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mercoledì 25 gennaio 2023

Babylon (2022)

Invogliata da un trailer favoloso, domenica sono corsa al cinema a vedere Babylon, diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Damien Chazelle. Con oggi comincia ufficialmente la Road to the Oscar, visto che Babylon è candidato a tre statuette (Miglior Scenografia, Colonna Sonora e Costumi).


Trama: nella Hollywood di fine anni '20, grandi star e semplici mestieranti devono fare i conti con una nuova era inaugurata dall'avvento del sonoro...


Dopo l'esordio strepitoso con Whiplash avevo un po' litigato con Chazelle. Il suo La La Land, osannato da chiunque, mi aveva lasciata abbastanza tiepida nonostante l'indubbia bellezza formale, mentre di First Man non ricordo nemmeno un fotogramma. Ciò nonostante, il trailer di Babylon, dal montaggio forsennato e accompagnato da una splendida colonna sonora, mi ha attirata fin dalla prima volta che l'ho visto e lo stesso vale per il cast all star che si è piano piano svelato agli occhi dei futuri spettatori. A dimostrazione di quante speranze riponessi in Babylon, non mi sono fatta sviare né dalle stroncature praticamente unanimi di critica e pubblico, né dalla durata elefantiaca della pellicola e, a posteriori, devo dire che sono strafelice di essermelo goduto al cinema (l'unica pecca, come sempre, doppiaggio e adattamento, ma che cosa ci posso fare se a Savona è già un lusso che i film escano?) perché Babylon è diventata la mia prima folgorazione per questo 2023. Ovviamente, capisco perché possa non piacere, e per questo chiedo scusa ai miei due compagni di visione, che verranno testé tirati in ballo: nonostante entrambi abbiano dichiarato di essersi divertiti e abbiano apprezzato molti aspetti del film, il Bolluomo lo ha definito una pellicola "riservata" agli addetti ai lavori, a gente che ama il cinema e ne conosce un po' la storia, la nostra compare invece non ha saputo bene come prenderlo, in quanto troppo strano e sbilanciato nei toni della commedia o della tragedia. In effetti, Babylon è un film sul cinema, scritto e diretto da un autore che il cinema lo ama e lo vive, e tratta un periodo storico ben preciso con riferimenti a fatti ben noti e persone realmente esistite. Le vicende narrate nascono non solo dall'avvento del sonoro, che aveva fatto piazza pulita di molte star del cinema muto (inadeguate per via di una voce inadatta, in totale contrasto con l'aspetto fisico, come nel caso di John Gilbert, che ha ispirato il personaggio di Jack Conrad), ma anche dal ben più "castrante" avvento del Codice Hayes, un compendio di regole severissime atte non solo a regolare regie e sceneggiature (soprattutto per quanto riguardava sesso e violenza ma si andavano a toccare anche mille questioni morali e di "decoro", così che nulla potesse anche solo indurre in tentazione lo spettatore), ma anche la vita degli attori fuori dal set dopo anni di eccessi che il folgorante inizio di Babylon, uno schizofrenico mix di piani sequenza e raccordi di montaggio ad hoc, sbatte in faccia allo spettatore tenendo perfettamente fede al titolo. Hollywood come una Babilonia delirante fatta di orge e morti accidentali, sacrificati all'altare dello spettacolo o del piacere, completamente priva dell'aura di magia che ogni film acquista agli occhi dello spettatore facendolo sognare eppure, lo stesso, affascinante, glamour e desiderabile, come se ogni cosa orribile o scatologica facesse comunque parte dello spettacolo e, dunque, non potesse fare troppo male perché "finta". 


