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venerdì 12 maggio 2023

To Leslie (2022)

La nomination come migliore attrice protagonista ad Andrea Riseborough mi ha portata ovviamente a recuperare anche To Leslie, diretto nel 2022 dal regista Michael Morris.


Trama: dopo aver vinto la lotteria e sperperato tutti i soldi, l'alcolista Leslie si ritrova a vivere di espedienti...


Non ho seguito granché tutta la bagarre derivante dalla nomination alla Riseborough ma, per amor di completezza, il succo del discorso è che la sua performance in To Leslie è stata candidata senza nessun premio pregresso ad avvalorarla e, soprattutto, dopo una campagna di "raccomandazioni" da parte di grandissimi nomi del mondo dello spettacolo (due su tutti: Gwyneth Paltrow ed Edward Norton) durata appena un mesetto, che ha destato sospetti soprattutto nelle attrici di colore che si sono viste snobbare in favore dell'ennesima bianca privilegiata. A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, tuttavia non essendo un'addetta ai lavori mi limito a fare spallucce e ad offrirvi soltanto il mio personalissimo giudizio sul film e sull'interpretazione di Andrea Riseborough. Innanzitutto, To Leslie è un film molto "classico", di quel sapore anni '70 richiamato dallo sguardo spietato e naturalistico col quale indaga sulla protagonista, Leslie, appunto; quest'ultima è una donna allo sbando che ha sbattuto letteralmente la porta in faccia alla fortuna presentatasi in forma di enorme vincita alla lotteria, riuscendo a dilapidare 190 mila dollari in droghe, alcool e divertimenti e a finire per strada, abbandonata da figlio, genitori e amici. Non è un bel personaggio, quello di Leslie, perché ogni sua azione è spinta da una dipendenza dagli alcolici che è alimentata da un senso di colpa infinito, per qualcosa che verrà chiarito verso la fine del film, quindi per buona parte della durata To Leslie segue una protagonista che non intende redimersi e che morde la mano di chiunque cerchi di aiutarla, con somma frustrazione dello spettatore. Per estensione, To Leslie diventa non solo lo studio di un'ubriacona all'ultimo stadio, ma di tutta la squallida società di derelitti che la circonda, di un Texas fatto di locali fatiscenti, motel dimenticati da Dio e speranze perdute, dove a farla da padrone è un tristissimo rancore misto a menefreghismo egoista, e le poche persone altruiste fanno la figura dei minchioni. Per quanto mi riguarda, sono ambienti che mi repellono abbastanza e che poco mi affascinano, tuttavia ho trovato la sceneggiatura interessante, nonostante la sua natura leggermente derivativa, il che forse rischia di inficiare il mio giudizio sull'attrice protagonista.


Sulla Riseborough, per carità, non ho nulla da dire. Regge da sola l'intero film rendendo gli altri (salvo forse Allison Janney, fredda e cattivissima ex amica dalla lingua tagliente) praticamente invisibili ed interpretando un personaggio scomodo non solo dal punto di vista psicologico, ma anche "brutto" fisicamente, sporco a livello di igiene personale. Di solito queste trasformazioni sono molto gradite all'Academy e anche agli spettatori, tuttavia a me è parso che Leslie, come personaggio, avesse poco da dire e da "insegnare"; la sua lenta risalita non deriva da chissà quale forza d'animo, quanto da un unico, difficile gesto di pietà probabilmente legato al senso di colpa, come se la fortuna volesse sfidarla a girarle le spalle una seconda volta, e, in particolare, il finale è talmente facilone da fare a pugni con lo spietato realismo utilizzato nel resto del film. Per quanto mi riguarda trovo quindi che la candidatura della Riseborough sia un po' deboluccia, ma non avendo assistito alle performance delle grandi escluse, Viola Davis in primis, non posso fare confronti e mi limito a concludere dicendo che To Leslie è un film abbastanza "medio", di cui probabilmente mi dimenticherò nelle prossime settimane, e che si poteva scegliere una pellicola indipendente un po' più originale e coraggiosa per rappresentare la categoria agli Oscar. 


Di Andrea Riseborough (Leslie), Allison Janney (Nancy), Stephen Root (Dutch) e Owen Teague (James) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Morris è il regista della pellicola. Inglese, al suo primo lungometraggio, ha diretto episodi di serie come House of Cards, Preacher, Locke and Key e Better Call Saul. Anche produttore, ha 49 anni. 


Marc Maron interpreta Sweeney. Comico americano, ha partecipato a film come Sharknado 3: Attacco alla casa bianca e Joker; come doppiatore, ha lavorato in I Simpson. Anche sceneggiatore, produttore, compositore e regista, ha 60 anni.



venerdì 4 novembre 2022

Amsterdam (2022)

Domenica scorsa il buon Mirco mi ha portata a vedere Amsterdam, film diretto e sceneggiato dal regista David O. Russell che mi aveva attirata fin dal trailer...


Trama: negli anni '30, due reduci della prima guerra mondiale, un medico e un avvocato, rimangono coinvolti in una serie di delitti e complotti che li spingono a riallacciare i rapporti con un'ex infermiera conosciuta al fronte...


Non guardavo un film di David O. Russell dai tempi di Joy e mi duole abbastanza ammettere che la sensazione lasciatami da Amsterdam è stata più o meno la stessa, ovvero quella di un'enorme, grandiosa confezione per una cosetta esile e dimenticabile. Più che altro, sono arrivata chiedermi se non sia meglio che O. Russell, bravissimo come regista e dotato di un fiuto enorme per il casting e la direzione degli attori, posi per qualche tempo la penna di sceneggiatore e si faccia scrivere una storia da qualcuno un po' più centrato, capace di conferire equilibrio e sostanza a quelle che, spesso, sembrano una serie di idee tanto interessanti quanto evanescenti. Nel caso di Amsterdam, per esempio, abbiamo un'ottimo incipit mistery d'ispirazione noir, con tanto di voce fuori campo e flashback, dove i protagonisti vengono incastrati da criminali senza volto e decisamente insidiosi, al quale si aggiunge la parte migliore del film, ovvero una storia d'amore e di amicizia che mette in scena il più adorabile trio di amici/amanti dell'anno (magnificamente interpretati, poi ci torno), eppure questi due elementi della trama, invece di intrecciarsi dando vita a qualcosa di memorabile, scorrono dalle mani e dalla mente dello spettatore come rivoli d'acqua, messi al servizio di una vicenda fantapolitica (per quanto basata su una storia vera) che sembra quasi fare a pugni con tutto il resto. Più che altro, sembra quasi che allo sceneggiatore, pur palesemente innamorato dei suoi protagonisti, non bastasse puntare i riflettori su loro tre, già potenziali fonti di moltissimi punti di riflessione (c'è la lotta di classe di Burt, invischiato in un matrimonio nato per amore e proseguito per interesse, la questione razziale incarnata da Harold, l'indipendenza femminile di Valerie, un potenziale spaccato delle famiglie influenti americane e di tutto quello che si nasconde dietro di esse, tutto il discorso sull'importanza dei reduci di guerra e sulle difficoltà oggettive del loro reintegro in società), ma godesse un mondo all'idea di inserirli in un delirio "giallo" di altri personaggi connotati come macchiette, pronto a correre come un treno verso la risoluzione finale di un mistero trattato alla stregua di un giocattolone grottesco.


