Visualizzazione post con etichetta jeff bridges. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta jeff bridges. Mostra tutti i post

martedì 14 luglio 2026

Minions & Monsters (2026)


Sabato sera sono andata al rinnovato cinema di Albisola a vedere Minions & Monsters, diretto e co-sceneggiato dal regista Pierre Coffin.

Trama

Due Minions, James e Henry, decidono di perseguire un sogno ben diverso da quello del resto della loro tribù, ovvero realizzare un film. Per poter girare uno splendido film di mostri, utilizzano un libro di incantesimi che ne evoca davvero uno...

RECENSIONE

Ho sempre amato i Minions e il loro grande capo Gru, ma col tempo mi sono un po' disaffezionata, al punto che non ho mai recuperato Cattivissimo me 4. Stavo quasi per lasciare perdere anche Minions & Monsters, nonostante il trailer simpatico e la presenza di un mini-Cthulhu, ma per fortuna ho dato una scorsa al post entusiasta di Solaris e, spinta dalla curiosità, ho approfittato della programmazione albisolese per andarlo a vedere. Poi dicono che ormai i blog sono morti e non servono più a nulla! Sono felice di essermi fidata, perché Minions & Monsters è sì l'ennesima aggiunta ad un franchise di successo che non accenna a volersi fermare, ma anche e soprattutto un'immensa dichiarazione d'amore al Cinema, la macchina dei sogni in grado di realizzare quelli delle menti più visionarie e poetiche, e di regalarne altri a quanti sono pronti a sedersi per un paio d'ore nelle poltrone di una sala. La storia di Minions & Monsters, da collocarsi cronologicamente prima dei fatti narrati nel primo Minions, si concentra, infatti, su due Minions in particolare, James ed Henry. Mentre i loro colleghi hanno come unico scopo nella vita quello di trovare un "grande capo" malvagissimo da seguire, James ed Henry sono guidati da fantasia e senso dell'umorismo; in particolare, James adora disegnare storie, tanto quanto Henry adora ascoltarle e condividere con l'amico la propria unicità. Dopo tutta una serie di esilaranti vicissitudini, i Minions finiscono nella Hollywood di fine anni '20 e si ritrovano protagonisti assoluti della scena cinematografica dell'epoca, quella precedente la transizione dai film muti al sonoro. E' proprio lì, prima che la trama introduca i Monsters del titolo, che Minions & Monsters diventa un gioiellino per i cinefili adulti (c'è anche una favolosa zampata sul finale, che non vi spoilero); per il modo in cui il film racconta l'energia, l'esagerata opulenza e la gloria di un'industria cinematografica al suo apice, con tutti i suoi pregi e difetti, la facilità con cui chiunque poteva dare forma a sogni e desideri, e anche la tragica velocità con cui i sogni potevano trasformarsi in incubi di indigenza, dopo anni di fama e denaro. Un dualismo incarnato alla perfezione dai geniali produttori Frank ed Elwood, mostro di cattiveria l'uno ed ottimista tutto zucchero l'altro, emblemi del destino estremo che lambiva chiunque si avvicinasse ad Hollywood.

Questa parte di Minions & Monsters è davvero l'equivalente animato di quel trionfo che era il Babylon di Chazelle, di cui riprende alcuni elementi chiave, sia a livello di trama che di messa in scena (la transizione da muto a sonoro avrebbe sicuramente risollevato l'animo del povero Jack Conrad di Babylon, perché pronunciare parole storiche come "Rosebud/Rosabella" in minionese farebbe sembrare perfetta la voce di qualsiasi attore!). A proposito di quest'ultima, dal momento in cui i Minions mettono piede ad Hollywood c'è da diventare matti a trovare tutti gli omaggi alla settima arte, con capolavori parodiati non solo durante gli splendidi titoli di testa, oppure con intere sequenze dedicate, ma anche con riferimenti blink and you'll miss it all'interno delle scene più concitate, in primis quella dell'inseguimento in treno all'interno di una trafficatissima strada; probabilmente, però, la sequenza più emozionante per un cinefilo è quella del dietro le quinte, una lunghissima carrellata che offre un meravigliato sguardo alle magie praticate dalle maestranze, indispensabili protagonisti per il corretto funzionamento della macchina dei sogni, ancor più di attori e registi blasonati. Per quanto riguarda l'aspetto "monsters", l'impatto visivo degli stessi è efficacissimo, perché il character design di Goomi e colleghi è meraviglioso così come le animazioni, ed è interessante anche il modo in cui la parte di trama che li vede coinvolti, assieme a James, Henry ed Ed, scorra in parallelo con l'altrettanto assurda vicenda di Dick e degli altri Minions, finiti dritti all'interno di una storia di fantascienza che, a un certo punto, acquista tutte le sfumature di una love story d'altri tempi. Giuro senza vergogna che non avrei dato un euro a questo Minions & Monsters, invece si è rivelato uno dei capitoli migliori del franchise e una boccata di aria fresca capace di coniugare meraviglia cinefila e grasse risate. Approfittate delle arene estive, all'interno delle quali sarà sicuro mattatore ancora per un po', e recuperatelo!!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Pierre Coffin, che doppia anche i Minions, ho già parlato QUI. Allison Janney (voce originale di Olivia), George Lucas (sé stesso), Christoph Waltz (Max), Jeff Bridges (Frank e Elwood), Jesse Eisenberg (Dort), Trey Parker (Goomi), Zoey Deutch (Debbie) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Nella versione italiana, il regista Max è doppiato da Maccio Capatonda. Minions & Monsters si colloca cronologicamente prima di Cattivissimo me, Cattivissimo me 2, Minions, Cattivissimo me 3, Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo e Cattivissimo me 4, tutti film che vi consiglio di recuperare, anche se Minions & Monsters è perfettamente fruibile anche da solo. ENJOY!

domenica 28 ottobre 2018

7 sconosciuti a El Royale (2018)

Giovedì sera col Bolluomo volevamo andare a vedere Soldado ma, sorpresa!, a Savona è stato relegato in tempo zero all'impossibile spettacolo delle 15.30, quindi abbiamo ripiegato su 7 sconosciuti a El Royale (Bad Times at El Royale), diretto e sceneggiato dal regista Drew Goddard.


Trama: all'Hotel El Royale, ubicato per metà nel Nevada e per metà in California, si intrecciano i destini di un prete, una cantante, un rappresentante di aspirapolveri e una hippy, tutti con un segreto...


Una perfetta definizione di 7 sconosciuti a El Royale sarebbe quella di pout-pourri. Se con lo splendido Quella casa nel bosco il regista e sceneggiatore Drew Goddard decostruiva i cliché dell'horror e giocava con lo spettatore creando qualcosa di nuovo e originale rimanendo comunque su un binario ben preciso, qui la parola d'ordine pare essere "sovrabbondanza, accumulo compulsivo", non solo di personaggi ma soprattutto di tematiche e stili. Far rientrare 7 sconosciuti a El Royale in un singolo genere cinematografico è infatti assai arduo, ma non solo; sinceramente è anche difficile trovare un "senso" a quello che viene mostrato, data l'insipidità di alcuni dei personaggi. Senza fare troppi spoiler, Goddard parte da una delle immagini ed idee più intriganti di Quella casa nel bosco (un indizio? C'entrano gli specchi) e su di essa ricama per ottenere la storia di un Hotel con un segreto per poi intrecciare le vicende di vari personaggi legate talvolta al filone della crime story, altre al cinema di guerra, altre alla spy story, altre addirittura al thriller con venature horror, senza troppa soluzione di continuità. L'incredibile lunghezza del film, che sfiora le due ore e mezza, è data dall'intrico di flashback che gettano luce sul passato dei protagonisti e dalla riproposta di almeno mezza dozzina di sequenze da altrettanti punti di vista differenti, così che lo spettatore abbia un quadro completo e abbastanza tarantiniano dell'intera timeline della pellicola, ma nonostante questo Goddard lascia in sospeso un paio di punti chiave e non sfrutta interamente la potenzialità di un setting così particolare. 7 sconosciuti a El Royale può infatti "vantare" un paio di McGuffin assimilabili alla valigetta di Pulp Fiction ma anche abbondanza di dettagli inutili, in primis la natura ibrida della territorialità dell'hotel: a che pro sottolineare, fin dall'inizio, la divisione precisa dell'Hotel El Royale tra Nevada e California se questa ubicazione non influenza minimamente le vicende narrate? Per dire, sarebbe stato interessante, vista l'abbondanza di criminali presenti nel film, ricamare un po' sulle diverse leggi dei due stati, costringendo i personaggi a saltare da una parte all'altra per ottenere delle impunità, invece la cosa viene lasciata cadere quasi subito e se il film fosse stato ambientato all'Overlook Hotel, per dire, non sarebbe cambiato di una virgola il risultato finale.


