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domenica 17 dicembre 2017

The Mothman Prophecies - Voci dall'ombra (2002)

Agli inizi di agosto ho recuperato con Mirco The Mothman Prophecies - Voci dall'ombra (The Mothman Prophecies), diretto nel 2002 dal regista Mark Pellington e tratto dal libro omonimo di John Keel.


Trama: dopo un incidente stradale, la vita del giornalista John Klein viene stravolta. Passati due anni, a causa di circostanze misteriose l'uomo si ritrova nella cittadina di Point Pleasant, dove comincia ad essere perseguitato da un'inquietante presenza palesatasi anche ad altri abitanti del luogo...



Da un paio d'anni abbiamo preso l'abitudine di andare alla Sagra del Raviolo di Merana (a proposito, andateci perché le signore del luogo fanno dei ravioli spettacolari!! La sagra di solito si tiene gli ultimi due weekend di giugno) con Mirco e una coppia di amici, concludendo la serata con un giro per i campi dei dintorni. Durante queste scampagnate serali, è capitato che l'uomo dell'altra coppia palesasse terrore all'idea che potesse comparire all'improvviso l'Uomo Falena, malefica creatura nominata spesso da Giacobbo in Voyager (così pare, che mi vanto di non averne vista nemmeno una puntata) e conosciuta persino dal Bolluomo; presa da questi "misteri giacobbi", all'improvviso mi è tornata alla mente l'esistenza di The Mothman Prophecies, film che avevo visto al suo primo passaggio televisivo e di cui non ricordavo molto a parte la presenza di Richard Gere e dell'Uomo Falena del titolo. In un attimo ho proposto a Mirco di guardarlo e, una volta conclusa la visione, ho finalmente capito perché la pellicola di Mark Pellington era scivolata via dalla mia memoria come acqua. The Mothman Prophecies è purtroppo uno di quei thriller sovrannaturali che andavano di moda a inizio millennio, pellicole volte ad un pubblico di persone magari un po' più agée che disdegnavano l'horror tout court ma apprezzavano qualche brivido sporadico, magari condito da grandi nomi alla regia o tra gli attori; mi vengono in mente per esempio il fiacco Le verità nascoste, Gothika oppure il più riuscito The Gift, anche se probabilmente il massimo esponente del genere è il bellissimo The Others. Non che questo genere di film mi dispiaccia, per carità, tuttavia nel caso di The Mothman Prophecies si avverte la palese volontà di dare in pasto al pubblico un film cervellotico ed inutilmente complicato, quasi si volesse rassicurare gli spettatori di NON stare guardando un horror per ragazzini bensì l'elaborazione del lutto di un uomo maturo ma coinvolto suo malgrado in una vicenda sovrannaturale senza soluzione. Alla base di tutto sta la leggenda "vera" dell'Uomo Falena, creatura avvistata negli anni '60 da parecchi abitanti di Point Pleasant proprio a ridosso del crollo di un ponte sul fiume Ohio e ritenuta conseguentemente "responsabile" dell'incidente; la natura di questo mito all-American non viene mai specificata nel corso del film e allo spettatore viene lasciato il compito di decidere se il Mothman (o Indrid Cold che dir si voglia) è buono, malvagio o semplicemente menefreghista, un essere che decide di giocare con la mente del protagonista "perché sì". Sempre che John Klein non sia invece semplicemente matto e tutto ciò che accade attorno a lui non siano semplici coincidenze, ovvio.


