Visualizzazione post con etichetta byung-hun lee. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta byung-hun lee. Mostra tutti i post

venerdì 16 gennaio 2026

KPop Demon Hunters (2025)


Spinta dai due Golden Globe ricevuti, uno per il miglior film d'animazione e l'altro per la miglior canzone, ho finalmente recuperato KPop Demon Hunters, diretto dai registi Chris Appelhans e Maggie Kang (anche co-sceneggiatrice), disponibile su Netflix.

Trama

Rumi, Mira e Zoey sono le tre componenti del gruppo di idol Huntrix. La loro è però un'attività di facciata, che cela il loro vero compito, quello di impedire che i demoni invadano la nostra dimensione. Il loro successo sembra scontato, almeno finché non compare sulla scena la boyband Saja Boys...

RECENSIONE

Un sacco di persone che conosco e di cui mi fido avevano speso parole di elogio per questo KPop Demon Hunters, ma lo avevo messo un po' da parte, presa da altre priorità. Ora posso dire di essere felicissima di averlo recuperato, perché il film di Chris Appelhans e Maggie Kang è davvero bellissimo e divertente, fruibile anche da chi, come me, di KPop non sa nulla. Siccome sono intrisa di cultura nipponica e sono totalmente ignorante in materia Corea, sarò costretta ad usare analogie a me familiari, cercate di non odiarmi. Rumi, Mira e Zoey, ovvero il gruppo di idol Huntrix, hanno una doppia vita come ogni majokko che si rispetti; vivono nel mondo scintillante della musica e della moda, ma lo fanno perché, attraverso la loro voce (soprattutto quella di Rumi) riescono a scaldare e unire i cuori degli esseri umani, creando l'energia che da vita a una barriera per tenere a bada i demoni ed impedir loro di invadere la Terra. Oltre a fungere da scudo, le ragazze sono anche delle guerriere, delle cacciatrici, e tra una canzone e l'altra non ci mettono molto a uccidere i demoni che tentano di attaccarle. Soprattutto, però, Rumi, Mira e Zoey sono giovani ragazze come tante. Hanno i loro segreti, i loro problemi, le loro paure, imperfezioni che nel mondo dorato degli Idol non devono esistere, perché i fan esigono che i loro idoli, appunto, siano emblemi di eccellenza ideale; questa stessa eccellenza, inoltre, vale anche per la loro attività di cacciatrici e guardiane della barriera. Il lato oscuro dell'industria dello spettacolo coreana (condiviso, in generale, da tutto l'Oriente) è lo spunto da cui si dipana la trama di KPop Demon Hunters, consentendogli di veicolare un necessario messaggio positivo. Più che ricercare una solitaria perfezione, odiando, senza capirlo, tutto ciò che ci fa paura o risulta "strano", l'invito è quello di aprirsi a chi abbiamo vicino, guardare oltre le apparenze, trasformare i difetti in una forza travolgente in grado di aprirci gli occhi sul mondo. Questo messaggio viene trasmesso senza pedanteria né sdolcinatezza, sfruttando in maniera assai divertente i cliché dei KDrama e dell'universo KPop e concedendo spazio anche a momenti più seri e drammatici, nel corso dei quali la protagonista Rumi diventa qualcosa di più di un bel faccino dotato di una voce angelica. 