Il risultato, purtroppo, è deludente. Non tanto, come ho detto, per i tre protagonisti principali, i quali fanno tutti un'ottima figura, Christian Bale in primis (l'ho già scritto nel post dedicato a Thor: Love and Thunder, quest'uomo nobiliterebbe anche una recita di Natale parrocchiale, è sempre e comunque perfetto e fa scomparire tutti quelli che lo circondano, giusto Margot Robbie riesce a tenergli testa), quanto per il resto di un cast all star che si è ritrovato sul set di un film che avrebbe potuto essere "coeniano" o, come minimo, divertente e scoppiettante quanto Knives Out o Omicidio nel West End, mentre invece risulta facilone e perplimente. La conseguenza, per esempio, è che una Anya Taylor-Joy, che pure riesce, nonostante l'inconsistenza del suo personaggio, ad imbroccare un paio di momenti memorabili, appare inutile quanto Chris Rock, messo lì giusto per fare un paio di battute a tema nigger e poi scomparire come se non fosse mai esistito. Lungi da me, per carità, lamentarmi quando vedo spuntare facce adorate come quelle di Mike Myers, Timothy Olyphant o Michael Shannon, ma quando mi sembra di avere davanti una lista della spesa con tanto di spunte, allora ci rimango male. Per il resto, nulla da eccepire. La confezione di Amsterdam è extra-lusso, letteralmente, visto che la fotografia splendida è di Emmanuel Lubezki, e scenografie e costumi sono molto curati, soprattutto per quanto riguarda le mise di Margot Robbie e tutto l'apparato artistico legato a quella parentesi favolistica ambientata nella città che dà il titolo alla pellicola, affascinante ed intrigante più degli sconvolgenti rimandi ad un pezzo di storia americana che non conoscevo affatto e che, a mio avviso, avrebbe meritato un approccio un po' più serio. Amsterdam, per inciso, non finirà nella Worst 5 dell'anno ma in un'ideale classifica delle delusioni più cocenti, nonostante le molte cose positive, sarebbe di sicuro ai primi posti. Peccato. 


Del regista e sceneggiatore David O. Russell ho già parlato QUI. Christian Bale (Burt Berendsen), Margot Robbie (Valerie Voze), John David Washington (Harold Woodman), Alessandro Nivola (Detective Hiltz), Andrea Riseborough (Beatrice Vandenheuvel), Anya Taylor-Joy (Libby Voze), Chris Rock (Milton King), Matthias Schoenaerts (Detective Lem Getweiler), Michael Shannon (Henry Norcross), Mike Myers (Paul Canterbury), Timothy Olyphant (Taron Milfax), Zoe Saldana (Irma St. Clair), Rami Malek (Tom Voze), Robert De Niro (Generale Gil Dillenbeck) e Colleen Camp (Eva Ott) li trovate invece ai rispettivi link. 


La cantante Taylor Swift interpreta Liz Meekins. Michael B. Jordan avrebbe dovuto interpretare Harold, ma i ritardi produttivi dovuti al Covid lo hanno costretto a rinunciare. Se Amsterdam vi fosse piaciuto recuperate American Hustle. ENJOY!

venerdì 15 gennaio 2021

Possessor (2020)

Vergognosamente, pur essendo grande fan di Cronenberg padre ho sempre snobbato il figliolo Brandon, che quest'anno ha diretto e sceneggiato Possessor.


Trama: la killer Vos uccide le persone trasferendo la propria coscienza all'interno di ospiti che vengono costretti a suicidarsi una volta svolto il lavoro. Quando la sua ultima vittima deciderà di imporre la propria volontà, per Vos cominceranno i problemi.

Faccio outing: non ho mai visto Antiviral quindi sì, vergogna su di me. Prometto che lo aggiungerò all'ormai infinita lista di recuperi cinematografici, nel frattempo, siccome ne stanno parlando tutti benissimo, ho deciso però di recuperare Possessor. Ora, forse sono stata condizionata dalla consapevolezza di stare guardando un film del figlio di Cronenberg ma l'eredità paterna si vede eccome, sia nei temi trattati che nella realizzazione. Attento agli stravolgimenti della carne e della mente, Brandon crea un incubo fatto di esseri umani depersonalizzati, avente come protagonista una killer dall'identità incerta, soprattutto per lei: chi è davvero la leggendaria Tasya Vos, costretta a recuperare pezzi di se stessa dopo ogni lavoro portato a buon fine? Quanto di lei è originale e vero e quanto, invece, è ormai "avvelenato" dalle personalità di miriadi di ospiti indossati e gettati via come stracci? In un mondo in cui la società viene governata da ricchi pronti a violare la mente di ignare persone per riuscire ad ottenere ciò che vogliono, non esistono punti fermi come la famiglia o le amicizie e neppure il passato, perché davanti a noi potrebbe esserci un parassita mentale e gli oggetti che richiamano ricordi cominciano a perdere di ogni significato, se mai lo hanno avuto, il che è specchio di una società alienante come l'assurdo lavoro di Colin, costretto a spiare dentro le case delle persone per scoprire che tipo di tende utilizzano. 


