Visualizzazione post con etichetta richard linklater. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta richard linklater. Mostra tutti i post

mercoledì 20 maggio 2026

Blue Moon (2025)


Per la serie "recuperi pre-Oscar", oggi vi parlo di Blue Moon, diretto nel 2025 dal regista Richard Linklater e candidato a due Oscar, quello per Miglior attore protagonista e quello per Miglior sceneggiatura originale.

Trama

Il paroliere Lorenz Hart, la sera del trionfo del suo socio storico, si ritrova in un bar ad attendere Elizabeth, la sua protetta...

Mi ero chiesta come mai, nel corso dei miei soliti recuperi, non fosse ancora arrivata la classica biografia di un personaggio (a me) sconosciuto e finalmente Blue Moon ha esaudito il mio "desiderio". Il film di Richard Linklater ci offre, infatti, uno scorcio degli ultimi anni del paroliere Lorenz Hart, colui che, assieme al compositore Richard Rodgers, ha dato vita a canzoni come Blue Moon, appunto, e spettacoli quali A Connecticut Yankee, più volte nominato nel corso della vicenda. Il focus della sceneggiatura di Robert Kaplow è una serata ben precisa, quella in cui il musical Oklahoma! ha aperto a Brodway per la prima volta, decretandone non solo il clamoroso successo, ma anche la nascita di un nuovo sodalizio artistico, quello tra Richard Rodgers e Oscar Hammerstein. L'inizio della fine, insomma, per Hart, il quale si ritrova, solo ed amareggiato, al bar dove l'ex socio sta per arrivare a festeggiare lo spettacolo, ad attendere sua protetta, l'aspirante poetessa Elizabeth. Che il destino di Hart non sarà felice, il film lo chiarisce fin dalle prime scene, ma Blue Moon cristallizza un commovente, delicato momento di consapevolezza, in cui Hart capisce di essere ormai "superato", intrappolato in un passato di gloria che lui stesso, complice l'alcolismo e un carattere intemperante, ha contribuito a distruggere. La presa di consapevolezza arriva graduale, rallentata dalla natura affabulatoria del protagonista, il quale mescola continuamente verità ed illusioni alimentate da una passata grandezza, aneddoti che lo vedono protagonista, sogni di gloria per il futuro e tantissime pennellate di umorismo nero, citazioni più o meno colte e una buona dose di malizia, che rendono i dialoghi particolarmente vivaci ma non meno "patetico", passatemi il termine, il povero Hart. Il modo in cui il protagonista apre gli occhi alla triste realtà, tra la freddezza malinconica di Rodgers e i fiumi di parole di un'adolescente in fregola che ha occhi solo per sé stessa e per le sue "crush" (tra le quali, ahimé, Hart non rientra) è una doccia fredda per lo spettatore, il quale si ritrova impossibilitato a provare altro che simpatia per lui, e la sciocca speranza che le carte possano tornare a girare in suo favore. 

