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martedì 2 aprile 2024

Saltburn (2023)

Con la mia solita, bradipesca lentezza ho recuperato il film che a Natale era sulla bocca di tutti, ovvero Saltburn, diretto e sceneggiato nel 2023 dalla regista Emerald Fennell.


Trama: Oliver è una matricola che fatica ad integrarsi ad Oxford in virtù del suo aspetto dimesso e delle sue origini umili. Nonostante ciò, riesce comunque a fare amicizia con Felix, ricco ragazzo da cui è affascinato, e a passare l'estate nell'enorme tenuta della sua famiglia. Ma non è tutto oro quello che luccica...


Saltburn è uno di quei film che, grazie al passaparola, è diventato conosciuto (almeno di fama) persino tra chi non bazzica il cinema, anche perché le iperboli si sono sprecate: chi ha parlato di capolavoro assoluto, chi di assoluta porcata, con entrambe le fazioni impegnate a darsi addosso nei vari gruppi Facebook. Pomo della discordia, in particolare, sono state le scene "disturbanti" che hanno scioccato più di uno spettatore, col risultato di bollare Saltburn come un abominio perverso o, viceversa, come un'opera geniale che sbatte in faccia ai benpensanti/puritani/beghini un po' di sano disgusto. Come spesso accade, io mi pongo nel mezzo. Ridurre Saltburn a quelle quattro scene "scandalose" (le ho contate, sono proprio 4: il sogno erotico di ogni vampiro, la vasca, la tomba e il balletto finale) significa fare un torto al film della Fennell, i cui pregi sono la totale mancanza di simpatia sia verso l'alta borghesia inglese di cui la stessa regista fa parte, che genera sequenze di esilarante, britannico nonsense, sia verso il protagonista, un working class hero più interessato all'egoistico benessere che a segnare un punto per i disagiati meno abbienti. Seguire l'evoluzione del rapporto tra Oliver e i Catton e il ribaltamento della prospettiva sui rispettivi giochi di forza è l'aspetto più interessante del film, questo nonostante alla Fennell manchi un po' di quella sottigliezza che avrebbe conferito più equilibrio alla vicenda. Il cambiamento di personalità di Oliver è, infatti, talmente repentino che ci si chiede quanto debbano essere imbecilli i personaggi secondari per non calcioruotarlo fuori dalla tenuta dopo mezza giornata, soprattutto quando, nell'ombra, si aggira un maggiordomo dalle potenzialità inutilizzate, che avrebbe potuto dare delle gioie come nemesi dell'ambiguo protagonista. La scrittura di Promising Young Woman era molto più centrata e tesa verso un obiettivo, mentre qui sembra che la Fennell si perda un po' nell'edonismo che critica, confezionando una storia "banale" (passatemi il termine) anche nei suoi twist, ermetica per quanto riguarda le motivazioni del protagonista e quasi troppo prolissa per tutto ciò che riguarda il castello di carte montato da quest'ultimo, cosa che mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca.


La cosa brucia anche di più (non come il sale, per carità!) perché Barry Keoghan è favoloso. Il suo Oliver, narratore inaffidabile se mai ce n'è stato uno, respinge ed affascina contemporaneamente, come se fosse una versione più posh del Martin de Il sacrificio del cervo sacro, ma la sua natura machiavellica sembra quasi troppo per un film che fa del vuoto pneumatico la sua ragion d'essere. Attorno a lui gravitano fior di attori che riescono, non si sa come, a tenergli testa quanto basta per non venire inghiottiti dall'assoluto carisma dell'irlandesotto e, soprattutto, a smuovere qualche sentimento nonostante la natura caricaturale dei personaggi che interpretano. A Jacob Elordi basta essere figo, non gli si chiede nient'altro, ma è comunque una bella sorpresa, al pari di Alison Oliver, mentre Rosamund Pike Richard E. Grant sono incredibili come al solito; la prima, in particolare, paga un ottimo contrappasso per il ruolo giocato sia in Gone Girl che in I Care a Lot, due film che consiglio (soprattutto il primo) se le atmosfere di Saltburn vi fossero congeniali. Da rivedere la regia, nel senso che, come sempre, ogni dettaglio inserito dalla Fennel nelle sequenze è funzionale al racconto in maniera non solo ironica, ma anche rivelatoria, di conseguenza vorrei riguardare presto Saltburn col senno di poi, senza farmi soverchiare dall'accuratezza e dall'eleganza di abiti, ambienti, pettinature, costumi e musiche, tutti ovviamente scelti con palese puntiglio certosino. Nell'attesa di riuscire nel mio intento, quel che è certo è che l'occhio della Fennell riesce a confezionare un film splendido a livello visivo, zeppo di artifici e citazioni, riconfermando la bravura di una regista di cui aspetterò il prossimo film con trepidazione, anche se questo non mi ha folgorata quanto avrei voluto.


Della regista e sceneggiatrice Emerald Fennell ho già parlato QUI. Barry Keoghan (Oliver Quick), Richard E. Grant (Sir James Catton), Rosamund Pike (Elspeth Catton) e Carey Mulligan (Povera, cara Pamela) li trovate invece ai rispettivi link.

Jacob Elordi interpreta Felix. Australiano, ha partecipato a film come The Mortuary Collection e a serie quali Euphoria. Anche sceneggiatore e produttore, ha 26 anni e due film in uscita. 


Se Saltburn vi fosse piaciuto, recuperate Una donna promettente, Il sacrificio del cervo sacro, Il talento di Mr. Ripley e Un piccolo favore. ENJOY! 

mercoledì 13 marzo 2024

Maestro (2023)

Continua la corsa dietro ai titoli nominati per l'Oscar. Oggi tocca a Maestro, diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Bradley Cooper e candidato a 7 premi Oscar: Miglior film, Miglior attore protagonista, Miglior attrice protagonista, Miglior sceneggiatura originale, Miglior fotografia, Miglior trucco e Miglior sonoro.


Trama: vita del musicista Leonard Bernstein, dal suo primo lavoro come direttore d'orchestra al legame con la moglie Felicia, complicato dalle pulsioni omosessuali di lui...


Io quest'anno sto facendo una fatica incredibile a farmi trasportare dalle atmosfere dei film che guardo e, soprattutto, ad allinearmi ai giudizi dei cinefili che, oltre ad amarla, s'intendono della settima arte. Maestro è candidato a sette premi Oscar, di cui quattro tra i più importanti, e io riesco solo a pensare all'indicibile noia che mi ha avvinta per tutta sua durata. E d'accordo, io sono ignorante, non conoscevo Bernstein (e il film non mi ha aiutata a colmare la lacuna, beninteso), ma ho guardato Maestro con un appassionato conoscitore di musica classica, e anche lui è uscito sconfitto dalla visione. La cosa, da un lato mi consola, dall'altra mi abbatte. Maestro è uno splendido lavoro a livello di regia e montaggio, entrambi usati in modo estremamente raffinato per sottolineare non solo il passaggio delle epoche (la transizione dal bianco e nero degli inizi al colore), ma anche il rapporto profondo tra Bernstein e la sua musica, con la vita che si fa musical e viceversa, mentre i personaggi passano da un ambiente e una sequenza all'altra senza apparente soluzione di continuità, come se si trovassero su un palcoscenico. Le interpretazioni dei due protagonisti, poi, sono grandiose. Nascosto, ma neppure poi tanto, da un trucco che lo rende somigliantissimo al vero Bernstein e impegnato in un'interpretazione fisica e vocale che ha dell'incredibile, Bradley Cooper riporta in vita l'artista, con tutta la sua logorrea e il suo enorme ego, sottoponendo personaggi secondari e spettatori a un estenuante, continuo confronto con un protagonista che divora lo schermo. Esce vincitrice, da questo confronto, solo un'eterea Carey Mulligan, dotata di una dignità e un carisma delicato ma deciso, che si prende con naturalezza lo spazio che le compete, consentendo a dialoghi e sequenze di "respirare", fare una pausa e cambiare un po' il punto di vista di un film interamente imperniato sul dramma personale di Bernstein, su una storia d'amore "pilotata" dal musicista. E qui passiamo alle note, per me, dolenti.


