martedì 21 maggio 2013

Quartet (2012)

E’ ormai passato parecchio da quando, durante il viaggio di ritorno dal Giappone, sono riuscita a vedere Quartet, primo film da regista (anche se aveva già girato alcune scene del film Vigilato speciale) di Dustin Hoffmann, uscito negli USA nel 2012. Riuscirò a buttare giù una recensione sensata? Proviamo!


Trama: una casa di riposo per anziani musicisti rischia di chiudere per mancanza di fondi. L'arrivo di una diva della lirica sarà però l'occasione per riunire un famoso quartetto di grande richiamo...


Era da qualche tempo che volevo vedere Quartet, film che mi aveva intrigata fin dalla visione del trailer. Per fortuna non sono rimasta delusa, perché la pellicola rientra in uno di quei generi che, col tempo, mi sono diventati più congeniali, le commedie dal sapore inglese e dal retrogusto dolceamaro. Quartet, infatti, tratteggia con aggraziata ironia la vita di un gruppetto di anziani ex-musicisti, tutti con le loro peculiarità e i loro problemi, ognuno dotato di una spiccata ed interessante personalità che la sceneggiatura riesce a fare emergere senza togliere spazio a nessuno: c'è il tombeur de femmes che non rinuncia mai ad essere galante, il vecchio trombone scorbutico che si ritiene migliore di tutti gli altri, la diva apparentemente superficiale che nasconde un'incredibile insicurezza, la dolce signora affetta da senilità, il burbero che cerca di dimenticare il passato e rifarsi una vita, ecc. ecc. Tutti questi personaggi interagiscono tra loro in modo assai armonioso, come se fossero strumenti utilizzati per comporre una sinfonia e ogni piccolo gesto, parola o episodio si incastra perfettamente agli altri, formando così uno sfaccettato e coloratissimo quadro.


Dustin Hoffman dirige con mano ferma ma leggera, prediligendo soluzioni classiche e lasciando che siano gli attori, semplicemente meravigliosi, a fare tutto. Al di là dei grandi nomi, Maggie Smith e Billy Connolly su tutti, semplicemente perfetti (quando Jean li manda tutti a quel paese con incredibile dignità e riserbo inglese ho rischiato di ribaltarmi dalla poltrona per il gran ridere, applausi a scena aperta!!), ho amato soprattutto Pauline Collins e la sua dolcissima Cissy, un personaggio che racchiude in sé molti degli aspetti più tristi della vecchiaia; nonostante incarni una delle anime "comiche" del film, Cissy commuove il pubblico in alcune sequenze che mostrano la tragedia della solitudine, il bisogno di avere degli amici o una famiglia accanto, l'impotenza di vedersi sfuggire tra le dita importanti ricordi e persino la consapevolezza di sé stessi. Voi ora forse penserete che Quartet viri sul patetico, ma non è affatto così; questi arzilli vecchietti esprimono vivacità e forza attraverso la musica e, considerando che molti attori sono davvero degli ex musicisti, la passione che mettono nei numeri musicali è autentica e coinvolgente. Quanto al Quartet del titolo, è molto interessante la scelta di non farlo sentire alla fine. Forse perché, come spesso accade, è più importante il viaggio della meta? Molto probabilmente sì ed è anche per questo che consiglio a tutti questo delizioso Quartet.


Del regista Dustin Hoffmann ho già parlato qui. Maggie Smith (Jean Horton), Billy Connolly (Wilf Bond) e Michael Gambon (Cedric Livingston) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Courtenay (vero nome Thomas Daniel Courtenay) interpreta Reginald Paget. Inglese, ha partecipato a film come Il dottor Zivago, Il servo di scena, La bussola d’oro e Treno di notte per Lisbona. Ha 76 anni.


Pauline Collins interpreta Cissy Robson. Inglese, ha partecipato a film come Shirley Valentine – la mia seconda vita, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni e Albert Nobbs, alla miniserie Bleak House e ad alcuni episodi di Doctor Who. Ha 73 anni.


Se il film vi fosse piaciuto consiglio la visione di Billy Eliott e magari anche del divertentissimo Full Monty. ENJOY!!

lunedì 20 maggio 2013

Get Babol! #64

Buon lunedì a tutti! Il sito GetGlue oggi si è dato alle trilogie. Questa settimana escono infatti negli USA gli ultimi episodi di due franchise molto amate, di generi completamente diversi. ENJOY!!

The Hangover Part III
Di Todd Phillips
Con Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis
Trama (da Imdb): Questa volta, niente matrimonio. Niente addio al celibato. Cosa potrebbe andare storto allora? Difficile dirlo, quando ci sono di mezzo i nostri eroi.

Il sito me lo consiglia perché mi sono piaciuti Tutti pazzi per Mary, The Wedding Crashers e Hot Fuzz. Della serie dedicata all'hangover per eccellenza avevo visto solo il primo episodio, apprezzato ma con riserva. Il secondo capitolo mi manca ma "qualcuno" me lo ha procurato, preda di una scimmia epica che si riassume in due scene chiavi del trailer di questo ultimo e (pare) definitivo film: quella dell'Ave Maria e quella della Giraffa, che effettivamente hanno strappato più di una risata convulsa anche a me. Che dire, andiamo a farci due risate, via! Una notte da leoni 3 uscirà da noi a fine mese, preparatevi alla recensione.


