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martedì 4 febbraio 2020

I due Papi (2019)

Quest'anno Netflix aiuta parecchio a fare i compiti per gli Oscar. Anche I due Papi (The Two Popes), diretto nel 2019 dal regista Fernando Meirelles e candidato a tre statuette (Miglior Attore Protagonista, Miglior Attore Non Protagonista e Miglior Sceneggiatura Non Originale), si può trovare infatti sulla piattaforma streaming.


Trama: sette anni dopo l'elezione di Ratzinger come Papa Benedetto XVI, l'arcivescovo di Buenos Aires Jorge Bergoglio attende il permesso di potersi ritirare dalla sua carica ma un giorno viene chiamato in Vaticano proprio dal Papa. Lì si confronterà con un uomo che, nonostante la sua carica, non riesce più ad ascoltare la voce di Dio...



Ci ho messo un po' a recuperare I due Papi, perché mi aspettavo una mattonata della peggior specie condita da terrificanti spiegoni moralisti. Invece, dopo aver provato a guardare l'inizio una mattina e aver catturato l'attenzione del Bolluomo, qualche sera fa ci siamo accinti all'apparentemente ingrato compito e devo dire di essermi trovata piacevolmente coinvolta dalle vicende raccontate sullo schermo. Ora, il mio naturale cinismo mi porta a pensare che nessuno dei dialoghi o delle situazioni di convivialità papale si siano svolti in quel modo, però il cinema è finzione e sai che noia se fosse stato riportato qualcosa di più verosimile; detto questo, è interessante il confronto tra due figure che non potrebbero essere più diverse tra loro, quella del Papa Emerito Benedetto XVI e quella dell'attuale Papa Francesco. Partendo dallo scandalo denominato "Vatileaks" e dal clima conservatore all'interno della Chiesa, estremizzato dal "Rottweiler di Dio", I due Papi contestualizza la sua storia in un clima di rottura, in un periodo in cui i fedeli tendevano ad allontanarsi da una Chiesa incapace di abbracciare il rinnovamento e si mostrava come un'istituzione indegna di fiducia, tanto da spingere l'arcivescovo Bergoglio a ritirarsi dalla carica per seguire le sue idee più liberali e aperte. Consapevole di essere parte del problema eppure non ancora convinto delle capacità di Bergoglio, Benedetto XVI lo convoca in Vaticano rimandando l'approvazione del ritiro tanto bramato e il film, di fatto, può essere descritto come un lungo "colloquio di lavoro" in cui Ratzinger cerca di capire non solo se Bergoglio possa essere l'uomo giusto per rinvigorire una Chiesa morente, ma anche come poter venire aiutato da lui, in senso pratico e spirituale. Il risultato è un coinvolgente ritratto di due esseri umani (prima ancora che di due Papi), entrambi dotati di pregi ma anche di moltissimi difetti, e se Ratzinger rischia di essere quello connotato più negativamente, è anche vero che la sceneggiatura non sorvola sulle macchie celate nel passato del più amabile Bergoglio e sulle azioni da lui compiute durante la dittatura militare in Argentina negli anni '70, facilmente passabili per "collaborazionismo" col regime.


Buona parte del merito relativo alla riuscita dell'operazione va, ovviamente, ai due attori. Lontani dall'essere due caricature alla Tale e quale show o la sagra del cosplay senz'anima, sia Jonathan Pryce (aiutato da una somiglianza naturale) sia Anthony Hopkins calzano i panni dei Papi con naturalezza e spontaneità, tirando fuori la loro umanità senza lesinare una dose di ironia; il contrasto tra Ratzinger, l'uomo solitario e "aristocratico", nato e cresciuto per essere uno studioso prima ancora che un ambasciatore di fede, e un Bergoglio che ha sempre vissuto tra la gente ed è stato costretto, a un certo punto suo malgrado, ad essere il più umile tra gli umili, è il motore su cui si regge il film e i due attori sono molto abili ad enfatizzarlo senza risultare pedanti o forzati. Interessante anche la tecnica di regia di Meirelles, di cui non avevo mai visto un film prima de I due papi. Il suo stile si avvicina spesso al documentario e, da quello che mi è parso di capire, il regista ha scelto più volte di utilizzare non solo i droni ma anche la camera a mano, come se non stesse realizzando un'opera di finzione ma si trovasse davanti i due Papi in persona e dovesse consegnare un documento ai posteri; la cosa è un po' straniante, anche perché tutti gli ambienti vaticani sono stati ricostruiti al computer per mancanza di autorizzazioni (nemmeno avessero chiesto i luoghi veri per girarci un horror... cambia il Papa ma la Chiesa continua ad essere ridicola, con tutto il rispetto) e così si ha una combinazione di riprese "artigianali" e tecniche più moderne che, a pensarci bene, rispecchiano il cuore del contrasto tra i due protagonisti, oltre a rendere l'opera più dinamica. Insomma, mi aspettavo di addormentarmi dopo cinque minuti, invece I due Papi mi ha soddisfatta. A mio avviso non c'è trippa per Oscar (con tutto il bene che voglio a Pryce e Hopkins) ma ne consiglio comunque la visione.


