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martedì 26 novembre 2024

Giurato numero 2 (2024)

Ho rischiato di non riuscirci, anche a causa di orari tremendi, ma mi sono incaponita e, alla fine, ho visto in sala Giurato numero 2 (Juror #2), diretto dal regista Clint Eastwood


Trama: Justin Kemp è convocato come giurato per un caso di omicidio, proprio mentre la moglie è quasi giunta al termine di una difficile gravidanza. Il caso sembra di facile risoluzione, ma non tutto è come sembra...


Sono andata a vedere Giurato numero 2 non tanto perché sia fan di Clint Eastwood (ho saltato Cry Macho senza troppi problemi e ancora non l'ho recuperato), né perché il film sia stato pubblicizzato come "l'ultimo" del regista, ma perché quasi tutti quelli che lo hanno visto lo hanno incensato come un'opera splendida. Considerato che il courtroom drama è un genere che interessa molto al Bolluomo, ho colto l'occasione per andare al cinema con lui, cosa che non succedeva da almeno un mesetto, ed entrambi siamo usciti dalla sala soddisfatti. Io con lo stomaco chiuso e lui agghiacciato, è vero, ma comunque felici. Forse è troppo arrivare a citare Mystic River, nel descrivere la sensazione di pesantezza ineluttabile, di angoscia che mi ha presa durante la visione di Giurato numero 2, ma sicuramente mi è venuta voglia di riguardarlo e di farlo vedere a Mirco, perché molto di quest'ultimo Eastwood mi ha ricordato quello che, per me, è il suo capolavoro. E, ovviamente, c'è tanto anche di un'opera più recente, Richard Jewell, e almeno una citazione di un film talmente distante dalla cinematografia di Eastwood, da non sembrare nemmeno suo, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, che mi sento di dover quotare: "Truth, like art, is in the eye of the beholder. You believe what you choose, and I'll believe what I know". Giurato numero 2 parla di pregiudizi, di ciò che le persone scelgono di credere, e di uno stato che le abbandona, mosso da obiettivi che non sono certo la protezione del comune cittadino. E' un film che si fonda sul dilemma morale di un protagonista che, con pochi elementi ficcanti, ci viene presentato fin da subito come un uomo che ne ha passate tante ed è a pochi giorni dall'ottenere una felicità completa. Tuttavia, Justin, a causa di un tragico errore commesso in buonafede, rischia di perdere di nuovo tutto e l'unico modo per evitare che succeda è lasciare che la "giustizia" faccia il suo corso, abbattendosi su un uomo dal passato peggiore del suo, il quale, però, questa volta è innocente. Per salvare capra e cavoli, sgravandosi la coscienza, Justin combatte contro una giuria già pronta ad emettere un verdetto viziato da pregiudizi (razziali, sessuali, sociali, ecc.) e un avvocato dell'accusa in cerca di voti, consapevole che, per gli stessi motivi, anche la sua verità verrebbe travisata, valendogli la fine di un'esistenza finalmente felice. L'angoscia, in Giurato numero 2, sta nel vedere un uomo normale farsi "mostro" per continuare a vivere. Sta nell'orrore della consapevolezza di non potersi liberare dalle etichette negative, una volta che ci si sono appiccicate addosso. Sta nel realizzare, tristemente, che la giustizia è sì uguale per tutti, ma non è perfetta perché viene lasciata nelle mani di esseri umani che, quel giorno, magari vogliono solo tornare a casa presto, sono stanchi, ti hanno già giudicato colpevole per motivi che esulano dal caso specifico, non hanno voglia di riflettere troppo, nonostante abbiano (a volte letteralmente) la tua vita tra le mani. Umani, appunto, costretti a fare un lavoro divino.


L'angoscia, in Giurato numero 2, sta nella verosimiglianza di ciò che Clint Eastwood racconta, ancor più enfatizzata dal suo stile asciutto. La regia del Grande Vecchio è priva di fronzoli, non mostra niente più di quel che serve per capire, con uno sguardo, i personaggi, ciò che li muove e la posta in gioco; addirittura, le fasi iniziali del processo possono tranquillamente definirsi un esempio di anticlimax, perché non ci sono quelle esagerazioni teatrali tipiche del genere, con arringhe infinite e sottili strategie di avvocati superstar. E' tutto piuttosto banale, direi quasi squallido, e per questo ancora più credibile e "vicino" alla quotidianità del pubblico. Nonostante questo, il dilemma morale di Justin, reso palese dopo pochi minuti di film, viene gestito coi ritmi di un thriller e coinvolge per l'impossibilità di incasellare i personaggi in ruoli predefiniti di "buono" o "cattivo"; naturalmente, l'istinto è quello di parteggiare per Justin, persino di sperare nella sua "vittoria" (se di vittoria si può parlare), ma ci sono momenti in cui la volontà di chiudere gli occhi e far finta di nulla si incrinano davanti ad atteggiamenti e scelte moralmente non condivisibili, soprattutto verso il finale. Geniale, in questo, scegliere di far interpretare Justin a Nicholas Hoult, con quella faccia da bravo ragazzo adombrata da occhi di un azzurro freddo, che a volte gli danno un che di calcolatore ed ambiguo. Dove non c'è incertezza, invece, è nello sguardo di Toni Collette. Ho visto il film doppiato ma, giuro, l'occhiataccia fulminante arrivata al culmine del confronto tra Faith e Justin ha costretto persino me a chinare la testa dalla vergogna di avere anche solo pensato di parteggiare per il protagonista. Scherzi a parte (e chi scherza, sulla maestosa Collette?) Giurato numero 2 è un piccolo miracolo in cui si incastrano alla perfezione tutti gli elementi (narrativi, tecnici, attoriali e registici) che contribuiscono a rendere grande un film. Se questa, come dicono in tanti, sarà l'ultima pellicola di Eastwood, mi sento di affermare che il vecchio Clint ha concluso la sua carriera a testa alta, con un film lucido, attuale e perfettamente coerente con la sua pluriennale poetica. Considerato quanti registi più giovani hanno ormai abbracciato allegramente un rincoglionimento consapevole, c'è solo da ammirarlo ed augurargli di fare Cinema ancora per un po' di tempo, perché ne abbiamo un maledetto bisogno.
 

