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mercoledì 7 gennaio 2026

No Other Choice (2025)


Il secondo giorno dell'anno, il cinema d'élite mi ha fatto un regalo enorme: proiettare in v.o. No Other Choice (어쩔 수가 없다 -  Eojjeol suga eopda), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Park Chan-wook partendo dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake.

Trama

Dopo essere stato licenziato, Man-soo decide di eliminare letteralmente la concorrenza, uccidendo quelli che ritiene i potenziali migliori candidati al posto di manager dell'azienda dove vorrebbe lavorare. 

RECENSIONE

Cinematograficamente parlando, non poteva esistere modo migliore di cominciare l'anno se non guardando un film bello come No Other Choice, che aspettavo fin dall'uscita dei primi trailer. A livello emotivo, come ha confermato anche il povero Mirco, l'ultima opera di Park Chan-wook, un progetto peraltro accarezzato dal regista da quasi 20 anni, è invece abbastanza angosciante e racchiude in sé tutte le brutture della nostra società che ci spreme e ci getta via come fazzolettini di carta usati. Ed appunto di carta si parla, perché il protagonista del film, Man-soo, ha lavorato in una fabbrica di carta per buona parte della sua vita, almeno finché non è stato licenziato, assieme ai suoi sottoposti, nell'ambito della riorganizzazione del personale attuata da acquirenti americani. Disperato all'idea di perdere la casa d'infanzia, acquistata col sudore della fronte, e di lasciare in ristrettezze la sua famiglia, Man-soo cerca invano lavoro, venendo rigettato da più aziende, finché non arriva ad una decisione estrema, ovvero eliminare letteralmente i potenziali candidati al posto di manager in un'azienda cartaria concorrente. No Other Choice mette angoscia non tanto per la deriva thriller e grottesca della trama, quanto per la progressiva spersonalizzazione del protagonista e per una forma mentis (peraltro condivisa dalle sue vittime e, progressivamente, anche dalla moglie) secondo la quale "non c'è altra scelta", come da titolo originale, che agire in maniera contraria ad ogni buon senso o comportamento umano. Man-soo non concepisce la sua esistenza al di fuori della produzione della carta o, comunque, non accetta lavori che esulino da una realtà manageriale, fosse anche come sottoposto. Sono il terrore e l'insicurezza derivanti da un potenziale cambiamento che lo portano a compiere tutta una serie di passi falsi e a fargli fallire, sistematicamente, ogni colloquio. E' come se le spietate commissioni che devono giudicarlo percepissero la sua disperazione e gli ridessero in faccia, umiliandolo volutamente e creando i presupposti per una guerra tra poveri, tra disperati incapaci di concepire una vita al di fuori del lavoro per il quale sacrificherebbero affetti, famiglia e dignità dicendosi, ipocritamente, di stare facendo di tutto per salvaguardarli. 

I potenziali candidati che Man-soo decide di uccidere sono dei falliti quanto lui, persone normalissime che hanno la (s)fortuna di possedere requisiti fondamentali per le aziende e che proprio queste ultime hanno ridotto a larve, alla faccia di tutti i terribili gruppi di terapia psicologica che dovrebbero aiutarli a superare la "vergogna" di essere stati licenziati. Park Chan-wook è spietato nei parallelismi, e le immagini sul finale hanno l'effetto di uno schiaffo atto a svegliarci da un racconto filtrato completamente dal punto di vista di un uomo impossibilitato ad uscire dal sistema; l'individuo, come gli alberi, viene sradicato, spogliato di tutti i valori che contano (in primis l'empatia), ridotto all'osso di ciò che è utile a fini aziendali, e viene lasciato da solo, unico "reggente" di un mondo di macchine, colmo di gratitudine per essere stato finalmente ridotto a un ingranaggio. L'aspetto assurdo di No Other Choice è che Man-soo avrebbe tutto il necessario per sottrarsi al sistema: è bello, intelligente, ha una moglie che lo ama, ed è riuscito a diventare un padre amorevole sia per la figlia naturale che per il figlio adottivo. Cosa ancora più importante, ha già una volta dimostrato di potere uscire da un baratro profondo, quello dell'alcolismo, e la sistematica pianificazione dei vari omicidi lo conferma uomo pieno di risorse ed inventiva. Di tutte queste qualità, però, Man-soo non si rende conto, condizionato com'è a ragionare su se stesso in base a "punti del curriculum". Nel corso del film, il protagonista arriva persino a ripetere frasi pronunciate dalle sue potenziali vittime, a cercare parallelismi tra la loro situazione familiare/affettiva e la sua (prendendo sonore cantonate), attraverso un processo di spersonalizzazione/assorbimento che, paradossalmente, sul finale lo avvicina alla perfezione: essendosi spogliato del suo "difetto" più grande, l'individualità, Man-soo può affrontare il colloquio anche senza gli appunti scritti sulle mani con la penna rossa. I membri della sua famiglia, in primis la moglie, per sopravvivere in questo mondo non possono fare altro, a loro volta, di accettare di non avere altra scelta, aprendo alla piccola speranza che tutto lo schifo nascosto e seppellito seguendo questo tremendo mantra possa, se non altro, dare la possibilità a chi è innocente di sbocciare in un meraviglioso e rarissimo fiore. 

