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venerdì 18 novembre 2022

Wendell & Wild (2022)

Siccome ho sempre adorato il genere, ho recuperato volentieri Wendell & Wild, diretto dal regista Henry Selick e disponibile su Netflix.


Trama: la tredicenne Kat, dopo la morte dei genitori e un'adolescenza passata in riformatorio, viene mandata in una scuola per ragazze e scopre di essere legata a due demoni pasticcioni, Wendell & Wild...


Henry Selick è per me amore dai tempi di Nightmare Before Christmas e quando ho letto il suo nome alla regia di Wendell e Wild mi sono sfregata le manine dalla gioia, visto che non realizzava più un lungometraggio dal 2009. Dopo la visione, posso dire che Selick è un po' sfortunato, poverello. A Nightmare Before Christmas la gente associa in primis il nome di Tim Burton, a Coraline quello di Neil Gaiman, mentre Wendell & Wild parrebbe principalmente frutto dello stile di Jordan Peele, tanto che probabilmente in futuro sarà il suo nome a venire associato a quest'opera animata. Nonostante l'aspetto gotico del film, presente ed innegabile, il fulcro della storia di Kat affonda infatti nel degrado di una città (s)popolata da minoranze, dove a farla da padroni sono i soldi di due dubbi riccastri che vorrebbero distruggere definitivamente il tessuto urbano per costruire un mega carcere in cui i detenuti non verrebbero riabilitati, bensì sfruttati per fare ulteriori quattrini; la morte dei genitori di Kat, devastata dal senso di colpa per essere sopravvissuta all'incidente che li ha uccisi, è il prodromo della morte di una città privata dei suoi abitanti più combattivi, portatori di valori quali famiglia e comunità, e la triste disumanità di chi è rimasto fa impallidire un inferno che, al limite, può essere giusto definito ripetitivo e "vecchio". I livelli di lettura di Wendell & Wild sono dunque molteplici, ma proprio questo è il suo difetto più grande, in quanto l'abbondanza di trame e sottotrame rallenta parecchio il ritmo della pellicola e, talvolta, rende più difficile l'armonizzazione tra temi, stili e personaggi, col risultato che questi ultimi sono poco approfonditi, spesso anzi sono solo abbozzati e dimenticati (la tutrice di Kat all'inizio, caratterizzata come donna forte e interessante, scompare dopo 2 minuti di film, le deliziose amichette di Siobhan sono meno di un comic relief, il collezionista di demoni è poco sviluppato, e potrei continuare).


Dal punto di vista della realizzazione, invece, Selick è Selick e non si discute. Premesso che, per puro gusto personale, non ho apprezzato granché il character design dei personaggi (la protagonista in particolare è bruttarella assai), ma un'opera animata in stop motion è qualcosa che riesce sempre a riempirmi il cuore di gioia e ammirazione, scatenate dalla consapevolezza di quanta bravura e pazienza ci voglia a realizzare ogni singola sequenza, tra costruzioni e movimenti di pupazzini, mezzi, scenografie, edifici e quant'altro. La fantasia visionaria del regista, assieme al suo gusto per la composizione delle scene, qui si manifestano soprattutto in presenza di Wendell e Wild, non a caso i personaggi titolari, che infondono gioiosa e macabra incoscienza a vari numeri di resurrezione con annesso trucco e parrucco (ho apprezzato molto lo spirito iconoclasta con cui ci viene proposto un prete truccato come Divine o quasi) e ci portano per mano in una dimensione infernale governata da un gigantesco demone vanesio, una sorta di Oogie Boogie un po' più indolente e magnanimo, che funge da "abitazione" bisognosa di strane cure. Ci sarebbero molti altri punti di forza all'interno del film, per esempio la bella colonna sonora interamente formata da pezzi black o il design tribale dei demoni personali di Kat, piuttosto che delle illustrazioni disegnate da Raul, ed è un peccato che si perdano all'interno di un film che, purtroppo, non ha la forza né la poesia dei cult realizzati in passato da Selick, al quale auguro di poter tornare in gran spolvero o con una storia interamente scritta da lui, oppure da qualcuno col quale sia più affine, perché qui ci sono talmente tante anime che il lungometraggio "infernale" è diventato un po' un purgatorio!   


Del regista e co-sceneggiatore Henry Selick ho già parlato QUIKeegan-Michael Key (voce originale di Wendell), Jordan Peele (co-sceneggiatore e voce originale di Wild), Angela Bassett (Sorella Helley), James Hong (Padre Bests) e Ving Rhames (Buffalo Belzer) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Wendell & Wild vi fosse piaciuto recuperate The Nightmare Before Christmas, La sposa cadavere, Coraline e ParaNorman. ENJOY!

martedì 31 maggio 2022

Everything Everywhere All at Once (2022)

A metà dell'anno, ho finalmente trovato IL film del 2022, ovvero Everything Everywhere All at Once, diretto e sceneggiato da Dan Kwan e Daniel Scheinert. NIENTE SPOILER, tranquilli!