Anthony Hopkins (Joseph Ratzinger/Papa Benedetto XVI), Jonathan Pryce (Jorge Bergoglio/Papa Francesco) e Libero De Rienzo (Roberto) li trovate ai rispettivi link.

Fernando Meirelles è il regista della pellicola. Brasiliano, ha diretto film come City of God e The Constant Gardener - La cospirazione. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 65 anni.


domenica 3 febbraio 2019

The Wife - Vivere nell'ombra (2017)

Un altro film che mi ero persa e che ho recuperato in vista degli Oscar è The Wife - Vivere nell'ombra (The Wife), diretto nel 2017 dal regista Björn Runge, tratto dall'omonimo romanzo di Meg Wolitzer e candidato all'Oscar per la Miglior Attrice Protagonista, Glenn Close.


Trama: quando lo scrittore Joe Castleman vince il Premio Nobel per la letteratura, lui e la moglie volano a Stoccolma ma l'evento felice si trasforma fin da subito in un crogiolo di risentimento...



Di The Wife mi avevano detto peste e corna ed effettivamente non sarà mai un film particolarmente memorabile, soprattutto per la carriera di una Glenn Close candidata per un ruolo meno interessante rispetto ad altri da lei interpretati (ricordiamoci che la Close ha mancato l'Oscar per Le relazioni pericolose e ho capito che l'ha battuta Jodie Foster ma, insomma, un po' di vergogna), tuttavia l'ho trovato una pellicola gradevole e angosciante, graziata da due attori bravissimi. Quella di The Wife è una storia che gioca di sottrazione. Ciò che è importante, infatti, non sono i dialoghi ma quello che non viene detto, gli sguardi degli attori, le loro espressioni che stridono con quello che dovrebbe, di regola, essere il momento più felice per i due protagonisti. Joe Castleman ha appena vinto il Premio Nobel per la letteratura ed è innamoratissimo della moglie Joan. Quest'ultima è la sposa che tutti vorrebbero avere: premurosa, pratica, gestisce marito e famiglia come fosse la cosa più facile del mondo, sostiene la carriera dello sposo rimanendo defilata, in rispettoso silenzio. Eppure, c'è qualcosa nello sguardo e nell'atteggiamento di Joan che spinge lo spettatore a non credere all'illusione di un matrimonio e una vita perfetti. Si potrebbe banalmente pensare alla stanchezza di dover sopportare un ego grande come quello di Joe, di fare da balia a un uomo incapace di gestirsi e già vittima di diversi infarti, di essere sempre considerata solo "la moglie dello scrittore famoso", un oggetto o un cucciolo carino che quest'ultimo si porta appresso come un trofeo, e non le si potrebbe dare torto per questo, anche se l'invidia è sempre un sentimento biasimevole. Ovviamente, la questione è un po' più complicata e The Wife scopre le sue carte a poco a poco così che, anche se il segreto di Joan viene intuito fin dal primo flashback e rivelato definitivamente a metà film, è comunque interessante vedere come le parole taciute esplodono nelle mani consapevoli dei personaggi e di tutti quelli che, senza saperlo, sono stati toccati e afflitti da questo oscuro mistero.


Glenn Close e Jonathan Pryce sono entrambi molto bravi e sicuramente lei si accolla il personaggio più difficile, offrendo un'interpretazione misurata e silente, defilata, quasi lo spettatore si trovasse davanti una pentola che ribolle di una furia lasciata trapelare da occhiate gelide, da un contegno eccessivamente composto, da un'ironia in qualche modo triste; non nego che, per quanto abbia trovato superiore Olivia Colman, l'interpretazione di Glenn Close non mi è affatto dispiaciuta, anzi, l'ho trovata molto emozionante, soprattutto nei momenti di interazione col sottovalutato Jonathan Pryce, attore che a me è sempre piaciuto moltissimo e che si ritrova per le mani un personaggio codardo e fanfarone ma fondamentalmente, in qualche modo, odiosamente "buono", vittima di inettitudine e noncuranza più che di reale cattiveria. A mio avviso i due attori si equivalgono per quel che riguarda la bravura, l'unico vero difetto di The Wife è, piuttosto, la scelta di inserire dei flashback (per quanto indispensabili) caricati sulle spalle di due interpreti non particolarmente meritevoli, tra i quali figura peraltro la figlia di Glenn Close. Onestamente, per il resto la realizzazione generale del film non è granché degna di nota e The Wife si conferma semplicemente un prodotto ordinario, gradevole dall'inizio alla fine, capace di far emozionare sul finale (ammetto di avere pianto, cosa che non è successa con A Star Is Born, guarda un po') e anche di fare un po' riflettere sul trattamento riservato alle donne in campo artistico, con gli esponenti del cosiddetto sesso debole troppo spesso costretti a scegliere tra ciò che la società ritiene più opportuno per loro (famiglia, figli, matrimonio) e le proprie aspirazioni, ritenute frivole ed inutili. Un film non da Oscar e sicuramente non memorabile ma che lo stesso sono stata contenta di vedere.


