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martedì 3 febbraio 2026

Send Help (2026)

Sabato sono andata a vedere Send Help, diretto dal regista Sam Raimi.


Trama: Linda e il suo capo Bradley sono gli unici sopravvissuti di un incidente aereo che li ha visti naufragare su un isola deserta. La convivenza tra i due si rivela, fin dall'inizio, molto difficile....


Non potevo esimermi dal correre al cinema per testimoniare il ritorno di Sam Raimi al genere horror, diciassette anni dopo Drag Me to Hell. In realtà, Send Help non è proprio un horror, è più una commedia nerissima con pennellate di violenza grottesca e sporadiche incursioni nello splatter, ma contiene in sé molto dell'umorismo corrosivo e del senso del grottesco che ha reso famoso il regista. La trama è tristemente attuale, tanto che, all'inizio, mi è sembrato di stare guardando un documentario su una multinazionale. Linda, workaholic sciatta e remissiva, lavora come dipendente del reparto strategia e pianificazione all'interno di un'azienda il cui presidente è da poco venuto a mancare. Tra le ultime volontà dell'uomo c'era una promozione per Linda, la migliore del reparto, ma il figlio Bradley, subentratogli come presidente, decide di ignorarle platealmente, disgustato dall'aspetto e dal modo di fare rozzo della donna, preferendo circondarsi di molluschi in carriera di sesso maschile, col suo stesso background universitario. Su suggerimento di un consigliere, Bradley decide comunque di portarsi dietro Linda per risolvere una questione spinosa in Thailandia, ma l'aereo dove viaggiano si schianta, lasciando i due come unici sopravvissuti. Bloccati su un'isola deserta, Linda prospera grazie alle conoscenze pratiche derivate dalla passione sfrenata per il survivalismo, mentre Bradley, ferito a una gamba, non solo si conferma un'ameba inutile, ma rimane testardamente (e stupidamente) attaccato alle dinamiche sociali/lavorative di un mondo civilizzato che potrebbe non rivedere mai più. Epurato delle inevitabili estremizzazioni a beneficio della spettacolarità, il rapporto tra Linda e Bradley è verosimile in maniera angosciante. Linda è un'inguaribile ottimista convinta che la sua abilità lavorativa le consentirà di conquistare non tanto il prestigio economico, ma la stima e l'approvazione di colleghi e superiori, che finalmente riusciranno a vedere oltre il suo aspetto e la sua social awkwardness per apprezzarla come merita. Imbevuta di slogan motivazionali e manuali di self help, Linda combatte contro i mulini a vento di una società che, in quanto donna, sciatta e goffa, non la metterà mai in una posizione di rilievo. Lo stesso presidente ha deciso di promuoverla una volta prossimo alla fine della propria carriera, come a volersi sgravare di un peso lasciando poi la patata bollente ad altri, nella fattispecie il figlio Bradley, e purtroppo per Linda quest'ultimo è l'apoteosi del figlio di papà incapace, arrogante, ignorante e convinto di essere Dio perché papino gli ha lasciato in eredità un'azienda. Quando parlavo di documentario, è perché io un Bradley l'ho visto e vissuto (pur avendo avuto la fortuna enorme di non essere la sua Linda), e il fatto che i Bradley di questo mondo non riescano minimamente a capire come cambino le situazioni e il mondo attorno a loro ma continuino a pensare di godere di una miracolosa immunità in virtù della loro immeritata posizione sociale, è la pura verità, non fiction.


Bradley è l'evoluzione (anzi, l'ulteriore involuzione) dell'impiegata che, in Drag Me to Hell, rifiutava la proroga del mutuo alla zingara perché disgustata dal suo aspetto, e Linda è comunque vittima dello stesso sistema che costringeva Christine a comportarsi da merda disumana per dimostrare il proprio valore. Linda, per la maggior parte della sua vita, ha pagato la determinazione a non snaturarsi, finché in lei qualcosa si spezza proprio perché la sua bontà è stata sempre, sistematicamente, testardamente rispedita al mittente con una smorfia di disprezzo. Send Help è stato definito un mix di Misery non deve morire e Cast Away; ricamare troppo su questo aspetto significherebbe incappare in spiacevoli spoiler, ma diciamo solo che, se è difficile empatizzare con la Annie kinghiana, ogni decisione di Linda, per quanto viziata da una certa dose di follia sottesa, è da accogliersi in maniera entusiasta come reazione a tutta la merda che è stata costretta ad inghiottire da sempre e anche come il sogno un po' girlie di una donna che, nella solitudine della giungla selvaggia, è riuscita a ritrovare se stessa. La regia di Raimi asseconda questa evoluzione di Linda, accompagna il gioioso sfogo di chi è rimasto imprigionato per anni da scrivanie e sciatti abiti da ufficio, liberandolo con gloriosi fiotti di sangue, panoramiche di paesaggi da sogno e terrificanti scorci di una natura pericolosa e selvaggia, e per questo ancora più gratificante da dominare. Il regista sottolinea anche l'aspetto ridicolo e grottesco della situazione, ricorrendo a bestie innaturalmente mostruose che, quando non affrontano direttamente i protagonisti, li spiano nascoste tra le foglie e le rocce oppure, a loro stessa insaputa, diventano i veicoli di macchinazioni perfidamente umane. A proposito di mostri, Raimi non rinuncia a zampate sovrannaturali e visionarie, né a mostrare l'orrore che si annida nell'animo umano, ricorrendo sul finale ad una metamorfosi da brividi, affidata interamente al make-up e alla bravura degli interpreti. Rachel McAdams divora la scena con un personaggio al tempo stesso delizioso ed esasperante, adorabile per la sua estrema ironia e per quella vena di pazzia nutrita da una vita solitaria, passata a divorare libri e serie TV a tema survivalista e, probabilmente, anche film come Laguna blu o Paradise. Dylan O'Brien, con quella sua naturale faccetta da cazzo, è un figlio di papà perfetto, un viscido serpente a sonagli da cui guardarsi quando il suo sguardo esprime un disgusto senza limiti, ma soprattutto quando sfodera una perfetta chiostra di denti bianchissimi, pronto a far cadere le donne ai suoi piedi. E su questo spezzo una lancia a favore della sceneggiatura di Damian Shannon e Mark Swift. Pur essendo spesso derivativo e un po' tirato per le lunghe, Send Help ha il pregio di non ricorrere a facili soluzioni e cliché, mantenendo il personaggio di Linda all'interno di una zona d'ombra sufficiente a non riuscire ad incasellarlo in positivo o in negativo, e questo rende il film ancora più interessante. Vi consiglio, dunque, di non sottovalutarlo solo perché non è un horror tout court, e di correre al cinema a vederlo!


Del regista Sam Raimi ho già parlato QUI. Rachel McAdams (Linda Liddle), Dylan O'Brien (Bradley Preston), Xavier Samuel (Donovan) e Dennis Haysbert (Franklin) li trovate invece ai rispettivi link.


Bruce Campbell
compare come padre di Bradley in una foto all'interno del suo ufficio. Se Send Help vi fosse piaciuto recuperate Severance - Tagli al personale, The Belko Experiment e Drag Me to Hell. ENJOY! 

venerdì 28 marzo 2025

2025 Horror Challenge: Body Bags (1993)

La challenge horror oggi ha come tema "film per la TV". La scelta è caduta su Body Bags - Corpi estranei (Body Bags), diretto dai registi John Carpenter e Tobe Hooper nel 1993.