In tutto questo, Park Chan-wook si riconferma un regista coi fiocchi, in grado di realizzare piccoli capolavori con ogni sequenza. E' incredibile come riesca a coniugare alla perfezione tragedia, commedia, momenti grotteschi e contemporaneamente tristi, accompagnati da una colonna sonora talmente fuori contesto da essere calzantissima. Un esempio su tutti è la sequenza in cui Man-soo spiana la pistola addosso a Bummo con tutto il delirio che ne consegue, un esempio di grande cinema in cui è fondamentale il posizionamento degli attori all'interno della scenografia, il susseguirsi delle inquadrature e, soprattutto, il ritmo della scena, e dove tutto fila senza neppure una nota stonata (una cosa simile accade anche durante la "bevuta" con Seon-chul, altra sequenza indimenticabile, che scorre in parallelo a quella, tremenda, in cui moglie e figlio si confrontano tra loro). Ma ci sono tantissimi altri momenti di alto Cinema all'interno di No Other Choice, tra utilizzi impropri del filo per bonsai, immagini che vengono moltiplicate senza fine, dissolvenze incrociate, prospettive ribaltate ed elementi architettonici o naturali che fungono da cornice; persino una sequenza potenzialmente kitsch come quella del ballo in maschera è splendida, un virtuosismo dove i bellissimi costumi e la personalità del protagonista Lee Byung-hun si combinano senza spezzare il ritmo della narrazione. A proposito di Lee Byung-hun, già molto apprezzato in I Saw the Devil e Squid Game, la sua interpretazione di Man-soo è un efficacissimo mix di serietà, carisma e sfiga cosmica, i suoi tempi comici sono perfetti e, pur dovendo tratteggiare un personaggio complesso e spinto a scelte discutibili (quelle presenti, ma anche quelle passate), rende assai difficile non immedesimarsi allo spettatore. Anche il resto del cast è perfetto, a partire da Son Ye-jin nei panni della moglie, passando per la grottesca, fantastica coppia formata da Lee Sung-min e Yeom Hye-ran, per finire con quella meravigliosa patatina che interpreta la figlia di Man-soo, che mi ha scatenato più volte il magone. Ribadisco, per quanto non capisca nulla di cinema coreano e di Park Chan-Wook, cominciare l'anno con No Other Choice, per di più in v.o. è stato un privilegio e una gioia. Non perdetelo, se avete la fortuna di vivere vicino a un cinema che scelga di non proiettare solo Zalone per le feste!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Park Chan-wook ho già parlato QUI mentre Lee Byung-hun, che interpreta Man-soo, lo trovate QUA.

CURIOSITà

Esiste un altro film tratto dal romanzo di Donald E. Westlake ed è Il cacciatore di teste, del regista Costa-Gravas, a cui No Other Choice è dedicato. Se il film vi è piaciuto recuperatelo e aggiungete Parasite. ENJOY!

martedì 13 giugno 2023

Decision to Leave (2023)

Finalmente sono riuscita a recuperare un film che volevo vedere da parecchio, Decision to Leave (He-eojil gyeolsim), diretto e co-sceneggiato nel 2022 dal regista Park Chan-wook.


Trama: un detective affetto da insonnia e una donna sospettata dell'omicidio del marito si innamorano durante le indagini...