Di Glenn Close (Joan Castleman), Jonathan Pryce (Joe Castleman), Christian Slater (Nathanial Bone), Harry Lloyd (Joe da giovane) ed Elizabeth McGovern (Elaine Mozell) ho già parlato ai rispettivi link.

Björn Runge è il regista della pellicola. Svedese, ha diretto film come Daybreak. Anche sceneggiatore e produttore, ha 58 anni e un film in uscita.


Max Irons, che interpreta David Castleman, è figlio dell'attore Jeremy Irons mentre Annie Starke, che interpreta Joan da giovane, è figlia della stessa Glenn Close. Quest'ultima, per inciso, avrebbe voluto Gary Oldman nel ruolo di Joe ma l'attore purtroppo non era disponibile. ENJOY!



martedì 2 ottobre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte (2018)

Dopo quasi 30 anni di peripezie e false partenze è arrivato il gran giorno, anche a Savona: L'uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote), diretto e co-sceneggiato dal regista Terry Gilliam, è finalmente uscito e io non potevo non andarlo a vedere.


Trama: un giovane regista torna sui luoghi dove aveva girato, da studente, il suo film d'esordio e si ritrova invischiato nelle follie di un vecchio calzolaio che proprio a causa della vecchia pellicola si era convinto di essere Don Chisciotte...



Comincio il post col solito, vergognoso disclaimer: non ho ancora guardato Lost in La Mancha, il documentario diretto da Terry Gilliam che racconta le traversie produttive, meteorologiche e pratiche di L'uomo che uccise Don Chisciotte, quindi posso solo giudicare il prodotto finito senza riflettere sul "poteva essere". Ciò che è giunto fino a noi, nell'anno 2018, dopo quasi trent'anni di difficoltà e dubbi, è un film affascinante, divertente e grottesco che sicuramente contiene dentro di sé anche la frustrazione del Terry Gilliam regista, sceneggiatore e uomo, una frustrazione ironica e sconsolata incarnata dal personaggio di Toby, un Adam Driver perfetto nei panni del giovane regista considerato un "genio" ma costretto a tenere svogliatamente a bada assistenti, amanti, produttori e finanziatori al punto da arrivare a disinteressarsi completamente del suo progetto. Il ritrovamento fortuito del suo lungometraggio d'esordio, L'uomo che uccise Don Chisciotte, trascina Toby in una vicenda delirante che ripercorre i passi del suo vecchio film e anche della storia dell'eroe di Cervantes, fianco a fianco col vecchio Javier, un tempo calzolaio, divenuto volto del Don Chisciotte di Toby e questa incursione nel passato consente al tempo di ricominciare a scorrere in un modo tutto particolare. La "stasi" di Toby, infatti, coincide con la stasi in cui aveva trovato all'epoca il sonnacchioso paesino spagnolo e con l'imprigionamento di Javier all'interno di un personaggio di finzione, costretto ad interpretare in eterno Don Chisciotte mentre tutto, attorno a lui, va in rovina. Benedizione e maledizione allo stesso tempo, l'arrivo del giovane Toby era stata all'epoca la tipica scossa "hollywoodiana" foriera di sogni e speranze, andati distrutti nel momento stesso in cui cineprese e set erano stati smontati e portati via con la noncuranza di chi non si accorge dello scompiglio creato; il ritorno di Toby rimette in moto gli eventi, smuove qualcosa all'interno della sua ispirazione bloccata e lo condanna a diventare scudiero (o sparviero) del Don Chisciotte che lui stesso ha creato, mettendolo davanti alle ingiustizie compiute in passato, compresa la dannazione della sua "Dulcinea", la giovane ed ingenua Angelica tornata in guisa di femme fatale, accompagnata da un manesco e disgustoso boss della mala russo.


