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martedì 13 marzo 2018

Il giustiziere della notte (2018)

Potevo forse esimermi dal guardare un film che vede l'alleanza di due miei ammori come Bruce Willis ed Eli Roth, rispettivamente protagonista e regista de Il giustiziere della notte? Ma neanche per sogno!


Trama: nel corso di una rapina andata male, la moglie e la figlia del chirurgo di un ospedale vengono aggredite, la prima muore e la seconda finisce in coma. Il chirurgo inizialmente lascia il caso nelle mani della polizia ma di fronte all'incompetenza delle forze dell'ordine decide di farsi giustizia da solo...


Eli Roth secondo me è impazzito. Quest'uomo sarà cialtrone quanto volete ma i suoi horror mi hanno sempre soddisfatta e il suo stile si è evoluto nel tempo, raffinandosi sempre di più; certo, non è mai arrivato ai livelli dei Grandi Maestri, anche perché le sceneggiature dei suoi film non sono mai state delle perle di raffinatezza, però a mio avviso Hostel 2 e The Green Inferno avevano il loro perché anche dal punto di vista della regia, al di là dello splatter. Poi, come ho detto, Eli Roth è impazzito e ha girato prima Knock Knock (filmucolo da Ciclo Alta Tensione buono solo per la presenza di due strappone che sarebbero diventate una sua moglie, l'altra il sogno erotico di chiunque abbia guardato Blade Runner 2049) poi il remake de Il giustiziere della notte, al quale seguirà per la cronaca The House With a Clock in its Walls, tratto da un fantasy-horror PER BAMBINI. La cosa mi fa un po' incazzare perché guardando Il giustiziere della notte mi sono resa conto che le scene realizzate meglio, salvo quelle in cui Bruce Willis fa Bruce Willis tirando fuori tutta la badasseria che nemmeno le rughe, l'espressione perenne di chi sta inghiottendo dei chiodi e la professione di allegro chirurgo sono riuscite a togliergli, sono quelle in cui il film si trasforma in un home invasion tout court, e dove nonostante lo spettatore sappia già quello che deve accadere, la tensione si taglia comunque col coltello, a prescindere dalla trama telefonata (d'altronde, altrimenti il protagonista non diventerebbe Il giustiziere!). Tutto questo sproloquio per dire che se Eli Roth tornasse sulla retta via invece di perdersi nel suo desiderio di fare soprattutto il produttore potrebbe cicciare fuori un horror coi controfiocchi invece del remake di una storia fatta uscire al cinema a fine anni '70 che oggi (forse più di allora) si presta ad essere fraintesa ammantandosi di minacciose auree Trumpiste-Salveeniane invece di venire presa come la supercazzola esagerata che è. E prima che mi cazziate per una "recensione" che non si sbatte a confrontare il giustiziere di oggi con quello di ieri, sappiate che la colpa è di papà Bolla che, affetto dal vizio dello zapping compulsivo (o probabilmente censurato da mia madre convinta che una bambina non dovesse vedere simili film), non mi ha mai permesso di vedere per intero il film di Bronson, finendo per lasciarmi in testa una confusione di segmenti presi dai vari capitoli e l'unico ricordo della brutta faccia del vecchio Charles con in mano una pistola. Punto.