Il punto di forza di KPop Demon Hunters, assieme alla trama interessante e al messaggio potente che rivolge agli spettatori, è il mix tra una visione moderna della Corea e le leggende che ne caratterizzano la cultura. Il character design dei Saja Boys è un'esilarante mix dei cliché di ogni boyband mai esistita al mondo, e va a braccetto con la bellezza di ciò che si nasconde dietro gli apparenti ragazzi, ovvero degli splendidi messaggeri di morte che seguono l'iconografia moderna dei Jeoseung Saja, con quel loro tipico cappellaccio nero. Non parliamo poi di quanto siano meravigliose la gazza con tre occhi e la tigrotta azzurra, due spiriti complementari usciti dritti dai dipinti della tradizione coreana e pronti ad entrare nel novero delle mascotte animate più amate di sempre. Anzi, per quanto mi riguarda, i personaggi secondari o gli antagonisti sono anche più belli delle Huntrix, le cui animazioni mi hanno ricordato anche troppo lo stile delle Totally Spies, serie di cui non ho mai apprezzato l'inserimento di espressioni comiche e deformed vicine allo stile degli anime, che ho sempre trovato forzato in quello stile di disegno. Nulla da dire, però, sulla regia e l'animazione delle scene di combattimento o dei numeri musicali, coinvolgenti le prime e tremendamente accattivanti i secondi. Accattivante è anche l'unico aggettivo che mi viene in mente per descrivere brani che ti costringono a muoverti a tempo al primo ascolto, o ti catturano grazie alla bellissima voce della cantante Arden Cho, la doppiatrice originale di Rumi; il brano Golden ha giustamente vinto un meritato Golden Globe, ma le canzoni sono tutte belle e, soprattutto, perfette per i temi e le atmosfere del film. L'unico vero difetto di KPop Demon Hunters, almeno per me, è la mancanza di approfondimento delle due compagne di Rumi, la burbera Mira e l'entusiasta Zoey, ma so che sarebbe stato impossibile dare a tutte le ragazze lo stesso spazio. Per questo, spero nell'uscita di un sequel, dove magari si accenni al passato delle cacciatrici e si approfondisca di più il legame con la loro mentore, Celine, altro personaggio potenzialmente interessante ma mal utilizzato. Aspetto fiduciosa, nel frattempo credo che ascolterò in loop la colonna sonora del film!

CAST

Di Ken Jeong (voce originale di Bobby), Lee Byung-hun (Gwi-ma) e Daniel Dae Kim (dottor Han) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Chris Appelhans è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto Il drago dei desideri. Anche animatore, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni.


CURIOSITà

Ji-young Yoo, che doppia Zoey, era nel cast di Until Dawn - Fino all'albaKPop Demon Hunters vede anche la reunion di due amatissimi interpreti di Lost, che nella serie interpretavano marito e moglie, ovvero il già citato Daniel Dae Kim Yunjin Kim, qui doppiatrice di Celine. Nell'attesa che esca un sequel già annunciato, se KPop Demon Hunters vi fosse piaciuto recuperate Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria, Belle, Red, Kubo e la spada magica e Nimona. ENJOY!

mercoledì 7 gennaio 2026

No Other Choice (2025)


Il secondo giorno dell'anno, il cinema d'élite mi ha fatto un regalo enorme: proiettare in v.o. No Other Choice (어쩔 수가 없다 -  Eojjeol suga eopda), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Park Chan-wook partendo dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake.

Trama

Dopo essere stato licenziato, Man-soo decide di eliminare letteralmente la concorrenza, uccidendo quelli che ritiene i potenziali migliori candidati al posto di manager dell'azienda dove vorrebbe lavorare. 

RECENSIONE

Cinematograficamente parlando, non poteva esistere modo migliore di cominciare l'anno se non guardando un film bello come No Other Choice, che aspettavo fin dall'uscita dei primi trailer. A livello emotivo, come ha confermato anche il povero Mirco, l'ultima opera di Park Chan-wook, un progetto peraltro accarezzato dal regista da quasi 20 anni, è invece abbastanza angosciante e racchiude in sé tutte le brutture della nostra società che ci spreme e ci getta via come fazzolettini di carta usati. Ed appunto di carta si parla, perché il protagonista del film, Man-soo, ha lavorato in una fabbrica di carta per buona parte della sua vita, almeno finché non è stato licenziato, assieme ai suoi sottoposti, nell'ambito della riorganizzazione del personale attuata da acquirenti americani. Disperato all'idea di perdere la casa d'infanzia, acquistata col sudore della fronte, e di lasciare in ristrettezze la sua famiglia, Man-soo cerca invano lavoro, venendo rigettato da più aziende, finché non arriva ad una decisione estrema, ovvero eliminare letteralmente i potenziali candidati al posto di manager in un'azienda cartaria concorrente. No Other Choice mette angoscia non tanto per la deriva thriller e grottesca della trama, quanto per la progressiva spersonalizzazione del protagonista e per una forma mentis (peraltro condivisa dalle sue vittime e, progressivamente, anche dalla moglie) secondo la quale "non c'è altra scelta", come da titolo originale, che agire in maniera contraria ad ogni buon senso o comportamento umano. Man-soo non concepisce la sua esistenza al di fuori della produzione della carta o, comunque, non accetta lavori che esulino da una realtà manageriale, fosse anche come sottoposto. Sono il terrore e l'insicurezza derivanti da un potenziale cambiamento che lo portano a compiere tutta una serie di passi falsi e a fargli fallire, sistematicamente, ogni colloquio. E' come se le spietate commissioni che devono giudicarlo percepissero la sua disperazione e gli ridessero in faccia, umiliandolo volutamente e creando i presupposti per una guerra tra poveri, tra disperati incapaci di concepire una vita al di fuori del lavoro per il quale sacrificherebbero affetti, famiglia e dignità dicendosi, ipocritamente, di stare facendo di tutto per salvaguardarli. 

