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martedì 7 settembre 2021

Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli (2021)

I cinema hanno riaperto ed è tornata la gioia di guardare anche i cinepanettoni Marvel su grande schermo. Domenica è toccato a Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli (Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings), diretto e co-sceneggiato dal regista Destin Daniel Cretton.


Trama: Shaun è un immigrato cinese che si arrabatta con un lavoro da parcheggiatore assieme all'amica Katy. Tuttavia, dopo essere stato aggredito da degli energumeni sul bus, Shaun è costretto a rivelare a Katy di essere figlio di un supercriminale millenario, deciso a riunire la famiglia dispersa...


Come al solito, avevo letto le cose peggiori su Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli: è una baracconata, è noiosissimo, è lungo come la morte, è inutile, ecc. Poiché non avevo assolutamente idea di chi fosse il personaggio Shang-Chi, non avendolo mai incontrato durante le mie varie peregrinazioni all'interno del Marvel Universe cartaceo, una volta seduta in sala mi sono preparata psicologicamente a guardare un film da recuperare solo per motivi di completezza e da stroncare appena tornata a casa. E invece, carramba che surprise!, mi sono divertita molto e, dovessi proprio dire, il buon Shang-Chi non sfigura davanti a molti prodotti minori delle fasi precedenti del MCU (se non sbaglio siamo alla quarta, ma correggetemi pure). Togliamoci subito il dente dei dolorosi e inevitabili difetti, uno molto soggettivo e l'altro, spero, oggettivo per tutti quelli che avranno visto il film. Soggettivamente parlando, l'ultima mezz'ora a base di CGI, talmente invasiva che i miei bulbi oculari stavano per rotolare a terra, mi ha fatta piangere come si dice sia successo al povero Ian McKellen sul set de Lo Hobbit e sentivo fortissimo nelle orecchie l'urlo disperato della me del passato, costretta a guardare quella poracciata immonda di Dragonball Evolution, di cui le sequenze clou di Shang-Chi sono un palese omaggio; oggettivamente parlando, avrei invece tranquillamente evitato la presenza di un povero attore premiato con l'Oscar nel lontano 1982 e che qui viene inserito di straforo e forzatamente giusto per fargli fare la figura del minchione di Snainton alle prese con bioccoli pelosetti e carucci, probabilmente buoni per il merchandising ma fastidiosi come una scheggia di bambù sotto l'unghia. Tolti questi due trascurabili difetti, il resto è tutto roba molto buona.


Quello che mi è piaciuto di più di Shang-Chi è l'abbondanza di scene action ben coreografate e dirette, quella sull'autobus in primis, debitrici di uno stile che ricorda molto gli stunt dei film con Jackie Chan, e il secondo "debito" di stile verso un cinema di Hong Kong rimasticato per un pubblico occidentale che ho molto apprezzato è quello, innegabile, nei confronti del wu xia e film come Hero, La foresta dei pugnali volanti e La tigre e il dragone; questi sono i momenti in cui mi sono sinceramente emozionata, forse perché trattasi di cinema un po' più "fisico" e legato ai movimenti e all'espressività degli attori più che al barbaro dispendio di coloratissima CGI, e devo dire che questo mix di atmosfere e stili si innesta perfettamente nella generale atmosfera da cinecomic che ovviamente permea Shang-Chi, arricchendolo. Rimanendo in campo attoriale, molto apprezzabile il lavoro di Simu Liu nei panni dell'eroe titolare, con quella faccetta da orsotto asiatico che lo rende comunque credibile sia nei momenti più introspettivi che in quelli più spacconi (e che fisico nasconde il fanciullo!), mentre Awkwafina è carinissima come comic relief mai troppo sfacciato o fuori contesto e la semi-esordiente Meng'er Zhang, tolta la orrida capigliatura che le hanno appioppato, spacca culi come poche altre eroine. Certo, a surclassare questo trio all'erta e pieno di brio ci pensa un raffinatissimo ed elegante Tony Leung, che merita la palma di UNICO attore in grado di rendere sfaccettato ed indimenticabile un villain del MCU e si conferma, assieme alle succitate scene action, il motivo principale per cui chiunque sia anche solo vagamente appassionato dei cinecomic dovrebbe provare a dare una chance a questo Shang-Chi. Onestamente, salvo per una guest star affine a livello di nazionalità ho capito poco del perché o percome il film dovrebbe connettersi al resto dell'universo Marvel ma vi consiglio di non perdere le due scene post-credit, se non altro per godere del ritorno di un paio di personaggi molto amati e anche di un karaoke assai esilarante. Con gli appassionati del genere ci si risente a Novembre con Eternals!


Di Tony Leung (Xu Wenwu), Awkwafina (Katy), Michelle Yeoh (Ying Nan), Benedict Wong (Wong), Ben Kingsley (Trevor Slattery) e Tim Roth (Abominio) ho già parlato ai rispettivi link. 

Destin Daniel Cretton è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Hawaiiano, ha diretto film come Short Term 12, Il castello di vetro e Il diritto di opporsi. Anche produttore, ha 43 anni. 