Questo setting particolare, così come l'ambientazione fine anni '60, influenza ovviamente la regia, la scenografia, la colonna sonora e il montaggio di 7 sconosciuti a El Royale, dove Drew Goddard ambisce palesemente a mostrare più le sue doti di regista che di sceneggiatore. Dopo un'introduzione di stampo teatrale con uno scioccante finale "a sorpresa", infatti, la pellicola diventa il trionfo dello schermo diviso simmetricamente da una linea rossa, delle stanze virate ognuna in un colore diverso, dell'inquadratura accattivante, dei cartelli che introducono capitoli, della ricchezza della scenografia, delle luci morbide che contrastano coi colori sgargianti, dei primi piani addolorati, dei flashback, dei lustrini e dei juke-box. In particolare, spesso e volentieri il montaggio, sonoro e non, segue la "scuola" Baby Driver e si adegua alle canzoni presenti nella splendida colonna sonora, cuore pulsante dell'intera pellicola grazie all'interpretazione di Cynthia Erivo, attrice e cantante inglese assai famosa nei teatri di Broadway e Londra, alla quale vengono riservate vere e proprie esibizioni canore, talvolta funzionali ai fini della trama (soprattutto in "duetto" con Jeff Bridges), talvolta no, al punto purtroppo da risultare pesanti. Cynthia Erivo, nome quasi sicuramente poco conosciuto a chi ama il cinema, è paradossalmente la punta di diamante di un cast che, sulla carta, sarebbe risultato dannatamente intrigante invece concorre al sapor di diludendo che lascia in bocca 7 sconosciuti a El Royale. Jeff Bridges, infatti, è svogliato rispetto ai suoi standard nonostante abbia gioco facile contro gli inespressivi Dakota Johnson e Chris Hemsworth; in particolare, quest'ultimo mostra tutti i suoi limiti di attore buono giusto per interpretare Thor ed essere figo, ma la colpa forse non è nemmeno sua vista l'imbarazzante caratterizzazione di un personaggio a metà tra Charles Manson e il Fabius di Fabio De Luigi, ingiustificabile da ogni punto di vista. Meglio i giovani Lewis Pullman, sorprendente sul finale, e l'inquietante Kaylee Spaeny, ragazzina da prendere a ceffoni pesanti dall'inizio alla fine del film, anche se tra tutti, il personaggio meglio caratterizzato rimane sempre quello di Chynthia Erivo. Questo è uno dei motivi per cui 7 sconosciuti a El Royale mi ha delusa, nonostante le enormi aspettative, perché è un bell'involucro che avvolge il nulla cosmico e sinceramente da Goddard, conoscendo le sue sceneggiature solitamente intelligenti e soprattutto dopo Quella casa nel bosco, mi aspettavo molto di più.


Del regista e sceneggiatore Drew Goddard ho già parlato QUI. Jeff Bridges (Padre Daniel Flynn/Dock O'Kelly), Dakota Johnson (Emily Summerspring), Jon Hamm (Laramie Seymour Sullivan / Dwight Broadbeck) e Chris Hemsworth (Billy Lee) li trovate invece ai rispettivi link.


Lewis Pullman, che interpreta Miles Miller, ha partecipato a The Strangers: Prey at Night mentre nel cast spunta anche il giovane regista Xavier Dolan nei panni di Buddy Sunday. Russell Crowe avrebbe dovuto partecipare al film ma alla fine è stato sostituito da Jon Hamm. Detto questo, se 7 sconosciuti a El Royale vi fosse piaciuto, recuperate Four Rooms e Paura e delirio a Las Vegas. ENJOY!


martedì 26 settembre 2017

Kingsman: Il cerchio d'oro (2017)

Avendo adorato il primo film non potevo perdere Kingsman: Il cerchio d'oro (Kingsman: The Golden Circle), diretto e co-sceneggiato dal regista Matthew Vaughn e ispirato al fumetto omonimo di Mark Millar. NO SPOILER, tranquilli.


Trama: ormai Eggsy è un Kingsman a tutti gli effetti e la sua vita procede nel migliore dei modi, almeno finché un'organizzazione criminale costringe gli agenti segreti inglesi a fuggire da Londra e allearsi coi "cugini" americani, gli Statesman.


Cosa gli vuoi dire a quello sfacciato di Matthew Vaughn? Quest'uomo è un truzzo esagerato, uno dei pochi ad aver capito che anche quando si parla di film d'intrattenimento bisogna fare sul serio, schiacciando sul pedale del cattivo gusto senza diventare antipatici (la scorsa volta c'era la Principessa p0rno, stavolta abbiamo una roba molto in stile titoli di testa di Senti chi parla!) e soprattutto creando un prodotto visivamente bello, con attori di un certo spessore in cerca di divertimento, basato su una storia che possa coinvolgere lo spettatore senza scadere nelle soluzioni facili o banali e, anche in quel caso, riuscendo comunque a renderle esaltanti. C'era riuscito già con Kick-Ass, vincendo ovviamente facile in quanto pesantemente spalleggiato dal folgorante fumetto di Mark Millar, aveva rinfrescato gli X-Men alla grande nel 2011 (e non a caso il franchise è andato calando dopo quel trionfo di X-Men - L'inizio) e nel 2014 era tornato a folgorare il pubblico con il primo Kingsman, la sagra scema dell'agente segreto inglese, una roba folle che andava a braccetto col ridicolo nobilitandolo e vestendolo da gentleman. Pur essendo amante di Kingsman mai avrei creduto in primis nella realizzazione di un sequel ma soprattutto di un seguito all'altezza del primo capitolo, invece Vaughn ce l'ha fatta anche stavolta e io non posso fare altro che volergli bene per mille motivi. Tanto per cominciare, Il cerchio d'oro si ricollega perfettamente alla pellicola del 2014 senza andare troppo a scomodare la memoria dello spettatore poco attento seppellendolo di dettagli impossibili da ricordare dopo tre anni ma facendo anche il gesto dell'ombrello agli "uomini fumetto" che non ne lasciano passare una agli sceneggiatori, i quali lavorando di lima sono riusciti a soddisfare anche i palati più esigenti (io per prima a un certo punto ho esclamato "Ma quello non aveva fatto quella fine...? E allora perché...?" prima di zittirmi e chinare il capo). Seconda cosa, Il cerchio d'oro presenta un'evoluzione di determinati personaggi, ci racconta qualcosina in più di quelli maggiormente amati e ne presenta altri con tutto il potenziale per diventare a loro volta dei beniamini, senza tuttavia farsi scrupoli quando si tratta di aumentare il bodycount: se è vero che un Kingsman non piange durante la missione e versa solamente una singola lacrima alla fine della stessa, in privato, è anche vero che alcuni colpi di scena sono crudeli tanto quanto l'inaspettata morte di Harry nel primo film e, come già accadeva nel 2014, la resa cartoonesca della violenza non toglie il fatto che anche Il cerchio d'oro scodelli al pubblico delle belle macellate.