Maestro
è imperniato per quasi tutta la durata sul rapporto tra Bernstein e Felicia, con la musica "usata" soprattutto come mezzo per enfatizzare la grandeur del protagonista e come plot device per sottolineare come dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna, paziente per la maggior parte del tempo, scanzonata e sognatrice, ma anche dotata di cazzimma alla bisogna, perché va bene l'amore ma Bernstein era filantropo (cit.), caro lui. Il film, in realtà, la fa anche troppo facile. Benché Felicia fosse consapevole dell'orientamento sessuale del marito e cercasse di non ostacolarlo per non renderlo infelice, Bernstein ha passato comunque anni in cura da psichiatri, alcuni dei quali praticavano l'orrida e sbagliatissima "terapia di conversione", e questo in Maestro non viene mai accennato. Al di là di questo dettaglio insignificante, ho trovato, comunque, che due ore e fischia di psicodramma amoroso fossero anche troppe, soprattutto perché, da un certo punto in poi, il film relega in secondo piano l'evoluzione della carriera di Bernstein per concentrarsi su una sequela infinita di ragazzetti piacenti ghermiti dalle grinfie del musicista sotto l'occhio sempre più critico della moglie. Il risultato è quello di avere un film né carne né pesce, indeciso se essere una travagliata storia d'amore, il dramma psicologico di un genio tormentato o il resoconto dei sensi di colpa di un uomo dalla sessualità aperta e, per l'epoca, "scomoda". Tre identità che, a mio parere, non riescono ad amalgamarsi e che mi hanno portata a non provare interesse per nessuna di esse, trasformando la visione di un film plurinominato in una sofferenza che eviterei volentieri di riprovare. Evidentemente, l'estate non canta più dentro di me, che vi devo dire. 


Del regista e co-sceneggiatore Bradley Cooper, che interpreta anche Leonard Bernstein, ho già parlato QUI. Carey Mulligan (Felicia Montealegre), Matt Bomer (David Oppenheim), Sarah Silverman (Shirley Bernstein), Maya Hawke (Jamie Bernstein) e Josh Hamilton (John Gruen) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film avrebbe dovuto essere diretto da Steven Spielberg, che ha lasciato il progetto a Cooper per dedicarsi a West Side Story, o da Martin Scorsese. Entrambi figurano come produttori. Se Maestro vi fosse piaciuto recuperate Tick, Tick... Boom!, The Danish Girl e Tár. ENJOY!


venerdì 3 febbraio 2023

Anche io (2022)

E' uscito la scorsa settimana al cinema Anche io (She Said), diretto nel 2022 dalla regista Maria Schrader, un film che mi aveva intrigata già dal trailer e che è stato tratto dal libro She Said, scritto dalle reporter Jodi Kantor e Megan Twohey.


Trama: Due giornaliste del New York Times conducono una difficile indagine sulla lunghissima storia di abusi sessuali perpetrati da Harvey Weinstein ai danni di donne alle dipendenze della Miramax e di svariate attrici.


"Lei ha detto". Un titolo (ripetuto sul finale in mille lingue tranne credo l'italiano, visto che gli adattatori hanno deciso di tradurre invece il "Me Too", mancando di qualche centimetro l'argomento centrale del film) che spalanca un universo di riflessioni. "Lei ha detto" di essere stata violentata da Harvey Weinstein, per esempio. Weinstein, il mogul della Miramax, facoltoso, potente, importante. E quindi cosa vorrà fare questa "lei", se non screditare una persona che dà da lavorare a mille altre e che ha le mani in pasta ovunque? Vorrà per caso dei soldi? Siccome "l'ha detto lei", e magari ci ha messo qualche anno a trovare il coraggio di dirlo, non è che magari era consenziente e adesso ha deciso di ritrattare tutto solo per un po' di fama e denaro? Ma poi, quello che dice "lei", quanto peso ha rispetto a quello che può dire Weinstein e, soprattutto, rispetto al muro di silenzio che la povera "lei" si trova a dover affrontare quando le parole finalmente le escono di bocca, dolorose e amare come il fiele? Magari ci sono anche, e sono tantissimi, quelli che le consiglieranno di dimenticare, perché non ne vale la pena, perché "che vuoi che sia", perché "così ti rovini la vita", perché "non potrai mai vincere", che fiaccano il coraggio ed alimentano i dubbi non solo relativamente al fare la cosa giusta, ma anche sull'interpretazione data a un evento orribile, in grado di distruggere l'esistenza di chi lo ha subito. Ecco perché ci sono voluti anni prima che alle "lei" passate sotto le manazze di Weinstein venisse data la possibilità di "dire", di urlare le loro storie a tutto il mondo attraverso la penna delle giornaliste Jodi Kantor e Megan Twohey, ma il retroscena più triste di questa brutta storia il film non lo racconta: al New York Times sapevano già nel 2004 degli abusi di Weinstein, ma quest'ultimo si era recato in visita alla redazione, e quindi addio indagini approfondite e conseguente articolo, almeno fino a quando non ci si è messo in mezzo anche Ronan Farrow, anni dopo. Ma facciamo finta che al Times siano tutti dei santi, anche il giornalista Glenn Thrush, che nel film non compare perché lavora tuttora per il giornale nonostante sia stato accusato (in seguito all'ondata di coraggio infusa da questi articoli) di comprovate molestie sessuali, e parliamo di Anche io.