Donnie Yen era tra i vari prescelti per il ruolo di Xu Wenwu mentre in lizza per quello di Shang-Chi c'era Steven Yeun. Michelle Yeoh è al suo secondo ruolo all'interno del MCU visto che aveva già interpretato Aleta Ogord in Guardiani della galassia vol. 2. Se Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli vi fosse piaciuto ma non avete voglia di recuperare tutti i film del MCU cercate almeno di guardare Iron Man, Iron Man 2, Iron Man 3, Marvel One-Shots: All Hail the King, L'incredibile Hulk, Doctor Strange e Captain Marvel, tutti disponibili su Disney +. ENJOY!

domenica 31 gennaio 2016

The Hateful Eight (2015)

Dear Quentin,

Hello. It's me (leggilo con la voce di Adele, per favore). Sono passati quattro anni dall'ultima lettera d'aMMore che ti ho scritto e sinceramente sono un po' arrabbiata. Innanzitutto, non hai mai risposto ma pazienza, so che mi pensi sempre tanto; seconda cosa, alla prima di The Hateful Eight a Roma c'era persino quella pucchiacca della D'Urso, ti costava tanto togliere il posto a lei e darlo a me? Tra l'altro, dovresti sapere che abito a Savona quindi poteva anche mettermi male andare a vedere il film proiettato in 70 mm come volevi tu ma, per fortuna, a questo ho posto rimedio: sono partita, sono andata fino all'Arcadia di Melzo (un postaccio, mi perdonino i Melziani, anche se il multisala dentro è davvero IL trionfo), solo per fare la Tua Volontà. E quanto ho goduto, santo Te.


'sti profani: "che differenza passa tra la versione 70 mm e quella normale?". Beh. Tolto che, almeno all'Arcadia, lo schermo era talmente grande e le immagini talmente profonde, ben definite e ricche che sembrava di essere DENTRO il film, a ghiacciarsi il midollo nella tormenta di neve o a passeggiare tra le quattro mura dell'emporio di Minnie sfiorando i personaggi presenti. E poi. Quattro minuti di Ouverture, a godersi l'inquietante melodia che il Maestro Morricone ha realizzato per il film senza che nessuna immagine scorresse sullo schermo, pregustandosi l'atmosfera di un western che tale non è, più giallo e horror che racconto di frontiera; la possibilità di avere inquadrature più ampie, consentendo allo spettatore di cogliere dettagli impensabili per un formato "moderno" (aspetto di vedere anche la versione digitale per capire meglio le differenze ma, Quentin bello, anche il mio occhio non allenato ha percepito la meraviglia!); un intermezzo di 12 minuti esatti, dopo il quale il film, per una volta volutamente interrotto al punto giusto, riprende con la tua garrula vocetta narrante a fare da ironico contrappunto alle tesissime vicende appena passate sullo schermo. Basterebbero solo queste poche cose per giustificare un pellegrinaggio nelle tre sale italiane che proiettano The Hateful Eight in questo formato ma la mia competenza non è tale da riuscire a descrivere e farti capire quale esperienza folgorante sia stata la visione "in glorioso 70 mm" del tuo film, quindi mi fermo qui: tanto l'hai girato tu, lo sai.


La storia, non te lo sto nemmeno a dire, l'ho adorata. Qualche vecchio barbogio che non voglio nemmeno nominare in una lettera destinata a te, ha osato dire che The Hateful Eight è noioso, pieno di dialoghi inutili, inconcludenti, altre bestemmie del genere. Ora, questa sensazione l'avevo provata nella prima parte di A prova di morte, sai benissimo che quel film tra tutti è quello che mi è piaciuto di meno (pur essendo sempre meraviglioso, ovvio!!!!), ma stavolta no, che ca**o. Ogni dialogo è funzionale, crea legami tra i personaggi, ci racconta qualcosa della loro personalità, viene ripreso nelle scene seguenti per arricchire di ulteriori significati le loro azioni, insomma, ogni parola spesa in The Hateful Eight (come anche ogni silenzio e ogni gesto) è INDISPENSABILE. Tre ore? Mi sono sembrate una e mezza, nemmeno. Alla fine ne volevo ancora. Quando comincia la parte "gialla", preceduta da un'infinità di scene atte a mettere dubbi non solo ai protagonisti ma anche allo spettatore, io ormai ero già catturata in quel "whoddunnit?" che parte dal primo incontro tra John Ruth e il Maggiore Marquis, ma ho dimenticato tutto nell'esatto momento in cui hai scelto di regalare a Samuel L. Jackson il ruolo migliore dai tempi di Pulp Fiction. Durante quel lungo monologo che conclude il primo tempo sono rimasta ipnotizzata, talmente appesa alle parole del Maggiore che il vero motivo del suo racconto ha colpito anche me come un colpo di pistola; poi, vabbé, è cominciata la peggior macellata dell'ultimo anno e vorrei conoscere UN solo spettatore capace di dire che The Hateful Eight è un film lungo, noioso ed inconcludente. A parte che ad un certo punto sembrava di vedere QUELLA puntata de I Griffin e mi sono sentita male per lo schifo e lo shock, sei riuscito a sconvolgermi non solo con il sangue ma anche con il tripudio di rivelazioni che ne è seguito, che hanno mandato a gambe all'aria buona parte del quadro accusatorio che mi ero fatta, ma anche con quel terribile flashback: in dieci minuti sei riuscito a spezzarmi il cuore e ad ammazzarmi d'ansia NONOSTANTE sapessi come sarebbe andata a finire la storia. Sei cattivo, ma ti amo.


