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martedì 16 aprile 2024

Monkey Man (2024)

Attirata da un trailer abbastanza zarro, sabato scorso sono andata a vedere Monkey Man, diretto, co-sceneggiato e interpretato dal regista Dev Patel.


Trama: a Mumbai, un uomo senza nome combatte sul ring con una maschera da scimmia. Il suo scopo, però, è la vendetta per una tragedia subita da bambino...


Ben vengano i film di menare! I quali, da John Wick in poi, sono usciti dalla nicchia ignorante in cui erano stati relegati dopo i gloriosi anni '80, per diventare uno dei generi più remunerativi dell'industria, a prescindere che si tratti di robetta divertente e poco tecnica, oppure di drammi più seri con attori, stuntman o registi che ne sanno a pacchi. Dev Patel, per esempio, è cintura nera primo dan di taekwondo, inoltre i suoi genitori hanno origini indiane, forse per questo ha deciso di coniugare la sua conoscenza delle arti marziali e il suo retaggio culturale dando vita a un film di menare profondamente radicato nella cultura indiana, al punto che scrivere questa recensione potrebbe essere un campo minato di ignoranza in materia. Ammetto, infatti, di non conoscere quasi per nulla la sterminata produzione cinematografica indiana, e mi dispiacerebbe parlare, come stanno facendo parecchie recensioni oltreoceano, di John Wick a Mumbai, quando magari i modelli di Patel erano altri; inoltre, ammetto di non sapere nulla dell'India, né delle mille caste, sottoculture, religioni che l'arricchiscono. Per dire che, a un certo punto del film, entrano in gioco gli Hijra, persone transgender e intersessuali (un tempo, anche eunuchi), che vivono in comunità ai margini della società, osteggiate dalla polizia e, in generale, poco riconosciute e rappresentate. Le comunità Hijra mi erano completamente sconosciute fino a domenica, e Monkey Man mi ha aperto letteralmente un mondo, ma l'intera figura del protagonista è basata sulla leggenda della divinità Hanuman, ci sono parecchi rimandi alle disparità della società indiana, e altri elementi folkloristici che un'occidentale ignorante come me rischia di lasciar cadere come mere note di colore, invece chissà quali significati hanno. Questo per dire che il problema di Monkey Man è quello di risultare un mero rip-off di John Wick per questioni superficiali di apparenza e stile, e che fuori da un contesto un po' meno ignorante si potrebbe apprezzare maggiormente la storia di vendetta e riscatto (già sentita e vista mille volte) che costituisce il canovaccio della sceneggiatura. Non che non si possa godere del film anche così, ci mancherebbe. Vedere un tizio incazzatissimo fare giustamente a pezzi chi ha condannato ad una fine indegna la madre e il luogo paradisiaco dov'è cresciuto  può far solo che bene, e se in mezzo ci sono della tamarreide e un allenamento fisico/mistico per diventare un super uomo-scimmia, ancora meglio.


A proposito di fisico "mistico", Dev Patel è tanta roba. Non me ne voglia Keanu Reeves, ma il nostro ha la fisicata d'ordinanza e si muove bene, non si può negare, benché forse la gamma espressiva richiesta dal personaggio del Monkey Man titolare non richiedesse le doti attoriali di Patel, maggiormente apprezzabile in altri ruoli. Diciamo che, a un certo punto, mi sono ritrovata come gli Hijra ad applaudire davanti agli allenamenti a suon di musica del protagonista, e non solo per la scelta interessante di ritmare i colpi in base alla cadenza dello strumento (altra scelta musicale che ho molto apprezzato, al di là di una colonna sonora che mescola roba tamarrissima a melodie che mi aspetterei in un film di Bollywood, è l'uso improprio di un coltello mentre nell'ascensore risuona Anna dai capelli ross.. ehm, Rivers of Babylon). Quello che contesto a Patel, attore, sceneggiatore e regista, è proprio il modo in cui utilizza la macchina da presa. Anche il montaggio isterico ha le sue colpe, per carità di Dio (che va bene essersi fatti due palle tante con Priscilla ma per poco non mi veniva da vomitare guardando Monkey Man), però quello che salta all'occhio è il fatto che Patel abbia scelto di non utilizzare nemmeno una singola inquadratura centrata. Ogni immagine del film prevede che il soggetto della stessa non sia mai centrale, ma appena un po' scostato verso destra, sinistra, o addirittura con la faccia tagliata in basso, oppure leggermente sfuocata, in ombra, nascosta nello sfondo, persa in visioni mistiche, quello che volete. Se mi dovessero puntare una pistola alla testa e chiedere se c'è un'immagine che mi è rimasta impressa direi di no, perché l'impressione generale che ho avuto di Monkey Man prima che cominciassi ad avere fastidio agli occhi causa sovraccarico sensoriale è quella di un'ipercineticità portata all'estremo. Un difetto forse trascurabile, ma che mi costringerà, prima o poi, a riguardare il film per essere certa di avere colto tutte le cose importanti. Nel frattempo, io ve lo consiglio, chissà che non vi venga voglia, dopo la giusta dose di botte, di imparare anche qualcosa sull'India e la sua variegatissima cultura!