Uno non sa mai cosa aspettarsi da Park Chan-wook. Per carità, non mi ritengo un'esperta del regista, anche perché non mi sono procurata tutta la sua filmografia, ma ciò che ho visto rientra in generi e stili completamente diversi e, spesso, non può neppure essere definito da una singola categoria. Con Decision to Leave vale lo stesso. Il film è una crime story, un noir, un thriller hitchcockiano, un film d'amore e persino una commedia, tutto cucito insieme in maniera talmente raffinata che i punti di raccordo non si vedono nemmeno e, all'interno di questo mix di generi, i riflettori sono sempre puntati su Jang Hae-joon e Song Seo-rae. Il primo è un detective sposato, che vede la moglie una volta alla settimana nel corso di incontri insoddisfacenti e soffre d'insonnia, la seconda è un'immigrata cinese che incontra il detective in occasione della morte del marito, caduto dalla cima di una montagna dopo una scalata solitaria; Song Seo-rae, per vari motivi, diventa la principale sospettata di un possibile omicidio e Jang Hae-joon, indagando su di lei, comincia a rimanere affascinato dalla donna al punto da dedicarle attenzioni particolari e consacrarle ogni momento di veglia notturna. Non è tanto l'aspetto crime ad essere importante in Decision to Leave. Il mistero della morte del marito di Song Seo-rae viene svelato dopo una mezz'oretta e, per quanto le indagini di Jang Hae-joon siano interessanti, così come tutto ciò che ruota attorno al caso, ciò che davvero importa è l'attrazione che fin da subito condividono i due protagonisti. Diversi come la montagna e il mare, e come tali impossibilitati ad avere un futuro felice, detective e vedova si guardano, si cercano, si spiano, condividono piccoli momenti giocosi e altri di triste sfiducia, arrivando a sfiorarsi e capirsi meglio di chiunque altro nonostante un'altra enorme barriera a separarli, quella linguistica. Il cliché di partenza è quello della femme fatale che condanna il ligio uomo di legge a un misero destino, ma anche qui Park Chan-wook ci mette del suo e rifugge la banalità, conferendo alla sua "dark lady" una dolcezza e un'amara autoconsapevolezza che stringono il cuore quanto la disperazione di Jang Hae-joon, incapace di "guardare oltre" nonostante le abbondanti dosi di collirio che usa per vedere meglio.


A proposito di "vedere", Decision to Leave è un capolavoro. Per quanto, a livello di trama, abbia preferito altri film del regista, l'ultimo lavoro di Park Chan-wook non ha una sola immagine o sequenza meno che perfetta e ogni fotogramma viene ulteriormente arricchito da una fotografia meravigliosa che conferisce chiarezza e profondità ad ogni ambiente mostrato, rende vividi i colori degli abiti e trasforma mare e montagna in luoghi incantati e poetici, allo stesso tempo superiori alle misere vicende umane e profondamente legati ad esse. Incredibile è anche l'uso del montaggio, perfetto complemento di una regia ardita che ci trasporta, senza soluzione di continuità, dalle percezioni oggettive di un detective in azione alle soggettive di ipotesi che prendono vita in una dimensione passata, oppure ci consente di metterci nei panni di cadaveri e oggetti inanimati, per meglio comprendere il senso di "ultima cosa vista prima di morire". La perfezione formale di Decision to Leave è completata dalle intense performance di Park Hae-il e Tang Wei, la cui alchimia arricchisce ancora più le singole interpretazioni dei due personaggi, e da una colonna sonora interessante, a tratti malinconica e a tratti allegra, con una canzone portante (quella ascoltata più volte dalla nonnina) dal sapore Almodovariano che racchiude tutta la sensazione di una "nebbia" che non cessa di avvolgere i due innamorati. Decision to Leave non diventerà mai il mio film preferito di Park Chan-wook ma spero venga riproposto in qualche arena estiva per godermelo sul grande schermo come avrebbe meritato, e ve lo consiglio spassionatamente, perché questo è Cinema con tutti i crismi, realizzato da un Autore che ancora lo vede come alta forma d'arte ed espressività. 


Del regista Park Chan-wook ho già parlato QUI.

Park Hae-il interpreta Jang Hae-joon. Nato in Corea del Sud, ha partecipato a film come Memorie di un assassino e The Host. Ha 46 anni.



Se Decision to Leave vi fosse piaciuto recuperate La donna che visse due volte (lo trovate a noleggio su varie piattaforme) e Mademoiselle. ENJOY!

venerdì 13 settembre 2019

Mademoiselle (2016)

Nonostante la frenesia da It - Capitolo 2, questa settimana sono riuscita anche a recuperare Mademoiselle (Ah-ga-ssi), diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Chan-wook Park e tratto dal romanzo Ladra di Sarah Waters.


Trama: la giovane Sook-Hee viene mandata a lavorare come dama di compagnia di Lady Hideko presso la magione del facoltoso signor Kouzuki, collezionista di libri e zio della Lady in questione. Tra le due donne si svilupperà un profondo e pericoloso legame...