Body Bags
è un po' un cheat, nel senso che era nato come serie antologica per la televisione, ma è diventato un film quando l'emittente Showtime ha deciso di sospendere il progetto. Di un'intera serie sono rimasti dunque tre episodi e una cornice assai simile, per atmosfere e stile, agli intermezzi de I racconti della cripta, dove un "narratore" dall'umorismo assai macabro introduceva l'episodio settimanale. Il narratore, in questo caso, è quello delle grandi occasioni, perché proprio John Carpenter, nei panni di un coroner dedito al consumo di formalina e ben poco schifato dai cadaveri che lo circondano, funge da anfitrione all'interno della cornice del film. Le singole storie esplorano ognuna un sottogenere dell'horror: la prima, The Gas Station, è uno slasher, la seconda, Hair, una commedia nera  virata sui toni surreali alla Twilight Zone, e l'ultima, Eye, un body horror sovrannaturale. Ma andiamo con ordine. The Gas Station, diretto da John Carpenter, è un classico slasher urbano in cui una ragazza, sola in un luogo isolato, è costretta ad affrontare uno spietato killer che cerca di assassinarla, dopo essere stata "snervata" da una serie di incontri con diversi casi umani (il più inquietante dei quali ha il volto di un Wes Craven abbastanza irriconoscibile) e alcune piccole sventure "da distrazione". Un film abbastanza recente, Open 24 Hours, deve moltissimo a The Gas Station, che è un manuale condensato di elementi thriller capace di tenere con il fiato sospeso lo spettatore e, nonostante la sua breve durata, di piazzare anche un plot twist angosciante. Come aperitivo, per così dire, non mi è dispiaciuto, anzi. In tutta onestà, ero tesa come una corda di violino durante la visione.


Più sciocchino e divertente è invece Hair che, come da titolo, parla di capelli. Per citare Elio, quelli del protagonista "sono andati via e non torneranno mai", il che è causa di profondo sconforto, talmente profondo da intaccare persino quella che sembrerebbe una relazione ben avviata. In quanto dotata, al momento almeno, di capelli folti e spessi, il tormento del protagonista e la sua folle vanità mi hanno indotta a ridere spesso, più che a compatirlo, e in effetti l'esilarante interpretazione di Stacy Keach (affiancato da un paio di caratteristi d'eccezione, tra i quali la sempre sexyssima Deborah Harris) accentua la natura grottesca della minaccia horror che gli grava sulla capoccia pelata, una volta fatto ricorso a un "prodigio della tecnica frutto di ricerche e sperimentazioni che ci aiutano nel look". A livello di paura ed effetti speciali (un pochino ridicoli, a differenza di un make-up di prim'ordine) c'è da dire che Hair è l'episodio più debole dei tre, nonostante la regia di Carpenter, ma ha comunque delle implicazioni abbastanza disgustosette per riuscire a strappare qualche brivido, magari agli spettatori meno scafati.


Si torna a fare sul serio con Eye, episodio diretto da un Tobe Hooper in ottima forma (se penso che quell'abominio de Le notti proibite del Marchese De Sade è dello stesso anno di Body Bags mi sento male). Il segmento inizia con una mutilazione terrificante, sbattuta in faccia allo spettatore con degli effetti speciali ottimi, e continua con visioni agghiaccianti che portano lentamente alla follia il giocatore di baseball professionista interpretato da Mark Hamill. Eye è più lungo degli altri due episodi, quindi gli sceneggiatori hanno un po'più di respiro nel dare un minimo di background all'orrore che stravolge la vita di Brent e tratteggiare i protagonisti, il rapporto che intercorre tra Brent e la moglie Cathy e, soprattutto, la loro natura profondamente religiosa; la Bibbia, in particolare, diventa sia veicolo per una rapida follia, sia ultima fonte di salvezza, almeno parziale, perché il tono di Eye è cupo, disperato e tremendamente serio, a differenza dei due episodi che lo hanno preceduto. Un vero peccato che Hooper non si sia tenuto un po' di ispirazione per i successivi lungometraggi della sua carriera, ahimé.


Riassumendo, Body Bags è un piacevolissimo figlio del suo tempo, un horroraccio senza troppe pretese né chissà quali particolarità, salvo l'essere pieno zeppo di belle facce adorate dagli amanti del genere. Non incute particolare paura, soprattutto quando traspare la natura televisiva di un'opera che, in particolare per quanto riguarda Carpenter (si dice che l'estenuante processo di make-up per trasformarlo nel coroner gli abbia fatto passare ogni velleità, ma visto il modo in cui gigioneggia sullo schermo, a me sembra si sia anche divertito!), è sicuramente stata vissuta dai registi come un divertissement e un mezzo per rilassarsi nell'attesa di progetti più seri, ma ho visto cose ben peggiori. Body Bags è l'espressione di una scena horror vivace e divertita, un film "brutto" con il suo perché, un piccolo baluardo di ciò che il nuovo millennio, di lì a poco, avrebbe spazzato via. Agli amici di Notte Horror che dovessero leggere il post, lo consiglio in particolare per l'annuale rassegna estiva, nel caso non lo avessero mai visto o non ne abbiano mai parlato sul blog. Chi non ha idea di cosa stia parlando ma volesse comunque passare una serata non troppo impegnativa davanti alla TV, può trovarlo su Prime Video


Dei registi John Carpenter (che ha diretto gli episodi "The Gas Station" e "Hair", oltre a partecipare come Coroner) e Tobe Hooper (che ha diretto l'episodio "Eye" e compare come medico dell'obitorio) li trovate ai rispettivi link, come anche Tom Arnold (medico dell'obitorio), Robert Carradine (Bill), Wes Craven (Uomo pallido), Peter Jason (Uomo alla pompa di benzina), Sam Raimi (il cadavere di Bill), David Naughton (Pete), George 'Buck' Flower (Straniero), David Warner (Dr. Lock), Deborah Harry (l'infermiera), Mark Hamill (Brent Matthews) e Charles Napier (Manager della squadra di baseball).  

Stacy Keach interpreta Richard Coberts. Americano, ha partecipato a film come Classe 1999, Fuga da Los Angeles, American History X, Children of the Corn 666 - Il ritorno di Isaac, Machete, Sin City - Una donna per cui uccidere, Cell, Gotti - Il primo padrino e a serie quali L'ispettore Tibbs, Oltre i limiti, Will & Grace, E.R. Medici in prima linea e Due uomini e mezzo. Come doppiatore, ha lavorato in Rugrats e I Simpson. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 84 anni e un film in uscita. 


Tra le varie guest star segnalo la presenza di Greg Nicotero (l'uomo col cane nell'episodio Hair), la modella Twiggy (Cathy Matthews nell'episodio The Eye) e il regista Roger Corman (Dr. Bregman). A Clive Barker era stato chiesto di partecipare, ma ha rinunciato per impegni pregressi. Se Body Bags vi fosse piaciuto, recuperate Creepshow, Creepshow 2 e I delitti del gatto nero. ENJOY 

martedì 24 maggio 2022

Darkman (1990)

Siccome Sam Raimi è tornato al genere supereroistico, ho deciso di riguardare (ispirata anche dal bellissimo podcast Paura & Delirio) Darkman, da lui diretto e co-sceneggiato nel 1990.


Trama: creduto morto in un incendio, uno scienziato sfigurato reclama giusta vendetta da coloro che hanno tentato di ucciderlo...