Del regista Clint Eastwood ho già parlato QUI. Nicholas Hoult (Justin Kemp), Zoey Deutch (Allison Crewson), Toni Collette (Faith Killebrew), Leslie Bibb (Denice Aldworth), J.K. Simmons (Harold), Chris Messina (Eric Resnick), Gabriel Basso (James Michael Sythe), Francesca Eastwood (Kendall Carter) e Kiefer Sutherland (Larry Lasker) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Giurato numero 2 vi fosse piaciuto recuperate Richard Jewell, Mystic River e La parola ai giurati. ENJOY!


venerdì 9 giugno 2023

The Boogeyman (2023)

Siccome è miracolosamente giunto anche a Savona, potevo forse perdermi The Boogeyman, diretto dal regista Rob Savage e tratto dal racconto Il baubau di Stephen King?


Trama: dopo la morte della madre, due sorelle devono affrontare una terribile entità omicida che predilige i luoghi bui per nascondersi...


Con la visione di The Boogeyman partivo molto prevenuta. Il baubau è uno dei racconti kinghiani che preferisco, nonché uno di quelli che mi terrorizzano di più, mentre Rob Savage, dopo il bell'exploit di Host (horror girato con due lire in pandemia, sfruttando le limitazioni da lockdown), ha rischiato che andassi a prenderlo a sberle per aver realizzato quella fonte di nervoso a propulsione atomica di Dashcam (horror girato con due lire in pandemia, sfruttando una vlogger realmente esistente e assai discutibile a livello di "idee") e, di base, non aveva mai messo la cinepresa al servizio di una sceneggiatura che prevedesse un impianto visivo classico. A tal proposito, la sceneggiatura che è arrivata dalle mani di Scott Beck e Bryan Woods, autori di A Quiet Place, e Mark Heyman, che ci aveva deliziati con Il cigno nero, è il bignami di ogni horror a misura di teenager girato negli ultimi 23 anni, quindi alla faccia dell'impianto classico. Il racconto di King (lungo una decina di pagine) viene utilizzato come "causa scatenante" di tutto ciò che accade alle sorelle Sadie e Sawyer e, sul finale, diventa una strizzata d'occhio a chi lo ha letto prima di vedere il film, per il resto tutto è stato inventato di sana pianta. L'intento degli sceneggiatori è stato quello di omaggiare comunque il Re ricreando le atmosfere a lui tanto care, fatte di famiglie distrutte non solo da eventi luttuosi o avversi, ma anche dalla mancanza di comunicazione tra i membri delle stesse, e di ragazzi costretti a crescere in fretta e, spesso, in totale solitudine o quasi; il risultato è una storia prevedibile dall'inizio alla fine ma ugualmente gradevole, con due giovani protagoniste per le quali è facile empatizzare, scritte con in mente adolescenti e bambini "veri", non dei semplici cliché (altra storia sono le amiche di Sadie, che toglierebbero fiducia verso l'umanità persino a un santo, se esistessero davvero).


In tutto questo, Savage fa il suo mestiere e sfrutta ogni elemento a sua disposizione per inquietare lo spettatore, a partire dalle peculiari caratteristiche di questo baubau, il quale non solo si acquatta nel buio (quindi, virtualmente, in ogni anfratto dell'enorme casa di Sadie e Sawyer) ma sfrutta anche il dolore delle sue vittime, attirandole allo scoperto nei modi più bastardi. Il risultato è una corsa sulle montagne russe di tensione perenne, non solo quando il mostro titolare, ancora senza volto, si limita a terrorizzare i malcapitati annunciandosi come mera "presenza" più mentale che fisica, ma anche quando si manifesta in tutta la sua eccelsa bruttezza, con una CGI che, per una volta, non fa grandi disastri. Ho molto apprezzato anche l'uso delle luci, con la furbissima lampada rotolante ahimé ampiamente spoilerata nel trailer, e un paio di sequenze in cui le fonti di illuminazione più fioche ed inusuali diventano indispensabili baluardi di salvezza, per quanto precaria, mentre un montaggio intelligente contribuisce a rendere ancora più efficaci ed inaspettati i jump scare. Su tutto, però, ho apprezzato l'utilizzo (in un cast di attori comunque molto bravi, protagoniste in primis) della splendida faccia di David Dastmalchian per interpretare Lester Billings, il protagonista originale del racconto, pur epurato di tutte le caratteristiche sgradevoli; nel giro di 5 minuti la sinergia tra attore e regista crea un pregevolissimo omaggio a Il baubau, capace di lasciare lo spettatore col fiato sospeso, soprattutto per quanto riguarda chi ha avuto la fortuna di fare la conoscenza della versione cartacea. Quindi bravo Savage, che ha realizzato un gradevole horror "commerciale", perfetto per quest'estate appena cominciata!


Del regista Rob Savage ho già parlato QUI. Chris Messina (Will Harper), David Dastmalchian (Lester Billings), Marin Ireland (Rita Billings) e LisaGay Hamilton (Dr. Weller) li trovate invece ai rispettivi link.


Sophie Thatcher
, che interpreta Sadie, è nel cast di Yellowjackets (serie che piace a tutti e che io non sono ancora riuscita a recuperare), mentre la piccola Vivien Lyra Blair, che interpreta Sawyer, è la Leila bambina della serie Obi-Wan Kenobi. La medium che si vede nel video che Sadie guarda su Youtube è quella del film Host, non a caso la interpreta la stessa attrice. Immagino che lo sappiate se siete lettori di questo blog, ma The Boogeyman non ha niente a che spartire con la trilogia iniziata nel 2005 col mediocre Boogeyman - L'uomo nero; nel caso vogliate vedere altri film come quello di Savage, vi consiglio quindi di recuperare The Babadook, Antlers - Spirito insaziabile e Lights Out (li trovate tutti a noleggio su Prime altrimenti, se avete un abbonamento, il primo è sul canale Midnight Factory e il secondo su Disney +). ENJOY!

venerdì 21 aprile 2023

Air - La storia del grande salto (2023)

Stavo quasi per perderlo, poi le recensioni entusiaste mi hanno convinta ad andare a vedere Air - La storia del grande salto (Air), diretto dal regista Ben Affleck.