Trama: Evelyn gestisce una lavanderia assieme al marito Waymond. La sua vita monotona e insoddisfacente cambia in maniera inaspettata il giorno del temuto controllo fiscale...


Everything Everywhere All at Once è un film realizzato e pensato dai due geni del male che hanno dato vita all'assurdo Swiss Army Man, quindi, se conoscete la pellicola con un inedito Daniel Radcliffe, potete avere un'idea di quello che vi aspetterà con questa loro nuova opera. Senza fare troppi spoiler, Everything Everywhere All at Once è un'altra storia di incredibile, umanissimo disagio, raccontata coi toni assurdi e fantasiosi, talvolta anche triviali, del cinema indipendente, che trascina una normale donna cinese ormai oltre la soglia della mezza età e rassegnata a vivere un'esistenza "insapore", in una vicenda talmente surreale che, al confronto, Doctor Strange nel Multiverso della follia è di una banalità sconcertante. Il cuore del film è la natura "fallimentare" di Evelyn, una donna che, dopo un unico colpo di testa costituito nell'abbandonare la famiglia per sposare Waymond e mettere su famiglia in America, ha abbandonato tutti i suoi sogni e le sue speranze per consacrarsi interamente alla lavanderia, diventando così una persona che vive ogni giorno come se fosse una lotta, sempre presa da problemi più pressanti del marito e della figlia, sempre più arida ed insoddisfatta. Di base, Everything Everywhere All at Once è "solo" questo. Un film che racconta l'insensatezza della vita e i diversi modi che ha la gente di affrontarla senza impazzire, un film che invita ad aprire gli occhi e a diventare un po' meno egoisti, un po' meno presi dalla continua lotta contro un mondo fatto di impegni pressanti ed insoddisfazione, per andare incontro a chi sta lottando come noi ma magari in modo diverso, un modo che noi non capiamo e non accettiamo, convinti come siamo di essere gli unici depositari della verità, spaventati dai fallimenti e schiacciati dal rimpianto di tutto ciò che poteva essere e non è stato. In queste ultime parole, in effetti, risiede la particolarità di Everything Everywhere All at Once, tanto della trama quanto, soprattutto, della sua particolarissima realizzazione.


Ad essere troppo specifici nel descrivere sequenze e scene pronte per diventare il cult (ma anche lo Scult) del 2022 si rischia di rovinare buona parte del divertimento insito nella visione del film (che, come avrete capito da ciò che ho scritto sopra, mi ha anche parecchio commossa e fatta riflettere), ma due o tre cosine vanno dette, ovvio. Everything Everywhere All at Once tiene fede al suo titolo in quanto, davvero, al suo interno troverete di tutto: fantascienza, commedia, dramma, musical, romanticismo, un pizzico di horror, wu-xia, live action di famosi cartoni animati, pezzi della vostra infanzia che credevate di avere perduto per sempre, pellicole d'autore, assurdità assortite alla Dupieux, perversioni, steampunk, superstar, citazioni a non finire e persino epiche punte di trash, giusto per dirne un paio. Se pensate che tutta quest'accozzaglia di generi e stili non possa essere amalgamata alla perfezione, alla fine del film vi ricrederete e, probabilmente, vorrete rivedere Everything Everywhere All at Once per cogliere tutti i particolari persi ad una prima visione, anche perché smarrirsi è davvero facilissimo, in quanto il montaggio del film, nonostante l'incredibile fluidità che non crea sensazione di scollamento mai neppure per sbaglio (anche merito di un'attenzione alla fotografia, alle scenografie e ai costumi, questi ultimi favolosi, davvero ammirevole), è oltre il frenetico. Pensate, se avete visto il già citato Doctor Strange nel Multiverso della follia, alla sequenza in cui Strange e America vengono scagliati nel Multiverso e prolungatela per quasi due ore, migliorandola mille volte (con tutto il rispetto per Raimi) e forse avrete una vaga idea di quello che intendo. Se a tutto ciò aggiungete anche la bravura degli attori coinvolti, dalla protagonista Michelle Yeoh all'ultima delle comparse, oltre all'abilità di tecnici degli effetti speciali praticamente autodidatti, capirete perché, almeno per me, Everything Everywhere All at Once è al momento il film dell'anno. Ho il terrore che il film dei Daniels non vedrà mai le sale italiane e, visti coinvolti e produttori, non ho idea su quale piattaforma potrebbe finire ma incrocio le dita perché arrivi prestissimo in Italia e, soprattutto, che mi venga consentito di guardare questo trionfo su grande schermo perché lo merita tutto.


Dei registi e sceneggiatori Dan Kwan e Daniel Scheinert (che interpreta anche l'impiegato masochista) ho già parlato QUIMichelle Yeoh (Evelyn Wang), Ke Huy Quan (Waymond Wang), James Hong (Gong Gong), Jamie Lee Curtis (Deirdre Beaubeirdre) e Jenny Slate (la mamma del cagnolino) li trovate invece ai rispettivi link. 