Al momento in cui scrivo queste righe, non ho ancora guardato Doctor Strange in The Multiverse of Madness, uscito poco tempo fa nelle sale di tutta Italia, ma ne ho letto tutto il bene possibile, cercando come una matta di dribblare gli spoiler. Sperando di trovare in un film del MCU un'eco del vecchio Sam Raimi, ho deciso dunque di prepararmi riguardando non Spider-Man, la sua prima incursione "ufficiale" nell'universo cinematografico Marvel (benché pre-Feige), bensì Darkman, ovvero il film di supereroi che nessuno voleva fargli realizzare e che, alla veneranda età di 32 anni, dà ancora punti a buona parte delle pellicole a tema realizzate ultimamente, non solo per le idee che contiene, ma soprattutto per le atmosfere, le contaminazioni con l'horror e alcune scene d'azione al cardiopalma. Ma cos'è di preciso Darkman, a beneficio di chi non l'avesse mai visto? Darkman è la origin story di un antieroe e, in primis, la storia della vendetta di un uomo buono e geniale al quale è stata tolta ogni possibilità di avere una vita normale, con tutto ciò che ne consegue. All'inizio del film Peyton è uno scienziato impegnato a rendere stabile la sua invenzione, pelle artificiale in grado, teoricamente, di aiutare chiunque dovesse rimanere sfigurato, menomato o ferito per qualsivoglia motivo, ed è un uomo profondamente innamorato della sua fidanzata, un'avvocatessa in carriera; quando quest'ultima trova le prove degli illeciti commessi da un ricco uomo d'affari, Peyton diventa vittima al posto suo della furia di pericolosi malviventi e si ritrova non solo orribilmente sfigurato ma anche privo dei recettori del dolore, cosa che amplifica enormemente le sue emozioni, soprattutto quelle negative. Peyton diventa così una figura tragica, l'erede ideale del Fantasma dell'Opera, affamato di amore e di vendetta al punto da corrompere persino la natura potenzialmente salvifica della sua invenzione, che viene trasformata nel mezzo per distruggere chi gli ha fatto del male. Darkman è dunque l'antesignano degli antieroi dei fumetti anni '90, un Batman più horror e privo di scrupoli, un Punitore dall'aspetto di teschio, ma è anche profondamente legato ai mostri della Universal, alla loro natura grottesca e melodrammatica, nonché ai fumetti anni '30 à la Dick Tracy, con tutto il parterre di nemici cattivissimi ma anche buffi, pieni di tic e facilmente riconoscibili.


Tutto ciò concorre a rendere Darkman incredibilmente godibile e divertente, un gioiellino di rara personalità all'interno di un panorama "supereroistico" che, all'epoca, contava ben pochi esponenti e tutti comunque abbastanza omologati, mentre l'opera di Raimi trasuda espressività e originalità da tutti i pori. Come ho detto, poi, ci sono delle scene action di tutto rispetto, magari leggermente invecchiate male dal punto di vista dello stacco tra personaggio e sfondo ma capaci comunque di far scorrere brividi di freddo lungo la schiena, soprattutto a chi, come me, è terrorizzato dalle altezze. Lo showdown finale, ambientato sui ponteggi di un palazzo in costruzione, è degno dei miei peggiori incubi (ci credo che poi a Raimi hanno affidato Spider-Man!) ma anche lo scontro in elicottero non scherza e vi posso giurare che ho (ri)passato l'ultima mezz'ora di film con l'angoscia nel cuore, nonostante più o meno lo ricordassi. Apprezzabilissimi anche i momenti più dichiaratamente horror, nonostante le morti avvengano fuori campo e molto venga lasciato all'immaginazione dello spettatore, con la scena che si interrompe un momento prima di mostrare l'orribile destino dei malcapitati, e il trucco che trasforma Liam Neeson (che effetto fa vederlo così giovane, mentre duetta con una Frances McDormand bionda, leziosa e in tailleur!) in Darkman è ancora oggi efficacissimo e spaventevole. A completare il tutto ci pensa la colonna sonora di un Danny Elfman particolarmente ispirato... e, a questo punto, se non vi ho invogliato io a riguardare Darkman o a recuperarlo vi consiglierei di ascoltare il podcast che ha fatto tornare la voglia a me!


Del regista e sceneggiatore Sam Raimi ho già parlato QUI. Liam Neeson (Peyton Westlake/Darkman), Frances McDormand (Julie Hastings), Ted Raimi (Rick), Dan Hicks (Skip), John Landis (Medico) e Bruce Campbell (Darkman sul finale), Joel Coen (Autista), Ethan Coen (Passeggero) li trovate invece ai rispettivi link. 

Larry Drake interpreta Robert G. Durant. Americano, ha partecipato a film come The Karate Kid - Per vincere domani, Dr. Giggles, Darkman II - Il ritorno di Durant, Mr. Bean - L'ultima catastrofe, American Pie 2 e a serie quali Hunter, I racconti della cripta, Oltre i limiti, Le avventure di Superman, Fantasy Island e Six Feet Under; come doppiatore ha lavorato per Prince Valiant e Johnny Bravo. Anche regista, è morto nel 2016, all'età di 66 anni.


Raimi avrebbe voluto Bruce Campbell come protagonista ma i produttori hanno messo il veto; il ruolo è così andato a Liam Neeson, che lo ha soffiato a Bill Paxton, mentre per quanto riguarda Julie, Julia Roberts ha rinunciato al ruolo perché, nel frattempo, era arrivata l'offerta per Pretty Woman (tra le altre attrici considerate c'erano anche Demi Moore e Bridget Fonda). Nulla di fatto anche per Kathy Bates, scelta per interpretare la dottoressa esperta di ustioni, che all'ultimo ha deciso di rinunciare, così come anche Richard Dreyfuss e James Caan, che hanno rifiutato il ruolo di Louis Strack, Jr. Tra le varie guest star del film figurano anche i registi William Lustig e Scott Spiegel, entrambi come operai. Del film esistono due seguiti straight to video, Darkman II - Il ritorno di Durant e Darkman III - Darkman morirai, dove il protagonista è interpretato da Arnold Vosloo; onestamente, eviterei il recupero ma se Darkman vi ha intrippati... perché no? ENJOY!

martedì 17 maggio 2022

Doctor Strange nel multiverso della follia (2022)

Domenica sono riuscita, finalmente, ad andare a vedere Doctor Strange nel multiverso della follia (Doctor Strange in the Multiverse of Madness), diretto dal regista Sam Raimi.


Trama: Doctor Strange è costretto a difendere America Chavez, ragazza dotata del potere di viaggiare nel Multiverso, da una Wanda Maximoff ormai corrotta dal libro di magia nera Darkhold e intenzionata a riunirsi coi figli perduti...


Lo si aspettava da tanto questo Doctor Strange nel multiverso della follia, per un paio di motivi. Il primo, ovviamente, era il ritorno di Sam Raimi alla regia dopo il (per me) deludente Il grande e potente Oz; Doctor Strange dava parecchie speranze ai fan del regista, non solo per le atmosfere leggermente horror che già avevano permeato il primo capitolo, ma soprattutto perché la famigerata fantasia di Raimi, la sua ricchezza di idee visive, avevano tutto il potenziale per essere perfette nella rappresentazione di un multiverso folle. Il secondo motivo era il multiverso stesso. Loki e What If...? sono stati una grandissima delusione il primo e una bella menata di cojones, interrotta alla terza puntata, il secondo, ma l'idea di Multiverso mutuata dalle letture dei fumetti Marvel a me è sempre piaciuta tantissimo e non vedevo l'ora che venisse presa e trattata come meritava. E poi, terzo motivo, il ritorno di Wanda Maximoff dopo l'adorabile Wanda/Vision. Con tutte queste aspettative, l'ovvio rischio era quello di uscire dal cinema molto ridimensionata, invece Doctor Strange nel multiverso della follia mi ha divertita e soddisfatta per parecchi motivi, pur non essendo privo di difetti. Il primo dei quali è la natura un po' risibile della trama, un canovaccio semplicissimo stiracchiato in due ore per dargli una parvenza di grandeur e che solleva parecchie domande "scomode" che ovviamente rimangono prive di risposta (SPOILER: l'elefante nella stanza è il libro dei Vishanti, talmente potente che si perdono le ore per cercarlo, solo per poi vederselo distruggere in un secondo e sistemare i poteri incontrollabili di America con un "puoi farcela, credo in te". Vabbé dai), mentre il secondo, macroscopico, è la qualità a dir poco altalenante del character building. Anche qui, si va nello SPOILER: al di là della "tentazione" rappresentata da Christine, che dopo essersi vista per 20 minuti scarsi nel primo film, adesso diventa l'unico motivo di felicità per Strange, io non mi capacito del trattamento riservato a Wanda. Per carità, quella dei fumetti non è mai stata un modello di stabilità mentale, ma questa supera ogni livello di follia e, dopo un po', scartavetra i marroni con 'sta storia dei figli, come se una donna bella, potente e intelligente dovesse per forza venire definita dall'essere madre. Di Visione, poveraccio, nessuno parla, forse semplicemente perché il contratto della Disney con Paul Bettany è scaduto. Ciò detto, un bello spreco di potenziale per il personaggio più affascinante della Fase 4 del MCU.