Before Midnight
Di Richard Linklater
Con Ethan Hawke, Julie Delpy, Seamus Davey-Fitzpatrick
Trama (da Imdb): Incontriamo nuovamente Jesse e Celin dopo nove anni, in Grecia. Sono passati quasi due decenni dal loro primo incontro su quel treno per Vienna.

Il sito me lo consiglia perché mi è piaciuto Lost in Translation. Il sito Getglue però forse non sa QUANTO mi stracciò i marroni il primo episodio di questa trilogia dell'aMMore per caso, tale Prima dell'alba. Una camurrìa senza pari, per la quale mi vendicai, all'epoca, facendo poi vedere l'orrida Casa 7 alla mia amica che l'aveva proposto. Vero è che facevo le medie, magari a rivederlo oggi arriverei ad apprezzarlo, ma non ci tengo a ripetere l'esperienza, grazie. Il film non ha ancora una data di uscita italiana, ma siccome sono arrivati i primi due capitoli non vedo perché questo dovrebbe fare eccezione!

domenica 19 maggio 2013

Le streghe di Salem (2012)

Qualche sera fa sono riuscita a vedere, con un po’ di ritardo, l’ultima fatica del regista Rob Zombie, Le streghe di Salem (The Lords of Salem), da lui diretto nel 2012. Non sarà facile scrivere qualcosa di sensato al riguardo ma proviamoci!


Trama: la dj Heidi riceve, all’interno di una scatola di legno, un vinile da parte dei misteriosi Lords (sinceramente non so come l’abbiano tradotto in italiano. Signori?). Dopo averlo ascoltato, la ragazza comincia ad avere strane ed inquietanti visioni legate all’oscuro passato della cittadina di Salem.


La prima sensazione che lascia questo Le streghe di Salem, al di là della tecnica visionaria con cui è stato girato, è una pesante e persistente inquietudine. Sto scrivendo queste righe il giorno dopo averlo visto, quindi sono ancora abbastanza “fresca” e, a parte che continuano a risuonarmi in testa le cupe ed insinuanti note del disco dei Lords (affascinante, a modo suo, ma forse è quella vena di sangue metallozzo che scorre in me a farmi parlare…), quello che invece mi ha turbata è l’idea di soffocante ineluttabilità che pervade la pellicola. Sheri Moon Zombie dimostra con questo film di essere un’attrice bravissima, ma il personaggio di Heidi potrebbe entrare di diritto nel gruppo verghiano dei Vinti per come, poveraccia, subisce passivamente ogni avvenimento, senza provare a reagire neppure una volta. Nonostante la pellicola non riesca a toccare le vette di oppressione e paranoia di un altro horror "a tema", Rosemary's Baby, ci si sente comunque impotenti davanti al Fato (non il destino) che pende sulla testa della protagonista come una satanica spada di Damocle. Zombie non ci lascia speranza nemmeno per un istante e priva di sicurezza qualunque luogo o istituzione, dalla Chiesa alla casa agli amici, atterrandoci con sequenze terribili che colpiscono come un pugno allo stomaco. La sensazione che si ottiene è quella di un film estremamente angosciante, cupo e con picchi di amarissima ironia; tra l'altro, il regista mette in piedi delle scene di sabba e delle invocazioni talmente convincenti che, vista la mia atavica superstizione legata al Diavolo, mi sono ritrovata più di una volta ad interrompere la visione e accendere la luce per timore di vedermi comparire davanti qualche essere dotato di zoccolo caprino. Sì, per queste cose sono fifona e medievale, non so cosa farci. Non badateci e proseguiamo.


All'inizio ho parlato di tecnica visionaria. Effettivamente, Le streghe di Salem è un'enorme allucinazione, il parto della mente allo sbando di Heidi, le cui visioni sono intervallate dagli squarci del cupo ed inquietante passato di Salem. Queste sequenze allucinate, per gran parte virate in rosso o in nero, diventano ancora più barocche e a tratti kitsch sul finale, quando il destino della protagonista si compie e viene meno ogni parvenza di razionalità: icone cristiane che si sciolgono in orrendi demoni, esplosioni di colori al neon, capri, metallari infoiati, il tutto accompagnato dallo stupendo Requiem di Mozart, che conferisce a quest'accozzaglia di assurde immagini un tono quasi lirico, gettano in faccia allo spettatore una terribile e surreale realtà nella quale passato e presente si fondono per imporre all'umanità un terribile futuro. Per una cinefila come me, che si scioglie in lacrime di commozione vedendo la stupenda stanza di Heidi, è facile immaginare che i corridoi somiglianti a quelli di Shining, i mostri senza volto dal sapore quasi Fulciano (senza contare lo sguardo bianco di chi ha visto l'inferno, così simile a quello di Cinzia Monreale in L'aldilà) e la generale atmosfera debitrice a quelle del meraviglioso Suspiria altro non siano che il modo della protagonista di far rientrare la sua terribile esperienza in qualcosa di più comprensibile: d'altronde, da un'alternativona amante del cinema e dell'horror come lei mi aspetterei che conosca e adori tutta questa sfilza di capolavori. Ma questa è solo una mia supposizione, ovvio, magari Zombie mi chiederebbe se sono impazzita. Intanto, su Le streghe di Salem non mi sentirei di dire altro, ci vorrebbe una seconda visione. Per ora, direi che come horror è estremamente affascinante, non ai livelli del capolavoro La casa del diavolo, ma sicuramente godibilissimo.