Volendo trovare un difetto nella trama si potrebbe dire che Poppy, la villainess arrivata a sostituire Valentine (un Samuel L. Jackson "con zeppola" al quale comunque vanno i ringraziamenti post credits), è talmente pazza da rasentare il surreale e soprattutto che le scelte di un determinato personaggio sono guidate da motivazioni risibili ed infantili, ma sono due particolari che scompaiono davanti al gusto con cui Vaughn coreografa e riprende le sue esageratissime scene d'azione. Nulla a che vedere con la fisicità tecnica di Atomica Bionda, per carità, siamo su tutt'altro livello, però il risultato è altrettanto godurioso: il car chase iniziale lascia a bocca aperta, durante la sequenza in montagna è meglio chiuderla o si rischia di rimanere in debito d'ossigeno, i gadget dei nuovi Statesman (degna controparte "bovara" e cafona dei Kingsman) consentono la realizzazione di scontri corpo a corpo esaltanti quanto quelli del primo capitolo e persino delle sequenze riproposte che non vanno proprio come ci si aspetterebbe, in più stavolta ci sono persino i robot. I robot, santo cielo. In tutto questo, come ho detto, la cattiveria non manca e non si limita solo a qualche morto ammazzato in maniera particolarmente crudele. Al di là di un presidente particolarmente "trumpiano", la sceneggiatura punzecchia lo spettatore mediamente moralista e bigotto con un paio di domande scomode che probabilmente toccheranno più di un americano (ma non solo) e la risata sguaiata seguìta all'ennesima, coloratissima e cialtrona scena d'azione lascia spesso l'amaro in bocca. Fortuna che ad addolcire il tutto c'è Elton John. No, davvero. I Kingsman ereditati dalla prima pellicola sono meravigliosi, Colin Firth sempre più elegante e figo in primis, Julianne Moore si permette di gigioneggiare in maniera del tutto inaspettata, Jeff Bridges è una garanzia, Channing Tatum e soprattutto Pedro Pascal fanno il loro porco lavoro ma è SIR Elton John che merita il pagamento del prezzo del biglietto, lui e le sue canzoni, punte di diamante di una colonna sonora come al solito perfetta. La versione country della mia adorata Word Up e Take Me Home, Country Roads cantata da un Mark Strong in stato di grazia mi hanno mandata a casa canticchiando come nemmeno le colonne sonore congiunte di La La Land e Baby Driver sono riuscite a fare, ennesima dimostrazione di come Vaughn sappia mescolare sapientemente colonna sonora (ruffiana quanto volete ma sempre bella), regia, montaggio e una buona dose di truzzeria: d'altronde, che importa se Saturday Night's Alright (for Fighting) quando c'è casino di mercoledì? Bon, avevo promesso di non fare spoiler e dire altro sarebbe un delitto, aggiungo solo grazie Sir Matthew Vaughn per avermi resa felice come una bambina ancora una volta!


Del regista e sceneggiatore Matthew Vaughn ho già parlato QUI. Taron Egerton (Eggsy), Mark Strong (Merlino), Julianne Moore (Poppy), Colin Firth (Harry Hart), Michael Gambon (Artù), Channing Tatum (Tequila), Halle Berry (Ginger), Jeff Bridges (Champion), Pedro Pascal (Whiskey) ed Emily Watson (Capo di Stato Fox) li trovate invece ai rispettivi link.

Bruce Greenwood interpreta il Presidente degli Stati Uniti. Canadese, ha partecipato a film come Rambo, Orchidea selvaggia, Generazione perfetta, Truman Capote - A  sangue freddo, Déjà Vu - Corsa contro il tempo, Super 8, Come un tuono, l'imminente Il gioco di Gerald e a serie quali I viaggiatori delle tenebre e American Crime Story; come doppiatore, ha lavorato in serie come American Dad!. Anche produttore, ha 61 anni e due film in uscita.


Clara, fidanzata di Charlie, è interpretata da Poppy Delevingne, sorella maggiore di Cara già vista in King Arthur: Il potere della spada. Se Kingsman: Il cerchio d'oro vi fosse piaciuto, nell'attesa che esca un già annunciato terzo capitolo (e forse anche uno spin-off dedicato agli Statesman), recuperate Kingsman: Secret Service e il primo Kick - Ass. ENJOY!

mercoledì 25 gennaio 2017

Hell or High Water (2016)

Siccome era tra i candidati agli ultimi Golden Globe, è candidato anche a quattro premi Oscar (non ne vincerà nemmeno uno ma le categorie sono Miglior Film, Jeff Bridges Miglior Attore non Protagonista, Miglior Sceneggiatura e Miglior Montaggio) e tutti ne hanno parlato molto bene, ho recuperato anch'io Hell or High Water, diretto nel 2016 dal regista David MacKenzie.


Trama: Toby e il fratello Tanner rapinano banche di piccoli paesi e presto attirano l'attenzione dell'anziano ranger Marcus Hamilton, prossimo alla pensione. Le rapine dei due nascondono però un motivo più profondo di quanto non appaia ad una prima occhiata...



Se devo essere brutalmente sincera, durante i primi dieci minuti di Hell or High Water ho avuto molta paura. Siccome non amo molto i western e ultimamente tendo ad addormentarmi persino al cinema davanti a Il GGG, dopo qualche minuto di uomini duri, sconfinate praterie, polverosi panorami e Nick Cave ho alzato gli occhi al cielo e mi sono preparata a chiuderli, con un senso di sconforto devastante perché, diamine, del film mi avevano parlato benissimo tutti. Fortunatamente, questo senso di imminente letargia è durato poco, forse perché Hell or High Water è popolato da personaggi interessanti nonostante la loro "anima" sia di fondo assai legata ai cliché tipici del genere e, soprattutto, perché i colpi portati a termine da Tanner e Toby non possono definirsi interamente "criminali", non senza tapparsi occhi e orecchie e fare finta di non vedere la triste società americana che li circonda. Quella di Hell of High Water è una storia di "frontiera" ma non ha il fascino dell'ignoto tipico dei combattimenti tra indiani e cowboy che ci esaltavano da bambini: è una frontiera triste, popolata da una squallida middle class di donne sfiorite e piene di problemi economici, bovari ignoranti come delle capre di Biella e armati fino ai denti, di banche che fanno i loro porci comodi aspettando solo che i pochi proprietari terrieri rimasti vengano strangolati dai debiti per poter mettere le mani sulle ricchezze celate nel sottosuolo, di vecchi malinconici arrivati ormai quasi alla fine del sentiero. Davanti ad un panorama così desolante viene spontaneo fare il tifo per Toby e Tanner, fratelli che apparentemente non potrebbero essere più diversi e distanti tra loro ma che in realtà sono più legati di quanto i loro litigi non diano a credere, soprattutto dal momento in cui il piano di Toby viene definito chiaramente anche a beneficio dello spettatore; l'idea di derubare chi, di fatto, deruba, per poi ripagarlo letteralmente con la stessa moneta ha sempre il suo fascino, sin dai tempi di Robin Hood. Allo stesso modo, però, è vero anche che Tanner è una grandissima testa di cazzo e ciò ci impedisce di parteggiare interamente per i fratellini, lasciando così spazio anche ad un sentimento di crescente stima per il Marcus Hamilton di Jeff Bridges, che non a caso era uno dei candidati al Golden Globe.