L'unico modo, forse, di percepire una parvenza di vita (o di vendicarsi per non averne una) è distruggere, letteralmente, i corpi altrui, accanendosi su di essi con una violenza senza limiti che Brandon Cronenberg non lesina all'interno di sequenze tremendamente gore, alle quali si affiancano altre scene di assoluta perfezione formale; inquadrature simmetriche, colori vividi e irreali, assai simili a quelli che utilizzava Argento nei suoi vecchi film, ambienti eleganti, la scelta di utilizzare quanto più possibile effetti speciali artigianali invece che ricorrere alla CGI, rendono Brandon una versione più patinata del padre ma non priva di fascino e personalità, tanto che diventa dura parlare di copia o di "nepotismo", anche se tra i collegamenti all'opera di papà c'è anche la presenza della brava Jennifer Jason Leigh. Il film, comunque, a livello attoriale posa interamente sulle spalle di Andrea Riseborough, presenza inquietante e fantasmatica che fa sentire il suo influsso anche nel momento in cui, di fatto, il protagonista del film diventa Christopher Abbott, creando un effetto ancora più straniante per lo spettatore. Da amante di David Cronenberg e dei suoi graffianti esordi, l'unica cosa che rimprovero al figliolo è l'aria da primo della classe perfettino che trasuda da ogni fotogramma, laddove Cronenberg senior non andava tanto per il sottile, ma detto questo Possessor è assolutamente promosso e non vedo l'ora di recuperare anche Antiviral


Di Andrea Riseborough (Tasya Vos), Jennifer Jason Leigh (Girder), Tuppence Middleton (Ava Parse) e Sean Bean (John Parse) ho già parlato ai rispettivi link.

Brandon Cronenberg è il regista e sceneggiatore della pellicola. Canadese, figlio di David Cronenberg, ha diretto film come Antiviral. Anche produttore e attore, ha 40 anni.


Christopher Abbott interpreta Colin Tate. Americano, ha partecipato a film come 1981: Indagine a New York, It Comes at Night, First Man - Il primo uomo e Vox Lux. Anche produttore, ha 34 anni e due film in uscita. 





mercoledì 18 marzo 2020

The Grudge (2020)

Di riffa o di raffa, sono riuscita a recuperare anche The Grudge, diretto e co-sceneggiato dal regista Nicolas Pesce.


Trama: una poliziotta da poco trasferitasi in una nuova cittadina si ritrova per le mani un incidente stradale legato a doppio filo con misteriosi omicidi-suicidi accorsi tempo prima...


Dovessero puntarmi una pistola alla testa e chiedermi qual è la saga che più mi ha terrorizzata tra quella di The Ring e quella di The Grudge, sicuramente nominerei quest'ultima. Samara/Sadako e la sua videocassetta maledetta, col suo uscire a scatti dagli schermi televisivi, è sempre stata un bel trauma, ma Kayako, Toshio e il loro gatto nero sono più insidiosi e implacabili, spuntano dove meno te lo aspetti e hanno il potere di portare alla rovina e alla desolazione intere città, soprattutto se a metterci mano sono i giapponesi. Ora, Nicolas Pesce giapponese non è e non si poteva pretendere che creasse qualcosa di deprimente ed arzigogolato, non ora che i fasti del J-Horror a base di capelli lunghi e facce bianchicce sono passati già da un pezzo, tuttavia il suo modo di reebotare la saga mantenendo un legame con i primi due The Grudge non mi è dispiaciuto, con tutti i limiti del caso e tenendo bene a mente che dei morti occidentali non potranno MAI fare paura quanto contorsioniste nipponiche e demonigattobambini. La storia del nuovo The Grudge comincia prima dell'inizio del remake nipponico del 2004 (quello con Sarah Michelle Gellar per intenderci) e da lì prende una direzione tutta nuova che è anche una direzione tutta vecchia, nel senso che cambieranno Paese e protagonisti ma la maledizione non cambia: si mette piede nella magione dov'è andato a crearsi il "ju-on" e si aspetta pazientemente di venire fatti fuori dagli spettri incazzosi, però stavolta Kayako e il figlioletto non hanno ottenuto il foglio di via e se ne sono rimasti in Giappone, lasciando spazio a un'altra allegra famigliola sopraffatta dal rancore. Poco importa se, nel The Grudge del 2006, erano stati aboliti i confini che separavano l'America e la terra del sol levante, evidentemente a 'sto giro i due yurei erano stanchi e hanno delegato ad altri, creando così una succursale yankee della casa maledetta.


Scherzi a parte, mi aspettavo una schifezza inaudita o una noia mortale alla The Ring 3, invece questo nuovo The Grudge non mi è dispiaciuto. Ho apprezzato molto la scelta di non realizzare una storia lineare ma di spezzettare la trama in microstorie cronologicamente mescolate, unite da un fil rouge investigativo, e più di ogni altra cosa ho amato i titoli di coda silenziosi, che scorrono sulla lapidaria inquadratura finale di una casa. Apprezzabile anche la dose di cattiveria che permea l'intera pellicola, nonostante gli omicidi più efferati avvengano off screen. Anzi, diciamo pure che la sceneggiatura non lesina colpi bassi, soprattutto quando mette in scena personaggi già sfortunati di loro e per nulla antipatici, anzi, decisamente delle brave persone; piagati da una vita che già non è stata tenera, vederli anche soccombere per mano delle spietate entità è un colpo al cuore, e spesso e volentieri sono colpi al cuore assai crudeli, sia quando il gore viene mostrato sia quando viene "solamente" suggerito. Tutto ciò, obiettivamente, mi ha fatta sorvolare sulla presenza di questi anonimi fantasmi occidentali, privi del terrificante carisma dei loro corrispettivi nipponici, e un'altra cosa che mi ha bendisposta più verso The Grudge che verso The Ring 3 è la presenza di caratteristi amati come Lin Shaye e William Sadler, peraltro protagonisti di alcune delle scene migliori. Che ci volete fare, so che vi aspettavate una stroncatura ma io, nonostante tutte le strizzate d'occhio, scopiazzature e remake di intere sequenze, o proprio forse in virtù di tutto ciò, non riesco a non essere indulgente con questa saga che ormai va avanti da vent'anni.


Di Andrea Riseborough (Detective Muldoon), Demián Bichir (Goodman), Lin Shaye (Faith Matheson), John Cho (Peter Spencer), Jacki Weaver (Lorna Moody) e William Sadler (Detective Wilson) ho già parlato ai rispettivi link.

Nicolas Pesce è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Eyes of my Mother e Piercing. Ha 30 anni.


Se il film vi fosse piaciuto avete da recuperare qualunque cosa, in primis The Grudge del 2004 e i suoi sequel, The Grudge 2 e The Grudge 3. Per completezza, ovviamente, aggiungete Ju-On: Rancoreil primo Ju-On, Ju-On 2, Ju-On: Black Ghost e Ju-On: White Ghost, Ju-On: The Beginning of the End, Ju-On: The Final Curse Sadako vs KayakoENJOY!

venerdì 5 ottobre 2018

Mandy (2018)

Continuo a rimandare la visione di Sulla mia pelle per mancanza di una serata adatta ma non ho potuto esimermi invece dal recupero subitaneo di Mandy, diretto e co-sceneggiato dal regista Panos Cosmatos.