L'impianto di Blue Moon è giustamente teatrale come il mondo in cui è ambientato, caratterizzato da un'intima unità di luogo, una serie di lunghi monologhi e qualche importante dialogo tra Hart e tutta una serie di co-protagonisti ed "extras", con un paio di gag imperniate su personaggi che sarebbero diventati importantissimi per la scena culturale americana. Il film è lo one man show di Ethan Hawke, aiutato giusto da un paio di trucchetti tecnici a riprodurre la fisicità di Hart (a volte il trucco riesce, altre meno; le poltrone, per esempio, sembrano innaturalmente grandi, ma le inquadrature atte a mostrare Hawke più basso di tutti gli altri attori sono perfette) ma, per il resto, impegnato nella performance della vita. L'attore ripropone tutti i vezzi di Hart, il suo modo di parlare e la sua ambiguità di fondo, profondendosi in un riuscito mix di poesia e trivialità, senza mai risultare macchiettistico, anzi; il suo personaggio acquista profondità nel tempo e se, all'inizio, Hart sembra solo un buffo fanfarone, verso il finale si avverte proprio il peso della vecchiaia, delle occasioni perdute, una malinconia che prelude ad una resa e che dona ulteriore profondità agli sguardi e ai gesti dell'attore. Il dialogo all'interno del deposito degli abiti è una delle mie sequenze preferite, per la verosimiglianza con cui un cuore colmo di amore e speranza si ritrae, si rimpicciolisce davanti allo spietato fulgore di una sincerità ingenua e crudele, affidata all'impossibile bellezza di Margaret Qualley, sempre più splendida ed irraggiungibile. Guardando quella scena, sfido chiunque ad ignorare il magone, a ricordare tutte le volte in cui ci si è sentiti stupidi, umiliati di fronte all'incapacità di capire che il nostro tempo era passato e, per certi versi, forse non era neppure mai arrivato. Lo ammetto, arrivata alla fine di Blue Moon non ero molto convinta di quello che avevo visto, forse perché da Richard Linklater non mi aspettavo qualcosa di così "tradizionale". Eppure, passata la notte che porta consiglio, ho scoperto di non riuscire a smettere di pensare alle emozioni dolceamare lasciate dal film, un'opera delicata e poetica alla quale vi consiglierei di dare una chance. 

CAST

Del regista Richard Linklater ho già parlato QUI. Ethan Hawke (Lorenz Hart), Bobby Cannavale (Eddie), Andrew Scott (Richard Rodgers) e Margaret Qualley (Elizabeth Weiland) li trovate invece ai rispettivi link.

mercoledì 3 luglio 2024

Hit Man - Killer per caso (2023)

Siccome ne parlavano tutti piuttosto bene, domenica sono andata a vedere Hit Man - Killer per caso (Hit Man), diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Richard Linklater a partire dall'articolo omonimo di Skip Hollandsworth.


Trama: Gary Johnson è un professore universitario che, per arrotondare, aiuta la polizia come consulente informatico. Un giorno è costretto a sostituire il "falso killer" utilizzato dalla polizia per arrestare chi pensa di far uccidere qualcuno e la sua vita diventerà molto più complicata...


Gary Johnson, persona realmente esistita, è passato alla storia come uomo in grado di assumere qualunque identità durante il suo lavoro come "falso killer" per la polizia. Un trasformista dalla vita interessante, che ha attirato l'attenzione di Linklater al punto da spingerlo a realizzare un film basato su di essa, con alcune ovvie licenze poetiche e, ricamata tutt'intorno, una riflessione sulle diverse pulsioni che governano l'animo umano. Banalmente, volendo trovare un messaggio a Hit Man, il film è un invito a non porsi dei limiti e cercare, per quanto possibile, di essere chi vogliamo, di costruirci un personaggio che possa farci stare bene e migliorare la vita, magari osando un po' di più, qualche volta, ché svolte impreviste possono portarci a futuri interessanti. Se posso dire, non saranno mai interessanti come quelli del Gary Johnson cinematografico, che si abbandona per amore a una delle sue tante identità di "falso killer", ovvero quella del duro dal cuore tenero Ron. Venendo meno alla tacita regola per cui i finti killer sotto copertura dovrebbero solamente assecondare i "clienti" e inchiodarli una volta ottenuta una somma fisica di denaro, Gary decide di aiutare la bella Madison e di dissuaderla dal far uccidere il marito; quando lei lo ricontatta, Gary si ritrova a dover indossare sempre più spesso i panni di Ron, tanto che la personalità di quest'ultimo arriva ad influenzare quella mite e solitaria dello sciapo professore universitario anche nella vita di tutti i giorni. Le vicende del protagonista sono molto coinvolgenti e la sceneggiatura di Linklater e Glen Powell è un giusto mix di commedia romantica, thriller e dramma, con esilaranti picchi di grottesco, soprattutto quando Gary è costretto a rapportarsi con un allucinante bestiario di squinternati americani, convinti dell'esistenza degli assassini su commissione. Al di là di alcuni interessanti discorsi freudiani sull'animo umano, ciò che mi ha fomentata di più guardando Hit Man è stato riflettere sulle implicazioni morali di simili, reali operazioni di polizia, che invece di "recuperare" o aiutare persone pronte a far uccidere qualcuno (quindi vittime di turbe psichiche oppure esasperate da violenze e situazioni disperate, non credo tutti siano pericolosi mostri pronti ad arrecare danno alla società), cercano di farle cadere in trappola. Per quanto il personaggio di Jasper sia deprecabile, è indubbio che Gary abbia aiutato Madison solo per il suo bel faccino, quindi tutte le accuse di ipocrisia lanciate dal poliziotto all'indirizzo del professore sono giuste e doverose, soprattutto perché tutti gli altri "clienti" del protagonista sono fortemente connotati in senso negativo, e questo è l'unico neo che mi ha impedito di parteggiare al 100% per Gary.