Nonostante tutti questi ovvi difetti, però, Doctor Strange nel multiverso della follia è una visione divertente ed entusiasmante, che a tratti mi ha lasciata a bocca aperta, colma di beata ed ignorante felicità (scusate mai il mio cuore di nerd ha fatto un salto davanti all'arrivo del pelatone rattuso più adorabile di sempre). Non è un film di Raimi, ovvio, è un film del MCU che, a non conoscere il regista, risulta praticamente identico alle altre millemila pellicole prodotte da Kevin Feige, ma in realtà contiene tante belle zampate del "vecchio" Sam, e non parlo solo della comparsata di Bruce Campbell. Le inquadrature sghembe, la velocità con cui la cinepresa si avvicina a un personaggio o un oggetto per poi stravolgere il punto di vista, i jump scare costruiti con cura, le inquietanti soggettive, la quasi totalità delle sequenze aventi per protagonista una Wanda più terrificante di qualunque presenza spettrale in molti horror recenti, un certo gusto per il weird e la realizzazione di una scena musicale di bellezza commovente (a proposito, Danny Elfman è tornato in grande spolvero!) indicano la presenza di un regista dietro la macchina da presa, non di un signor nessuno adibito a zerbino, e nonostante l'ovvia omologazione alla macchina per soldi Disney (humour fastidioso e spesso inopportuno in primis), queste cose traspaiono. Tornando un attimo al tema horror, Raimi e Wanda, ho apprezzato tantissimo non solo l'interpretazione della Olsen, che si mangia quasi letteralmente gli altri attori, Cumberbatch compreso, ma anche la serietà con cui il regista ha cercato di trasformarla sia miglior villain del MCU di sempre che in un orrore da non dormirci la notte; echi di Carrie e di Drag Me to Hell vengono dati in pasto allo spettatore assieme ad un paio delle morti più (s)gradevoli e spettacolari della saga, tanto che la strizzata d'occhio ai Marvel Zombies è una bambinata rispetto all'angoscia di una Wanda la cui realtà viene travolta da una presenza "altra" che ne annulla completamente la volontà, trasformandola in un mostro. Il resto, ovviamente, è tutto worldbuilding fatto di serie, film passati e futuri, scene post credit grazie alle quali sappiamo che Doctor Strange tornerà e tutto il resto del carrozzone, che può piacere o meno. Al momento, a me piace ancora, anche se onestamente sto cominciando a faticare a stare dietro a tutti film e le serie indispensabili per capirci qualcosa (a tal proposito, qualcuno mi spiega perché lo Stregone Supremo è Wong e non Strange, quando il mago cinese sarà anche simpatico ma palesemente meno abile? Mi sono persa qualcosa...)!


Del regista Sam Raimi ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (Dottor Stephen Strange), Elizabeth Olsen (Wanda Maximoff /Scarlet Witch), Chiwetel Ejiofor (Barone Mordo), Benedict Wong (Wong), Rachel McAdams (Dr. Christine Palmer), Julian Hilliard (Billy Maximoff), Michael Stuhlbarg (Dr. Nic West), Hayley Atwell (Captain Carter), John Krasinski (Reed Richards), Patrick Stewart (Professor Charles Xavier), Charlize Theron (Clea) e Bruce Campbell (Pizza Poppa) li trovate ai rispettivi link. 


Anson Mount era già comparso come Black Bolt nella sfortunata serie Inhumans mentre Lashana Lynch, che qui interpreta una versione di Captain Marvel, nel film omonimo era Maria Rambeau. A tal proposito, se Doctor Strange nel multiverso della follia vi fosse piaciuto, o se volete vederlo, non impazzite a recuperare tutto: vi bastano giusto Doctor Strange, Wanda/Vision e, se proprio siete pignoli, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e Spiderman: No Way Home. ENJOY!


domenica 17 aprile 2016

Il libro della giungla (2016)

Alla fine l'unico film che sono andata a vedere in occasione dei Cinema Days è stato Il libro della giungla (The Jungle Book), diretto dal regista Jon Favreau e ovviamente tratto dall'omonima raccolta di racconti di Rudyard Kipling.


Trama: il "cucciolo d'uomo" Mowgli viene trovato nella giungla dalla pantera Bagheera e dato in affidamento al branco di lupi guidato da Akela. Il piccolo cresce sano e forte finché il ritorno della tigre Shere Khan, assetata di vendetta nei confronti degli esseri umani, non lo costringe a fuggire ed intraprendere un pericoloso viaggio per tornare al villaggio degli uomini...


Io devo essere una delle poche persone in tutto il mondo ad aver guardato la versione Disney de Il libro della giungla giusto un paio di volte e ad aver letto l'opera di Kipling talmente tanto tempo fa da non ricordarla nemmeno più. La conseguenza di tutto ciò è stata, ovviamente, che Il libro della giungla non si è radicato nel mio immaginario infantile né si sono sviluppati nei suoi confronti sentimenti tali da storcere il naso davanti all'ennesimo live action sfornato da una Casa del Topo ormai alla canna del gas per quanto riguarda le idee. Un'altra conseguenza è stato l'inaspettato sorrisone col quale sono uscita dopo la visione del film di Favreau, che al momento merita la palma di miglior adattamento da cartone animato a film con esseri "in carne e ossa" (benché di reale, nella pellicola, ci sia solo il piccolo attore che interpreta Mowgli, il resto è stato interamente realizzato al computer, location comprese); la sceneggiatura di Justin Marks è infatti fondamentalmente rispettosa delle opere originali, non ricerca origini strappalacrime alla cattiveria della tigre Shere Khan come accadeva in Maleficent né si limita a riproporre una storia ormai anacronistica soffocandola con barocchismi scenografici o sontuosi costumi à la Cenerentola di Branagh. Certo, Il libro della giungla ha dalla sua l'incredibile universalità e attualità dei temi che tocca, quindi parte già avvantaggiato. L'accettazione dell'altro, il senso di appartenenza a un gruppo che non deve essere necessariamente la famiglia, la capacità di capire ciò che ci rende unici ed arrivare a usarlo per il bene degli altri sono solo alcuni dei mille messaggi positivi che da sempre la storia di Mowgli può trasmettere a grandi e piccini e, ovviamente, se questi messaggi vengono inseriti all'interno di un racconto avventuroso e popolato da personaggi indimenticabili quali l'orso Baloo, il scimmiesco Re Luigi, il cattivissimo e carismatico Shere Khan e la saggia pantera Bagheera, vincere facile è quasi inevitabile.