Detto questo, Il giustiziere della notte dell'anno del Signore 2018 è, oltre che l'ennesima prova della follia galoppante di Roth (il quale pare abbia voluto girare un film imperniato sul concetto di "protezione della famiglia", non una tirata pro-armi), un film dove il protagonista cede al potere tutto americano del secondo emendamento davanti alla texanità del suocero e soprattutto alla reiterata imbecillità delle forze di polizia di Chicago, simbolizzata non a caso dalla presenza di Big Jim "Barbie Did It" Rennie; quando a un certo punto del film le due oloturie con distintivo assegnate al caso Kersey, pur avendo tutti gli indizi necessari per incastrare il chirurgo Paul, sbagliano clamorosamente indiziato, lo spettatore arriva a perdere anche quel minimo dubbio relativo alla moralità delle scelte del protagonista. E sì, un po' di critica sociale Roth la fa, mettendo in scena il momento più esilarante della pellicola, lo spot ammicante dell'armeria all'interno del quale una procace bionda smandrappata mostra i vantaggi di vivere in America e poter comprare fucili semi-automatici ottenendo il porto d'armi in due giorni (previo corso che tanto "passano tutti"), per non parlare del finale "con rimbrotto" del tipo "hai fatto bene, ora va e non peccare più", ma fondamentalmente fin dall'inizio la sceneggiatura parteggia smaccatamente per Bruce Willis. Il dibattito sociale "vigilantes sì, vigilantes no" è letteralmente solo un rumore di fondo affidato a speaker radiofonico-televisivi e alimentato da video o meme su internet (come in effetti succede al giorno d'oggi per qualsiasi evento, anche il più grave) mentre il protagonista tira dritto per la sua strada senza dubitare neppure per un secondo della sua missione. D'altronde, come potrebbe, anzi, come potremmo noi dubitarne dopo che Roth e Joe Carnahan ci hanno mostrato la quintessenza della famiglia upperclass modello, rigorosamente bianca, venire spazzata via da malviventi rigorosamente latinos, neCri e boh, probabilmente immigrati da qualche oscuro paese dell'Europa dell'Est? A ragionare su tutte le implicazioni sociali di un film simile fatto uscire al cinema in tempi come questi ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, quindi meglio prenderlo come una semplice supercazzola in cui Bruce Willis, per l'occasione già vestito da David Dunn così da essere pronto per l'imminente Glass, si profonde in goduriose punizioni splatter per difendere la famiglia "come avrebbe fatto qualsiasi cittadino normale". Con un fucile d'assalto M-16, certo. Dai, Eli, stavolta mi sono divertita anche perché c'era Bruccino adorato ma quando torniamo a fare sul serio?


Del regista Eli Roth ho già parlato QUI. Bruce Willis (Paul Kersey), Vincent D'Onofrio (Frank Kersey), Elisabeth Shue (Lucy Kersey) e Len Cariou (Ben) li trovate invece ai rispettivi link.

Dean Norris interpreta il Detective Kevin Raines. Americano, famoso per i ruoli di Hank Schrader in Breaking Bad e di Big Jim Rennie in Anderdedoum, ha partecipato a film come Scuola di polizia 6: La città è assediata, Arma letale 2, Duro da uccidere, Atto di forza, Gremlins 2 - La nuova stirpe, Terminator 2 - Il giorno del giudizio, Il tagliaerbe, Il socio, Gattaca - La porta dell'universo, Starship Troopers - Fanteria dello spazio, Il negoziatore, The Cell - La cellula, Little Miss Sunshine, Lo spaccacuori, Viaggio in paradiso, The Counselor - Il procuratore e ad altre serie quali X-Files, ER - Medici in prima linea, Walker Texas Ranger, Millenium, Nash Bridges, Streghe, Jarod il camaleonte, Six Feet Under, 24, Tremors, Senza traccia, Cold Case, Nip/Tuck, Grey's Anatomy, Bones, Lost, True Bloods, Criminal Minds, Medium, CSI - Scena del crimine, CSI: NY  e The Big Bang Theory; come doppiatore ha lavorato nella serie American Dad!. Anche produttore, ha 55 anni e un film in uscita.


Beau Knapp interpreta Knox. Americano, ha partecipato a film come Super 8, Regali da uno sconosciuto - The Gift, The Nice Guys e a serie quali Bones. Ha 29 anni e quattro film in uscita.


Kirby Bliss Blanton, che interpreta Bethany, era una delle fanciulle catapultate nel Green Inferno, a occhio e croce direi la biondina vegana. Il giustiziere della notte ha una storia produttiva travagliata che risale a inizio millennio, quando Stallone avrebbe dovuto sia dirigere il film che interpretare il protagonista, prima di abbandonare il progetto per "divergenze creative"; dopo di lui, per il ruolo di Paul Kersey sono stati fatti i nomi di Liam Neeson (con Joe Carnahan alla regia) e Benicio Del Toro (diretto da Gerardo Naranjo) e persino i due registi di Big Bad Wolves avrebbero dovuto entrare in campo, ma hanno rinunciato quando non gli è stato permesso di modificare lo script del film. Il giustiziere della notte è ovviamente il remake dell'omonimo film del 1974, tratto dal libro di Brian Garfield, quindi se la pellicola vi fosse piaciuta potete recuperarlo e aggiungere i suoi sequel dal 2 al 5. ENJOY!

venerdì 15 novembre 2013

Prisoners (2013)

Dopo qualche settimana di assenza dalle sale è giunto il momento di fare doppietta. Nel weekend spero di riuscire a parlare di Machete Kills mentre oggi vi beccate qualche pensiero sparso su Prisoners, diretto dal regista Denis Villeneuve.