Detto questo, Gary è molto difficile da odiare. Dovete sapere che io ho una passione per Glen Powell, fin dai tempi del suo esilarante Chad di Scream Queens, uno di quei personaggi la cui assenza ha condannato la serie ad una drastica perdita di mordente nell'ultima stagione. Dovete anche sapere, però, che non l'ho mai considerato un grande attore, quanto piuttosto un simpatico babbeo dallo sguardo fisso, buono appunto per i ruoli da piacione ma niente più. Sono quindi rimasta estasiata nel poter testimoniare che quest'uomo sa recitare, e non solo ho apprezzato tantissimo i suoi mille travestimenti, ma anche e soprattutto i suoi tempi comici, gli aspetti drammatici del personaggio e le interazioni con la bellissima Adria Arjona. Tra i due attori c'è un'alchimia che li rende una delle coppie più credibili (ed invidiabili) viste di recente nello schermo, un giusto mix di sensualità e complicità, che esplode sia nella caldissima sequenza di seduzione al bar, sia nella mia scena preferita, quella della "doppia recita" via SMS, in cui entrambi danno il meglio, coadiuvati anche da una regia e un montaggio validissimi. Dopo tutto ciò che ho scritto, la cosa davvero importante da dire su Hit Man è che, almeno per quanto mi riguarda, ho ottenuto qualcosa che da parecchio non trovavo in un film visto al cinema, ovvero del sano divertimento. Hit Man è uno di quei film "semplici", ma non perché sia fatto a tirar via o tratti lo spettatore da scemo, quanto piuttosto perché è davvero di facile fruizione, è costruito e limato per fare venire voglia di riguardarlo, di trasformarlo in un piccolo instant cult, per regalare un po' di leggerezza e la soddisfazione di una sceneggiatura in cui torna tutto, anche il minimo dettaglio. Qui lo dico e qui lo nego, non lo ritengo il film dell'anno (e probabilmente non lo inserirei nemmeno tra i primi dieci), però posso dire di avere trovato una pellicola che consiglierei senza remore a chiunque, per una rilassante serata di divertimento intelligente che possa riconciliare col cinema anche i più refrattari!


Del regista e co-sceneggiatore Richard Linklater ho già parlato QUI mentre Glen Powell, che interpreta Gary Johnson ed è co-sceneggiatore, lo trovate QUA.


Austin Amelio
, che interpreta Jasper, era il Dwight di The Walking Dead. Se Hit Man - Killer per caso vi fosse piaciuto recuperate The Killer, In Bruges e Un piccolo favore. ENJOY!

martedì 17 dicembre 2019

Che fine ha fatto Bernadette? (2019)

Nonostante il trailer non mi avesse detto granché, ho comunque recuperato Che fine ha fatto Bernadette? (Where'd You Go, Bernadette?), diretto e co-sceneggiato dal regista Richard Linklater partendo dal romanzo omonimo di Maria Semple.