Il difetto più grande di The Mothman Prophecies è che la vicenda principale, che di per sé sarebbe anche interessante, viene trascinata per un tempo che pare infinito e privata d'intensità da una marea di divagazioni, telefonate misteriose, ricordi lacrimevoli, momenti morti durante i quali Richard Gere pare non sapere bene che pesci prendere e collegamenti tra passato, presente e futuro poco comprensibili e spesso forzati. La sceneggiatura farraginosa arriva così a penalizzare una regia splendida ed elegante, fatta di simmetrie ricercate, dettagli importanti, figure che vengono messe a fuoco con la coda dell'occhio, sinistre ombre dal significato ben preciso e immagini oniriche che rimangono più impresse persino della devastante sequenza finale, durante la quale molti nodi vengono al pettine e che non sfigurerebbe in un disaster movie; personalmente, ho apprezzato molto anche la scelta di non mostrare mai chiaramente l'Uomo Falena, preferendo ricorrere a sagome, disegni oppure immagini molto sfocate, cosa che riesce ad alimentare la fantasia dello spettatore costretto a basarsi sui racconti dei personaggi invece di venire imboccato da una banale quanto farlocca CGI. Altro aspetto positivo della pellicola è la bella colonna sonora del duo newyorkese Tomandandy (da me già molto apprezzati in Sinister 2 e già collaboratori di Mark Pellington in occasione della realizzazione di Arlington Road), uno score in grado di sottolineare ed enfatizzare la natura misteriosa ma allo stesso tempo malinconica del film, compenetrandosi naturalmente con le belle immagini girate dal regista. In sostanza, se The Mothman Prophecies fosse stato un film muto, o magari un thriller sovrannaturale meno ambizioso ed inutilmente complicato per quel che riguarda la trama (preferibilmente con altri attori, visto che a parte Will Patton qui non c'è nessuno di particolarmente memorabile in quanto ad interpretazioni) sarebbe probabilmente venuto fuori un capolavoro ma così non è stato e sinceramente temo che tra qualche mese sarò tornata dimenticarmi dell'Uomo Falena e del suo simpaticissimo modo di portare una jattura incredibile.


Di Richard Gere, che interpreta John Klein, ho già parlato QUI mentre Laura Linney (Connie Mills) e Will Patton (Gordon Smallwood) li trovate ai rispettivi link.

Mark Pellington è il regista della pellicola, inoltre compare nei panni di un barista ed è la voce originale Indrid Cold. Americano, ha diretto film come Arlington Road - L'inganno ed episodi della serie Cold Case. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 55 anni e tre film in uscita.


Debra Messing interpreta Mary Klein. Americana, adorata Grace della serie Will & Grace (a settembre il ritorno!!!), ha partecipato a film come Il profumo del mosto selvatico, ... e alla fine arriva Polly e ad altre serie come NYPD. Anche produttrice, ha 49 anni.


Esiste un altro film imperniato sulla figura dell'Uomo Falena, il televisivo Mothman, oppure un documentario del 2011 intitolato Eyes of the Mothman; non avendoli mai visti non posso consigliarli ma se The Mothman Prophecies vi fosse piaciuto potreste sempre recuperare Echi mortali, Le verità nascoste, The Gift e magari anche il primo Final Destination. ENJOY!

Per ulteriori approfondimenti sull'Uomo Falena vi rimando all'interessante articolo sul blog Nocturnia, QUI.

mercoledì 7 dicembre 2016

Sully (2016)

Prosegue il recupero di tutti i film che avrei voluto vedere in settimana e oggi tocca a Sully, diretto da Clint Eastwood e tratto dalle memorie di Chelsey Sullenberg (riportate su carta con l'aiuto di Jeffrey Zaslow) dal titolo Highest Duty: My Search for What Really Matters.


Trama: Nel 2009, un aereo della US Airways viene colpito da uno stormo di uccelli poco dopo il decollo dall'aereoporto La Guardia e perde entrambi i motori. Nel poco tempo disponibile, il capitano Chelsey "Sully" Sullenberg prende la decisione più difficile e decide di ammarare nel fiume Hudson, salvando ben 155 persone da morte certa.


Cos'è un eroe? Da vocabolario, eroe è "una persona che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione si impone all'ammirazione di tutti" e questa è la prima definizione della parola. Il comandante Chelsey Sullenberg, classe 1951 (come il mio papà!!) e con più di trent'anni di esperienza come pilota militare prima e civile poi, nel 2009 si è ritrovato, suo malgrado, a calzare gli scomodi panni dell'eroe, un ruolo che, come sappiamo, è una brutta bestia. Per le 154 persone salvate quel maledetto 15 gennaio 2009, Sully è stato indubbiamente un Eroe, con la E maiuscola, quasi paragonabile a un "essere semidivino cui una stirpe attribuisce gesta prodigiose a proprio favore" (ultima accezione del termine, sempre da vocabolario); vedere la morte in faccia e poterlo raccontare grazie al vero e proprio miracolo compiuto da un uomo ammanta di sicuro quest'ultimo di un'aura mitologica, almeno in base alla prospettiva di chi ha affidato la vita nelle mani di costui. Non c'è spazio per le recriminazioni, per il "avrebbe potuto tornare al La Guardia, avrebbe potuto fare una deviazione, avrebbe potuto ucciderci tutti", è andata bene e tanto basta per consacrare il nome Sully ad imperitura memoria. D'altra parte, un eroe è prima di tutto una persona. E le persone, si sa, passano il tempo tormentandosi con domande scomode e dubbi terribili, a prescindere dalle ovazioni che vengono loro tributate, e Sully non è da meno: tutti gli "avrei potuto, avrei dovuto, e se fosse successo questo invece che quell'altro?" pesano come un macigno sulla psiche del comandante e non sono necessarie le fredde inchieste della National Transportation Safety Board per privarlo del sonno e torturarlo con gli incubi, ci pensa già lui da solo. L'incidente del volo 1549 poteva finire malissimo, invece passeggeri e personale di bordo si sono salvati tutti, ma la verità è che Sully ha fatto una scommessa incrociando le dita affinché la propria esperienza e il proprio intuito consentissero di rimanere in vita a quante più persone possibili. Questo, dal suo punto di vista, non lo rende un eroe bensì uno che sa fare bene il suo lavoro, un lavoro al quale il comandante ha consacrato la propria esistenza fin da giovanissimo.