Trama: il giorno del ringraziamento Anna ed Eliza, due bimbette di sei e sette anni, scompaiono, presumibilmente rapite. Il primo ed unico indiziato è Alex, un ragazzo con palesi problemi psichici. Incapace di rispondere alle domande della polizia il ragazzo viene rilasciato per mancanza di prove ma Keller, padre di Anna, non crede alla sua innocenza e lo rinchiude in un edificio abbandonato per estorcergli una confessione..


Questo 2013 cinematografico sta regalando un sacco di sorprese positive. Nonostante fosse privo di un battage pubblicitario che, molto probabilmente, avrebbe accompagnato l'opera di qualsiasi altro regista di "genere" ben più famoso, Prisoners rischia infatti di vincere il primo premio come miglior thriller dell'anno, forse perché la pellicola di Denis Villeneuve, ironicamente, non può venire "imprigionata" in una semplice definizione. Sotto la superficie dell'angosciante, spesso frustrante ricerca del rapitore di due bambine, delle indagini del detective Loki, della violenza di un padre disperato ai danni di un presunto colpevole c'è un'umanità tristissima e fatta di Prigionieri non solo fisici, sbatacchiati qua e là da una realtà orribile e, purtroppo, mai chiaramente definibile né facile da comprendere. Keller, padre disperato, è prigioniero delle proprie cieche convinzioni e delle aspettative della moglie, di un passato di alcoolista e di un'infanzia orribile; il detective Loki è prigioniero del suo terrore di fallire e causare conseguentemente dolore alle famiglie delle vittime, cosa che lo costringe ad innalzare un muro tra lui e loro; tutti gli altri personaggi sono prigionieri del dolore, della pazzia, di ferite talmente profonde da condizionare la loro esistenza e alimentare un circolo vizioso potenzialmente infinito dal quale nessuno potrà uscire vincitore e dove il confine tra bene e male cessa di esistere.


Prisoners è un film angosciante che supera nettamente molti altri thriller anche e soprattutto per la mancanza di quella fede salda ed incrollabile, tipicamente americana, verso la mentalità da vigilantes o di un'apologia del padre di famiglia che, attraverso il dolore, diventa eroe. Qui non esiste redenzione, non esiste catarsi, non esiste neppure un personaggio dotato di qualità fuori dal comune perché all'inizio, vedendo il modo in cui un Hugh Jackman fuori di sé si approccia al detective Jake Gyllenhaal, mi è venuto da pensare che mio padre reagirebbe allo stesso modo: sopraffatto dal dolore, incapace di ragionare o di capire la mentalità poliziesca continuerebbe comunque a dire "mia figlia è stata rapita, è stato lui, lo so che è stato lui e quindi perché lo avete rilasciato? No, non ci siamo capiti, non me ne frega niente se non ha parlato. Le ho detto che è stato lui quindi è così e basta." Allo stesso modo, il detective è un'altra figura assolutamente realistica perché, se ci fate caso, dalla sua ha sì una testardaggine incredibile, ma è indisciplinato, bizzoso e violento e tutto quello che scopre, alla fin fine, lo scopre più per fortuna che per abilità. Il che è un po' paradossale perché, nonostante vari twist della trama, gli indizi ci sono e non sono difficili da seguire o da comprendere per lo spettatore comodamente seduto in poltrona. Ma, come ho detto, l'elemento thriller è solo una scusante per indagare l'animo umano e, in questo, Prisoners da veramente il meglio.


Merito, ovviamente, di un gruppetto di attori fantastici, sui quali spiccano Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, due grandissimi professionisti che si palleggiano il premio per la migliore interpretazione nel corso dell'intera durata del film ma ci sono anche le prove misurate ed efficaci di Viola Davis e Terrence Howard, quella convincentissima di Melissa Leo e la rivelazione dell'inquietantissimo, pietoso Paul Dano, in grado di provocare nello spettatore una miriade di sensazioni contrastanti. Per quanto riguarda la regia, Villeneuve utilizza un punto di vista distaccato ma limitato, nel senso che lo spettatore non viene portato a conoscenza di nessun dettaglio in più rispetto ai protagonisti, i quali spesso vengono ripresi dall'interno di un auto come se il regista volesse mostrarceli senza venire coinvolto nella vicenda, offrendoci così la possibilità di osservare con occhio imparziale e oggettivo. A dire il vero, per impostazione tecnica Prisoners mi ha ricordato tantissimo Mystic River, che viene spesso richiamato anche per quanto riguarda i temi trattati; siccome adoro quel particolare film di Clint Eastwood, non posso fare altro quindi che consigliare la pellicola di Villeneuve a tutti gli amanti del buon cinema. Astenersi genitori ansiosi, ovviamente.