Del regista e sceneggiatore Rob Zombie ho già parlato qui. Sheri Moon Zombie (Heidi Hawtorne), Bruce Davison (Francis Matthias), Meg Foster (Margaret Morgan), Ken Foree (Herman Jackson), Dee Wallace (Sonny), Michael Berryman (Virgil Magnus), Sid Haig (Dean Magnus)  li trovate invece ai rispettivi link.

Jeff Daniel Phillips interpreta Whitey. Americano, ha partecipato a film come Zodiac, Halloween II e a serie come CSI: Miami. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha un film in uscita.


Judy Geeson (vero nome Judith Amand Geeson) interpreta Lacy Doyle. Inglese, ha partecipato a film come Sul tuo corpo, adorabile sorella, Una vela para el diablo, Inseminoid un tempo nel futuro e a serie come La signora in giallo, A-Team, MacGyver, Baywatch Nights, Innamorati pazzi, Streghe e Una mamma per amica. Ha 65 anni.


Patricia Quinn interpreta Megan. Attrice irlandese, indimenticabile e meravigliosa Magenta del Rocky Horror Picture Show, ha partecipato anche a film come Shock Treatment, Monty Python – Il senso della vita e a serie come Doctor Who. Ha 69 anni.


Maria Conchita Alonso (vero nome María Concepción Alonso Bustillo) interpreta Alice Matthias. Cubana, ha partecipato a film come Colors – colori di guerra, Stress da vampiro, Predator 2, La casa degli spiriti e a serie come Supercar, La tata, Oltre i limiti, CSI: Miami e Desperate Housewives. Anche produttrice, ha 56 anni e quattro film in uscita.


Tra gli altri interpreti, segnalo la graditissima presenza di Lisa Marie, modella ed ex compagna di Tim Burton, tornata a calcare le scene dopo 11 anni di assenza. Purtroppo alla gioia per il ritorno di una caratterista così particolare, si aggiunge il dispiacere per la perdita, in fase di montaggio, di Frankenstein vs The Witchfinder, film nel film tra i cui interpreti figuravano nientemeno che Udo Kier e Clint Howard. Incrociamo le dita e speriamo che l’opera venga recuperata per l’uscita del DVD! Un altro che non ce l’ha fatta è stato purtroppo il meraviglioso Richard “Riff Raff” O’Brien, invitato a partecipare al film ma al momento non disponibile. Damn! Li avrei rivisti bene i due fratellini del Rocky Horror assieme! Diludendo a parte, vi comunico che The Lords of Salem è anche un libro scritto dallo stesso Zombie. Potete trovare una bella recensione scritta dalla mia adorata Nageki sul blog Il profumo delle pagine stampate. E dopo che avrete letto post e libro, se non ne avete ancora abbastanza de Le streghe di Salem, recuperate anche La maschera del demonio di Mario Bava, L’aldilà, Paura nella città dei morti viventi, Rosemary’s Baby, Suspiria e Shining, insomma tutte le fonti di ispirazione che sono riuscita a cogliere. ENJOY!!

venerdì 17 maggio 2013

Il grande Gatsby (2013)

Approfittando dell'ultimo giorno della Festa del Cinema, ieri sera sono andata a vedere Il grande Gatsby (The Great Gatsby), diretto da Baz Luhrmann e tratto dall'omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald.


Trama: Nick Carraway, giovanotto di belle speranze intenzionato ad arricchirsi in quel di Wall Street, si trasferisce nel sobborgo di West Egg e scopre di essere diventato il vicino di casa del misterioso Gatsby, un uomo d'affari che ogni sera ospita nella sua dimora le feste più frequentate della città. Un giorno Nick riceve da Gatsby un invito personale e anche la richiesta di un importante favore... 