Anche io è un'angosciante indagine filtrata dall'occhio di due giornaliste che tentano di scoperchiare un'immane cloaca di abusi e violenze tenuti nascosti da decenni di omertà e terrore. Rigorosissimo per quanto riguarda la regia e le indagini di Jodi Kantor e Megan Twohey (salvo per qualche ovvia licenza "poetica"), il film concede poco al sentimentalismo e molto allo schifo, alla frustrazione di avere "off records" tutte le prove per incastrare Weinstein e ritrovarsi comunque con le mani legate perché le testimoni sono state imbavagliate, impossibilitate a parlare da accordi di segretezza o, banalmente, dalla paura di rimanere una singola voce che non verrà creduta e che, quindi, si ritroverà con la vita rovinata, inutilmente. Allo spettatore viene risparmiata la vista delle atrocità commesse da Weinstein, sostituite da immagini di donne sconfitte che hanno cercato di andare avanti, ma la voce di queste donne (tra ricostruzioni, attrici che ci mettono la faccia dopo essere state davvero vittime di Weinstein, e un paio di intercettazioni reali che mettono letteralmente i brividi) convoglia tutto l'orrore e la vergogna delle esperienze passate, e indigna più di quanto farebbero delle sequenze esplicite. Zoe Kazan e Carey Mulligan conferiscono alle due protagoniste tutta l'umanità necessaria affinché lo spettatore venga coinvolto dalla loro indagine e resti col fiato sospeso nonostante sappia che, alla fine, l'articolo è stato per fortuna pubblicato con tutto ciò che ne è seguito; trama, regia e montaggio concorrono a creare una sensazione di disagio e minaccia palpabile, tracciano l'immagine di due professioniste la cui vita familiare viene in qualche modo "sporcata" da una sensazione di paranoia derivante dalla natura infida e tentacolare di Weinstein e di coloro che lo proteggono, in più la Kazan infonde nel suo personaggio una dolcezza incredibile e la Mulligan la cazzimma che la contraddistingue da sempre, con risultati che, ovviamente, aggiungono ulteriore valore a una vicenda che già di suo meritava di venire raccontata.  Anche io non sarà un film memorabile o innovativo, ma è una visione assai piacevole nella sua sgradevolezza e, come accade per questo genere di pellicole, spinge indubbiamente a volersi informare e ad aprire gli occhi sullo schifo che ci circonda, il che, per me, è sempre un punto in più. Se lo proiettano ancora dalle vostre parti recuperatelo!


Di Zoe Kazan (Jodi Kantor), Carey Mulligan (Megan Twohey), Patricia Clarkson (Rebecca Corbett), Jennifer Ehle (Laura Madden), Samantha Morton (Zelda Perkins) e Gwyneth Paltrow (solo come voce, interpreta se stessa) ho già parlato ai rispettivi link.

Maria Schrader è la regista del film. Tedesca, ha diretto film come I'm Your Man e la serie Unorthodox. Anche attrice, sceneggiatrice e produttrice, ha 58 anni.


Ashley Judd interpreta se stessa. Americana, la ricordo per film come Poliziotto in blue jeans, Natural Born Killers, Heat - La sfida e Il collezionista, inoltre ha partecipato a serie quali Twin Peaks: Il ritorno. Anche produttrice e regista, ha 55 anni. 


Se Anche io vi fosse piaciuto recuperate The Post, Il caso Spotlight, Tutti gli uomini del presidente, Bombshell - La voce dello scandalo e anche Promising Young Woman. ENJOY!


mercoledì 10 marzo 2021

Promising Young Woman (2020)

Anche se purtroppo non ha portato a casa alcun Golden Globe e anche se la sua uscita italiana è stata ulteriormente rimandata, è giunto il momento di parlare di Promising Young Woman, diretto e sceneggiato nel 2020 dalla regista Emerald Fennell. 


Trama: Cassandra è una trentenne che vive ancora coi genitori dopo aver mollato l'università anni prima. Di notte, la ragazza va nei club e attira gli uomini nelle sue grinfie...


Non so cosa mi aspettavo dalla visione di Promising Young Woman ma sicuramente sono rimasta spiazzata in senso positivo. Credevo il film sarebbe stato più horror in senso "grafico", invece contiene parecchio l'aspetto violento meramente fisico della vicenda e si concentra, come tutte le opere migliori, sulle conseguenze psicologiche di una violenza inflitta ai danni di altri e il modo in cui un trauma indelebile rischia di fare vittime collaterali incapaci di riprendersi. Ancora più apprezzabile è il modo in cui Emerald Fennell ha costruito il personaggio di Cassandra, la protagonista, così che lo spettatore sia costretto a scovare piccoli pezzetti della sua personalità, del suo passato e delle sue motivazioni, senza peraltro mai coglierle nella sua interezza e soprattutto senza una linearità: noi vediamo Cassandra attirare uomini fingendosi ubriaca per poi punirli per la loro volontà di approfittarsi di lei (senza sapere precisamente come), sappiamo che è successo qualcosa che le ha impedito di finire l'università, sappiamo che il trauma passato ha cristallizzato la sua esistenza privandola di un futuro roseo, ma tutti i dettagli veniamo a conoscerli poco a poco, in un crescendo scioccante che, se arriva a spiazzare noi, in qualche modo dà una regola a Cassandra, che comincia a fare proprio l'insegnamento di Kill Bill e si imbarca in una vendetta metodica.  


Promising Young Woman è dunque una sorta di rape and revenge ma, a differenza della maggior parte degli esponenti del genere, non si sofferma sull'aspetto catartico (o a sua volta quasi pornografico) della vendetta, perché si sporca di commedia nera, di echi anni '90 riportati persino in un dialogo sul finale, ed è per questo molto più tragico di altre pellicole a tema perché prende ogni oncia di cupo umorismo e la sfrutta per fare male allo spettatore. Se un paio di sequenze in particolare rimandano a quel trionfo che era Cose molto cattive, la Fennell non si fa problemi ad affermare che, giustamente, i tempi sono cambiati e che la sottesa giustificazione di una mascolinità tossica perché giudicata "simpatica", "burlona" e "scavezzacollo" non è più accettabile, soprattutto quando ad accoglierla a braccia aperte sono le donne stesse; là dove Cameron Diaz era complice della stupidaggine del marito e degli amici, qui ci sono Rettori donna ed ex studentesse che fanno qualcosa di molto simile e alle quali poco importa di andare a fondo della verità, basta che la loro vita scorra tranquilla e serena, che la loro comodità coincida anche e soprattutto con lo stigmatizzare come zoccola o ubriacona qualunque donna venga violentata "per gioco" e sputtanata online per lo stesso motivo. In tutto questo, Cassandra è quella che agli occhi altrui risulta sfigata e malata perché ha scelto di portare all'estremo l'empatia verso un'altra persona invece di andare avanti come se niente fosse. Cassandra non è mai cresciuta, non è mai uscita dall'università e la vita sua e quella della sua famiglia rispecchia quest'impossibilità di superare il suo trauma: la casa dei genitori è una bomboniera kitsch, la sua camera quella di un'adolescente, la colonna sonora (salvo la citazione di La morte scorre sul fiume) è un trionfo girlie anni '90, quanto al suo lavoro, il suo trucco e i suoi vestiti... beh, quelli meritano un paragrafo a parte. 