Trama: quando la compagna Mandy viene uccisa da un branco di adoratori del demonio, Red si imbarca in una sanguinosa vendetta...



Mandy è un film assurdo con un unico, terribile, non trascurabile difetto: c'è meno Nicolas Cage di quanto mi sarei aspettata. Questo mi preme sottolinearlo fin da subito, poiché ciò che mi ha spinta a recuperare il film di Panos Cosmatos è che nelle recensioni d'oltreoceano si parlava di un Nicolas Cage più Cageano che mai, lercio di sangue, urlante e folle nel suo brandire asce; è vero, in Mandy c'è tutto questo ma, come dire, prima di arrivare al succo del discorso c'è anche molto, molto di più... e molto, molto poco Nicolas Cage. Quindi sì, ci sono rimasta un po' male, lo ammetto. Però guardare Mandy è stato un bel viaggio, in più di un senso, ché Mandy è l'apoteosi della droga tagliata male che ti afferra il cervello, te lo strizza e tu boh, rimani lì inebetito come un cretino a guardare i colori cangianti e il Cheddar Goblin senza curarti troppo di quello che dice chi ti sta attorno, magari ritrovandoti a ridere senza un perché, anche se la storia in sé è davvero terrificante. In pratica, nei boschi di un non precisato nowhere americano trasformato per l'occasione in un paesaggio da fantasy truce, Red e Mandy passano la loro vita felici tra sigarette, alcool, ammore e metal, tanto metal (la citazione iniziale del film inquadra già bene Mandy nel regno della tamarreide metallozza più sfrenata), finché un povero minchione autoproclamatosi divinità di un branco di drogati non si invaghisce dell'aura di lei e la rapisce. Sempre per colpa della droga, la povera Mandy si ritrova a ridere in faccia al minchione di cui sopra, non si capisce bene se perché come cantante fa schifo alle capre oppure perché il suo strumento di riproduzione è, come dire, un po' ridotto, ma il risultato comunque non cambia e Mandy, poverella, viene bruciata viva davanti al suo amato Red che, ovviamente, giura vendetta. La storia, come vedete, è di per sé semplicissima, al limite vanno aggiunti un terzetto di demoni anch'essi drogati che probabilmente, nonostante l'aura malvagissima, sono degli scarti dell'inferno, per il resto abbiamo un loop continuo di gente in botta che spara idiozie, buoni o cattivi che siano, e l'effetto di tutto ciò è quantomeno straniante ma non brutto, affatto.


Al di là di Nicolas Cage, infatti, Mandy è un tripudio di colori e luci, di sequenze così allucinate che al confronto Le streghe di Salem è uno sceneggiato televisivo confezionato dalla RAI nel suo periodo più svogliato. Nel novanta per cento dei casi, infatti, i personaggi sono illuminati da luci fucsia, azzurre, gialle e rosse senza una motivazione plausibile (o meglio, è sempre colpa della droga), gli ambienti in cui deambulano sono privi di contorni definiti e quasi sempre immersi in un'inquietante penombra o in una luce lattiginosa che li rende eterei, al confine tra l'aldilà e l'aldiqua, come direbbe Groucho, e spesso e volentieri la voce di chi parla è distorta, per non parlare di quando i volti degli attori si sovrappongono in maniera quasi ipnotica o intervengono sequenze animate a rendere il tutto ancora più delirante. Ma basta parlare di cose poco importanti, parliamo di Nicolas Cage. Per quel poco che viene mostrato, visto che il fulcro dell'attenzione, fin dal titolo, è Andrea Riseborough (sulla quale apro una parentesi: come si può essere così affascinanti senza trucco e senza rispettare i canoni della bellezza di questo secolo? Spiegatemelo, è anche qui merito della droga? Io giuro che non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso da tanto ero affascinata...), il buon Nicolas è semplicemente stupendo. Non sto a dilungarmi sulla bellezza del vederlo allucinato e ricoperto di sangue, armato dell'ascia più improbabile di sempre o di motosega in pieno stile Leatherface e circondato da gente pronto a blandirlo con promesse di sesso disgustoso; quel favoloso sorriso da pazzo sul finale basta a compensare qualunque sua assenza e a consacrarlo re dell'horror 2018, per non parlare della sequenza che vede protagonista lui, un paio di mutande flappe, una bottiglia di superalcoolico, un bagno dalla tappezzeria improbabile e strilli addolorati come se piovessero. Grazie di esistere, Nicolas, stupefacente uomo senza vergogna. Davvero. E grazie anche a Richard Brake, alla sua tigre, al vomito formaggioso del Cheddar Goblin e al mai abbastanza compianto Jóhann Jóhannsson. Quanta meraviglia!


Di Nicolas Cage (Red Miller), Andrea Riseborough (Mandy Bloom) e Richard Brake (Chemist) ho già parlato ai rispettivi link.

Panos Cosmatos è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Italiano, ha diretto film come Beyond the Black Rainbow. Anche produttore, ha 44 anni.


Bill Duke interpreta Caruthers. Americano, ha partecipato a film come Commando, Predator, Sister Act 2 - Più svitata che mai, Red Dragon, X-Men: Conflitto finale e a serie quali Il tenente Kojak, Starsky & Hutch, Charlie's Angels, Lost e Cold Case. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 75 anni e tre film in uscita.


La pubblicità del Cheddar Goblin è stata realizzata da Chris "Casper" Kelly , autore di alcune serie per il canale televisivo USA Adult Swim. Detto questo, se Mandy vi fosse piaciuto recuperate Le streghe di Salem e Baskin. ENJOY!


mercoledì 17 gennaio 2018

Morto Stalin se ne fa un altro (2017)

Approfittando dell'illuminata programmazione del cinema d'élite savonese e della zampa ancora infortunata, sabato scorso sono andata a vedere Morto Stalin se ne fa un altro (The Death of Stalin), diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Armando Innucci e tratto dalla graphic novel La morte di Stalin, di Fabien Nury e Thierry Robin.


Trama: alla morte di Stalin, il collettivo di suoi più stretti collaboratori deve decidere le dinamiche della successione e come gestire una Nazione potenzialmente allo sbando...