Ah, vecchio mio. Questa volta, caro Baz, non sei riuscito nell'intento di trasportarmi in un mondo sì tragico, ma anche incantato e meraviglioso, in quel luogo di pura immaginazione che mi aveva irrimediabilmente conquistata guardando Moulin Rouge!. Forse però la colpa, se di colpa si può parlare, non è interamente del regista australiano. Il grande Gatsby è un romanzo a mio avviso impossibile da trasporre in un film, perché la sua bellezza risiede nello stile con cui è scritto più che nella storia stessa. Questo Luhrmann lo ha capito, ha preso la voce narrante di Nick Carraway e l'ha contestualizzata in un triste futuro dove il personaggio si ritrova a scrivere la storia di Gatsby come terapia per i suoi problemi psicologici e di alcolismo, mescolando così immagini e scritte in sovraimpressione, stralci del romanzo ed estratti di alcune lettere scambiate tra Gatsby e Daisy, ma purtroppo non è bastato. Il grande Gatsby, infatti, rimane grande, anzi grandioso, fino a poco oltre la metà della pellicola, paradossalmente proprio fino al momento della riconciliazione dei due sfortunati amanti. Dopo questa svolta importantissima, quello che nel romanzo rimaneva avvolto nel mistero o appena sussurrato nel film viene invece rivelato platealmente e palesato in tutta la sua vuota puerilità, tanto che sembrerebbe quasi di guardare l'imbarazzante puntata di una soap opera (o di una crime story), dove i personaggi discutono, si separano e si riprendono per un nonnulla, sotto lo sguardo attonito e vuoto di chi non c'entra nulla con la vicenda.


Questa incredibile ed ammorbante caduta di tono fa decisamente a pugni con una prima parte scoppiettante, a tratti ironica e a tratti molto tenera, accompagnata da una colonna sonora bellissima (le versioni jazz di successi come Crazy in Love o Back to Black, alternata a nuove hit della sempre affascinante Lana Del Rey e del sempre tamarro Jay-Z) e graziata da sequenze incredibili alle quali persino il 3D rende giustizia: a parte i meravigliosi party che rendono veramente l'idea dell'ottimismo sfrenato e della disgustosa e vuota opulenza pre-depressione, le scene migliori di tutto il film e già ampiamente mostrate nei trailer, ho adorato l'introduzione di Daisy, avvolta da uno svolazzare di tende bianche come se fosse l'incarnazione stessa della leggiadria e della purezza, l'ironica ed orgiastica riunione nell'appartamento di Myrtle, filtrata dal punto di vista di un Tobey Maguire allucinato, l'esilarante primo incontro tra Gatsby e Daisy, ambientato in una saletta mutatasi in serra per l'occasione, lo sciocco e assai coreografico "lancio delle camicie" e, last but not least, il dolce confronto tra i due amanti, in un oscuro e silenzioso giardino trapuntato di stelle, lontano da occhi indiscreti (raramente mi capita di emozionarmi fino sentire battere il cuore più forte, soprattutto in questo genere di film. Ebbene, stavolta mi è successo, grazie Baz). Nella seconda parte del film diciamo che lo stile non viene meno e la regia rimane comunque strepitosa, Luhrmann azzecca un paio di idee da pelle d'oca, come quella di rendere un occhialuto cartellone pubblicitario l'inquietante testimone del delitto finale, ma purtroppo il ritmo rallenta e diventano insostenibili alcune mancanze legate sostanzialmente alla recitazione degli attori e alla caratterizzazione dei personaggi.


Partiamo dagli attori. Caro Leo, ormai ti ho perdonato e ti ho riconosciuto come un grande professionista soprattutto quando i tuoi personaggi sbroccano, i miei complimenti. Premesso che, comunque, la tua faccia da bambolo continua a non farmi sesso manco per niente, come Gatsby sei perfetto, un giusto mix di piacioneria, faccia tosta ed incredibile sensibilità, l'ultimo dei romantici e dei sognatori, una creatura inadatta per la società priva di valori e morale descritta nel romanzo e nella pellicola. Anche Carey Mulligan è perfetta, per quanto la Daisy cinematografica sia ancora più sciocca ed irritante di quella del libro, una vanesia viziata che si riempie la bocca di paroloni solo per rendersi più interessante e che rimane col marito (interpretato magistralmente da Joel Edgerton) solo per avere una vita comoda e rispettabile, talmente scema da dichiarare, pur avendo più corna di un cervo, di averlo amato per un paio di banalissime attenzioni che qualsiasi uomo dovrebbe, di regola, tributare alla propria compagna. Tobey Maguire, invece, è inqualificabile. Espressivo quanto RZA, viene reso inutilmente ridicolo persino quando dovrebbe mantenere un minimo di serietà. All'inizio l'ingenuità del personaggio è divertente e ben si accompagna alla faccina stralunata dell'attore, ma poi basta, santo cielo! Nel romanzo Nick è sì il silenzioso testimone della storia del Grande Gatsby, ma non rimane impalato a seguire gli avvenimenti con la faccia di chi non sta capendo e non capirà mai una mazza, solo per poi buttare lì due frasi sensate senza averne il carisma. Considerato che Maguire compare per più di metà film e che le uniche sequenze in cui si toglie dal viso quella fastidiosa espressione da ebete sono quelle che fanno da cornice alla vicenda, capirete che non è stato facile arrivare alla fine delle due ore e passa di durata. Detto questo, non posso quindi affermare che Il grande Gatsby mi sia piaciuto tanto quanto avrebbe dovuto, né posso lanciarmi nel solito consiglio di andarlo a vedere assolutamente (in 3D poi non vale davvero la pena). E' stato un po' il diludendo dell'anno, nonostante non possa definirlo brutto. Togliete l'aggettivo Grande dal titolo e accingetevi a guardarlo senza farvi troppe illusioni o il cuore potrebbe spezzarvisi come quello del povero Gatsby... ma cercate anche di godervi quanto c'è di bello nella pellicola, lasciandovi ammaliare dall'oggettivo ed innegabile fascino delle sue immagini.