Passando alla critica mossa dalla mia compare, Babylon è certamente un film strano ed atipico ma, a mio avviso, rispecchia in pieno la mancanza di regole dell'epoca del muto nel momento in cui i toni della commedia grottesca la fanno da padrone, perché nella prima parte i protagonisti sono o troppo innocenti o troppo addentro agli ingranaggi del sistema per poter anche solo pensare di offrire il fianco alla disperazione (sempre presente nelle vite dei quattro personaggi principali, basti pensare alla madre di Nelly, alla famiglia perduta di Manny, al razzismo subito da Sidney, ai mille vizi e follie di Jack); con l'arrivo dei grandi cambiamenti nell'industria cinematografica muta anche il tono del film, che diventa sempre più malinconico e tragico, più lento, se vogliamo, perché "il tempo passa quando ci si diverte", ma quando cominciano i problemi inizia a pesare come piombo. La struttura di Babylon, in questo, somiglia molto a quella di capolavori Scorsesiani come Quei bravi ragazzi, Casinò o The Wolf of Wall Street, dove lo spettatore subisce il "fascino dello schifo" e viene talmente distratto dall'abbondanza di dettagli da arrivare a parteggiare persino per personaggi deprecabili e autodistruttivi come Jack o Nelly, la cui vita fatta di eccessi corre, inesorabilmente, incontro al destino di chi non è in grado di gestirsi e, soprattutto nel caso di Nelly, rovina l'esistenza di chiunque abbia la (s)fortuna di incontrarli. Anche in questo caso, giusto per continuare il parallelo con Scorsese, ci sono personaggi con un piede appena fuori dall'illusoria bellezza di Hollywood che fungono da occhio esterno pur non essendo totalmente estranei all'influsso della "Babilonia" e anche il loro destino (abbandonare il carro dei vincitori con la dignità ancora intatta o venire buttati giù a calci perché ancora non sono riusciti a capire le regole del gioco) dipende dal grado di coinvolgimento o di distacco coi quali si rapportano alla sirena del successo; in particolare, l'occhio dello spettatore viene rappresentato da quello di Manny che, in un cerchio (im)perfetto, parte come sognatore appassionato di film, si spoglia di ogni illusione nel momento in cui diventa parte integrante del business, e torna a sognare dopo anni di rifiuto quando si rende conto che, nonostante tutte le delusioni e le esperienze negative, il Cinema è una magia che si rinnova in eterno. 


In tal senso, l'unica critica vera che posso muovere a Chazelle è, forse, l'eccessiva indulgenza nei confronti dell'industria cinematografica. Nonostante venga spesso sottolineato l'orrore nascosto dietro la patina luccicante, il regista e sceneggiatore si mostra anche troppo innamorato dei suoi personaggi e li ammanta di un'aura malinconica e poetica, rendendoli rappresentanti di "bei tempi che non torneranno più" quando, razionalmente, sia Nelly che Jack hanno ben pochi aspetti positivi, salvo l'essere delle vivaci schegge impazzite che vanno contro ogni convenzione. Eppure, magia del cinema o di attori talmente in parte da essere perfetti (sì, Brad Pitt sembra quasi il doppelganger di Di Caprio in C'era una volta... Hollywood ma è comunque intensissimo, la Robbie, con quel vestitino rosso che può portare solo lei, è una dea scesa in terra a prescindere da quanto sia sfatta, il semi-esordiente Diego Calva si porta a casa un primo piano finale da applausi e un'interpretazione degna di un veterano, Jovan Adepo fa una tenerezza infinita e persino Flea è bello, ma mai quanto un P.J. Byrne che vorrei al lavoro ad urlare e bestemmiare ogni volta che qualcuno scazza), quando il film si è avviato verso la sua china tragica e triste non ho potuto fare altro che emozionarmi e piangere, passando attraverso quell'unico momento di ansia e disgusto vero che mi ha fatto pensare a un Chazelle come possibile regista horror e mi ha scosso i nervi più di quanto credessi possibile, alla faccia della bellezza barocca e della grandeur di tutto il resto di Babylon. Il film, per inciso, conferma la bravura di Chazelle come regista, sempre più a suo agio dietro la macchina da presa, con riprese ed inquadrature che annullano ogni confine tra finzione e realtà e si fanno metacinema di alto livello, fonte di interesse per gli spettatori curiosi, affiancate ad altre quasi oniriche, Felliniane, per non parlare di quel finale che sembra quasi un testamento, più che un atto d'amore. E siccome le citazioni e i rimandi non bastano mai, Chazelle omaggia se stesso con la colonna sonora jazzissima del fido Justin Hurwitz, che in qualche modo rievoca quella di La La Land soprattutto nel pezzo strappacuore intitolato Manny and Nellie's Theme (ripresa di Call Me Manny), riproposto più volte a mo' di leitmotiv, il mio preferito assieme a quella splendida Voodoo Mama che si sente già nei trailer. Mi rendo conto di avere scritto un post lungo, raffazzonato e pesante come un macigno, quindi mi taccio e vi dico l'unica cosa importante, ovvero "correte a vedere Babylon", ovviamente al cinema, perché val la pena di passare tre ore (che sembrano una) in quel magico luogo che, da sempre, veicola mille emozioni!


Del regista e sceneggiatore Damien Chazelle ho già parlato QUI. Margot Robbie (Nelly La Roy), Flea (Bob Levine), Brad Pitt (Jack Conrad), Olivia Wilde (Ina Conrad), Joe Dallesandro (Charlie/Fotografo), Lukas Haas (George Munn), Patrik Fugit (Agente Elwood), Eric Roberts (Robert Roy), P.J. Byrne (Max), Max Minghella (Irving Thalberg), Samara Weaving (Costance Moore), Katherine Waterston (Estelle), Ethan Suplee (Wilson), Tobey Maguire (James McKay) e Spike Jonze (Otto) li trovate invece ai rispettivi link.