C'è anche da dire che Favreau, benché non concorrerà mai alla Palma d'Oro o all'Oscar né come regista né come attore, non è assolutamente l'ultimo arrivato in campo action e gran parte del piacere durante la visione de Il libro della giungla deriva direttamente dalla sua capacità di girare scene fluide, dinamiche e a dir poco spettacolari, sequenze alle quali ovviamente giova un valido montaggio. Per quanto gli effetti speciali compongano il 95% dell'opera è raro che si avverta quel fastidioso senso di "finto" che mi ha colpita come un maglio durante la visione del trailer dell'orrido ed imminente Alice attraverso lo specchio: luci ed ombre sono particolarmente realistiche, i paesaggi accolgono naturalmente sia il piccolo Mowgli che gli animali virtuali "indossati" dai pupazzi creati dallo studio di Jim Henson o addirittura dallo stesso Favreau, e le fondamentali bestiole sono realizzate divinamente, soprattutto il bellissimo orsone Baloo (stendo un leggero velo pietoso su Bagheera, l'unico animale che purtroppo non sono riuscita a farmi piacere, troppo rigido il muso e palesemente fasullo). Poi, ovvio, da un film come questo non si può pretendere il realismo assoluto e ci mancherebbe, così com'è giusto che l'originale Libro della giungla non vada dimenticato, nonostante l'intrigante scelta di realizzare un Kaa femmina ahimé poco sfruttato. Ecco quindi perché ho accolto con moltissimo piacere l'altra furberia di Justin Marks, ovvero quella di integrare parte dei testi delle canzoni del cartone animato nei dialoghi tra i vari personaggi, per poi travalicare in pochi ed azzeccati momenti musical durante i quali Baloo e Mowgli prima, Re Luigi poi, fanno scendere la lacrimuccia a chi, come me, ancora non ha dimenticato le accattivanti Lo stretto indispensabile e Voglio essere come te. A tal proposito vi consiglierei, nonostante NON CI SIANO SCENE POST CREDITS, di rimanere a vedere i titoli di coda: primo, perché per buona parte degli stessi ci sono delle simpatiche scenette all'interno di un pop up, poi perché potrete sentire un paio di canzoni in lingua originale, tra cui la sensuale The Python's Song cantata da Scarlett Johansson... anche se nulla batte un inedito Giancarlo Magalli in versione cantante jazz, sappiatelo!


Del regista Jon Favreau (che doppia anche il cinghiale nano) ho già parlato QUI. Bill Murray (voce originale di Baloo), Ben Kingsley (Bagheera), Idris Elba (Shere Khan), Scarlett Johansson (Kaa), Christopher Walken (King Louie) e Sam Raimi (lo scoiattolo gigante) li trovate invece ai rispettivi link.

Lupita Nyong'o è la voce originale di Raksha. Messicana, la ricordo per film come 12 anni schiavo (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior attrice non protagonista) e Star Wars - Il risveglio della forza. Anche produttrice e regista, ha 33 anni e tre film in uscita tra cui Star Wars: Episode VIII.


Giancarlo Esposito (vero nome Giancarlo Giuseppe Alessandro Esposito) è la voce originale di Akela. Danese, ha partecipato a film come Changeling, Una poltrona per due, Cercasi Susan disperatamente, Brivido, I soliti sospetti, Derailed - Attrazione letale e a serie come Miami Vice, Ghost Whisperer, Bones, CSI: Miami, Breaking Bad e C'era una volta. Anche produttore e regista, ha 58 anni e quattro film in uscita.


Tra le voci dei lupetti ci sono quelle di Emjay Anthony, il giovane protagonista di Krampus - Natale non è sempre Natale, dei due figli di Naomi Watts e Leiv Schreiber, Sasha e Kai, e di Max Favreau, figlio del regista (la figlia Madeleine invece doppia uno dei rinoceronti); i doppiatori italiani invece contano il già citato Giancarlo Magalli (Re Luigi), Neri Marcoré (Baloo), Toni Servillo (Bagheera), Violante Placido (Raksha) e Giovanna Mezzogiorno (Kaa). La Disney sta già pensando ad un sequel della pellicola con lo stesso team creativo; nell'attesa, se Il libro della giungla vi fosse piaciuto recuperate ovviamente il cartone animato del 1967. ENJOY!

martedì 29 luglio 2014

Drag Me to Hell (2009)

Mercoledì scorso è ricominciata Notte Horror su Italia 1 o, meglio, una parvenza di. Ciò mi ha dato perlomeno l'occasione di guardare finalmente Drag Me To Hell, diretto e co-sceneggiato nel 2009 dal regista Sam Raimi.


Trama: Christine lavora in banca e spera di fare carriera. L'occasione le si presenta quando una vecchia zingara si rivolge a lei per ottenere la proroga del rimborso di un prestito e la ragazza, per mostrarsi inflessibile e capace agli occhi del capo, rifiuta di concedergliela. Purtroppo per Christine la zingara deciderà di vendicarsi scagliandole contro la maledizione della Lamia, un terribile demone..


Onestamente, dopo aver visto Il grande e potente Oz mi aspettavo che Drag Me to Hell fosse una stupidaggine incredibile, tutto effetti digitali e niente anima. Tutto pensavo tranne che mi sarei divertita come una matta guardandolo e che, complice anche il vento che imperversava fuori da casa mia, avrei persino avuto qualche difficoltà ad addormentarmi nel timore che la vecchia zingara o la Lamia venissero a farmi visita nottetempo. Nel corso di Drag Me to Hell, infatti, si ride e si salta sulla sedia, senza soluzione di continuità, le immagini disgustose e i momenti inquietanti non si contano ma vengono quasi sempre stemperati da una sana dose di grottesca ironia e situazioni al limite del paradossale, un po' come accadeva ne La casa 2 e ne L'armata delle tenebre. La vecchia zingara è sì un avversario ridicolo ma è anche temibile per la sua natura vendicativa, implacabile e sovrannaturale, che si fonde con l'iconografia tipica di un inferno cristiano fatto di demoni, fuoco e sembianti caprini (tutte cose che a me, a prescindere, mettono l'ansia), tuttavia l'aspetto che più mi ha colpita di Drag Me to Hell è stato in realtà la natura fondamentalmente poco positiva della protagonista. Christine è una ragazzetta di campagna che vuole fare la sofisticata, è piena di fisime, insicura, arrivista e profittatrice, le piacerebbe essere buona e cara ma è palese il disgusto che prova, istintivamente, nei confronti della zingara che le insozza l'ufficio, le ruba le caramelle e si toglie la dentiera sulla sua scrivania: la sua decisione di rifiutarle la proroga del rimborso del prestito è ambivalente, alimentata in primis dal desiderio di fare carriera ma anche da un inevitabile moto di razzismo ed irritazione. Christine, a dirla tutta, si merita la maledizione così come se la meritava il protagonista di L'occhio del male di Stephen King e se la meriterà ancor più da un certo punto del film in poi, quando deciderà di infrangere una delle regole non scritte del codice morale cinematografico, una cosa indegna che la metterà sullo stesso, squallido piano della zingara/Lamia.


Tra uno spavento e un rigurgito, una battuta sarcastica e sangue che schizza, una capra che parla e una seduta spiritica, lo spettatore assiste alla versione 2.0 di un vecchio tipico film di Raimi che, neanche a dirlo, si autocita dall'inizio alla fine e mette in piedi un fumettone che sicuramente può fare storcere il naso agli horroromani tout-court ma che alla fine tanto male non è. Certo, alcuni effetti speciali fanno un po' ridere i polli e sarebbero andati benissimo nella pura artigianalità negli anni '80, mentre nel 2000 risentono di tutta la freddezza della CGI (e mi riferisco soprattutto alla caduta dell'incudine con conseguente schizzo di sangue e cervella, tra l'altro tutto virato in grigio nell'edizione passata in TV) e la prima parte è sicuramente più interessante della seconda, il cui momento clou è una di quelle banalissime, per quanto agitate, sedute spiritiche che ormai mi sono venute a nausea, però come visione disimpegnata ed estiva Drag Me to Hell è perfetto. Perfetto anche il cast, con la simpatica faccetta della bionda Alison Lohman che risulta per l'intera pellicola una credibilissima ragazza della porta accanto e con la professionalità di tutti i caratteristi del caso, chiamati ad interpretare delle macchiette in grado di offrire alternativamente spunti folkloristici o semplice appoggio così da rendere la protagonista più tridimensionale. Drag Me to Hell, quindi, è l'esempio perfetto di come anche i film "supercazzola", se affrontati con rilassatezza, amore per il genere e passione da parte di regista e autori, possano diventare non dico dei capolavori ma sicuramente delle pellicole gradevoli e in grado di farsi perdonare ogni difetto. Se non l'avete ancora fatto recuperatelo, vi divertirete!