L'uomo che uccise Don Chisciotte parte lentissimo, oserei dire in maniera persino poco interessante, con un'apparente riflessione sui meccanismi del cinema già messa in scena mille volte e lo scontro culturale tra Hollywood e la Spagna rurale, poi fortunatamente prende il volo con l'arrivo del vecchio Don Chisciotte interpretato da Jonathan Pryce: figura mitica, letteraria, prosaica e tremendamente umana, il Don Chisciotte di Gilliam è una scheggia impazzita che contagia a poco a poco Toby, dapprima trascinandolo in quelle vicende classiche ma non meno devastanti tipiche della commedia degli equivoci, poi toccandone la psiche, "infettandolo" col desiderio di avventura e magia, alimentate da sentimenti di lealtà ed affetto mescolati a un nostalgico senso di colpa nei confronti del povero, vecchio calzolaio matto. Cambiando l'atmosfera, cambia ovviamente anche la regia, così che la Spagna, il Portogallo, i paesaggi desolati dei vecchi spaghetti western e i sontuosi interni di cattedrali trasformate in palazzi diventano luoghi stranianti e magici, dove realtà e finzione non hanno più un confine e dove Gilliam può dare sfogo alla sua vena visionaria; abbiamo dunque malvagi cavalieri bardati di cristalli che sembrano usciti da qualche video di David Guetta, giganti terribili, ninfe delle acque, sconvolgenti orge di rosse fiamme che la mente rende reali e tangibili, ma anche palesi finzioni capaci di togliere il fiato allo spettatore che si ritrova a provare le stesse sensazioni dei protagonisti, come nella sequenza in cui un cavallo di legno arriva a "volare" sulla luna, tra wind machine e fari luminosi. In tutto questo, Adam Driver si carica il film sulle spalle come riusciva a fare giusto Johnny Depp prima di diventare la caricatura di se stesso e cambia faccia, pelle ed abiti, un po' giovane e spensierato regista, un po' annoiato enfant prodige, un po' scudiero preso a calci in culo e ricoperto di sangue e fango, un po' cavaliere innamorato, emanando alternativamente un'aura di sfiga e di fascino che la maggior parte dei giovani attori si sognano (e, ribadisco, a me Adam Driver non ha mai fatto impazzire ma qui dà letteralmente il bianco), duettando alla perfezione con un Jonathan Pryce a tratti struggente e mai così bravo. A mio avviso, abbiamo dovuto aspettare anni ma ne è valsa decisamente la pena ma, attenzione: io non sono fan di Terry Gilliam e non ho mai preteso di conoscerne tutta la filmografia, quindi il mio entusiasmo potrebbe non incontrare l'approvazione dei "Gilliamofili". Prendete dunque questo post con le pinze ma cercate lo stesso di correre a vedere L'uomo che uccise Don Chisciotte prima che lo tolgano dai cinema!


Del regista e co-sceneggiatore Terry Gilliam (che in originale presta la voce ad uno dei giganti) ho già parlato QUI. Adam Driver (Toby), Jonathan Pryce (Don Chisciotte), Stellan Skarsgård (il boss) e Jordi Mollà (Alexei Miiskin) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra le guest star spunta Rossy De Palma, attrice feticcio di Almodóvar, qui nei panni della moglie del fattore. Il film è dedicato alla memoria di Jean Rochefort e John Hurt, entrambi scritturati per il ruolo di Don Chisciotte ed entrambi morti prima che il film venisse completato. A tal proposito, se L'uomo che uccise Don Chisciotte vi fosse piaciuto consiglierei il recupero di Lost in La Mancha, cosa che farò io... ENJOY!


mercoledì 23 ottobre 2013

Evita (1996)

Dopo una settimana dedicata praticamente solo ai thriller horror oggi parlerò di un esponente di un altro genere che apprezzo parecchio, il musical! Quelle che seguono sono alcune impressioni su Evita, diretto nel 1996 da Alan Parker e tratto dall'omonimo musical di Tim Rice ed Andrew Lloyd Webber. L'app Muze indica una buona compatibilità tra me ed Evita... avrà ragione?


Trama: la giovane Eva Duarte lascia il paesino dov'è cresciuta e si trasferisce a Buenos Aires, dove intraprenderà la carriera di attrice e sposerà il Colonnello Juan Peron, diventando così la prima First Lady dell'Argentina...


E' incredibile come i gusti cambino col passare del tempo. Avevo visto Evita solo una volta alla TV ed ero rimasta scandalizzata dalla ridda di critiche piovute sul film di Alan Parker: complice soprattutto la presenza di Madonna, una delle mie cantanti preferite, avevo trovato la pellicola semplicemente meravigliosa ed ero anche riuscita a piangere come un vitello all'inizio e sul finale. E' superfluo dire, ovviamente, che alla visione era seguito l'acquisto del doppio CD con TUTTE le canzoni del film ed è altrettanto superfluo dire che, se a qualcuno dovesse pungere vaghezza di mettermi in una stanza vuota ed impormi di cantare l'intero musical lo farei tuttora senza battere ciglio, senza sbagliare una sola parola ed imitando anche gli strumenti, inca**ata come una belva per l'impossibilità di riprodurre la polifonia. Però, devo anche ammettere che rivedere Evita mi ha dilusa in più di un modo e ora mi domando se non avessero ragione quei critici che lo avevano stroncato senza pietà. Non per le canzoni o il modo in cui sono cantate, anzi, quelle rimangono bellissime, ma per la messa in scena.