Di Hugh Jackman (Keller Dover), Jake Gyllenhaal (Detective Loki), Viola Davis (Nancy Birch), Maria Bello (Grace Dover), Terrence Howard (Franklin Birch), Melissa Leo (Holly Jones) e Len Cariou (Padre Patrick Dunn) ho già parlato ai rispettivi link.

Denis Villeneuve è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto film come Polytechnique e La donna che canta. Anche sceneggiatore e attore, ha 46 anni.


Paul Dano interpreta Alex Jones. Americano, ha partecipato a film come Identità violate, Little Miss Sunshine, Cowboys & Aliens, Ruby Sparks, Looper – In fuga dal passato e alla serie I Soprano. Anche produttore, ha 29 anni e due film in uscita.


Hugh Jackman (che, ironia della sorte, era stato chiamato ad interpretare il ruolo di padre disperato anche per Amabili resti) è tornato all’ovile dopo aver abbandonato il progetto, quando a dirigerlo avrebbe dovuto ancora essere Antoine Fuqua. Anche Bryan Singer è stato tra i registi papabili e sotto di lui avrebbero dovuto recitare Mark Wahlberg e Christian Bale nei ruoli principali, ma anche questo progetto è venuto meno. Dopo queste curiosità, i soliti consigli: se Prisoners vi è piaciuto procuratevi Il silenzio degli innocenti e il già citato Amabili resti. ENJOY!

giovedì 16 agosto 2012

1408 (2007)

Siccome al cinema danno poco o nulla, urge buttarsi sulla collezione di DVD. E in questi giorni, dopo tanto tempo, sono finalmente riuscita a guardare un film che ero curiosa di vedere da parecchio, 1408, diretto nel 2007 dal regista Mikael Håfström e tratto dall'omonimo racconto di Stephen King (che potete trovare nella raccolta Tutto è fatidico).


Trama: Mike Enslin è uno scrittore famoso per le sue recensioni di luoghi infestati. Un giorno riceve una misteriosa cartolina che lo invita a NON entrare nella camera 1408 del Dolphin Hotel di New York. Lo scrittore decide allora di indagare, inconsapevole di stare per andare incontro all'esperienza più terribile della sua vita...


Avendone letto meraviglie, mi aspettavo che l'adattamento cinematografico di 1408 fosse un horror con i cosiddetti, così inquietante da non dormirci la notte. La cosa, in effetti, mi insospettiva, perché trovavo difficile che si potesse rendere in quasi due ore un racconto molto più breve del normale, fatto di suggestioni, anticipazioni, dettagli inquietanti e ancor più inquietanti frammenti di pensieri alla deriva, ma considerato che sia John Cusack che Samuel L. Jackson erano della partita in qualche modo mi sono tranquillizzata. E invece, come temevo, 1408 si è rivelato nulla più che un normalissimo film poco horror e molto fantastico, ben diretto e ben recitato, spettacolare in alcune sequenze ma assai banale per molti altri aspetti. Il racconto omonimo viene "seguito" fino a un certo punto, giusto per l'introduzione e qualche elemento verso il finale, per il resto gli sceneggiatori hanno ricamato sul breve canovaccio Kingiano aggiungendo elementi che, a mio avviso, hanno rallentato e appesantito la storia, come il freddo rapporto tra Mike e l'anziano padre oppure il dolore dello scrittore per la perdita dell'amata figlioletta. Laddove King rappresentava un orrore alieno, che colpisce da subito senza lasciare scampo e, cosa ancor più inquietante, senza apparente motivo, nel film parrebbe che la stanza si alimenti dei sensi di colpa e di perdita del protagonista, offrendo così allo spettatore una classica ghost story con un twist finale che non possiede neppure la metà della potenza dell'opera scritta.