Se Everything Everywhere All at Once vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Swiss Army Man. ENJOY!

mercoledì 16 marzo 2022

Red (2022)

Domenica sera ho riattivato l'abbonamento a Disney + solo per godermi Red (Turning Red), l'ultimo film Pixar diretto e co-sceneggiato dalla regista Domee Shi, scelleratamente relegato allo streaming quando invece avrebbe meritato ben più ampia distribuzione...


Trama: Mei Mei ha 13 anni ed è convinta di poter spaccare il mondo, nonostante si impegni per non dare neppure una delusione alla mamma. I casini cominciano quando un crogiolo di emozioni mai provate prima la trasforma in un enorme panda rosso...


Se devo essere onesta, i miei 13 anni non li ricordo proprio e per fortuna. Non che adesso sia Charlize Theron, ma a quell'età ero davvero un piccolo cesso vestito male, goffa da morire, con gli occhiali, l'apparecchio, quel fisico demmerda per cui non sei né cicciona né secca ma semplicemente un blob informe con le tette, presa tra il desiderio di nascondermi alla vista del mondo per tutto il resto della mia esistenza e quello di cominciare anche io ad uscire con qualche ragazzo, tra la necessità di sviluppare una mia personalità e la volontà di non deludere comunque i miei genitori; non stupisce, dunque, che di quegli anni ricordi solo un insopportabile, benché vago, senso di disagio e la sensazione di non capire né me né chi mi circondava. Insomma, alla faccia delle recensioni d'oltreoceano, che sottolineano quanto sia impossibile trovare "relatable" il personaggio di Mei Mei, io ho capito benissimo tutto quello che Domee Shi e soci volevano trasmettere con questo film, e non certo perché lo hanno ambientato nel 2002 (lì avevo già 21 anni e i problemi erano altri) ma perché ho vissuto sulla mia pelle buona parte delle esperienze della protagonista senza dovermi necessariamente trasformare in un graziosissimo, morbidosissimo panda rosso (magari mi fosse successo!). Red altro non è, infatti, che una delicata ma comunque neppure troppo trattenuta metafora dei problemi della pubertà, che raramente sono poetici ed aulici ma sono "stupidi", disgustosi, caotici, puzzolenti, tragici ed esagerati, e lo stesso vale ovviamente per le gioie e le passioni, da cui veniamo sopraffatti al punto da perdere la ragione. A Mei Mei è "semplicemente" questo che succede. La bambina modello che non vede l'ora di stare con la madre e fare, di base, quello che piace a quest'ultima, "chiusa" in un mondo protetto e controllato, comincia a diventare permeabile agli stimoli esterni, i ragazzi in primis, e a poco a poco scopre di essere un individuo unico, benché imperfetto, con pregi e difetti che prima sembravano insospettabili. 


Questi cambiamenti improvvisi (legati in primis allo sviluppo fisico ed ormonale, all'arrivo delle mestruazioni e al divenire donna a tutti gli effetti) vengono rappresentati dall'incapacità di Mei Mei di tenere a freno la sua trasformazione in un buffo panda rosso ogni volta che un'emozione la travolge, cominciando proprio con la lussuria, inusuale per un film Pixar ma naturalissima per una ragazzina che comincia a sognare i primi baci e forse anche approcci un po' più approfonditi (la scoperta dei disegni "pornografici" che mandano su tutte le furie la madre è da antologia), fomentata dal periodo storico più adatto a questo tipo di sensazioni, ovvero quello in cui spuntavano boy band da tutte le parti. Invece di fungere da mero veicolo di nostalgia "moderna", i fighettissimi e fittizi 4*Stars, diretti discendenti di NSync, Backstreet Boys e soci, diventano uno degli snodi fondamentali della trama in quanto fonte di isteria e caldane, fulcro di scontri generazionali e anche un modo per scoprire verità insospettabili su ancor più insospettabili persone, un'altra dimostrazione che chiunque può avere nascosto nel petto un panda rosso senza che questo si scateni per distruggere tutto.