Jovan Adepo interpreta Sidney Palmer. Inglese, ha partecipato a film come Barriere, Madre!, Overlord e a serie quali L'ombra dello scorpione. Ha 35 anni e un film in uscita. 


Jean Smart, che interpreta Elinor St. John, era la Melanie della serie Legion mentre del carismatico Diego Calva, che interpreta Manny ed è stato persino nominato al Globe, non ho mai visto nulla. Tra gli altri attori più o meno conosciuti segnalo Kaia Gerber (già nel cast di American Horror Story/Stories, qui interpreta un'attricetta), Li Jun Li (la Rose della serie L'esorcista, qui nei panni di Lady Fay Zhu) e Olivia Hamilton (interpreta Ruth Adler e, oltre ad essere la moglie di Chazelle, ha partecipato a La La Land e First Man). Emma Stone era stata scelta per il ruolo principale quando il film doveva essere una sorta di biografia della diva del muto Clara Bow ma ha dovuto rinunciare a causa dei ritardi della produzione e, quando è stata ingaggiata Margot Robbie, il suo personaggio si è distaccato maggiormente dalla fonte di ispirazione iniziale. Se Babylon vi fosse piaciuto recuperate C'era una volta a... Hollywood, La La Land, Viale del tramonto e Cantando sotto la pioggia. ENJOY!


venerdì 7 gennaio 2022

Spider-Man: No Way Home (2021)

Finalmente domenica sono andata a vedere Spider-Man: No Way Home, diretto nel 2021 dal regista Jon Watts, dopo un'attesa di quasi un mese dovuta alla gente folle che si è riversata a frotte in sale, come quella savonese, dove le regole anti-covid, prima dell'obbligo di portare la FFP2, erano pura utopia. Vediamo un po' se è valsa la pena attendere!


Trama: dopo che Mysterio ha rivelato al mondo l'identità di Spider-Man, la vita di Peter Parker e dei suoi amici è diventata un disastro. Il ragazzo decide quindi di chiedere aiuto a Doctor Strange per cancellare la memoria delle persone ma ovviamente l'incantesimo va storto...


Sì, ne è valsa la pena. Non sono di quelle che definiscono i film Marvel dei capolavori, anche perché salvo pochissimi casi li ho tutti dimenticati ad una settimana dalla visione, ma No Way Home ha davvero il suo perché e oserei dire (ma, come avete letto, non sono granché affidabile) che è una delle poche pellicole del MCU a curare veramente il personaggio protagonista, facendolo evolvere e crescere tra gioie e dolori; non so se è un paragone da fare, anche perché i Potterhead sono più micidiali dei fan del MCU, ma l'evoluzione del personaggio Spider-man interpretato da Tom Holland mi ha ricordato i romanzi di Harry Potter, dove i primi due erano libri per bambini semplici e principalmente ironici, poi dal terzo in poi i toni si sono fatti più cupi e i protagonisti più complessi e problematici. A costo di privare della freschezza il Peter Parker di Holland, credo sia questa la strada da seguire per elevarlo dal novero di eroi "cazzari" i cui problemi durano il giro di un film, sepolti da una salva ininterrotta di battute e siparietti esilaranti, perché, se ci pensate, il Bimbo Ragno del MCU finora ha avuto vita molto facile: è entrato di diritto nella squadra di eroi più forti della Terra, preso subito sotto l'ala potente di Stark, che lo ha fornito di ogni tipo di gadget, e dopo la morte dell'adorato Tony ci hanno pensato Happy Hogan e Nick Fury a far sì che a Peter non mancasse nulla. A fare cerchio attorno alla sua identità segreta, oltre ai due pesi massimi, c'erano anche l'adorata zia May, l'amico fraterno Ned e la fidanzata MJ, cosa che ha sempre consentito a Peter di vivere come un'adolescente normale ma anche come supereroe, una fortuna che credo non sia mai toccata a nessun ragazzino di nessun fumetto, film o cartone animato, e tutte queste cose combinate hanno fatto sì che Peter Parker diventasse una sorta di ragazzino viziato, dolce e carino quanto volete ma comunque privo di una dose di durezza e indipendenza tali da renderlo un supereroe consapevole e responsabile, e questo viene sottolineato parecchie volte nel corso di No Way Home, che sbatte in faccia al protagonista fin da subito una situazione dalla quale il ragazzo non potrebbe mai fuggire da solo, senza essere "paraculato" a più livelli. 