Ti amo anche e soprattutto per avermi restituito delle Iene in gran spolvero. No, dico: unire Le Iene al western, alla storia americana della guerra di secessione, alle atmosfere claustrofobiche de La cosa. Solo tu potevi riuscirci. Tu e la manica di "bastardi" che hai messo assieme. Un po' di diludendo l'ho avuto dalla consapevolezza che non hai sfruttato al meglio gli adorati Tim Roth e Michael Madsen, troppo defilati povere creature, anche se Ted il Tuttofare pareva voler uscire dalle vesti di Oswaldo Mobray e dare idealmente il cinque al Christoph Waltz di Django Unchained. Samuel L. Jackson e Kurt Russell sono favolosi, Walton Goggins è esilarante e sei riuscito persino nella non facile impresa di rendermi gradito quel mollume di Channing Tatum ma i fiori all'occhiello di The Hateful Eight sono Jennifer Jason Leigh e Bruce Dern. Bruce Dern, santo cielo, che si "limita" a fare il vecchio rincoglionito!!! Come sei riuscito a rendere un personaggio simile una delle colonne portanti dell'intera vicenda lo sai solo tu... ma parliamo di Jennifer: un mostro. Mai una donna estrapolata dal contesto di un film horror è riuscita a farmi così "schifo" e allo stesso tempo ispirarmi tenerezza e simpatia. La sua trasformazione da semplice criminale a terrificante strega ricoperta di sangue e senza alcuna parvenza di umanità sul viso non è solo frutto dell'incredibile lavoro di Nicotero, Berger e compagnia, questa donna ha lavorato sugli sguardi, sui gesti, sulla voce (ma che bella è la sua ballata???) ed è diventata l'unico personaggio di sesso femminile capace di tenere testa a delle divinità maschili in guisa di attori! Vogliamo darle l'Oscar? Io lo farei ma so che la Academy ha altri progetti, ahimé. Tuttavia, credo che lavorare in un tuo film sia già di per sé il premio di una vita. Ah, voto 11 anche per avere inserito la sempre carinissima Zoe Bell e il figlio numero 1, povero sfigato.


In sostanza, aMMore mio, ho ADORATO The Hateful Eight. Probabilmente non entrerà nella cinquina dei tuoi film migliori ma ho già voglia di rivederlo e lo farò di sicuro, magari la settimana prossima, perché più ci penso più mi sembra meraviglioso. Sì, anche col doppiaggio italiano, nonostante quel paio di scelte scellerate (lo spagnolo parlato dal doppiatore italiano?? La canzone cantata prima in inglese POI in italiano? Eccheschifo, mettete due sottotitoli, santo Quentin!) e l'orrida voce che ti hanno appioppato. Ora ti saluto, "Mary mi sta chiamando", ha-ha. Ciccio, scherzavo: attendo tue nuove, non costringermi a scrivere una finta lettera di risposta come se fossi un Abramo Lincoln qualunque!!!

Sempre tua,
Bollina


Del regista e sceneggiatore Quentin Tarantino ho già parlato QUI. Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren), Kurt Russell (John Ruth), Jennifer Jason Leigh (Daisy Domergue), Walton Goggins (Sceriffo Chris Mannix), Demián Bichir (Bob), Tim Roth (Oswaldo Mobray), Michael Madsen (Joe Gage), Bruce Dern (Generale Sandy Smithers), Zoe Bell (Judy Sei Cavalli) e Channing Tatum (Jody) li trovate invece ai rispettivi link.

James Parks (vero nome James Jean Parks), interpreta O.B. Jackson. Americano, lo ricordo per film come Fuoco cammina con me, Dal tramonto all'alba 2, Kill Bill - Vol. 1, Kill Bill - Vol.2, Grindhouse, Grindhouse - A prova di morte, Machete e Django Unchained; inoltre, ha partecipato a serie come Buffy l'ammazzavampiri, Walker Texas Ranger, Nash Bridges, X-Files, Numb3rs, CSI, Bones e 24. Ha 48 anni e due film in uscita.


Tra gli altri attori segnalo la presenza di Gene Jones (protagonista di The Testament) nei panni di Sweet Jay. Parlando invece di chi non ce l'ha fatta

SPOILER

Viggo Mortensen avrebbe dovuto interpretare Jodie ma ha dovuto rinunciare perché impegnato in altri film; la morte di Jodie stesso avrebbe dovuto essere ben più brutale (mangiato vivo dai ratti dopo essere stato colpito da Warren e Mannix), così come quella del Generale (l'impatto del proiettile lo avrebbe dovuto spedire dritto tra le fiamme del camino) e di Warren (ucciso dalla stessa Daisy). In ultimo, The Hateful Eight è pieno di riferimenti ad altri film girati da Quentin: intanto si svolge nello stesso universo di Django Unchained, come testimoniano alcune delle selle presenti nelle scene, poi il personaggio di Tim Roth è sicuramente un antenato del Archie Hicox di Bastardi senza gloria. E queste sono solo un paio delle tante gioie nascoste in The Hateful Eight: se vi fosse piaciuto, recuperate TUTTA la filmografia di Quentin e riempitevi la vita d'aMMore! ENJOY!