Trama: Sonny Vaccaro, consulente della divisione basket di una Nike in crisi, cerca di assicurarsi Michael Jordan come volto per promuovere una nuova linea di scarpe...


Il motivo per cui stavo quasi per snobbare Air risiede nel mio atavico disinteresse verso ogni cosa che sia anche solo lontanamente legata allo sport; in particolare, di basket so solo che, da ragazzina, mi piacevano i cappellini della NBA per i colori sgargianti delle squadre e che Michael Jordan ha partecipato a Space Jam, quindi il mio terrore era quello di non capire una mazza del film e di farmi due palle cubiche. Poi hanno cominciato ad arrivare le prime recensioni positive e la quasi unanime consacrazione di Air a film da recuperare assolutamente, quindi, contando anche che al Bolluomo il basket piace, ho colto la palla al balzo per passare la domenica sera in sala. Finita la visione, sono stata molto contenta di guardare Air. Il film, co-sceneggiato dallo stesso Ben Affleck e da Matt Damon, nonostante i due non siano citati come sceneggiatori nei credits, è il classico "drama" USA in cui il destino di un'azienda e di tutti quelli che ci lavorano è affidato al carisma di una sola persona, che si fa carico di un compito apparentemente impossibile da portare a termine mentre chi lo circonda, alternativamente, lo aiuta o gli mette i bastoni tra le ruote. Nel caso in questione, Air racconta la storia "vera" di Sonny Vaccaro, il quale, per evitare il tracollo di una Nike che negli anni '80 rischiava il fallimento, ha puntato tutto su un promettente giocatore di basket di nome Michael Jordan, già all'epoca conteso da Adidas e Converse ma non ancora diventato la stella di fama mondiale che conoscono persino le capre come me. Detto questo, Air non deve però venire considerato una celebrazione di Vaccaro, della Nike o di Jordan (il quale non viene quasi mai inquadrato, se non di spalle, o mostrato in poche immagini d'archivio; al limite, la celebrazione viene riservata a Deloris Jordan, dipinta come donna di raro acume ed intelligenza, oltre ad avere fiuto per gli affari), quanto piuttosto la fotografia di un sogno americano appoggiato sulle fragilissime spalle di scommesse più o meno rischiose, dove contano sì il carisma e la capacità di capire come sta girando il vento, ma soprattutto contano le botte di culo, e se non arrivano la conseguenza è la distruzione di vite e famiglie, sacrificate al dio denaro e al capitalismo, o ai capricci di un ragazzino che vuole una Mercedes rossa, se per questo. 


Lapalissiano, in tal senso, è il bellissimo, commovente monologo pronunciato da Matt Damon per convincere Jordan a dare una chance alla Nike, interamente imperniato sul coraggio necessario a compiere il "grande salto" del titolo italiano, sulla forza indispensabile per sopportare i dolori che, inevitabilmente, verranno con le gioie, perché il rischio è quello che abbiano un peso identico se non addirittura maggiore; e altrettanto bella, a mio avviso, è l'inquadratura che, all'improvviso, si apre a mostrare per intero l'open space di cui gli uffici di Sonny e Rob Strasser sono solo una piccola parte, quella parte su cui, fino a quel momento, si sono inevitabilmente concentrate le attenzioni dello spettatore, dimentico (come del resto Sonny) della presenza di altre persone destinate a venire pesantemente influenzate dall'esito della scommessa di Vaccaro, collateral damages i cui nomi non verranno ricordati come quello di Jordan, certo, ma che sono stati comunque indispensabili per consacrarlo alla gloria imperitura. Questi, a mio avviso, sono i picchi più alti di un film ben scritto, ben diretto da un Ben Affleck sempre più sicuro dietro la macchina da presa (e più valido come regista che come attore, ma questa ormai sembra quasi una banalità da scrivere) e arricchito dal cast delle grandi occasioni. Senza nulla togliere a Matt Damon, assai bravo a reggere il film come protagonista, i miei preferiti sono Viola Davis, che spicca nei panni di una Deloris Jordan intensa ed elegante, Jason Bateman, il quale si conferma uno degli attori più versatili della sua generazione, e Chris Messina, volgarissima ed esagitata fonte delle poche ma sentite risate che mi sono fatta guardando Air. Personalmente, non lo considero il film dell'anno, ma è comunque una pellicola bella ed interessante, che merita di essere vista. Non perdetelo!


Del regista Ben Affleck, che interpreta anche Phil Knight, ho già parlato QUI. Matt Damon (Sonny Vaccaro), Jason Bateman (Rob Strasser), Chris Messina (David Falk), Viola Davis (Deloris Jordan), Chris Tucker (Howard White) e Marlon Wayans (George Raveling) li trovate invece ai rispettivi link. 


Nel cast ciccia fuori un altro degli Skarsgård, Gustaf, che nel film interpreta Horst Dassler. Julius Tennon, che interpreta il padre di Jordan, è il marito di Viola Davis anche nella realtà. Se Air vi fosse piaciuto recuperate La grande scommessa. ENJOY!

martedì 18 maggio 2021

She Dies Tomorrow (2020)

Altro film presente nella classifica 2020 di Lucia che mi ero persa è She Dies Tomorrow, diretto e sceneggiato nel 2020 dalla regista Amy Seimetz.


Trama: Amy è convinta di stare per morire. Con questa convinzione in testa, parla con l'amica Jane, scatenando una reazione a catena...


