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martedì 25 agosto 2026

The Last House (2026)


La settimana scorsa è usscito un nuovo film originale Netflix, The Last House, diretto dal regista Louis Leterrier, così ho deciso di guardarlo...

Trama

Dopo una pioggia improvvisa, una famiglia rimane bloccata in casa, senza possibilità di uscire, e deve cercare di sopravvivere...

Recensione

Come al solito, non mi sono informata molto prima di accingermi alla visione di The Last House, mi sono semplicemente lasciata ispirare dalla locandina e dalla premessa. L'idea iniziale è molto interessante. Una famiglia rimane bloccata in casa mentre fuori infuria una pioggia misteriosa, e lo stesso accade a tutti i loro vicini. Jason, Ann e i loro due figli le provano tutte per uscire, ma è come se una forza misteriosa avesse sigillato l'intero edificio, finestre e altri pertugi compresi. La sceneggiatura di Matthew Robinson cattura lo spettatore per la prima mezz'ora, spingendolo a temere il peggio da una situazione simile, prima ancora che il tempo scorra e i problemi temuti si presentino, in tutta la loro gravità, agli stessi personaggi. Nel mezzo, ci sono scene di vita familiare quanto più "normali" possibile, anche perché Jason ed Ann hanno due figli piccoli che vanno protetti soprattutto psicologicamente, ma capite anche voi che il film, a un certo punto, deve presentare una svolta, altrimenti andrebbe ben poco lontano. Il problema di The Last House è proprio questo, purtroppo. Le "svolte", gli eventi necessari a far sì che la storia progredisca e, in qualche modo, si concluda, sembrano messe lì senza seguire delle regole logiche e, talvolta, contraddicono persino le premesse del film. Cercherò di non fare spoiler ma, durante le primissime sequenze, succede che qualcuno rimanga chiuso fuori casa e cerchi aiuto. Questa persona, dopo un po', viene attaccata da "qualcosa" che si nasconde all'esterno e viene richiamato dalla pioggia; ebbene, per cinque anni ci viene mostrato che, rimanendo in casa, non ci sono problemi di sorta (anche se è una vaccata. Se ciò che si nasconde fuori, ragionevolmente, si nutre di esseri umani o comunque li attacca, perché chiuderli nelle case?), dopodiché questa certezza viene disattesa per mettere la famiglia con le spalle al muro. Ancora peggio, a un certo punto la pioggia diventa qualcos'altro, dando per buono che sia sempre stato così, e addirittura, sul finale, la situazione viene risolta con un gesto di pietà (punto focale dell'intera vicenda e di una moraletta stinfia sulla quale poi tornerò) non solo totalmente fuori contesto, ma anche sproporzionato relativamente alle conseguenze. 

Davanti alla celebrazione dell'umana compassione e dell'empatia che contrasta con la moderna freddezza dei rapporti umani e familiari, The Last House si mostra inutilmente crudele nei confronti di tantissimi animali, più di quanto sarebbe lecito aspettarsi in un film non horror che si trattiene molto relativamente all'aspetto survival (d'altronde, Jason è un incrocio tra McGyver e Sampei, in grado di trasformare qualsiasi oggetto in un complesso macchinario utile a fare qualunque cosa). Se mal sopportate la morte on screen di animali domestici e non, The Last House è un trigger warning grosso come una casa, della durata di quasi due ore, e considerate che io a un certo punto mi sono messa a piangere e Mirco se n'è direttamente andato. La sceneggiatura di The Last House è dunque un misto di scempiaggini e paraculate assortite, ma per fortuna sta messo meglio nel reparto tecnico. Una volta superati i panorami posticci dell'introduzione e del finale, gli effetti speciali sono molto gradevoli, in quanto utilizzano sia effetti digitali sia animatronics, cosa che rende le sequenze di lotta subacquea nel prefinale concitate ed angoscianti. Sono notevoli anche le scenografie, in quanto, ovviamente, la casa di Jason ed Ann è protagonista tanto quanto gli attori, e nel corso del tempo subisce una metamorfosi funzionale ed artistica degna di nota, sicuramente una delle caratteristiche più interessanti del film. Anche gli attori non sono affatto male, sebbene Ann e i figli siano condannati a non evolvere per tutta la durata di The Last House. L'unico che si ritrova per le mani materiale su cui lavorare è Wagner Moura, il cui personaggio passa dall'essere un amorevole e paziente papà a un freddo dispensatore di mezzi di sopravvivenza, talmente concentrato sulla salvezza della propria famiglia da dimenticarsi di manifestare il proprio affetto, visto ormai come qualcosa di scontato e superfluo. Certo, Moura la prende dannatamente sul serio, come se un film come The Last House potesse in qualche modo assicurargli la seconda nomination agli Oscar, e onestamente è un po' sprecato. Così come, per quanto mi riguarda, è sprecato il tempo perso guardando questo film, l'ennesimo giocattolone pronto per il cestone dello streaming, da dimenticare nel giro di un paio di settimane.

