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martedì 30 giugno 2026

Toy Story 5 (2026)


La settimana scorsa sono andata a vedere Toy Story 5, diretto e sceneggiato dai registi McKenna Harris e Andrew Stanton.

Trama

Jessie, Buzz e gli altri giocattoli vivono felici con Bonnie, almeno finché alla bambina non viene regalato un tablet, Lilypad, che si accaparra interamente la sua attenzione...

RECENSIONE

Nel 1995, il giocattolo a corda Woody viveva l'esperienza più terribile della sua esistenza, venendo rimpiazzato da Buzz Lightyear, dotato di suoni e luci elettroniche. Nel 2026, la cowgirl Jessie rivive il trauma che l'ha segnata con la sua prima "bambina" e viene rimpiazzata dal tablet Lilypad. Sono due pattern praticamente identici, che presentano anche diversi punti in comune a livello di regia ed animazione, ma differiscono in un punto drammatico, che poi è il fulcro del discorso portato avanti da Toy Story 5. Woody e Buzz erano giocattoli diversi ma comunque molto simili, con i quali i bambini potevano sbrigliare la fantasia rimanendo "presenti" alla realtà che li circondava, interagendo talvolta con genitori e coetanei. Lilypad, invece, è un tablet, e non si possono inventare giochi con un tablet ma bisogna usare quelli contenuti nel device, seguendo determinate tempistiche che portano a rimanere perennemente connessi, pena perdere dei "privilegi". Jessie e Lilypad, a differenza di Woody e Buzz, non giocano nello stesso campionato, e per vincere (là dove per "vincere" si intende fare il bene di Bonnie) bisogna imparare a conoscere pregi e difetti dell'avversario, accettando gli inevitabili cambiamenti e la consapevolezza che c'è un tempo per ogni cosa e che l'unica cosa importante è esserci nel momento che conta maggiormente. Quella di Toy Story 5, in realtà, è una "Jessie Story", all'interno della quale Woody e Buzz sono poco più di una nota di colore. Testarda e boomer, Jessie si fa portavoce del punto di vista di genitori e adulti, disperati all'idea che i loro piccoli crescano troppo in fretta e vengano portati via da tecnologia e social, diventando sempre meno bambini. In realtà, però, Toy Story 5 non è un cautionary tale contro tablet e affini, quanto piuttosto un racconto di formazione all'interno del quale c'è un garbato invito ad unire sempre l'elemento umano alla tecnologia e a vigilare sui pargoli ipnotizzati e affascinati da essa. All'interno di una società in cui anche i più piccoli devono essere connessi, pena venire trattati come paria, sta agli adulti capire e sfruttare le potenzialità dei mezzi tecnologici per arricchire le possibilità di crescere, coltivare interessi e conoscere nuovi amici, tenendo sempre presente però che la realtà "virtuale" può ferire malamente e avere gravi ripercussioni sulla vita reale. 

L'importante ed attualissimo messaggio, assieme a un paio di prese di coscienza tristemente "adulte", che mi hanno causato il solito magone, sono gli aspetti migliori di quello che, per quanto mi riguarda, è al momento il capitolo più debole della saga. Guardando Toy Story 5 ho patito il ritmo calante della prima parte e il riproporsi di situazioni più o meno sempre uguali a quelle dei film precedenti; i giocattoli di Bonnie danno il meglio quando la ragazzina si lancia in coloratissime, allucinanti fantasie in cui lo stile d'animazione è simile a quello tradizionale e analogico, altrimenti lasciano un po' il tempo che trovano. D'altronde, dopo quattro film ormai il parterre di comprimari è immenso e, salvo per l'utilizzo originale di Buzz Lightyear, persino gli ex protagonisti fanno fatica a trovare ancora qualcosa da dire. Così non è per Bonnie, fortunatamente, sebbene anche nel suo caso si cominci ad avere l'impressione di avere di fronte un personaggio costruito in modo che risulti normale nella sua stranezza, così inquadrata negli standard di originalità della Disney/Pixar da essere quasi banale. Il film vanta alcune sequenze memorabili, in particolare quelle che riguardano un certo gruppo di personaggi tutti uguali, costruite come se fossero dei corti d'azione, talvolta addirittura horror, e alcuni momenti più riflessivi che sfiorano la poesia ma, tutto sommato, la sensazione che mi ha lasciato Toy Story 5 è quella di un'opera che dimenticherò nel giro di un paio di settimane. Anche in virtù di quanto tempo è servito a realizzarlo e dell'obiettiva bellezza delle animazioni e della tecnica digitale, che ha raggiunto dei livelli tali da esprimere persino la sensazione tattile del materiale di cui sono fatti i giocattoli, non dirò, ovviamente, che il nuovo capitolo è "inutile". Sono convinta che i bambini l'adoreranno e che molti adulti ci perderanno il cuore come per tutti gli altri capitoli della saga, quindi vi invito ad andare a vederlo e a portarci i pargoli, ma personalmente sono rimasta un po' freddina. Dai trailer che hanno preceduto Toy Story 5 so però che da qui a novembre mi aspetteranno almeno altri quattro cartoni animati da vedere, quindi vi do appuntamento al prossimo, sperando in una recensione più entusiasta!

CAST

Del co-regista e co-sceneggiatore Andrew Stanton ho già parlato QUI. Tom Hanks (Woody), Tim Allen (Buzz Lightyear), Joan Cusack (Jessie), Craig Robinson (Atlas), Jay Hernandez (il papà di Bonnie), Bonnie Hunt (Dolly), Tony Hale (Forky), Wallace Shawn (Rex), Ernie Hudson (Combat Carl), Annie Potts (Bo Peep), Keanu Reeves (Duke Caboom) e Alan Cumming (Bullseye in versione malvagia) li trovate invece ai rispettivi link.