Evita, pur nominato all'Oscar per la miglior fotografia e il miglior montaggio, risulta piatto e carente proprio nel ritmo e si riduce in un susseguirsi di immagini statiche virate nei toni del marrone. La scelta di rendere, giustamente, la protagonista fulcro di tutta la vicenda e di riservarle gli abiti più ricchi e sgargianti fa sì che il resto delle comparse, a parte giusto Peron e Che, non buchino lo schermo e rimangano praticamente fuse con la scenografia, un gruppo di statue semoventi a cui vengono riservate ripetute inquadrature quasi tutte simili tra loro. L'idea di dare un taglio più realistico alla rappresentazione, dunque, pur essendo valida e condivisibile si traduce in uno spettacolo a tratti pesante e noioso, ravvivato di tanto in tanto da alcuni numeri di tango, ballo usato soprattutto per indicare come Evita cambi amanti allo stesso modo in cui, nelle balere, si susseguono i partner nella danza. Inoltre, e mi fa male dirlo, Madonna da il meglio di sé nei numeri musicali ma in quanto a recitazione, almeno in questo film, non ci siamo proprio: con i capelli tinti di nero risulta a dir poco improbabile nei panni della sedicenne Evita, mentre da bionda recita per la maggior parte del tempo con il dito alzato e urlando. Banderas e Jonathan Pryce se la cavano meglio (quest'ultimo in particolare spezza il cuore con la sua interpretazione di un Peron silenziosamente innamorato e molto umano) ma anche loro sembrano a tratti appannati e poco convinti.


Per quel che riguarda le canzoni, ovviamente le adoro. Non ho mai avuto modo di ascoltare la registrazione di una delle rappresentazioni teatrali, pertanto posso basarmi solo sulle versioni del film, ma la colonna sonora è un accattivante mix di melodie classiche, ritmi rock e suggestioni sudamericane, imperniate nell'insieme a smontare il mito della "santa" Evita, che, sebbene omaggiata da alcuni pezzi davvero commoventi, viene dipinta essenzialmente come una sgualdrina assetata di potere elevata a salvatrice di un'intera Nazione. A fungere da voce della ragione del popolo imbambolato ed incantato dal carisma di Eva ci pensa Che (che NON è Che Guevara), il classico narratore onnisciente che commenta con amara ironia la vita della first lady argentina e si riserva, di conseguenza, le canzoni migliori: Oh What a Circus, Goodnight and Thank You, The Lady's Got Potential, Raimbow Tour e And the Money Kept Rolling in (and Out) sono degli esempi di satira al vetriolo, in diretta contrapposizione con le canzoni eseguite da Evita, ben più sentimentali e personali, come You Must Love Me, scritta appositamente per il film e vincitrice dell'Oscar per la miglior canzone originale (uno dei pochi pezzi, peraltro, che Madonna in un concerto riesce a cantare dal vivo perfettamente, tanto che a Roma mi aveva commossa). La mia preferita, comunque, rimane She's a Diamond, adoro la voce di Jonathan Pryce ed è questa l'unica sequenza che a tutt'oggi, dopo anni di distanza e un cinismo più vicino a quello del Che, riesce ancora a strapparmi la lacrima. Per il resto, forse è meglio che gli appassionati di musical si dilettino nell'ascolto del CD o vadano a Broadway piuttosto che impelagarsi nella visione di Evita.


Di Madonna (Evita Peron), Antonio Banderas (Che) e Jonathan Pryce (Juan Peron) ho già parlato ai rispettivi link.

Alan Parker è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto Midnight Express, Saranno famosi, Pink Floyd The Wall, Birdy – Le ali della libertà, Mississippi Burning – Le radici dell’odio, The Commitments e Le ceneri di Angela. Anche attore e produttore, ha 69 anni.