Quello di Marcus non è un carattere facilmente apprezzabile, beninteso. Il personaggio interpretato da Jeff Bridges è ignorante quanto i bovari di cui parlavo sopra e razzista nel modo antipatico di chi non si lascia scappare neppure un'occasione di dileggiare i suoi sottoposti (come il povero Alberto, mezzo pellerossa e mezzo messicano, figurarsi!), eppure sotto la scorza dura creata da quel tipo di società americana retrograda si scorgono un animo onesto, un cervello fino, una lealtà e una malinconia tali che rimane difficile, ad un certo punto, non sperare che sia Marcus a trionfare, mettendo le manette ai polsi di Toby e Tanner. Ecco, forse è proprio questo che ho apprezzato di Hell or High Water, la possibilità di parteggiare per entrambi i lati della barricata e di empatizzare con tutti gli aspetti che formano il gioco di guardie e ladri messo in piedi da David MacKenzie, senza essere costretti a vedere tutto bianco o nero. Poi, ovviamente, a sostegno di una bella sceneggiatura ci sono degli ottimi attori. Come dicevo, Jeff Bridges mi è piaciuto tantissimo e il personaggio dell'anziano ranger sembra essergli stato dipinto addosso, ma anche Ben Foster e Chris Pine sono molto bravi (anche se lì per lì il secondo mi è sembrato uno degli Hemsworth, sono un po' miope, sorry), nonostante il primo sia limitato dal solito cliché del criminale "pazzo" tutto parolacce e scatti d'ira. Ho apprezzato però soprattutto i personaggi secondari e i caratteristi utilizzati per interpretarli, indispensabili per rendere l'idea di una parte di America ancora piena di contraddizioni e in qualche modo "vecchia", dove pare che il tempo si sia fermato (quante banche non hanno neppure il sistema di video sorveglianza) nonostante cowboy e indiani abbiano imparato in qualche modo a convivere e si siano ritrovati persino, talvolta, a ruoli invertiti. Il mio consiglio spassionato è dunque quello di dare una chance a Hell or High Water anche se non vi appassiona il genere perché la pellicola di David MacKenzie è un bellissimo esempio di cinema "classico" come ultimamente non se ne vedono più, uno di quei film capaci di mettere d'accordo un po' tutti e di arricchire la serata, altro che fungere da sedativo!


Del regista David MacKenzie ho già parlato QUI. Ben Foster (Tanner Howard), Chris Pine (Toby Howard) e Jeff Bridges (Marcus Hamilton) li trovate invece ai rispettivi link.

Gil Birmingham interpreta Alberto Parker. Americano, ha partecipato a film come La casa di Helen, Twilight, New Moon, Eclipse, Breaking Dawn (prima e seconda parte), The Lone Ranger e a serie quali Buffy l'ammazzavampiri, Streghe, Veronica Mars e Nip/Tuck; come doppiatore, ha partecipato al film Rango. Ha 64 anni e tre film in uscita.


Se Hell or High Water vi fosse piaciuto recuperate Non è un paese per vecchi. ENJOY!

martedì 5 gennaio 2016

Il piccolo principe (2015)

Per cominciare bene il nuovo anno in barba a comici innominabili e agli orari imbecilli del Multisala ho deciso di andare a vedere al primo spettacolo pomeridiano Il piccolo principe (The Little Prince), diretto nel 2015 dal regista Mark Osborne e tratto dal famosissimo romanzo di Antoine de Saint-Exupéry.


Trama: una bambina costretta a vivere un'esistenza programmata fin nei minimi dettagli da una madre ansiosa fa amicizia con un anziano aviatore che le racconta la storia del Piccolo Principe, l'unico abitante di un asteroide lontano che, un giorno, decide di fuggire dalla natura vanitosa ed esigente della sua rosa...


Dopo l'intelligente Inside Out, il cinema d'animazione sforna un'altra piccola perla imperniata sul difficile argomento della crescita e sul passaggio spesso traumatico dall'infanzia/adolescenza all'età adulta. Il piccolo principe, ovviamente, lo fa appoggiandosi alla storia senza tempo raccontata da Antoine de Saint-Exupéry e affrontando la riduzione di questo importantissimo romanzo poetico e filosofico partendo dalle reazioni di una giovanissima lettrice. La protagonista del film di Mark Osborne è una bambina che di infantile ha davvero poco; responsabilizzata, plasmata e stressata da una madre in carriera, la piccola ha ben chiaro cosa vogliano la genitrice e la società da lei e nessun mezzo per mettere in discussione le loro scelte che, ovviamente, considera come le uniche possibili. Il suo mondo è grigio come gli abiti che porta, scandito dai ritmi di un orologio e da un concetto di "essenziale" che coincide con quelli di "produttività, utilità e conformità", per i quali ogni azione dev'essere finalizzata al raggiungimento di uno "scopo" concreto. L'incontro con un vecchio aviatore consente alla bambina di cominciare a leggere qualcosa di diverso dalle infinite serie di equazioni matematiche che sua madre vorrebbe farle memorizzare e quel qualcosa è proprio Il piccolo principe; attraverso gli occhi della bambina "leggiamo" a nostra volta il libro di Antoine de Saint-Exupéry, pezzetto dopo pezzetto, e questa lettura cambia noi spettatori (o ci arricchisce, a seconda che l'opera in questione sia un nostro vecchio amico oppure un perfetto sconosciuto) così come cambia la piccola protagonista la quale, a poco a poco, apre gli occhi su un universo fatto di colori ed emozioni e, soprattutto, impara l'importanza dell'amicizia, dell'unicità delle cose e di quei ricordi d'infanzia che è sempre bene conservare se si vuole diventare degli adulti "meravigliosi". La pellicola di Mark Osborne prende per mano i piccoli spettatori e li guida alla scoperta di un'opera letteraria universale e bellissima, mostrando loro cosa sia davvero l'"essenziale" e quali siano i valori per i quali vale davvero la pena lottare, senza nascondere loro la possibilità che l'esistenza venga sconvolta da eventi dolorosi come l'abbandono o la morte di una persona cara; l'importanza di costruirsi un "nucleo" di esperienze, ricordi, affetti e, perché no, anche un po' di "stupidera" (sempre per citare Inside Out) viene sottolineata più volte e segna la differenza tra un adulto "bizzarro" come gli abitanti degli asteroidi visitati dal Piccolo Principe e un adulto equilibrato come potrebbe diventare la bambina protagonista.


Il piccolo principe è di una delicatezza rara anche per quanto riguarda la realizzazione. La storia della bambina protagonista e dell'aviatore viene raccontata attraverso l'utilizzo di un'animazione moderna (se guardate tra i character designer c'è Peter DeSève, già impegnato in Ratatouille, ed effettivamente i "cattivi" e i tristi abitanti dell'asteroide/città visitato ad un certo punto dalla protagonista somigliano tantissimo ad Anton Ego) e coloratissima che, per quel che riguarda sfondi, edifici, oggetti ed architetture, mira a creare un secco contrasto tra la caotica abitazione del vecchio aviatore e il resto delle costruzioni presenti in città, costrette da una planimetria geometrica e regolarissima. Contrapposta a questo stile di animazione c'è l'incantevole stop-motion con la quale è stata invece realizzata la parte di storia tratta direttamente dal romanzo, con i personaggi molto simili a dei pupazzetti ed essenziali nelle linee (non nella loro natura, ovviamente!) e tuttavia fluidi nei movimenti al punto che un occhio poco allenato come quello di un bambino potrebbe facilmente venire tratto in inganno e credere di avere davanti dei disegni in movimento; i disegni originali di Antoine de Saint-Exupéry, per la cronaca, ci sono e danzano sullo schermo ogni volta che la protagonista si accinge a leggere una pagina de Il piccolo principe. Bellissima anche la colonna sonora di Hans Zimmer, la quale spesso e volentieri si avvale della voce della cantante francese Camille, anche se personalmente ho avuto una piccola scossa di diludendo quando ho capito che la commovente versione di Somewhere Only We Know realizzata da Lily Allen, peraltro presente nel trailer, non sarebbe stata fatta sentire nemmeno durante i titoli di coda. Poco danno, ho pianto lo stesso come una fontana, anche perché Il piccolo principe a tratti è straziante. Ah, a proposito di strazio, genitori miei cariSSimi, concludo il post con un messaggio per voi. Lo so che Il piccolo principe è un bel film e che non sarebbe giusto privarvi del cinema solo perché avete messo al mondo dei teneri pargoletti però a mio avviso essere genitori significa non solo tantissima felicità ma anche un (bel) po' di sacrifici: non siate egoisti dunque e pensate ai vostri piccini di 3, 4, 5 anni che a) non capiranno NULLA della pellicola in questione e conseguentemente b) si romperanno le palline cominciando a deambulare per la sala, urlare "maaaammmaaaaaossoooonnoooooo" e lanciare pop corn costringendo ad un inutile stress voi e gli altri spettatori. Il piccolo principe dura un bel po' ed esprime qualche concetto difficile, riservatelo ai bimbi dai 6 anni in su e magari, dopo il film, leggete il libro assieme a loro. I vostri nervi vi ringrazieranno e anche io!