  • McKenna Harris è la co-regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, principalmente animatrice, ha diretto il corto Ciao Alberto. E' anche produttrice e doppiatrice.
  • Greta Lee è la voce originale di Lilypad. Americana, ha partecipato a film come St. Vincent, Past Lives e a serie quali Wayward Pines e What We Do in the Shadows. Anche sceneggiatrice e regista, ha 43 anni e un film in uscita, The Last House

CURIOSITà

Conan O'Brien è la voce originale di Smarty Pants. Il cavallo Bullseye avrebbe dovuto parlare ed essere doppiato da Martin Short, ma alla fine si è deciso per lasciare il personaggio muto. Il film segue, ovviamente, Toy Story, Toy Story 2, Toy Story 3 e Toy Story 4, che vi consiglio di recuperare assieme ai corti Vacanze hawaiiane, Buzz a sorpresa, Non c'è festa senza Rex, Toy Story of Terror e Toy Story - Tutto un altro mondo. ENJOY!



martedì 15 aprile 2025

Opus (2025)

In qualche modo, pur con un po' di ritardo, sono riuscita a recuperare Opus, diretto e sceneggiato dal regista Mark Anthony Green.


Trama: Ariel, giovane apprendista giornalista, viene invitata assieme al capo e ad alcune celebrità nella magione isolata di Alfred Moretti, un famosissimo cantante pop ritiratosi da trent'anni e pronto a tornare con un nuovo disco...


Mi erano capitati davanti agli occhi diversi trailer di Opus, prima della sua uscita, e l'impressione che ne avevo tratto era che il film di Mark Anthony Green fosse una specie di horror a base di culti strampalati, con una bella dose di elementi grotteschi, tanto per gradire. La prima impressione è stata, in effetti, quella giusta, e francamente non capisco cosa si aspettasse la gente, che sta massacrando il film in parecchie recensioni. Mi rendo conto che la A24, che produce Opus, ci ha abituati più che bene, ma il film è una dignitosa opera prima che riprende un po' lo stile di alcuni grandi successi horror recenti, in primis Midsommar e The Menu. Opus segue le vicende di Ariel Ecton, giovane aspirante giornalista che non riesce a sfondare in quanto, per dirla nelle parole del suo migliore amico, è "troppo normale". Di estrazione sociale normale, senza grandi traumi o successi nell'infanzia e nell'adolescenza, senza problemi di sorta, Ariel non è abbastanza interessante da rendere tali i suoi articoli, o poter raccontare una storia avvincente. L'occasione, però, bussa alla porta quando, assieme allo spocchioso capo, viene invitata all'anteprima del nuovo disco di Alfred Moretti, una star del pop ritiratasi a vita privata da 30 anni. Il luogo dell'anteprima è un'isolata comune, dove Moretti vive assieme a un numero imprecisato di seguaci di un culto, i "livellisti", di cui anche lui fa parte. Le varie celebrities invitate assieme ad Ariel (un critico, una paparazza, un'influencer e una conduttrice televisiva) si lasciano conquistare con entusiasmo dai lussi della comune e dalla personalità sopra le righe di Moretti, mentre la ragazza comincia subito a notare parecchie cose che stonano, sia nel cantante che nel culto da lui professato. La trama di Opus è, effettivamente, derivativa e un po' pasticciata, perché vuole mettere troppa carne al fuoco, ma il concetto che (proprio per questo motivo) rischia di sfuggire allo spettatore disattento, non è banale. Il film sottolinea l'attrattiva dell'esclusività, la tendenza a mettere su un piedistallo celebrità mediocri scomodando parole come "genio" e "capolavoro", l'istinto tutto umano di sorvolare su parecchie cose, quando la superficialità si presenta infiocchettata e viene servita come un privilegio. Di fatto, Moretti è imbarazzante, le sue canzoni sono oscene e banali, le sue pose da star nascondono un vuoto cosmico che diviene ancora più evidente nel corso dell'agghiacciante finale. Eppure, il concetto di un mondo dominato dall'esclusività di presunti meriti artistici, da proteggere come la più preziosa delle reliquie e da tramandare a prescindere dal vuoto esistenziale che incarna, non è così peregrina e fa molta più paura del film in sé.