Di Dev Patel, che è regista, co-sceneggiatore della pellicola e interpreta il protagonista senza nome, ho già parlato QUI, mentre Sharlto Copley, che interpreta Tiger, lo trovate QUA.


Se Monkey Man vi fosse piaciuto, recuperate la saga di John Wick. ENJOY!

sabato 20 luglio 2019

Luna... E oltre l'infinito: Europa Report (2013)


Cinquant'anni fa l'uomo metteva piede sulla Luna. Un piccolo passo per l'uomo, un grande passo per l'umanità, come si suol dire. Kris Kelvin del blog Solaris ha quindi proposto a noi blogger uniti di celebrare questo importantissimo anniversario con una giornata dedicata a quei film che parlano della conquista dello spazio, con tutto ciò che ne consegue. Io ho scelto così Europa Report, diretto nel 2013 dal regista Sebastián Cordero.


Trama: un gruppo di astronauti viene mandato ad esplorare una delle lune di Giove, Europa. L'emozione è tanta, sia a terra che sull'astronave, tuttavia presto le comunicazioni si interrompono a causa di inquietanti e pericolosi eventi...



Ero un po' terrorizzata all'idea di affrontare Europa Report, non tanto per la storia (sapete quanto la fantascienza mi tenga a distanza...) quanto per lo stile di regia con cui Sebastián Cordero ha scelto di raccontarla, l'odiato e stra-abusato found footage. Al primo accenno di ripresa da una telecamera interna dell'astronave ammetto di aver cominciato a sbuffare come un mantice ma fortunatamente, almeno in questo caso, la "tecnica" del found footage è perfettamente funzionale e concorre a riportare allo spettatore una sensazione di totale isolamento, di completa lontananza. Europa Report è infatti un gigantesco flashback attraverso il quale ripercorriamo la parziale disfatta di una spedizione incaricata di raccogliere dati dal suolo di Europa, una delle lune di Giove; fin dall'inizio del film sappiamo che la spedizione è andata malissimo, ce lo confermano le parole dolenti di una dei responsabili rimasti a terra, la quale si fa carico di presentarci la tragica documentazione pervenuta alla NASA come se Europa Report fosse una sorta di documento ufficiale o un documentario da diffondere al grande pubblico. Sotto i nostri occhi scorrono i primi, esaltanti momenti di familiarizzazione con gli strumenti di bordo e con i mezzi di comunicazione, quella gioia mista a terrore derivante dalla consapevolezza di essere i primi a tentare una missione così ardita, che porterebbe ad arrivare "là dove nessuno è mai stato prima", eppure c'è sempre quella spada di Damocle appesa sulla testa dei protagonisti, la consapevolezza che quella gioia sarà effimera. Attraverso piccoli incidenti, malfunzionamenti e difficoltà sempre più grandi e preoccupanti, l'atmosfera del film cambia e all'esaltazione subentra una disperazione serpeggiante, soprattutto dal momento in cui le comunicazioni con la Terra vengono interrotte e i nostri si ritrovano alla deriva nello spazio, senza possibilità di chiedere eventualmente soccorso ma anche, soprattutto, senza la possibilità di divulgare le importanti scoperte fatte nonostante tutte le difficoltà.