Trama: Bernadette, moglie, madre ed ex architetto in profonda crisi creativa, deve affrontare la sua condizione di reclusa volontaria e far ripartire la sua vita...


Come ho scritto sopra, il trailer di Che fine ha fatto Bernadette? non mi aveva invogliata molto, ma siccome Cate Blanchett ha ricevuto una nomination ai Golden Globe ed è un'attrice che solitamente adoro veder recitare, ho deciso di dare comunque una chance al film. Non me ne sono pentita, perché Che fine ha fatto Bernadette? non è per nulla malvagio, tuttavia è una di quelle opere che, per funzionare e diventare indimenticabile, avrebbe dovuto finire tra le mani di Wes Anderson, non di un Linklater in versione anonima. I personaggi, infatti, hanno tutte le caratteristiche tanto amate dal regista di Houston, soprattutto quello principale: Bernadette è un architetto geniale, vive in un ex collegio cattolico femminile che sta cadendo in rovina, è piena di tic e fobie che le impediscono di avere una vita normale, detesta la gente ma ha una figlia che la adora, è piagata da un passato di frustrazione professionale che non riesce a superare. Basterebbe questo a farla diventare un membro onorario de I Tenenbaum, per dire, e non è meno atipico il metodo scelto per riprendere tra le mani le redini della sua vita, ovvero una fuga in Antartide, probabilmente il luogo meno ospitale del mondo. Eppure, con tutto questo, parrebbe quasi di guardare un film perfetto per i pomeriggi di Canale 5 o Rete 4, con l'unica differenza che sì, Cate Blanchett è davvero brava e si è palesemente divertita un mondo a interpretare la "strana" Bernadette, riuscendo allo stesso tempo a conferire una dimensione umana a un personaggio con il quale è difficile relazionarsi al 100%, come dimostra il marito ormai incerto sulla natura della donna che ha sposato.


Il problema di fondo di Che fine ha fatto Bernadette, comunque, è proprio questo: il divertimento. La malattia di Bernadette non è così sciocca e banale: parliamo di una donna che ha vissuto per anni una carriera frenetica all'apice del successo e che ha finito per svuotarsi, per rinnegare il suo lato creativo diventando così una persona prona alla depressione e incapace di relazionarsi con altri che non siano la sua paziente, giovane figlia. La questione della malattia mentale viene trattata invece come un gioco, un plot device facile da superare con una fuga rocambolesca e un'ancor più rocambolesca arrampicata verso la libertà e il ritorno della creatività a lungo rifiutata. Il dramma umano di Bernadette rischia di passare completamente inosservato, sviscerato com'è in 5 minuti di monologo davanti a un attonito Laurence Fishburne oppure confidato dal marito a una psichiatra che si perde nel mucchio di guest star, e quello che rimane di Che fine ha fatto Bernadette? è semplicemente l'idea di una simpatica, eccentrica matta con qualche problemino di comunicazione e tutti i soldi che vuole per risolverli nel modo più atipico possibile, abbracciando un happy ending scontato che consolerà tutta la famiglia (per dire, nel romanzo si parla di una relazione tra il marito di Bernadette e la sua assistente, cosa che nel film è completamente assente, e il finale mi pare abbastanza "sospeso"). E' vero, le tragedie e la serietà a tutti i costi non sempre pagano, soprattutto in questi tempi così pessimisti, ma lo stesso vale per la volontà di essere leggerini a sproposito; non ho letto il romanzo di Maria Semple e magari poi il tono dell'opera cartacea è simile a quello del film, ma riguardo a quest'ultimo devo ammettere che l'avrei preferito un po' meno confuso sul registro da utilizzare, con buona pace di una Blanchett comunque bravissima.