Da par suo, anche Opus è molto infiocchettato, anche se non è barocco e trash come lo stesso Moretti. Soprattutto la fotografia, la scenografia e i costumi sono incredibilmente curati (gli ultimi lo sono in maniera dichiarata, come del resto anche il make-up) e la cura del dettaglio è tale che non solo le opere d'arte che si vedono nella comune sono molto interessanti, ma lo spettacolo dei burattini che precede il climax del film è un incubo ad occhi aperti degno della migliore stop-motion horror. Ciò che colpisce di più all'interno di Opus, però, è un John Malkovich che da anni non era così weird ed istrionico, probabilmente dai tempi di Burn After Reading, ultimo baluardo prima di un decennio di ruoli minori in film dimenticabili. John Malkovich riesce a fare ridere a crepapelle per la noncuranza con cui si muove nei modi più ridicoli, cantando testi imbarazzanti persino per l'epoca in cui il personaggio era all'apice della gloria, per poi piombare, subito dopo, in quella freddezza pericolosa, vanagloriosa ed infantile che era la cifra stilistica dell'adorato Cyrus "The Virus" di Con Air. Non ho paura di dire che, senza John Malkovich, Opus sarebbe un fallimento abbastanza cocente, e non basterebbe la bravura innegabile di Ayo Edebiri, degno contraltare del viscido Moretti, ad innalzare il film, anche perché è difficile trovare un attore che mantenga eleganza nella follia (forse giusto Dan Stevens avrebbe potuto vestire i panni di Moretti, ma l'età non sarebbe stata credibile). Il resto del cast, a mio avviso, è un po'sprecato, soprattutto Amber Midthunder avrebbe potuto dare molte più gioie, ma d'altronde un maggiore approfondimento dei personaggi di contorno avrebbe tolto potenza allo scontro tra l'eccentrico Moretti e la "banale" Ariel. Ammetto quindi che mi sarei aspettata qualcosina di più da Opus, ma non è affatto un brutto film e, per quanto mi riguarda, merita di sicuro una visione, anche solo per godere di un John Malkovich in gran spolvero... soprattutto se, come me, da decenni "venerate la sua stella" e aspettavate un suo ritorno da mattatore.


Di John Malkovich (Alfred Moretti), Juliette Lewis (Clara Armstrong), Tony Hale (Soledad Yusef), Amber Midthunder (Belle) e Rosario Dawson (voce originale di Billie Holiday) ho già parlato ai rispettivi link.

Mark Anthony Green è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore.


Ayo Edebiri
interpreta Ariel Ecton. Americana, ha partecipato a film come How it Ends e a serie quali The Bear. Come doppiatrice ha lavorato in Tartarughe Ninja - Caos mutante e Inside Out 2. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 30 anni e due film in uscita, tra cui After the Hunt di Guadagnino.


Se Opus vi fosse piaciuto recuperate Blink Twice, The Menu, Midsommar e Get Out. ENJOY!

venerdì 1 novembre 2024

Woman of the Hour (2023)

Incuriosita da un po' di pareri positivi, ho recuperato Woman of the Hour, recentemente uscito su Netflix, diretto nel 2023 dalla regista Anna Kendrick.


Trama: Sheryl, attrice in difficoltà, viene ingaggiata per essere la concorrente single della trasmissione televisiva The Dating Game. Tra i tre pretendenti maschi, però, si nasconde un pericolosissimo serial killer...


Non sono una di quelle persone che va matta per il true crime, ma ammetto di avere (credo come tutti) un po' di morbosa curiosità verso quelle storie vere talmente allucinanti da spingere a mettere in discussione la già scarsa fiducia verso l'umanità e la legge. Rientra nel novero la vicenda di Rodney Alcala, che negli anni '70 ha stuprato e ucciso un numero imprecisato di donne (vi rimando alla pagina Wikipedia per farvi un'idea di quanta incertezza ancora ci sia sul numero delle sue vittime, è sconcertante), riuscendo a farla franca al punto da partecipare persino al popolarissimo programma televisivo The Dating Game. Chi, come me, è una vecchia degli anni '80, ricorderà Marco Predolin e Corrado Tedeschi, sulle reti del biscione, impegnati a condurne la versione italiana, ovvero Il gioco delle coppie. Le regole erano semplici: un single, di entrambi i sessi, cercava di trovare l'anima gemella ponendo domande a tre contendenti anonimi e alla fine del gioco, in base alle risposte, sceglieva "chi portarsi a casa", ovvero con chi andare a fare il viaggio messo in palio. Era un programma basato su un concetto idiota, perché io mai andrei a fare un weekend con una persona che neppure conosco; infatti, nel 1978, la povera "bachelorette" della settimana, Cheryl Bradshaw, ha rischiato di uscire col serial killer Rodney Alcala, risultato vincitore della puntata. La Bradshaw ha fortunatamente rifiutato l'appuntamento (e chissà cosa sarebbe successo se avesse accettato) e Alcala è tornato alla sua vita di tutti i giorni, continuando a stuprare e uccidere donne per un altro paio d'anni. Per il suo film d'esordio come regista, Anna Kendrick si è messa in gioco proprio con questa inquietante vicenda, usandola come fulcro di una riflessione più ampia su quanto sia pericoloso e frustrante essere donne in una società maschilista, dove sì, il peggio che può capitare è un serial killer, ma ogni giorno c'è da combattere contro complimenti indesiderati, consigli non richiesti, molestie travestite, indifferenza e cattiveria, contro un dolore che potrà arrivare in qualsiasi forma. "Quale di voi mi farà del male?" è la domanda più importante di tutte, d'altronde. 