Questo è l'aspetto di Europa Report che più ho trovato interessante. L'obiettivo del film, che pur regala momenti di tensione e talvolta di puro terrore, non è scioccare lo spettatore con la scoperta di inquietanti forme di vita su Europa, quanto piuttosto mostrare la tenacia, al limite della follia, di un gruppo di astronauti che sono partiti per una missione e intendono portarla a termine, anche a costo di sacrificare le proprie vite, perché altrimenti anche la morte diventerebbe vana. I protagonisti di Europa Report sono dei "martiri" dello spazio, personaggi imperfetti ma integerrimi che perseguono la conoscenza e la sua diffusione fino all'ultimo respiro, ecco perché penso che un film come questo, al di là del genere, sia particolarmente adatto al discorso che intendeva portare avanti Kris. La conquista dello spazio, fino ad oggi, non ha portato alla luce i mostri della tradizione dell'horror sci-fi, tuttavia non so quanti astronauti, nemmeno dopo cinquant'anni dalla prima passeggiata sulla Luna, partano a cuor leggero e con l'assoluta certezza di tornare indietro, eppure si impegnano lo stesso nelle loro missioni, spinti dal profondo desiderio di far progredire ulteriormente l'umanità e la scienza. Al fascino innegabile delle profondità siderali si accompagna il terrore per un ambiente ostile, che rischia di uccidere una persona a causa di un piccolissimo buco su una tuta e dove non è tollerato il minimo errore umano, tanto che persino attività quotidiane come mangiare e stare in compagnia diventano dei lussi, una parentesi dal terrore necessaria per non impazzire. L'impressione di "familiarità" viene data dal cast molto affiatato, composto da volti noti e meno noti, la sceneggiatura (a differenza di quella di moltissimi found footage) è curata quanto basta per imbastire una storia e non solo un insieme di riprese o microepisodi montati alla bell'e meglio, tanto che ad ogni morte, ad ogni fallimento, ci si dispiace come se avessimo seguito la vicenda per mesi, non solo per l'ora e mezza messaci a disposizione. Avrete capito che non mi aspettavo nulla da Europa Report, invece l'ho apprezzato parecchio quindi mi sento di consigliarvelo e non solo per celebrare i cinquant'anni dello sbarco sulla luna!


Di Sharlto Copley (James Corrigan), Michael Nyqvist (Andrei Blok), Embeth Davidtz (Dr. Unger) e  Dan Fogler (Dr. Sokolov) ho parlato ai rispettivi link.

Sebastián Cordero è il regista della pellicola. Ecuadoregno, ha diretto film come Ratas, ratones, rateros e Crónicas. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 47 anni.


Daniel Wu interpreta William Xu. Americano, ha partecipato a film come Il giro del mondo in 80 giorni, L'uomo con i pugni di ferro e Tomb Raider. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 45 anni e un film in uscita.


Christian Camargo interpreta Daniel Luxembourg. Americano, ha partecipato a film come The Hurt Locker,  The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1 e Parte 2 e a serie quali Senza traccia, CSI - Scena del crimine, Ghost Whisperer, Numb3rs, Medium, Dexter, House of Cards e Penny Dreadful . Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 48 anni e un film in uscita.


Karolina Wydra interpreta Katya Petrovna. Polacca, ha partecipato a film come Be Kind Rewind, Crazy, Stupid, Love. e a serie quali Dr. House, True Blood, Twin Peaks: Il ritorno e Agents of S.H.I.E.L.D.. Ha 38 anni.


Anamaria Marinca interpreta Rosa Dasque. Romena, ha partecipato a film come Perfect Sense, Fury, Ghost in the Shell e a serie quali Doctor Who. Ha 41 anni e un film in uscita.