She Dies Tomorrow
è un film che metterà alla prova chiunque tenterà di vederlo, almeno per i primi 15 minuti. Vi sfido a superare indenni scene senza apparentemente né capo né coda, dove una Kate Lyn Sheil depressa vaga per la casa nuova e per il giardino accompagnata da sprazzi di Lacrimosa dal Requiem di Mozart (mai colonna sonora più adatta), mentre deliranti visioni o ricordi del passato spezzano l'azione di tanto in tanto, creando ancora più confusione. Se, e sottolineo se, riuscirete a superare questo scoglio, e i minuti potrebbero anche essere 20 (ma vi sembreranno almeno 50), arriverete al punto in cui She Dies Tomorrow vi prenderà per non lasciarvi più andare, infilzati all'amo di una frase pronunciata con una sicurezza disperata e ineluttabile: "Domani morirò". Amy è convinta, al 100%, che morirà il giorno dopo. Nulla può convincerla del contrario, il suo è l'atteggiamento rassegnato di chi sa, di chi non ha mezzi per impedire l'inevitabile, di chi rimane inebetito dalla rivelazione e cerca in ogni modo di "distrarsi", come se fosse possibile farlo quando hai un tarlo che ti rode la testa. E voi direte, e quindi? E quindi a un certo punto Amy è costretta a raccontare all'amica Jane, fino a quel momento presa dai suoi problemi molto terreni e superficiali ma anche preoccupata dall'atteggiamento della protagonista, cosa la turba, col risultato che Jane, tornata a casa... rimane vittima di una consapevolezza ineluttabile: domani morirà anche lei, una certezza assoluta che distrugge in un attimo la sua sanità mentale e tutte le pretese di razionalità con cui cercava di dissuadere Amy dalla tragica convinzione. E, ovviamente, mica finisce qui, visto che la convinzione di morire diventa un virus capace di mettere in ginocchio tutti quelli che vi entrano in contatto.


Quella di Amy Seimetz è un'apocalisse in piccolo, una pandemia psicologica, dove non importa, in effetti, sapere se la protagonista e tutti gli altri hanno o meno ragione (probabilmente sì ma, vi avviso già nel caso cercaste un film con un finale chiaro, non è dato sapere) quanto piuttosto assistere all'ultimo giorno di gente che sa di dover morire e cercare di mettersi nei loro panni: cosa fareste, voi, se sapeste di dover morire domani? Io probabilmente sarei annichilita dall'ansia e sprecherei l'ultimo giorno piangendo e basta, nel film della Seimetz qualcuno fa come me, qualcun altro cerca di rifugiarsi (perlomeno ci prova) nei piaceri terreni, altri risolvono le cose in sospeso, altri ancora parlano di nulla cercando di arrivare a vedere l'alba, ma la certezza è una sola, ovvero che nessuno di quanti vengono toccati dal "virus" è pronto né rassegnato e assistere alle loro allucinate reazioni affascina e inorridisce nemmeno ci si trovasse davanti a uno splatter. Il film è tutto qui, è un'idea, dove contano più la suggestione e la scrittura, a volte qualche sequenza più allucinata di altre, perché la messa in scena è dimessa, gli attori pochi e gli effetti speciali ancora meno, il che rende She Dies Tomorrow la dimostrazione di come sia possibile fare cinema interessante e coinvolgente con pochissimi mezzi. Di sicuro non è un film per tutti ma comunque lo consiglio spassionatamente.    


Della regista e sceneggiatrice Amy Seimetz ho già parlato QUI. Jane Adams (Jane), Chris Messina (Jason), Josh Lucas (Doc), Adam Wingard (uomo delle Dune Buggy), Michelle Rodriguez (Sky) e Olivia Taylor Dudley (Erin) li trovate invece ai rispettivi link. 

Kate Lyn Sheil interpreta Amy. Americana, ha partecipato a film come You're Next, V/H/S, The Sacrament, Equals e serie quali Oucast. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 36 anni e due film in uscita.


Katie Aselton
interpreta Susan. Americana, ha partecipato a film come La foresta dei sogni, Regali da uno sconosciuto - The Gift, Synchronic, Bombshell - la voce dello scandalo e serie quali Legion. Anche sceneggiatrice, regista e produttrice, ha 36 anni e due film in uscita.



martedì 23 febbraio 2021

I Care a Lot (2020)

Fresco di una nomination ai Golden Globe per Rosamund Pike come miglior attrice in una commedia o musical, la settimana scorsa è uscito su Prime Video (chissà perché in America ce l'hanno invece su Netflix) il film I Care a Lot, diretto e sceneggiato nel 2020 dal regista J Blakeson.


Trama: Marla è una tutrice legale il cui unico scopo e privare delle loro fortune gli anziani sotto la sua tutela. L'attività procede bene, finché tra le sue grinfie non finisce una donna dai legami insospettabili...


Non sarà facile spiegare il mix di sentimenti contrastanti derivati dalla visione di I Care a Lot, commedia nerissima che consiglio spassionatamente di guardare, ma con nervi saldi, pena la volontà costante di spaccare lo schermo a pugni. Lo consiglio, in primis per la presenza di signori attori, soprattutto Rosamund Pike, che con la sua performance gelida e cazzuta regge praticamente il film da sola, mettendosi negli scomodi panni (come se non le fossero bastati quelli della gone girl Fincheriana) di una donna senza scrupoli, una "leonessa" che mira a fare soldi sulla pelle degli anziani, sfruttando senza un battito di ciglia tutte le orribili gabole legali che rendono gli USA, Paese della libertà, un incubo kafkiano per chiunque finisca impreparato nelle maglie del sistema; ad affiancarla, c'è il sempre meraviglioso Peter Dinklage, una rediviva Dianne Wiest che finisce per essere più inquietante della stessa Pike, e la dolce bellezza di un'umanissima Eiza González, l'unica in grado di dare un minimo di credibilità al personaggio di Marla, che senza la partner (non solo in crime) sarebbe solo pura malvagità. Anche la trama di I Care a Lot è molto interessante, soprattutto nella prima parte, e mescola in maniera sfacciata elementi assai plausibili e altri decisamente più "spettacolari" ed improbabili, soprattutto dopo che le carte sono state scoperte e il film passa dall'essere una rocambolesca pellicola di denuncia sociale a un thriller con parecchi tocchi di humour nero, un cambiamento di registro che contribuisce a tenere molto alto il livello di adrenalina e di attenzione dello spettatore, che non passa un solo minuto senza chiedersi dove diamine potrebbe andare a parare I Care a Lot e cosa avrà voluto comunicare J Blakeson.