 "Ho volato per anni e adesso la gente mi giudica per questi pochi secondi" Nel film di Clint Eastwood il regista e lo sceneggiatore Todd Comarnicki riescono a rappresentare in un tempo relativamente breve tutta la frustrazione di un uomo ad un passo dalla pensione che rischia di perdere tutto (reputazione, stipendio, casa, moglie, famiglia) per una botta di sfiga alla quale solo il suo sangue freddo è riuscito a mettere una pezza e le cui preoccupazioni non sono quelle di un eroe, bensì quelle che potrebbero toccare ognuno di noi, umanissime e terra terra. Eroe quindi, ci dice Clint Eastwood, è colui che sa fare bene il suo lavoro, che vi si dedica con passione ed orgoglio, la quintessenza insomma dell'America "vera". Non è un caso se Sully, verso il finale, diventa parte di un ingranaggio perfetto fatto di soccorritori, polizia e guardia costiera: i passeggeri del volo 1549 hanno evitato la morte istantanea grazie alla prontezza di Sully ma chi ha consentito a tutti loro di sopravvivere alla gelida morsa del vento e dell'acqua fluviale sono tutti i "manovali" di una New York che non era stata così unita dai tempi dell'11 settembre (opportunamente e dolorosamente citato nel film). Sully, portato sullo schermo dal viso rassicurante e all-american di un Tom Hanks che quando non viene sfruttato male da Ron Howard non è neppure così bolso, diventa il simbolo di un'America pura, portatrice di valori sani e condivisibili, un potentissimo catalizzatore di unione, rispetto, forza e speranza. In tutto questo, non c'è nessuna sviolinata patriottica nel film di Eastwood il quale, pur essendo un lavoro "minore" del regista, è comunque un esempio di solido cinema girato con perizia, confezionato senza cali di ritmo (Sully funziona sia nella parte "catastrofica" che in quella più introspettiva e giuridica) e capace di emozionare nonostante la consapevolezza che sia la vicenda del volo 1549 che quella personale del comandante Sullenberg sono andate a finire per il meglio. Oh, sarò simple quanto il Jack di Tropic Thunder ma io alla fine del film a Sully sono arrivata a volere talmente bene che se lo vedessi in giro correrei ad abbracciarlo come succede nella pellicola è questo è molto indicativo per una che non si emoziona davanti a un film di Clint Eastwood dai tempi di Mystic River.


Del regista Clint Eastwood ho già parlato QUI. Tom Hanks (Chelsey "Sully" Sullenberg), Aaron Eckhart (Jeff Skiles) e Laura Linney (Lorraine Sullenberg) li trovate invece ai rispettivi link.

Mike O'Malley interpreta Charles Porter. Americano, ha partecipato a film come Dietro i candelabri, R.I.P.D. Poliziotti dall'aldilà, A Good Marriage e a serie come My Name is Earl. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 50 anni.


Ann Cusack interpreta Donna Dent. Americana, sorella di John e Joan Cusack, ha partecipato a film come Ragazze vincenti, Malice - Il sospetto, Mezzo professore tra i marines, Tank Girl, Piume di struzzo, Mi sdoppio in quattro, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, Stigmate, Ace Ventura 3, Lo sciacallo - Nightcrawler e a serie quali La signora in giallo, Ally McBeal, Streghe, Six Feet Under, Ghost Whisperer, Grey's Anatomy, Bones, Little Britain USA e Criminal Minds. Ha 55 anni e un film in uscita. 