Oliver Stone viene citato nei credit come co-sceneggiatore; in realtà, il regista progettava da tempo di fare un film su Eva Perón (con Michelle Pfeiffer come protagonista) ma alla fine ha rinunciato e, in sostanza, non ha mai collaborato alla stesura dello script di Evita. Non che questo sia il primo ed unico cambiamento legato alla produzione del film: Ken Russell è stato il primo regista preso in considerazione e lui avrebbe voluto Barbra Streisand per il ruolo di Evita. Dopo che l’attrice aveva rinunciato, la stessa proposta era stata fatta a Liza Minnelli ma Tim Rice voleva a tutti i costi Elaine Page, già Evita a teatro e, soprattutto, fidanzata del compositore. Alla fine, col tempo e con i vari ritardi accumulati, l’ha spuntata Madonna su gente come Jennifer Lopez, Mariah Carey, Gloria Estefan, Zsa Zsa Gabor, Patti LuPone, Bette Midler e Sarah Brightman. Negli anni ’80, invece, era Olivia Newton John a volere disperatamente il ruolo ma il flop di Xanadu l’ha ridotta a più miti consigli. Infine, per il Che erano stati fatti nomi eccellenti come Patrick Swayze, Mandy Patinkin, Meat Loaf, John Travolta e Sylvester Stallone mentre per Juan Perón erano stati proposti Julio Iglesias e Raul Julia. Per concludere, se volete saperne di più su Evita sappiate che esistono anche il film TV Evita Peron (con Faye Dunaway nei panni della protagonista) e l’argentino La vera storia di Eva Perón, uscito ovviamente lo stesso anno di Evita. Non avendoli mai visti non posso commentarne la qualità ma se Evita vi fosse piaciuto posso consigliarvi Marie Antoinette e magari Les Misérables. ENJOY!




giovedì 31 maggio 2007

Pirates of the Caribbean (2003-2007)

E' finita, purtroppo, una delle più belle saghe cinematografiche degli ultimi anni. Ieri sera ho visto Pirati dei Caraibi - Ai Confini del Mondo e devo dire che il livello qualitativo dell'intera Saga si è mantenuto alto fino alla fine, almeno per chi come me ha sempre adorato i film d'avventura, i pirati, le storie di cappa e spada e, ovviamente, Johnny Depp.

E pensare che è nato tutto da un'attrazione di Eurodisney che nessuno si filava, la versione francese dei nostri Cosari a Gardaland. Un film affidato a Gore Verbinski, quello del Topolino sotto sfratto, e di altri film non proprio memorabili fino al 2003. A farci ben caso, il primo Pirates of the Caribbean doveva essere a sé stante, tanto che potrebbe venir benissimo slegato dagli altri due, grazie anche all'ottusa distribuzione italiana che ha titolato il primo La maledizione della prima luna e solo dal secondo in poi ha cominciato ad usare il Pirati dei Caraibi.


Non saprei onestamente cos'ha garantito il successo mondiale di queste tre pellicole, posso solo dire cosa ne penso io:



Il primo film, La maledizione della Prima Luna, presenta già tutti gli elementi che caratterizzeranno la saga, ovvero avventura a palate, effetti speciali spettacolari, una regia di ferro, ironia, personaggi ben caratterizzati e soprattutto il Jack Sparrow di Johnny Depp, un cialtrone con le movenze da Fabius, influenzato dal look rock di Keith Richards, che in originale fa ancor più sbellicare. Ovviamente il primo film getta solo le basi della saga, e a riguardalo è ingenuo e fresco nella sua semplicità, e i personaggi riflettono bene questo. C'è la principessa innamorata dell'ingenuo garzone, il pirata svanito e buffone, privo di qualsiasi onore, e un villain perfetto, privo di qualsivoglia pietà. Il film d'avventura per eccellenza, con un eccellente happy ending. 



Il secondo film, La maledizione del forziere fantasma, segna la svolta della trilogia, ed è molto più adulto e cupo del primo,continuando tuttavia a mantenere quell'ironia e quelle gag che sono tipiche del capostipite.
Nonostante solitamente le trilogie peggiorino invece di migliorare, il secondo film non si limita a scopiazzare il primo. Innanzitutto montaggio e regia, così come gli effetti speciali, progrediscono in maniera impressionante, inoltre i protagonisti maturano. Elisabeth, la principessa ingenua, cresce e conosce il dolore, l'amore non è più puro e semplice ma i sentimenti che prova per Will vengono messi in discussione, anche dalla palese attrazione che la ragazza prova per Jack Sparrow. Inoltre, il cattivo di turno, Davy Jones (un incrocio tra una seppia, un granchio e il Fantasma dell'Opera) e' molto piu' complesso e romantico di quanto non appaia in realta'. Vecchi personaggi tornano e vengono usati in modo completamente nuovo, e i nuovi personaggi aggiungono freschezza al tutto e serviranno per porre le basi della terza pellicola, oltre ad aggiungere interessanti elementi alla trama ( Tia Dalma è un personaggio splendidamente affascinante e sentirla parlare in originale con quell'assurdo
patois è da urlo).