Avevo letto benissimo di Morto Stalin se ne fa un altro sul blog della Poison, a seguito della programmazione al Festival del Cinema di Torino (dove ha vinto il premio Fipresci) ed ero rimasta parecchio incuriosita, non solo dalla foto di un Jason Isaacs particolarmente gnocco in divisa militare. Ho varcato la soglia della sala in lieta ignoranza, ché ormai la storia della Russia è per me un po' nebulosa, aspettandomi sinceramente di capire poco di un film che rivedeva in chiave satirica i giorni successivi alla morte di Stalin, invece mi sono goduta una commedia grottesca dove la Storia viene ridotta a gioco per bambini stupidi e dove anche le tragedie più grandi vengono mostrate come il risultato delle decisioni scellerate di individui egoisti e "piccini", con ben poca considerazione della vita umana. Punto di partenza, come dice il titolo, è la morte di Stalin, dittatore dal pugno di ferro che istillava nella nazione cieco terrore e altrettanto cieco (ed inspiegabile, lo ammetto) rispetto attraverso un sistema di spie, divieti, liste e purghe che non risparmiava nessuno, nemmeno i suoi più stretti collaboratori; per un Nikita Khruschchev che detta alla moglie tutte le frasi pronunciate in presenza di Stalin, così da pararsi le chiappe, c'è un Molotov che accetta di accusare di tradimento la consorte per mettersi in salvo, per ogni figlio che consegna il proprio padre alla polizia c'è un direttore d'orchestra che sviene temendo di avere offeso Stalin per sbaglio ed essere stato registrato. Gli esempi di questo clima di follia, purtroppo vero, continuano per tutta la pellicola, che si concentra sulla lotta di potere scoppiata dopo la morte di Stalin soprattutto tra Khruschchev e il capo della sicurezza Lavrenty Beria, i due poli "complottisti" capaci di ergersi in mezzo a un gruppo di lacchè incapaci e di mettere in moto eventi terribili per affermare la rispettiva supremazia. In mezzo viene a trovarsi Georgy Malenkov, diretto successore di Stalin descritto nel film come un imbecille senza spina dorsale che prende decisioni a seconda di chi, tra i suoi consiglieri, riesce a fare la voce più grossa, un uomo che da Stalin ha imparato solo le "pose" da leader, non il carisma. Questo tristissimo triangolo di individui cerca di sopravvivere ai due tragicomici giorni seguenti la morte di Stalin, tra funerali organizzati neanche fossero un matrimonio, mine vaganti in forma umana (uno su tutti il figlio del leader), scontri tra esercito e milizia privata, accenni di depravazione sessuale e pochissime voci fuori dal coro che morirebbero pur di non dover sottostare ad un regime così assurdo.


Per ogni risata che viene strappata da questa satira feroce, arriva la mazzata tra capo e collo di una realtà fatta di esseri umani che muoiono per un capriccio o un dubbio mai comprovato del tutto, a seconda di cos'è più comodo per il regime. La figura di Beria, uomo rubicondo al quale non si darebbe un centesimo (per di più se doppiato in italiano da Mino Caprio, la voce italiana di Peter Griffin, fonte di grandi risate solo mie, ché il resto del pubblico superava i 60 anni), è l'emblema di questa dicotomia: un essere molliccio, quasi ridicolo, che tuttavia gestisce gli aspetti più terribili delle purghe e ama torturare uomini e seviziare donne, soprattutto ragazzine. Lo spettatore non può non ridere dei dialoghi assurdi che intercorrono tra lui e gli altri personaggi eppure si prova anche un terribile senso di revulsione all'idea che probabilmente, al netto dell'umorismo grottesco alla Monty Python, queste persone forse erano davvero così, opportuniste, ignoranti, crudeli ed infide... come il novanta per cento dei politici attuali, del resto, in tutto il mondo, non solo in Russia e non solo durante una dittatura. Anche per questo Iannucci ha fatto un enorme lavoro sugli attori, prima ancora che sulla regia, comunque assai valida. Steve Buscemi, Jason Isaacs, Jeffrey Tambor e Michael Palin regalano le migliori interpretazioni da anni, riuscendo nel difficile compito di rimanere in equilibrio perfetto tra farsa e dramma (vedere il finale per credere), senza trasformare i loro corrispettivi reali in caricature senza profondità alcuna. Altro aspetto bellissimo del film è la colonna sonora, che si apre sulle note del Lago dei cigni di Tchaikovsky e continua con l'originalità dello score di Christopher Willis, ispirato alle melodie del compositore Sostakovich, in attività non a caso proprio ai tempi di Stalin benché spesso censurato dal regime (non è che so tutte queste cose perché nasco saputa ma la colonna sonora, per una volta, mi ha colpita particolarmente e mi sono chiesta se fossero musiche originali oppure di qualche compositore famoso ma a me sconosciuto). Se dovessi proprio trovare un difetto a Morto Stalin se ne fa un altro, oltre all'orripilante titolo nostrano, è la scellerata distribuzione italiana, che lo ha fatto arrivare in pochissime sale in tutta Italia, quando una simile commedia nera meriterebbe maggior riconoscimento alla faccia di tutti quelli che dicono che ridere di simili tragedie è di cattivo gusto. Recuperatelo, in lingua o doppiato, che ne vale la pena!


Di Steve Buscemi (Nikita Khruschchev), Jason Isaacs (Georgy Zhukov), Andrea Riseborough (Svetlana Stalin), Jeffrey Tambor (Georgy Malenkov), Richard Brake (Tarasov), Paddy Considine (Compagno Andryev) e Michael Palin (Vyacheslav Molotov) ho già parlato ai rispettivi link.

Armando Iannucci è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Scozzese, ha diretto film come In the Loop ed episodi di serie quali I'm Alan Partridge e Veep - Vicepresidente incompetente. Anche produttore e attore, ha 53 anni.


Tom Brooke, che interpreta Sergei, era l'esilarante Fiore della serie Preacher. Se Morto Stalin se ne fa un altro vi fosse piaciuto potreste recuperare la graphic novel La morte di Stalin, edita da Mondadori, e guardare In the Loop. ENJOY!

domenica 20 novembre 2016

Animali notturni (2016)

Approfittando di un'"offerta che non potevo rifiutare", venerdì sono andata a vedere Animali notturni (Nocturnal Animals), diretto e co-sceneggiato dal regista Tom Ford a partire dal romanzo Tony & Susan di Austin Wright e vincitore del Leone d'argento all'ultima Mostra del cinema di Venezia.