Se Sully vi fosse piaciuto recuperate Flight, American Sniper, The Walk e Everest. ENJOY!

domenica 20 novembre 2016

Animali notturni (2016)

Approfittando di un'"offerta che non potevo rifiutare", venerdì sono andata a vedere Animali notturni (Nocturnal Animals), diretto e co-sceneggiato dal regista Tom Ford a partire dal romanzo Tony & Susan di Austin Wright e vincitore del Leone d'argento all'ultima Mostra del cinema di Venezia.


Trama: la ricca gallerista Susan riceve dall'ex marito, dalla quale è divorziata da diciannove anni, il manoscritto del romanzo Animali Notturni, a lei dedicato. Immersa nella lettura del manoscritto, Susan sarà costretta a ripensare agli errori del passato...


Un vecchio adagio recita "Ne uccide più la penna che la spada". Il secondo film di Tom Ford (e mi si perdoni l'ignoranza ma non ho mai guardato A Single Man) è la perfetta rappresentazione per immagini di questa antica massima e di una tristissima crisi di mezza età. Susan è una donna ricchissima, sposata con un marito bello ma inespressivo che la tradisce con una donna ben più giovane, ed è giunta ad un punto della sua esistenza in cui l'importantissimo lavoro di gallerista non la soddisfa né la entusiasma più, al punto che l'insofferenza per tutto ciò che la circonda non la fa dormire la notte. Inaspettatamente, dopo diciannove anni di silenzio, Susan riceve il manoscritto del primo romanzo del suo ex marito, Edward. Non sappiamo perché i due hanno divorziato né perché non si parlano più dopo tutti questi anni ma sta di fatto che il primo romanzo completato dallo scrittore è interamente dedicato a Susan e lei, approfittando dell'ennesima assenza del marito, comincia a leggerlo. Animali Notturni (identico al soprannnome dato da Edward a Susan) è l'agghiacciante storia di una famiglia che, in viaggio per le strade desolate del Texas, viene attaccata da un quartetto di balordi e costretta a vivere un'esperienza terribile che poco ha da invidiare ad un horror e Susan, come vediamo, ne è profondamente colpita, al punto da arrivare a vivere sulla propria pelle le sensazioni dei protagonisti. Immergersi in questi due livelli narrativi paralleli e capire cosa abbiano a che fare l'uno con l'altro è l'aspetto più bello di Animali Notturni e rovinarsi il gusto dell'esperienza con degli spoiler sarebbe nocivo; aggiungo solo che il film di Tom Ford è la storia crudele di una vendetta sottile, l'urlo disperato di chi si è visto strappare dalle mani ogni cosa buona e la triste sconfitta di chi non ha mai neppure provato ad affrontare la vita con coraggio, fuggendo per cordardia da un'esistenza magari priva di agi ma quasi sicuramente ricca di "sentimento", di emozioni capaci di travalicare una vuota apparenza.


E l'apparenza è ciò che colpisce maggiormente guardando Animali notturni, a partire dal sublime trash della sequenza iniziale, a base di ciccione twerkanti e lustrini, per arrivare allo skyline di una New York patinatissima e al trucco pesante di una Amy Adams splendida. L'estetica vuota del mondo reale (o meglio, del mondo di Susan), fatto di arte moderna, superfici riflettenti, accecanti luci al neon, candele soffuse e look curatissimi, fa a pugni con i flashback di una vita semplice e priva di orpelli e, soprattutto, con i colori saturi di un Texas da incubo, caratterizzato da tramonti infuocati, impietose distese desertiche e un'umanità che raschia il fondo della depravazione. Amy Adams sfoglia le pagine del manoscritto mentre la macchina da presa di Ford ne coglie ogni espressione, ogni moto di dolore, paura e stupore, affiancandole grazie ad un montaggio superbo alle emozioni di chi, all'interno del romanzo, soffre e muore in un'incontrollabile spirale di violenza. Al vuoto di una vita "reale" ma malvissuta (Susan chiede alla giovane assistente "Pensi mai che alla fine la tua vita non si sia rivelata come volevi che fosse?"), all'interno della quale persino i quadri diventano meri oggetti di arredamento invece che espressioni della personalità dell'artista e dove la quotidianità coi figli viene affidata alle app degli onnipresenti smartphone, si contrappongono dunque le potenti emozioni di un'opera di finzione che, di fatto, risulta molto più "vera" del mondo surreale abitato da Susan e compagnia; l'animo dell'artista, vomitato su carta e concretizzatosi in fiumi d'inchiostro, si rivela così un'arma potentissima capace di scuotere le coscienze "ciniche" e mandare in frantumi un'esistenza dalla quale è stato brutalmente buttato fuori. Alla fine della fiera, Animali notturni lascia un pesante senso di sconfitta che si estende a tutti i protagonisti, "reali" o di finzione che siano, a prescindere che si tratti di persone colpevoli di qualunque peccato si possa loro imputare o innocenti, e l'unico ad uscirne vincitore è lo spettatore che si è goduto quasi due ore di ottimo Cinema (dove, per una volta, la bellezza formale è assolutamente indispensabile e funzionale alla trama) e una di quelle rare opere capaci di far riflettere e discutere.