Qui è però scattato, almeno per me, il problema di I Care a Lot, ovvero le "troppe" domande, la pretesa di un qualche messaggio serio da comunicare. Personalmente credo che I Care a Lot avrebbe funzionato alla perfezione se fosse stata una commedia nerissima al 100%, con una protagonista sì immorale, ma senza giustificazione, una villainess tout court completamente priva di appigli per poter in qualche modo empatizzare con lei. Invece, quegli accenni di tirate femministe, di donna costretta a subire gli insulti sessisti degli uomini che non riescono a batterla ad armi pari, di essere umano con qualche problemino accennato alle spalle (esempio: della madre non le frega nulla, uno intuisce che la sua mancanza di scrupoli verso gli anziani derivi da un rapporto meno che idilliaco) hanno contribuito, almeno nel mio caso, a farmi odiare Marla al punto da augurarmi che le succedessero le peggio cose, questo nonostante il suo antagonista sia senza scrupoli e detestabile quanto lei; Marla e Fran, novelle Thelma & Louise, si imbarcano in una ribellione contro la società e il maschilismo imperante ma ai danni di vecchietti indifesi, tanto che per renderle un pochino meno immorali lo sceneggiatore ha dovuto connotare in maniera incredibilmente negativa tutti quelli che provano a opporsi a loro, un escamotage cheap, se mi consentite il termine, che onestamente con me non ha attecchito. Piuttosto che questo colpo al cerchio e un altro alla botte, avrei preferito una cosa completamente demenziale e staccata dalla realtà come un La signora ammazzatutti, oppure una cosa serissima, di denuncia, ma così I Care a Lot non è né carne né pesce e vale davvero solo per le notevoli interpretazioni degli attori, quelle sì imperdibili... ma magari voi riuscite a non farvi montare l'odio e ad apprezzarlo più di quanto abbia fatto io, chissà.


Di Rosamund Pike (Marla Grayson), Peter Dinklage (Roman Lunyov), Eiza González (Fran), Dianne Wiest (Jennifer Peterson), Chris Messina (Dean Ericson), Macon Blair (Feldstrom) e Alicia Witt (Dr. Amos) ho già parlato ai rispettivi link.

J Blakeson (vero nome Jonathan Blakeson) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come La scomparsa di Alice Creed e La quinta onda. Anche attore e produttore, ha 43 anni.


Se I Care a Lot vi fosse piaciuto recuperate Promising Young Woman. ENJOY!


mercoledì 12 febbraio 2020

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (2020)

Alla faccia dei recuperi pre-Oscar non conclusi, proprio domenica sono andata a vedere Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (Birds of Prey: And the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn), diretto dalla regista Cathy Yan. No Spoiler, sereni.


Trama: dopo aver rotto con Joker, Harley Quinn si ritrova contro mezza Gotham e, per sopravvivere, si impegna a recuperare un diamante per conto del malvagio Romani Sionis, alias Black Mask.


Dopo il diludente Suicide Squad, la voglia di vedere un film interamente dedicato ad Harley Quinn (che pure era la cosa migliore di quella schifezza) era pari a zero. Poi, con l'uscita italiana, per curiosità sono andata a leggere un paio di commenti d'Oltreoceano e uno in particolare ha catturato la mia attenzione: "Deadpool meets John Wick". Pur con tutte le riserve del caso, ho quindi deciso di dare una chance a Birds of Prey, anche considerato il fatto che molte scene "di menare" sono state girate da David Leitch, e alla fine del film piangevo commossa all'interno di un fazzoletto dei My Little Pony, perché lo spin-off con Harley Quinn è il miglior film DC di sempre, qui lo dico e qui lo nego, almeno parlando di quell'universo condiviso che la Distinta Concorrenza vorrebbe contrapporre a quello Marvel. Anzi, se andiamo a vedere ho apprezzato più Birds of Prey di molti dei cinecomics del MCU, perché trasuda tanta di quell'ignoranza volontaria e gioiosa incoscienza che volergli male è impossibile. In più, adoro le pellicole imperniate su donne che picchiano durissimo e questo è un degno esponente del genere e, se è vero che sangue ne scorre davvero poco, la bionda Harley compensa con un sacco di ossa spezzate nei modi più disparati e con una comicità cartoonesca sempre molto apprezzabile. Certo, se vi aspettate un film coerente, con una trama che non sia scritta sul retro di un biglietto da visita e magari anche introspettivo, oppure una pellicola dove non esiste la distinzione paracula tra chi è davvero malvagio e chi è cattivello ma fondamentalmente eroe (come già accadeva in Suicide Squad, mortacci loro), cascate malissimo, ma Margot Robbie, un po' come Ryan Reynolds con Deadpool, crede così tanto nella sua Harley Quinn che tutto acquista magicamente un tocco di glitterosa luminosità, un po' come se ci ritrovassimo a sorridere maneggiando le cacchette rosa di Arale. E io in questa cacchetta rosa ci ho sguazzato per tutta la durata, divertendomi come una bambina, tra risate a profusione e applausi ad ogni violentissima trovata della bionda criminale creata da Paul Dini e Bruce Timm (per dire, una delle gioie più grandi è stata per me la sequenza animata, con lo spettacolare design di Shane Glines).