Cast

Di Greta Lee (Ann) e Wagner Moura (Jason) ho parlato ai rispettivi link.


Curiosità

Arden Cho, che interpreta Ruth da adulta, è la doppiatrice originale di Rumi di KPop Demon Hunters. Se volete un film serio, che vi metta addosso una strizza vera di fronte a una situazione simile, recuperate We Need to Do Something, oppure virate su The Mist, The Divide, Await Further Instructions e Vivarium. ENJOY!

martedì 30 giugno 2026

Toy Story 5 (2026)


La settimana scorsa sono andata a vedere Toy Story 5, diretto e sceneggiato dai registi McKenna Harris e Andrew Stanton.

Trama

Jessie, Buzz e gli altri giocattoli vivono felici con Bonnie, almeno finché alla bambina non viene regalato un tablet, Lilypad, che si accaparra interamente la sua attenzione...

RECENSIONE

Nel 1995, il giocattolo a corda Woody viveva l'esperienza più terribile della sua esistenza, venendo rimpiazzato da Buzz Lightyear, dotato di suoni e luci elettroniche. Nel 2026, la cowgirl Jessie rivive il trauma che l'ha segnata con la sua prima "bambina" e viene rimpiazzata dal tablet Lilypad. Sono due pattern praticamente identici, che presentano anche diversi punti in comune a livello di regia ed animazione, ma differiscono in un punto drammatico, che poi è il fulcro del discorso portato avanti da Toy Story 5. Woody e Buzz erano giocattoli diversi ma comunque molto simili, con i quali i bambini potevano sbrigliare la fantasia rimanendo "presenti" alla realtà che li circondava, interagendo talvolta con genitori e coetanei. Lilypad, invece, è un tablet, e non si possono inventare giochi con un tablet ma bisogna usare quelli contenuti nel device, seguendo determinate tempistiche che portano a rimanere perennemente connessi, pena perdere dei "privilegi". Jessie e Lilypad, a differenza di Woody e Buzz, non giocano nello stesso campionato, e per vincere (là dove per "vincere" si intende fare il bene di Bonnie) bisogna imparare a conoscere pregi e difetti dell'avversario, accettando gli inevitabili cambiamenti e la consapevolezza che c'è un tempo per ogni cosa e che l'unica cosa importante è esserci nel momento che conta maggiormente. Quella di Toy Story 5, in realtà, è una "Jessie Story", all'interno della quale Woody e Buzz sono poco più di una nota di colore. Testarda e boomer, Jessie si fa portavoce del punto di vista di genitori e adulti, disperati all'idea che i loro piccoli crescano troppo in fretta e vengano portati via da tecnologia e social, diventando sempre meno bambini. In realtà, però, Toy Story 5 non è un cautionary tale contro tablet e affini, quanto piuttosto un racconto di formazione all'interno del quale c'è un garbato invito ad unire sempre l'elemento umano alla tecnologia e a vigilare sui pargoli ipnotizzati e affascinati da essa. All'interno di una società in cui anche i più piccoli devono essere connessi, pena venire trattati come paria, sta agli adulti capire e sfruttare le potenzialità dei mezzi tecnologici per arricchire le possibilità di crescere, coltivare interessi e conoscere nuovi amici, tenendo sempre presente però che la realtà "virtuale" può ferire malamente e avere gravi ripercussioni sulla vita reale. 