I potenziali candidati che Man-soo decide di uccidere sono dei falliti quanto lui, persone normalissime che hanno la (s)fortuna di possedere requisiti fondamentali per le aziende e che proprio queste ultime hanno ridotto a larve, alla faccia di tutti i terribili gruppi di terapia psicologica che dovrebbero aiutarli a superare la "vergogna" di essere stati licenziati. Park Chan-wook è spietato nei parallelismi, e le immagini sul finale hanno l'effetto di uno schiaffo atto a svegliarci da un racconto filtrato completamente dal punto di vista di un uomo impossibilitato ad uscire dal sistema; l'individuo, come gli alberi, viene sradicato, spogliato di tutti i valori che contano (in primis l'empatia), ridotto all'osso di ciò che è utile a fini aziendali, e viene lasciato da solo, unico "reggente" di un mondo di macchine, colmo di gratitudine per essere stato finalmente ridotto a un ingranaggio. L'aspetto assurdo di No Other Choice è che Man-soo avrebbe tutto il necessario per sottrarsi al sistema: è bello, intelligente, ha una moglie che lo ama, ed è riuscito a diventare un padre amorevole sia per la figlia naturale che per il figlio adottivo. Cosa ancora più importante, ha già una volta dimostrato di potere uscire da un baratro profondo, quello dell'alcolismo, e la sistematica pianificazione dei vari omicidi lo conferma uomo pieno di risorse ed inventiva. Di tutte queste qualità, però, Man-soo non si rende conto, condizionato com'è a ragionare su se stesso in base a "punti del curriculum". Nel corso del film, il protagonista arriva persino a ripetere frasi pronunciate dalle sue potenziali vittime, a cercare parallelismi tra la loro situazione familiare/affettiva e la sua (prendendo sonore cantonate), attraverso un processo di spersonalizzazione/assorbimento che, paradossalmente, sul finale lo avvicina alla perfezione: essendosi spogliato del suo "difetto" più grande, l'individualità, Man-soo può affrontare il colloquio anche senza gli appunti scritti sulle mani con la penna rossa. I membri della sua famiglia, in primis la moglie, per sopravvivere in questo mondo non possono fare altro, a loro volta, di accettare di non avere altra scelta, aprendo alla piccola speranza che tutto lo schifo nascosto e seppellito seguendo questo tremendo mantra possa, se non altro, dare la possibilità a chi è innocente di sbocciare in un meraviglioso e rarissimo fiore. 