Del regista e co-sceneggiatore Richard Linklater ho già parlato QUI. Kristen Wiig (Audrey), Cate Blanchett (Bernadette Fox), Billy Cudrup (Elgie Branch), Judy Greer (Dr. Kurtz), Laurence Fishburne (Paul Jellinek), Megan Mullally (Judy Toll) e Steve Zahn (David Walker) li trovate invece ai rispettivi link.



lunedì 12 gennaio 2015

Golden Globes 2015

Buon lunedì a tutti, ladies and gentlemen! Probabilmente a quest'ora non interesserà più a nessuno ma siete pronti a leggere le mie impressioni sui Golden Globes 2015? Quest'anno ho avuto ben poche soddisfazioni ed ero anche meno spinta a tifare (se mancano Quentin e Martin la fangirl che è in me si addormenta) ma almeno un paio di premi mi hanno strappato gridolini di felicità, altri mi hanno uccisa (il trattamento riservato a Fincher e Gone Girl è stato vergognoso!), altri hanno alimentato un'insana curiosità per i film che stanno per arrivare, si spera, in sala. Boyhood si conferma uno dei più papabili candidati ad ottenere almeno un paio di Oscar ma anche Birdman, che dovrebbe uscire da noi il 5 febbraio, e La teoria del tutto, che uscirà giovedì, sembrano abbastanza qualificati! ENJOY!


Miglior film - Drammatico
Boyhood (USA, 2014)
L'unico film che ho visto tra i nominati merita assolutamente la statuetta visto che è stato uno dei più belli dell'anno scorso!

Miglior film - Musical o commedia
Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel, USA/Germania/UK, 2014)
Mi sarei stupita del contrario! Ho adorato l'ultima pellicola di Wes Anderson e sono contenta che la giuria dei Golden abbia provato la stessa cosa. St. Vincent è carino ma non meritava neppure la nomination, mentre sono curiosissima per Birdman e Into the Woods, due dei film che aspetto di più per questa stagione!


Miglior attore protagonista in un film drammatico
Eddie Redmayne in La teoria del tutto
Redmayne non mi ha fatta impazzire negli altri film in cui l'ho visto ma sospendo il giudizio e segno questo La teoria del tutto, di cui parlano molto bene.

Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Julianne Moore in Still Alice
Primo colpo al cuore. Non ho visto Still Alice quindi non posso giudicare ma, santo Dio, DOVEVA vincere Rosamund Pike per quell'interpretazione fenomenale in Gone Girl! Cacca sulla giuria, a prescindere.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Michael Keaton in Birdman
Anche Birdman mi manca; sicuramente avrei gradito molto la vittoria dei fenomenali Christoph Waltz e Ralph Fiennes per Big Eyes o Grand Budapest Hotel ma siccome ho sempre amato Keaton mi fido e attendo Birdman con ancor più ansia!

Faccia da: toglietemi il Golden ma non il panozzo!
Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Amy Adams in Big Eyes
Mah, Christoph ha fatto di meglio tuttavia sono contenta anche per la Adams, anche perché mi sono persa le performance delle altre candidate (no ma bello questo blog, me ne rendo conto. Non so un cavolo!!!).


Miglior attore non protagonista
J.K.Simmons in Whiplash
Attore che apprezzo molto, film che non conosco, ahimé. Un po' mi spiace per il povero Ethan Hawke in Boyhood ma sono comunque contenta.

Miglior attrice non protagonista
Patricia Arquette in Boyhood
Forse il premio che più mi ha soddisfatta. Come sa chi ha letto il post dedicato al film, ho adorato la Arquette in Boyhood, spero che porti a casa anche l'Oscar!!

Miglior regista
Richard Linklater per Boyhood
Scende una lacrima a commemorare sia Fincher che Anderson, soprattutto il primo. Per carità, Linklater ha compiuto una grande impresa ma se confrontiamo la regia di Boyhood e Gone Girl non c'è davvero storia. A Boyhood poteva anche "bastare" il premio come miglior film, su.