Al di là del design buffo e bambolottesco sia dei personaggi principali che del panda, oltre che all'abbondanza di momenti esilaranti e di citazioni che spaziano dagli anime a Ghostbusters, Red si conferma dunque un prodotto molto profondo, che mira a parlare al cuore di tutti gli spettatori. I più piccoli saranno sicuramente deliziati dagli aspetti superficiali di una trama avventurosa che non cala mai di ritmo, dalla colonna sonora scoppiettante e dal design coloratissimo di un film giustamente stra-curato a livello di animazioni, i ragazzini più grandi penso possano facilmente riconoscersi in Mei Mei o in una delle sue amiche e magari riuscire a gestire un po' meglio tutti gli enormi cambiamenti da affrontare ogni giorno, facendo anche affidamento su amici e genitori, mentre questi ultimi potrebbero aprire un po' gli occhi e ricordare che anche loro sono stati degli esseri goffi e assurdi e dare una mano ai propri figli o nipoti in cerca di aiuto senza giudicare le loro non condivisibili scelte. Ho apprezzato tantissimo, durante il poetico e commovente finale, la connessione che gli autori hanno provato a creare tra un presente (ormai passato) fatto di piccoli, enormi problemi quotidiani che persistono nonostante un'epoca e una società che dovrebbero essere più tolleranti e aperti, e un passato in cui dolore, frustrazioni e rimpianti venivano ingiustamente imposti a causa di una fondamentale incapacità di comunicare e una chiusura mentale impossibile da abbandonare e da non riversare sui propri figli; dopo averlo già fatto nel devastante corto Fuori dal bosco, la Disney cerca anche in questo caso di sottolineare l'importanza di trarre esempio dagli sbagli dei propri genitori e cercare di non ripeterli coi figli, un messaggio fondamentale ed indirizzato agli adulti, che arricchisce ulteriormente quello principale, più universale. Nonostante tutto, comunque, disonore sulla Disney che nasconde questi gioiellini riservandoli allo streaming, e solo tanto amore per Domee Shi, sperando che il suo prossimo film possa raggiungere un pubblico ben più vasto!


Di Sandra Oh, che in originale doppia tutte le versioni di Ming, ho già parlato QUI mentre James Hong, che doppia Mr. Gao, lo trovate QUA.

Domee Shi è la regista e co-sceneggiatrice del film. Cinese, è al suo primo lungometraggio ma ha già vinto l'Oscar per il delizioso corto Bao. Anche animatrice e doppiatrice, ha 33 anni.


A doppiare la temibile Nonna è nientemeno che la Madame Gao di Daredevil, l'attrice Wai Ching Ho. ENJOY!

venerdì 31 agosto 2018

The Last Sharknado: It's About Time! (2018)

E' finita. Non so come ma è finita, grazie a tutti gli dei. O, almeno, spero. Il regista Anthony C. Ferrante ha sfornato anche quest'anno l'ennesimo capitolo della sua più fortunata creatura, The Last Sharknado: It's About Time! e stavolta pare non ci saranno altri sequel.  Ma perché ora sono così amareggiata quando l'anno scorso non vedevo l'ora di guardare il sesto episodio di Sharknado?


Trama: Fin e soci sono costretti a viaggiare nel tempo per combattere gli sharknado e impedire al terribile fenomeno atmosferico di distruggere il mondo.


L'anno scorso, alla fine del noiosissimo e discutibile quinto episodio, ero rimasta basita innanzi alla visione di Dolph Lundgren che, in guisa di figlio di Fin, invitava il padre ad imbarcarsi in un viaggio nel passato onde distruggere lo sharknado fonte di tutti i mali. Galvanizzata da tanta sfacciata ambizione tamarra, ho atteso col fiato sospeso The Last Sharknado: It's About Time!, confidando in un tripudio di trash e spacconate assortite ma dopo cinque minuti avevo già capito che Lundgren aveva mostrato a tutti il dito medio e abbandonato il progetto, lasciando il ruolo di Gil a comparse e signori nessuno e Ferrante e soci in preda alla deboscia più nera. A prescindere dalla sua infima qualità tecnica, che ormai è persino incapace di fare ridere, The Last Sharknado: It's About Time! è proprio noioso, ripetitivo, permeato da un autocompiacimento nostalgico che annulla persino le poche trovate buone e ammoscia quello che avrebbe dovuto essere l'obiettivo principale dell'ultimo episodio: sfogarsi, buttare tutto in ancor più caciara, rimanere negli annali come il trionfo dell'ignoranza, una roba da parlarne per anni. E invece. E invece abbiamo sempre lo stesso pattern di sceneggiatura: Fin e soci (i quali cambiano di volta in volta, per venire incontro a quei pochi attori che ancora credevano nel progetto o avevano bisogno di soldi contanti) saltano in un warp spaziotemporale, combattono lo sharknado di turno, cercano un mezzo abbastanza veloce da ricreare un altro passaggio per saltare nell'epoca successiva, ricominciano tutto da capo. Alla terza volta, il pattern diventa una palla cosmica. E voi direte, è come gli altri anni, cosa cambia? Sì, è vero, ma per l'ultimo capitolo speravo almeno in un colpo di coda, invece mi sono rimasti solo gli imbarazzanti siparietti di gente costretta a citare film della madonna (The Rocky Horror Show, Ritorno al futuro, La storia fantastica, di nuovo Guerre Stellari per la miseria...) o a darsi di gomito ammiccando (un'orripilante Tori Spelling che, vedendo Ian Ziering, gli chiede "Ma noi non andavamo al liceo assieme?") mentre passa dalla preistoria al medioevo inglese, dalla guerra d'indipendenza americana al Far West, dagli anni '60 ad un lontanissimo futuro, talmente apocalittico che penso nessuna distopia potrebbe reggere il confronto (SPOILER cloni di Tara Reid ovunque, che orrore!!!).