Del regista e co-sceneggiatore Sam Raimi, che compare durante la seduta spiritica nei panni di uno dei fantasmi, ho già parlato qui mentre Justin Long, che interpreta Clay, lo trovate qua.

Alison Lohman (vero nome Alison Marion Lohman) interpreta Christine. Americana, ha partecipato a film come Big Fish - Le storie di una vita incredibile, La leggenda di Beowulf e ha doppiato la versione USA di Nausicaa della Valle del vento. Ha 35 anni.


Dileep Rao interpreta Rham Jas. Americano, ha partecipato a film come Avatar e Inception. Ha 41 anni e un film in uscita.


David Paymer (vero nome David Charles Paymer) interpreta Mr. Jacks. Americano, ha partecipato a film come L'aereo più pazzo del mondo... sempre più pazzo, Howard e il destino del mondo, Scappo dalla città - La vita, l'amore e le vacche, 4 fantasmi per un sogno, Scappo dalla città 2, Get Shorty, Mumford, Ocean's Thirteen e a serie come Happy Days, Saranno famosi, I Jefferson, Il mio amico Arnold, Moonlightning, Ghost Whisperer e My Name is Earl. Anche regista e produttore, ha 60 anni.


Ellen Page avrebbe dovuto interpretare Christine ma ha rinunciato per partecipare ad un altro film. Molly Cheek, che interpreta la madre di Clay, era già stata mamma di Jim nella serie di film American Pie. L'onnipresente Ted Raimi invece ha uno strano cameo, lo si sente infatti parlare con Justin Long nei panni di un dottore ma non lo si vede mai in faccia, ahimé, mentre Bruce Campbell non è riuscito a fare la sua solita apparizione perché impegnato con le riprese della serie Burn Notice. A proposito di Bruce Campbell, nel corso di Drag Me to Hell i riferimenti ai tre film legati a La casa si sprecano e il perché è presto detto: la sceneggiatura del film (che Raimi avrebbe voluto fosse un remake de La notte del demonio, solo che non è riuscito ad aggiudicarsi i diritti) era già pronta ai tempi de L'armata delle tenebre ma Sam Raimi ha scelto di dedicarsi ad altri progetti. Per concludere, se Drag Me to Hell vi fosse piaciuto recuperate questa famigerata trilogia, il già citato L'occhio del male e Sospesi nel tempo. ENJOY!

venerdì 13 giugno 2014

Il Bollalmanacco on Demand: Mister Hula Hoop (1994)

Torna dopo una lunghissima pausa la rubrica On Demand! Oggi soddisferò la richiesta della cara Arwen Lynch, padrona del blog La fabbrica dei sogni, che qualche tempo fa mi chiese di parlare di Mr. Hula Hoop (The Hudsucker Proxy), diretto nel 1994 da Joel Coen. Il prossimo film On Demand, per la cronaca, sarà Cracks. ENJOY!!


Trama: il capo della compagnia Hudsucker si suicida gettandosi dall'ultimo piano di un grattacielo e i dirigenti dell'azienda cercano un sostituto idiota che possa convincere gli azionisti a far crollare il titolo. La scelta cade sul neo-assunto Norville Barnes che, tuttavia, ha più di un asso nella manica...


Mr. Hula Hoop era uno dei pochi film dei Coen che non avevo ancora visto e, neanche a dirlo, l'ho adorato. Surreale ed esilarante, mi è sembrato uno strano e bellissimo incrocio tra il miglior Fantozzi e Il canto di Natale (o forse è meglio dire di Capodanno) di Dickens, incentrato ovviamente su quel tipico esemplare di perdente tanto caro ai due fratellini. A differenza dei suoi esimi colleghi, però, Norville si distingue per essere un Candido, un'anima pura coinvolto involontariamente in un gioco di potere più grande di lui; il protagonista di Mr. Hula Hoop non cerca il successo facile, non è frustrato né schiacciato da una vita che non ama perché, come viene chiarito all'inizio, è senza esperienza. Senza esperienza lavorativa e, soprattutto, senza esperienza di vita, Norville è un animo semplice che ambirebbe sì ad una posizione alta all'interno della Hudsucker Company ma non si fa problemi a partire dal gradino più basso in quanto dotato di un'idea rivoluzionaria che, ne è consapevole, lo porterà lontano. Saranno poi le esperienze, la cattiveria o la furbizia di chi lo circonda, soprattutto i soldi guadagnati troppo facilmente a perderlo, privarlo del desiderio di inventare cose meravigliose per rendere felici i bambini in primis e trasformarlo in una brutta persona; tuttavia, siccome Norville non si è scavato volontariamente la fossa della rovina  per avidità o cattiveria (come invece succede ai protagonisti di Fargo o L'uomo che non c'era, giusto per fare due fulgidi esempi), i Coen decidono di dargli una seconda chance e la possibilità di imparare dai suoi errori, per crescere e diventare un uomo degno di tenere tra le mani il tanto bramato successo, per rimanere SU senza buttarsi GIU', letteralmente e metaforicamente.


Questo delicato racconto di formazione viene gestito dai Coen (coadiuvati nella sceneggiatura da Sam Raimi) in modo bizzarro e particolare anche per i loro canoni, sebbene non manchi una fantastica scena onirica sulle note della Habanera della Carmen che ricorda tanto il sogno del Drugo ne Il grande Lebowski. La regia e il montaggio sono frenetici, soprattutto all'inizio, dove immagini, dialoghi e musiche si susseguono senza soluzione di continuità come se il protagonista si trovasse in un vortice: l'interno dell'azienda, dal caotico ufficio postale fino ai piani alti, sembra uscito dritto da un film di Terry Gilliam e riesce a provocare sensazioni di sconcerto, ilarità ed inquietudine. Proseguendo, la pellicola diventa più un divertito omaggio alle commedie anni '50, non solo per i costumi ma anche per la colonna sonora e le inquadrature (emblematica quella del bacio tra Norville ed Amy), amalgamandosi completamente allo straniante inizio senza che si venga a creare un fastidioso senso di rottura, per poi concludersi con un finale che, nonostante l'assurdità e il palese impianto teatrale del deus ex machina, risulta invece convincente e indispensabile. Ovviamente, anche gli attori sono favolosi. Con quella faccia un po' così, l'allampanato Tim Robbins è un perfetto esemplare di loser Coeniano mentre Paul Newman, il cui carisma con l'età si è accentuato anziché diminuire, è un elegante e spietato squalo della finanza. Chapeau anche a tutti gli interpreti di "secondo piano", tra i quali spiccano caratteristi d'eccellenza come Bruce Campbell, Bill Cobbs e Steve Buscemi, capaci di entrare nel cuore con soli 10 minuti di presenza sullo schermo e, soprattutto, alla bella Jennifer Jason Leigh, convincente dark lady per imposizione, dal cuore tenero come burro. Se, come me, non avete mai visto Mister Hula Hoop, cercate di recuperarlo appena possibile perché è davvero un gioiellino!!!


Dei registi Joel Coen ed Ethan Coen (non accreditato come regista ma come sceneggiatore) ho già parlato qui. Tim Robbins (Norville Barnes), Jennifer Jason Leigh (Amy Archer), Bill Cobbs (Moses), Bruce Campbell (Smitty), Steve Buscemi (Beatnik Barman) e Sam Raimi (che, oltre ad essere co-sceneggiatore, offre anche la silhouette ad uno dei "cervelloni" della Hudsucker che cercano il nome per l'hula hoop) li trovate invece ai rispettivi link.