Non mi ritengo un'esperta di Chan-wook Park (la trilogia della vendetta, per esempio, devo ancora recuperarla in toto, vergogna su di me) ma ha uno stile che adoro e quando sento che esce un suo film, anche se in stra-ritardo come in questo caso, faccio di tutto per fiondarmici a pesce. Mademoiselle (titolo italiano orrendo, ovviamente, anche se più aderente all'originale di quello internazionale. Infatti non c'è traccia di inflessioni francesi in un film ambientato in una Corea che vive nel mito del Giappone e spero vivamente che l'adattamento italiano non abbia introdotto la lingua "dei Galli" all'interno dei dialoghi) a mio avviso è un altro splendido esempio della sua bravura come sceneggiatore e regista, capace di offrire al pubblico film mai banali, dalla struttura intricata anche a fronte di trame più "semplici" o mutuate da altri; in questo caso, la storia è tratta da un romanzo ambientato nella Londra di fine ottocento, trasposto nella Corea degli anni '30 ed epurato da twist familiari "Dickensiani". La storia, senza spoiler, è quella di Sook-Hee, giovanissima coreana che trova lavoro come dama di compagnia di Lady Hideko, nipote di un vecchiaccio collezionista di libri erotici. Tanto è scafata Sook-Hee, vivace e servizievole, tanto è cupa e fragile Hideko, "bambola" da vestire e ingioiellare con tendenze suicide, trattata alla stregua di un libro raro dallo zio e vittima delle brame del Conte, aitante uomo che desidera sposarla e strapparla (assieme all'eredità, ovviamente) al vecchio collezionista. Tra le due donne, così diverse per origini e temperamento, si sviluppa un'attrazione dapprima solo fisica, poi sempre più profonda, un inno alla libertà e alla felicità che passa attraverso il sesso vissuto al di là delle convenzioni sociali e dei doveri ma anche al di là dell'attitudine guardona di chi considera il sesso mero passatempo licenzioso, forma d'arte da dare in pasto a un pubblico sbavante di persone che non si avvicinerebbero alla "carne" nemmeno per sbaglio e che preferiscono fantasticare tristemente su ciò che potrebbe essere, senza esporsi in prima persona. Anche in questo Hideko è una bella bambola, da guardare e non toccare, corpo e viso perfetti che si fanno veicolo delle fantasie più perverse attraverso la voce e i gesti, creatura eterea che solo Sook-Hee avrebbe il coraggio di fare sua in quanto unica persona capace di conferire alla sua "Lady" lo status di essere vivente.


Ricamare ulteriormente sulla trama, ripresa più volte, rigirata su se stessa, raccontata da diversi punti di vista, significherebbe addentrarsi nel pericoloso terreno dello spoiler e sarebbe un peccato, perché Mademoiselle è un film da scoprire a poco a poco, pendendo dalle labbra del narratore Chan-wook Park come fa il pubblico di Hideko nel corso dei suoi licenziosi racconti, godendo allo stesso modo della bellezza delle immagini mostrate. Elegantissimo nella messa in scena, nel modo in cui indugia sui dettagli, in cui gioca con le luci e coi colori, in cui trasforma le sequenze più crude e disgustose in arte in movimento, nella delicatezza con cui realizza le scene chiave della passione tra Hideko e Sook-Hee (ben distanti dalle fredde rappresentazioni che fanno sudare la fronte dei giovani ospiti del lord della casa) anticipandole con piccoli siparietti sottilmente erotici, e nella commovente vivacità che permea ogni istante di ribellione della Handmaiden del titolo internazionale, si potrebbe accusare Chan-wook Park di freddezza e manierismo ma la verità è che non c'è un solo istante del film in cui non ci si senta vicini alle protagoniste e coinvolti dalla storia raccontata. Il merito, certamente, va anche e soprattutto alle attrici che interpretano i due personaggi principali. Min-Hee Kim, truccata di tutto punto, elegantissima ed algida, si muove sullo schermo come un gatto indolente e altrettanto affascinante, mentre la giovane Tae-ri Kim ha tutta la vivacità combattiva di chi ha il fuoco nello sguardo e non ama farsi mettere i piedi in testa da nessuno; assieme, le due attrici arricchiscono la pellicola con la loro mera presenza fisica (offrendo il corpo a scene lesbo talmente dettagliate che probabilmente avrebbero messo a disagio attrici ben più esperte e blasonate), mettendo in ombra i loro pur bravi colleghi uomini (non a caso, non c'è un solo istante di film in cui la società fallocentrica non venga ridicolizzata e resa inutile quanto, appunto, i membri degli uomini presenti) e dando ancora più valore all'incredibile bellezza dei costumi, delle scenografie e della colonna sonora. Nell'epoca del girl power, un film che racconta di liberazione dalla sottomissione e dell'errore di accettare destini imposti, spinti da un assurdo senso di inferiorità, probabilmente non è più una novità ma Chan-wook Park è così bravo a rendere cinematograficamente il messaggio che perdersi Mademoiselle sarebbe proprio un peccato.


Del regista e co-sceneggiatore Chan-wook Park ho già parlato QUI.