A parte la trama, se di trama si può parlare ché a un certo punto coi paradossi temporali gli sceneggiatori fanno un casino che scànsati, quello che mi offende è che, al SESTO episodio, non si sia riusciti a tirare su un minimo di effetto speciale decente. Secondo me qui non si può più parlare di budget scarso ma di incompetenza e di mancanza di rispetto per lo spettatore, della serie "tanto se li sono visti tutti così, cazzucene".  E non parlo solo dei dinosauri appiccicati sullo schermo in modo da non combaciare con gli attori costretti a interagire con loro, nemmeno degli squali che in sei anni non sono riusciti a rimanere di dimensione standard manco una volta, quanto proprio della poraccitudine dell'insieme, dei "props", chiamiamoli così: basterebbero anche solo l'enorme mazza da baseball brandita da Judah Friedlander, la corona posticcia posata in testa a Tara Reid e, in generale, tutti i "costumi" per far urlare allo scandalo, ché in una recita parrocchiale persino questi dettagli sarebbero più curati di quanto viene mostrato in The Last Sharknado. E vi dirò anche che, salvo alcuni attori che se la godono da morire come la favolosa drag queen Alaska Thunderfuck, vera punta di diamante del film con una Morgana esilarante, risulta palese come Ziering e soci si siano stufati e recitino col pilota automatico oppure caricando all'inverosimile la loro interpretazione, come il belinone che interpreta Billy the Kid, un guitto pescato nei peggiori bar di Caracas, probabilmente. Ovvio, Ziering e soprattutto la Reid non sono MAI stati due attori, per carità di ogni divinità, ma il vecchio Fin è ormai scoglionato, si vede, l'imbarazzo con cui i suoi comprimari si palleggiano battute da avanspettacolo è evidente e sono quasi certa che l'unica a crederci ancora fortissimamente sia solo Tara Reid, impegnata nel doppio ruolo di testa e moglie ma anche di Biancaneve, Jeeg Robot d'Acciaio, Regina Cersei, gatto di marmo, ecc. ecc. Insomma, il diludendo e non sto nemmeno a sprecare parole sulle guest star a meno di non sottolineare lo shock di vedere le due colonne portanti degli Offspring ridotte a umarell bolsi oppure quello di ritrovarmi davanti Tori Spelling ricoperta di cerone e col fisico sfondato. Prego Dio di non farmi invecchiare a 'sto modo o mi impicco. E credetemi, mi spiace vomitare tanto astio su una cretinata come The Last Sharknado, col quale speravo di congedarmi in goliardica amicizia ma quando è troppo è troppo. Speriamo sia davvero la Fin, stavolta!


Del regista Anthony C. Ferrante, che compare anche come membro della band che suona sulla spiaggia, ho già parlato QUI. Ian Ziering (Fin), Tara Reid (April), Vivica A. Fox (Skye), James Hong (Confucio), Bo Derek (Mary), Gary Busey (Wilford Wexler) e John Heard (George, in un filmato d'archivio) li trovate invece ai rispettivi link.

Judah Friedlander interpreta Bryan, ruolo ripreso da Sharknado 2: A volte ripiovono. Americano, ha partecipato a film come Ti presento i miei, Zoolander, ... E alla fine arriva Polly, Starsky & Hutch, Cabin Fever 2 - Il contagio, Star Wars - Il risveglio della forza e a serie come 30 Rock; come doppiatore, ha lavorato in American Dad!. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 49 anni e un film in uscita.


Leslie Jordan interpreta Benjamin Franklin. Americano, ha partecipato a film come Jason va all'inferno, The Help, Fear, Inc. e a serie come Jarod il camaleonte, Dharma e Greg, Ellen, Più forte ragazzi, Sabrina vita da strega, Nash Bridges, Ally McBeal, Monk, Desperate Housewives, Supernatural, American Horror Story e Will & Grace; come doppiatore, ha lavorato in Mucche alla riscossa e American Dad!. Anche sceneggiatore, ha 63 anni e due film in uscita.


Tori Spelling interpreta Raye. Americana, la ricordo per film come Scream 2 e Scary Movie 2 , inoltre ha partecipato a serie quali Love Boat, Bayside School, Melrose Place, Beverly Hills 90210, Perfetti... ma non troppo, Smallville e 90210; come doppiatrice, ha lavorato in Biker Mice da Marte, American Dad!, I Griffin - La storia segreta di Stewie Griffin e I Griffin. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 45 anni.