Ecco gli altri film che troverete nella rassegna:

Stories  (Uomini veri)
Deliria (Moon)
La Bara Volante (Capricorn One)
La Fabbrica dei Sogni (Mission to Mars)

Il Bollalmanacco di Cinema (Europa Report)

The Obsidian Mirror (Preludio allo spazio)
Non c'è paragone (Sunshine)
Director's cult - Moon
Il Zinefilo (Stazione Luna)
Non quel Marlowe (Il finto sbarco lunare)
Fumetti Etruschi (Comunisti sulla Luna)
Gli Archivi di Uruk (Primi sulla Luna!)
30 anni di Aliens (La Luna nell'universo alieno)
Il CitaScacchi (Scacchi verso la Luna)
IPMP: Locandine italiane d'annata (Stazione Luna)
SOLARIS (Contact)

martedì 24 aprile 2018

Free Fire (2016)

Uno sfortunato incidente accorso nel periodo Natalizio è coinciso con la possibilità di passare del tempo bloccata in casa a guardare film... quindi, per cominciare, ho deciso di recuperare Free Fire, uscito in Italia (ma non a Savona) a inizio dicembre e diretto nel 2016 dal regista Ben Wheatley, anche co-sceneggiatore.


Trama: uno scambio di armi e denaro non va per il verso giusto e i coinvolti cominciano a spararsi, diffidenti l'uno dell'altro...



Immagino che tutti ricorderete il finale de Le Iene, uno stallo in cui i protagonisti, alla fine, si ritrovano l'uno contro l'altro e si sparano a vicenda. Fine. Ecco, Free Fire prende la sparatoria, l'allunga per un'ora e mezza e la trasforma in un film divertente, movimentato, angosciante e bellissimo. Merito di Ben Wheatley (e della moglie alla sceneggiatura), regista col quale ho un rapporto controverso ma che non si può dire abbia mai sbagliato un film o, meglio, che non sforni qualcosa di particolare e zeppo di personalità ogni volta. Free Fire, per esempio, poteva essere una tamarrata unica, perché la base è quanto di più action e banale ci sia al mondo: ci sono due gruppi di malviventi, un gruppo vuole i fucili, l'altro vuole i soldi, una persona fa l'intermediario. La fiducia reciproca è poca, già di partenza, e ovviamente succede qualcosa che innesca la miccia della tensione e trasforma una fabbrica abbandonata in un terreno di guerra dove tutti i protagonisti hanno come obiettivo la sopravvivenza e la morte di qualcun altro, vuoi per vendetta, vuoi per antipatia, vuoi per puro e semplice interesse personale. In un film banale (leggi: in un action USA) probabilmente la fabbrica ad un certo punto esploderebbe oppure ci sarebbe il macho man della situazione che, rimediando giusto una ferita sul finale, si ergerebbe su tutti i coinvolti scrollandosi di dosso le pallottole come acqua, qui la situazione è invece un po' diversa. Tanto per cominciare, i protagonisti di Free Fire sono uno più cretino dell'altro. Vanesi, innamorati della propria voce e al 90% ignoranti delle regole base di convivenza criminale se non addirittura pesci piccoli dal carattere rissoso, sembrano dei bambini impegnati in un gioco da adulti. Quando cominciano a volare le prime pallottole, una bellissima sequenza ce li mostra sconvolti, con un ralenti impietoso ad inquadrare corpi non tanto pronti ad armarsi a loro volta bensì desiderosi di allontanarsi dalla prima persona colpita, diretti verso qualunque riparo in grado di offrire salvezza perché consapevoli che la situazione sta per buttare molto, molto male. Da lì comincia un'ininterrotta sinfonia di pistole che sparano, gente che urla (di dolore ma anche per minacciare, chiamare i compagni, manifestare la propria disperazione o semplicemente rompere le palle al prossimo) e John Denver che canta, qualcosa che non solo non da tregua ai personaggi ma nemmeno allo spettatore.