Il romanzo Ladra era già statO trasposto in un film per la TV in tre parti dal titolo Fingersmith, con Sally Hawkins nei panni della dama di compagnia e Imelda Staunton in quelli della donna che l'ha cresciuta. Non l'ho mai visto ma, se Mademoiselle vi fosse piaciuto, potreste recuperarlo. ENJOY!


giovedì 30 aprile 2015

K-Horror Day: Thirst (2009)


Aprile sta quasi finendo, quindi è tempo per un altro Day, nato stavolta da un interessantissimo progetto creato dal padrone di Obsidian Mirror. Sul blog in questione, da un mese a questa parte Obsidian sta sviscerando la saga horror Whispering Corridors (un post sul primo episodio, per la cronaca, lo trovate anche sul Bollalmanacco a queste coordinate), non solo con recensioni ma anche con interessanti articoli legati alla cultura e al folklore della Corea; per concludere dunque degnamente questo mega-speciale lungo un mese, Obsidian ha chiesto a noi blogger di dedicare un Day alla celebrazione del k-horror, ovvero l’horror coreano. Io ho aderito con l’affascinante Thirst (Bakjwi), diretto e co-sceneggiato nel 2009 dal regista Park Chan-Wook.


Trama: un prete decide di offrirsi come volontario per un esperimento che mira ad ottenere la cura per un virus mortale. L’uomo viene purtroppo infettato e muore ma una trasfusione lo trasforma accidentalmente in vampiro, risvegliando in lui una brama di sangue e un insano appetito per i piaceri della carne.



Tutto avrei pensato ma mai che un regista coreano si prendesse la briga di trasporre in chiave horror la Thérèse Raquin di Emile Zola. Se l’avessi immaginato o saputo, ovviamente, avrei riletto un romanzo che non apro dai tempi del liceo giusto per poter fare un confronto e arrivare più preparata a redigere questo post, invece vi toccherà subire l’ignoranza e la faciloneria tipiche di un concorrente di Avanti un altro e io farò finta di non aver mai cominciato la recensione di Thirst con questa affascinante premessa. Definire semplicemente la pellicola di Park Chan – Wook come una rilettura del romanzo di Zola oppure come un horror imperniato sulla figura del vampiro, comunque, sarebbe oltraggioso e riduttivo, visto che le più di due ore di pellicola offrono talmente tanti spunti di riflessione che servirebbe ben più di un breve post ignorante per parlarne. Innanzitutto, è interessante la scelta di spostare il fulcro della storia da “Thérèse” a “Laurent”, svestendo quest’ultimo dai panni dell’artista squattrinato e facendogli indossare quelli del prete. Padre Sang – Yeon è un giovane sacerdote cattolico, diventato tale forse non per vocazione ma semplicemente perché orfano e cresciuto da un altro prete; il suo compito principale è quello di raccogliere le confessioni dei fedeli ed elargire loro quel conforto che deriva semplicemente dal perdono, quella “remissione da ogni peccato” che, da non fervente cattolica, trovo quanto di più biasimevole, “comodo” ed ipocrita esista al mondo (anche Park Chan – Wook critica questo aspetto della religione cattolica, poi ci arriviamo). Giustamente, Sang – Yeon vorrebbe fare qualcosa di più utile e concreto per l’umanità e decide così di offrirsi come cavia per sperimentare un vaccino che dovrebbe contrastare un virus mortale; purtroppo l’esperienza finisce malissimo e Sang – Yeon muore ma in qualche modo una trasfusione di sangue fatta poco prima di spirare lo resuscita come vampiro. Come un novello Messia, Sang – Yeon torna a camminare tra i fedeli che, ovviamente, cominciano a richiedere miracoli e a considerarlo un santo, senza sapere che in realtà il povero prete non è un santo e non è più neppure umano, anzi, ha il suo bel da fare a tenere a bada le sue nuove pulsioni vampiriche… cosa che mi fa tornare, prima di proseguire esplorando il lato più “romantico” della vicenda, a quella feroce critica contro alcuni aspetti della religione cattolica di cui parlavo prima.


