Visualizzazione post con etichetta josh lucas. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta josh lucas. Mostra tutti i post

domenica 18 luglio 2021

La notte del giudizio per sempre (2021)

Dopo anni di affezionate visioni, potevo forse perdermi, nonostante le sale più vicine siano a chilometri ed ore di distanza, La notte del giudizio per sempre (The Forever Purge), diretto dal regista Everardo Gout?


Trama: Nell'anno in cui Adela e Juan riescono finalmente ad arrivare in America per sfuggire ai cartelli della droga messicani, un'organizzazione nazionale di cittadini decide di continuare a perpetrare le violenze della Notte dello Sfogo anche una volta scaduto il tempo...



Come passa il tempo, porca miseria. Correva l'anno 2013 e James De Monaco, coadiuvato da un Ethan Hawke in versione cittadino integerrimo, ci mostrava cosa poteva succedere offrendo all'americano medio la possibilità di avere una notte intera per uccidere, seviziare, picchiare e rubare senza timore di incorrere in pene giudiziarie. La notte del giudizio era un thriller piccolino ma interessante, basato su un assunto inquietante, che consentiva a tutti gli spettatori di mettersi in discussione davanti alla scomoda domanda "cosa faresti tu? Ti nasconderesti in casa oppure saresti parte attiva dello sfogo?". I tre sequel hanno espanso molto la "mitologia" dello Sfogo, introducendo dilemmi sociali di grande attualità e diventando specchio dell'orrore di un'America trumpiana, dove è fin troppo facile immaginare orde di buzzurri ignoranti, perlopiù bianchi, manipolati da ricconi di pura razza ariana per diventare il mezzo con cui disfarsi degli indesiderati (neri, latinos, sinistroidi, gay, ecc.) e mantenere una sorta di status quo. D'altronde, le meravigliose scene al Campidoglio, neppure troppi mesi fa, le abbiamo viste tutti, no? Vi ricordate le facce intelligenti di Toro Seduto e compagnia, oltre all'inquietante incapacità, da parte della polizia, di arginare la mandria scatenata dei bonobi? Fate un po' mente locale e chiedetevi perché questo favoloso esempio di Umanità con la U maiuscola dovrebbe accontentarsi di una singola notte di sfogo per poi tornare a sopportare quotidianamente tutti gli indesiderati di cui sopra, magari anche col sorriso sulle labbra, e chiedetevi se, in una nazione dove avere armi automatiche di grosso calibro in casa è un diritto e un vanto, l'esercito avrebbe modo di arginare detti bonobi armati o se non rischierebbe piuttosto di dover ripiegare su una vergognosa ritirata strategica. 


La notte del giudizio per sempre
riprende tutti questi ragionamenti neppure troppo campati in aria, sposta l'azione di parecchi anni in avanti rispetto al penultimo capitolo (se ricordate, alla fine di Election Year, la Juliet di Lost era diventata presidente, quindi ragionevolmente lo sfogo avrebbe dovuto finire. A quanto pare, sono arrivati dei nuovi padri fondatori - per quanto sembri assurdo chiamarli così - che l'hanno cacciata a pedate nonostante di lei non si faccia menzione nel film) e ci mostra la ribellione dei cittadini a cui una notte sola non basta, non con tutti gli immigrati che brulicano per le sacre strade americane, e vagli a spiegare agli americani che se non fosse esistita l'immigrazione col cavolo che ci sarebbe l'America. Ambientato in una cittadina di frontiera al confine col Messico, La notte del giudizio per sempre unisce nella disgrazia sia bianchi abbienti (odiati da coloro che sfruttano) che messicani poveri (odiati dai bianchi razzisti, a prescindere dal conto in banca di questi ultimi) e, pur non rinunciando ad alcuni tocchi "glamour" incarnati dalle solite maschere pittoresche dei partecipanti allo Sfogo, rispetto ai suoi predecessori si concentra di più sull'azione tout court, passando dalla violenza urbana dei primi due atti a uno showdown dagli echi western verso il finale, che per la prima volta mostra la violenza dello sfogo in pieno giorno. Come negli altri capitoli, lo splatter è abbastanza contenuto, benché non manchino scene molto esplicite, e il ritmo si mantiene teso e costante per tutta la durata del film, tra attori che sono più di semplici cartonati messi lì per far numero e personaggi che hanno anche il tempo di affrancarsi dalla loro bidimensionalità. Non so se valeva la pena di tornare a casa alle 2 dopo un'ora di coda che mi ha portata ad invocare lo Sfogo su tutti gli alti papaveri delle Autostrade, della Regione Liguria e della Provincia di Genova, ma mi sono molto divertita guardando La notte del giudizio per sempre, quindi ne consiglio il recupero, soprattutto se non vi siete persi un film della saga.