La storia, come ho scritto, è poca roba, una scusa per calcioruotare (per ora) Joker fuori dal franchise e introdurre una nuova squadra DC, le Birds of Prey appunto; almeno, queste erano le intenzioni dei realizzatori, che parlavano persino di trilogia, non fosse che Birds of Prey ecc. è stato un terrificante flop in patria e anche qui non se la cava benissimo, visto che in sala saremo stati poco più di una decina, di domenica sera, alle 20. E' un peccato che il film stia andando così male, anche perché al di là di Harley Quinn, sempre meravigliosa, anche le altre Birds of Prey sono molto interessanti e cool, sia d'aspetto che di carattere, un gruppo eterogeneo i cui membri si completano alla perfezione. La fascinosa Black Canary buca indubbiamente lo schermo ma la Cacciatrice le dà parecchio filo da torcere e la natura di sbirro anni '80 di Montoya regala alcune delle gag più riuscite del film; per quanto riguarda il reparto villain, Ewan McGregor è un matto vero, indossa i panni di un personaggio che sarebbe stato perfetto per Sam Rockwell senza colpo ferire e regala un cattivo che, per una volta, non è solo un cartonato da dimenticare il giorno dopo, mentre Chris Messina è il suo degno compare (e forse qualcosina di più, chissà!). Lo stile della Yan è pop e chiassoso, non rinuncia a scritte in sovrimpressione particolarmente esilaranti, che contribuiscono all'effetto "distruzione della quarta parete" assieme al racconto in terza persona e totalmente sconclusionato della protagonista, e si amalgama bene alle sequenze action supervisionate da Leitch, che spiccano per l'alto tasso di violenza cafona, declinata alle esigenze del personaggio (la battaglia a colpi di lustrini esplosivi è già una delle mie sequenze preferite, assieme alle evocative ambientazioni del luna park abbandonato, dove si consumano altre risse ben congegnate). A tutto ciò, aggiungete le citazioni più disparate, che vanno, tra le altre, dal subdolo omaggio a Leon, alla splendida parodia di Diamonds Are a Girl's Best Friend, passando per le citazioni a La notte del giudizio e a un capolavoro della commedia anni '80: Who's That Girl?. Se a quest'ultima, personalissima gioia, aggiungete una colonna sonora spesso zamarra ma comunque assai calzante e a tratti persino bella (come si intitola il pezzo strumentale durante i titoli di coda?? Come faccio a riascoltarlo in loop??), capirete perché Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn mi abbia fatta uscire dalla sala con un sorrisone che nemmeno il Joker di Jack Nicholson!


Di Margot Robbie (Harley Quinn), Mary Elizabeth Winstead (Helena Bertinelli/Cacciatrice), Ewan McGregor (Roman Sionis) e Chris Messina (Victor Zsasz) ho parlato ai rispettivi link.

Cathy Yan è la regista della pellicola. Cinese, ha diretto il film Dead Pigs ed è anche produttrice e sceneggiatrice.


Rosie Perez interpreta Renee Montoya. Americana, ha partecipato a film come Fa' la cosa giusta, Fearless - Senza paura, Può succedere anche a te, The Counselor - Il procuratore, I morti non muoiono e a serie quali 21 Jump Street e Frasier; come doppiatrice, ha lavorato in The Cleveland Show. Anche regista, produttrice e sceneggiatrice, ha 56 anni e un film in uscita.


Jurnee Smollett - Bell era la piccola Eve del bellissimo La baia di Eva. Prima che venisse preso Ewan McGregor, sia Sharlto Copley che, soprattutto, Sam Rockwell erano gli attori considerati per il ruolo di Black Mask, villain introdotto al posto del Pinguino, già utilizzato per il prossimo film su Batman. Per la Cacciatrice, invece, erano stati fatti i nomi di Sofia Boutella e Alexandra Daddario, mentre per Canary si sono alternati quelli di Janelle Monáe, Gugu Mbatha-Raw e persino Blake Lively. Le Birds of Prey erano già state portate sullo schermo (televisivo) in una serie omonima del 2002 ma onestamente è una serie che non conosco; se il film vi fosse piaciuto non vi dirò di recuperare Suicide Squad quanto piuttosto i tre John Wick, Atomica bionda e il primo Kick Ass. ENJOY!

mercoledì 14 novembre 2012

Argo (2012)

Domenica sera sono andata a vedere l'ultimo film diretto da Ben Affleck, quell'Argo che mi aveva attirata fin dai primi trailer. Per una volta, la speranza di vedere qualcosa di bello non è stata frustrata, anzi. (La frustrazione viene semmai dal non sapere se la connessione, NUOVAMENTE SALTATA, MALEDETTI IDIOTI DELLA TELECOM, verrà ripristinata prima che il film diventi ormai roba della passata stagione..)


Trama: nel 1979 l'ambasciata Americana in Iran viene assaltata dai seguaci dell'Ayatollah. Tutti coloro che si trovano sul posto vengono presi in ostaggio tranne sei dipendenti, che riescono a scappare e a trovare rifugio presso l'ambasciatore Canadese. Per liberarli, interviene l'agente CIA Tony Mendes, che con un piano a dir poco azzardato cerca di farli uscire dal paese facendoli passare per membri di una troupe intenzionata a girare Argo, un film di fantascienza.


E bravo Ben Affleck che, dopo il validissimo ma un po' ingenuo The Town, ha azzeccato un altro film e stavolta, almeno per quel che ho potuto percepire io, non ha sbagliato praticamente nulla! Se infatti il suo primo film da regista risentiva di una sceneggiatura a tratti un po' troppo da fotoromanzo, Argo è tratto invece da una storia vera che ha dell'incredibile, un segreto di stato portato allo scoperto solo in tempi recenti, una validissima commistione tra spy story, commedia, film drammatico e documentario in grado di tenere con il fiato sospeso anche lo spettatore che sa qual è stato il destino dei sei ostaggi. Affleck si ritaglia un ruolo importante ma non preponderante, riservandosi la parte del protagonista ma senza eclissare gli altri importantissimi personaggi e, soprattutto, le sconvolgenti e realistiche immagini della rivoluzione Iraniana, ispirate a foto d'epoca che vengono saggiamente riproposte durante i titoli di coda a mostrare quanto il film sia fedele agli eventi e alle situazioni realmente accorse. Neanche fosse un regista consumato, il buon Ben mantiene uno stile classico e fluido per tutta la pellicola, senza ricorrere a chissà quali virtuosismi o inquadrature azzardate, e nonostante questo riesce tuttavia a cambiare di continuo il ritmo del film, passando da momenti di tensione "sussurrata", ad atmosfere da commedia "slapstick" rese ancora più divertenti dalla presenza di due mostri sacri come John Goodman e Alan Arkin, per finire con sequenze talmente concitate e al cardiopalma da fare invidia alla maggior parte degli action americani.