In tutto questo, Park Chan-wook si riconferma un regista coi fiocchi, in grado di realizzare piccoli capolavori con ogni sequenza. E' incredibile come riesca a coniugare alla perfezione tragedia, commedia, momenti grotteschi e contemporaneamente tristi, accompagnati da una colonna sonora talmente fuori contesto da essere calzantissima. Un esempio su tutti è la sequenza in cui Man-soo spiana la pistola addosso a Bummo con tutto il delirio che ne consegue, un esempio di grande cinema in cui è fondamentale il posizionamento degli attori all'interno della scenografia, il susseguirsi delle inquadrature e, soprattutto, il ritmo della scena, e dove tutto fila senza neppure una nota stonata (una cosa simile accade anche durante la "bevuta" con Seon-chul, altra sequenza indimenticabile, che scorre in parallelo a quella, tremenda, in cui moglie e figlio si confrontano tra loro). Ma ci sono tantissimi altri momenti di alto Cinema all'interno di No Other Choice, tra utilizzi impropri del filo per bonsai, immagini che vengono moltiplicate senza fine, dissolvenze incrociate, prospettive ribaltate ed elementi architettonici o naturali che fungono da cornice; persino una sequenza potenzialmente kitsch come quella del ballo in maschera è splendida, un virtuosismo dove i bellissimi costumi e la personalità del protagonista Lee Byung-hun si combinano senza spezzare il ritmo della narrazione. A proposito di Lee Byung-hun, già molto apprezzato in I Saw the Devil e Squid Game, la sua interpretazione di Man-soo è un efficacissimo mix di serietà, carisma e sfiga cosmica, i suoi tempi comici sono perfetti e, pur dovendo tratteggiare un personaggio complesso e spinto a scelte discutibili (quelle presenti, ma anche quelle passate), rende assai difficile non immedesimarsi allo spettatore. Anche il resto del cast è perfetto, a partire da Son Ye-jin nei panni della moglie, passando per la grottesca, fantastica coppia formata da Lee Sung-min e Yeom Hye-ran, per finire con quella meravigliosa patatina che interpreta la figlia di Man-soo, che mi ha scatenato più volte il magone. Ribadisco, per quanto non capisca nulla di cinema coreano e di Park Chan-Wook, cominciare l'anno con No Other Choice, per di più in v.o. è stato un privilegio e una gioia. Non perdetelo, se avete la fortuna di vivere vicino a un cinema che scelga di non proiettare solo Zalone per le feste!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Park Chan-wook ho già parlato QUI mentre Lee Byung-hun, che interpreta Man-soo, lo trovate QUA.

CURIOSITà

Esiste un altro film tratto dal romanzo di Donald E. Westlake ed è Il cacciatore di teste, del regista Costa-Gravas, a cui No Other Choice è dedicato. Se il film vi è piaciuto recuperatelo e aggiungete Parasite. ENJOY!

venerdì 6 settembre 2013

Red 2 (2013)

Con un po' di ritardo questa settimana sono riuscita a vedere Red 2 del regista Dean Parisot, seguito di quel Red che tanto mi era piaciuto nel 2010.


Trama: Frank e Sarah ormai stanno insieme e vivono le "gioie" di una vita tranquilla e noiosa. Questo, ovviamente, finché il folle Marvin non decide di coinvolgerli in una crisi internazionale innescata da una bomba atomica e uno scienziato pazzo...


I Reduci Estremamente Distruttivi sono tornati e, sebbene Red 2 non raggiunga le vette del primo, sorprendente e simpatico capitolo, riescono comunque ancora a divertire e spaccare culi nonostante la veneranda età. Se Red presentava i personaggi e il mondo dello spionaggio attraverso gli occhi affascinati di una donna di provincia desiderosa di avventure in Red 2 il focus si sposta prepotentemente sulla coppia Sarah/Frank e tutta la vicenda non è altro che un modo per aiutarli a capire come impostare un rapporto che credevamo idilliaco e che invece soffre la noia e la routine di una vita normale. I personaggi "secondari" (e chiamiamoli così...) come Victoria e Marvin diventano così, tra una sparatoria e l'altra, i consulenti dei due piccioncini e dispensano consigli o tramano riavvicinamenti sfruttando i pericoli incombenti. In questo caso, gli sceneggiatori hanno deciso di fare ripiombare i personaggi in piena guerra fredda e di farli girare come trottole in giro per il mondo, inserendo villain e/o riluttanti alleati che rispecchiano in pieno i cliché spionistici, con quel goccio di esotico che non guasta mai. Il risultato è un film allegro, spigliato, condito dalle solite, accattivanti scene d'azione/inseguimenti/sboronate ma anche, ahimé, troppo pieno di luoghi comuni e, soprattutto, prevedibilissimo sul finale, risolto con un terribile escamotage da bambini delle elementari.