Sang – Yeon, una volta scoperta la sua natura di vampiro, comincia ovviamente a tormentarsi, schiacciato dall’impossibilità di conciliare le sue brame improvvise e la sua fede, quindi decide di affidarsi ai consigli di chi dovrebbe essere più competente e saggio di lui, ovvero il prete che lo ha cresciuto. Purtroppo questo anziano e cieco sacerdote predica bene ma razzola male e porta all'estremo quella convinzione, già fastidiosa di per se, di poter cancellare i peccati di una persona con una semplice parola di assoluzione e di poter adattare ad ogni situazione i dogmi del Vangelo (per esempio, secondo lui non è peccato che Sang - Yeon succhi sangue perché il Vangelo dice di mangiare per vivere e allo stesso modo gli dice che non è peccato amare e desiderare Tae - ju, basta solo che non si arrivi al rapporto fisico), arrivando fino al punto di provare a sfruttare il suo pupillo per i propri fini egoistici. Tutto questo terribile bailamme di profittatori, questuanti e consiglieri fraudolenti perlopiù cattolici porterà Sang – Yeon dritto tra le braccia di Tae – ju, la Thérèse Raquin della situazione nonché il personaggio più ambiguo ed interessante dell’intera pellicola; questa donna apparentemente timida e dimessa diventerà la causa principale della caduta di Sang – Yeon, insinuandosi nel debole cuore del sacerdote e minandone la forza di volontà prima attraverso i piaceri della carne, poi con bugie ed inganni sempre più pericolosi. Di regola, Tae – ju dovrebbe essere l’emblema della donna diabolica e corruttrice ma in realtà mi è sembrata una vittima tanto quanto Sang – Yeon, una ragazzina mai cresciuta del tutto e tenuta in uno stato di succube ignoranza da una matrigna severissima e da un marito senza palle, incapace persino di soffiarsi il naso; la ragazza, di fatto, non ha mai conosciuto l’amore (della famiglia, di un amante ma nemmeno di un amico), non è mai uscita dal negozio di stoffe gestito dalla matrigna e l’unica libertà che può concedersi sono le disperate corse a piedi nudi fatte la notte, di nascosto. E’ quindi comprensibile che Tae – ju cerchi in ogni modo di legarsi all’unica persona che abbia mai mostrato interesse per lei ma è altrettanto comprensibile il desiderio di liberarsene non appena la presenza di Sang – Yeon diventerà un ostacolo ai suoi desideri, alla sua ritrovata libertà e alla sua crudele ma infantile vendetta nei confronti della famiglia e dell'umanità intera.


Oddio, ho scritto un post lunghissimo, noiosissimo e sconclusionato. Purtroppo, come ho detto, liquidare Thirst in due righe non era possibile e mi sono lasciata trasportare sia dalla trama che dalla bellezza delle immagini che dimostrano, come al solito, quanto Park Chan – Wook sia un artista più che un semplice regista. Se devo essere sincera, l’estro di Park Chan – Wook si sbriglia soprattutto nella seconda metà del film, che diventa un delirio di visioni tra il grottesco e l’inquietante (quando il marito di Tae - ju comincia a spuntare dappertutto, portandosi dietro una scia d’acqua, ho creduto di morire dal ridere ma effettivamente la cosa mette anche i brividi…) e ricerca soluzioni registiche, scenografiche e di montaggio assai peculiari; la caccia all’interno di una casa ormai bianchissima ed asettica sulle cui pareti spiccano il rosso del sangue e il blu del bellissimo abito di Tae-ju, l’enigma rivelato dagli occhi e dal dito della matrigna ormai paralizzato (una sequenza che mi ha lasciata senza fiato nonostante sapessi benissimo quale fosse la soluzione del mistero), quel misto di sensazioni contrastanti provocate da quel triste e risolutivo tramonto alla fine sono tutti frammenti di un mosaico elegante e particolare che si sono conficcati nel mio cuore per non uscirne più. Park Chan – Wook si conferma ancora una volta uno dei miei Autori preferiti, uno dei pochi in grado di non lasciarmi indifferente e di trasformare le ore in minuti talmente veloci che è impossibile non essere presi dalla “sete” e volerne sempre di più! Se cercate un film di vampiri totalmente avulso da banalità e facilonerie assortite abbeveratevi alla fonte di un Maestro del cinema coreano, non ve ne pentirete!


E se ancora non vi basta, vi ri-segnalo lo speciale su Whispering Corridor di Obsidian Mirror, oltre ad aggiungere i link ai post degli altri partecipanti a questo K-Horror Day... ENJOY!

mercoledì 4 dicembre 2013

Oldboy (2003)

Questa settimana dovrebbe uscire in Italia il remake di Oldboy (Oldeuboi), diretto da Spike Lee. Per dovere di completezza ho quindi recuperato l’originale del 2003, diretto da Park Chan-Wook e tratto dal manga omonimo di Nobuaki Minegishi e Garon Tsuchiya.


Trama: Oh Dae-Su viene rapito una sera e tenuto prigioniero in una stanza per 15 anni. Una volta liberato, dovrà rimettere assieme i pezzi del puzzle e capire chi lo abbia imprigionato e perché…