Di Amy Adams (Susan Morrow), Jake Gyllenhaal (Tony Hastings/Edward Sheffield), Michael Shannon (Bobby Andes), Aaron Taylor-Johnson (Ray Marcus), Isla Fisher (Laura Hastings), Armie Hammer (Hutton Morrow), Laura Linney (Anne Sutton), Andrea Riseborough (Alessia), Michael Sheen (Carlos) e Jena Malone (Sage Ross) ho già parlato ai rispettivi link.

Tom Ford è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come A Single Man. Anche attore, produttore e stilista, ha 55 anni.


Karl Glusman interpreta Lou. Americano, ha partecipato a film come e serie come Ratter: Ossessione in rete e The Neon Demon. Ha 28 anni e un film in uscita.


Ellie Bamber, che interpreta India Hastings, ha partecipato ad PPZ: Pride and Prejudice and Zombies nei panni di Lydia Bennet. Sinceramente, se Animali notturni vi fosse piaciuto non saprei quale altro film consigliarvi di vedere... probabilmente, io recupererò A Single Man! ENJOY!

mercoledì 16 novembre 2016

Genius (2016)

Questa settimana sono usciti parecchi film validi al cinema e senza dubbio uno di questi è Genius, diretto dal regista Michael Grandage e tratto dalla biografia Max Perkins: Editor of Genius di A. Scott Berg.


Trama: Max Perkins, editore presso la famosissima casa Charles Scribner's Sons, si ritrova tra le mani il lunghissimo romanzo d'esordio di Thomas Wolfe, scrittore spiantato al quale decide di dare una possibilità, consacrandolo così a genio della letteratura americana.


Data la mia atavica ignoranza in campo letterario, ammetto candidamente di non avere mai sentito parlare di Thomas Wolfe, neppure negli anni passati all'università (a dire il vero il corso di letteratura americana l'ho abbandonato dopo una sola lezione, tanto poco mi interessava l'argomento), quindi il film Genius è stato per me una sorpresa totale. In tutta onestà, dopo averlo visto la voglia di recuperare eventuali opere di Wolfe mi è passata in toto: logorroico, autobiografico, con uno stile pesantemente contaminato da afflati poetici, credo mi addormenterei alla terza pagina dei due romanzi nominati nel film (Angelo, guarda il passato e Il fiume e il tempo), a differenza di quanto accaduto all'epoca all'editore Max Perkins il quale, ritrovatosi tra le mani il lunghissimo manoscritto che sarebbe diventato Angelo, guarda il passato, ha deciso invece di dare una chance a Wolfe, aiutandolo a rendere la sua opera il più possibile scorrevole e fruibile per il pubblico. La pellicola di Michael Grandage pone quindi sotto i riflettori non tanto lo scrittore o il processo creativo, come spesso accade in altri film, bensì la figura dell'editore e del lavoro di lima e cesello che sta dietro ad ogni opera scritta, offrendo allo spettatore non solo la storia di un'amicizia travagliata e lo scontro di due personalità apparentemente agli antipodi ma anche uno sguardo su una parte di realtà editoriale spesso messa in secondo piano. Superficialmente, molti penserebbero che il lavoro di un editore sia assimilabile a quello del correttore di bozze, più focalizzato sulla forma, la sintassi e la grammatica, invece in Genius vediamo come un editore con le palle intervenga anche sulla struttura stessa dei romanzi che gli vengono sottoposti, eliminando eventuali lungaggini, assicurandosi che l'autore abbia chiara la direzione da far intraprendere alla sua opera e diventando di fatto una sorta di co-autore. Nel caso di Perkins e Wolfe, vediamo come il lavoro del primo sia sempre stato percepito come una sorta di "ingerenza" da parte del secondo, il cui ego smisurato lo portava a scrivere fiumi di parole da lui stesso ritenute, immancabilmente, fondamentali per esprimere a fondo i propri pensieri; allo stesso tempo, davanti ad un lavoro di revisione e scrematura durato due anni, a costo di pesanti perdite personali subite da entrambi, è legittimo chiedersi se un romanzo come Il fiume e il tempo non abbia ottenuto il successo che ha consacrato Wolfe a genio della letteratura americana anche e soprattutto per merito dell'abilità di Max Perkins. Genius non da una risposta chiara a questo quesito ma di sicuro porta a riflettere, inoltre gioca interamente sul parallelo tra il rapporto lavorativo instauratosi tra Perkins e Wolfe e quello assai simile tra un padre e un figlio, con Perkins che cerca non solo di migliorare l'opera dello scrittore ma anche di instradare la debordante personalità del suo protetto, fondamentalmente un individuo ingrato ed egoista dotato del dono della scrittura facile.