Del regista Mark Osborne ho già parlato QUI. Di Rachel McAdams (voce originale della Madre), Benicio Del Toro (voce originale del Serpente), Paul Rudd (voce originale del Signor Principe), Marion Cotillard (voce originale della Rosa, anche nella versione francese), James Franco (voce originale della Volpe), Jeff Bridges (voce originale dell'Aviatore), Paul Giamatti (l'insegnante in Accademia), Albert Brooks (L'uomo d'affari) e Bud Cort (il Re) ho parlato invece ai rispettivi link.

Mackenzie Foy è la voce originale della Bambina. Americana, ha partecipato a film come The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1 e 2, L'evocazione - The Conjuring e Interstellar . Ha 16 anni.


Il comico Ricky Gervais doppia in originale il personaggio del Vanitoso mentre per quel che riguarda le voci italiane ci sono Paola Cortellesi (la Mamma), Stefano Accorsi (la Volpe), Michaela Ramazzotti (la Rosa), Toni Servillo (l'Aviatore), Alessandro Gassmann (il Serpente), Alessandro Siani (il Vanitoso) e Pif (il Re). In Francia tra i doppiatori c'è invece Vincent Cassel, una Volpe incredibilmente sexy! Detto questo, se Il piccolo principe vi fosse piaciuto recuperate Inside Out e, ovviamente, leggete il libro di Antoine de Saint-Exupéry! ENJOY!

mercoledì 19 marzo 2014

Il grande Lebowski (1998)

Dopo non so più ormai quante migliaia di anni, in questi giorni ho deciso di riguardare Il grande Lebowski (The Big Lebowski), diretto e sceneggiato nel 1998 da Joel ed Ethan Coen.


Trama: Jeffrey Lebowski, detto il Drugo, viene aggredito da due delinquentelli a causa di uno scambio di persona. Deciso ad essere risarcito (i due hanno gli hanno pisciato sul tappeto che “dava un tono all’ambiente”), il Drugo va a cercare il suo omonimo Grande Lebowski, infilandosi così in un’intricata vicenda di denaro e rapimenti…


La prima volta che vidi Il grande Lebowski ci rimasi così male che per poco non buttai via la videocassetta. Folgorata da quello che per me, a tutt'oggi, è il capolavoro dei fratelli Coen, ovvero Fargo, immaginatevi come posso essermi sentita davanti a questa verbosissima commedia grottesca fatta di equivoci e deliri con una trama esilissima dove fondamentalmente è il caos a farla da padrone e dove, alla fin fine, succede davvero poco. Probabilmente il mio pensiero all'epoca sarà stato "Ma come? Nessun morto ammazzato? E quindi? Il sangue dov'è, dov'è la giusta vendetta di un incazzatissimo Walter o Drugo? Perché c'è quella patata lessa della Moore?". Per fortuna questi dubbi amletici non sono risorti dopo più di 10 anni di ostinata inimicizia, perché Il grande Lebowski non è riuscito a scalzare Fargo dalla classifica ma è davvero un film divertentissimo, zeppo di dialoghi esilaranti, interpretato da grandissimi attori... e capisco anche come il buon Drugo (The Dude in originale) possa aver dato vita ad un culto del dudeismo che conta parecchi seguaci perché se tutti prendessimo la vita come lui probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore. Drugo Lebowski è la perfetta sintesi del "se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po' più in là", l'incarnazione biblica della Terra che, mentre una generazione passa e l'altra giunge (cosa che, effettivamente, accade nel film), sta lì immota ad aspettare in eterno, senza apparentemente venire toccata dalle vicende umane: dategli un White Russian e una canna e il Drugo solleverà il mondo o, meglio, aspetterà che voi lo solleviate con lui seduto sopra. Principe dei loser Coeniani, lui nel suo essere outsider ci sguazza e, se ci pensate bene, effettivamente tutte le disavventure che gli capitano nel film derivano dal fatto che gli altri lo spingano ad uscire dal comodo guscio che si è creato e ad essere un "avido" criminale e ricattatore.


Il Drugo è una spugna e non solo perché beve come un carcamanno. Si lascia trascinare dalla follia guerrafondaia dell'amico Walter, dai problemi del Grande Lebowski e dal fascino dell'indipendente Maude e da ognuno di loro, anzi, da ogni cosa che lo circonda afferra frasi, concetti, modi di dire che troverà modo di ripetere ad eventuali nuovi interlocutori o si affastelleranno nelle deliranti sequenze oniriche girate da degli ispiratissimi Coen. La struttura stessa de Il grande Lebowski è un delirio, imprevedibile quanto il suo fattissimo protagonista: raccontato in prima persona come un noir dalla quintessenza dell'americanità (un cowboy, nientemeno), inserisce di tanto in tanto personaggi iconici che hanno davvero pochissima funzionalità all'interno della trama e interrompe la narrazione con i sogni del Drugo che, in definitiva, riassumono la situazione fino a quel momento filtrandola attraverso l'occhio del subconscio che ingigantisce dettagli apparentemente insignificanti tratti da varie scene e avvenimenti. Lo spettatore non può fare altro che perdersi in questo delirio e ridere della goffaggine del Drugo e compari, simpatizzando con loro fin dal primissimo istante nonostante Walter sarebbe da prendere a schiaffi ogni due per tre (ma d'altronde, chi non ha un amico fanatico ed impulsivo?).


Jeff Bridges si annulla completamente in una delle interpretazioni più memorabili della sua carriera, arrivando ad interpretare una vera forza (immota) della natura, una persona che "conforta" sapere che c'è; personalmente, nonostante le mise inguardabili e la sbronza costante, l'ho trovato anche bellissimo come uomo ma qui si parla di devianza, lasciate stare. John Goodman è la forza opposta: se il Drugo è l'occhio del ciclone, Walter è lo tsunami che passa e lascia distruzione ovunque, assolutamente certo delle sue idee e dei suoi mezzi fino a prova contraria. L'attore offre una prova grandiosa e a farne le spese, come giusto contrappasso dopo la logorrea di Fargo, è il povero Steve Buscemi che viene costantemente e malamente zittito dal ciccione guerrafondaio ma, in qualche modo, riesce comunque a risultare indispensabile nel suo fragile, piccolo silenzio. Indimenticabili anche Philip Seymour Hoffman, Peter Stormare, Julianne Moore, John Turturro (favoloso!!!!) e David Huddleston, ognuno a modo loro, ognuno parte integrante di questo folle noir dei poveri orchestrato dai fratelli Coen. E, a proposito di orchestra, meravigliosa anche la colonna sonora, nella quale spicca un'Hotel California versione Gipsy Kings che mi fa stramazzare a terra dalle risate ancora adesso. Sono passati dieci anni, come dicevo... e finalmente con Il grande Lebowski ho fatto pace, al punto da arrivare a considerarlo un gioiello, sebbene non un cult assoluto. Meglio tardi che mai, no?


Dei registi e sceneggiatori Joel ed Ethan Coen ho già parlato qui. Jeff Bridges (Jeffrey "Drugo" Lebowski), John Goodman (Walter Sobchak), Julianne Moore (Maude Lebowski), Steve Buscemi (Theodore Donald 'Donny' Kerabatsos), Philip Seymour Hoffman (Donnie), Tara Reid (Bunny Lebowski), Peter Stormare (Karl Hungus), David Thewlis (Knox Harrington) li trovate invece ai rispettivi link.

David Huddleston interpreta il Grande Lebowski. Americano, ha partecipato a film come Mezzogiorno e mezzo di fuoco, I due superpiedi quasi piatti, Nati con la camicia, Qualcosa di cui... sparlare, The Producers e a serie come Vita da strega, Kung Fu, Charlie's Angels, Magnum P.I., La signora in giallo, Colombo, Lucky Luke, Walker Texas Ranger Una mamma per amica. Anche regista e produttore, ha 84 anni.