Tra le guest star presenti nel film segnalo la già citata drag queen Alaska Thunderfuck nei panni di Morgana, l'astrofisico Neil deGrasse Tyson in quelli di Merlino, la Troi di Star Trek, Marina Sirtis, come Winter, gli invecchiatissimi (gesù, che shock!) Dexter Holland e Noodles degli Offspring nei panni di due membri della marina britannica, il comico Darrell Hammond (George Washington), il cantante dei Twisted Sisters Dee Snider (lo sceriffo), Chris Owen (lo Sherman di American Pie, qui nei panni di Gil trentenne), Christopher Knight (nonno Clarke), Bernie Kopell (in quanto ex-membro del cast di Love Boat gli tocca la parte del capitano del battello), LaToya Jackson (Cleopatra), Kato Kaelin (era l'amichetto di O.J. Simpson, qui interpreta il Re vichingo) e l'immancabile Al Roker nei panni di se stesso; dai vecchi Sharknado tornano inoltre Charles Hitting, ovvero Matt il figlio maggiore di Fin, Ryan Newman (la figlia Claudia), i due malviventi che aprivano il primo Sharknado, Mark McGrath (Martin) e Masiela Lusha (Gemini). Troppa gente, porca miseria! Per finire, se volete conoscere tutti i passaggi della saga che ha rovinato l'estate ai cinefili e rallegrato, almeno per un po', quella dei trashofili, recuperate Sharknado, Sharknado 2: A volte ripiovono, Sharknado 3: Attacco alla casa bianca, Sharknado 4 e Sharknado 5: Global Swarming. ENJOY!

martedì 29 marzo 2016

Kung Fu Panda 3 (2016)

Nonostante tutto il mondo fosse sconvolto dall'hype per Batman vs Superman, io ho bellamente ignoranto Mr. Wayne e Mr. Kent preferendo la visione di Kung Fu Panda 3, diretto dai registi Alessandro Carloni e Jennifer Yuh Nelson.


Trama: mentre il crudele Kai riesce a fuggire dal regno degli spiriti dove era confinato, il panda Po deve trovare la sua reale identità come Guerriero Dragone e affrontare il ritorno del vero padre...


Alla fine di questo terzo episodio posso tranquillamente dire che quella di Kung Fu Panda è una delle migliori trilogie mai girate, ovviamente con tutti i limiti del caso, non fraintendete. Il bello di questa serie di film infatti è che il protagonista Po, panda teneroso, cicciottello e pasticcione, cresce diventando un vero maestro del Kung Fu gradualmente, affrontando in ogni film una sfida che lo eleva di uno scalino rispetto alla sua condizione precedente, senza mai snaturarne l'essenza di bambinone combina guai; per intenderci, non vedremo mai Po diventare un eroe tragico alla Goku perché ogni suo passo verso la consapevolezza è costellato di piccoli momenti umoristici e, soprattutto, un'enorme umiltà. Ciò vale anche per questo ultimo episodio, che inizia con un Guerriero Dragone "adagiato" in una routine fatta di battaglie e allenamenti. Ma cosa significa davvero essere IL Guerriero Dragone? Cosa lo differenzia da combattenti ben più abili come, solo per fare due nomi, Tigre e il maestro Shifu? Eh, qualcosa di importantissimo c'è e il film lo rende chiaro e palese agli occhi dei piccoli spettatori, introducendo la tanto chiacchierata (almeno in Italia) figura del vero padre di Po, un pandone pasticcione ed esageratamente chiassoso, tanto quanto il figlio, e l'intera comunità dei suoi tenerissimi simili, uno più pacioccone e bello dell'altro. La ricerca delle proprie radici, la necessità di collaborare e migliorare sé stessi, la consapevolezza che il concetto di famiglia non può e non deve essere limitato ai legami di sangue, sono tutti temi importantissimi che vengono snocciolati con naturalezza tra un combattimento e l'altro, tra una risata e una lacrima, mentre gli sceneggiatori cercano di dare spazio non solo a Po ma anche a tutti i comprimari tanto amati da chi ha seguito la saga fin dall'inizio.


Kung Fu Panda 3 è come sempre molto bello anche visivamente. Sarà stata la grandezza della sala o dello schermo ma mi è parso che stavolta i personaggi fossero molto più realistici per quel che riguarda la resa del pelo (meravigliosamente morbido!!) e delle fattezze in generale, mentre le mosse di kung fu mi sono sembrate molto più fluide. L'animazione, come accadeva anche negli altri due film, alterna la CGI a disegni chiaramente ispirati alle stampe cinesi, soprattutto quando occorre introdurre dei flashback o delle leggende ricavate dalle storiche pergamene custodite da Shifu, e i due registi ricorrono spesso alla tecnica dello split screen, soprattutto durante le scene d'azione più concitate. Il character design dei personaggi nuovi, in gran parte ovviamente panda, è incredibilmente delicato e tenero, ogni animalotto è caratterizzato in modo che non sia possibile confonderlo con un altro e non avete idea di che esplosione di pucciosità siano i pandini, uno più bello dell'altro; il cattivo nuovo, Kai, è connotato come già succedeva ai tempi del primo Kung Fu Panda con un abbondante utilizzo del verde "ooze", concentrato di spettrale malvagità che si scatena nei terribili guerrieri di Giada che accompagnano il villain, ma purtroppo non raggiunge le vette di teatrale crudeltà del pavone del capitolo precedente, rischiando di cadere presto nel dimenticatoio come predetto dall'inside joke presente all'interno della pellicola. E se le sequenze ambientate nel Regno dello Spirito meritano il voto dieci per i colori e la fantasia con cui sono state realizzate, l'unico rammarico che mi resta è che Scimmia, Gru e Mantide siano un po' diventati i guerrieri scemi del villaggio, perdendo buona parte di quella tridimensionalità che, fortunatamente, non è venuta meno a Tigre e Shifu. E ora, prima di concludere, parliamo un po' della...