La missione di Cassandra a inizio film è quella di punire gli uomini. Tutti. Nella cornice di un Caffè alla moda, la protagonista tesse la sua tela e indossa una maschera rassicurante in aperto contrasto con alcune delle sue mise "da battaglia" serali; unghie multicolor dai colori pastello, camicette e maglioncini in perfetto stile dreamy, pantaloni e abiti svolazzanti (un paio li trovate online  e sì, sono molto costosi e sì, sono stati creati appositamente dalla sorella stilista della Fennell, Coco, spero vi si spezzi il cuore com'è successo a me, condannata a bramarli senza successo), trucco leggero e biondi capelli con frangetta, spesso legati da vezzosi nastri di raso. Nessuno potrebbe dire che Cassandra è una persona disturbata, men che meno pericolosa, così come nessuno potrebbe dire che la tizia ubriaca stravaccata sul divano in pelle del club in realtà non è poi così ubriaca. L'unico momento in cui Cassandra abbassa leggermente le difese è quando sboccia l'amore con Ryan, periodo "tranquillo" in cui possiamo intuire sprazzi della vera personalità della protagonista, probabilmente simpatica e arguta, scoppiettante come il giallo e il fucsia che dominano la sequenza musicale più divertente e carina dell'anno, ma è uno spazio temporale brevissimo, che sottolinea comunque la cura incredibile profusa da Emerald Fennell in ogni aspetto del suo splendido film. Poi, certo, molto fa una Carey Mulligan che normalmente già adoro ma che qui probabilmente ha ottenuto il ruolo della vita e che anima un personaggio capace di agghiacciare, commuovere e divertire senza perdere la sua fondamentale, tragica umanità. Non so se Promising Young Woman è già il film più bello dell'anno ma, di sicuro, è uno dei migliori.


Di Adam Brody (Jerry), Carey Mulligan (Cassandra), Clancy Brown (Stanley), Laverne Cox (Gail), Christopher Mintz-Plasse (Neil), Alison Brie (Madison), Connie Britton (Rettore Walker), Molly Shannon (Mrs. Fisher) e Alfred Molina (Jordan) ho già parlato ai rispettivi link.

Emerald Fennell è la regista e sceneggiatrice della pellicola, inoltre compare come host del tutorial sulle "labbra da pompino". Inglese, è al suo primo lungometraggio. Anche produttrice, ha 35 anni.


Tra le guest star del film segnalo Jennifer Coolidge, ovvero "la mamma di Stiffler di American Pie", qui nei panni di Susan. Se il film vi fosse piaciuto recuperate Uomini che odiano le donne, (su Amazon Prime VideoElle (su praticamente ogni piattaforma streaming italiana) e M.F.A.. ENJOY!

mercoledì 7 febbraio 2018

Mudbound (2017)

Stavolta per l'annuale corsa agli Oscar è venuto in soccorso persino Netflix, che ha prodotto e distribuito Mudbound, film diretto e co-sceneggiato nel 2017 dalla regista Dee Rees e candidato a ben quattro Premi Oscar (Mary J. Blige Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale - il film è tratto dal romanzo Fiori nel fango di Hillary Jordan - , Miglior Fotografia e Miglior Canzone Originale).


Trama: Mississippi, anni '40. Laura, donna di città fresca di matrimonio, viene trascinata dal marito Henry nella proprietà di famiglia, in mezzo alla campagna, a far vita da contadini. Con la fine della seconda guerra mondiale tornano a casa sia Jamie, affascinante fratello di Henry, sia Ronsel, figlio della famiglia di colore che lavora per i McAllan, e tra i due nasce una sincera benché pericolosa amicizia...


Fiori nel fango è il titolo italiano del romanzo da cui è tratto Mudbound e per una volta mi sentirei di dire che non è il solito titolo messo a caso dai traduttori. Il film di Dee Rees infatti racconta una terribile storia di amicizia e razzismo nelle campagne del Mississippi, dove al primo accenno di pioggia insistente tutto diventa fango e sporcizia, tagliando la comunità rurale da una città che sembra quasi un miraggio; quel limo nero pare voler inghiottire tutto e tutti, triste rappresentazione di una comunità fatta di maledetti ignoranti razzisti, uomini senza palle che tuttavia pretendono rispetto, donne ridotte ad essere semplicemente madri e serve infelici, persone che nel futuro non vedono altro che fango, povertà e disperazione. In mezzo a tutto questo schifo, però, possono spuntare dei fiori e talvolta prosperare se gliene viene lasciata l'occasione. L'amicizia è uno dei fiori più preziosi del film, l'unico in grado di salvare perlomeno il cuore di queste povere creature legate al fango. Tale sentimento viene a crearsi tra Jamie, aviatore bianco appena tornato nelle terre della sua famiglia, e Ronsel, soldato di colore figlio di braccianti, entrambi meritevoli di venire celebrati come eroi di guerra ed entrambi vittime del dolore che il conflitto ha causato, per motivi diversi. I due uomini sono tornati cambiati dalla guerra e se Jamie soffre di alcoolismo e sindrome post traumatica, con sommo scorno del fratello moscio e del padre razzista, Ronsel ha lasciato in Europa un enorme pezzo di cuore, cosa che gli impedisce di riprendere la vita familiare di un tempo, soprattutto in una terra popolata da gente di mentalità chiusa come il Mississippi, che piscia allegramente sull'eroismo bellico di un "negro". E se l'amicizia tra questi due uomini "diversi" è difficile, lo stesso vale per la vita della povera Laura, donna di città costretta dagli errori di un marito incompetente ed ignavo a trasferirsi in una terra ostile in più di un senso e a farsi carico, in completa solitudine, non solo della famiglia ma anche dei problemi legati ai braccianti sia bianchi (il solito branco di bifolchi di spaventevole squallore) che di colore. In questi ultimi Laura trova conforto, ricambiando le attenzioni della materna Florence con un'umanità di cui il marito difetta, riuscendo ad andare oltre il mero rapporto tra padroni e servi, per quanto ovviamente nei limiti del consentito ad una moglie dal carattere forte che deve sottostare non solo al marito ma anche alle convenzioni sociali. Tutto ciò viene raccontato attraverso quello che, di fatto, è un lungo flashback, in quanto il film comincia quando gli eventi hanno già irrimediabilmente sconvolto gli equilibri di entrambe le famiglie protagoniste e ad accompagnare lo spettatore in questo viaggio di ritorno al presente sono le voci di sei personaggi differenti, tutti ugualmente coinvolti e toccati dalla vicenda.


Non ho letto il romanzo della Jordan ma da quello che ho capito spulciando qualche recensione on line mi è parso che la sceneggiatura di Dee Rees e Virgil Williams abbia "asciugato" la prolissità di personaggi che, in quanto narratori, svisceravano ogni singolo pensiero e sentimento, lasciando così allo spettatore il compito di comprendere ciò che viene espresso soprattutto attraverso l'interpretazione di attori molto bravi. A tal proposito, devo dire che Mary J. Blige mi ha sorpresa in positivo, nella misura in cui nel personaggio di Florence non vi è traccia dell'affascinante cantante, ma candidarla all'Oscar mi è parso un po' eccessivo, non tanto per lo scarso minutaggio a disposizione dell'attrice ma proprio perché la sua non è un'interpretazione capace di eclissare quella di chi la circonda; sinceramente, ho trovato più memorabile (per quanto odiosa, al punto che se l'avessi davanti lo ucciderei) quella di Jonathan Banks, impegnato a tirar fuori il peggio da un vecchio maledetto ancora più malvagio del demonio, razzista, pavido e stronzo. La banalità del male elevata ad arte, il frutto marcio di un ambiente brullo ed inospitale, dove la speranza viene soffocata non solo dagli uomini ma dalla stessa natura. E qui entra in gioco la sinergia tra una regia classica ma efficace, un occhio "femminile" di tutto rispetto, e una fotografia pulita (affidata alla prima donna candidata all'Oscar in questa categoria), che immortalano la spietatezza di sconfinate distese di fango inzuppate da cascate d'acqua piovana, cupe nubi che incombono sui personaggi e ambienti striminziti e sporchi (in aperto contrasto con il fulgido candore delle case europee); l'opprimente vastità di una campagna dalla quale non si può fuggire, flagellata dalla pioggia o da un sole cocente, si alleggerisce solo quando nell'inquadratura compaiono tramonti salvifici (la sequenza della doccia è splendida) o quando finalmente i fiori si liberano dal fango lasciando spazio alla primavera del finale, sul quale ho versato la consueta lacrima. Di fronte a quest'oggettiva bellezza formale, dispiace molto che Mudbound sia nato per essere visto sui piccoli schermi casalinghi (persino su smartphone e tablet. Orrore.), perché un film simile avrebbe meritato sicuramente la gloria di una sala cinematografica. Diciamo che in questo modo, se non altro, ne possono fruire tutti indipendentemente da una distribuzione che probabilmente si sarebbe rivelata fallace...