La Kendrick sceglie una narrazione non lineare né cronologica, mostrando sprazzi dell'orrore inflitto da Alcala alle sue vittime, alternati alla vicenda chiave del Dating Game. Questa struttura, da una parte, amplifica il senso di angoscia che deflagra nel pre-finale al cardiopalma, durante il quale si arriva a temere seriamente per la vita di Sheryl in una sequenza di rara finezza, ambientata in un bar; dall'altra, consente allo spettatore di toccare "con mano" la differenza tra le maschere indossate dai due protagonisti. Sheryl, per raggiungere il sogno di diventare attrice, reprime i suoi pensieri reali, nascondendoli dietro la maschera della ragazza modesta e accondiscendente, che non fa mai domande scomode. Ciò che scatena l'empatia e alimenta ancor più l'inquietudine, è la triste verosimiglianza delle situazioni in cui viene a trovarsi Sheryl, nelle quali tutte, in misura più o meno maggiore, siamo incappate almeno una volta nella vita, e la sua temporanea ribellione nel corso di The Dating Game è qualcosa di estremamente godurioso, ma anche pericoloso. Questo perché Alcala cela invece la sua natura di predatore proprio sfruttando la necessità delle sue vittime di credere che esistano ancora uomini incapaci di nuocere, se non addirittura pronti ad accettarle a braccia aperte con tutti i loro pregi e difetti. Intelligente ed acculturato, Alcala coglie in un attimo ciò che la sua vittima desidera, lo usa contro di lei fino alle estreme conseguenze, e viene fregato solo quando trova qualcuno in grado di giocare secondo le sue stesse regole. Al netto delle situazioni romanzate per ovvi motivi di sceneggiatura (modalità e personalità dei coinvolti all'interno del Dating Game in primis) ciò che mostra la Kendrick è fin troppo verosimile e mette paura, perché ben poco è cambiato dagli anni '70, il che rende la vicenda di un'attualità sconcertante. 


Oltre a questo, Woman of the Hour è un bel film anche a livello formale. La sceneggiatura cura la caratterizzazione dei personaggi secondari, consentendo di brillare anche ad attori con brevissimo tempo sullo schermo, i dialoghi sono naturali, la regia elegante e attenta sia ai diversi "tempi" che scandiscono la vicenda (non ci sono sbavature tra momenti thriller, assai riusciti, la riproposizione quasi documentaristica di una puntata di The Dating Game e persino sequenze di commedia che strappano una sincera risata) che a costumi, scenografie e colori, enfatizzati da una fotografia splendida. Per essere un'opera prima è di alto livello e, in quanto attrice, la Kendrick è riuscita a tirare fuori il meglio dai suoi colleghi sul set. Prendete Daniel Zovatto. Mi rendo conto solo ora di averlo visto in tantissimi altri film e di essermelo dimenticato, mentre la sua interpretazione di Rodney Alcala colpisce per un'intensità che non sconfina mai in overacting e da vita a un personaggio inquietante nella sua normalità; leggenda vuole che Cheryl Bradshaw abbia rifiutato di uscire con Alcala perché lo trovava "creepy" e che gli altri due concorrenti non fossero proprio a suo agio con lui, e Zovatto dà proprio quest'impressione, di un uomo non così strano da far fuggire a gambe levate, ma dotato comunque di qualcosa di "sbagliato". Anna Kendrick, neanche a dirlo, è bravissima e sembra aver trovato la sua dimensione proprio nelle protagoniste nervose e fragili di thriller al cardiopalma, e ci sono un paio di colleghe in grado di darle manforte nell'interpretazione di personaggi femminili ben caratterizzati, come Nicolette Robinson e la splendida Autumn Best. La spooky season è finita ieri, ma il mio consiglio è quello di non perdervi questo delizioso Woman of the Hour, un'ottima aggiunta a un catalogo Netflix che troppo spesso offre enormi sòle ai suoi abbonati (prossimamente vi parlerò di Don't Move, per esempio). Non è questo il caso, tranquilli!


Della regista Anna Kendrick, che interpreta anche Sheryl, ho già parlato QUI. Daniel Zovatto (Rodney) e Tony Hale (Ed) li trovate invece ai rispettivi link.


Se la storia di Alcala vi interessasse, esiste anche un film per la TV intitolato Dating Game Killer, ma onestamente non garantirei sulla qualità. Quindi vi consiglio di recuperare altri film "a tema" come Watcher, Ted Bundy - Fascino criminale e The Clovehitch Killer. ENJOY! 


martedì 25 giugno 2024

Inside Out 2 (2024)

Il giorno stesso dell'uscita mi sono fiondata al cinema per vedere Inside Out 2, diretto e co-sceneggiato dalla regista Kelsey Mann.


Trama: Riley è arrivata a 13 anni aiutata dalle sue emozioni, ma con l'arrivo della pubertà la sua testa si riempirà di nuovi, inquietanti elementi...


Inside Out
mi aveva rapito il cuore e la mente, e ancora oggi ritengo sia uno dei più bei film Pixar mai realizzati. Avevo un mix di aspettative e timori all'idea di un seguito, ma ho deciso comunque di dargli fiducia, perché mi interessava sapere come sarebbe cresciuta Riley. Introdotto da una bella botta di nostalgia, nella forma dello storico score di Michael Giacchino (che ovviamente mi ha spinta alle lacrime quando il film non era neppure ancora cominciato), Inside Out 2 inizia due anni dopo la fine del primo e ci mostra delle emozioni solide ed equilibrate, che lavorano in perfetta sintonia per fare di Riley un gioiellino di ragazza. "Io sono una brava persona" è il nucleo della personalità della protagonista, un nucleo che Gioia e gli altri cercano di preservare con tutte le forze, eliminando e nascondendo tutto ciò che potrebbe intaccarlo; le emozioni "base" non hanno, però, fatto i conti con la pubertà, che introduce altri destabilizzanti colleghi all'interno della mente di Riley. Invidia, Imbarazzo, Ennui e, soprattutto, la terribile Ansia, scuotono dalle fondamenta la semplice e dolce ragazzina, proprio nel momento di transizione tra scuole medie e liceo, quando un breve campo estivo di hockey diventa il fondamentale crocevia per determinare il futuro successo. In maniera non dissimile dal primo Inside Out (di cui ricalca anche la struttura narrativa e una serie di situazioni) anche il secondo capitolo contiene un importante monito a non ignorare né le emozioni né le esperienze negative, perché contribuiscono ad alimentare la complessità e la conseguente ricchezza del nostro carattere, facendoci crescere come persone, per quanto imperfette. L'esperienza evita che le emozioni ci governino e ci permette di controllarle e richiamarle secondo la nostra volontà, salvo inevitabili ricadute in momenti particolarmente stressanti o emotivamente soverchianti, com'è comprensibile per un individuo equilibrato. Nel suo percorso di crescita, l'adolescente Riley si riconferma così un personaggio col quale è facile empatizzare e in cui ci si può riconoscere, e lo stesso vale per Gioia, Tristezza e tutti i loro compagni, che crescono ed evolvono assieme alla loro "umana".