Di Leonardo Di Caprio (Jay Gatsby), Joel Edgerton (Tom Buchanan), Isla Fisher (Myrtle Wilson), Tobey Maguire (Nick Carraway) e Carey Mulligan (Daisy Buchanan) ho già parlato ai rispettivi link.

Baz Luhrmann (vero nome Mark Anthony Luhrmann) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Ballroom – Gara di ballo, Romeo + Giulietta, Moulin Rouge! E Australia. Anche attore e produttore, ha 51 anni.


Sterminato l’elenco di attrici in lizza per il ruolo di Daisy, tra le quali spiccavano Amanda Seyfried, Rebecca Hall, Keira Knightley, Michelle Williams, Natalie Portman, Eva Green, Anne Hathaway, Jessica Alba e Scarlett Johansson, mentre Ben Affleck ha dovuto rinunciare al ruolo di Tom Buchanan per impegni pregressi. Del romanzo di Fitzgerald esistono almeno quattro versioni cinematografiche, la più famosa è quella del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow, vincitrice di due premi Oscar. Sinceramente, non ho mai avuto modo di vederla, ma se Il grande Gatsby vi fosse piaciuto recuperate assolutamente Moulin Rouge! e Romeo + Giulietta. ENJOY!!

Recensione pubblicata anche su The Ed Wooder!

giovedì 16 maggio 2013

WE, Bolla! del 16/05/2013

Buon giovedì! Oggi si conclude la Festa del Cinema, c'è giusto il tempo per quello che (si spera) sarà un grande film, l'unica nuova uscita della settimana, almeno dalle mie parti. ENJOY!!

Il grande Gatsby
Reazione a caldo: ma come in 3D???
Bolla, rifletti!: ma che due palle. In contemporanea con l’uscita a Cannes, festival che si è aperto proprio ieri, esce in Italia l’ultima e attesissima fatica del duo Luhrmann/Di Caprio, tratta dal capolavoro di Fitzgerald. In America ha ricevuto stroncature praticamente unanimi (visivamente splendido ma dotato di poca sostanza), chissà se noi italiani saremo più umani nel giudizio. Lo andrò a vedere stasera, approfittando dell’ultimo giorno della Festa del Cinema, ma l’idea del 3D mi irrita, lo ammetto.

Questo weekend, invece, il cinema d’élite rimane in terra nostrana.

La città ideale
Reazione a caldo: sembrerebbe interessante…
Bolla, rifletti!: un incubo giudiziario quasi kafkiano, per un povero cristo gentile che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Insomma, una storia tipicamente italiana, dove a rimetterci è sempre chi cerca di far del bene. Non conosco molto Lo Cascio come attore, qui alla sua prima prova anche come regista, ma chissà perché questo film mi ispira molto, almeno a pelle. Cercherò di recuperarlo prima o poi.

mercoledì 15 maggio 2013

La casa (2013)

Noi horroromani lo aspettavamo tutti con ansia e un misto di terrore & raccapriccio, così lunedì sera sono andata a vedere questo benedetto La casa (Evil Dead), remake del cultissimo horror di Sam Raimi, qui in veste di produttore, e diretto dal giovane regista Fede Alvarez.
 

Trama: un gruppo di giovinetti portano l’amica drogata a disintossicarsi in un rifugio recantato nel bosco. Quando in cantina troveranno un libro in grado di evocare i demoni, basterà l’incauta lettura di uno dei brani ivi contenuti per scatenare, letteralmente, l’Inferno…


Cominciamo a tranquillizzare gli appassionati che non dovessero ancora aver visto questo nuovo La casa per paura che la frase di lancio “Non conoscerai terrore più grande” si riferisse allo scempio fatto nei confronti de La casa originale. Il film merita la sufficienza piena. Vero, siamo ben distanti dalla rozza, spassosa e crudelissima opera prima di Raimi, in grado di mettere una paura incredibile con due lire e un paio di azzardatissimi movimenti di macchina, ma come horror questo remake fa la sua porchissima figura. Non risparmia momenti di cattiveria e disgusto totali (conditi da litrate di sangue e colpi “proibiti” sferrati con oggetti appuntiti, ovvero quelli che più mi mettono ansia in questo genere di film), omaggia a piene mani ma senza essere spudorato il film originale (le carte, il ciondolo, l’inconfondibile macchina…) ed è sostenuto da effetti speciali e make up all’altezza e non troppo esagerati per quanto riguarda l’uso della CGI. La trama rimane pressoché la stessa con poche varianti, messe per provare a dare un background ai personaggi e conseguentemente ininfluenti al fine dello spettacolo horror, e c’è la piccola aggiunta di un prologo in grado di mettere subito gli spettatori nella giusta predisposizione per quello che verrà. Alcune sequenze de La casa che sono entrate da subito nell’immaginario horror anni ’80 vengono riprese e riaggiornate al gusto attuale senza snaturarle e senza privarle della loro violenta e sconvolgente efficacia, i deadites sono ciarlieri e stronzi come li ricordavo (forse anche di più!), l’attrice protagonista offre un’interpretazione convincente e assai distante dai fastidiosi canoni horror femminili, infine i realizzatori non hanno dimenticato di riproporre lo sfigatissimo, fantozziano personaggio di Scott (ribattezzato Eric, ma l’ho riconosciuto lo stesso!), che tanto aveva divertito me e la mia migliore amica durante un pomeriggio nel quale lo studio era stato sostituito dalla visione de La casa.