Trama: la ricca gallerista Susan riceve dall'ex marito, dalla quale è divorziata da diciannove anni, il manoscritto del romanzo Animali Notturni, a lei dedicato. Immersa nella lettura del manoscritto, Susan sarà costretta a ripensare agli errori del passato...


Un vecchio adagio recita "Ne uccide più la penna che la spada". Il secondo film di Tom Ford (e mi si perdoni l'ignoranza ma non ho mai guardato A Single Man) è la perfetta rappresentazione per immagini di questa antica massima e di una tristissima crisi di mezza età. Susan è una donna ricchissima, sposata con un marito bello ma inespressivo che la tradisce con una donna ben più giovane, ed è giunta ad un punto della sua esistenza in cui l'importantissimo lavoro di gallerista non la soddisfa né la entusiasma più, al punto che l'insofferenza per tutto ciò che la circonda non la fa dormire la notte. Inaspettatamente, dopo diciannove anni di silenzio, Susan riceve il manoscritto del primo romanzo del suo ex marito, Edward. Non sappiamo perché i due hanno divorziato né perché non si parlano più dopo tutti questi anni ma sta di fatto che il primo romanzo completato dallo scrittore è interamente dedicato a Susan e lei, approfittando dell'ennesima assenza del marito, comincia a leggerlo. Animali Notturni (identico al soprannnome dato da Edward a Susan) è l'agghiacciante storia di una famiglia che, in viaggio per le strade desolate del Texas, viene attaccata da un quartetto di balordi e costretta a vivere un'esperienza terribile che poco ha da invidiare ad un horror e Susan, come vediamo, ne è profondamente colpita, al punto da arrivare a vivere sulla propria pelle le sensazioni dei protagonisti. Immergersi in questi due livelli narrativi paralleli e capire cosa abbiano a che fare l'uno con l'altro è l'aspetto più bello di Animali Notturni e rovinarsi il gusto dell'esperienza con degli spoiler sarebbe nocivo; aggiungo solo che il film di Tom Ford è la storia crudele di una vendetta sottile, l'urlo disperato di chi si è visto strappare dalle mani ogni cosa buona e la triste sconfitta di chi non ha mai neppure provato ad affrontare la vita con coraggio, fuggendo per cordardia da un'esistenza magari priva di agi ma quasi sicuramente ricca di "sentimento", di emozioni capaci di travalicare una vuota apparenza.


E l'apparenza è ciò che colpisce maggiormente guardando Animali notturni, a partire dal sublime trash della sequenza iniziale, a base di ciccione twerkanti e lustrini, per arrivare allo skyline di una New York patinatissima e al trucco pesante di una Amy Adams splendida. L'estetica vuota del mondo reale (o meglio, del mondo di Susan), fatto di arte moderna, superfici riflettenti, accecanti luci al neon, candele soffuse e look curatissimi, fa a pugni con i flashback di una vita semplice e priva di orpelli e, soprattutto, con i colori saturi di un Texas da incubo, caratterizzato da tramonti infuocati, impietose distese desertiche e un'umanità che raschia il fondo della depravazione. Amy Adams sfoglia le pagine del manoscritto mentre la macchina da presa di Ford ne coglie ogni espressione, ogni moto di dolore, paura e stupore, affiancandole grazie ad un montaggio superbo alle emozioni di chi, all'interno del romanzo, soffre e muore in un'incontrollabile spirale di violenza. Al vuoto di una vita "reale" ma malvissuta (Susan chiede alla giovane assistente "Pensi mai che alla fine la tua vita non si sia rivelata come volevi che fosse?"), all'interno della quale persino i quadri diventano meri oggetti di arredamento invece che espressioni della personalità dell'artista e dove la quotidianità coi figli viene affidata alle app degli onnipresenti smartphone, si contrappongono dunque le potenti emozioni di un'opera di finzione che, di fatto, risulta molto più "vera" del mondo surreale abitato da Susan e compagnia; l'animo dell'artista, vomitato su carta e concretizzatosi in fiumi d'inchiostro, si rivela così un'arma potentissima capace di scuotere le coscienze "ciniche" e mandare in frantumi un'esistenza dalla quale è stato brutalmente buttato fuori. Alla fine della fiera, Animali notturni lascia un pesante senso di sconfitta che si estende a tutti i protagonisti, "reali" o di finzione che siano, a prescindere che si tratti di persone colpevoli di qualunque peccato si possa loro imputare o innocenti, e l'unico ad uscirne vincitore è lo spettatore che si è goduto quasi due ore di ottimo Cinema (dove, per una volta, la bellezza formale è assolutamente indispensabile e funzionale alla trama) e una di quelle rare opere capaci di far riflettere e discutere.


Di Amy Adams (Susan Morrow), Jake Gyllenhaal (Tony Hastings/Edward Sheffield), Michael Shannon (Bobby Andes), Aaron Taylor-Johnson (Ray Marcus), Isla Fisher (Laura Hastings), Armie Hammer (Hutton Morrow), Laura Linney (Anne Sutton), Andrea Riseborough (Alessia), Michael Sheen (Carlos) e Jena Malone (Sage Ross) ho già parlato ai rispettivi link.

Tom Ford è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come A Single Man. Anche attore, produttore e stilista, ha 55 anni.


Karl Glusman interpreta Lou. Americano, ha partecipato a film come e serie come Ratter: Ossessione in rete e The Neon Demon. Ha 28 anni e un film in uscita.


Ellie Bamber, che interpreta India Hastings, ha partecipato ad PPZ: Pride and Prejudice and Zombies nei panni di Lydia Bennet. Sinceramente, se Animali notturni vi fosse piaciuto non saprei quale altro film consigliarvi di vedere... probabilmente, io recupererò A Single Man! ENJOY!

mercoledì 11 febbraio 2015

Birdman (2014)

Nonostante piovessero boicottaggi da ogni dove, anche io sono finalmente riuscita a guardare Birdman (Birdman or The Unexpected Virtue of Ignorance), diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista Alejandro González Iñárritu  nonché candidato a ben 9 premi Oscar (Miglior Film, Michael Keaton Miglior Attore Protagonista, Edward Norton Miglior Attore Non Protagonista, Emma Stone Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Scenografia, Miglior Sonoro e Miglior Montaggio Sonoro).


Trama: dopo anni passati ad interpretare un supereroe, l'attore ormai decaduto Riggan decide di concedersi una seconda chance e di adattare, dirigere ed interpretare un'opera teatrale. Tra problemi familiari, prime donne e un soverchiante senso di insicurezza sconfinante nella pazzia l'operazione non si rivelerà affatto facile..