Forse perché l'Ansia è una mia costante esistenziale, mi sono riconosciuta parecchio in quel tarlo insinuante che parla senza sosta, non richiesto, scodellando una serie infinita di scenari mentali da incubo, e ho trovato la rappresentazione del passaggio tra infanzia e adolescenza molto realistica. A parer mio i realizzatori sono riusciti a renderlo molto angosciante, in virtù delle scelte sbagliate intraprese da Riley e per la visione da incubo di un nucleo positivo sempre meno luminoso; i richiami alla morte "figurata" e alla depressione sono palesi, inoltre ho apprezzato tantissimo la rappresentazione di un attacco di panico in piena regola, di quel momento in cui il cervello si blocca in una frenesia terrorizzata e senza via d'uscita. In generale, Inside Out 2 mi è sembrato ancora più dolceamaro del primo e alcune prese di coscienza, sia della protagonista che delle sue emozioni, mi hanno commossa parecchio. Per quanto riguarda la realizzazione, Inside Out 2 è bello quanto il suo predecessore. L'interazione tra mondo reale e mentale non presenta sbavature ed è molto emozionante, soprattutto è bello vedere l'evoluzione dei coloratissimi luoghi introdotti nel 2015, con interessanti aggiunte alla mente di Riley, funzionali alla sua crescita; l'idea di inserire una sorta di lago da cui si dipanano tutte le "ramificazioni" delle esperienze della protagonista è vincente, e si traduce in una miriade di splendide immagini. Passando ad argomenti più faceti, da appassionata (giuro) di La casa di Topolino, ho adorato, tra le tante parodie presenti all'interno del film, la presenza di un simil-Toodles che mi ha fatta piegare dalle risate in più di un'occasione, un colpo di genio forse un po' autoreferenziale, ma comunque sempre un colpo di genio. Anche il character design delle nuove emozioni è assai intelligente, con l'apice di preferenza personale raggiunto con Ennui, talmente molla e scazzata dalla vita da avere un modo tutto suo di muoversi senza spendere troppe, inutili, energie (viceversa, Invidia non mi ha detto nulla, e più che un vergognoso peccato capitale mi è sembrato il comprensibile, per quanto disperato e spesso sbagliato, desiderio di conformarsi a persone che si ammirano). Dopo il deludente Lightyear, nonostante non fosse sequel ma spin-off, la Pixar si è rimessa sul giusto cammino e ammetto di non vedere l'ora che esca un terzo capitolo di Inside Out che faccia luce sul terrificante mondo degli adulti!  


Di Maya Hawke (Ansia), Tony Hale (Rabbia), Diane Lane (Mamma), Kyle MacLachlan (Papà), Paul Walter Hauser (Imbarazzo), Frank Oz (Dave il poliziotto), Pete Docter (Rabbia di papà) e Flea (Jake) ho già parlato ai rispettivi link.

Kelsey Mann è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio e prima ha lavorato principalmente come storyboarder. E' anche animatore e doppiatore.


La doppiatrice originale di Ennui è Adèle Exarchopoulos, la protagonista di Vita di Adèle, mentre in Italia il personaggio è stato affidato a Deva Cassel, la splendida figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel. Se Inside Out 2 vi fosse piaciuto, recuperate Inside Out e Soul. ENJOY! 


mercoledì 23 novembre 2022

Hocus Pocus 2 (2022)

Recuperato poco prima di Halloween, è giunto il momento di parlare anche di Hocus Pocus 2, diretto dalla regista Anne Fletcher.


Trama: due ragazze richiamano accidentalmente le sorelle Sanderson dal mondo dei morti e la città di Salem viene di nuovo minacciata...


Come forse avevo già scritto nel post di Hocus Pocus, il film di Kenny Ortega mi è sempre piaciuto ma non è mai rientrato nel novero di cult intoccabili, di conseguenza non ero particolarmente "intimorita" all'idea di affrontare Hocus Pocus 2 e, forse proprio per questo motivo, ho trovato la visione assai gradevole e divertente. Con un occhio al girl power e un altro a serie teen/horror con protagoniste dotate di poteri magici, Hocus Pocus 2 rinverdisce i fasti dello storico predecessore e riporta in scena le sorelle Sanderson più o meno come le avevamo lasciate, con giusto qualche anno in più e chilo in meno, il tutto abilmente celato da make-up e probabili ritocchini in fase di post-produzione, impegnate anche questa volta ad affrontare le diavolerie moderne. Ciò che è cambiato nel frattempo è la necessità (sto guardando la quarta stagione di Boris, quindi saranno i voleri dell'algoritmo?) di rendere i villain meno cattivi di un tempo, fornendo loro quel minimo di background lacrimevole che giustifichi la loro malvagità e rendendoli il fulcro del messaggio positivo dell'opera in cui compaiono; è vero, come mi faceva notare il mio compare di visione, che le sorelle Sanderson sono sempre state connotate come tre streghe pasticcione e divertenti, ma qui le radici del loro odio verso la città di Salem diventano più comprensibili da parte dello spettatore, tanto che il loro intento di mangiare bambini o uccidere adolescenti sembrano quasi vezzi trascurabili e la possibilità di un terzo capitolo, magari con più di una congrega unita a fronteggiare una minaccia ben più terribile e malvagia, non è un'idea così peregrina.