Attorno a queste due figure ruotano altri rappresentanti della scena culturale americana ai tempi della depressione, quali un F. Scott Fitzgerald in piena crisi creativa e un Hemingway in cerca di emozioni forti, e ovviamente le presenze femminili fondamentali (in positivo o in negativo) all'interno della vita dei due protagonisti. Tra tutte spicca una ritrovata Nicole Kidman nei panni di Aline Bernstein, "musa" iniziale di Wolfe, che per lui ha abbandonato marito e figli ritrovandosi con un pugno di mosche quando il giovane scrittore ha deciso di consacrarsi interamente al lavoro; nonostante sia un personaggio assai teatrale, la Kidman riesce a tratteggiarlo con la dose di umanità necessaria affinché il pubblico arrivi ad empatizzare con i gesti della donna, anche quando essi sfiorano il limite dell'autolesionismo. Allo stesso modo, Colin Firth e Jude Law sono favolosi e perfettamente complementari. Il primo indossa i panni a lui più congeniali, quelli dell'americano "all'inglese" apparentemente privo di emozioni che non siano quelle legate alla professione svolta, ed è bello vederlo aprirsi a poco a poco sia con Wolfe che con la chiassosa famiglia composta esclusivamente da donne (per non parlare poi del finale commoventissimo); il secondo è una roboante fucina di parole a propulsione eterna, il cui volto viene costantemente animato dalla miriade di violente emozioni provate dal personaggio durante tutte le fasi della sua breve carriera da scrittore ed è in grado di provocare sia nello spettatore sentimenti ambivalenti di ammirazione e odio. Tra i due non saprei dire chi ho preferito, anche perché, come ho detto, i caratteri contrastanti di entrambi i personaggi si completano a vicenda e i duetti tra loro sono a tratti emozionanti quanto quelli tra Salieri e Mozart sul finale di Amadeus, soprattutto quando il montaggio (curatissimo, come la regia, la fotografia e la generale ricostruzione storica) offre allo spettatore uno scorcio di "processo creativo" durante il quale si alternano animate discussioni, implacabili segni di matita rossa e un paragrafo che viene a poco a poco spogliato da tutti i suoi inutili orpelli. Diciamo, molto banalmente, che i fan dei due attori avranno molto di cui godere, soprattutto guardando il film in lingua originale... e, potrei sbagliarmi, ma sento odore di candidature all'Oscar. A prescindere, Genius è un film che consiglio a tutti quelli che amano non solo il buon cinema attoriale ma anche le pellicole di stampo biografico, soprattutto quelle che si focalizzano su eventi non proprio universalmente conosciuti, e ovviamente i libri. Sia mai che capiti di guardare il romanzo che abbiamo tra le mani con occhi diversi!


Di Colin Firth (Max Perkins), Jude Law (Thomas Wolfe), Nicole Kidman (Aline Bernstein), Laura Linney (Louise Perkins), Guy Pearce (F. Scott Fitzgerald) e Dominic West (Ernest Hemingway) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Grandage è il regista della pellicola, al suo debutto dietro la macchina da presa. Inglese, ha lavorato come attore e produttore e ha 54 anni.