Di Ana de la Reguera (Adela), Josh Lucas (Dylan Tucker) e Will Patton (Caleb Tucker) ho già parlato ai rispettivi link.

Everardo Gout è il regista della pellicola. Messicano, è al suo primo lungometraggio ma ha diretto episodi di serie come Luke Cage e The Terror. E' anche produttore, sceneggiatore, attore e tecnico degli effetti speciali. 


Tenoh Huerta
, che interpreta Juan, ha partecipato al bellissimo Tigers Are Not Afraid. La notte del giudizio per sempre viene dopo La notte del giudizio (2013), Anarchia - La notte del giudizio (2014), La notte del giudizio - Election Year (2016), La prima notte del giudizio (2018) e la serie The Purge, le cui due stagioni potete trovare su Prime Video, nel caso i film vi piacessero e vogliate ulteriori storie ambientate nel mondo creato da James DeMonaco. ENJOY!

martedì 18 maggio 2021

She Dies Tomorrow (2020)

Altro film presente nella classifica 2020 di Lucia che mi ero persa è She Dies Tomorrow, diretto e sceneggiato nel 2020 dalla regista Amy Seimetz.


Trama: Amy è convinta di stare per morire. Con questa convinzione in testa, parla con l'amica Jane, scatenando una reazione a catena...


She Dies Tomorrow
è un film che metterà alla prova chiunque tenterà di vederlo, almeno per i primi 15 minuti. Vi sfido a superare indenni scene senza apparentemente né capo né coda, dove una Kate Lyn Sheil depressa vaga per la casa nuova e per il giardino accompagnata da sprazzi di Lacrimosa dal Requiem di Mozart (mai colonna sonora più adatta), mentre deliranti visioni o ricordi del passato spezzano l'azione di tanto in tanto, creando ancora più confusione. Se, e sottolineo se, riuscirete a superare questo scoglio, e i minuti potrebbero anche essere 20 (ma vi sembreranno almeno 50), arriverete al punto in cui She Dies Tomorrow vi prenderà per non lasciarvi più andare, infilzati all'amo di una frase pronunciata con una sicurezza disperata e ineluttabile: "Domani morirò". Amy è convinta, al 100%, che morirà il giorno dopo. Nulla può convincerla del contrario, il suo è l'atteggiamento rassegnato di chi sa, di chi non ha mezzi per impedire l'inevitabile, di chi rimane inebetito dalla rivelazione e cerca in ogni modo di "distrarsi", come se fosse possibile farlo quando hai un tarlo che ti rode la testa. E voi direte, e quindi? E quindi a un certo punto Amy è costretta a raccontare all'amica Jane, fino a quel momento presa dai suoi problemi molto terreni e superficiali ma anche preoccupata dall'atteggiamento della protagonista, cosa la turba, col risultato che Jane, tornata a casa... rimane vittima di una consapevolezza ineluttabile: domani morirà anche lei, una certezza assoluta che distrugge in un attimo la sua sanità mentale e tutte le pretese di razionalità con cui cercava di dissuadere Amy dalla tragica convinzione. E, ovviamente, mica finisce qui, visto che la convinzione di morire diventa un virus capace di mettere in ginocchio tutti quelli che vi entrano in contatto.


Quella di Amy Seimetz è un'apocalisse in piccolo, una pandemia psicologica, dove non importa, in effetti, sapere se la protagonista e tutti gli altri hanno o meno ragione (probabilmente sì ma, vi avviso già nel caso cercaste un film con un finale chiaro, non è dato sapere) quanto piuttosto assistere all'ultimo giorno di gente che sa di dover morire e cercare di mettersi nei loro panni: cosa fareste, voi, se sapeste di dover morire domani? Io probabilmente sarei annichilita dall'ansia e sprecherei l'ultimo giorno piangendo e basta, nel film della Seimetz qualcuno fa come me, qualcun altro cerca di rifugiarsi (perlomeno ci prova) nei piaceri terreni, altri risolvono le cose in sospeso, altri ancora parlano di nulla cercando di arrivare a vedere l'alba, ma la certezza è una sola, ovvero che nessuno di quanti vengono toccati dal "virus" è pronto né rassegnato e assistere alle loro allucinate reazioni affascina e inorridisce nemmeno ci si trovasse davanti a uno splatter. Il film è tutto qui, è un'idea, dove contano più la suggestione e la scrittura, a volte qualche sequenza più allucinata di altre, perché la messa in scena è dimessa, gli attori pochi e gli effetti speciali ancora meno, il che rende She Dies Tomorrow la dimostrazione di come sia possibile fare cinema interessante e coinvolgente con pochissimi mezzi. Di sicuro non è un film per tutti ma comunque lo consiglio spassionatamente.    