Miglior sceneggiatura
Alejandro González Iñárritu, Armando Bo, Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone per Birdman
Niente, Birdman si riconferma il film DA VEDERE per questo 2015. Però almeno un "contentino" a Gone Girl potevano darlo, eh.

Miglior canzone originale
Glory di Common e John Legend, per il film Selma
Quelle di Lana Del Rey per Big Eyes e di Lorde per The Hunger Games - Il canto della rivolta sono due mattonate sulle balle; non ho ancora sentito Glory ma John Legend di base non mi spiace affatto!

Miglior colonna sonora originale
La teoria del tutto di Jóhann Jóhannsson
E mi toccherà guardarlo questo film, ho capito! Ringraziando il Signore quel noioso di Zimmer è rimasto a bocca asciutta per Interstellar che può soltanto sperare di rifarsi agli Oscar.

Miglior cartone animato
Dragon Trainer 2 (How to Train Your Dragon 2, USA 2014)
Prima che arrivino gli Oscar organizzerò un recupero sia del primo Dragon Trainer che di questo, giuro. Quest'anno, tra l'altro, non ho visto neppure uno dei nominati anche se Box Trolls mi intrigava parecchio.

Miglior film straniero
Leviafan (Russia 2014)
Come al solito, davanti al film straniero rimango in silenzio perché non ne conosco neppure uno. Questa storia di corruzione e disperazione mi intriga parecchio però, speriamo che Leviafan possa venire distribuito anche da noi!


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. Fargo scalza a sorpresa True Detective come miglior miniserie (e a questi punti dovrò recuperarle entrambe) e consente anche a Billy Bob Thornton di vincere l'ambita statuetta, Kevin Spacey porta a casa il Golden Globe per House of Card, Maggie Gyllenhaal fa sì che nemmeno quest'anno l'adorata Jessica Lange vinca per American Horror Story e il mio buon amico Toto sarà felice di sapere che Joanne Froggatt ha invece tenuto alto il nome di Downton Abbey. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

venerdì 7 novembre 2014

Boyhood (2014)

In questi giorni sono finalmente riuscita a guardare il film sulla bocca di tutti, Boyhood, diretto e sceneggiato nel 2014 (o meglio, girato nel corso di 12 anni) dal regista Richard Linklater.


Trama: il film segue letteralmente la crescita di Mason, dall'età di 5 anni fino ai 18, e le vicissitudini della sua disastrata famiglia...



Alla fine di Boyhood mi sono ritrovata a riflettere parecchio su quello che avevo visto, rimanendo sveglia nel letto più di quanto normalmente farei. In particolare, mi tornavano in mente le parole della madre del protagonista (una Patricia Arquette che dovrebbero far partecipare a più film) mentre, in lacrime, guarda il figlio partire per il college ed esclama queste parole, che riporto pari pari: "This is the worst day of my life. I knew this day would come, except why is it happening now? First I get married, have kids, end up with two ex-husbands, go back to school, get my degree, get my masters, send both my kids off to college. What's next? My own fucking funeral? [...] I just thought it would have been better." Pensavo solo che sarebbe stato meglio. Che cosa, il distacco? O forse la vita? In quanti l'abbiamo già pensato, in quanti lo penseremo davanti ai figli grandi, in quello che sarà "il peggior giorno", quando ci guarderemo indietro e penseremo a quali traguardi abbiamo raggiunto nella vita, SE li avremo raggiunti, e a quanto poco di emozionante ed importante ci rimarrà da fare? Il film si intitola Boyhood, il protagonista è il piccolo Mason, ma io ho focalizzato tutta la mia attenzione su quella madre che nella vita non ne ha mai azzeccata una, che è passata da un marito fannullone e sognatore a due ubriaconi della peggior specie e che, alla fine della fiera, si ritrova sola davanti all'amara verità dell'esistenza, una verità enunciata dall'ex marito e ripetuta come un mantra in svariate sequenze della pellicola: infanzia ed adolescenza sono una fucina di emozioni e sentimenti che, quasi inevitabilmente, l'età adulta incanalerà fino a farli affievolire e consumare, fiaccandoli con responsabilità, preoccupazioni, scelte, fallimenti, lavoro, famiglia, problemi economici e quant'altro.