E che è quindi questo La casa? Tutto grasso che cola? No, qualche difetto ovviamente c’è, anche se la sorpresa che attende paziente alla fine dei titoli di coda val da sola a cancellarli tutti e persino a strappare gemiti di commozione. Lasciamo un attimo da parte l’incredibile ed anacronistica stupidità di cui sono dotati tutti i personaggi, perché ci tornerò con una spoilerosa mini-rubrica finale, e parliamo invece delle ultime sequenze. Sinceramente, il film poteva interrompersi 10 minuti prima con un cliffhanger graditissimo (per quanto prevedibile) che avrebbe punito giustamente i protagonisti per la loro natura di decerebrati… invece continua e si conclude in modo abbastanza loffio, introducendo un “supercattivo” da videogioco e facendo il verso agli splatterosissimi, sanguinari e cattivissimi horror francesi di ultima generazione. Per carità, ci vuole coraggio ad ambientare gli ultimi minuti di una pellicola sotto un nubifragio di sangue, però mi ha dato tanto l’idea di un pezzo aggiunto giusto perché si erano dimenticati di omaggiare la motosega, strumento di morte fondamentale all’interno de La casa originale. Comunque suvvia, poteva andare molto ma molto peggio: il remake de La casa si becca la sufficienza con conseguente Bollino di approvazione da parte della Bolla e del Bollalmanacco. Andatelo a vedere sereni e, ribadisco, rimanete fino alla fine dei titoli di coda o il Demone Calderiano vi coglierà!!!


E ora, in onore della demenza pura e semplice dei protagonisti de La casa, inaugurerò una rubrica dal titolo provvisorio Il tritone colpisce ancora (aka: vuoi che muoro??), liberamente ispirata al geniale concetto che stava alla base di Quella casa nel bosco, unico film in grado di dare una spiegazione logica al perché i personaggi degli horror prendano SOLO decisioni sbagliate e palesemente dannose. Occhio agli SPOILER che si va.

Appunto.
Gli anni ’80 saranno anche stati ingenui, come il giovane Raimi e compagnia cantante, ma ora siamo nel 2013, certe cose non me le puoi cambiare in peggio. Ne La casa originale tutto l’ambaradan succedeva per un caso sfortunato, gli ospiti del rifugio trovavano la registrazione della formula per invocare il demone e la riproducevano senza sapere cosa fosse. Qui l’erede di Scott (chiamiamolo così) trova un libro fasciato, incatenato, protetto da un cimitero di gatti morti, su ogni pagina del quale c’è scritto a chiare lettere “non leggere” “non andare oltre” “che meenchia fai, butta ‘sto libro nella rumenta”, “fatti i razzi tuoi” e lui che fa? Legge, ovvio. Anzi, non pago della lettura decide di ricalcare con la matitina anche le parole illeggibili, giusto per ribadire ulteriormente la sua natura di imbecille con la I maiuscola. Voi mi direte, il libro è maGGico, lo ha ipnotizzato. Va bene, lo accetto. Allora spiegatemi invece perché un’infermiera dovrebbe credere che l’amica abbia deciso di bollirsi viva nella doccia (procurandosi ustioni del millesimo grado), di tentare di uccidere il fratello a fucilate e infine di croccoglassarla con un mare di sangue e vomito… “solo” perché è in crisi di astinenza da droga. MassantoBruce, cosa vi insegnano a scuola? Va bene negare il sovrannaturale e rimanere fiduciosi e prosaici fino all’ultimo, ma possibile che nell’universo de La casa non esistano film horror? Solo l’Imbecille cerca di fare capire agli altri che qualcosa non va, ma i suoi compari non capiscono nemmeno quando lo trovano più morto che vivo dopo aver frantumato il cranio dell’amica d’infanzia a colpi di tazza del cesso! “E’ un vAIrus!” (detto con la voce di Marcello Cesena) “No, non è posseduta, è solo pazza come mia madre. E’ mia sorella, non posso ucciderla!” “Scusa, cosa pazza che stai in cantina, che non hai più nulla di umano e che peraltro non conoscevo fino a due ore prima, adesso scendo a consolarti ché mi fai tanta tanta pena”. E certo. Ma le battute migliori, diciamolo, sono affidate al protagonista. Un incrocio tra McGyver, Dr. House e il Colonnello Bernacca, un povero pistola in grado sì di costruire un defibrillatore con un paio di attrezzi trovati in un capanno in disuso da decenni, ma anche di dispensare consigli che nemmeno il cerusico di bordo del Pirata Barbanera. L’amico si becca una pugnalata nel petto ed è un miracolo che sia sopravvissuto? “Amore, ha solo bisogno di un po’ di acqua e zucchero, vagliela a prendere”. All’anima! Lo dicono a me quando ho ciclo e pressione bassa, non sapevo funzionasse anche per le pugnalate. Ospedali di tutto il mondo, prendete nota e fate scorta per i secoli a venire. E mica è finita qui. Dopo che la strada per tornare a casa è stata spazzata via da un fiume in piena delle dimensioni del Rio delle Amazzoni, il suo pronostico è: “tempo due ore e vedrai che si asciuga e potremo passare”. L’alluvione degli anni ’90 dalle mie parti la ricordo ancora, più che due ore erano servite 2 settimane perché il torrente ritornasse a dimensioni normali. Potrei parlare anche della mano strappata a forza da sotto la macchina quando a disposizione c’era una motosega (male per male, facciamola finita velocemente!) o del fatto che il conteggio delle cinque anime che fanno risorgere l’Abominio alla fine è un po’ campato in aria, ma mi fermo qui o tutte le cose positive che ho scritto prima non conteranno più! 