Purtroppo, sarà proprio questa consapevolezza di avere sempre e comunque le spalle coperte che causerà il casino cosmico che ha fatto bagnare il 90% dei nerd del pianeta e che ha trasformato No Way Home in un vero e proprio evento, rendendolo più ricco, intrigante e anche piacevole da guardare, non posso negarlo. Giocherò a carte mezze scoperte senza fare troppi spoiler, tanto ormai il film lo avranno visto tutti (ma, se non l'avete ancora fatto, evitate l'infoporn con tutti i nomi degli attori coinvolti) e il mio blog ormai è meno letto di Grand Hotel, dicendo che rivedere certi volti è stato come riavvolgersi in una calda coperta, souvenir dei bei tempi in cui i cinecomics erano ancora appannaggio di poche case di produzione pazze e registi che ci credevano senza omologarsi, un rischio per lo spettatore che apriva il cuore alla speranza e poi rischiava di ritrovarsi tra le mani una mezza ciofeca ma, nonostante tutto, si teneva le urla di dolore nel cuore perché non erano ancora spuntati internet e i maledetti social a dar voce anche alle capre. L'interazione tra i moltissimi personaggi presenti nel film mi è parsa naturale e rispettosa delle personalità dei coinvolti (almeno, di quelli che conoscevo) e se è vero che è sempre divertente vedere Doctor Strange alle prese con quelle che per lui sono fondamentalmente delle inutili minchie di mare a fronte della sua infinita e spocchiosa sapienza, è ancora più vero che un film senza dramma sarebbe nulla e che i signori attori sono pochi ma riescono a nobilitare pellicole ben peggiori di queste: qui, in particolare, c'è un attore che mangia la scena a tutti quelli che si ritrovano a doverla condividere con lui, arricchendo non solo le loro interpretazioni, ma anche le sequenze appena successive alla sua apparizione, nelle quali il fantasma della sua presenza aleggia ancora, impossibile da ignorare. Si piange parecchio in No Way Home e, come ho scritto sopra, è giusto così, perché un po' di cupezza rende i personaggi più complessi e migliori, al di là di tutto il codazzo di gag ed effetti speciali che possono accompagnare le loro avventure.


Questi ultimi elementi, ovviamente, non mancano. Come nei primi due film si cerca di approfondire la vita scolastica e sentimentale di Peter Parker, e ormai il terzetto Holland/Zendaya/Batalon è talmente affiatato che viene da pensare che i tre siano molto amici anche fuori dal set, inoltre a Batalon è richiesto di alleggerire un po' le atmosfere fungendo da elemento comico. In questo caso, gli sceneggiatori sono riusciti a tenersi in ottimo equilibrio senza sconfinare nella farsa e anche a gestire le fila di una storia comunque assai complessa a livello di continuity senza troppe sbavature (non chiedetemi lumi in merito, mi mancano pezzi di puzzle. Fate come se doveste guardare Tenet, godetevelo e non fate domande). Passando agli effetti speciali, io ho un debole per la magia di Strange e per la sua dimensione specchio, ho dunque trovato l'intera sequenza di combattimento tra lui e Spider-Man assai entusiasmante vista su grande schermo, oltre ad avere ovviamente apprezzato lo showdown finale, chiaro e dettagliato nonostante l'abbondanza di personaggi e poteri coinvolti, e la scena centrale del film, dove Spider-Man viene messo di fronte ai suoi limiti nel modo più violento e tragico possibile. Non riesco, al momento, a prevedere che direzione prenderanno le avventure di Spider-Man (e nemmeno dell'MCU vista la graditissima guest star che compare a un certo punto!!), soprattutto visto che è il Dottor Strange il fulcro delle anticipazioni post-credit, ma se l'ex Bimbo-Ragno dovesse tornare in futuro tornerò al cinema a fargli compagnia perché ormai ho cominciato a volergli molto bene, nonostante le dichiarazioni scellerate del minchietta che lo interpreta. 
 

Del regista Jon Watts ho già parlato QUITom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ), Benedict Cumberbatch (Doctor Strange), Jon Favreau (Happy Hogan), Jamie Foxx (Max Dillon/Electro), Willem Dafoe (Norman Osborn/Goblin), Alfred Molina (Dr. Otto Octavius/Doc Ock), Benedict Wong (Wong), Tony Revolori (Flash Thompson), Marisa Tomei (May Parker), Andrew Garfield (Peter Parker/Spider-Man), Tobey Maguire (Peter Parker/Spider-Man), Angourie Rice (Betty Brant), Martin Starr (Mr. Harrington), J.K.Simmons (J. Jonas Jameson), Rhys Ifans (Dr. Curt Connors/Lizard), Charlie Cox (Matt Murdock) e Tom Hardy (Eddie Brock/Venom) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jacob Batalon interpreta Ned Leeds. Hawaiano, ha partecipato a film come Spiderman: Homecoming, Blood Fest, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e Spiderman: Far From Home. Ha 26 anni. 