Della regista e sceneggiatrice Amy Seimetz ho già parlato QUI. Jane Adams (Jane), Chris Messina (Jason), Josh Lucas (Doc), Adam Wingard (uomo delle Dune Buggy), Michelle Rodriguez (Sky) e Olivia Taylor Dudley (Erin) li trovate invece ai rispettivi link. 

Kate Lyn Sheil interpreta Amy. Americana, ha partecipato a film come You're Next, V/H/S, The Sacrament, Equals e serie quali Oucast. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 36 anni e due film in uscita.


Katie Aselton
interpreta Susan. Americana, ha partecipato a film come La foresta dei sogni, Regali da uno sconosciuto - The Gift, Synchronic, Bombshell - la voce dello scandalo e serie quali Legion. Anche sceneggiatrice, regista e produttrice, ha 36 anni e due film in uscita.



martedì 19 novembre 2019

Le Mans '66 - La grande sfida (2019)

Pur non essendo molto interessata all'argomento, domenica mi hanno portata a vedere Le Mans '66 - La grande sfida (Ford v Ferrari), diretto dal regista James Mangold.


Trama: quando Enzo Ferrari rifiuta di unire la propria azienda alla Ford, Henry Ford II decide di batterlo sul campo delle corse automobilistiche e chiede l'aiuto fondamentale dell'ex pilota Carrol Shelby e del pilota Ken Miles per progettare un'auto in grado di competere alla 24 Ore di Le Mans...


Questo sarà un post viziato da tutta l'ignoranza del caso, anche più del solito. Se c'è una cosa infatti che non ho mai sopportato, dopo vedere ventidue tizi che corrono dietro a un pallone, è assistere alle corse di automobili. Di motori non so nulla, posso giusto apprezzare il design dei veicoli ma ho gusti particolari quindi rischio di provare schifo davanti a molti modelli adorati dagli appassionati, e onestamente l'idea di andare al cinema a vedere la storia della 24 Ore di Le Mans del '66 mi perplimeva non poco. Ribadisco di non avere idea di quali reali eventi siano accorsi quel giorno quindi mi sono bevuta tutto ciò che è stato raccontato sullo schermo da James Mangold e compagnia, ritrovandomi, inaspettatamente, ad esaltarmi, commuovermi e persino a pensare che avrei ucciso chiunque mi avesse spoilerato il finale della sfida tra Ford e Ferrari. Sfida che, per inciso, viene resa per una volta meglio nel titolo italiano; di Ferrari e di Ford, due macchiette dall'ego smisurato, alla fine importa poco, perché l'intera storia è imperniata sulle epiche fatiche di Carrol Shelby, ex pilota costretto a riciclarsi venditore di auto a causa di una malattia cardiaca, e Ken Miles, pilota geniale ma intrattabile. Come da tradizione americana, i due si imbarcano in un'impresa titanica, ovvero creare la prima macchina da corsa a marchio Ford, infondendo nell'opera e nella preparazione per la 24 Ore di Le Mans tutta la passione e la voglia di rivalsa contro un mondo che li ha quasi costretti a rinunciare ai loro sogni, combattendo allo stesso tempo contro la freddezza di uomini d'affari che guardano solo al profitto. La realtà dei fatti è stata dunque schematizzata mettendo da una parte i buoni, come Shelby, Miles e tutto il loro team, i collaboratori riluttanti come l'addetto al marketing Iacocca, e dall'altra parte i cattivi tout court come il viscido Leo Beebee, lo stesso Henry Ford II e, ovviamente, i piloti della Ferrari che sembrano usciti dritti da un film di mafia.