Edit del 1/02/2016

Quentin ha risposto. E come il Maggiore Warren con Lincoln, mi bullo di quest'onore: Tié!


domenica 22 febbraio 2015

Selma - La strada per la libertà (2014)

Stasera verranno consegnati i premi Oscar e, nonostante i post debbano ancora uscire, io ho fatto del mio meglio per guardare praticamente tutti i film che concorreranno a qualche statuetta "importante". L'ultimo in ordine di tempo è stato Selma - La strada per la libertà (Selma), diretto nel 2014 dalla regista Ava DuVernay e candidato a due Oscar, uno per il Miglior Film e uno per la Miglior Canzone, Glory.


Trama: nel 1965, Martin Luther King si batte affinché i neri ottengano il diritto di voto e la chiave del movimento di protesta è riuscire ad organizzare una pericolosa, benché pacifica, marcia da Selma a Montgomery, in Alabama.


Selma è un film che mi incuteva timore, come tutte le pellicole che, in qualche modo, hanno a che fare con delle figure storiche moderne. Alla matematica certezza di perdermi nei nomi e nelle date, infatti, si aggiunge di solito la paura di avere davanti una mattonata retorica della peggior specie e questo Selma, che aveva anche troppi legami col pesantissimo The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca, sembrava davvero averne tutte le caratteristiche. Fortunatamente esiste Lucia, con la quale di solito mi trovo assai d'accordo in fatto di gusti, che ha cominciato a magnificare il film subito dopo averlo visto spingendomi così a recuperarlo, cosa che mi ha permesso di guardare uno dei migliori biopic in un anno che è stato anche troppo pieno di esempi mediocri del genere. Lungi da essere una menosissima prosopopea sul razzismo e sugli ideali di Martin Luther King, Selma è innanzitutto un film su un uomo. Un uomo sulle cui spalle un'intera comunità ha posato desideri, speranze, paure e odio, pretendendo che lui se ne facesse carico, senza mai sbagliare, senza mai tirarsi indietro, accompagnando i suoi sostenitori verso una battaglia contro dei mulini a vento che avrebbero intimorito lo stesso Don Chisciotte. Il film si intitola Selma e non "King" proprio per questo motivo; la cittadina di Selma e la marcia fino a Montgomery, sono lo snodo cruciale da cui si dipanano tutti i dubbi e le incertezze di Martin Luther King, afflitto da problemi personali, incalzato dai ragionamenti non interamente sbagliati del presidente Johnson (vero è che il vecchio testone cercava di accontentare i bianchi cercando di procrastinare le leggi elettorali ma non era neppure sbagliato concentrarsi prima su problemi come l'ignoranza e la povertà) e sconvolto dalla consapevolezza di avere sulle mani il sangue di molti suoi "fratelli neri" morti nel tentativo di resistere pacificamente ai soprusi e manifestare per i propri diritti in uno stato, l'Alabama, ancora profondamente razzista. King viene così quasi interamente spogliato del suo ruolo di icona e Selma diventa un film corale in cui, giustamente, molti uomini e donne "grandi" ma anche "semplici" influenzano in qualche modo le scelte del protagonista facendo la Storia come noi la conosciamo.  


Selma può vantare una bella sceneggiatura dunque, scorrevole ed emozionante, non banale, una vicenda interpretata magistralmente da tutti gli attori coinvolti a cominciare da un intenso David Oyelowo che riesce ad incarnare perfettamente il lato umano di Martin Luther King, ma anche tutti i personaggi "di contorno" (che, come ho detto sopra, di contorno non sono) finiscono ognuno per ritagliarsi un piccolo spazio importante e ben definito, risultando tridimensionali e credibili quanto il protagonista. Detto questo, tutti quelli che hanno visto Selma saranno però d'accordo col fatto che la mancata candidatura di Ava DuVernay per la regia è stata uno scandalo di proporzioni epiche, perché al di là della sceneggiatura (alla quale peraltro ha messo mano anche la DuVernay sebbene non venga accreditata) e degli attori sono molte le sequenze che rimangono nel cuore dello spettatore dopo la visione del film. L'aggressione dei manifestanti durante la prima marcia verso Montgomery, con le violente figure dei poliziotti che emergono dalle nebbie dei gas lacrimogeni per colpire le persone indifese, ha un sapore horror, quasi post-apocalittico, ed è girata con rara maestria ma è solo l'esempio più eclatante (o meglio, quello che più mi ha colpita) di una pellicola che è piena di bellissime immagini, dove l'equilibrio della composizione e un sapiente uso delle luci si fondono per sottolineare sia i momenti salienti che quelli solitamente ritenuti "di passaggio". A questo proposito, ho molto apprezzato, per esempio, le immagini che accompagnano le inevitabili scritte in sovraimpressione che riassumono il destino dei protagonisti alla fine del film, montate assieme in un modo troppo particolare per essere casuale, arrangiate in modo diverso per ogni personaggio. Davanti a tanta bravura trovo quindi ancora più scandaloso il contentino offerto al film per la moscia canzone Glory che accompagna i titoli di coda, forse la parte più debole di una colonna sonora altrimenti assai azzeccata. Peccato davvero: Selma - La strada della libertà è un grandissimo film e meriterebbe, oltre ad una visione assicurata, molti dei riconoscimenti che sono stati accordati a pellicole ben più celebrate che, al confronto, risultano mediocri. Maledetta Academy, maledetta!