La maggior parte di noi comuni mortali va al cinema per emozionarsi con storie straordinarie, pregne di significato, divertenti, paurose, per vivere un paio d'ore nei panni di qualcun'altro; Linklater ci "frega" e lo stesso ci cattura, realizzando un film che copre dodici anni di vita di un ragazzino e della sua famiglia, all'interno dei quali non succede nulla di particolarmente eclatante né vengono mostrati personaggi "speciali" o degni di particolare interesse ma "solo" uno spaccato di esistenza come ce ne sono milioni di altri all'interno della civiltà occidentale, con piccoli traguardi, pochi successi e troppi fallimenti. Laddove Malick trovava la poesia e la mano divina, Linklater mostra solo ciò che è prosaico, addirittura triste se vogliamo. So che sono una persona da bicchiere mezzo vuoto ma, ribadisco, al di là delle gite col papà, delle confidenze tra fratelli, delle feste e dei piccoli traguardi di Mason, quello che ho percepito guardando Boyhood è stata la costante e drammatica contrapposizione tra la speranza della giovinezza e la disillusione dell'età adulta; sequenze come quella in cui la madre di Mason neppure più sorride davanti ai ringraziamenti del ragazzo a cui ha cambiato la vita consigliandogli di iscriversi a scuola, quella in cui il padre ammette di essere stato costretto dagli eventi a diventare "quell'uomo noioso che tua madre avrebbe voluto" invece di continuare a vivere un'esistenza scapestrata o quella in cui il prof di Mason stronca con due inconfutabili parole ogni sua convinzione di essere speciale sono sequenze che mi hanno magonata più di quanto immaginavo possibile e che, neanche a dirlo, mi hanno messo addosso un indescrivibile ansia per il futuro e un incredibile rimpianto per ciò che poteva essere e che non è stato, per svariati motivi.


Per evitare di sprofondare nel disagio e nella depressione, da inguaribile cinefila mi tocca allora cercare conforto nell'inconfutabile bellezza di questo Boyhood, che trova fondamento in un lavoro incredibile durato dodici anni, dove l'affiatamento del cast dev'essere stato necessario e comprovato, quasi ai livelli di una famiglia. Mi tocca trarre forza dalla colonna sonora che, come nella vita reale, accompagna e rende indelebili i momenti più importanti dell'esistenza di Mason, sia quelli belli che quelli brutti, avvicinandolo maggiormente a quello strano padre-bambino il cui inquilino ha davvero accompagnato Bob Dylan in parecchi concerti. Mi tocca ripensare, ovviamente, alle belle e naturali sequenze con cui Linklater è riuscito a rendere fantastica anche la quotidianità; tra le mie preferite ci sono il dialogo tra Mason e la ragazzina in bicicletta, il saluto della petulante sorellina alla prima casa, lo sguardo verso i genitori dalla finestra, accompagnato dall'ingenua speranza che i due si possano rimettere insieme, i dialoghi solitari tra Mason e il padre (un favoloso Ethan Hawke) e, ovviamente, quel finale aperto in cui tutte le speranze del protagonista si cristallizzano in una camminata in mezzo alla natura, in un momento in cui il futuro è miracolosamente scomparso e c'è solo l'attimo. Quell'attimo che non siamo noi a dover prendere, perché è lui che prende noi, quando gli va. Avrei ancora mille cose da dire su Boyhood ma mi rendo conto che, per la natura stessa del film, sarebbero anche troppo personali e serie per un blog cazzaro come questo. Fatevi quindi il favore di andare a vedere una delle migliori pellicole dell'anno e abbandonatevi a tutte le sensazioni che vi potrà suscitare!