La semplificazione funziona, inutile nascondersi dietro a un dito. Viene incontro a chi, come me, di macchine non sa nulla e rischia di perdersi i tecnicismi di buona parte dei dialoghi iniziali, e consente allo spettatore di avere qualcuno per cui tifare, per cui trattenere il fiato ogni volta che le prove e le gare sembrano andare male, perché i due protagonisti sono caratterizzati alla perfezione, coi loro pregi e i loro umanissimi difetti, tanto che è impossibile non voler loro bene. Aiuta, ovviamente, che ad interpretarli siano due signori attori come Matt Damon e Christian Bale, di nuovo ridotto ad uno scheletro e quasi irriconoscibile nei panni di un "ragazzo" di campagna fattosi pilota e aiuta, neanche a dirlo, il fatto che James Mangold sia un regista capace di creare gradevoli sequenze di quiete familiare e complicità amichevole, ma anche di pestare (stavolta letteralmente) duro sul pedale dell'acceleratore quando si tratta di rendere l'idea di automobili lanciate a velocità impensabili su piste pericolosissime. Che anche una profana come me, a un certo punto, si sia ritrovata seduta sulla poltrona coi muscoli tesi e il piede pigiato su un freno virtuale, può darvi l'idea del dinamismo della messa in scena di Mangold, che nel corso di queste sequenze ad alta velocità alterna sapientemente riprese all'interno dell'abitacolo dell'auto, soggettive di ciò che il pilota vede dall'interno di una potenziale macchina di morte, panoramiche dei circuiti e ovviamente riprese ravvicinatissime dei veicoli in corsa, alternando il tutto con un montaggio serrato che riesce a non dare l'impressione di assistere a un freddo videogame. Alla fine della fiera, non bisogna sorprendersi se guardando Le Mans '66 ci si indigna e ci si commuove, ché la sceneggiatura è MOLTO bastarda e studiata a tavolino per toccare più cuori possibile, ma per una volta si può anche stare al gioco e godersi un film inaspettatamente bello, due ore e mezza che sembrano una. Magari da vedere in lingua originale per superare quel fastidioso (mabbasta con sti stereotipi...) tocco esotico della pronuncia itanglish, terribile da ascoltare in un film doppiato, e dare finalmente al signorile Remo Girone quel che è di Cesare.


Del regista James Mangold ho già parlato QUI. Matt Damon (Carrol Shelby), Christian Bale (Ken Miles), Jon Bernthal (Lee Iacocca), Josh Lucas (Leo Beebee), Tracy Letts (Henry Ford II) e Ray McKinnon (Phil Remington) li trovate invece ai rispettivi link.

Noah Jupe interpreta Peter Miles. Inglese, ha partecipato a film come Wonder, A Quiet Place: Un posto tranquillo e a serie quali Penny Dreadful e Downton Abbey. Ha 14 anni e un film in uscita, A Quiet Place: Part II.


Remo Girone interpreta Enzo Ferrari. Nato in Eritrea, lo ricordo per serie quali La piovra 3 (per me sarà sempre Tano Cariddi), La piovra 4, La piovra 5 - Il cuore del problema, La piovra 6 - L'ultimo segreto, La piovra 7 - Indagine sulla morte del commissario Cattani,  Fantaghirò 5 e Il commissario Rex. Ha 71 anni e un film in uscita.


Se l'argomento vi intriga, potete recuperare il documentario The 24 Hour War, disponibile su Prime Video, e magari anche Le 24 ore di Le Mans. ENJOY!

venerdì 9 dicembre 2016

American Psycho (2000)

Proprio il giorno delle elezioni americane ho guardato, giusto per restare in tema, American Psycho, diretto nel 2000 dalla regista Mary Harron e tratto dal romanzo omonimo di Bret Easton Ellis



Trama: Patrick Bateman è ricco, bello e pieno di donne. La sua sarebbe una vita perfetta se non fosse che Patrick è soprattutto pazzo e, la sera, abbandona le vesti di yuppie per indossare quelle di folle killer...