Dopo aver visto Oldboy il primo pensiero che mi è passato per la testa è stato “Capolavoro!”, il secondo è stato una domanda, ovvero come diamine avrà fatto Spike Lee a riportare su pellicola non tanto le immagini dell’originale (ho visto il trailer e più o meno le scene chiave mi pare vengano rispettate) quanto, innanzitutto, il terribile colpo di scena finale e, secondo ma non meno importante, l’atmosfera che permea l’intera opera. Sì perché, se volessimo proprio essere superficiali, Oldboy potrebbe essere etichettato come l’ennesima, violenta storia di vendetta costruita su un intricato thriller.. ed effettivamente, se la cosa si fermasse qui, qualunque streppone potrebbe permettersi di girarne un remake e a nessuno verrebbe in mente di scandalizzarsi. Il problema però è che Oldboy non è affatto un disturbante e violento fumettone, bensì una pellicola complessa, composta da molteplici sfumature ed impossibile da ascrivere ad un solo genere, capace di mescolare in una sola sequenza commedia e tragedia, momenti grotteschi e altri assolutamente commoventi, pietà per il protagonista ma anche per il suo aguzzino, fastidio verso l'uno e verso l'altro. Lungi da me rivelare alcunché della trama perché è importante assaporare ogni singolo fotogramma e godere delle emozioni contrastanti che colpiscono dritte al cuore e allo stomaco finché il tempo sembra quasi fermarsi; posso solo dire che, nonostante tutto, Oh Dae-Su non è un personaggio positivo né un eroe, piuttosto è uno sciocco ridimensionato solo dalla sofferenza e dal desiderio di vendetta, mentre il suo antagonista è un debole schiacciato dal dolore che finge di essere più forte e "cool" di quanto non sia, entrambi resi meno umani dalla solitudine e dalla mancanza di qualcosa di positivo per cui vivere.


Questa trama così articolata viene ancor più impreziosita dalla fantasia e dalla bravura di Park Chan-Wook, che riesce a trasformare ogni sequenza in un poema in movimento, dalla più semplice alla più complessa, arrivando persino a "saccheggiare" registi occidentali come Buñuel e Cronenberg. Il regista alterna, senza soluzione di continuità, momenti di ultraviolenza mirabilmente condensati in un lunghissimo piano sequenza dove il protagonista armato di martello affronta gli scagnozzi del suo aguzzino, momenti surreali, scene poetiche immerse nella natura, flashback virati nei caldi e nostalgici toni del marrone, flash splatter quasi insostenibili. Il suo affresco, straniante e spesso difficile da comprendere per un occidentale, ha un unico filo conduttore, incarnato nell'incredibile fisicità dell'attore Min-Sik Choi (già apprezzato, nonostante l'istintivo disgusto, nel devastante I Saw the Devil), che si annulla completamente nel personaggio di Oh Dae-Su e arriva a toccare vertici di bravura quasi inconcepibili, soprattutto nel devastante e drammatico prefinale. Degna spalla di questo protagonista così intenso è la dolce e pazza Mi-Do che, con la sua innocenza e i modi di fare infantili (non posso parlare della mia scena preferita perché sarebbe uno spoiler enorme!!), rende ancora più tragica la pellicola e straziante il finale, girato in Nuova Zelanda e accompagnato da un delicato walzer che aiuta lo spettatore a conservare nell'animo un amaro senso di ineluttabilità e sconfitta sino alla fine dei titoli di coda. Prima di buttarvi nel probabile piattume di un inutile remake americano, fatevi un favore e recuperate questo capolavoro; probabilmente non dormirete per un paio di notti ma ne sarà valsa la pena.


Del regista Chan-Wook Park ho già parlato qui mentre Min-Sik Choi, che interpreta Oh Dae-Su, lo trovate qua.

Ji-Tae Yu interpreta Lee Woo-Jin. Coreano, ha partecipato a film come Into the Mirror e Lady Vendetta. Anche regista e sceneggiatore, ha 37 anni e un film in uscita.


Hye-jeong Kang interpreta Mi-Do. Coreana, ha partecipato a film come Three... Extremes e Lady Vendetta. Ha 31 anni.


Oldboy è il secondo capitolo dell’ideale trilogia della Vendetta cominciata con Mr. Vendetta e conclusa con Lady Vendetta ed è l’unico finora ad avere ispirato un remake (anzi due, contando anche la versione non ufficiale indiana, Zinda). Aspettando (con un fortissimo presagio di diludendo) che esca, nel caso Oldboy vi fosse piaciuto consiglio la visione di I Saw the DevilStoker. ENJOY!

domenica 7 luglio 2013

Stoker (2013)

Qualche settimana fa è uscito (ovunque tranne a Savona) Stoker, il primo film americano del regista coreano Chan-wook Park e, tra l'altro, l'unica sua pellicola che sono riuscita a vedere. Accolto da pareri discordanti ma soprattutto negativi, mi ha incuriosita moltissimo, ça va sans dire...


Trama: l'adolescente India si ritrova orfana di padre e costretta a vivere con una madre che, palesemente, non la sopporta. Durante il funerale arriva lo zio Charles, fratello del padre, da anni in giro per il mondo... e strani eventi cominciano a rendere la vita della famiglia Stoker assai inquietante.