Da Birdman non sapevo proprio cosa aspettarmi, lo ammetto. A parte tutte le recensioni positive che non sono andata a leggere nel dettaglio per non rovinarmi la sorpresa e i cori di entusiasmo praticamente unanimi letti nei vari status cinefili di Facebook, devo candidamente confessare, nonostante conoscessi quasi tutti i titoli dei film da lui girati, che di Iñárritu non avevo mai visto nulla finora e che quindi la mia scimmia per la pellicola in questione derivava semplicemente dal "sentito dire". E anche, ovviamente, dal fatto che Michael Keaton, un attore che ho sempre particolarmente amato, si fosse portato a casa un Golden Globe per l'interpretazione di Riggan. Arrivare vergini al matrimonio di questi tempi non ha più senso (se mai lo ha avuto) ma indubbiamente arrivare vergini alla visione di un film spesso paga e io sono così riuscita a gustarmi Birdman senza termini di paragone che mi costringessero a dire "eh ma gli altri film di Iñárritu erano meglio" e con occhi e cuore ancora liberi di provare meraviglia per delle immagini già cult (ma quant'è bello e colorato il negozio di alcoolici?) racchiuse in una fotografia nitida e pulita e per uno stile di regia particolarissimo ed elegante, dove la colonna sonora a dir poco bizzarra di Antonio Sanchez (composta in prevalenza da assoli di batteria che seguono i protagonisti nei momenti più concitati della pellicola) si fonde con la particolarissima scelta di realizzare il film come se fosse un lunghissimo piano sequenza. Grazie ad un montaggio geniale, i personaggi si muovono senza soluzione di continuità nel tempo e nello spazio mentre la telecamera li segue instancabile, dentro e fuori dal teatro cuore della vicenda e nelle strade di una New York caotica, dove tutti vorrebbero essere famosi, amati o riconosciuti. La realtà si mescola alle visioni del depresso Riggan, schiacciato da un passato che lo vuole ancorato ai vecchi fasti del cinema commerciale, scardinando ogni pretesa di verosimiglianza con sequenze che parrebbero prese pari pari da un film degli X-Men mentre le vicende dei protagonisti si intrecciano a quelle dell'opera che portano in scena, annullando ogni confine tra teatro e vita reale, che cominciano così ad influenzarsi reciprocamente.


L'imprevedibile virtù dell'ignoranza è quella di Riggan, attore "commerciale" quindi automaticamente inferiore, che osa "violentare" l'arte suprema del teatro cercando di superare i suoi limiti e diventando il personaggio famoso e amato che avrebbe sempre voluto essere. Riggan si è convinto (o meglio è stato convinto dal suo "lato oscuro") di avere sbagliato tutto nella vita, di aver abbandonato la strada della fama facile per un moto di orgoglio che gli è costato moglie, figlia e carriera, ed è altrettanto conscio di avere davanti un'ultima chance per riscattarsi almeno ai propri occhi se non a quelli del suo alter ego, il tenebroso, cinico e frustrato Birdman, che vorrebbe tornare a volare adorato da masse di spettatori nerd. Non è un caso che sia Michael Keaton ad interpretare Riggan: d'altronde lui è stato il primo attore ad indossare la maschera di Batman quando ancora nessuno si filava i cosiddetti "cinecomic" e da quell'interpretazione non ha ricevuto alcuno slancio per la sua carriera, tanto che era dal 2008 che non recitava in un ruolo da protagonista. La critica di Birdman all'establishment hollywoodiano del successo a tutti i costi e al progressivo calare della qualità del Cinema, con produzioni sempre più indirizzate ad un target giovane e zeppe di attori che un tempo si sarebbero sparati piuttosto che abbassarsi ad interpretare determinati personaggi, è palese ma, allo stesso tempo, il film è  anche infarcito di molti altri riferimenti agli attori che compongono il cast, tutti bravissimi e tutti rappresentati in modo parodico e volutamente "colpiti" nelle loro interpretazioni più famose e blasonate (si veda Naomi Watts e la sua bisessualità in Mulholland Drive o la proverbiale intrattabilità di Edward Norton). Birdman è quindi un film dedicato esclusivamente ad un pubblico cinefilo? Io non credo. Il dramma umano di Riggan è radicato in una tradizione letteraria che vede il protagonista opporsi con tutte le sue forze ad un destino che sia lui che gli altri considerano ineluttabile e già scritto e perdere la retta via a causa di consiglieri fraudolenti (e, nel caso dell'uomo-uccello di Birdman, inquietantissimi); l'impianto teatrale e la lentezza dei primi dieci minuti potrebbero scoraggiare parecchi spettatori ma il mio consiglio è quello di non lasciarsi abbattere, perché Birdman è il primo, vero capolavoro di quest'anno. Una gioia per gli occhi e per la mente, da vedere e rivedere.


Di Michael Keaton (Riggan), Emma Stone (Sam), Zach Galifianakis (Jake), Naomi Watts (Lesley), Andrea Riseborough (Laura) ed Edward Norton (Mike) ho già parlato ai rispettivi link.

Alejandro González Iñárritu è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Messicano, ha diretto film come Amores Perros, 21 Grammi - Il peso dell'anima, Babel e Biutiful. Anche produttore e compositore, ha 47 anni e un film in uscita.


Se Birdman vi fosse piaciuto innanzitutto tifate perché vinca almeno metà degli Oscar (soprattutto per regia e attore protagonista) e recuperate Il cigno nero e magari anche Il ladro di orchidee. ENJOY!




mercoledì 15 gennaio 2014

Disconnect (2012)

Qualche sera fa sono riuscita a recuperare Disconnect, diretto dal regista Henry Alex Rubin nel 2012 e uscito proprio in questi giorni nelle sale italiane.


Trama: il film è incentrato su tre storie, vagamente intrecciate tra loro. Una racconta lo scherzo crudele di due ragazzini ai danni di un loro coetaneo, l’altra mostra una coppia in crisi che deve fare i conti con il furto di tutti i loro dati bancari e infine l’ultima parla dello squallido mondo delle chat erotiche.