Di Shiloh Fernandez, che interpreta David, ho già parlato qui.

Fede Alvarez è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Uruguayano, ha diretto quattro corti prima di approdare al timone de La casa. Anche produttore, ha 35 anni.


Jessica Lucas, che nel film interpreta l’infermiera Olivia (personaggio per cui aveva fatto il provino persino Thora Birch), aveva già partecipato a Cloverfield. Ad interpretare Mia, invece, avrebbe dovuto esserci un’insospettabilissima Lily Collins, che poi ha rinunciato e lasciato il posto alla brava Jane Levy. A parte questo, se il film vi fosse piaciuto consiglio ovviamente di recuperare la trilogia originale comprendente La casa, La casa 2 e L’armata delle tenebre, oltre al già citato Quella casa nel bosco. Vi volete proprio male? Buttatevi anche su Il bosco 1 e fatevi una risata!!! ENJOY!!

martedì 14 maggio 2013

Aladdin (1992)

E’ capitato una sera di dover rimanere al palo in quel di Kyoto e passare la serata chiusa nella meravigliosa stanzetta dell’ostello e per fortuna quel giorno davano in TV uno dei miei cartoni Disney preferiti: Aladdin, diretto nel 1992 dai registi Ron Clements e John Musker, vincitore di due Oscar, uno per la migliore colonna sonora e uno per la miglior canzone originale, Il mondo è mio (A Whole New World).


Trama: ingannato dal vile Jafar, il giovane ladruncolo Aladdin si introduce nella Caverna delle Meraviglie e recupera una lampada dalla quale esce fuori un genio in grado di esaudire tre desideri…


Potrei cominciare la recensione dicendo "Feeeeenomenali poteri cosmiciiiii..... inunminuscolospaziovitale!", continuare con "Scusa, orango! Aquì, içi, vien'accà!" e andare avanti così per ore, citando ogni battuta, cantando ogni canzone e mimando ogni scena di questo incredibile capolavoro Disney, un retaggio che mi porto dietro dall'età di 11 anni e che mi ha consentito di godermi Aladdin anche in giapponese, con il Genio che chiama Aladdin "Aru" invece di "Al". Potrei, ma non lo farò, altrimenti mi dareste della Señora Psicopatica, quindi meglio calmarsi e cercare di sviscerare il mio amore per Aladdin in modo perlomeno comprensibile. Sono molti i motivi che mi portano ad adorare questo lungometraggio, ma alla fine gratta gratta tutto si riduce a tre personaggi e all'incredibile equilibrio tra musica e testi che rende la colonna sonora di Aladdin una delle più belle mai realizzate per un cartone Disney. Pezzacci come Un amico come me, Principe Alì, Le notti d'Oriente e Il mondo è mio sono l'armonioso cuore di Aladdin, commuovono, incantano e strappano grassissime risate alternativamente, accompagnando una vicenda dalla quale sono assolutamente inscindibili e rendendola ancora più bella di quanto avrebbe potuto essere.