Ma poi, alla fine, chi diavolo era andato a vedere Red 2 per la trama? Non certo io, per carità, che puntavo invece a ritrovare "solo" i miei amati vecchietti e gli attori che li interpretano! Bruce Willis è sempre fico ma questa volta è un po' sottotono, devo ammetterlo: la simpatica e frizzante Mary Louise Parker e, soprattutto, un'indescrivibilmente meravigliosa Helen Mirren gli rubano la scena in più di un'occasione, soprattutto quando quest'ultima si profonde nella folle imitazione della Regina (citando sé stessa in diverse pellicole, tra l'altro), spara o duetta in macchina con Byung-Hun Lee. A proposito del quale posso solo asciugare le bave e rantolare un "tante cose belle e buone": quest'uomo è un incredibile pezzo di fico, che stia fermo o che combatta, sia nudo che vestito. Dico solo che persino la sua tartaruga ha la tartaruga e va bene così! Catherine Zeta Jones invece delude per mancanza di carisma e abbondanza di bruttezza a causa dell'inguardabile taglio di capelli ma Anthony Hopkins compensa col suo fare gigione e Malkovich da il bianco soprattutto grazie alle sue espressioni e al guardaroba da denuncia con cui i costumisti amano vestirlo (a proposito di abiti: le scarpe della Mirren e della Parker mi hanno commossa per lo stile da sbavo. Le voglio ora.), sebbene il suo personaggio risulti più forzato e meno divertente rispetto al primo capitolo. Per finire, da nerd ho molto apprezzato l'uso dei disegni di Cully Hamner (che assieme a Warren Ellis aveva realizzato la serie a fumetti) nei titoli di testa del film e la ripresa del suo stile nei vari "stacchi" che segnalano i diversi spostamenti dei nostri eroi. In definitiva, Red 2 è quindi un simpatico film per passarsi due orette di sana, violenta e disimpegnata allegria ma comincia già a mostrare i primi segni del detto "un gioco è bello se dura poco". Speriamo non decidano di fare un terzo capitolo perché non credo gli andrà più così bene!


Del regista Dean Parisot ho già parlato qui. Bruce Willis (Frank Moses), John Malkovich (Marvin), Mary-Louise Parker (Sarah), Helen Mirren (Victoria), Anthony Hopkins (Bailey), Byung-Hun Lee (Han Cho Bai), Catherine Zeta-Jones (Katja), David Thewlis (La rana) e Brian Cox (Ivan) li trovate invece ai rispettivi link.

Neal McDonough interpreta Jack Horton. Americano, ha partecipato a film come Darkman, L’insaziabile, Minority Report, The Hitcher, Capitan America: Il primo Vendicatore e a serie come Più forte ragazzi, X-Files, Desperate Housewives, CSI: NY e CSI – Scena del crimine. Anche produttore e sceneggiatore, ha 57 anni e sei film in uscita.


Ernest Borgnine avrebbe voluto riprendere il ruolo dell’archivista del primo film e in effetti le sue scene erano già state scritte per il sequel ma purtroppo il grande attore è venuto a mancare nel 2012 e le sequenze sono state girate da Titus Welliver, non riportato nei credits. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Red. ENJOY!!

venerdì 15 febbraio 2013

I Saw the Devil (2010)

Miseria, sto diventando veramente lentissima con le recensioni. E non è che non veda film, anzi, è solo che il tempo per buttare giù delle impressioni sensate è sempre meno. Quindi, bando alle ciance: oggi facciamo un salto in Corea e parliamo dell’angosciante I Saw the Devil (Akmareul boatda), diretto nel 2010 dal regista Jee-won Kim.


Trama: quando un maniaco gli uccide la fidanzata incinta, un poliziotto decide di intraprendere un lungo e sanguinoso viaggio sul sentiero della vendetta, cominciando un inquietante gioco in cui i ruoli di preda e predatore si invertono…


I Saw the Devil. Il titolo si presta a più di un’interpretazione. Chi o cosa è il Diavolo e soprattutto qual è il punto di vista attraverso cui si manifesta questa terribile figura? Come spettatori, di primo acchito, non avremmo dubbi: il diavolo è il perverso Kyung – chul, uno dei maniaci più spietati, laidi, abietti e privi di ironia che abbia mai calcato lo schermo. In una Corea letteralmente invasa da assassini, stupratori, pervertiti della peggior specie, lui ne è il freddo, insensibile ed inarrestabile re, sordo a qualunque tipo di richiamo alla pietà, privo di paure, rimorsi o dubbi. Quella di Kyung-chul è una figura impossibile da dimenticare, un personaggio che lascia addosso allo spettatore una tangibile sensazione di “sporco”, una voglia incredibile di averlo per le mani e, come minimo, dargli tante di quelle mazzate da frantumargli ogni osso, lasciarlo guarire e ricominciare da capo, all’infinito. E qui casca l’asino, appunto. Perché il Diavolo, il Male, la violenza, il sangue, sono come una malattia. Si propagano e non se ne ha mai abbastanza, infettano anche il giusto. In questo caso, il poliziotto Soo-hyeon, che diventa letteralmente il Diavolo agli occhi di Kyung –chul, l’oscuro vendicatore che gli impedisce di portare avanti la sua perversa ricerca del piacere e del sangue, il demone che gli promette un dolore e un terrore interminabili.