Arrivata al punto clou di Disconnect, focalizzato da un ralenti in cui TUTTO va, letteralmente, nel peggiore dei modi possibili, mi chiedevo in lacrime perché diamine i protagonisti della pellicola non avessero semplicemente PARLATO tra loro prima di arrivare a questi estremi. Soffiandomi il naso e continuando a singhiozzare come se non avessi un domani mi sono detta “Eh, è proprio questo il punto”. Come avrete capito, Disconnect è un film angosciante e bastardo. Lo è in primis perché scava nelle magagne della nostra società, in quei bozzoli di solitudine autoimposta che siamo arrivati a crearci tutti (ovviamente a livelli diversi), nell’incapacità ormai cronica di comunicare con amici e famiglia, preferendo confidare tutti i nostri problemi ad una rete di sconosciuti, nel bruciante desiderio di ottenere la fama o una vita facile a tutti i costi, nella cieca fiducia con cui abbocchiamo come pesci tonni ad ogni inganno di Internet, usandolo senza conoscerne i rischi. Non è un film perfetto e anzi, come ho accennato, è anche un po' infingardo perché utilizza troppi mezzucci per entrare nel cervello di chi ha la lacrima facile come la sottoscritta (soprattutto durante le storie dedicate alla coppietta o al ragazzino) ma lascia comunque spazio ad interessanti considerazioni anche all'interno degli episodi più banali.


La vicenda più interessante e "spiazzante" è sicuramente quella ambientata nel mondo delle chat erotiche perché racconta in maniera particolare il rapporto di apparente fiducia che si viene a creare tra una giornalista senza scrupoli e un ragazzo preso nelle maglie di un'organizzazione che sfrutta i giovani per spillare soldi ai pornomani sparsi in tutto il mondo. E' spiazzante perché è l'unica delle tre vicende a non offrire una facile soluzione né un lieto fine, per quanto triste, e nemmeno un'interpretazione univoca dei protagonisti, difficili da classificare come "buoni" o "cattivi" in quanto le loro scelte sono contemporaneamente tutte discutibili e accettabili (la giornalista è presa tra le smanie di successo e il sincero desiderio di aiutare Kyle, il ragazzo sarebbe pronto a rinunciare al proprio "lavoro" se avesse la certezza di un futuro, in caso contrario lascerebbe che il suo cyberpappone continuasse ad attirare nella rete altri minorenni disperati). Le altre due storie sono più toccanti, come ho detto, ma anche più banali e facili da processare e popolate, purtroppo, da personaggi che andrebbero presi a ceffoni dal mattino alla sera. Tra le due, ho comunque preferito la storia che ha per tema il cyberbullismo perché a tratti riesce a mostrare non solo l'ovvia solitudine della vittima e la stoltezza di familiari e compagni di classe ma anche il profondo disagio di almeno uno dei carnefici, che paradossalmente impara a conoscere il bersaglio del suo disgusto e a provare empatia proprio attraverso lo scherzo, cosa che rende il tutto ancora più tragico. Da applausi, inoltre, l'impietosa rappresentazione del vuoto che imperversa nelle menti degli adolescenti americani (e non solo americani ahimé), incarnato in uno sputo in piena faccia idealmente rivolto a tutti gli esponenti della generazione Bling Ring.


Per quanto riguarda la realizzazione, ho trovato geniale l'idea di lasciare priva di colonna sonora buona parte del film, cosa in grado di enfatizzare il senso di solitudine emanato dai personaggi e dalle situazioni presenti nella pellicola molto più della presenza degli stralci di chat riportati in tempo reale sullo schermo; inutile dire, però, che ho amato alla follia anche il tema portante On the Nature of Daylight di Max Richter, responsabile del 90% delle mie lacrime e semplicemente struggente. Tra gli attori, spiccano un Jason Bateman stranamente serio e intenso, l'ambigua Andrea Riseborough e il bravo Max Thieriot che, tolti (letteralmente o quasi) i panni del fratello di Norman Bates, dimostra di saperci fare anche con ruoli un po' più "importanti". In sostanza, Disconnect soffre qua e là di un lieve eccesso di moralismo e melodrammaticità ma è un film che mi è piaciuto molto e che forse avrebbe meritato di uscire in un periodo dell'anno in cui le nostre sale non fossero già invase dai meravigliosi pezzi grossi in odore di Oscar. Secondo me vale la pena recuperarlo, magari con un occhio di riguardo verso il proprio stato d'animo: se siete già depressi o avete avuto una giornata difficile esistono delle ottime commedie, affrontare Disconnect non è proprio il caso!


Di Jason Bateman (Rich Boyd), Hope Davis (Lydia Boyd), Michael Nyqvist (Stephen Schumacher) e Paula Patton (Cindy Hull) ho già parlato ai rispettivi link.

Henry Alex Rubin è il regista della pellicola. Americano, prima di Disconnect ha diretto due documentari, Who is Henry Jaglom? e Murderball. E’ stato anche attore, sceneggiatore e produttore.


Frank Grillo (vero nome Frank Anthony Grillo) interpreta Mike Dixon. Americano, ha partecipato a film come Minority Report, Mother’s Day, My Soul to Take – Il cacciatore di anime, Zero Dark Thirty, Gangster Squad e a serie come Sentieri, The Shield, Prison Break, CSI – Scena del crimine, Senza traccia e CSI: NY. Ha 50 anni e quattro film in uscita tra cui Capitan America: The Winter Soldier, Demonic e The Purge 2.


Andrea Riseborough interpreta Nina Dunham. Inglese, ha partecipato a film come Non lasciarmi, W.E. - Edward e Wallis e Oblivion. Ha 32 anni e quattro film in uscita.


Alexander Skarsgård (vero nome Alexander Johan Hjalmar Skarsgård) interpreta Derek Hull. Svedese, ha partecipato a film come Zoolander, Melancholia, Straw Dogs, Battleship e a serie come True Blood. Anche regista e sceneggiatore, ha 37 anni e tre film in uscita tra cui The Giver.


Max Thieriot (vero nome Maximillion Drake Thieriot) interpreta Kyle. Americano, lo ricordo per il ruolo di Dylan nella serie Bates Motel, inoltre ha partecipato a film come My Soul to Take – Il cacciatore di anime e Hates - House at the End of the Street. Ha 25 anni.

Il giovane Colin Ford, che interpreta l'odioso Jason, ha partecipato all'orrendo Under the Dome nei panni (più positivi) di Joe McAlister, mentre Haley Ramm, che interpreta la sorella di Ben, è stata una giovanissima Jean Grey in X-Men - Conflitto finale. Se Disconnect vi è piaciuto, potreste recuperare anche Crash: Contatto fisico e due film diretti da due ex star di Friends: Talhotblond di Courteney Cox e Trust, diretto da David Schwimmer. Nonostante non li abbia mai visti, dovrebbero trattare temi molto simili; fatemi sapere se sono validi, in caso contrario li toglierò dai consigli! ENJOY!

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