Di Carey Mulligan, che interpreta Laura McAllan, ho già parlato QUI mentre Jason Clarke, che interpreta Henry McAllan, lo trovate QUA.

Dee Rees (vero nome Diandrea Rees) è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Americana, ha diretto film come Pariah e Bessie. Anche produttrice, ha 39 anni.


Garrett Hedlund interpreta Jamie McAllan. Americano, ha partecipato a film come Troy, Eragon e A proposito di Davis. Ha 34 anni e un film in uscita.


Jonathan Banks interpreta Pappy McAllan. Americano, ha partecipato a film come L'aereo più pazzo del mondo, 48 ore, Gremlins, Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione, Beverly Hills Cop - Un piedipiatti a Beverly Hills, Trappola sulle montagne rocciose, Crocodile Dundee 3, Come ammazzare il capo 2 e a serie come Hunter, Highlander, Walker Texas Ranger, I racconti della cripta, Alias, Ghost Whisperer, CSI - Scena del crimine, Dexter, ER Medici in prima linea, Cold Case, Due uomini e mezzo, CSI: Miami, Ringer, Breaking Bad e Better Call Saul. Anche sceneggiatore, ha 71 anni e due film in uscita, tra i quali Incredibles 2.


Jason Mitchell interpreta Ronsel Jackson. Americano, ha partecipato a film come Contraband, Straight Outta Compton, Kong: Skull Island e Detroit. Ha 31 anni e due film in uscita.


Rob Morgan interpreta Hap Jackson. Americano, ha partecipato a film come Brawl in Cell Block 99 e a serie come 30 Rock, Daredevil, Luke Cage, The Defenders, Stranger Things e The Punisher. Ha due film in uscita.


Mary J. Blige interpreta Florence Jackson. Americana, più famosa come cantante che come attrice, ha partecipato a film come Rock of Ages e a serie come Ghost Whisperer e 30 Rock. Anche produttrice, ha 47 anni e un film in uscita.


mercoledì 30 marzo 2016

Suffragette (2015)

Con il solito ritardo arrivo a parlare di un film bellissimo, Suffragette, diretto nel 2015 dalla regista Sarah Gavron.


Trama: nella Londra dei primi del '900 la giovane operaia Maud, sposata e con un bimbo piccolo, si ritrova coinvolta nel movimento delle cosiddette "suffragette", militanti pronte a battersi per ottenere il suffragio universale...



"Avete voluto i nostri stessi diritti? E adesso pedalate!". Quante volte ho sentito queste parole, ovviamente con mille declinazioni diverse, pronunciate dagli uomini davanti ad una lamentela femminile relativa al posto di lavoro, agli stipendi, ad una legge particolarmente idiota, alle proteste di madri costrette ad affidare i figli ai nonni perché con un solo stipendio non si arriva a fine mese. Chissà cosa direbbero questi uomini se sapessero che, prima di ottenere il diritto di voto (diritto che, per inciso, NON è ancora stato ottenuto da tutte le donne del mondo), la condizione delle esponenti del gentil sesso non era quella delle tranquille casalinghe mostrate in un'infinità di commedie o drammi americani dagli anni '50 in poi né le Suffragette erano le gioviali ed energiche donnette canterine, fondamentalmente innocue, tramandate da Mary Poppins. Chissà cosa direbbero se sapessero che una donna, agli inizi del '900, doveva OVVIAMENTE essere madre e moglie devota ma anche portare a casa la pagnotta portandosi il figlio in fabbrica, dove era costretta a lavorare il doppio del consorte per la metà della paga, oltre ad andare incontro problemi di salute e a soprusi fisici e mentali, per non parlare dell'impossibilità di ambire ad incarichi di prestigio, men che meno statali o politici. Nei gloriosi anni '80, quando sono nata io, mamma è stata fortunata: poteva votare e poteva anche stare a casa a crescere me, perché a quei tempi un uomo poteva accollarsi gli oneri economici di una piccola famiglia, con un po' di oculato risparmio e qualche sacrificio. Oggi, a distanza di più di 100 anni, sebbene una donna possa fortunatamente votare ed ambire ad alte cariche all'interno della società e dello Stato, siamo tornate alle condizioni di inizio '900 e chissà invece cosa direbbero le Suffragette e il loro "capo" Emmeline Pankhurst davanti ad aberrazioni come #escile, alla discriminazione che ancora esiste sul posto di lavoro, all'impossibilità di andare in giro con una minigonna perché trattasi di palese invito alla violenza sessuale, alla misoginia più o meno elevata all'interno dei media o dell'opinione pubblica e questo, beninteso, SOLO nella civiltà occidentale, ché c'è chi sta sempre peggio di noi.


Probabilmente le suffragette si armerebbero non già di striscioni e ombrellini, come per l'appunto ci mostrava il signor Disney, ma di sassi ed esplosivi come ci raccontano Sarah Gavron e il gruppo di favolose interpreti che hanno messo in piedi Suffragette, pellicola che può e deve essere un bel calcio nelle palle di chi ancora non ha capito che non è il caso di parlare di "sesso debole" solo perché la donna manca di attributi fisici. E se è vero che la pellicola della Gavron non inneggia al "Girl PowA", preferendo invece mostrare i pro e i tanti contro di un movimento che non ha esitato a sporcarsi le mani di sangue per ottenere un minimo di visibilità all'interno di una società dove i giornali venivano sistematicamente zittiti da polizia e governo, è altrettanto vero che gli uomini non ne escono benissimo. Il marito di Maud, giovane operaio convinto che avere una moglie significhi avere accanto una creatura tranquilla, silenziosa ed obbediente, un ragazzo incapace di fare fronte alle difficoltà di gestire un figlio da solo e timoroso dell'opinione dei vicini di casa, non è più inetto di un consiglio di Lord che promettono senza mantenere o di vili padroni capaci solo di usare violenza sulle loro operaie; schiacciati dal peso di quella che, in definitiva, era una guerra civile inglese, i pochi uomini e le poche donne ancora capaci di usare il cervello potevano solo offrire un silenzioso sostegno alla causa, oppure un'ammirazione da tenere necessariamente nascosta per non incorrere nelle stesse pene inflitte a donne che reclamavano semplicemente dei diritti sacrosanti. E se sto suonando retorica e un po' arrabbiata è perché Suffragette è un film potente, che mi ha portata a riflettere sul poco che questa società offre a donne che, come me, si sono fatte il mazzo per avere un pezzo di carta che attestasse la fine di un rispettabilissimo percorso di studi e che passano invece le giornate accanto a persone che le disprezzano in quanto possibili madri (ergo ladre di stipendi e posti di lavoro oltre che fancazziste), che non le chiamano Dottoresse perché Dottore è un titolo da dare solo agli uomini (o a chi pratica la professione medica. E se ti lamenti sei pure arrogante e fai pesare la laurea a chi non meriterebbe neppure il diploma di scuola media), ecc. ecc. Quindi ben vengano film come questo, per combattere l'anche troppo diffusa ignoranza con sane dosi di realtà storica, per una volta non edulcorata da pizzi, trine e merletti... e, col cuore, dico affanculo Winifred Banks!