Di David Oyelowo (Martin Luther King Jr.), Tom Wilkinson (Lyndon B. Johnson), Giovanni Ribisi (Lee White), Dylan Baker (J. Edgar Hoover), Tim Roth (Governatore George Wallace), Jeremy Strong (James Reeb), Cuba Gooding Jr. (Fred Gray), Alessandro Nivola (John Doar) e Martin Sheen (Frank Minis Johnson) ho già parlato ai rispettivi link.

Ava DuVernay è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come I Will Follow e Middle of Nowhere. Anche produttrice, sceneggiatrice e attrice, ha 42 anni e un film in uscita.


Oprah Winfrey interpreta Annie Lee Cooper ed è anche la produttrice della pellicola. "Donna più potente d'America" e conduttrice storica dell'Oprah Winfrey Show, come attrice la ricordo per film come Il colore viola e The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca; inoltre, ha partecipato a serie come 30 Rock e doppiato film come La principessa e il ranocchio. Anche sceneggiatrice, ha 60 anni.


Ruben Santiago-Hudson interpreta Bayard Rustin. Americano, ha partecipato a film come Il principe cerca moglie, L'avvocato del diavolo, Shaft e a serie come NYPD; come doppiatore, ha lavorato per la serie Gargoyles. Anche sceneggiatore e produttore, ha 58 anni.


Colman Domingo interpreta Ralph Abernathy. Americano, ha partecipato a film come Lincoln, The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca e a serie come Nash Bridges. Ha 45 anni e un film in uscita.


Wendell Pierce interpreta il reverendo Hosea Williams. Americano, ha partecipato a film come Sono affari di famiglia, Malcom X, Può succedere anche a te, Sleepers, Come ammazzare il capo... e vivere felici e a serie come Tutto in famiglia, Numb3rs e The Michael J. Fox Show. Anche produttore, ha 51 anni e due film in uscita.


In origine il film avrebbe dovuto essere diretto da Lee Daniels (altri interessati erano Steven Spielberg, Stephen Frears, Spike Lee e Michael Mann) e il cast comprendeva Hugh Jackman nel ruolo dello sceriffo Jim Clark, Liam Neeson in quello di Lyndon Johnson, Robert De Niro come George Wallace e Lenny Kravitz come Andrew Young; dopo che il progetto è passato ad Ava DuVernay l'unico ad avere mantenuto la parte è stato David Oyelowo, che fin dall'inizio era stato designato come Martin Luther King Jr. (sebbene Lee Daniels non lo ritenesse adatto). Detto questo, se Selma vi fosse piaciuto recuperate Grido di libertà, Malcom X e The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca. ENJOY!


venerdì 5 ottobre 2012

Four Rooms (1995)

Negli anni in cui Tarantino era una novità assoluta per me e, soprattuttamente, un figo della madonna, ho cercato di reperire, come un segugio impazzito, praticamente tutti i film dove il nostro compariva anche solo per un minuto o due, quando gli andava bene. E’ così che mi sono imbattuta nel divertente Four Rooms, diretto nel 1995 da Allison Anders, Alexandre Rockwell, Robert Rodriguez e, ovviamente, Quentin Tarantino. Siccome il film è a episodi anche la recensione sarà divisa, almeno per un po’.


The missing ingredient – L’ingrediente mancante

Trama: Ted, appena nominato fattorino dell’Hotel Mon Signor, deve aiutare una congrega di streghe che vogliono fare risorgere la loro dea…
L’ingrediente mancante è sicuramente l’episodio più debole dell’intero film, una belinata galattica interpretata o da cani o da attrici e attori che, poveracci, sono costretti a prestarsi ad una trama ridicola. Gente come Tim Roth, Valeria Golino e Lily Taylor sono assolutamente sprecati, penalizzati da battute che vanno allegramente a braccetto col trash e che regalano allo spettatore risate a denti strettissimi. Meravigliosa solo Madonna, inguainata in un abitino di pelle nera mentre cerca di imbarazzare in tutti i modi il povero Ted, il resto è da dimenticare ed è inquietante pensare che quest’elogio al “potere femminile”, incarnato nella capacità innata di essere zoccole, sia stato scritto da una donna.