Thomas Haden Church interpreta Flint Marko/L'uomo sabbia. Americano, ha partecipato a film come Il cavaliere del male, Sideways, Spider-Man 3 e Hellboy. Ha 62 anni e due film in uscita.


La trama del film, che avrebbe dovuto riprendere una delle scene post-credits di Far From Home, quella in cui si scopre che i Maria Hill e Nick Fury della Terra sono in realtà degli Skrull mentre il vero Fury è nello spazio, è stata completamente cambiata per poter realizzare la mini-serie Secret Invasion, che dovrebbe uscire quest'anno. Nell'attesa che ciò, accada, se Spider-Man: No Way Home vi fosse piaciuto recuperate Spider-Man: Homecoming, Spider-Man: Far From Home, Doctor Strange, la serie Wanda/Vision (peraltro molto ma molto carina), Shang Chi e la leggenda dei 10 anelli... e poi armatevi di santa pazienza vintage con Spider-Man, Spider-Man 2, Spider-Man 3, The Amazing Spider-Man e The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro, mentre potete serenamente evitare quella cacca fumante di Venom e, ovviamente, Venom 2. ENJOY!

venerdì 17 maggio 2013

Il grande Gatsby (2013)

Approfittando dell'ultimo giorno della Festa del Cinema, ieri sera sono andata a vedere Il grande Gatsby (The Great Gatsby), diretto da Baz Luhrmann e tratto dall'omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald.


Trama: Nick Carraway, giovanotto di belle speranze intenzionato ad arricchirsi in quel di Wall Street, si trasferisce nel sobborgo di West Egg e scopre di essere diventato il vicino di casa del misterioso Gatsby, un uomo d'affari che ogni sera ospita nella sua dimora le feste più frequentate della città. Un giorno Nick riceve da Gatsby un invito personale e anche la richiesta di un importante favore... 


Ah, vecchio mio. Questa volta, caro Baz, non sei riuscito nell'intento di trasportarmi in un mondo sì tragico, ma anche incantato e meraviglioso, in quel luogo di pura immaginazione che mi aveva irrimediabilmente conquistata guardando Moulin Rouge!. Forse però la colpa, se di colpa si può parlare, non è interamente del regista australiano. Il grande Gatsby è un romanzo a mio avviso impossibile da trasporre in un film, perché la sua bellezza risiede nello stile con cui è scritto più che nella storia stessa. Questo Luhrmann lo ha capito, ha preso la voce narrante di Nick Carraway e l'ha contestualizzata in un triste futuro dove il personaggio si ritrova a scrivere la storia di Gatsby come terapia per i suoi problemi psicologici e di alcolismo, mescolando così immagini e scritte in sovraimpressione, stralci del romanzo ed estratti di alcune lettere scambiate tra Gatsby e Daisy, ma purtroppo non è bastato. Il grande Gatsby, infatti, rimane grande, anzi grandioso, fino a poco oltre la metà della pellicola, paradossalmente proprio fino al momento della riconciliazione dei due sfortunati amanti. Dopo questa svolta importantissima, quello che nel romanzo rimaneva avvolto nel mistero o appena sussurrato nel film viene invece rivelato platealmente e palesato in tutta la sua vuota puerilità, tanto che sembrerebbe quasi di guardare l'imbarazzante puntata di una soap opera (o di una crime story), dove i personaggi discutono, si separano e si riprendono per un nonnulla, sotto lo sguardo attonito e vuoto di chi non c'entra nulla con la vicenda.


Questa incredibile ed ammorbante caduta di tono fa decisamente a pugni con una prima parte scoppiettante, a tratti ironica e a tratti molto tenera, accompagnata da una colonna sonora bellissima (le versioni jazz di successi come Crazy in Love o Back to Black, alternata a nuove hit della sempre affascinante Lana Del Rey e del sempre tamarro Jay-Z) e graziata da sequenze incredibili alle quali persino il 3D rende giustizia: a parte i meravigliosi party che rendono veramente l'idea dell'ottimismo sfrenato e della disgustosa e vuota opulenza pre-depressione, le scene migliori di tutto il film e già ampiamente mostrate nei trailer, ho adorato l'introduzione di Daisy, avvolta da uno svolazzare di tende bianche come se fosse l'incarnazione stessa della leggiadria e della purezza, l'ironica ed orgiastica riunione nell'appartamento di Myrtle, filtrata dal punto di vista di un Tobey Maguire allucinato, l'esilarante primo incontro tra Gatsby e Daisy, ambientato in una saletta mutatasi in serra per l'occasione, lo sciocco e assai coreografico "lancio delle camicie" e, last but not least, il dolce confronto tra i due amanti, in un oscuro e silenzioso giardino trapuntato di stelle, lontano da occhi indiscreti (raramente mi capita di emozionarmi fino sentire battere il cuore più forte, soprattutto in questo genere di film. Ebbene, stavolta mi è successo, grazie Baz). Nella seconda parte del film diciamo che lo stile non viene meno e la regia rimane comunque strepitosa, Luhrmann azzecca un paio di idee da pelle d'oca, come quella di rendere un occhialuto cartellone pubblicitario l'inquietante testimone del delitto finale, ma purtroppo il ritmo rallenta e diventano insostenibili alcune mancanze legate sostanzialmente alla recitazione degli attori e alla caratterizzazione dei personaggi.