Quello con American Psycho è stato un amore nato leggendone trama ed interpreti su Ciak, che all’epoca, signora mia, mica c’era l’adsl in connessione continua. E’ stato un amore nato affittando la videocassetta, visto che al cinema di Savona, probabilmente, il film della Harron non era arrivato neppure per sbaglio. E’ stato un amore continuato leggendo il romanzo di un Bret Easton Ellis che non era ancora la parodia di sé stesso, incrociando le dita perché non finisse mai nelle mani sbagliate (quelle di MMadreee, per esempio) con tutti quei tubi-topo e perversioni assortite di cui era infarcito e gioendo perché la libreria con i fondi di magazzino all’epoca situata vicino alla spiaggia aveva tutti i romanzi dell’autore (gioia svanita dopo la lettura, ché American Psycho è rimasto inarrivabile). E’ un amore, di fatto, mai finito, visto che riguardarne la versione cinematografica mi ha fatto venire una voglia matta di rileggere il libro, se non fosse per tutti gli altri libri che poverini ancora stanno aspettando che li apra, ultimo di Stephen King compreso. E’ un amore che secondo me affonda le radici in quello ben più profondo per Arancia Meccanica e in un conseguente, malsano interesse per i protagonisti folli e negativi di entrambe le opere, nonostante il romanzo di Burgess affronti il tema della libera scelta mentre quello di Easton Ellis sia l'emblema del vuoto cosmico e quindi, di fatto, la storia di Alex sia totalmente diversa da quella di Patrick. Sarà un amore nato quindi dalla follia? Sicuramente, perché io ancora adesso non riesco a volere così tanto male a Patrick Bateman, figlio degli anni '80 tanto bello fuori quanto marcio e vuoto dentro, nonostante tutte le brutture che passano per la sua mente malata. Intendiamoci, il 90% di quello che costui fa sia nel film che nel libro mi fa accapponare la pelle ma Patrick è fondamentalmente un figlio dei suoi anni, un povero scemo dalla testa vuota al quale il cervello è andato in pappa per lo sforzo di mantenere la migliore apparenza possibile; gli unici pensieri profondi espressi a voce dal protagonista sono legati ai suoi amati dischi (sebbene suonino falsi e costruiti come tutto ciò che lo circonda) e a una sorta di "relazione" con lo spettatore/lettore al quale, di fatto, viene proposto l'inaffidabile stream of consciousness di un uomo che non riesce più a distinguere la realtà dall'immaginazione e che trasmette al fruitore della sua storia le stesse, confuse ed inquiete sensazioni. D'altronde, quanto può essere affidabile e/o consapevole una persona che, a furia di seguire la moda e lo stile di chiunque "conti" all'interno della sua cerchia di amici e colleghi, viene confuso da quelle stesse persone con altri individui? I dialoghi di American Psycho, pesantemente influenzati da alcool, droga e vanità, sono la fiera del grottesco e della banalità, tanto che spesso ci si ritrova amaramente a ridere davanti agli sforzi di Patrick di "appartenere" a qualcosa, di ricercare l'umanità di cui è privo negli abiti griffati, nei biglietti da visita o nelle impossibili prenotazioni al ristorante di lusso in voga al momento.



Davanti a questa realtà spersonalizzante e stressante, sembra quasi inevitabile che Patrick arrivi a sfogarsi uccidendo e torturando, "cercando" la carne e il sangue di cui lui si sente privo. Ma anche lì, siamo proprio sicuri che gli scoppi di follia di Patrick non siano semplicemente il frutto della sua mente ormai allucinata? Ricordo all'epoca di avere voluto leggere il romanzo non tanto per il gusto di capire come fosse scritto ma per decifrare il finale del film di Mary Harron, che si conclude nel modo più ambiguo possibile dopo che il protagonista ha letteralmente gettato alle ortiche la perfetta maschera di razionalità indossata per non trarre in inganno il prossimo e approfittare al meglio della propria condizione agiata. "Questa confessione non ha nessun significato" sono le parole con le quali Patrick si accomiata sia nel film che nel libro e hanno una triplice valenza, lasciata all'interpretazione dell'ascoltatore: può riferirsi all'inutile confessione fatta all'avvocato, al senso di vuoto provato da un protagonista assolutamente privo di qualsivoglia emozione che non sia uno spiccato narcisismo, oppure potrebbe voler dire che tutto ciò che è accaduto nel film si è svolto solo nella mente di Patrick e che quindi confessarlo sarebbe inutile. Ancora peggio, Bateman potrebbe essere solo uno dei tanti American Psycho che popolano la New York dipinta nel film, tanto che ogni sua azione, anche la più depravata, rischia di perdersi in una società fatta, fondamentalmente, di manichini egoisti che si lasciano vivere persi nel tedio di giornate tutte uguali, prive di legami che possano essere definiti tali. Nel microverso yuppie in cui il forte ingoia il debole chi, tra i conoscenti di Patrick, potrebbe essere in grado di accorgersi della scomparsa di un amico o un collega, men che meno delle persone che popolano i bassifondi newyorchesi? Davanti a un film come American Psycho, che si limita a sollevare domande piuttosto che fornire risposte, non resta altro da fare che allacciare le cinture e godersi il viaggio allucinante di Patrick Bateman, interpretato da un Christian Bale praticamente agli esordi e in formissima, un attore con le palle capace di annullarsi interamente in un personaggio scomodo e consacrarlo per l'eternità nell'iconografia cinematografica (il Dandy di American Horror Story è un perfetto omaggio alla fisicità di Bale) tra una serie di addominali fatta guardando Non aprite quella porta, un omicidio perpetuato indossando l'impermeabile, una botta d'ansia causata dai biglietti da visita e un threesome dall'esito sanguinoso. Il tutto, ovviamente, con estrema, vuota eleganza, ci mancherebbe.