The wrong man – L’uomo sbagliato

Trama: Ted entra per sbaglio in una stanza e viene scambiato così dal folle Sigfrido per Theodore, presunto amante della moglie Angela…
La qualità dell’episodio è leggermente superiore a quella del precedente, ma ancora ben lungi dall’essere apprezzabile. Nonostante la natura fondamentalmente kafkiana della vicenda narrata e la grandissima gigioneria di David Proval e Tim Roth, infatti, l’episodio non lascia nulla allo spettatore se non una grandissima nostalgia per quella volta in cui Benigni, non rammento in quale show, aveva elencato un’infinita serie di sinonimi per definire l’organo genitale femminile. Il “raffinatissimo” finale in cui Jennifer Beals si profonde in uno sketch simile è abbastanza triste al confronto. Se siete amanti della “cronologia” sappiate che L’uomo sbagliato dovrebbe collocarsi dopo I maleducati, come si evince dalla telefonata della ragazzina. Sappiate anche che alla fine dell’episodio compare, nei panni del “vero” Theodore, il produttore Lawrence Bender, già apparso in Le iene, Pulp Fiction, Dal tramonto all’alba, The Mexican e Kill Bill vol. 2.

The misbeahavers – I maleducati

Trama: Ted viene incaricato di tenere a bada due bambini mentre i genitori vanno in giro a folleggiare per la notte di Capodanno. Non sarà, ovviamente, una serata tranquilla…
Non me ne voglia Quentin, ma il fiore all’occhiello della pellicola non è l’episodio da lui diretto, bensì questo esilarante capolavoro di umorismo, recitazione e montaggio. Finalmente una serie di dialoghi e situazioni paradossali che fanno veramente ridere, una storia dotata di un inizio e di una fine impreziosita dall’interpretazione da gran mattatore di Antonio Banderas (la sequenza in cui esce dalla stanza con la moglie ed entra nell’ascensore è un capolavoro) e un ritmo incalzante che non rallenta neppure un minuto. In tutto questo, ci guadagna anche Tim Roth, impagabile quando racconta la sua sfortunata infanzia ai due pargoli e durante la telefonata finale, sebbene risulti sempre sconvolgente sentirlo proferire a gran voce quelle che, senza se e senza ma, sono delle bestemmie che farebbero invidia a un camionista.
Un paio di curiosità sull’episodio: la prostituta che i due mocciosi pestiferi trovano nella stanza è nientemeno che la sorella di Rodriguez, Patricia Vonne, già comparsa in altre pellicole del regista come Desperado, Spy Kids e Sin City, mentre Tamlyn Tomita, qui moglie del personaggio di Banderas, era comparsa in Heroes nei panni della madre di Hiro. Infine, assieme allo spogliarello di Salma Hayek e un cartone animato (lo stesso che guardava Richie in Dal tramonto all’alba, by the way…), nella televisione dei bimbi passa anche un corto diretto dallo stesso Rodriguez, Bedhead.

The man from Hollywood -  L’uomo di Hollywood

Trama: l’esasperato Ted è ormai deciso a lasciare il lavoro e l’hotel, ma ecco che arriva la telefonata più importante, quella del regista Chester Rush, che assieme al suo gruppo di ubriachissimi amici decide di volere il fattorino come complice in una sfida…
Liberamente tratto da un episodio di Alfred Hitchcock presenta che qui chiamano L’uomo di Rio (mentre il vero titolo è L’uomo del sud, a sua volta tratto dall’omonimo racconto di Roald Dalh), L’uomo di Hollywood è una supercazzola colossale, lo one man show di Quentin, pieno di citazioni e rimandi cinefili, sia ai film del regista (l’oggetto della scommessa d’altronde è la stessa macchina che aveva Vincent in Pulp Fiction) che ad altre pellicole in qualche modo legate all’argomento trattato. Se non andate in solluchero all’idea di vedere il tarantolato Quentin ingollare una ciambella intera, soffocarsi con lo champagne, parlare ininterrottamente e rifilare a Ted un pistolotto di un minuto esatto, sicuramente l’episodio non vi piacerà, ma sul finale vi farete comunque delle grasse risate, ed è impossibile non apprezzare i piccoli tocchi di stile registico di Tarantino, come la lunga carrellata iniziale o la ripresa su fondo rosso dello speech finale.
Per dovere di cronaca, sappiate che il nome di Bruce Willis non compare nei credits perché l’attore ha scelto di partecipare per fare un favore a Quentin e soprattutto senza chiedere un soldo, cosa che va contro lo statuto della Screen Actor’s Guild.

In definitiva, Four Rooms risulta un esperimento parzialmente riuscito, penalizzato dalla scelta di “annoiare” subito lo spettatore con due episodi deboli solo per tenere all’ultimo i pezzi da novanta e i nomi di sicuro richiamo. Tim Roth è comunque un mattatore incredibile, simpaticissimo anche nelle sequenze che fanno da collante tra gli episodi e che sono parte integrante ed essenziale del film, inoltre Four Rooms è arricchito anche da spettacolari titoli di testa animati (forse la cosa più bella di tutto il film) e da una colonna sonora accattivante. Sicuramente non un film per tutti, ricordo ancora quando lo feci vedere a un’amica e mi beccai delle saraccate d’insulti, ma sicuramente i fan di Tarantino e Rodriguez, se avranno pazienza, troveranno pane per i loro denti.