Partiamo dagli attori. Caro Leo, ormai ti ho perdonato e ti ho riconosciuto come un grande professionista soprattutto quando i tuoi personaggi sbroccano, i miei complimenti. Premesso che, comunque, la tua faccia da bambolo continua a non farmi sesso manco per niente, come Gatsby sei perfetto, un giusto mix di piacioneria, faccia tosta ed incredibile sensibilità, l'ultimo dei romantici e dei sognatori, una creatura inadatta per la società priva di valori e morale descritta nel romanzo e nella pellicola. Anche Carey Mulligan è perfetta, per quanto la Daisy cinematografica sia ancora più sciocca ed irritante di quella del libro, una vanesia viziata che si riempie la bocca di paroloni solo per rendersi più interessante e che rimane col marito (interpretato magistralmente da Joel Edgerton) solo per avere una vita comoda e rispettabile, talmente scema da dichiarare, pur avendo più corna di un cervo, di averlo amato per un paio di banalissime attenzioni che qualsiasi uomo dovrebbe, di regola, tributare alla propria compagna. Tobey Maguire, invece, è inqualificabile. Espressivo quanto RZA, viene reso inutilmente ridicolo persino quando dovrebbe mantenere un minimo di serietà. All'inizio l'ingenuità del personaggio è divertente e ben si accompagna alla faccina stralunata dell'attore, ma poi basta, santo cielo! Nel romanzo Nick è sì il silenzioso testimone della storia del Grande Gatsby, ma non rimane impalato a seguire gli avvenimenti con la faccia di chi non sta capendo e non capirà mai una mazza, solo per poi buttare lì due frasi sensate senza averne il carisma. Considerato che Maguire compare per più di metà film e che le uniche sequenze in cui si toglie dal viso quella fastidiosa espressione da ebete sono quelle che fanno da cornice alla vicenda, capirete che non è stato facile arrivare alla fine delle due ore e passa di durata. Detto questo, non posso quindi affermare che Il grande Gatsby mi sia piaciuto tanto quanto avrebbe dovuto, né posso lanciarmi nel solito consiglio di andarlo a vedere assolutamente (in 3D poi non vale davvero la pena). E' stato un po' il diludendo dell'anno, nonostante non possa definirlo brutto. Togliete l'aggettivo Grande dal titolo e accingetevi a guardarlo senza farvi troppe illusioni o il cuore potrebbe spezzarvisi come quello del povero Gatsby... ma cercate anche di godervi quanto c'è di bello nella pellicola, lasciandovi ammaliare dall'oggettivo ed innegabile fascino delle sue immagini.


Di Leonardo Di Caprio (Jay Gatsby), Joel Edgerton (Tom Buchanan), Isla Fisher (Myrtle Wilson), Tobey Maguire (Nick Carraway) e Carey Mulligan (Daisy Buchanan) ho già parlato ai rispettivi link.

Baz Luhrmann (vero nome Mark Anthony Luhrmann) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Ballroom – Gara di ballo, Romeo + Giulietta, Moulin Rouge! E Australia. Anche attore e produttore, ha 51 anni.


Sterminato l’elenco di attrici in lizza per il ruolo di Daisy, tra le quali spiccavano Amanda Seyfried, Rebecca Hall, Keira Knightley, Michelle Williams, Natalie Portman, Eva Green, Anne Hathaway, Jessica Alba e Scarlett Johansson, mentre Ben Affleck ha dovuto rinunciare al ruolo di Tom Buchanan per impegni pregressi. Del romanzo di Fitzgerald esistono almeno quattro versioni cinematografiche, la più famosa è quella del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow, vincitrice di due premi Oscar. Sinceramente, non ho mai avuto modo di vederla, ma se Il grande Gatsby vi fosse piaciuto recuperate assolutamente Moulin Rouge! e Romeo + Giulietta. ENJOY!!