Soo-hyeon agisce spinto dal dolore e dal desiderio di vendetta, guarda il diavolo negli occhi e accetta di diventare come lui, dimenticando che, in quanto poliziotto, il suo primo pensiero dovrebbe andare innanzitutto al prossimo. Invece, Soo-hyeon comincia ad indulgere nel piacere della caccia, lasciando che la sua nemesi vaghi per la Corea azzoppato, dolorante, ferito ma comunque ancora molto pericoloso, come la proverbiale tigre, con gli artigli spuntati ancora in grado di ferire tutte le persone più o meno innocenti che incontrerà nel cammino, fino ad arrivare al devastante, dolorosissimo finale. Non vi dirò chi dei due contendenti vincerà, perché in una storia così terribile non ci possono essere vincitori o vinti: chi non ha mai avuto un’anima viene spezzato nel fisico, chi ce l’ha viene invece costretto a mandarla a far compagnia ad un cuore in frantumi. Alla fin fine, quindi, chi ci guadagna è sempre il Diavolo, qualunque sia la sua incarnazione, perché la vendetta ha sempre e comunque un prezzo altissimo, soprattutto quando segue un percorso tortuoso come quello mostrato in I Saw the Devil.


Vi lascio modo di gustare il dipanarsi della trama come ho fatto io, persa nelle due ore e passa di durata del film tanto da non rendermi nemmeno conto dello scorrere del tempo e vado a parlare brevemente degli aspetti più formali della pellicola. I Saw the Devil è un film in grado di mescolare una crudezza a tratti insostenibile e una perfezione di regia e montaggio talmente ricercata che sembra di guardare un'opera d'arte in movimento. Jee-won Kim pare quasi bearsi dei corpi mutilati, del sangue che imbratta il terreno, persino delle feci, di ogni cosa che arriva ad insozzare lo schermo e che lui ci restituisce con una fotografia nitida e pulitissima, quasi volesse prenderci in giro. Siamo ben lontani sia dall'inquietudine sussurrata di Two Sisters sia dai baracconeschi effetti gore delle produzioni giapponesi: in I Saw the Devil non c'è nulla né di sussurrato né di irreale e a rendere ancora più angosciante il tutto ci pensa Min-sik Choi, che si annulla completamente nell'insensibile macchina di morte da lui interpretata. E Byung-hun Lee non viene eclissato da un personaggio così orribilmente carismatico, anzi. La sua interpretazione misurata conferisce al poliziotto una dignità incredibile, tale che gli bastano un gesto o uno sguardo per far capire allo spettatore tutta la rabbia e il dolore che il suo personaggio si porta dietro a rischio di esplodere. A coronare il tutto c'è anche una colonna sonora molto particolare, che tocca l'apice dello straniamento durante la sequenza in cui Kyung-chul strimpella degli accordi assai simili a quelli di The House of Rising Sun. In conclusione, I Saw the Devil è un film bellissimo che consiglio spassionatamente... ovvio, non ai deboli di stomaco o a chi si impressiona facilmente perché è stata una visione difficile persino per me.


Del regista Jee-woon Kim ho già parlato qui.

Byung-hun Lee interpreta Kim Soo-hyeon. Coreano, ha partecipato a film come Three… Extremes, Hero, Il buono il matto e il cattivo e G.I.Joe – La nascita dei Cobra. Ha 43 anni e due film uscita, tra cui Red 2 e G.I.Joe – La vendetta


Min-sik Choi interpreta il terribile Kyung-chul. Coreano, ha partecipato a film come Oldboy e Lady Vendetta. Ha 50 anni.




Se vuoi condividere l'articolo