Paul Newman (vero nome Paul Leonard Newman) interpreta Sidney J. Mussburger. Americano, lo ricordo, oltre che per la sua linea di sughi pronti, soprattutto per film come Lassù qualcuno mi ama, La lunga estate calda, La gatta sul tetto che scotta, Lo spaccone, Hud il selvaggio, Nick mano fredda, Butch Cassidy, La stangata, L'inferno di cristallo, Il verdetto, Il colore dei soldi (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior attore protagonista) ed Era mio padre, inoltre ha prestato la voce per il film Cars - Motori ruggenti. Anche produttore, regista e sceneggiatore, è morto nel 2008, all'età di 83 anni.


Il produttore Joel Silver, a capo della Silver Pictures, avrebbe voluto Tom Cruise al posto di Tim Robbins ma, per fortuna, i Coen hanno insistito e vinto la battaglia; il ruolo di Sydney Mussburger, invece, era stato offerto a Clint Eastwood mentre Jennifer Jason Leigh è riuscita a spuntarla su nomi del calibro di Nicole Kidman, Winona Ryder e Bridget Fonda. Per concludere, se il film vi fosse piaciuto recuperate anche Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Essere John Malkovich o Ricomincio da capo. ENJOY!

mercoledì 6 novembre 2013

The Gift - Il dono (2000)

Qualche giorno fa, spinta da nostalgia, ho deciso di riguardare The Gift – Il dono (The Gift), diretto nel 2000 da Sam Raimi e sicuramente uno dei miei film preferiti.


Trama: Annie è una sensitiva che, dopo la morte del marito, vive sola con tre bambini e si guadagna da vivere col suo dono. Un giorno la promiscua promessa sposa del preside della scuola scompare ed Annie diventa la chiave per risolvere l’intricato caso…


All’epoca ero andata a vedere The Gift al cinema ed ero rimasta piacevolmente sorpresa. Conoscevo Raimi solo per film truculenti, divertenti e a loro modo cartooneschi, quindi mi ero aspettata una pellicola totalmente diversa da quella che poi avrei visto. The Gift, infatti, è un film delicato, non conosco aggettivo migliore. E' delicato come i modi della protagonista, come l'equilibrio tra il sogno e la realtà o la vita e la morte, come le regole non scritte che governano una cittadina di persone ignoranti, bigotte, timorose e disturbate che non si rendono conto di sopravvivere solo grazie al cuore pulsante incarnato nella sensitiva Annie, delicato e fragile come la stabilità di una famiglia un tempo felice o come la mente di un essere umano. The Gift è un film ingenuo, non lo nego, perché molto di quello che succede sembrerebbe governato più da un deus ex machina che da una storia ispirata ad una persona realmente esistente (la madre di Billy Bob Thornton, qui in veste di sceneggiatore) e non manca di momenti gore che potrebbero disturbare lo spettatore meno scafato, ma ai miei occhi è sempre sembrato come una favola dei Fratelli Grimm, incredibile, semplice e paurosa al tempo stesso. Il merito, innanzitutto, è di Raimi, che mescola la regia classica delle pellicole che esplorano i piccoli sobborghi di un'America ancora legata a tradizioni ancestrali e quei momenti di folle, visionaria, anarchica e rapida inquietudine tipici delle sue opere precedenti (l'inquadratura dell'orologio di Annie, per esempio, ricorda moltissimo quelle de La casa 2)... ma The Gift è graziato anche da grandissimi attori.


Nel corso del film ci appassioniamo non tanto al caso della scomparsa della sciocca Jessica, trattato a dire il vero in maniera un po' scorretta, con tanti "indiziati" che vengono fatti saltare all'occhio attraverso trucchetti ormai vecchi come Noé, ma alla vicenda umana di Annie e dei suoi concittadini, e questo grazie all'incredibile bravura della bellissima Cate Blanchett. Attraverso il suo modo di rapportarsi alle persone arriviamo a provare pena per il povero Buddy (la prova migliore nella carriera di Giovanni Ribisi), ad odiare Donnie (un Keanu Reeves sempre bello ma perfetto nei panni del redneck violento) e la stupida moglie, a sorridere sconsolati davanti alla sfiga di Greg Kinnear, cornuto e mazziato per colpa della solita, inespressiva Katie Holmes (unico vero neo del film, se vogliamo) e non possiamo fare altro che sentirci impotenti davanti agli insulti, alle prese in giro e alle cattiverie a cui viene sottoposta per tutta la pellicola la povera protagonista. The Gift, nella mia modesta opinione, è una ghost story tra le migliori che possiate trovare in circolazione, permeata da una giusta dose di ineluttabile tristezza e arricchita da splendide immagini oniriche, un gioiellino forse spesso dimenticato ma assolutamente da riscoprire.


Del regista Sam Raimi ho già parlato qui. Cate Blanchett (Annabelle “Annie” Wilson), Giovanni Ribisi (Buddy Cole), Keanu Reeves (Donnie Barksdale), Greg Kinnear (Wayne Collins), Hilary Swank (Valerie Barksdale) e J.K. Simmons (Sceriffo Pearl Johnson) li trovate invece ai rispettivi link.

Katie Holmes (vero nome Kate Noelle Holmes) interpreta Jessica King. Americana, la ricordo innanzitutto per quell’abominio di serie, Dawson’s Creek, e per essere stata sposata con Tom Cruise; inoltre, ha partecipato a film come Tempesta di ghiaccio, Generazione perfetta e Batman Begins. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 35 anni e cinque film in uscita tra cui The Giver


Michael Jeter interpreta Gerald Weems. Americano, lo ricordo per film come Hair, Zelig, Tango & Cash, La leggenda del re pescatore, Sister Act 2 – Più svitata che mai, Waterworld, Un topolino sotto sfratto, Paura e delirio a Las Vegas, Patch Adams e Il miglio verde. Anche regista, è morto nel 2003 all’età di 50 anni.


In The Gift non compare, stranamente, il fratello del regista, Ted Raimi; in compenso fa un’apparizione speciale il compositore Danny Elfman, ovvero il signore che va da Annie all’inizio, a portarle la frutta. Altra curiosità un po' particolare è che il film vanta persino un remake non ufficiale indiano, Rakht, girato nel 2004: se siete appassionati del genere potete trovarlo per intero su Youtube ma, in caso non siate coraggiosi e vi fosse piaciuto The Gift, consiglierei il recupero di The Skeleton Key, Identity, Echi mortali, Il sesto senso, In Dreams, La baia di Eva, Scarlatti - Il thriller e La zona morta. ENJOY!


mercoledì 15 maggio 2013

La casa (2013)

Noi horroromani lo aspettavamo tutti con ansia e un misto di terrore & raccapriccio, così lunedì sera sono andata a vedere questo benedetto La casa (Evil Dead), remake del cultissimo horror di Sam Raimi, qui in veste di produttore, e diretto dal giovane regista Fede Alvarez.
 