Di Christian Bale (Patrick Bateman), Justin Theroux (Timothy Brice), Josh Lucas (Craig McDermott), Bill Sage (David Van Patten), Chloë Sevigny (Jean), Reese Witherspoon (Evelyn Williams), Jared Leto (Paul Allen), Willem Dafoe (Donald Kimball) e Cara Seymour (Christie) ho già parlato ai rispettivi link.

Mary Harron è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Canadese, ha diretto film come Ho sparato a Andy Wharol, The Moth Diaries ed episodi di serie quali Six Feet Under e Constantine. Anche produttrice e attrice, ha 63 anni e un film in uscita.


Samantha Mathis interpreta Courtney Rawlinson. Americana, ha partecipato a film come Super Mario Bros., Piccole donne, The Punisher, American Pastoral e a serie come Oltre i limiti, Salem's Lot, Doctor House, Incubi e deliri, Lost, Grey's Anatomy, Under the Dome e The strain; inoltre, ha lavorato come doppiatrice in film come Ferngully - Le avventure di Zack e Crysta. Ha 46 anni.


Matt Ross interpreta Luis Carruthers. Americano, ha partecipato a film come L'esercito delle 12 scimmie, Face/Off, The Aviator, Good Night and Good Luck e a serie come Rose Red, Six Feet Under, Bones, CSI:Miami, Numb3rs, CSI - Scena del crimine e American Horror Story. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni.


Il casting di American Psycho è stato un processo lungo e travagliato, che ha visto a un certo punto la Harron abbandonare il progetto quando gli studios hanno scelto di offrire a Leonardo Di Caprio il ruolo di Patrick Bateman, cosa che ha portato Oliver Stone a subentrare come regista. Quando Di Caprio ha deciso di partecipare invece al film The Beach, Stone ha mollato ed è tornata Mary Harron, la quale ha ovviamente tenuto il cast che avrebbe voluto lei (via James Woods e Cameron Diaz quindi, rispettivamente scelti per il ruolo di Kimball ed Evelyn). Negli anni '90 invece era stato Stuart Gordon a progettare una trasposizione cinematografica in bianco e nero del libro, con Johnny Depp come Patrick Bateman e lo stesso Bret Easton Ellis come unico sceneggiatore, poi è stato il turno di David Cronenberg con Brad Pitt come protagonista ma tutti questi progetti si sono persi in fase di produzione. Il film ha generato un sequel a dir poco imbarazzante, ovvero quell'American Psycho II nato dall'unione tra un banalissimo thriller originale e un subplot legato al personaggio di Patrick Bateman, mentre Le regole dell'attrazione è basato sull'omonimo romanzo di Bret Easton Ellis ed è incentrato sulle vicissitudini del fratello minore di Patrick, Sean Bateman: io vi direi di evitarli entrambi ma se American Psycho vi fosse piaciuto consiglio innanzitutto il recupero del romanzo omonimo e poi di aggiungere Kill Your Friends, The Wolf of Wall Street e persino Stress da vampiro. ENJOY!

domenica 8 gennaio 2012

J. Edgar (2011)

Ieri sera ho inaugurato l'anno nuovo cinematografico con J. Edgar, l'ultima pellicola del regista Clint Eastwood. Ammetto che tutto (o quasi) mi sarei aspettata meno quel che ho visto e di essere rimasta positivamente spiazzata dal film.


Trama: il film racconta la storia dell'FBI dal parzialissimo punto di vista del suo fondatore, J. Edgar Hoover. Veniamo così a conoscenza anche di alcuni particolari della sua vita, indissolubilmente legata al lavoro e al potere...