Di Carey Mulligan (Maud Watts), Ben Whishaw (Sonny Watts), Helena Bonham Carter (Edith Ellyn), Brendan Gleeson (Ispettore Arthur Steed) e Meryl Streep (Emmeline Pankhurst) ho già parlato ai rispettivi link.

Sarah Gavron è la regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Brick Lane. Ha 46 anni.


Anne-Marie Duff interpreta Violet Miller. Inglese, moglie dell'attore James McAvoy, ha partecipato a film come Enigma e Magdalene. Ha 46 anni.


Nel film compaiono, in ruoli minori, sia Helen Pankhurst, pro-pronipote di Emmeline Pankhurst, che sua figlia Laura. Se Suffragette vi fosse piaciuto recuperate North Country e L'ultima eclissi. ENJOY!

domenica 16 febbraio 2014

A proposito di Davis (2013)

Nonostante non fossi proprio pienamente convinta, venerdì ho guardato A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis), diretto nel 2013 da Joel ed Ethan Coen e candidato a due premi Oscar, miglior fotografia e miglior sonoro.


Trama: Llewyn Davis è uno squattrinato musicista folk  che vaga per l'America cercando di ottenere ingaggi e raggiungere il successo...


"Se non è nuova e non invecchia allora è musica folk". La chiave per interpretare A proposito di Davis sta tutta nella frase pronunciata dal protagonista come conclusione dell'esibizione che viene mostrata due volte, all'inizio e alla fine del film. Llewyn Davis è un musicista che non riesce a rinnovarsi e che, di conseguenza, non invecchia, rimanendo sempre identico a sé stesso, immutabile, dall'inizio alla fine della pellicola che è, di fatto, un cerchio perfetto raccontato come un lungo flashback. Llewyn è il classico "perdente" tipico della filmografia dei Coen, un ometto bizzoso e orgoglioso che non accetta di essere un musicista mediocre ma non riesce nemmeno a staccarsi dall'immagine che ha di sé stesso: per tutto il film lo vediamo fare couch surfing in quanto privo di casa e, più o meno sfacciatamente, appoggiarsi agli altri per ogni cosa, dal cibo, al lavoro, all'automobile, agli ingaggi, persino alla musica. Alla dignità di artista, infatti, si accompagnano la consapevolezza di valere poco come solista e il dolore di avere perso il partner, suicidatosi apparentemente senza spiegazione alcuna, lasciandolo così impossibilitato a raggiungere il tanto bramato successo e la sicurezza economica. Lasciato solo, Llewyn fa un casino dietro l'altro e letteralmente fugge da qualsiasi responsabilità, che sia una paternità non prevista, un vecchio malato da accudire o un povero gatto scappato di casa che, per inciso, fa da degno contraltare ad un protagonista incapace di vivere tenendo fede al profetico nome di Ulisse.


Le grottesche disavventure di Llewyn Davis vengono messe su pellicola dall'accurata regia dei Coen, che immergono i personaggi in una gradevole atmosfera vintage, formata da immagini che richiamano spesso e volentieri le immagini dei vecchi vinili. Più della regia però, ho adorato la splendida fotografia permeata di colori freddi, con qualche "macchia" calda qui e là come il pelo del micione rosso o gli abiti dei protagonisti, e anche la colonna sonora, che pur non incontra i miei gusti musicali, è semplicemente perfetta, anacronistica, malinconica e ripetitiva come il povero Davis. Oscar Isaac offre un'interpretazione misurata ma convincente e, assieme a guest star come Carey Mulligan e John Goodman (meraviglioso ed esilarante!) da vita a duetti grotteschi ma assai realistici, probabilmente i momenti migliori della pellicola. Detto questo, mi è piaciuto A poposito di Davis? Sì e no. Come già accaduto con L'uomo che non c'era, probabilmente avrei bisogno di riguardarlo tra qualche anno perché mi è sembrata una di quelle pellicole "da meditazione", che vanno gustate in momenti ben precisi della propria esistenza. Tecnicamente l'ho trovato ineccepibile ma la storia, come già temevo prima ancora di accingermi alla visione, non mi ha entusiasmata tanto quanto avrebbe dovuto e alcuni passaggi mi hanno ammazzata di tedio... forse perché, come la Mulligan, se mi trovassi davanti uno come Llewyn Davis (o come Ed Crane) lo ricoprirei di insulti fino a fargli desiderare di scomparire dalla faccia della terra, chissà. Comunque, A proposito di Davis è senza dubbio un film che vale la visione, quindi lo consiglio.


Dei registi e sceneggiatori Joel ed Ethan Coen ho già parlato qui. Carey Mulligan (Jean), John Goodman (Roland Turner) e F. Murray Abraham (Bud Grossman) li trovate invece ai rispettivi link.

Oscar Isaac (vero nome Oscar Isaac Hernandez) interpreta Llewyn Davis. Guatemalteco, ha partecipato a film come Robin Hood, Sucker Punch, Drive e W. E. - Edward e Wallis. Ha 34 anni e quattro film in uscita. 


Nel film compare anche il cantante Justin Timberlake, che si esibisce assieme a Carey Mulligan nei panni del fidanzato Jim. Se A proposito di Davis vi fosse piaciuto guardate anche Fratello, dove sei? e L'uomo che non c'era. ENJOY!

venerdì 17 maggio 2013

Il grande Gatsby (2013)

Approfittando dell'ultimo giorno della Festa del Cinema, ieri sera sono andata a vedere Il grande Gatsby (The Great Gatsby), diretto da Baz Luhrmann e tratto dall'omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald.


Trama: Nick Carraway, giovanotto di belle speranze intenzionato ad arricchirsi in quel di Wall Street, si trasferisce nel sobborgo di West Egg e scopre di essere diventato il vicino di casa del misterioso Gatsby, un uomo d'affari che ogni sera ospita nella sua dimora le feste più frequentate della città. Un giorno Nick riceve da Gatsby un invito personale e anche la richiesta di un importante favore... 