A fronte di questo,  devo comunque ammettere che 1408 è confezionato molto bene. Se Samuel L. Jackson si limita a offrire poco più di una comparsata, l'interpretazione di John Cusak è invece magistrale, una lenta discesa dall'iniziale scetticismo alla follia e disperazione più totali, sottolineata dallo sguardo allucinato dell'attore. Per quanto riguarda la regia e gli effetti speciali, mi è molto piaciuta l'idea di sottolineare la pericolosità della stanza riprendendo dall'interno delle cassette di sicurezza sia il momento in cui Mike recupera la cartolina che segnerà il suo destino, sia quello in cui Olin prende la chiave della stanza stessa. L'aspetto della stanza, inoltre, è allo stesso tempo elegante e "sbagliato", quasi claustrofobico, progressivamente sempre più ostile e cadente mano a mano che la storia prosegue; Håfström non lesina topoi tipici dell'horror come maniaci armati di armi contundenti che spuntano alle spalle del protagonista quando meno se lo aspetta, fantasmi che si inseriscono nelle conversazioni via Skype (!!), mummie che strisciano nei condotti, punti di ripresa distorti, specchi ingannevoli e quant'altro, arriva persino a girare una grandiosa sequenza in cui la stanza viene completamente allagata, come se fosse scoppiata una tempesta all'interno, ma sinceramente avrei apprezzato maggiormente qualcosa di molto più semplice e al contempo visionario. Insomma, 1408 non è un film che vi sconsiglio di vedere, perché tecnicamente è ineccepibile, ma se avete amato il racconto di Stephen King sono pronta a dirvi di evitare la visione senza rimpianti.


Del regista Mikael Håfström ho già parlato qui, mentre John Cusak (Mike Enslin), Samuel L. Jackson (Mr. Olin), Tony Shalhoub (Sam Farrell) e Len Cariou (il padre di Mike) li trovate ai rispettivi link.

Mary McCormack interpreta Lily. Americana, ha partecipato a film come Miracolo sulla 34esima strada, Due padri di troppo, Deep Impact, K - PAX - Da un altro mondo e a serie come E.R. - Medici in prima linea. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 43 anni e un film in uscita.


Attenzione SPOILER: quello che ho guardato io è il Director's Cut che si conclude, a differenza del racconto di Stephen King, con la morte di Mike nell'incendio da lui stesso causato. Nella versione cinematografica, invece, Mike sopravvive all'incendio e, riascoltando il nastro registrato nel corso dell'esperienza, sente la voce della figlia, convincendosi così finalmente dell'esistenza di una vita dopo la morte. Se il film vi fosse piaciuto, ovviamente, vi consiglio la visione del capolavoro Shining. ENJOY!!

giovedì 21 giugno 2012

Scarlatti, il thriller (1988)

Quando ero piccola, una mia vicina di casa un po’ più grandina mi raccontò l’incipit di un “film dell’orrore” che aveva visto la sera prima, inquietandomi a livelli spaventosi e mettendomi in testa un tarlo che mi ha accompagnata fino a pochi giorni fa. E’ stato dopo una ventina d’anni, infatti, che sono riuscita finalmente a vedere Scarlatti, il thriller (Lady in White), diretto nel 1988 da Frank LaLoggia, e a superare quell’inizio che ricordavo così bene, pur non avendolo mai visto di persona.


Trama: il piccolo Frankie Scarlatti viene rinchiuso per scherzo nel ripostiglio della scuola, proprio la notte di Halloween. Infreddolito, solo e spaventato, rimane ancora più scosso dalla comparsa del fantasma di una bambina, che viene uccisa davanti ai suoi occhi da un’entità invisibile, giusto poco prima che un uomo in carne ed ossa entri nel ripostiglio e cerchi di strangolarlo. Sopravvissuto per miracolo, Frankie decide così di scoprire chi è l’infanticida che da anni terrorizza la cittadina…