Recensione pubblicata anche su The Ed Wooder!

lunedì 30 agosto 2010

Paura e delirio a Las Vegas (1998)

Lo avevo già visto una volta, mi era piaciuto. Ho voluto riprovarci, mi è ripiaciuto e ora mi trovo davanti l’ingrato compito di recensire un film complicato ed assurdo come Paura e delirio a Las Vegas (Fear and Loathing in Las Vegas), tratto dal libro Paura e disgusto a Las Vegas di Hunter S. Thompson e girato nel 1998 da Terry Gilliam. Pigliatevi la vostra droga sintetica preferita e continuate la lettura…

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Il giornalista Raoul Duke, assieme all’amico e avvocato Dr. Gonzo partono alla volta di Las Vegas per un paio di reportage, con una quantità incredibile di droghe al seguito. Difficile trovare il tempo e le facoltà mentali per scrivere gli articoli quando queste ultime sono praticamente annientate da qualunque droga esistente al mondo…

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La trama di per sé è facile, perché è praticamente inesistente. Dovete sapere che tutto quello che troverete nel film (o quasi), deliri e visioni compresi, è tratto da quella specie di narrazione autobiografica che è, appunto, Paura e disgusto a Las Vegas, l’opera principale di una corrente denominata Gonzo Journalism di cui Thompson è praticamente il padre. Ora, per chi non lo sapesse, in due parole, il Gonzo Journalism è un tipo di giornalismo che racconta al pubblico fatti veri pesantemente filtrati dal punto di vista soggettivo del giornalista, che aggiunge pensieri, considerazioni proprie e anche un bel po’ di immaginazione. Se poi l’immaginazione è scatenata dall’ingestione di pesanti droghe non si capisce più dove finisca la realtà e dove cominci la finzione.

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Ora, pensate come dev’essere rendere in pellicola un casino simile. Dopo dieci minuti di film, lo giuro, non si capisce quasi più il motivo per cui Duke e Gonzo sono a Las Vegas: basta accettare la cosa, rilassarsi sulla poltrona e godersi il trip per apprezzare Paura e delirio a Las Vegas. La cosa per fortuna non è difficile perché le immagini con cui Gilliam riempie la testa dello spettatore sono vividi spezzoni di puro delirio: ci sono avvocati che si trasformano in Satana, stanze di hotel allagate, persone che si trasformano in umanoidi simili a lucertole, immaginari processi inquietanti come quelli di Alice nel Paese delle Meraviglie e, soprattutto, il kitch di Las Vegas: la città dove più di ogni altra si concentrano il Sogno americano e la distruzione dello stesso, un trionfo di luci, suoni, colori che si spreca per riempire quel gigantesco Nulla su cui si regge il tempio del divertimento e della perdizione per eccellenza. Non è un caso che Duke e Gonzo si strafacciano di qualunque cosa e proprio lì; da come l’ho capita io, il film e il libro non vogliono essere né un elogio né una critica delle droghe pesanti, ma semplicemente la constatazione di come una generazione di americani delusi dal loro stesso paese cercassero di evadere dalla realtà con l’intenzione di “ribellarsi al sistema” finendo poi per diventare inutili e molli come l’oggetto del loro disgusto. E Las Vegas è ovviamente la summa di tutto quanto è inutile, superfluo e ridicolo in America. 

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Inutile andare avanti a descrivere il film, dovete provarlo. Sappiate solo che Johnny Depp (abbruttito e trash da morire, immerso nei veri abiti di Thompson e praticamente un sosia del giornalista) nei panni di Duke è semplicemente geniale, con i suoi versi da squinternato e le sue pose da paranoico, e Benicio del Toro, che di solito, come ho detto in un post precedente, vorrei abitasse nel mio armadio, in questa pellicola è schifoso, laido e sucido a livelli improponibili, il personaggio più esilarante e al tempo stesso più odioso di tutta l’accozzaglia di freaks che ci vengono mostrati. Un essere che viene perfettamente descritto dallo stesso Duke: “One of God's own prototypes. Some kind of high-powered mutant never even considered for mass production. Too weird to live, and too rare to die” (Uno dei prototipi di Dio. Una specie di potentissimo mutante che non è mai stato preso nemmeno in considerazione per una produzione in serie. Troppo strano per vivere e troppo raro per morire. – E scusate la traduzione maffa - ). Se pensate che questo personaggio è esistito veramente, non vi viene voglia di dare un’occhiata a questo particolarissimo film?

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Di Johnny Depp ho già parlato in questi post, mentre un piccolo excursus della carriera di Benicio del Toro lo trovate qua.