Ah, vecchio mio. Questa volta, caro Baz, non sei riuscito nell'intento di trasportarmi in un mondo sì tragico, ma anche incantato e meraviglioso, in quel luogo di pura immaginazione che mi aveva irrimediabilmente conquistata guardando Moulin Rouge!. Forse però la colpa, se di colpa si può parlare, non è interamente del regista australiano. Il grande Gatsby è un romanzo a mio avviso impossibile da trasporre in un film, perché la sua bellezza risiede nello stile con cui è scritto più che nella storia stessa. Questo Luhrmann lo ha capito, ha preso la voce narrante di Nick Carraway e l'ha contestualizzata in un triste futuro dove il personaggio si ritrova a scrivere la storia di Gatsby come terapia per i suoi problemi psicologici e di alcolismo, mescolando così immagini e scritte in sovraimpressione, stralci del romanzo ed estratti di alcune lettere scambiate tra Gatsby e Daisy, ma purtroppo non è bastato. Il grande Gatsby, infatti, rimane grande, anzi grandioso, fino a poco oltre la metà della pellicola, paradossalmente proprio fino al momento della riconciliazione dei due sfortunati amanti. Dopo questa svolta importantissima, quello che nel romanzo rimaneva avvolto nel mistero o appena sussurrato nel film viene invece rivelato platealmente e palesato in tutta la sua vuota puerilità, tanto che sembrerebbe quasi di guardare l'imbarazzante puntata di una soap opera (o di una crime story), dove i personaggi discutono, si separano e si riprendono per un nonnulla, sotto lo sguardo attonito e vuoto di chi non c'entra nulla con la vicenda.


Questa incredibile ed ammorbante caduta di tono fa decisamente a pugni con una prima parte scoppiettante, a tratti ironica e a tratti molto tenera, accompagnata da una colonna sonora bellissima (le versioni jazz di successi come Crazy in Love o Back to Black, alternata a nuove hit della sempre affascinante Lana Del Rey e del sempre tamarro Jay-Z) e graziata da sequenze incredibili alle quali persino il 3D rende giustizia: a parte i meravigliosi party che rendono veramente l'idea dell'ottimismo sfrenato e della disgustosa e vuota opulenza pre-depressione, le scene migliori di tutto il film e già ampiamente mostrate nei trailer, ho adorato l'introduzione di Daisy, avvolta da uno svolazzare di tende bianche come se fosse l'incarnazione stessa della leggiadria e della purezza, l'ironica ed orgiastica riunione nell'appartamento di Myrtle, filtrata dal punto di vista di un Tobey Maguire allucinato, l'esilarante primo incontro tra Gatsby e Daisy, ambientato in una saletta mutatasi in serra per l'occasione, lo sciocco e assai coreografico "lancio delle camicie" e, last but not least, il dolce confronto tra i due amanti, in un oscuro e silenzioso giardino trapuntato di stelle, lontano da occhi indiscreti (raramente mi capita di emozionarmi fino sentire battere il cuore più forte, soprattutto in questo genere di film. Ebbene, stavolta mi è successo, grazie Baz). Nella seconda parte del film diciamo che lo stile non viene meno e la regia rimane comunque strepitosa, Luhrmann azzecca un paio di idee da pelle d'oca, come quella di rendere un occhialuto cartellone pubblicitario l'inquietante testimone del delitto finale, ma purtroppo il ritmo rallenta e diventano insostenibili alcune mancanze legate sostanzialmente alla recitazione degli attori e alla caratterizzazione dei personaggi.


Partiamo dagli attori. Caro Leo, ormai ti ho perdonato e ti ho riconosciuto come un grande professionista soprattutto quando i tuoi personaggi sbroccano, i miei complimenti. Premesso che, comunque, la tua faccia da bambolo continua a non farmi sesso manco per niente, come Gatsby sei perfetto, un giusto mix di piacioneria, faccia tosta ed incredibile sensibilità, l'ultimo dei romantici e dei sognatori, una creatura inadatta per la società priva di valori e morale descritta nel romanzo e nella pellicola. Anche Carey Mulligan è perfetta, per quanto la Daisy cinematografica sia ancora più sciocca ed irritante di quella del libro, una vanesia viziata che si riempie la bocca di paroloni solo per rendersi più interessante e che rimane col marito (interpretato magistralmente da Joel Edgerton) solo per avere una vita comoda e rispettabile, talmente scema da dichiarare, pur avendo più corna di un cervo, di averlo amato per un paio di banalissime attenzioni che qualsiasi uomo dovrebbe, di regola, tributare alla propria compagna. Tobey Maguire, invece, è inqualificabile. Espressivo quanto RZA, viene reso inutilmente ridicolo persino quando dovrebbe mantenere un minimo di serietà. All'inizio l'ingenuità del personaggio è divertente e ben si accompagna alla faccina stralunata dell'attore, ma poi basta, santo cielo! Nel romanzo Nick è sì il silenzioso testimone della storia del Grande Gatsby, ma non rimane impalato a seguire gli avvenimenti con la faccia di chi non sta capendo e non capirà mai una mazza, solo per poi buttare lì due frasi sensate senza averne il carisma. Considerato che Maguire compare per più di metà film e che le uniche sequenze in cui si toglie dal viso quella fastidiosa espressione da ebete sono quelle che fanno da cornice alla vicenda, capirete che non è stato facile arrivare alla fine delle due ore e passa di durata. Detto questo, non posso quindi affermare che Il grande Gatsby mi sia piaciuto tanto quanto avrebbe dovuto, né posso lanciarmi nel solito consiglio di andarlo a vedere assolutamente (in 3D poi non vale davvero la pena). E' stato un po' il diludendo dell'anno, nonostante non possa definirlo brutto. Togliete l'aggettivo Grande dal titolo e accingetevi a guardarlo senza farvi troppe illusioni o il cuore potrebbe spezzarvisi come quello del povero Gatsby... ma cercate anche di godervi quanto c'è di bello nella pellicola, lasciandovi ammaliare dall'oggettivo ed innegabile fascino delle sue immagini.


Di Leonardo Di Caprio (Jay Gatsby), Joel Edgerton (Tom Buchanan), Isla Fisher (Myrtle Wilson), Tobey Maguire (Nick Carraway) e Carey Mulligan (Daisy Buchanan) ho già parlato ai rispettivi link.

Baz Luhrmann (vero nome Mark Anthony Luhrmann) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Ballroom – Gara di ballo, Romeo + Giulietta, Moulin Rouge! E Australia. Anche attore e produttore, ha 51 anni.


Sterminato l’elenco di attrici in lizza per il ruolo di Daisy, tra le quali spiccavano Amanda Seyfried, Rebecca Hall, Keira Knightley, Michelle Williams, Natalie Portman, Eva Green, Anne Hathaway, Jessica Alba e Scarlett Johansson, mentre Ben Affleck ha dovuto rinunciare al ruolo di Tom Buchanan per impegni pregressi. Del romanzo di Fitzgerald esistono almeno quattro versioni cinematografiche, la più famosa è quella del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow, vincitrice di due premi Oscar. Sinceramente, non ho mai avuto modo di vederla, ma se Il grande Gatsby vi fosse piaciuto recuperate assolutamente Moulin Rouge! e Romeo + Giulietta. ENJOY!!

Recensione pubblicata anche su The Ed Wooder!

lunedì 7 novembre 2011

Bollalmanacco on Demand - Drive (2011)

Per il Bollalmanacco: On Demand di oggi accoglierò la richiesta del buon Wooder e cercatore di pepite horror/trash Vincent. Parlerò quindi del recente Drive, diretto dal regista Nicolas Winding Refn e tratto dall’omonimo libro di James Sallis.