Come ho detto, sono rimasta spiazzata. Adoro la storia americana, soprattutto quella moderna, quindi il film mi ha intrigata e mi è piaciuto, ma tutto mi sarei aspettata tranne una rivisitazione "rosa" (si può dire rosa o è meglio dire arcobaleno?) della vita di quello che immaginavo essere uno degli uomini più duri e tutti d'un pezzo della storia USA. E invece, per citare la meravigliosa Judi Dench, Eastwood mi viene a dire che il buon J.Edgar era nientemeno che.. gerbera. Un povero ometto vessato da mmadree, pieno di insicurezze e fisime, impossibilitato a trovare una moglie o una fidanzata in quanto inesorabilmente gay. A. Giuro che un simile twist nella trama non lo avrei mai previsto nemmeno in cent'anni, ma se dicessi che il film, dopo tale rivelazione, diventa una baracconata, direi il falso. Il bravo Clint, invece, riesce a mescolare fatti storici e "arricchimenti" della trama senza scadere nel trash o nel patetico.


Ovvio, J. Edgar non è un film facile. Innanzitutto per la scelta del protagonista, sicuramente non un uomo simpatico o dalle scelte condivisibili. Hoover è riuscito a creare quella che è diventata universalmente conosciuta come l'istituzione più rappresentativa della giustizia USA e anche la più controversa ed Eastwood ce lo presenta come un uomo dalle idee fondamentalmente giuste che però, per metterle in pratica, ha scelto metodi assai discutibili e slegati dalle leggi, arrivando ad agire più per il proprio interesse personale che per quello della tanto amata nazione. Assistiamo così alle "scene", è proprio il caso di dirlo, di un ometto insicuro, assetato di successo e di potere per colpa di una madre fredda che per lui, fin dall'infanzia, non ha mai voluto altro che un futuro di grandezza assoluta senza mai apprezzarlo fino in fondo (e che molto probabilmente ha ridotto il marito al vegetale che vediamo all'inizio); un uomo talmente assorbito dal suo lavoro da essere incapace di distinguere gli amici dai nemici (o meglio i collaboratori fidati da quelli che gli rovinerebbero la carriera, visto che amici non ne ha mai avuti...), costretto quindi ad affidarsi a due singole persone che, nel film, costituiscono gli altri due punti di vista attraverso i quali leggere la vicenda; un uomo che, in definitiva, era partito col piede giusto ed è stato seppellito dai suoi stessi errori, diventando quello che aveva sempre cercato di debellare: un criminale inconsapevole di esserlo, volutamente o meno.


I due "poli" positivi della vicenda, che fungono in qualche modo da coscienza per il protagonista, sono la storica segretaria Miss Gandy e il braccio destro (nonché amante) Clyde Tolson. La prima incarna il rifiuto di una femminilità "classica" ed è colei che, consacrandosi interamente al lavoro, diventerà la collaboratrice più stretta di Hoover, pur rimanendo nell'ombra come segretaria. Come si dice, "dietro un grande uomo c'è una grande donna" e Miss Gandy nel film diventa l'impassibile esecutrice degli ordini del suo capo, colei senza la quale l'organizzazione perfetta dell'FBI crollerebbe e colei che riesce a salvare la reputazione di Edgar anche dopo la morte, quando il viscido Nixon crede di avere via libera per impossessarsi dei "fascicoli" con i quali Hoover era riuscito a tenere in pugno tutti i presidenti USA per 40 anni. Clyde, invece, è la parte "femminile" del film, un compagno silenzioso che con mano gentile guiderebbe ed accetterebbe le scelte di Hoover. E' colui che, nel corso della pellicola, lo mette di fronte alle conseguenze delle sue scelte, lo porta a vergognarsi del suo carattere e della sua gretta sete di potere, lo sopporta e lo sostiene come la madre non ha mai fatto... e lo porta ad ammettere, almeno in privato, la sua omosessualità. Le scene tra i due sono le più forti ed emotivamente spiazzanti del film ma, come ho detto, il regista e gli interpreti riescono a renderle delicate, verosimili e per nulla trash.


La messinscena e gli attori sono quindi elementi essenziali per la bellezza del film. Eastwood ci accompagna nella Storia Americana intrecciando un presente in cui Hoover, ormai vecchio, racconta a diversi giovani incaricati di batterla a macchina la SUA versione dei fatti, ad un passato fatto di flashback privi di continuità, che mostrano come tanti pezzi di un complesso puzzle la vita del protagonista ed i momenti chiave della sua carriera. Il regista unisce ricostruzioni certosine di arresti, indagini ed eventi realmente accaduti a sequenze emblematiche che ne palesano anche l'amore per il cinema, come l'incontro di Hoover con Shirley Temple, il dialogo assai rivelatorio con Ginger Rogers e la madre (nel quale il protagonista rifiuta di ballare con le due donne in presenza di Clyde, con conseguente crollo psicologico una volta arrivato a casa) o i due momenti in cui vengono mostrati i film con James Cagney al cinema, prima inneggianti ai malviventi e poi all'FBI. Personalmente, ho trovato deliziosa ed essenziale alla comprensione dell'intero film la scena finale, dove Clyde trova il flaccido corpo di Hoover ormai senza vita e, come prima cosa, lo copre con una coperta, proprio per impedire che i soccorsi testimonino la debolezza di un uomo ormai vecchio e malato.