Mark Pellegrino (vero nome Mark Ross Pellegrino) interpreta lo scagnozzo biondo di Treehorn. Americano, ha partecipato a film come Arma letale 3, Il mondo perduto - Jurassic Park, Mulholland Drive, The Hunted - La preda, Il mistero dei templari, Truman Capote, Number 23 e a serie come Hunter, Racconti di mezzanotte, Renegade, E.R. - Medici in prima linea, Nash Bridges, X- Files, N.Y.P.D., Grey's Anatomy, Dexter, Prison Break, Numb3rs, Criminal Minds, Fear Itself, Ghost Whisperer, CSI - Scena del crimine, Lost, il pilot di Locke & Key (sarebbe stato Rendell ç_ç), CSI: Miami Supernatural. Ha 49 anni.


John Turturro interpreta Jesus Quintana. Americano, lo ricordo per film come Toro scatenato, Cercasi Susan disperatamente, Hannah e le sue sorelle, Il colore dei soldi, Fa' la cosa giusta, La tregua, Fratello, dove sei?, Terapia d'urto, Secret Window Zohan - Tutte le donne vengono al pettine, inoltre ha partecipato a serie come Miami Vice e Monk. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 57 anni e cinque film in uscita.


Sam Elliott (vero nome Samuel Pack Elliott) interpreta lo Straniero. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto in blue jeans, Scappatella con il morto, Hulk, Ghost Rider e a serie come Missione impossibile, inoltre ha doppiato un episodio di Robot Chicken. Anche produttore e sceneggiatore, ha 70 anni e due film in uscita.


Tra gli altri interpreti segnalo la presenza di Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, che compare nei panni di uno dei compari di Karl Hungus, mentre l'ex compagno di Madonna Carlos Leon interpreta uno degli scagnozzi di Maude; altre guest star eccellenti sono Charlie Kaufman, che siede tra il pubblico durante lo spettacolo teatrale e la musicista Aimee Mann, l'unica donna nel gruppo di tedeschi. Tra quelli che "non ce l'hanno fatta" figura invece Charlize Theron, brevemente considerata per il ruolo di Bunny. Per finire, se Il grande Lebowski vi fosse piaciuto, recuperate Fargo e gli altri film dei Coen. ENJOY!

venerdì 20 settembre 2013

R.I.P.D. - Poliziotti dall'aldilà (2013)

Mercoledì sera, accompagnata dall'amico Simone e da una buona dose di diludendo preventivo, sono andata a vedere RIPD - Poliziotti dall'aldilà, diretto dal regista Robert Schwentke e tratto dall'omonimo fumetto di Peter Lenkov.


Trama: il poliziotto Nick viene ucciso durante una pericolosa missione ma nell'aldilà viene "intercettato" ed inserito nel Dipartimento Riposa in Pace. Costretto a diventare partner del logorroico veterano Roy, scoprirà che gli eventi legati alla propria morte conducono a qualcosa che potrebbe portare alla fine del mondo...


Gente, sarà la dilusione pregressa, sarà che Simone rideva davvero di gusto, sarà per il genio del male che, quando Jeff Bridges ha detto "Ai miei tempi pagavo l'amore con la moneta", ha urlato in mezzo alla sala "Eh, anch'io ho pagato per delle donne!!!", sarà che l'idea di vedere David Lo Pan armato di banana e affiancato da una strasgnoccolona che in realtà è uno sceriffo del west batte il cinque alla mia idea di gag riuscitissima, sarà perché Jeff Bridges sembra nato per il suo ruolo, sarà quel che sarà: a vedere RIPD mi sono divertita tantissimo. Due ore di divertimento ignorante, senza pensieri, becero, infantile e citazionista/plagiatore (la matrice di base è chiaramente Men in Black ma nel calderone sono finiti anche Sospesi nel tempo e ovviamente i Ghostbusters), ma pur sempre divertimento, non un istante di noia nonostante la banalità della storia raccontata e nonostante ogni colpo di scena (?) venisse telefonato per direttissima attraverso la comoda cornetta incorporata nelle poltroncine della sala. Certo, dopodomani lo avrò già dimenticato e sicuramente non comprerò il DVD da tenere gelosamente nella mia collezione, ma per rilassarsi e staccare il cervello è perfetto.


Dopo aver elencato i pregi, svisceriamo anche i difetti, non sia mai che venga accusata di magnificare un film innocuo come questo. Come ho detto, Jeff Bridges è un formidabile mattatore all'apice della gigioneria e, aggiungo, Mary - Louise Parker è perfetta per spalleggiarlo nel ruolo di frizzante poliziotta in carriera, ma siamo sinceri: vicino a Ryan Reynolds persino io risulterei brava come Meryl Streep. Il protagonista, infatti, ha la stessa espressività di un termosifone (e neppure uno di quelli belli) e la stessa presenza scenica dell'albero di arance da lui piantato all'inizio della pellicola, tanto che ogni inquadratura della simpatica faccetta di James Hong diventa automaticamente un balsamo per occhi e cervello. Altra cosa: Schwentke gira bene, ha ritmo ed è fracassone senza risultare ridondante o insopportabile come altri suoi colleghi, ma gli effetti speciali, che giudicherei quasi indispensabili in un film simile, fanno proprio schifo. I mostri sono di una bruttezza imbarazzante, la scena della morte di Nick non è troppo diversa dal pupazzo in guisa d'infante che veniva gettato dal ponte in La terza madre (ho capito che Reynolds è un bacco di legno ma un minimo di naturalezza nella morte concedetegliela!!) e il make up di Kevin Bacon è da mani nei capelli, una roba che fa dire "Ah, quindi? Tutto lì?". Eh sì, tutto qui. La recensione è finita, andate in pace e concedetevi una serata affittandovi RIPD, quando uscirà a noleggio (no, non andate a vederlo al cinema, non vale la pena). Andrete a nanna rilassati e con animo lieto!


Del regista Robert Schwentke ho già parlato qui. Ryan Reynolds (Nick), Jeff Bridges (Roy), Kevin Bacon (Heyes) e Mary – Louise Parker (il procuratore) li trovate invece ai rispettivi link.

James Hong interpreta l’avatar di Nick. Nato in America, lo ricordo per aver interpretato il malvagio Lo Pan nel meraviglioso Grosso guaio a Chinatown e inoltre ha partecipato a film come Chinatown, L’aereo più pazzo del mondo, Blade Runner, Il bambino d’oro, La rivincita dei Nerds II, Tango & Cash, Fuori di testa II – Waynestock e alle serie Perry Mason, Strega per amore, Tre nipoti e un maggiordomo, Missione impossibile, Starsky & Hutch, La donna bionica, Wonder Woman, Charlie’s Angels, Il mio amico Arnold, Dallas, Hazzard, Dynasty, A-Team, Magnum P.I., Miami Vice, Santa Barbara, Hunter, MacGyver, X-Files, Quell’uragano di papà, Ellen, Friends, Jarod il camaleonte, Millenium, Più forte ragazzi, Streghe, Alias e Malcom. Negli ultimi anni ha anche lavorato parecchio come doppiatore e in tal veste ha partecipato a film come Mulan, Kung Fu Panda, Kung Fu Panda 2 e a serie come Il laboratorio di Dexter e Jackie Chan Adventures. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 84 anni e due film in uscita tra cui Kung Fu Panda 3.