Trama: un gruppo di giovinetti portano l’amica drogata a disintossicarsi in un rifugio recantato nel bosco. Quando in cantina troveranno un libro in grado di evocare i demoni, basterà l’incauta lettura di uno dei brani ivi contenuti per scatenare, letteralmente, l’Inferno…


Cominciamo a tranquillizzare gli appassionati che non dovessero ancora aver visto questo nuovo La casa per paura che la frase di lancio “Non conoscerai terrore più grande” si riferisse allo scempio fatto nei confronti de La casa originale. Il film merita la sufficienza piena. Vero, siamo ben distanti dalla rozza, spassosa e crudelissima opera prima di Raimi, in grado di mettere una paura incredibile con due lire e un paio di azzardatissimi movimenti di macchina, ma come horror questo remake fa la sua porchissima figura. Non risparmia momenti di cattiveria e disgusto totali (conditi da litrate di sangue e colpi “proibiti” sferrati con oggetti appuntiti, ovvero quelli che più mi mettono ansia in questo genere di film), omaggia a piene mani ma senza essere spudorato il film originale (le carte, il ciondolo, l’inconfondibile macchina…) ed è sostenuto da effetti speciali e make up all’altezza e non troppo esagerati per quanto riguarda l’uso della CGI. La trama rimane pressoché la stessa con poche varianti, messe per provare a dare un background ai personaggi e conseguentemente ininfluenti al fine dello spettacolo horror, e c’è la piccola aggiunta di un prologo in grado di mettere subito gli spettatori nella giusta predisposizione per quello che verrà. Alcune sequenze de La casa che sono entrate da subito nell’immaginario horror anni ’80 vengono riprese e riaggiornate al gusto attuale senza snaturarle e senza privarle della loro violenta e sconvolgente efficacia, i deadites sono ciarlieri e stronzi come li ricordavo (forse anche di più!), l’attrice protagonista offre un’interpretazione convincente e assai distante dai fastidiosi canoni horror femminili, infine i realizzatori non hanno dimenticato di riproporre lo sfigatissimo, fantozziano personaggio di Scott (ribattezzato Eric, ma l’ho riconosciuto lo stesso!), che tanto aveva divertito me e la mia migliore amica durante un pomeriggio nel quale lo studio era stato sostituito dalla visione de La casa.


E che è quindi questo La casa? Tutto grasso che cola? No, qualche difetto ovviamente c’è, anche se la sorpresa che attende paziente alla fine dei titoli di coda val da sola a cancellarli tutti e persino a strappare gemiti di commozione. Lasciamo un attimo da parte l’incredibile ed anacronistica stupidità di cui sono dotati tutti i personaggi, perché ci tornerò con una spoilerosa mini-rubrica finale, e parliamo invece delle ultime sequenze. Sinceramente, il film poteva interrompersi 10 minuti prima con un cliffhanger graditissimo (per quanto prevedibile) che avrebbe punito giustamente i protagonisti per la loro natura di decerebrati… invece continua e si conclude in modo abbastanza loffio, introducendo un “supercattivo” da videogioco e facendo il verso agli splatterosissimi, sanguinari e cattivissimi horror francesi di ultima generazione. Per carità, ci vuole coraggio ad ambientare gli ultimi minuti di una pellicola sotto un nubifragio di sangue, però mi ha dato tanto l’idea di un pezzo aggiunto giusto perché si erano dimenticati di omaggiare la motosega, strumento di morte fondamentale all’interno de La casa originale. Comunque suvvia, poteva andare molto ma molto peggio: il remake de La casa si becca la sufficienza con conseguente Bollino di approvazione da parte della Bolla e del Bollalmanacco. Andatelo a vedere sereni e, ribadisco, rimanete fino alla fine dei titoli di coda o il Demone Calderiano vi coglierà!!!


E ora, in onore della demenza pura e semplice dei protagonisti de La casa, inaugurerò una rubrica dal titolo provvisorio Il tritone colpisce ancora (aka: vuoi che muoro??), liberamente ispirata al geniale concetto che stava alla base di Quella casa nel bosco, unico film in grado di dare una spiegazione logica al perché i personaggi degli horror prendano SOLO decisioni sbagliate e palesemente dannose. Occhio agli SPOILER che si va.

Appunto.
Gli anni ’80 saranno anche stati ingenui, come il giovane Raimi e compagnia cantante, ma ora siamo nel 2013, certe cose non me le puoi cambiare in peggio. Ne La casa originale tutto l’ambaradan succedeva per un caso sfortunato, gli ospiti del rifugio trovavano la registrazione della formula per invocare il demone e la riproducevano senza sapere cosa fosse. Qui l’erede di Scott (chiamiamolo così) trova un libro fasciato, incatenato, protetto da un cimitero di gatti morti, su ogni pagina del quale c’è scritto a chiare lettere “non leggere” “non andare oltre” “che meenchia fai, butta ‘sto libro nella rumenta”, “fatti i razzi tuoi” e lui che fa? Legge, ovvio. Anzi, non pago della lettura decide di ricalcare con la matitina anche le parole illeggibili, giusto per ribadire ulteriormente la sua natura di imbecille con la I maiuscola. Voi mi direte, il libro è maGGico, lo ha ipnotizzato. Va bene, lo accetto. Allora spiegatemi invece perché un’infermiera dovrebbe credere che l’amica abbia deciso di bollirsi viva nella doccia (procurandosi ustioni del millesimo grado), di tentare di uccidere il fratello a fucilate e infine di croccoglassarla con un mare di sangue e vomito… “solo” perché è in crisi di astinenza da droga. MassantoBruce, cosa vi insegnano a scuola? Va bene negare il sovrannaturale e rimanere fiduciosi e prosaici fino all’ultimo, ma possibile che nell’universo de La casa non esistano film horror? Solo l’Imbecille cerca di fare capire agli altri che qualcosa non va, ma i suoi compari non capiscono nemmeno quando lo trovano più morto che vivo dopo aver frantumato il cranio dell’amica d’infanzia a colpi di tazza del cesso! “E’ un vAIrus!” (detto con la voce di Marcello Cesena) “No, non è posseduta, è solo pazza come mia madre. E’ mia sorella, non posso ucciderla!” “Scusa, cosa pazza che stai in cantina, che non hai più nulla di umano e che peraltro non conoscevo fino a due ore prima, adesso scendo a consolarti ché mi fai tanta tanta pena”. E certo. Ma le battute migliori, diciamolo, sono affidate al protagonista. Un incrocio tra McGyver, Dr. House e il Colonnello Bernacca, un povero pistola in grado sì di costruire un defibrillatore con un paio di attrezzi trovati in un capanno in disuso da decenni, ma anche di dispensare consigli che nemmeno il cerusico di bordo del Pirata Barbanera. L’amico si becca una pugnalata nel petto ed è un miracolo che sia sopravvissuto? “Amore, ha solo bisogno di un po’ di acqua e zucchero, vagliela a prendere”. All’anima! Lo dicono a me quando ho ciclo e pressione bassa, non sapevo funzionasse anche per le pugnalate. Ospedali di tutto il mondo, prendete nota e fate scorta per i secoli a venire. E mica è finita qui. Dopo che la strada per tornare a casa è stata spazzata via da un fiume in piena delle dimensioni del Rio delle Amazzoni, il suo pronostico è: “tempo due ore e vedrai che si asciuga e potremo passare”. L’alluvione degli anni ’90 dalle mie parti la ricordo ancora, più che due ore erano servite 2 settimane perché il torrente ritornasse a dimensioni normali. Potrei parlare anche della mano strappata a forza da sotto la macchina quando a disposizione c’era una motosega (male per male, facciamola finita velocemente!) o del fatto che il conteggio delle cinque anime che fanno risorgere l’Abominio alla fine è un po’ campato in aria, ma mi fermo qui o tutte le cose positive che ho scritto prima non conteranno più! 


Di Shiloh Fernandez, che interpreta David, ho già parlato qui.

Fede Alvarez è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Uruguayano, ha diretto quattro corti prima di approdare al timone de La casa. Anche produttore, ha 35 anni.


Jessica Lucas, che nel film interpreta l’infermiera Olivia (personaggio per cui aveva fatto il provino persino Thora Birch), aveva già partecipato a Cloverfield. Ad interpretare Mia, invece, avrebbe dovuto esserci un’insospettabilissima Lily Collins, che poi ha rinunciato e lasciato il posto alla brava Jane Levy. A parte questo, se il film vi fosse piaciuto consiglio ovviamente di recuperare la trilogia originale comprendente La casa, La casa 2 e L’armata delle tenebre, oltre al già citato Quella casa nel bosco. Vi volete proprio male? Buttatevi anche su Il bosco 1 e fatevi una risata!!! ENJOY!!

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