L'importante ed attualissimo messaggio, assieme a un paio di prese di coscienza tristemente "adulte", che mi hanno causato il solito magone, sono gli aspetti migliori di quello che, per quanto mi riguarda, è al momento il capitolo più debole della saga. Guardando Toy Story 5 ho patito il ritmo calante della prima parte e il riproporsi di situazioni più o meno sempre uguali a quelle dei film precedenti; i giocattoli di Bonnie danno il meglio quando la ragazzina si lancia in coloratissime, allucinanti fantasie in cui lo stile d'animazione è simile a quello tradizionale e analogico, altrimenti lasciano un po' il tempo che trovano. D'altronde, dopo quattro film ormai il parterre di comprimari è immenso e, salvo per l'utilizzo originale di Buzz Lightyear, persino gli ex protagonisti fanno fatica a trovare ancora qualcosa da dire. Così non è per Bonnie, fortunatamente, sebbene anche nel suo caso si cominci ad avere l'impressione di avere di fronte un personaggio costruito in modo che risulti normale nella sua stranezza, così inquadrata negli standard di originalità della Disney/Pixar da essere quasi banale. Il film vanta alcune sequenze memorabili, in particolare quelle che riguardano un certo gruppo di personaggi tutti uguali, costruite come se fossero dei corti d'azione, talvolta addirittura horror, e alcuni momenti più riflessivi che sfiorano la poesia ma, tutto sommato, la sensazione che mi ha lasciato Toy Story 5 è quella di un'opera che dimenticherò nel giro di un paio di settimane. Anche in virtù di quanto tempo è servito a realizzarlo e dell'obiettiva bellezza delle animazioni e della tecnica digitale, che ha raggiunto dei livelli tali da esprimere persino la sensazione tattile del materiale di cui sono fatti i giocattoli, non dirò, ovviamente, che il nuovo capitolo è "inutile". Sono convinta che i bambini l'adoreranno e che molti adulti ci perderanno il cuore come per tutti gli altri capitoli della saga, quindi vi invito ad andare a vederlo e a portarci i pargoli, ma personalmente sono rimasta un po' freddina. Dai trailer che hanno preceduto Toy Story 5 so però che da qui a novembre mi aspetteranno almeno altri quattro cartoni animati da vedere, quindi vi do appuntamento al prossimo, sperando in una recensione più entusiasta!

CAST

Del co-regista e co-sceneggiatore Andrew Stanton ho già parlato QUI. Tom Hanks (Woody), Tim Allen (Buzz Lightyear), Joan Cusack (Jessie), Craig Robinson (Atlas), Jay Hernandez (il papà di Bonnie), Bonnie Hunt (Dolly), Tony Hale (Forky), Wallace Shawn (Rex), Ernie Hudson (Combat Carl), Annie Potts (Bo Peep), Keanu Reeves (Duke Caboom) e Alan Cumming (Bullseye in versione malvagia) li trovate invece ai rispettivi link.

  • McKenna Harris è la co-regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, principalmente animatrice, ha diretto il corto Ciao Alberto. E' anche produttrice e doppiatrice.
  • Greta Lee è la voce originale di Lilypad. Americana, ha partecipato a film come St. Vincent, Past Lives e a serie quali Wayward Pines e What We Do in the Shadows. Anche sceneggiatrice e regista, ha 43 anni e un film in uscita, The Last House. 

CURIOSITà

Conan O'Brien è la voce originale di Smarty Pants. Il cavallo Bullseye avrebbe dovuto parlare ed essere doppiato da Martin Short, ma alla fine si è deciso per lasciare il personaggio muto. Il film segue, ovviamente, Toy Story, Toy Story 2, Toy Story 3 e Toy Story 4, che vi consiglio di recuperare assieme ai corti Vacanze hawaiiane, Buzz a sorpresa, Non c'è festa senza Rex, Toy Story of Terror e Toy Story - Tutto un altro mondo. ENJOY!



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