TERRIBILE QUESTIONE GENDER (Contiene Spoiler)

Cari genitori,
prima di impedire ai vostri bambini di andare a vedere un film delizioso come Kung Fu Panda perché temete che esso possa pregiudicare non solo la loro identità sessuale futura ma anche il loro concetto di Famiglia Giusta, leggete queste due righe. Il panda Po viene cresciuto da un papero maschio e single perché quest'ultimo un giorno se lo vede piombare nel ristorante poco più che neonato. Non è che il vero padre, un panda per inciso, abbia deciso di abbandonarlo ma, capitelo, credeva fosse morto assieme alla moglie quando il loro villaggio è stato assaltato. E aggiungo anche che la mamma di Po viene più volte nominata nel corso del film, compianta nonché lodata per l'eroico sacrificio che l'ha portata a salvare la vita del pargolo. Quando il vero padre di Po torna a riabbracciarlo, NESSUNO mette in discussione la sua paternità, nessuno chiede a gran voce che panda e papero si uniscano in matrimonio per crescere il protagonista; piuttosto, i due padri riconoscono reciprocamente i rispettivi meriti e il loro rapporto, dopo la diffidenza e la gelosia iniziali, diventa una rispettosa e profonda amicizia. Tutto per il bene di Po che, in buona sostanza, capisce di essere stato cresciuto non solo da panda e papero, ma anche dal maestro Shifu, da maestro Oogway, da tutti gli amici, uomini e donne che siano, che hanno sempre avuto fiducia in lui. Quindi cari, perfetti genitori, andate a vedere Kung Fu Panda 3 tranquilli, ché il Gender non verrà a mordervi le chiappe e magari per una volta riuscirete anche a farvi una risata invece di prendere tutto così maledettamente sul serio!


 Della regista Jennifer Yuh Nelson ho già parlato QUI. Jack Black (Po), Bryan Cranston (Li), Dustin Hoffman (Shifu), Angelina Jolie (Tigre), J.K. Simmons (Kai),  Jackie Chan (Scimmia), Seth Rogen (Mantide), Lucy Liu (Vipera), David Cross (Gru), James Hong (Ping) e Jean-Claude Van Damme (Maestro Coccodrillo) li trovate invece ai rispettivi link.

Alessandro Carloni è il co-regista della pellicola. Nato a Bologna, è al suo primo lungometraggio. Anche animatore e tecnico degli effetti speciali, ha 38 anni.


Kate Hudson (vero nome Kare Garry Hudson) è la voce originale di Mei Mei. Americana, figlia di Goldie Hawn, la ricordo per film come Quasi famosi, The Skeleton Key e Tu, io e Dupree, inoltre ha partecipato a serie come Party of Five e Glee. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 37 anni e tre film in uscita.


Tra gli altri doppiatori originali segnalo la presenza fissa Randall Duk Kim, che come negli altri episodi doppia il maestro Oogway, Wayne Knight, che invece presta la voce a Big Fun e Hom-Lee, e quattro dei figli della coppia Angelina Jolie/Brad Pitt, ovvero Pax, Knox, Zahara e Shiloh, tutti a doppiare i piccoli pandini mentre Rebel Wilson e Jamie Campbell Bower hanno rispettivamente dovuto rinunciare ai ruoli di Mei Mei e Li. I boss della Dreamworks hanno confermato che questo non sarà l'ultimo film della franchise ma che ce ne saranno ancora almeno tre; nell'attesa, se Kung Fu Panda 3 vi fosse piaciuto recuperate i primi due film e aggiungete I segreti dei cinque cicloni, il corto Kung Fu Panda Holiday, la serie Kung Fu Panda - Mitiche avventure e i corti Kung Fu Panda: I segreti dei maestri e Kung Fu Panda: Secrets of the Scroll. ENJOY!

venerdì 20 settembre 2013

R.I.P.D. - Poliziotti dall'aldilà (2013)

Mercoledì sera, accompagnata dall'amico Simone e da una buona dose di diludendo preventivo, sono andata a vedere RIPD - Poliziotti dall'aldilà, diretto dal regista Robert Schwentke e tratto dall'omonimo fumetto di Peter Lenkov.


Trama: il poliziotto Nick viene ucciso durante una pericolosa missione ma nell'aldilà viene "intercettato" ed inserito nel Dipartimento Riposa in Pace. Costretto a diventare partner del logorroico veterano Roy, scoprirà che gli eventi legati alla propria morte conducono a qualcosa che potrebbe portare alla fine del mondo...