Per il resto, mi è sembrato che i realizzatori del film abbiano scelto di non allontanarsi dai binari che hanno decretato il successo (postumo, è bene ricordarlo) di Hocus Pocus e persino la struttura della trama è molto simile, con tanto di numero musicale piazzato, così si dice, allo stesso identico minuto di quello della pellicola precedente. Essendo passati quasi 30 anni, ovviamente, Hocus Pocus 2 risulta migliore del predecessore a livello meramente estetico. La fotografia non sembra quella di un film TV anni '90, anzi, dal punto di vista di colori, scenografie e costumi, per quanto quelli iconici siano stati mantenuti, parliamo di un livello qualitativo medio-alto, perfettamente in linea con le produzioni "di lusso" delle varie piattaforme, e gli effetti speciali sono ovviamente all'altezza, anche se quello migliore rimane comunque Doug Jones, anche lui tornato nei divertenti panni del sempre scazzatissimo Billy. Quanto agli attori, le tre protagoniste rimangono carismatiche oggi come allora e si vede che la Midler e socie si sono divertite tantissimo, e anche le ragazzine che fungono da sostitute di Max e compagne, a differenza di questi ultimi (Thora Birch a parte, piccola ma ancora oggi inarrivabile), sono dotate di personalità interessanti e non si limitano ad essere le "colpevoli" della resurrezione delle Sanderson, ma in qualche modo apportano un contributo essenziale alla storia anche per tutto il resto del film. Quindi affrontate pure Hocus Pocus 2 senza timore, se vi è piaciuto il primo troverete molto carino anche questo! 


Di Bette Midler (Winifred), Sarah Jessica Parker (Sarah), Kathy Najimy (Mary), Doug Jones (Billy Butcherson) e Tony Hale (Sindaco/Reverendo Traske) ho parlato ai rispettivi link. 

Anne Fletcher è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Ricatto d'amore, Parto con mamma e Fuga in tacchi a spillo. Anche attrice, produttrice e animatrice, ha 56 anni.


Se Hocus Pocus 2 vi fosse piaciuto, ovviamente non dimenticate di recuperare il primo! ENJOY!

martedì 18 gennaio 2022

Being the Ricardos (2021)

Comincia la stagione dei recuperi pre-Oscar e post Golden Globes, sempre fonte di dolori e gioie. Per primo è toccato a Being the Ricardos, diretto e sceneggiato nel 2021 da Aaron Sorkin e disponibile su Amazon Prime Video.


Trama: l'attrice Lucille Ball viene accusata di essere comunista proprio quando il marito, Desi Arnaz, viene pizzicato dai tabloid in compagnia di altre donne. Tutto questo mette a repentaglio l'esistenza della sit-com da loro interpretata, I Love Lucy...


I Love Lucy
, da noi conosciuta come Lucy ed io, è una delle sit-com americane più amate in patria, ma ovviamente io non ne ho mai guardato nemmeno una puntata e la conosco vagamente grazie ad altre opere come I Simpson o Will & Grace. Nonostante questo, ho deciso comunque di guardare Being the Ricardos, un po' per il Globe assegnato a Nicole Kidman (sul quale tornerò) e un po' perché mi piacciono i biopic sui vecchi show della TV USA, come per esempio Un amico straordinario, basato su Mister Roger's Neighborhood, altra trasmissione a me sconosciuta. In questo senso, ho trovato Being the Ricardos molto gradevole, perché Sorkin, pur rendendo i problemi politici e familiari di Lucille e Desi il fulcro della vicenda, riesce ad unirli inestricabilmente alla realizzazione di I Love Lucy, consentendo allo spettatore di dare uno sguardo dietro le quinte, cogliere alcuni dei meccanismi che influenzavano la televisione dell'epoca, "annusare" delle dinamiche relazionali non proprio positive tra attori, sceneggiatori, registi, produttori e finanziatori di ogni genere e persino di avere dei flash relativi al processo creativo di una perfezionista come la Ball. Anzi, considerato che Sorkin riesce a condensare in una settimana problemi e vicende che, nella realtà, sono durati mesi se non addirittura anni, e ad aggiungere anche degli agevoli recap del rapporto tra Desi e Lucille e della loro carriera comune, bisogna dire che Being the Ricardos mette anche troppa carne al fuoco e a volte lascia a bocca asciutta, con la voglia di approfondire questioni magari appena accennate e poi lasciate cadere (personalmente ho trovato molto interessante anche la crisi di Vivian Vance e il rapporto di "cordiale" odio tra lei e il suo marito nella finzione, Frawley, altro bell'elemento da sbarco, ma vengono entrambi usati come meri accessori alla vicenda principale), con l'aggravante di prediligere le vicende inventate alla bisogna (la telefonata di Hoover) a quelle reali.