Se Genius vi fosse piaciuto recuperate L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo. ENJOY!

martedì 16 luglio 2013

A Royal Weekend (2012)

Niente, pare che luglio per me sia un mese particolarmente britannico. Dopo Shakespeare a colazione, in questi giorni ho guardato A Royal Weekend (Hyde Park on Hudson), diretto nel 2012 dal regista Roger Michell.


Trama: il film racconta del weekend in cui i reali d'Inghilterra si sono recati a fare visita al presidente americano Roosevelt nella sua tenuta di Hyde Park on Hudson e del legame tra quest'ultimo e sua cugina Daisy.


Per chi, come me, ha adorato Il discorso del re e si è in qualche modo affezionato al re Bertie, guardare Hyde Park on Hudson (mi rifiuto di usare il titolo italiano A Royal Weekend, sempre inglese è quindi a che pro tradurlo e cambiarlo?? Mah...) è come vedere lo spin-off di una serie scritto e diretto da altri autori, dove i personaggi vengono trattati in maniera un po' diversa e a volte in modo che non ci aspettiamo. Dico questo perché mi ha fatto effetto vedere una rigidissima e nervosa Regina cazziare il povero Bertie e rinfacciargli di non essere come il fratello, quando invece ne Il discorso del re la buona Elizabeth era un donnino dolce e comprensivo, non un'insopportabile e agitata bacchettona. A parte questo, Hyde Park on Hudson è un film simpatico ed interessante, che riesce a raccontare un pezzo di storia universale concentrandosi su un particolare weekend nella vita di Roosevelt e sulla nascita della sua storia d'amore con la cugina Daisy. Il punto di forza della pellicola è l'idea di trattare i grandi personaggi che hanno partecipato in prima persona alla Storia moderna come dei semplici esseri umani, con i loro (pochi) pregi e i loro (tanti) difetti, condizionati come tutti da pregiudizi e desideri, costretti a sottostare a rigidi protocolli quando invece, per venirsi incontro ed aiutare le rispettive nazioni, basterebbero semplicità e buonsenso.


Se il confronto tra i reali inglesi e l'entourage di Roosevelt è quindi, a mio avviso, la parte più riuscita della pellicola, risulta invece più fiacco l'idillio tra il presidente e la cugina (che in teoria dovrebbe essere il fulcro di Hyde Park on Hudson, anche perché la vicenda viene narrata in prima persona da una Daisy ormai anziana), che serve giusto a rimarcare la personalità calcolatrice e peculiare di Roosevelt e a ribadire il fascino che gli consentiva di tenere in scacco le persone nonostante il fisico fiaccato dalla polio. Tutti gli attori coinvolti si impegnano a dare il meglio, soprattutto Laura Linney nei panni della dimessa Daisy e Olivia Williams in quelli più spicci e sbrigativi di Eleanor, la moglie di Roosevelt, ma in generale il film non appassiona tanto quanto dovrebbe e scivola via come una divertente e garbata sciocchezzuola, quasi come se l'aplomb di Bill Murray si impossessasse dello spettatore. La colonna sonora e alcuni dei paesaggi mostrati nel corso delle scarrozzate in macchina del presidente libertino, invece, mi sono piaciuti parecchio e rendono bene l'idea della pace bucolica che probabilmente si respirava ai tempi a Hyde Park on Hudson.


Di Bill Murray (FDR) e Olivia Williams (Eleanor) ho già parlato ai rispettivi link.

Roger Michell è il regista della pellicola. Sudafricano, ha diretto Notting Hill e Ipotesi di reato. Ha 57 anni. 


Laura Linney interpreta Daisy. Americana, ha partecipato a film come L'olio di Lorenzo, Dave - Presidente per un giorno, Congo, Potere assoluto, The Truman Show, The Mothman Prophecies - Voci dall'ombra, Mystic River, The Exorcism of Emily Rose e ha doppiato un episodio di American Dad!. Anche produttrice, ha 49 anni e un film in uscita.


Samuel West interpreta Bertie. Inglese, ha partecipato a Casa Howard, Jane Eyre, Notting Hill Van Helsing. Ha 47 anni.


Se Hyde Park on Hudson vi fosse piaciuto, consiglio il recupero del già citato Il discorso del re. ENJOY!!



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