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Quest'ultimo (forse) capitolo della Trilogia, Ai confini del mondo, mantiene la complessità e le atmosfere cupe del secondo film, aggiungendo una vena di misticismo e sequenze che definire oniriche è dir poco, visto che sono veri e propri deliri psichici. Vengono riprese e risolte tutte le questioni lasciate in sospeso nel secondo film, i personaggi incontrano il destino che si erano preparati e vengono mostrati altri nuovi ed interessanti pirati. La scena iniziale è un capolavoro di ironia e azione (in alcuni punti sembra un omaggio tuttavia a La città incantata di Hayao Miyazaki), Jack Sparrow se possibile è anche più assurdo e incomprensibile del solito, gli intrighi a base di inganni, macchinazioni nascoste e vendette più o meno palesi sono portati all'ennesima potenza e la sequenza del matrimonio in battaglia e del Maelstrom entreranno sicuramente negli annali, perché sono un capolavoro. Il tutto viene scandito dalle note della ballata piratesca, e si sente aleggiare quella tipica malinconia di un'epoca alla conclusione; il fil rouge del film è libertà e ritorno all'innocente avventura. Certo, ci sono alcuni buchi nella trama e potenzialità sprecate (la Dea Calypso per esempio serve solo a faci vedere Davy Jones al naturale: sarebbe stato molto più interessante un flashback) ma si perdono nella grandiosità di un film che finalmente, per la gioia dei fans tutti, ci regala la vista di Keith Richards nei panni del papà di Jack.


Il regista della trilogia è lo stesso per tutti i film, Gore Verbinski. La sua filmografia è tutta recentissima, non proprio eccelsa. Ha esordito nel 1997 con il divertente Topolino sotto sfratto, proseguito con il deprimente (nonostante uno splendido James Gandolfini) The Mexican e girato il dignitoso remake americano di The Ring. Ha 43 anni, per ora nessun film in uscita.



Johnny Depp è Capitan Jack Sparrow, il cuore della pellicola e probabilmente uno degli ingredienti principali del suo successo, nonché uno degli attori più versatili ed abili degli ultimi decenni, se non il migliore.



Il buon vecchio Johnny ha esordito nel lontano 1984 con un film ormai cult, Nightmare dal profondo della notte, ove interpretava il ragazzo della protagonista Nancy e veniva ucciso in un modo talmente spettacolare che se non avete il DVD non riuscirete MAI a vederlo a causa della censura (peraltro tornerà in un cameo nell'orrido Nightmare 6 - La fine come Oprah Noodlemantra). Da allora, il ruolo in 21Jump Street e una marea di film splendidi, soprattutto come musa di Tim Burton con il quale ha girato Edward mani di forbice, Ed Wood, Il mistero di Sleepy Hollow e Charlie e la fabbrica di cioccolato, oltre ad aver dato voce e fattezze a Victor ne La sposa cadavere. Tra le sue pellicole più belle ricordo Donnie Brasco, Paura e delirio a Las Vegas, Chocolat, From Hell, C'era una volta in Messico. Ha 44 anni e cinque film in progetto, tra cui il nuovo musical di Burton, Sweeney Todd e, pare, i due seguiti di Sin City.



Geoffrey Rush è Capitan Barbossa, il nemico per eccellenza di Capitan Jack Sparrow, nonché villain della prima pellicola.


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L' attore australiano, ha vinto  un oscar come miglior protagonista per Shine,  che gli ha donato fama internazionale. Tra i suoi film Elisabeth, Shakespeare in Love, Il mistero della casa sulla collina: inoltre ha prestato la voce a Nigel in Alla ricerca di Nemo. Ha 56 anni e un film in uscita.


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Orlando Bloom interpreta Will Turner, il bel garzone innamorato di Elisabeth. Non sto a mettere foto del prima e dopo perché essenzialmente il ragazzone non cambia. Il successo internazionale dell'Orlando deriva da un'altra trilogia, quel Signore degli Anelli dove ha fatto sbavare milioni di ragazzette allupate nei panni dell'elfo Legolas, anche se aveva già avuto una particina in Wilde. Dopodiché ha partecipato ad altre innominabili superproduzioni in costume, e l'unico film che vale la pena di citare per me è Elizabethtown. Ha un film in uscita e 30 anni.



Keira Knightley interpreta la contesissima Elisabeth Swann, destinata a diventare pirata e combattente. L'attrice inglese è stata coprotagonista dell'inquietantissimo The Hole, e del successo inaspettato Sognando Beckam. Ha 22 anni e 3 film in uscita.



Chow Yun-Fat interpreta Sao Feng, uno dei nuovi pirati introdotti nella pellicola, quello dove si recano all'inizio i protagonisti. L'attore di Hong Kong, dopo miriadi di film mai arrivati sul mercato italiano, ha recitato anche in produzioni internazionali come Anna e il Re e La Tigre e il dragone. Ha 42 anni e due film in uscita.


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Citare tutti gli altri bravissimi attori coinvolti mi prenderebbe un post lungo kilometri, quindi, finisco in breve con due attori che stimo per vari motivi.Jonathan Pryce interpreta il Governatore Swann (per una biografia di costui si veda il post su Qualcosa di Sinistro sta per Accadere). Bill Nighy, che interpreta Davy Jones, è stato il patrigno PHILIP in Shaun of the Dead.