Gente, sarà la dilusione pregressa, sarà che Simone rideva davvero di gusto, sarà per il genio del male che, quando Jeff Bridges ha detto "Ai miei tempi pagavo l'amore con la moneta", ha urlato in mezzo alla sala "Eh, anch'io ho pagato per delle donne!!!", sarà che l'idea di vedere David Lo Pan armato di banana e affiancato da una strasgnoccolona che in realtà è uno sceriffo del west batte il cinque alla mia idea di gag riuscitissima, sarà perché Jeff Bridges sembra nato per il suo ruolo, sarà quel che sarà: a vedere RIPD mi sono divertita tantissimo. Due ore di divertimento ignorante, senza pensieri, becero, infantile e citazionista/plagiatore (la matrice di base è chiaramente Men in Black ma nel calderone sono finiti anche Sospesi nel tempo e ovviamente i Ghostbusters), ma pur sempre divertimento, non un istante di noia nonostante la banalità della storia raccontata e nonostante ogni colpo di scena (?) venisse telefonato per direttissima attraverso la comoda cornetta incorporata nelle poltroncine della sala. Certo, dopodomani lo avrò già dimenticato e sicuramente non comprerò il DVD da tenere gelosamente nella mia collezione, ma per rilassarsi e staccare il cervello è perfetto.


Dopo aver elencato i pregi, svisceriamo anche i difetti, non sia mai che venga accusata di magnificare un film innocuo come questo. Come ho detto, Jeff Bridges è un formidabile mattatore all'apice della gigioneria e, aggiungo, Mary - Louise Parker è perfetta per spalleggiarlo nel ruolo di frizzante poliziotta in carriera, ma siamo sinceri: vicino a Ryan Reynolds persino io risulterei brava come Meryl Streep. Il protagonista, infatti, ha la stessa espressività di un termosifone (e neppure uno di quelli belli) e la stessa presenza scenica dell'albero di arance da lui piantato all'inizio della pellicola, tanto che ogni inquadratura della simpatica faccetta di James Hong diventa automaticamente un balsamo per occhi e cervello. Altra cosa: Schwentke gira bene, ha ritmo ed è fracassone senza risultare ridondante o insopportabile come altri suoi colleghi, ma gli effetti speciali, che giudicherei quasi indispensabili in un film simile, fanno proprio schifo. I mostri sono di una bruttezza imbarazzante, la scena della morte di Nick non è troppo diversa dal pupazzo in guisa d'infante che veniva gettato dal ponte in La terza madre (ho capito che Reynolds è un bacco di legno ma un minimo di naturalezza nella morte concedetegliela!!) e il make up di Kevin Bacon è da mani nei capelli, una roba che fa dire "Ah, quindi? Tutto lì?". Eh sì, tutto qui. La recensione è finita, andate in pace e concedetevi una serata affittandovi RIPD, quando uscirà a noleggio (no, non andate a vederlo al cinema, non vale la pena). Andrete a nanna rilassati e con animo lieto!


Del regista Robert Schwentke ho già parlato qui. Ryan Reynolds (Nick), Jeff Bridges (Roy), Kevin Bacon (Heyes) e Mary – Louise Parker (il procuratore) li trovate invece ai rispettivi link.

James Hong interpreta l’avatar di Nick. Nato in America, lo ricordo per aver interpretato il malvagio Lo Pan nel meraviglioso Grosso guaio a Chinatown e inoltre ha partecipato a film come Chinatown, L’aereo più pazzo del mondo, Blade Runner, Il bambino d’oro, La rivincita dei Nerds II, Tango & Cash, Fuori di testa II – Waynestock e alle serie Perry Mason, Strega per amore, Tre nipoti e un maggiordomo, Missione impossibile, Starsky & Hutch, La donna bionica, Wonder Woman, Charlie’s Angels, Il mio amico Arnold, Dallas, Hazzard, Dynasty, A-Team, Magnum P.I., Miami Vice, Santa Barbara, Hunter, MacGyver, X-Files, Quell’uragano di papà, Ellen, Friends, Jarod il camaleonte, Millenium, Più forte ragazzi, Streghe, Alias e Malcom. Negli ultimi anni ha anche lavorato parecchio come doppiatore e in tal veste ha partecipato a film come Mulan, Kung Fu Panda, Kung Fu Panda 2 e a serie come Il laboratorio di Dexter e Jackie Chan Adventures. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 84 anni e due film in uscita tra cui Kung Fu Panda 3.


Tra gli altri attori, segnalo la breve apparizione del cognato di James Belushi in La vita secondo Jim, ovvero Larry Joe Campbell, nei panni di un poliziotto. Detto questo, ringraziamo tutti quanti la Madonna, perché al posto di Jeff Bridges avrebbe dovuto esserci Zach Galifianakis che, per fortuna, ha rinunciato perché impegnato in altri film. Nessuno ha sentito la tua mancanza, tranquillo! Idem per Jodie Foster, brevemente considerata per il ruolo del Procuratore. Per brindare agli scampati pericoli, se R.I.P.D. – Poliziotti dall’aldilà vi fosse piaciuto consiglio la visione di Men in Black, Sospesi nel tempo, Ghostbusters, Beetlejuice e un classico degli anni ’80 come Sbirri oltre la vita. ENJOY! 

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