Dei registi e sceneggiatori Robert Rodriguez e Quentin Tarantino (anche interprete di Chester) ho parlato rispettivamente qui e qua. Di Sammi Davis (Jezebel), Madonna (Elspeth), Lily Taylor (Raven), David Proval (Sigfrido), Antonio Banderas (il papà dei due mocciosi pestiferi), Salma Hayek (la spogliarellista che balla in TV), Tim Roth (Ted) e Bruce Willis (Leo) ho già parlato nei rispettivi link.

Allison Anders (vero nome Alice Allison Anders) è la regista e sceneggiatrice dell’episodio “L’ingrediente mancante”. Americana, ha diretto alcuni film che non conosco, come La grazia nel cuore e Deserto di laramie, oltre ad episodi delle serie Sex and the City e Cold Case. Anche produttrice e attrice, ha 58 anni. 


Alexandre Rockwell è il regista e sceneggiatore dell’episodio “L’uomo sbagliato”, nonché ideatore dell’intero progetto. Americano, ha diretto alcuni film che non conosco, come In the Soup – Un mare di guai e 13 Moons. Anche produttore e attore, ha 55 anni.


Valeria Golino interpreta Athena. Nonostante l’enorme successo internazionale, l’attrice è nata a Napoli, e la ricordo per film come Rain Man – L’uomo della pioggia, Hot Shots!, Puerto Escondido, Hot Shots! 2, Fuga da Los Angeles, Frida e La kryptonite nella borsa. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 46 anni e due film in uscita.


Alicia Witt interpreta Kiva. Americana, ha partecipato a film come Dune, Urban Legend, Vanilla Sky e a serie come I segreti di Twin Peaks, I Soprano, Ally McBeal, Two and a Half Men e CSI: Miami. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 37 anni e sei film in uscita.  


Jennifer Beals interpreta Angela. Attrice americana lanciata dal film cult Flashdance, la ricordo anche per pellicole come l’assurdo Stress da vampiro, L’angelo del male, The Grudge 2 e Codice: Genesi. Ha 49 anni e un film in uscita.


Paul Calderon interpreta Norman. Portoricano, ha partecipato a film come Pulp Fiction, Il cattivo tenente, Il socio, The Addiction, Il bacio della morte, Out of Sight e a serie come Miami Vice. Anche produttore e sceneggiatore, ha 53 anni e due film in uscita.


Marisa Tomei interpreta Margaret. Americana, la ricordo per film come The Toxic Avenger, Oscar – Un fidanzato per due figlie, Mio cugino Vincenzo, Charlot, Terapia d’urto e Svalvolati on the road, inoltre ha doppiato un episodio de  I Simpson. Ha 48 anni e tre film in uscita. 


Come ultimissime curiosità vi dico che il film avrebbe dovuto intitolarsi Five Rooms, e il quinto episodio avrebbe dovuto essere diretto da Richard Linklater, che si è però tirato fuori dal progetto, mentre il personaggio di Ted era stato scritto per Steve Buscemi. In conclusione, se il film vi fosse piaciuto, provo a consigliarvi il nostrano Grand Hotel Excelsior o il pluricitato Ragazzo tuttofare? Perché no! ENJOY!

giovedì 16 luglio 2009

Dark Water (2005)

Ieri sera mi sono incapricciata di vedere Dark Water (potenza di Tim Roth, credo!) remake, diretto nel 2005 dal brasiliano Walter Salles, dell’omonimo film giapponese di Hideo Nakata, tratto da un racconto scritto dallo stesso autore di The Ring, Koji Suzuki. Ammetto che dell’originale non ricordavo nulla, tranne l’immagine della bimba con l’impermeabile giallo e le chiazze di umido sul soffitto, quindi col remake ho goduto anche di un discreto effetto sorpresa.



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La trama: Dahlia, una donna con alle spalle alcuni traumi infantili e in causa di separazione col marito, decide di trasferirsi in un appartamento con sua figlia Cecilia. Fin dall’inizio l’appartamento ed il palazzo in cui è situato si rivelano strani e fatiscenti: perdite d’acqua dal soffitto, ascensori che portano alla terrazza dell’ultimo piano senza che glielo si chieda, rumori in locali che dovrebbero essere vuoti, ecc. ecc. Quando poi la bimba comincia a parlare di un’amichetta invisibile e gli strani fenomeni cominciano a diventare sempre più difficili da ignorare, Dahlia intuisce che qualcosa di spiacevole è successo in quel palazzo…


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Come ho detto, è difficile fare un confronto tra i due film, visto che non ricordo bene l’originale. Come già The Ring, però, e come la maggior parte degli horror giapponesi (anche se qui non si può proprio parlare di horror, al limite di ghost story), alla base della trama c’è il rancore di una persona morta in circostanze che potevano essere evitate e che cerca di ottenere nella morte quello che è mancato in vita. In questo caso, ci troviamo di fronte ad una trama legata all’abbandono di bimbi ingiustamente non amati dai genitori, che potrebbe anche essere commovente se non fosse per lo sviluppo trito e ritrito di queste premesse e per come è stata realizzata la pellicola. Diciamoci la verità: sia nel remake che nell’originale non succede assolutamente nulla: al limite entrambi potrebbero rappresentare meravigliosamente il tormento di un idraulico e l’incubo di una casalinga, con quell’acqua di fogna che trabocca da ogni fessura, i capelli neri che galleggiano persino nei bicchieri, il tempo del cavolo all’esterno (non smette di piovere per tutto il film!!). Per non parlare poi della lavatrice che esplode e della simpatia assoluta del custode, dell’avvocato e del padrone di casa…