Tra gli altri attori, segnalo la breve apparizione del cognato di James Belushi in La vita secondo Jim, ovvero Larry Joe Campbell, nei panni di un poliziotto. Detto questo, ringraziamo tutti quanti la Madonna, perché al posto di Jeff Bridges avrebbe dovuto esserci Zach Galifianakis che, per fortuna, ha rinunciato perché impegnato in altri film. Nessuno ha sentito la tua mancanza, tranquillo! Idem per Jodie Foster, brevemente considerata per il ruolo del Procuratore. Per brindare agli scampati pericoli, se R.I.P.D. – Poliziotti dall’aldilà vi fosse piaciuto consiglio la visione di Men in Black, Sospesi nel tempo, Ghostbusters, Beetlejuice e un classico degli anni ’80 come Sbirri oltre la vita. ENJOY! 

venerdì 25 febbraio 2011

Il Grinta (2011)

Andando a rivedere i post dell’anno scorso, mi rendo conto che a febbraio i film proiettati nei cinema sono qualitativamente migliori rispetto al resto dell’anno. Sarà perché gli Oscar sono imminenti, probabilmente, comunque sia se il risultato è la possibilità di vedere dei bei film come Il Grinta (True Grit) dei fratelli Coen non posso davvero lamentarmi.

true_grit_2_original_movie_poster_buy_now_at_starstills__40401_zoom

Trama: la quattordicenne Mattie Ross arriva nella città dov’è stato ucciso suo padre, decisa a cercare vendetta contro il suo assassino, il bandito Tom Chaney. Per riuscire nell’intento ingaggia il vecchio sceriffo Cogburn, un ubriacone dalla fama di duro, e alla strana coppia si unisce il ranger texano LaBoeuf. Comincia così una caccia all’uomo che metterà alla prova la “grinta” di tutti i coinvolti…

true_grit_jeff_bridges

Tra i generi cinematografici, quello western è probabilmente quello che conosco di meno. Mi è capitato di guardare il bellissimo Un dollaro d’onore e l’altrettanto bello Il buono, il brutto e il cattivo (anche se quest’ultimo rientra già nel campo degli spaghetti western se non sbaglio), e come tutti i bambini degli anni ’80 sono stata cresciuta da Trinità, ma non vado oltre a questo. Quindi, non conosco nemmeno Il grinta originale, diretto nel 1969 dal regista Henry Hathaway, che ha fatto vincere l’Oscar a John Wayne proprio grazie al ruolo di Cogburn. Proprio per questo non posso fare un confronto tra l’originale ed il remake dei Coen, né parlare dall’alto di una conoscenza del genere: posso solo dire che Il Grinta è uno splendido film, che supera qualsiasi “etichetta”.

true-grit

Guardandolo, mi sono resa conto che probabilmente il “vecchio west” è qualcosa di talmente connaturato ormai nei nostri miti e nel nostro immaginario che un film simile risulta quasi rilassante, amichevole, “accogliente”. Le praterie sconfinate, le stellette sul petto, gli abiti polverosi quasi tutti sui toni del nero, dell’ocra, del marrone, i volti sporchi dei banditi, gli speroni, i cavalli, sono tutti elementi che risultano familiari a qualunque spettatore, e anche la storia è universale, con il protagonista che desidera vendetta nei confronti di chi ha fatto del male ad un suo caro. Però fin dall’inizio Il grinta si mostra come qualcosa di particolare, e lo fa non tanto per il protagonista che da il titolo al film, quanto per la piccola e tostissima presenza femminile. Mattie Ross è un’adorabile, insopportabile so-tutto-io dalla faccia tosta, una quattordicenne che da dei punti sia al vecchio sceriffo ubriacone che al ranger texano, e lo fa mantenendo sempre e comunque un’aria credibile. Non è una supereroina, una ninja prodigio o qualsiasi altra idiozia del genere, ma una ragazzina dalla salda educazione scolastica , dalla fede incrollabile e dai saldi principi morali. E i Coen di tanto in tanto ci ricordano l’età di Mattie, mostrandocela colma di pietà per il giovane bandito, capricciosa, impaurita dai serpenti, legata all’amatissimo cavallo Tuttomatto (SPOILER: Ho preso in giro Toto per anni sapendo che si era disperato per la morte del cavallo di Atreiu ne La storia infinita… ora posso dire di avere pianto anche io per un cavallo. La morte di Tuttomatto è semplicemente straziante e un pezzo di cinema d’autore.) e anche, secondo me, un po’ cotta di LaBoeuf.

TrueGrit

Il resto è pura magia Coen, con dialoghi allo stesso tempo profondi e divertenti, quel pizzico di violenza che squarcia la calma apparente, e quella spolverata di neve, che mi riporta alla mente Fargo e che sempre mi meraviglia in un western: non fa sempre caldo in quei posti? Un western “invernale” è doppiamente affascinante, a mio avviso. La regia poi è semplicemente emozionante (bellissima la sequenza della corsa notturna del Grinta in sella a Tuttomatto, cavaliere e cavalcatura che si stagliano neri contro un cielo color indaco mentre, a poco a poco, appare il primo piano col profilo del cavallo sfiancato, ma anche l’epico scontro finale dove lo sceriffo tira fuori finalmente le palle e la sfida al ranger per decretare chi dei due è il tiratore più abile sono momenti indimenticabili e perfettamente girati) e splendidamente accompagnata da una colonna sonora azzeccatissima, che tocca il suo apice sul finale, dolce e amaro allo stesso tempo, una conclusione coerente e nostalgica che riesce a dire ancora qualcosa sui personaggi e sui rapporti che li legava. Voto dieci, ovviamente, a tutti gli attori coinvolti. Jeff Bridges era già uno dei miei miti da tempo, ma qui a tratti sembra posseduto dallo spirito di John Wayne ed il risultato è un personaggio discutibile, rozzo, insopportabile e allo stesso tempo irresistibile, reso vivo e reale dalle migliori caratteristiche di questi due grandi interpreti; stupenda, ovviamente, la piccola Hailee Steinfeld alla quale auguro la migliore delle carriere, e interessante anche Matt Damon, che ho amato soprattutto nei battibecchi con lo sceriffo. Josh Brolin, nonostante il suo personaggio sia il motore del film, si vede poco e conferisce al bandito un alone di miseria, squallore e pochezza tali che verrebbe voglia di mandare a quel paese la bambina per essersi impegnata tanto ad ucciderlo. Ma d’altronde, non erano così sfigati anche i rapitori di Fargo? Spesso l’Empio, come viene scritto a inizio film, non solo fugge sempre anche quando nessuno lo insegue, ma è meno affascinante e scafato di quel che ci si aspetti… quasi banale, e anche goffo. Non certo come i film dei Coen.

True-Grit-Josh-Brolin-29-9-10-kc

Dei registi e sceneggiatori del film, Joel ed Ethan Coen, ho parlato in questo post. Di Jeff Bridges, che interpreta Rooster Cogburn, ho già parlato qui. Quest’anno è candidato all’Oscar come miglior attore protagonista proprio per questo ruolo, dopo averne già vinto uno nel 2010 per il film Crazy Heart; per il 2011 speriamo che Colin Firth possa rubargli la statuetta, ma se dovesse rivincere Bridges sarei contenta lo stesso. Di Matt Damon, che interpreta il ranger texano Laboeuf ho parlato qui, mentre Josh Brolin, che recita nei panni di Tom Chaney, lo trovate qua. Anche Barry Pepper, qui irriconoscibile nel ruolo di Lucky Ned Pepper, ha già goduto del suo momento di gloria sul Bollalmanacco.

Hailee Steinfeld interpreta la piccola Mattie Ross. Prima di partecipare a Il Grinta ha lavorato per alcuni corti e alcune serie TV che non conosco. Americana, ha 15 anni e quest’anno è candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista proprio per questo film. Auguri!

