente le causerà più problemi (psicologici innanzitutto) che fama e gloria. Il cast dei comprimari è ovviamente di prim'ordine e uno dei momenti in cui la mia attenzione si è ridestata è stato durante la breve comparsa dell'adorato James Gandolfini ma, per fortuna, sono riuscita ad apprezzare anche Jason Clarke e Jennifer Ehle, entrambi protagonisti delle uniche due sequenze che mi hanno emozionata davvero, sebbene causandomi non poca sofferenza: le torture a inizio pellicola sono avvilenti e terribili anche per chi, come me, è abituata agli horror, mentre la scena dell'attesa con conseguente tragedia finale è un magistrale capolavoro di tensione e tristezza. Inutile aggiungere, quindi, che la regia, la fotografia e anche la colonna sonora "minimal" sono perfette e concorrono a rendere questo film un gioiello nel panorama cinematografico moderno... e però, non è proprio il mio genere, che peccato. Voi lettori, però, non perdetevelo assolutamente, eh!


Di Jessica Chastain (Maya), Kyle Chandler (Joseph Bradley), Harold Perrineau (Jack), James Gandolfini (il capo della CIA), Joel Edgerton (Patrick, caposquadra dei Seals) e Chris Pratt (Justin dei Seals) ho già parlato ai rispettivi link.

Kathryn Bigelow è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Il buio si avvicina, Point Break, Strange Days, Il mistero dell’acqua e The Hurt Locker, che ha vinto l’Oscar come miglior regia e miglior pellicola. Anche sceneggiatrice, produttrice e attrice, ha 62 anni.


Jason Clarke interpreta Dan. Australiano, ha partecipato a film come Nemico pubblico, Wall Street – Il denaro non dorme mai, Il Grande Gatsby e alla soap Home and Away. Anche produttore, ha 45 anni e sei film in uscita tra cui La conquista del pianeta delle scimmie.


Jennifer Ehle interpreta Jessica. Americana, ha partecipato a film come Wilde, Il discorso del re e Contagion. Ha 45 anni e quattro film in uscita tra cui RoboCop.


Inizialmente, avrebbe dovuto essere Rooney Mara ad interpretare Maya ma alla fine l’attrice ha rinunciato mentre per altri ruoli erano stati contattati Tom Hardy, Guy Pearce e Idris Elba. Ci sono stati cambiamenti anche alla regia visto che James Cameron, ex marito di Kathryn Bigelow, avrebbe dovuto dirigere il film ma ha rinunciato per realizzare i seguiti di Avatar (il primo dei quali è previsto per il 2016, per inciso). Nell’attesa che escano, se Zero Dark Thirty vi fosse piaciuto consiglio il recupero di The Hurt Locker, Zodiac e Tutti gli uomini del presidente. ENJOY!!

Se vuoi condividere l'articolo