Terry Gilliam è il regista della pellicola. Ex membro dei Monty Python, il visionario per eccellenza (e unico americano) del gruppo inglese, lo ricordo per aver diretto e scritto film complicatissimi e affascinanti, tra cui Monty Python, Brazil, La leggenda del re pescatore, L’esercito delle 12 scimmie, The Brothers Grimm e Parnassuss – L’uomo che voleva ingannare il diavolo. Ha 70 anni e un film in progetto che ormai sta diventando quasi una barzelletta per i fan del regista: The Man Who Killed Don Quixote, una delle pellicole più osteggiate, rimandate, sfigate della storia del cinema moderno. Auguri, Terry!

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Christina Ricci interpreta Lucy. Impossibile dimenticare la faccetta tonda della ragazzina che interpretava la dolcissima Kate in Sirene, la meravigliosa Mercoledì ne La Famiglia Addams e La Famiglia Addams 2 o la tenera Kat in Casper; anche se negli ultimi tempi la signorina si è un po’ persa in tristi produzioni è sempre un piacere vederla recitare. Oltre ai film citati ricordo Tempesta di ghiaccio, Small Soldiers, Pecker, Il mistero di Sleepy Hollow, La morsa del diavolo, e l’inguardabile Cursed – Il maleficio. Ha partecipato a telefilm come Malcom, Ally McBeal, Joey, Grey’s Anatomy e doppiato un episodio de I Simpson. Americana, ha 30 anni e quattro film in uscita.

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Cameron Diaz interpreta la giornalista bionda concupita da Gonzo. Altra attrice che, personalmente, amo alla follia, la ricordo per film come The Mask, Una cena quasi perfetta, Acque profonde, Il matrimonio del mio migliore amico, Una vita esagerata, Tutti pazzi per Mary, il carinissimo Cose molto cattive, il particolarissimo Essere John Malkovich, Charlie’s Angels, Minority Report, Gangs of New York, Charlie’s Angels: più che mai e i nuovissimi The Box e Innocenti bugie che vorrei vedere assolutamente. Ha anche prestato la voce alla principessa Fiona in tutti e quattro i film di Shrek, l’ultimo dei quali sta uscendo proprio in questi giorni. Americana, ha 38 anni e due film in uscita.

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Tobey Maguire interpreta l’orrendo streppone che chiede un passaggio a Gonzo e Duke. Uno dei tanti attori americani giovani, bellocci e sopravvalutati, che durano una o due stagioni per film più o meno d’impatto (in questo caso il signorino ha incarnato nientemeno che Peter Parker nella trilogia di Spider Man diretta da Sam Raimi), lo ricordo per film come Tempesta di ghiaccio, Harry a pezzi, i bellissimi Pleasantville e Le regole della casa del sidro e l’orrido Seabiscuit; ha recitato inoltre nei telefilm Ai confini della realtà, Blossom, Pappa e ciccia e Walker Texas Ranger. Americano, ha 35 anni e tre film in uscita.

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Tra le miriadi di guest star che fanno comparsate più o meno lunghe all’interno del film segnalo Verne Troyer, il Minime della serie Austin Powers, il bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, che interpreta un musicista, e due reduci de Il miglio verde: Michael Jeter (Eduard Delacroix nel film di Darabont) nei panni di un assurdo psicologo anti – droga, e Harry Dean Stanton (Toot – Toot) nei panni di un giudice. Anche l’autore del libro omonimo da cui è tratto il film, Hunter S. Thompson, compare in un flashback. A quanto pare, comunque, la gestazione del film è stata tutt’altro che rosea e ad occhio e croce risale a metà degli anni ’70 visto che per interpretare i due protagonisti era in lizza innanzitutto la coppia Jack NicholsonMarlon Brando poi, quando il duo è diventato troppo vecchio, si era pensato ai mitici Dan Aykroyd e John Belushi, ma dopo la morte di quest’ultimo il casting è andato a farsi friggere e per un po’ si era parlato di avere John Malkovich nel ruolo di Duke, ed alla fine era stato quasi confermato John Cusack. Peccato, tutte le accoppiate e i singoli attori scelti sarebbero state vincenti e ben particolari! A confermare la difficoltà di girare un film simile c’è anche la decisione di registi del calibro di Oliver Stone e Martin Scorsese che hanno rinunciato all’impresa. Non una pellicola facile né per i coinvolti né per gli spettatori, ma se vi è piaciuta vi consiglio, per motivi diversi, di vedere Easy Rider (per avere un altro scorcio dell’epoca), A Scanner Darkly (per vedere un altro film dove droghe e deliri la fanno da padrone) e infine 8 ½ di Fellini (per dare testimonianza di un’altra autobiografia pesantemente filtrata da sogni e fantasia). E ora vi lascio con lo stranamente normalissimo trailer del film! ENJOY!



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