Trama: un uomo fa lo stuntman di giorno mentre di notte funge da autista per vari rapinatori. Quando un colpo va storto il nostro diventa il bersaglio di un gruppo di mafiosi e la situazione si aggrava perché nel frattempo lui si è innamorato della moglie di uno dei suoi complici…



Drive mi ha spiazzata. Quando è uscito l’ho snobbato senza troppe remore, pensando ad una schifezza alla Fast & Furious, poco convinta dalla bolsa faccetta di Ryan Gosling. L’ho recuperato quasi per scommessa, dopo aver letto recensioni contrastanti scritte da chi lo ha amato follemente e chi lo ha odiato. Ammetto che, per la prima mezz’ora, credevo sarei finita nel secondo gruppo. Per carità, la regia di Refn è tecnicamente ineccepibile, le immagini del guidatore lo fanno diventare tutt’uno con la macchina ed è quasi simpatico vedere come questo genio del volante una volta messi i piedi per terra diventi un gatto di marmo incapace persino di parlare. Ma dopo il primo entusiasmo suscitato dai bei titoli di testa e da una colonna sonora splendida, che richiama le melodie Twinpeaksiane di Badalamenti, stavo cominciando a chiedermi quanto mutismo insensato e quanti momenti imbarazzanti o fintamente buonisti avrei ancora dovuto sopportare. Ed è stato lì che Drive mi ha presa per la collottola e mi ha portata a “cambiare corsia”.



Dopo la prima mezz’ora, infatti, il film diventa scorsesiano nel senso più positivo e meraviglioso del termine. Non sarò la prima e non sarò, credo, l’ultima a paragonare il protagonista di Drive al Travis Bickle di Taxi Driver: entrambi disadattati, entrambi costretti dalle circostanze a diventare giustizieri per proteggere le donne di cui si innamorano. Però il “guidatore” (sì perché Ryan Gosling nel film un nome non ce l’ha o se lo chiamano giuro che non ho colto…) a differenza di Travis non è un povero derelitto facile da ingannare ma un uomo con le palle, quasi superumano, distante dalla gente comune. Nessuno lo fa fesso: lui ha le sue regole (io vi aspetto in macchina per cinque minuti, dopo sono affari vostri, vi ci lascio…), il suo modo di risolvere le cose, i suoi metodi. Di conseguenza, dopo l’ultima, sanguinosa rapina, il registro del film cambia ed assistiamo alla trasformazione del protagonista, da silenzioso protettore della famiglia di Irene a feroce giustiziere di criminali che non esita (giustamente) neppure a prendere a ceffoni le donne che tentano di ingannarlo. Il ritmo della pellicola accelera di botto e noi spettatori non possiamo fare altro che aspettare, rapiti e finalmente interessati al freddo protagonista e al suo destino, di capire come e quando calerà la mannaia su di lui, su Irene o sui loro nemici, trattenendo il fiato e sgranando gli occhi davanti all’efferatezza del meraviglioso mafioso interpretato da Albert Brooks (è il genere di personaggio che adoro, non c’è niente da fare) e dello stesso Ryan Gosling.



In definitiva, voto più che positivo a questo Drive. Non mi è sembrato il capolavoro dell’anno, nonostante molti lo abbiano fatto passare per tale. Ma è un film sicuramente ben diretto, ben recitato (grandissimo Ron Perlman, che in originale carica talmente tanto l’accento da risultare inverosimile, ma d'altronde interpreta un ebreo che vorrebbe essere un mafioso di Little Italy..) e con delle sequenze splendide: le mie preferite sono quella della morte “dolce” tramite rasoiata sul braccio, quella scioccante dell’agguato nel motel e quella del bacio al ralenty in ascensore, attimo di pausa prima dello scatenarsi della violenza, seguito dalla bellissima immagine di Irene che scompare dietro le porte che si chiudono. E, come ho già detto, perfetta la colonna sonora (che io credevo, appunto, composta da Badalamenti visto che così riportano i titoli di testa della versione che ho visto io; mentre mi si dice che l’autore è invece Cliff Martinez), soprattutto la splendida canzone che invita il protagonista a diventare “a real human being and a real hero”. Nonostante l’incertezza del finale, direi proprio che il protagonista c’è riuscito.



Di Ron Perlman, qui nei panni di Nino, ho già parlato qua. Già ospite del Bollalmanacco anche la bravissima Carey Mulligan, che interpreta la dolce Irene.

Nicolas Winding Refn è il regista della pellicola, per la quale ha vinto il premio come miglior regista all’ultimo festival di Cannes. Danese, tra i suoi film conosco solo Pusher e solo per sentito dire, mi toccherà recuperare qualcosa. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 41 anni e un film in uscita.



Ryan Gosling interpreta il protagonista. Canadese, è uno degli attori emergenti attualmente più quotati e ha già ottenuto una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. Lo ricordo per film come Lars e una ragazza tutta sua (che devo ancora vedere…) e Crazy Stupid Love, oltre a serie come Piccoli brividi, Psi Factor e Hercules. Anche produttore, ha 31 anni e quattro film in uscita.



Bryan Cranston interpreta Shannon. Americano, attualmente è molto conosciuto per il suo ruolo di protagonista nella serie Breaking Bad, che mi interesserebbe ma non ho ancora avuto modo di vedere. Ha partecipato a film come Salvate il soldato Ryan, Little Miss Sunshine e Contagion, oltre a serie come Chips, Quando si ama, Baywatch, Power Rangers, Walker Texas Ranger, La signora in giallo, Sabrina - Vita da strega, X - files, Una famiglia del terzo tipo, Jarod il camaleonte, Malcom, How I Met Your Mother; ha inoltre doppiato alcuni episodi delle serie I Griffin e American Dad!. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 55 anni e sette film in uscita, tra cui il remake di Atto di forza, dove interpreterà Cohaagen.



Albert Brooks (vero nome Albert Lawrence Einstein) interpreta Bernie. Americano, ha partecipato a film come Taxi Driver (dove interpretava l'odioso collega di Cybill Shepherd, Tom) e Out of Sight, prestato la voce a personaggi de Il Dottor Dolittle, Alla ricerca di Nemo, I Simpson - Il film e della serie I Simpson, inoltre ha partecipato anche alla serie Weeds. Anche sceneggiatore e regista, ha 64 anni e un film in uscita. E' stato nominato all'Oscar come miglior attore non protagonista per il film Dentro la notizia.



Oscar Isaac, che qui interpreta il marito di Irene, ha partecipato anche al deludente Sucker Punch nei panni del laido proprietario del bordello dove la protagonista sognava di esibirsi. Date un’occhiata anche al medico che ad un certo punto ricuce il protagonista: trattasi nientemeno che di Russ Tamblyn, alias l’ambiguo Dr. Jacoby de I segreti di Twin Peaks. Personalmente, ammetto comunque che avrei trovato MOLTO più interessante la pellicola se il protagonista fosse stato quel figo di Hugh Jackman, come doveva essere all’inizio. Detto questo, vi comunico che il prossimo film on demand sarà A Dangerous Method di David Cronenberg. ENJOY!

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