Del regista e sceneggiatore Richard Linklater ho già parlato QUI. Patricia Arquette (Mamma) ed Ethan Hawke (Papà) li trovate invece ai rispettivi link.

L'attrice che interpreta Samantha è Lorelai Linklater, figlia del regista: pare che intorno al quarto/quinto anno di riprese la ragazza avesse perso interesse verso il progetto e avesse chiesto al padre che il suo personaggio venisse ucciso ma ovviamente Linklater ha rifiutato! Se fosse stato invece il regista a morire davvero nel corso dei dodici anni del progetto, Ethan Hawke avrebbe preso il suo posto dietro la macchina da presa. Per concludere, se vi fosse piaciuto Boyhood non saprei davvero cosa consigliarvi di guardare vista la particolarità del progetto; scorrete la filmografia di Linklater e lasciatevi ispirare da questo eclettico regista! ENJOY!


giovedì 25 gennaio 2007

A Scanner Darkly - Richard Linklater (2006)

Ieri sera mi è capitato di vedere questo particolarissimo film di Richard Linklater....


Particolarissimo ovviamente per chi, come me, non aveva mai visto l'altro film del suddetto regista, Waking Life.

La trama è apparentemente lineare: Fred Arctor, agente della narcotici sette anni nel futuro (un bravissimo Keanu Reeves), infiltrato all'interno di un gruppo di consumatori della cosiddetta droga "M" , si ritrova costretto ad indagare su... sè stesso. Egli infatti è talmente allucinato ed assuefatto alla droga da non capire più chi sia in realtà, anche a causa di una tuta "deinvidualizzante" che protegge la sua identità.

Premesso che non ho nemmeno mai letto il libro di Philip K. Dick da cui il film è tratto, devo dire che sono stata colpita da due cose:

Primo, la tecnica utilizzata per girare il film, detta del rotoscopio computerizzato. Per chi non avesse mai visto un simile film,  in pratica esso viene girato dal vivo, con tecnica normale, poi in seguito, grazie ad un programma al computer, le immagini reali vengono trasformate in un cartone animato, creando uno strano effetto di irrealtà al contempo plausibile.. Questa tecnica è molto valida all'interno di un film che mostra il progressivo deterioramento mentale del protagonista, che non riesce più a distinguere dove finisca l'alluicinazione e dove cominci la realtà. Inoltre, una caratteristica della tuta "deindividualizzante" indossata da Arctor, è quella di cambiare connotati fisici ogni secondo, per impedire che le persone possano riconoscere l'agente infiltrato.. "Terribile" come dice appunto Reeves durante il film, tuttavia impossibile da rendere un continuo cambiamento di corpo e viso senza una tecnica simile...


Un altra caratteristica particolare del film è che non è la solita opera di fantascienza: non avendo mai letto il libro non posso fare paragoni, ma guardando il film, in più di un' occasione si ride per il cinismo e l'umorismo che sono presenti a piene dosi soprattutto durante le scene con i compagni tossici di Reeves, ovvero il divino Robert Downey Junior, Woody Harrelson e Rory Cochrane, al quale viene riservata la disgustosa scena di apertura in cui viene ricoperto da afidi che vede solo lui, esilarante e al contempo inquietante specchio dell'effetto della droga.

Insomma a tratti quest'opera potrebbe risultare tarantiniana per i dialoghi acuti e divertenti, soprattutto quelli messi in bocca all'assurdo tossico interpretato da Downey Junior (ma perchè non lo uitilizzano più spesso?), e a tratti filosofici (quelli di Keanu Reeves, che a volte pare ripiombare in atmosfera Buddhista Bertolucciana..), che rendono il film ancor più gradevole...


Senza contare che la trama alla fine è comprensibile, anche se tortuosa, e ciò non sempre accade in un film di fantascienza imperniato sull'uso di droghe...

Se vuoi condividere l'articolo