Quanto agli interpreti, Di Caprio meriterebbe l'Oscar. Leo, finalmente la nostra faida personale è finita, ti riconosco come attore degno di stima davanti a tutto il web. Certo, vorrei capire perché il tuo trucco "da vecchio" è praticamente perfetto mentre quello del povero Armie Hammer è talmente brutto da richiamare quello di Ruggero ne I soliti idioti, ma il momento in cui, come un novello Bateman, ti inginocchi affranto dal dolore col vestito di mmadree addosso mi ha messo i brividi, lo ammetto. Bravissimi anche tutti i comprimari: da Judi Dench, qui fredda come il ghiaccio e stronza come poche, me lo aspettavo, e anche l'irriconoscibile Naomi Watts è praticamente perfetta, ma ogni altro attore interpreta con maestria il proprio personaggio, anche quelli che compaiono solo per poche sequenze. Insomma, dopo il deludente (a costo di beccarmi una bastonata da Mr Ford!) Hereafter, Eastwood è tornato a regalarci grande cinema. Non ai livelli di Mystic River, quello è insuperabile come il tonno, ma comunque un bellissimo film, degno di cominciare il 2012!


Del regista Clint Eastwood ho già parlato qui. Leonardo di Caprio, ovviamente nei panni di J. Edgar Hoover, lo trovate invece qua.

Judi Dench (vero nome Judith Olivia Dench) interpreta Anna Marie Hoover. Sicuramente una delle migliori attrici inglesi, la ricordo per film come Hamlet, Shakespeare in Love (con il quale ha vinto l'Oscar come migliore attrice non protagonista), Un té con Mussolini, Chocolat, The Shipping News - Ombre dal passato e Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare. Ha inoltre partecipato al doppiaggio di Mucche alla riscossa. Anche regista, ha 77 anni e tre film in uscita.


Naomi Watts interpreta Miss Gandy. Anche lei inglese, anche lei una delle mie attrici preferite, la ricordo per film come Mulholland Drive, The Ring, The Ring 2, King Kong e Funny Games U.S. Anche lei è stata condannata a recitare nella soap australiana Home and Away. Anche produttrice, ha 43 anni e cinque film in uscita.


Armie Hammer interpreta Clyde. Americano, ha partecipato a film come The Social Network e a serie come Veronica Mars e Desperate Housewives. Ha 25 anni e cinque film in uscita, tra cui il Biancaneve di Tarsem, dove interpreterà il Principe.


Dermot Mulroney interpreta il Colonnello Schwarzkopf. Americano, lo ricordo per film come Il matrimonio del mio migliore amico, A proposito di Schmidt, Zodiac e Burn After Reading, inoltre ha partecipato alle serie Saranno famosi e Friends. Anche produttore, regista e stuntman, ha 48 anni e tre film in uscita.


Josh Lucas (vero nome Joshua Lucas Easy Dent Maurer) interpreta Charles Lindbergh. Americano, ha partecipato a film come Alive - Sopravvissuti, L'occhio del male, American Psycho, Il mistero dell'acqua, Hulk e ad un episodio della serie L'ispettore Tibbs. Anche produttore, ha 40 anni e tre film in uscita.


L'attore Jeoff Pierson, che interpreta all'inizio Mitchell Palmer, era il disastratissimo padre che parlava nello scantinato col coniglio nella esilarante serie ... e vissero infelici per sempre. I miei complimenti vanno poi alla "saggezza" di Charlize Theron, che ha declinato il ruolo di Miss Gandy per poter fare la strega nell'imminente Biancaneve con Kristen Stewart (ughh!!). Al di là di queste scelte non condivisibili, tenete d'occhio J. Edgar perché l'interpretazione di Di Caprio è già candidata ad un Golden Globe. Chissà cosa succederà la notte degli Oscar. Nell'attesa di saperlo, andate a vedere il film al cinema e... ENJOY!!!

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...