HAILEE-STEINFELD

Tra gli altri interpreti, segnalo la presenza del già citato (in questo post) figlio di Brendan Gleeson, Domhnall, nei panni del giovane bandito chiacchierone che viene ucciso dal compare. Nell’originale, questo personaggio era interpretato nientemeno che da Dennis Hopper, mentre nei panni di Lucky Ned Pepper c’era Robert Duvall. Per quanto riguarda il “totoOscar”, Il Grinta quest’anno ha portato a casa ben 10 nominations, tra qui quelle importantissime di miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, migliore attrice non protagonista e miglior sceneggiatura non originale. Sinceramente, spero che Hailee Steinfeld si porti a casa la statuetta (con buona pace di Helena Bonham Carter) e lo stesso per i Coen: nonostante come film abbia apprezzato di più Il discorso del re e Inception, come regia i fratellini battono Tom Hopper, almeno quanto Colin Firth batte Jeff Bridges. Come premio di consolazione ci sta tutto anche l’Oscar per miglior sceneggiatura non originale, ovviamente! E ora vi lascio col trailer originale del vecchio Il Grinta con John Wayne! ENJOY!!


sabato 24 aprile 2010

Iron Man (2008)

Siccome mi è stato chiesto,e siccome ho un po’ di tempo per scrivere, senza contare che tra poco uscirà il seguito che spero vivamente qualche pellegrino mi porterà a vedere, spendo qualche parola sul film Iron Man, girato nel 2008 dal regista Jon Favreau. I fan dei comics mi vorranno perdonare l’ignoranza con la quale affronto il compito, siccome non ho mai letto nulla sul personaggio.


ironmanposter5


La trama: Tony Stark è un geniale e rampante magnate di un’industria produttrice di armi, donnaiolo ed egocentrico. Durante un attentato rimane in fin di vita, e si salva solo grazie ad una sorta di cuore artificiale inventato da uno scienziato, che produce un’energia enorme. In qualche modo, grazie al suo genio, riesce ad incanalare questa energia in una tecnologica armatura che usa per liberarsi dagli attentatori, che lo hanno fatto prigioniero. Tornato a casa, scopre che qualcuno nella sua azienda trama alle spalle per liberarsi di lui…


iron-man-downey


Sono rimasta piacevolmente sorpresa da questo film. Intendiamoci, io sono di parte perché amo Robert Downey Jr., ovviamente, ma il mio amore era anche bilanciato dal fatto che i Vendicatori in generale ed Iron Man in particolare mi hanno sempre fatto cortesemente schifo. Non so per quale motivo, in effetti, li trovo semplicemente noiosi e pedanti, mentre gli X-men sono tanto più “umani”, imperfetti ed emozionanti. Questo film, per fortuna, non inserisce il personaggio di Tony Stark all’interno dell’universo dei Vendicatori, ma lo mantiene come supereroe in divenire, ancora a sé stante (anche se c’è una sorpresa dopo i lunghissimi titoli di coda...! Occhio!), quindi è gradevole sia per i fan che per chi del fumetto non sa nulla, come me. Secondo la massima di Stan Lee, “Supereroi con superproblemi”, all’inizio Stark è un cretinetto che sfrutta la sua genialità per ottenere successo, donne e denaro, senza preoccuparsi troppo del modo in cui ottiene queste cose, ovvero producendo e commerciando armi che, in quanto tali, non vengono usate solo per scopi “nobili” e “difensivi”. Quando sopraggiunge il “superproblema”, ovvero la quasi morte e la scoperta che la sua sopravvivenza dipenderà da una sorta di minireattore impiantato nel petto, ecco che Tony, pur rimanendo donnaiolo ed egocentrico, cambia e comincia seriamente a ripensare sé stesso e l’azienda, avendo testimoniato di persona come le sue armi vengano utilizzate per uccidere persone innocenti. Ovviamente, saranno proprio questi neonati scrupoli morali a causargli la maggior parte dei problemi.


iron_man_movie_stills


Come vedete, i valori di base e la trama sono molto semplici, e il film stesso è quello che si può definire un fumettone. Gli effetti speciali sono all’avanguardia, non fosse altro per il fatto che l’armatura, nonostante sia pacchiana da morire, risulta perfetta ed assolutamente credibile, le scene d’azione sono la struttura portante dell’intera pellicola, e il villain lascia un po’ il tempo che trova (anche se è interpretato da un irriconoscibile Jeff Bridges), è la banalità stessa del male; però questo Iron Man ha anche un’anima, ed è data proprio dall’interpretazione perfetta di Robert Downey Jr., che ci regala un Tony Stark vivo, vero, simpatico, casinista ma anche imperfetto, fin troppo umano. Le scaramucce con miss Pepper (interpretata da una Gwyneth Paltrow che, anche lì, a momenti non riconoscevo… si vede che a sto giro i miei occhi percepivano solo Robert Downey Jr…), momento “rosa” che rende il film gradevole anche per le femminucce (e per chi come me non capisce assolutamente la riottosità della miss in questione davanti a sto bel pezzo d’omo…), sono deliziose, e anche il rapporto di amore/odio che c’è tra Stark e il suo amico Rhodey è ben mostrato, così come palese è il desiderio di quest’ultimo di dare manforte all’amico, vestendo a sua volta i panni del supereroe (chissà che nel prossimo film… mah…). In definitiva Iron Man è un film che consiglio caldamente ai fan innanzitutto, ma anche a tutti quelli che volessero passarsi un’ora e mezza di puro intrattenimento, col cervello scollegato, senza trovarsi davanti delle orride cose trash (ogni riferimento a Ghost Rider è puramente casuale…).


iron-man-movie-141


Di quel bravissimo gran pezzo di fico di Robert Downey Jr. ho già parlato qui, mentre Jeff Bridges, che interpreta Obadiah Stane lo trovate qui. Occhio, ripeto, al cameo di Samuel L. Jackson dopo i titoli di coda. Paul Bettany, già nominato qui, da la voce in originale al maggiordomo elettronico di Tony Stark, Jarvis, che nel fumetto mi pare però fosse un essere umano in carne ed ossa.


Jon Favreau è il regista della pellicola. Più conosciuto come attore che come regista, in verità (era nel cast dell’esilarante Cose molto cattive), tra i pochi film da lui realizzati segnalo il mediocre Elf e ovviamente Iron Man 2. Newyorchese, ha 44 anni e, come regista, un film in uscita. 


favreau1


Gwyneth Paltrow interpreta la fortunata Miss Pepper. L’attrice californiana, che a dire il vero non mi ha mai entusiasmata troppo, è diventata famosissima alla fine degli anni ’90, sia per la sua relazione con Brad Pitt che per una serie di film furbetti, romantici e costruiti praticamente apposta, vedi Shakespeare in Love (che le ha fatto scandalosamente vincere l’Oscar per migliore attrice protagonista nello stesso anno in cui era candidata anche Cate Blanchett per Elisabeth…) e Sliding Doors in primis. Tra le altre pellicole ricordo Hook – Capitan Uncino, Se7en, Delitto perfetto, Il talento di Mr. Ripley, I Tenenbaum, Amore a prima svista, Austin Powers in Goldmember e l’imminente Iron Man 2. Ha 38 anni e due film in uscita.


gwyneth-paltrow-meditation


Terrence Howard interpreta Rhodey. Americano, è una delle mille facce conosciute che di tanto in tanto popolano film con grossi calibri, senza dare troppo nell’occhio (tranne nel 2005 quando è stato nominato all’Oscar come miglior attore protagonista per il film Hustle & Flow), per esempio Sotto corte marziale. Ha partecipato ad episodi dei telefilm Otto sotto un tetto e NYPD ed ha anche doppiato il padre della protagonista de La principessa e il ranocchio. A differenza di Gwyneth Paltrow non ricomparirà nel seguito di Iron Man, infatti il suo personaggio sarà interpretato dall’attore Don Cheadle, aficionado della serie degli Ocean’s (aggiungere numero inglese a caso). Ha 41 anni e tre film in uscita.


terrence-howard-300a0118071


Curiosità assortite: la partner di Robert Downey Jr. in Sherlock Holmes, ovvero l’attrice Rachel McAdams, doveva interpretare Miss Pepper al posto di Gwyneth Paltrow. Quanto ai registi, nel ’99 era stato fatto addirittura il nome di Quentin Tarantino per dirigerlo (madòòò che figata!!!) e anche di Joss Whedon, che per chi non lo sapesse è il creatore e regista di due bellissime serie come Buffy e Dollhouse. Ovviamente, nel bel mezzo del film, come in tutte le altre pellicole tratte dai fumetti della Marvel, c’è un bel cameo di Stan Lee nei panni di un riccone che Tony scambia per Hugh Hefner. E ora vi lascio con un meraviglioso trailer... fatto con i Lego! ENJOY!!




Se vuoi condividere l'articolo