Adesso passerò per essere spocchiosa, ma sono contenta a volte di essere come San Tommaso e di voler guardare i film che mi intrigano a prescindere dai giudizi di colleghi ben più esimi di quanto potrò mai essere io. Stoker è un thriller bellissimo, con l'unico difetto di avere un paio di colpi di scena facilmente prevedibili e non troppo entusiasmanti... ma alla fine quello che più conta non è tanto l'effetto sorpresa, perché la pellicola deve venire letta come un film sull'adolescenza e sul difficile passaggio dall'infanzia all'età adulta. Tutto ruota, fin dall'inizio, sulla figura di India, una strana ragazza che vediamo ferma su bordo strada ad osservare un campo apparentemente sterminato, indossando la gonna della madre e la cintura del padre; India è un'adolescente schiva, dotata del potere di "sentire" quello che altri non possono (e non c'è nulla di sovrannaturale in questo) e di un'anima oscura che, a poco a poco, si rivela allo spettatore e anche a lei stessa, sia attraverso le parole del padre defunto ("A volte le persone devono fare qualcosa di brutto per evitare di fare qualcosa di peggio") sia attraverso il rapporto che arriva a legarla allo strano zio, un rapporto costantemente sul filo dell'incesto che riesce a risvegliare la ragazza anche sessualmente. L'elegantissima tensione di Stoker verte tutta sui legami di sangue, sui conflitti tra genitori e figli, sui piccoli, orribili segreti che possono nascondere le famiglie e sulla naturale reticenza di chi vorrebbe proteggere i propri cari dalla verità, anche a costo di peggiorare la situazione.


Il modo in cui Chan-wook Park riesce a mettere in scena tutte queste dinamiche rasenta il capolavoro. Fin dall'inizio, ci rendiamo conto che è proprio la sua regia, oltre all'indubbia bravura degli interpreti, a strappare Stoker dall'anonimato, basti solo pensare a come allucinazioni, realtà, passato e presente si mescolino in un modo così fluido da riuscire tranquillamente a trarre in inganno lo spettatore, ma non solo: alcune sequenze sono dei gioielli, fatte di immagini di incredibile bellezza che, da sole, dicono più di quanto farebbero dei dialoghi, come per esempio l'intelligentissima scena che mostra un ragno arrampicarsi lungo la gamba di India per poi scomparire sotto la sua gonna lunga e antidiluviana. A tal proposito, da donna mi sono innamorata dei costumi, vintage e dimessi ma contemporaneamente elegantissimi, perfetti per rappresentare la personalità schiva ed inquieta di India e quella raffinata ma indolente della madre Evelyn, interpretata da una Nicole Kidman perfettamente a suo agio nei panni di algida stronza.


Il modo in cui Evelyn civetta con Charles, il costante bisogno di ottenere l'amore della figlia senza desiderarlo davvero ma solo per poter "competere" col defunto marito, l'orgoglio per la propria educazione unito alla pigrizia conseguente al proprio status sociale, la sfuriata finale in cui, finalmente, l'odio per la figlia, per la propria condizione di vedova e madre e la conseguente invidia vengono sviscerati in modo crudele, concorrono a rendere il personaggio della Kidman quello forse meglio costruito, quasi più della protagonista. Da par suo, la Wasikowska dimostra di aver mandato (giustamente) a quel paese Burton, Depp e la loro deliranza e si conferma un'attrice matura, in grado di sostenere un ruolo scomodo ed ambiguo come quello di India, mentre Matthew Goode è sufficientemente affascinante per rendere credibile il suo Charles, sebbene nel ruolo avrei visto meglio un Fassbender (vedi note finali). De gustibus, lo so. Così come so che Stoker è un film che mi ha soddisfatta parecchio, grazie anche alla bella colonna sonora e alla splendida fotografia, quindi mi sento di consigliarlo senza remora alcuna.


Di Nicole Kidman (Evelyn Stoker), Matthew Goode (Charles Stoker) e Dermot Mulroney (Richard Stoker) ho già parlato ai rispettivi link.

Chan-wook Park è il regista della pellicola. Coreano, ha diretto film come Mr. Vendetta, Old Boy, Three… Extremes e Lady Vendetta. Anche sceneggiatore e produttore, ha 50 anni.


Mia Wasikowska interpreta India Stoker. Australiana, la ricordo per film come Alice in wonderland, Jane Eyre e Albert Nobbs. Anche regista, ha 24 anni e sei film in uscita, tra cui il vampiresco Only Lovers Left Alive


Tra le candidate al ruolo di India c’erano Kristen Stewart (see vabbééé, ahhahahaah!! XDXD), Rooney Mara, Emily Browning e Carey Mulligan. Alla fine quest’ultima aveva ottenuto la parte assieme a Jodie Foster, scritturata per interpretare Evelyn, ma entrambe hanno dovuto rinunciare per motivi pregressi. Allo stesso modo, Colin Firth l’aveva spuntata su Michael Fassbender e James Franco per il ruolo di Charlie ma anche lui ha dovuto rinunciare. Se Stoker vi fosse piaciuto direi che potreste buttarvi sull’Hitchcockiano L’ombra del dubbio. Non l’ho mai visto ma la trama è molto simile, quindi… ENJOY!!

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