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Al solito, le versioni americane risultano però molto più piatte. Ricordo nell’originale il vago senso di inquietudine, la tensione che veniva creata anche nei momenti in cui accadeva poco o nulla (anche perché, se non rammento male, il visino della bimba fantasma non si vedeva mai e restava sempre nascosto sotto quel cappuccetto giallo alla Milo), le azioni del fantasma, molto più sottili, mentre nel remake si punta dritto al sodo e le sue intenzioni sono chiare fin da subito. Inoltre, per “sviare” lo stolto spettatore occidentale, nella versione americana vengono introdotte anche le figure dei due teppisti e viene enfatizzata quella del custode, che pur si limita a vivere nell’ignavia e a far finta di non sapere, calamitando su di sé l’attenzione ed i sospetti degli spettatori. Raccapricciante l’idea di omaggio al Giappone che hanno avuto regista e sceneggiatori, i quali hanno deciso di utilizzare come “regalo dall’aldilà” uno zainetto di Hello Kitty ovviamente assente dalla pellicola originale. Gli attori presenti, inoltre, sono davvero sprecati, gente come il tarantiniano Tim Roth, John C. Reilly e addirittura un premio Oscar come Jennifer Connelly non meritano di essere relegati a simili ruoli: e se la Connelly, almeno, fa da protagonista e non è neppure malaccio, i primi due sono invece utilizzati a mò di macchietta. In definitiva, un film che va bene per una serata non impegnata, e per chi non è avvezzo all’horror “pesante”: se non siete degli esperti la storia è carina e potrebbe persino risultarvi nuova, gli attori sono bravi e regia e scenografia sono molto ben curate. Si astengano quelli che cercano un horror originale ed inquietante, al limite guardatevi la versione giapponese.




Walter Salles è il regista della pellicola. Brasiliano, tra gli altri suoi film ricordo Central do Brasil e I diari della motocicletta. Ha 53 anni e un film in uscita.




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Tim Roth interpreta lo stranissimo avvocato Jeff Platzer. L’attore inglese, anche regista, è stato lanciato dall’ottimo zio Quentin, che gli ha regalato tre interpretazioni di culto ne Le Iene (era Mr. Orange), in Pulp Fiction (era Ringo, lo Zucchino dell’inizio del film) e infine in Four Rooms (Ted il fattorino). Ma la carriera di questo grandissimo attore non muore con Quentin, anche se ultimamente il povero Tim è decisamente poco sfruttato.. Tra gli altri suoi film infatti ricordo il meraviglioso Rosencrantz e Guildenstern sono morti (dove recitava con Gary Oldman!), Rob Roy, Gridlock’d – Istinti criminali, La leggenda del pianista sull’oceano, The Million Dollar Hotel, Vatel, Planet of The Apes, Funny Games (il remake USA), L’incredibile Hulk. Per la TV ha recitato in I racconti di mezzanotte. Ha 48 anni e due film in uscita.


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Jennifer Connelly interpreta Dahlia, la protagonista. L’attrice newyorchese è stata benedetta fin dall’infanzia da ruoli che dire splendidi è dire poco: la giovane Deborah nel meraviglioso C’era una volta in America di Sergio Leone, la sfortunata Jennifer nel Phenomena di Dario Argento e, non ultimo, la viziata e combattiva Sarah nell’indimenticabile Labyrinth con David Bowie. Tra i suoi, meno significativi, film della maturità, ricordo il pregevole Scomodi omicidi, Dark City, A Beautiful Mind (per il quale ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista), Hulk. Ha 39 anni e cinque film in uscita.


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John C. Reilly interpreta il signor Murray, proprietario del palazzo. Questo attore di Chicago, dai tratti somatici e dalla capigliatura riccia assai riconoscibili, alterna parti in filmoni memorabili a parti comiche nelle più becere commedie americane, spesso al fianco di Will Ferrell. Tra i suoi film ricordo Giorni di tuono, Ombre e nebbia, Hoffa: Santo o mafioso?, Buon compleanno Mr. Grape, L’ultima eclissi, Nightwatch – Il guardiano della notte, il bellissimo Boogie Nights – L’altra Hollywood, La sottile linea rossa, lo splendido Magnolia, Gangs of New York, The Hours, Terapia d’urto, Chicago, The Aviator, Radio America, Talladega Nights: The Ballad of Ricky Bobby, Tenacious D e il destino del rock. Ha 44 anni e quattro film in uscita, tra cui la trasposizione di Cirque du Freak, tratto dai romanzi vampireschi di Darren Shan, famosissimi all’estero e pubblicati da noi (orrore!) nelle serie dei Piccoli Brividi.




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E ora vi lascio, ovviamente, con il trailer della versione giapponese… ENJOY!


 


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