Forse anche grazie a queste "licenze poetiche", l'autore riesce facilmente nell'intento di fare affezionare a Lucille e Desi e di offrire un ritratto quanto più possibile interessante di due personaggi non comuni, entrambi dotati di carisma da vendere e di un carattere complicato, che certamente hanno rivoluzionato la televisione dell'epoca lasciando un'eredità ai posteri non indifferente. Ci riesce grazie alla sceneggiatura, che brilla nei battibecchi tra personaggi, soprattutto quando in scena c'è Lucille (mentre la regia è purtroppo un po' anonima nonostante gli intelligenti inserti che mescolano le ricostruzioni in bianco e nero degli episodi di I Love Lucy alle riflessioni dell'attrice protagonista), e ci riesce grazie alla bravura degli attori, sui quali forse è il caso di spendere due righe in più, visto il Globe vinto. Non conoscendo il personaggio di Lucille Ball, non saprei dire se la Kidman sia riuscita a catturarne l'essenza; posso solo dire che, a livello di gestualità e voce, mi è piaciuta parecchio, purtroppo però non riesco più a ritrovare nell'attrice la bellezza di un tempo e ogni volta mi dà una sgradevole sensazione di "finto", di espressività cancellata dalla pialla di un chirurgo folle che l'ha resa una bambola di porcellana, sensazione peggiorata, in questo caso, dal trucco pesante usato per farla assomigliare a Lucille. La sua interpretazione non mi ha lasciata dunque molto convinta, nonostante eclissi quella del pur bravo Javier Bardem, e c'è da dire che quando compare J.K.Simmons anche la Kidman viene messa in ombra da un attore che dà sempre il meglio di sé nei ruoli di stronzo con un pezzetto di cuore, quindi, se posso permettermi, il Globe mi è parso assai sprecato. Quanto a Being the Ricardos, è il "tipico" film da vedere in periodo da Oscar: gradevole per il tempo della visione, interessante nella misura in cui fa venire voglia di documentarsi di più sugli argomenti che tratta, dimenticabile già dopo un paio di giorni. Avanti il prossimo!


Del regista e sceneggiatore Aaron Sorkin ho già parlato QUI. Nicole Kidman (Lucille Ball), Javier Bardem (Desi Arnaz), J.K. Simmons (William Frawley), Tony Hale (Jess Oppenheimer), Alia Shawkat (Madelyn Pugh), Clark Gregg (Howard Wenke) e Ronny Cox (Bob Carroll anziano) i trovate invece ai rispettivi link. 

Nina Arianda interpreta Vivian Vance. Americana, ha partecipato a film come Midnight in Paris, Florence, Stanlio & Ollio, Richard Jewell e a serie quali 30 Rock e Hannibal. Ha 38 anni e un film in uscita. 


Per qualche tempo si è pensato che Cate Blanchett avrebbe interpretato Lucille Ball ma alla fine il ruolo è andato a Nicole Kidman, mentre online molte persone si sono schierate a favore di Debra Messing, la Grace di Will & Grace, che in una puntata della serie aveva omaggiato la sit com I Love Lucy; la puntata in questione è We Love Lucy, il sedicesimo episodio dell'undicesima stagione, quindi se siete curiosi potete sempre guardarlo! ENJOY!

domenica 30 giugno 2019

Toy Story 4 (2019)

Credevo non sarei riuscita a vederlo ma, come si suol dire, volere è potere e così giovedì sono andata al cinema per guardare Toy Story 4, diretto dal regista Josh Cooley. NO SPOILER, almeno ci proviamo!


Trama: i giocattoli che erano di Andy passano ora una vita più o meno serena nella cameretta di Bonnie, ormai pronta per andare all'asilo. L'arrivo del "giocattolo" Forky e un'inaspettata vacanza in camper arrivano a scombinare le cose...


Avevamo lasciato Woody e soci nelle amorevoli mani di Bonnie, nell'ormai lontano 2010. Una perfetta quadratura del cerchio, così come perfetto era Toy Story 3, conclusosi con il passaggio di consegne da una generazione a un'altra, con Andy che, diventato adulto, donava i compagni di una vita a una bambina che la sua l'aveva appena iniziata. Non c'era bisogno di un Toy Story 4, questo sia chiaro a tutti, ovviamente, perché la storia aveva già raggiunto la sua naturale conclusione. Però, come viene spesso ripetuto nello stesso film, c'è gente che non riesce ad andare avanti e a lasciarsi alle spalle il passato (soprattutto quando c'era UNA piccola questione in sospeso in Toy Story 3), che passerebbe tutta la vita chiusa in una teca di vetro dove vengono proiettati vecchi film Disney o Pixar 24 ore su 24, e a tutti loro è dedicato questo Toy Story 4. A loro e a chi, come il nuovo personaggio Forky, fatica ad accettare di poter diventare qualcos'altro, al di là dei pregiudizi che lo bloccano precludendogli mille interessanti possibilità. A quelle persone che faticano ad uscire dalla loro confort zone trovando mille scuse per non fare un passo avanti, rasentando una psicosi dannosa tanto per se stessi quanto per gli altri. Toy Story 4 è pieno di questi personaggi, Woody in primis, terrorizzati di perdere quello che pensano essere il loro posto nel mondo, al di là del quale c'è una terrificante oscurità fatta di incertezze e solitudine; è proprio questa incapacità di "evolvere" (specchio della paura della piccola Bonnie di andare all'asilo) il motore di una storia in cui Woody e soci si ritroveranno nuovamente coinvolti in una tipica, rocambolesca missione di recupero all'interno della quale i giocattoli dovranno mettere in mostra tutte le loro abilità senza farsi scoprire e senza mostrare agli umani la sottile vena di follia che li caratterizza. Una storia dove i momenti nostalgici e commoventi sono dietro l'angolo, pronti a colpire a tradimento, spingendo lo spettatore particolarmente cretino (ovvero io) a mettere mano ai fazzoletti, e dove si ride parecchio, anche perché il tasso di demenza dei nuovi personaggi introdotti è assai elevato.