Quanto ai personaggi, qui parliamo di puro genio. Anzi, DEL Genio, ovviamente. Che sia doppiato da Robin Williams o dall'esilarante Gigi Proietti, il gigante blu è il vero protagonista del film e ruba la scena al giovane "Tom Cruise" che da il titolo alla pellicola praticamente ad ogni sua apparizione. Chi non vorrebbe "un amico come lui", al di là dei tre desideri? Genio è saggio, divertente, carismatico, fa delle imitazioni da paura e ha delle trovate incredibili a prescindere dai suoi poteri, diventa il confidente e la figura paterna di Aladdin aiutandolo a tirare fuori il Diamante che risplende in lui in barba alle sue umili origini. Dall'altra parte della barricata ci sono poi due dei villain migliori mai creati per un film Disney, l'orrido Jafar e la sua degna, infida e pennuta spalla Iago. Se il Genio è azzurro e solare come l'abito della virtuosa Jasmine i due malvagi sono invece rossi come il fuoco e la dannazione e si compensano perfettamente l'un l'altro: tanto Jafar è di poche parole e insinuante, tanto Iago è logorroico e testa calda, così che i duetti tra questi personaggi sono un compendio di esilarante e terribile malvagità. Ovviamente il mio amore va soprattutto al pappagallo Iago, impagabile quando interpreta la parte del "bravo" animaletto mangiacracker o quando si profonde in servilissimi salamelecchi nei confronti del suo padrone, eclissandone l'indubbio carisma in più di un'occasione.


Rimaniamo sempre nell'ambito della caratterizzazione dei personaggi e diamo una svolta più maliziosa alla recensione di un film per bambini. Vanno bene i buoni sentimenti e il messaggio positivo ma la Disney con Aladdin spalancava le porte alla modernità proseguendo un processo di emancipazione già iniziato ai tempi de La bella e la bestia con l'intelligente Belle. La principessa di turno, Jasmine, è sì intelligente e indipendente ma è anche ben consapevole del suo essere una sensualissima odalisca in grado di far fare agli uomini praticamente tutto quel che vuole. La signorina mostra parecchia pelle, il bacio che si scambiano lei e Aladdin dopo il viaggio sul tappeto volante non è proprio casto e puro come vorrebbe la tradizione e vogliamo parlare dello sguardo lubrico che le rivolge Jafar poco prima del finale? Certo, niente a che vedere coi turbamenti sessual-religiosi che coglieranno Frollo davanti ad Esmeralda ne Il gobbo di Notre Dame ma abbastanza da farci rimanere schifati da una scena in particolare, come accade ai poveri Iago e Abu! E anche l'umorismo di Genio è parecchio adulto e precorre i tempi, come se ci trovassimo davanti all'antesignano dei cartoni animati di oggi, improntati alla satira, alla parodia e a un umorismo difficilmente comprensibile per i poveri pargoli che, spesso, diventano delle scuse per consentire ai genitori di andare al cinema e uscire più contenti e divertiti dei bambini stessi. E' anche per questo che Aladdin è un capolavoro, per come riesce ad accontentare grandi e piccini, confermandosi un prodotto godibilissimo per tutte le generazioni. Se non lo avete mai guardato, recuperatelo e non ve ne pentirete!!


Dei registi Ron Clements e John Musker ho già parlato qui, mentre Robin Williams, mitica voce del Genio e del mercante a inizio film, lo trovate qua.

Per la voce del Genio erano stati presi in considerazione anche John Candy, Steve Martin, Eddie Murphy e John Goodman. Alla fine l’ha spuntata Robin Williams, ma l’attore non è stato trattato granché bene dalla Disney. Il grandissimo ha infatti accettato di doppiare Genio dietro un compenso corrispondente al minimo sindacale, a patto però che la sua voce non venisse utilizzata per il merchandising e che le immagini del personaggio su poster, trailer etc.  non occupassero più del 25% di spazio. Alla Disney se ne sono fregati e l’attore ha giustamente deciso di dissociarsi dalla pellicola, tanto che nel seguito Il ritorno di Jafar è stato Dan Castellaneta (storica voce di Homer Simpson) a doppiare il personaggio; solo quando i vertici Disney sono cambiati Williams è tornato ad essere il Genio per il terzo sequel straight-to-video, Aladdin e il re dei ladri, mentre in Italia tutti e tre i film, per quanto i seguiti siano a dir poco scadenti, vantano lo splendido doppiaggio di Gigi Proietti. Niente di fatto, invece, sia per Joe Pesci e Danny De Vito (presi in considerazione per il pappagallo Jago) che per Patrick Stewart che, in quanto impegnato sul set della serie Star Trek: The Next Generation, ha dovuto rinunciare al ruolo di Jafar. Per quanto riguarda la versione DVD sappiate che chi, come me, era abituato a sentire i versi “E ti trovi in galera anche senza un perché, che barbarie!, ma è la mia tribù!!” ascoltando Le notti d’Oriente, adesso troverà un più politically correct “C’è un deserto immenso, un calore intenso, non è facile ma io ci vivo laggiù”, modificato anche nella versione americana ovviamente. Sorvoliamo inoltre sul fatto che la splendida Il mondo è mio sia stata rifatta indegnamente dal mefitico duo Tatangelo/D’Alessio, perché per fortuna esistono le VHS incontaminate o in alternativa il tasto fast forward. Vi consiglierei anche di evitare i due già citati seguiti Il ritorno di Jafar e Aladdin e il re dei ladri, veicoli per la diffusione della serie televisiva Aladdin, durata tre stagioni e andata in onda in Italia sulla Rai. Buttatevi piuttosto su La bella e la bestia, La sirenetta, Le follie dell’imperatore ed Hercules. ENJOY!!

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