“Did you ever seen a dream walking? Well, I do”. Questa è la strofa di una canzone popolare portata al successo da Bing Crosby, che ricorre come leitmotiv costante all’interno di Scarlatti, il thriller (orrendo titolo dato dalla distribuzione italiana, che già prendeva cantonate esagerate negli anni ’80), definendone il tema: più che un semplice “thriller”, infatti, Lady in White è un cupo racconto di formazione che affonda le radici nel sovrannaturale e nei sogni ad occhi aperti di un bambino pieno di immaginazione, l’unico in grado di entrare in contatto col fantasma di una ragazzina senza provare paura né relegare l’evento a semplice allucinazione, come farebbe un adulto. La realtà e il sogno ad occhi aperti si mescolano e si confondono, i ritmi della sonnolenta cittadina dove vive Frankie vengono scanditi dai racconti di un cupo e sanguinoso passato che ha lasciato dietro di sé, inevitabilmente, leggende e fantasmi come quello della Signora in bianco del titolo originale, elemento chiave del film. L’altra particolarità della pellicola è il suo avere come protagonista una famiglia italoamericana (motivo per cui il film dovrebbe essere visto in originale, per godersi i dialoghi in dialetto tra il nonno e la nonna!) ben integrata all’interno di una società, quella dell’America dei primi anni ’60, dove ad essere guardati con sospetto ed usati come capro espiatorio erano i “negri”.


Quanto sopra contribuisce a rendere Lady in White un film sottilmente inquietante ma, soprattutto, dal sapore nostalgico, quasi “innocente” in un certo senso. Come thriller funziona, perché l’identità del killer rimane un mistero fino agli ultimi, terribili e commoventi fotogrammi, tuttavia l’intera pellicola è pervasa da una certa aria naif, un desiderio di sdrammatizzare l’intera vicenda puntando molto sulle discolate dei ragazzini, sul divertente rapporto tra i nonni di Frankie e sull’apparente stupidità del fratello maggiore, che poi si rivelerà decisivo per svelare l’identità del killer. Dopo tutti questi anni, purtroppo, ciò che affossa un po’ il film è la pessima qualità degli effetti speciali, abbastanza brutti anche per l’epoca: fantasmi fin troppo solidi, colori sgranati, personaggi palesemente ripresi contro uno sfondo aggiunto in post – produzione, ecc. ecc. Comunque, basta non pensarci troppo ed immergersi nell’atmosfera vintage della pellicola, godersi l’interpretazione dell'allora piccolo e carinissimo Lukas Haas e gustarsi una vicenda che scorre piacevole, malinconica ed inquietante fino alla fine. Se non avete mai visto Lady in White (o Scarlatti, il thriller, come volete voi) vi consiglio di recuperarlo perché è davvero molto carino.


Di Lukas Haas, che interpreta il piccolo Frankie Scarlatti, ho già parlato qui.

Frank LaLoggia è il regista della pellicola, nonché interprete di Frankie da adulto. Americano, ha diretto solo altri due film oltre a questo, Fear No Evil e Mother. Anche sceneggiatore, produttore e compositore ha 58 anni.


Len Cariou (vero nome Leonard Joseph Cariou) interpreta Phil. Canadese, ha partecipato a film come A proposito di Schmidt, Secret Window, 1408 e a serie come La signora in giallo, Oltre i limiti, Numb3rs e CSI. Ha 73 anni e un film in uscita.


Alex Rocco (vero nome Alexander Federico Petricone Jr.) interpreta Angelo, il padre di Frankie. Americano, ha partecipato a film come Il padrino, Herbie sbarca in Messico, Get Shorty e a serie come Batman, Il tenente Kojak, Starsky & Hutch, Chips, Love Boat, The A- Team, La signora in giallo, Hunter, Innamorati pazzi, Quell’uragano di papà, Sabrina, vita da strega, Walker Texas Ranger, E.R. Medici in prima linea; ha inoltre doppiato episodi di Pinky & The Brain, I Simpson, The Angry Beavers, I Griffin e un personaggio del film A Bug’s Life – Megaminimondo. Ha 76 anni.


Katherine Helmond interpreta Amanda. Americana, ha partecipato a film come Brazil e Paura e delirio a Las Vegas, serie come La donna bionica e ha doppiato personaggi di Cars – Motori ruggenti e Cars 2. Anche regista, ha 84 anni.


Tom Bower (vero nome Ralph Thomas Bower) interpreta lo sceriffo. Americano, ha partecipato a film come Beverly Hills Cop 2, 58 minuti per morire, Il negoziatore, The Million Dollar Hotel, Cuori in Atlantide, North County, Le colline hanno gli occhi (remake) e a serie come La donna bionica, Il tenente Kojak, La signora in giallo, Miami Vice, Dallas, NYPD, X – Files, Roswell, Cold Case, Little Britain USA. Anche produttore, ha 74 anni e quattro film in uscita. 













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