Argo ha il pregio di intrattenere ed interessare, presentando gli eventi narrati allo spettatore che magari non li ricorda o non li conosce senza ricorrere a spiegoni o pompose parentesi dedicate ad intrighi socio-politici, ma introducendoli attraverso la voce narrante di una donna iraniana accompagnata da immagini molto esplicite ed immediate. Più che focalizzarsi sull'aspetto dell'intelligence, il regista si concentra ovviamente su quello che conosce maggiormente, ed ecco che il film diventa anche un'ironica critica al sistema hollywoodiano, fatto di wannabes, di produttori senza fiuto, di attricette di belle speranze, di giornalisti che per vendere una storia accetterebbero anche di parlare di un film di fantascienza trashissimo ed inverosimile, ispirato ai grandi successi dell'epoca, come Star Wars e Il pianeta delle scimmie. E per una volta la critica è comunque funzionale a presentare e far meglio comprendere una crisi tra le più terribili mai affrontate da degli esseri umani, incarcerati, terrorizzati e tenuti lontani da casa per un anno e mezzo, senza sapere se il giorno dopo sarebbero stati vivi o morti, una crisi globale nata dalla sete di potere e dagli interessi economici delle nazioni, una crisi in grado di generare tensioni, odio e cieco razzismo. Argo non è quindi il solito film americano patriottico o ignorante ma, ad una prima visione, parrebbe frutto di scelte ponderate e una documentazione approfondita.


Per finire, due parole sugli attori. Di John Goodman e Alan Arkin ho già parlato, inutile sottolineare come i due riconfermino ancora una volta la loro bravura; Ben Affleck offre una performance misurata e credibile, così come Bryan Cranston nei panni del suo superiore e il sempre valido Victor Garber in quelli, ahimé un po' poco sfruttati, dell'ambasciatore canadese. Personalmente, però, sono rimasta molto impressionata dalla bravura del gruppetto di sei attori che interpretano gli ostaggi, tra i quali spicca Clea DuVall, sia per l'incredibile sensibilità che hanno dimostrato nel rendere credibili e umani questi personaggi, sia per l'effettiva somiglianza di più di metà di loro con le persone realmente esistite, guardare i titoli di coda per credere! Insomma, per concludere, sebbene un tizio alle mie spalle abbia esclamato "Embé, è un film come un altro..." a fine visione, vi consiglio comunque di andare a vedere Argo perché è una delle poche pellicole recenti che non fanno rimpiangere di avere speso i soldi del biglietto, anzi. E aggiungo "forza Ben!, continua così!"


Di Ben Affleck (Tony Mendez, ma la prima scelta del regista era stata di farlo interpretare a Brad Pitt), Bryan Cranston (Jack O' Donnel), John Goodman (John Chambers), Victor Garber (Ken Taylor), Rory Cochrane (Lee Schatz), Kyle Chandler (Hamilton Jordan), Chris Messina (Malinov) e Bob Gunton (Cyrus Vance), potete trovarli ai rispettivi link.


Alan Arkin interpreta Lester Siegel. Americano, lo ricordo per film come Edward mani di forbice, Americani, Gattaca - La porta dell'universo, I perfetti innamorati, Little Miss Sunshine (per cui ha vinto l'Oscar come miglior attore non protagonista) e I Muppet, inoltre ha partecipato ad un episodio della serie Will & Grace. Anche regista, sceneggiatore e produtore, ha 78 anni e cinque film in uscita.


Clea DuVall (vero nome Clea Helen D'etienne DuVall) interpreta Cora Lijek. Americana, la ricordo per film come Giovani pazzi e svitati, The Faculty, The Astronaut's Wife, Identità, The Grudge e Zodiac, inoltre ha partecipato alle serie E.R. Medici in prima linea, Buffy the Vampire Slayer, CSI, Heroes, Grey's Anatomy, Numb3rs, Bones, Lie to Me, CSI: Miami e American Horror Story. Anche produttrice, ha 35 anni e un film in uscita.


In mezzo allo sterminato cast compaiono anche il mio aMMoro Tom Lenk nei panni di un reporter e un non accreditato Philip Baker Hall. E adesso un paio di curiosità che vanno a gettare nuova luce su un paio di domande che mi sono fatta durante il film: lo script di Argo, ovviamente mai realizzato, esiste davvero ed è stato tratto da un romanzo dal titolo Lord of Light di un certo Roger Zelazny che purtroppo non conosco, mentre gli storyboard che si vedono nel film, nella realtà erano stati disegnati nientemeno che da Jack Kirby, il co-creatore di gran parte dei personaggi storici dell'universo Marvel. Infine, il motivo per cui si vede una scritta "Hollywood" così disastrata, è perché all'epoca era davvero caduta in rovina a causa dell'incuria e sarebbe stata restaurata qualche tempo dopo grazie a "donatori" del calibro di Hugh Hefner ed Alice Cooper. Sinceramente, non saprei che film consigliarvi di guardare dopo aver visto Argo, quindi... ENJOY!





domenica 21 novembre 2010

Devil (2010)

Lo scetticismo a cui può portarmi il regista M. Night Shyamalan è incredibile. Pur essendo solo produttore del film Devil, in realtà diretto da John Erick Dowdle, è bastato infatti il suo nome per mettermi sul chi va là e guardarlo con gli occhi di chi si aspetta una bufala. Per fortuna sono stata smentita ma purtroppo ho avuto, in parte, anche ragione.