 


Ed ora ecco l'attrazione di Eurodisney che ha ispirato il film.... con un ospite d'eccezione!!


 



Ah, ricordate: rimanete fino alla fine dei titoli di coda in tutti e tre i film. C'è sempre una bella sorpresa in agguato!

mercoledì 25 aprile 2007

Qualcosa di sinistro sta per accadere (1983)

Nella vastissima produzione Disney, capita di trovare questo piccolo tentativo di creare una favola horror dai toni luciferini, Qualcosa di sinistro sta per accadere (Something Wicked This Way Comes, citazione del MacBeth di William Shakesperare) scritto nienetemeno che da Ray Bradbury e diretto da Jack Clayton. Vidi per la prima ed ultima volta questo film all'età di sette anni, neppure tutto perché agli occhi di una bimba sembrava davvero inquietante, e così, a mò di operazione nostalgia, ho deciso di riguardarlo.



La trama è questa: In una notte di fine autunno giunge in una piccola cittadina una fiera, gestita dal misterioso mr.Dark. Tutti vengono attratti dalla novità e decidono di provare le varie attrazioni, soprattutto coloro che hanno desideri inconfessabili da far avverare. Due bambini, Jim e Will, scoprono tuttavia che esaudire i propri desideri richiede un prezzo molto alto..

La pellicola, che probabilmente sarà risultata piacevole e sottilmente inquietante nel 1983 purtroppo risente oggi del peso degli anni. Indubbiamente l'ambientazione è adatta ed affascinante ma lo stile registico, quasi da TV movie, gli effetti speciali decisamente obsoleti, e i personaggi poco convinti delle loro motivazioni e abbastanza privi di un reale spessore psicologico, rendono il film pesantuccio e risibile.

Ovviamente, in una produzione Disney il tasso di "paura" e violenza devono essere ridotti ai minimi termini, quindi si ha l'impressione di un film lasciato a metà. La trama stessa presenta alcuni buchi: il personaggio del venditore i parafulmini sembrerebbe una sorta di divinità temuta da mr.Dark e i suoi accoliti, ma la questione rimane irrisolta. Così come le fisime del padre di Will, e lo stesso rapporto tra i bambini protagonisti rimangono un pò campati in aria. Purtroppo, non avendo letto il libro, non so se l'opera cartacea possa essere migliore di quella filmica.

Sono convinta che questo film meriterebbe un remake, meno legato alla tipica, banale morale Disneyana e più concentrato sull'oscurità che si cela nell'animo umano. In definitiva, una pellicola adatta solo a bambini senza molte pretese, o a cultori di rarità Disneyane, visto che i piccoli mostriciattoli del giorno d'oggi disdegneranno quanto un'adulto la mancanza di effetti speciali.

La regia della pellicola è affidata all'inglese  Jack Clayton, attivo produttore dagli anni 40 agli anni 60 e regista della trasposizione cinematografica de Il Grande Gatsby. E' morto nel 1995.



Jason Robards interpreta Charles Halloway, il padre del protagonista. Questo grande vecchio del cinema, scomparso nel 2000 a causa di un cancro ai polmoni, ha all'attivo una lunga filmografia e ha vinto due Oscar, uno per il film Julia e l'altro per Tutti gli uomini del presidente. Tra i suoi film ricordo C'Era una volta il West, Tora! Tora! Tora!, Philadelphia, Nemico Pubblico e Magnolia, ove interpretava il padre malato di Tom Cruise.



L'inglese Jonathan Pryce, uno dei miei attori preferiti, interpreta Mr.Dark. Anche la sua filmografia è sterminata, seppur non del tutto irreprensibile ed indimenticabile. Tra i film migliori segnalo l'allucinante Brazil di Terry Gilliam, L'Età dell'Innocenza, Ronin, Stigmate, la trilogia di Pirates of the Caribbean. Altri film meno riusciti il già citato L'Intrigo della collana e The Brothers Grimm (mi rifiuto di citare l'orrido titolo italiota) Dovete sentire inoltre la meravigliosa voce di quest'uomo: Evita, pur se disprezzato dalla critica, è uno dei miei film preferiti, nonché l'unico, assieme al Rocky Horror Picture Show, capace di farmi cantare ininterrottamente dall'inizio alla fine come un'invasata. Nel fim interpreta Juan Peron: sfido chiunque a non commuoversi sentendogli cantare She's A Diamond. Ha 50 anni e due film in uscita.



La musa della Blaxpoitation Pam Grier interpreta la Strega. Questo splendido donnone è stata un'icona Black degli anni 70, ed è stata riesumata dal mistico Quentin per il suo Jackie Brown, dove le è stato offerto il ruolo che dà il nome al titolo. Tra i suoi film si ricorda Foxy Brown, Fuga da Los Angeles, Mars Attaks!, Amiche Cattive. Ha 48 anni e un film in uscita.



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