E' tuttavia palese, al di là di tutti questi aspetti positivi, che molti personaggi non avessero più nulla da dire. I vecchi giocattoli, che nei primi tre film riuscivano a ritagliarsi un indispensabile spazio sotto i riflettori e a far da degna spalla a Woody (pezzi grossi come Jessie e Buzz Lightyear) qui sono molto sotto tono, parte del "mucchio" e spesso ridotti a far da tappezzeria, lasciando spazio a nuove creaturine che faranno impazzire gli abituali acquirenti di Funko Pop e prodotti del Disney Store e che, in effetti, sono molto spassose. Avevo molta paura di Forky, lo ammetto. Per i primi 20 minuti è l'equivalente di una gag tirata per le lunghe e non aiuta che a doppiarlo sia Luca Laurenti, dotato ahilui di una voce che mi istiga la violenza, poi per fortuna riesce in qualche modo a sbloccarsi e a rendersi amabile, anche se la palma di migliori personaggi (salvo una Bo-Peep evolutasi in uno dei migliori personaggi femminili Pixar di sempre) vanno agli svampitissimi peluche Ducky e Bunny, con quei loro sogni ad occhi aperti capaci di far la gioia di ogni amante dei film horror. Anzi, io chiederei a gran voce che gli sceneggiatori di Toy Story 4, assieme al regista, realizzassero qualcosa in ambito horror, in quanto hanno una conoscenza del genere (i riferimenti a Shining si sprecano. Chiedetevi, tra le altre cose, dove avete già sentito la canzone Midnight, the Stars and You. Ah, non c'entra nulla ma divertitevi anche a trovare una Boo cresciuta!), dei suoi topoi e dei suoi ritmi superiore a quella di molti registi e sceneggiatori impegnati nel campo, vedere le terrificanti marionette che accompagnano Gabby Gabby per credere ma anche gli inquietantissimi piani d'attacco di Ducky e Bunny. Sugli aspetti tecnici della pellicola c'è poco da dire, le animazioni e il character design sono a livelli superiori come sempre e in generale Toy Story 4 è un film piacevolissimo da vedere, sia per grandi che per piccini, perfettamente inserito all'interno di quel cerchio "chiuso" formato dalle prime tre pellicole. Insomma, quello che partiva come un film "inutile" è un gran bel quarto capitolo, da vedere e rivedere come i predecessori. Sperando, con tutto il rispetto, che sia finita lì, altrimenti tutti gli insegnamenti di Toy Story 4 saranno stati vani.


Di Tom Hanks (voce originale di Woody), Tim Allen (Buzz Lightyear), Annie Potts (Bo-Peep), Christina Hendricks (Gabby Gabby), Jordan Peele (Bunny), Keanu Reeves (Duke Caboom), Jay Hernandez (papà di Bonnie), Joan Cusack (Jessie), Bonnie Hunt (Dolly), Wallace Shawn (Rex), Laurie Metcalf (la mamma di Andy), Mel Brooks (Melephant Brooks), Bill Hader (Axel il giostraio), Patricia Arquette (la mamma di Harmony), Timothy Dalton (Mr. Pricklepants), Carl Weathers (Combat Carl) e Flea (voce dello spot di Caboom) ho già parlato ai rispettivi link.

Josh Cooley è il regista della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio ma aveva già diretto il corto Il primo appuntamento di Riley. Anche doppiatore, sceneggiatore e animatore, ha 39 anni.


Tony Hale è la voce originale di Forky. Americano, ha partecipato a film come Yoga Hosers e a serie quali Dawson's Creek. I Soprano, Sex and the City, E. R. Medici in prima linea, Numb3rs, Medium e Una serie di sfortunati eventi. Anche produttore, ha 49 anni e un film in uscita.


Keegan-Michael Key è la voce originale di Ducky. Collaboratore storico di Jordan Peele, ha partecipato a film come Parto col folle, Come ammazzare il capo 2, Tomorrowland - Il mondo di domani, Scappa: Get Out, The Predator e a serie quali E.R. Medici in prima linea, How I Met Your Mother e Fargo, inoltre ha già lavorato come doppiatore per The Lego Movie, Hotel Transylvania 2 e Bojack Horseman, Robot Chicken, I Simpson e American Dad!. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e quattro film in uscita tra cui Il re leone.


La voce originale di Bonnie è della giovanissima Madeleine McGraw che, nella serie Outcast, interpretava la figlia di Kyle Barnes. Nell'armadio di Bonnie si riuniscono un po' di vecchie glorie della commedia americana: assieme al Melephant Brooks ci sono infatti Chairol Burnett (la sedia verde doppiata da Carol Burnett), Bitey White (tigrotta doppiata da Betty White) e Carl Reinoceros (rinoceronte doppiato da Carl Reiner). Tra i doppiatori italiani segnalo invece il già citato Luca Laurenti (Forky) e Corrado Guzzanti (Duke Caboom). Il film segue, ovviamente, Toy Story, Toy Story 2 e Toy Story 3, assieme ai corti Vacanze hawaiiane, Buzz a sorpresa, Non c'è festa senza Rex, Toy Story of Terror e Toy Story - Tutto un altro mondo, tutte cosette che vi consiglio di recuperare. ENJOY!

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