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Trama: cinque individui si ritrovano chiusi all’interno di un ascensore. Quando cominciano a morire uno ad uno, i soccorritori all’esterno intuiscono che tra essi potrebbe trovarsi nientemeno che il Diavolo.

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Sinceramente, mi dispiace quando un bel film viene rovinato da un finale del cavolo. Devil, posso dirlo senza ripensamenti, fino agli ultimi cinque minuti si segue benissimo: innanzitutto è ben girato, nonostante la trama ridotta all’osso non si ha mai un momento di noia e la commistione tra horror e poliziesco è praticamente perfetta. Lo spettatore viene inserito nella storia grazie ad una voce narrante fuori campo (che poi si scopre appartenere ad uno dei soccorritori) che ci narra un racconto popolare tramandatogli da sua madre: di tanto in tanto il diavolo sceglie cinque peccatori da torturare prima di prendergli le anime, ed il suo arrivo viene sempre preannunciato da un suicidio. Questo è ciò che accade, in effetti, nel film, dove ogni evento viene introdotto dalla continuazione di questo racconto. Lo spettatore, che sa quindi cosa aspettarsi, si diverte innanzitutto a capire, molto banalmente, chi dei cinque potrebbe essere Satana e a seguire le indagini dell’ispettore che, invece, cerca di scoprire chi dei cinque potrebbe essere il potenziale assassino e perché, trovandosi decisamente spiazzato davanti all’evidenza che tutti gli occupanti dell’ascensore hanno qualcosa da nascondere. Gli occupanti in questione, per una volta, non vengono introdotti con dei flashback o simili ma vengono lasciati privi di nome per la maggior parte del film e caratterizzati con pochi, intelligenti particolari: capiamo che la guardia è un violento dal modo in cui si muove come una bestia in gabbia e scatta alla minima provocazione, che la ragazza è una stronzetta dal modo in cui si atteggia nei confronti degli “altri”, che il venditore di materassi è un poco di buono dallo sguardo che lancia al culo della ragazza appena lei fa l’elegantissimo gesto di sistemarsi le mutande (ma… in ascensore…? Ohibò…!), ecc. ecc.

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La realizzazione visiva del film è molto bella. La carrellata iniziale che ci mostra anche il trailer, quella di una Philadelphia sottosopra, non è un vezzo messo a caso, ma la rappresentazione di una giornata storta, governata dalle leggi del Diavolo, come viene detto più avanti da uno dei due guardiani; le riprese all’interno dell’ascensore alternano quello che viene visto dalle telecamere interne al punto di vista soggettivo dei personaggi, mescolando immagini reali a visioni terrificanti di figure spettrali (poche, per fortuna) e cadaveri insanguinati, specchio perfetto della crescente incredulità del detective che vede ogni traguardo della sua rapida e razionale indagine andare in pezzi di fronte alla potenza del sovrannaturale (non a caso questo è il primo capitolo delle Night Chronicles, una trilogia che parlerà del sovrannaturale all’interno della società moderna); gli attori, per quanto quasi sconosciuti, sono bravi e abbastanza credibili, con l’unica pecca del personaggio del detective, un po’ piatto nella resa e seppellito dai clichè (ex alcolizzato, reduce da una tragedia che lo ha segnato, ecc. ecc.). Insomma, Devil è un bel film…

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… ma poi il Diavolo ci mette lo zampino. O meglio, NON ce lo mette. Sì perché il finale del film è uno dei peggiori che io abbia mai visto. Innanzitutto ci mette davanti agli occhi l’immagine di un diavolo fondamentalmente giusto e buono, una sorta di Angelo della Vendetta che punisce i peccatori (e al massimo fa fuori quelli che cercano di salvarli, ma poca roba: prima avverte, poi se tu sei recidivo, allora ti uccide, ma quasi controvoglia…) e poi lo priva di quella logica machiavellica che solo Satana potrebbe avere. Insomma, quello di Devil è un demonio che innanzitutto si fa sconfiggere con un pentimento degno di un bambino delle elementari e che poi accetta la sconfitta senza neppure cercare di vendicarsi, lasciando gli spettatori con una moraletta da Orsoline ed il comportamento umano più inverosimile che si possa immaginare: quale persona perdonerebbe chi, anni prima, gli ha sterminato tutta la famiglia e poi è scappato lasciando solo un biglietto di scuse? Ma per piacere, non lo accetto. Non è certo un film così che può insegnare il perdono o fare catechismo, non dopo che mi sono state mostrate gole tagliate, colli ritorti, grandi ustionati e quant’altro. Peccato, perché un finale così bigotto e moralista lascia davvero l’amaro in bocca ed un ricordo pessimo di un film altrimenti pregevole. Temo gli altri due capitoli delle Night Chronicles, il cui nome mi porta a dire, tra l’altro, “fanculo Shyamalan, maledetto egocentrico”. E con questa botta di finezza chiudo la recensione: si vede che Shyamalan mi sta sulle balle, vero? Haha!

John Erick Dowdle è il regista del film. Americano, ha girato il remake di Rec, quel Quarantine che devo ancora vedere ma che tutti mi hanno sconsigliato. Ha 37 anni.

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Chris Messina interpreta il detective Bowden. Attore americano, come gli altri protagonisti del film poco conosciuto, ha già partecipato a Attacco al potere, C’è post@ per te e Vicky Cristina Barcellona, nonché ad episodi di telefilm come Law & Order, Six Feet Under e Medium. Ha 36 anni e due film in uscita.

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Come ho detto, gli attori che partecipano al film sono più o meno sconosciuti, ma guardando bene si possono scovare delle chicche. Per esempio, l’irritante venditore di materassi è interpretato da Geoffrey Arend, che in originale doppiava l’odioso e leppego Upchuck che tutti i fan di Daria dovrebbero ricordare. E ora vi lascio con il trailer originale del film... ENJOY!

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