Se l'idea di ambientare il tutto negli anni '70 è un raffinato tocco di classe che delizia gli occhi con costumi e pettinature a tema (e soprattutto impedisce ai protagonisti di avere un cellulare!), quella di utilizzare una fabbrica abbandonata è funzionale alla trama stessa. La scenografia, oltre a essere molto evocativa, è piena di nascondigli di fortuna ma anche di piccole cose in grado di far male e vedere i personaggi costretti a strisciare in mezzo ai vetri, le schegge di legno o i cocci di cemento crea un immediato senso di fastidio; ovviamente, la cinepresa di Ben Wheatley indugia su ogni espressione di dolore, su ogni ferita e persino sulle pallottole ma di tanto in tanto si allarga a mostrarci per intero il "campo da gioco" e le posizioni dei vari giocatori, rannicchiati dietro protezioni di fortuna, mentre un montaggio serratissimo porta quasi a voler chinare la testa per paura che una pallottola possa raggiungere persino noi spettatori. Gli attori, poi, sono perfetti. Assieme ad alcuni caratteristi che si imprimono a fuoco nella memoria pur senza avere un nome di richiamo, ci sono attori più conosciuti come Cillian Murphy, Armie Hammer e Brie Larson che interpretano alla perfezione i loro personaggi e soprattutto c'è Sharlto Copley. Ora, voi forse non avete idea di quanto fossi arrivata non sopportare Copley ma qui è decisamente il migliore del mazzo con quei baffoni assurdi e quell'accento caricatissimo (dal mio umile punto di vista Free Fire perde almeno cinque punti doppiato in italiano. Poi, fate voi) che lo rendono un personaggio esilarante ma, ovviamente, da non sottovalutare. L'inglesotto Ben Wheatley si riconferma dunque Autore a tutto tondo da tenere sottocchio. Magari non facile (anche se in questo caso fortunatamente non mi è esploso il cervello come con High Rise o Kill List) ma comunque originalissimo e pronto a sperimentare, oltre che dannatamente bravo. Di questi tempi è quasi un miracolo!


Del regista e co-sceneggiatore Ben Wheatley ho già parlato QUI. Sam Riley (Stevo), Michael Smiley (Frank), Brie Larson (Justine), Cillian Murphy (Chris), Armie Hammer (Ord), Sharlto Copley (Vernon), Noah Taylor (Gordon) e Jack Reynor (Harry) li trovate invece ai rispettivi link.

Enzo Cilenti interpreta Bernie. Inglese, ha partecipato a film come e a serie quali Kick-Ass 2, Guardiani della galassia, La teoria del tutto, Sopravvissuto - The Martian, High Rise e a serie come Il trono di spade. Anche produtore, ha 44 anni.



Babou Ceesay, che interpreta Martin, ha esordito al cinema con l'esilarante Tagli al personale. A Luke Evans era stato offerto il ruolo di Vernon ma l'attore ha dovuto rinunciare in quanto impegnato sul set de La bella e la bestia e anche Olivia Wilde ha declinato l'invito a partecipare al film. Se Free Fire vi fosse piaciuto recuperate Le iene, The Departed e Green Room. ENJOY!

martedì 10 giugno 2014

Maleficent (2014)

Come avrete capito ieri, è tempo di Crossposting! Dopo il post doppio su La bella addormentata nel bosco, io e Acalia Fenders del blog Prevalentemente Anime e Manga abbiamo deciso di completare l'opera parlando dell'ultima fatica live action della Disney, Maleficent, diretto dal regista Robert Stromberg. IL POST DI ACALIA POTETE TROVARLO QUI.


Trama: La fata Malefica, dopo un orribile tradimento, abbraccia la via dell'oscurità e maledice la figlia neonata del Re Stefano, suo acerrimo nemico. Aurora, come vuole la fiaba, cresce in bellezza, intelligenza e dolcezza... Malefica rimarrà immune al suo fascino o nel petto della strega batte ancora un cuore?


Che dire. Maleficent è ben fatto. Nonostante l'ausilio di un 3D che scurisce la fotografia e rende quasi incomprensibili alcuni passaggi, la pellicola del premio Oscar per la scenografia Robert Stromberg è, giustamente, uno spettacolo per gli occhi fatto di meravigliosi esseri fatati, terribili mostri e splendidi paesaggi di squisita irrealtà che potrebbero tranquillamente affiancarsi a quelli nati dalla mente di Tolkien. Poi, ovviamente, c'è Angelina Jolie. Come descrivere questa meravigliosa dea alata che si staglia in volo contro il tramonto, chiaro simbolo di libertà e vittoria? Come descrivere il suo aspetto regale, la caustica freddezza e la malvagia ironia che guizzano negli inquietanti occhi di Malefica o l'incredibile perfezione di una bocca che pare dipinta da un artista? Verrebbe voglia di prenderla a schiaffoni sugli zigomi da tanto è gnocca nonostante le corna che porta in testa, maledetta lei, che catalizza l'intera attenzione dello spettatore mentre qualunque altro attore utilizzato nella pellicola fa la figura della rana pescatrice, del nuovo mostro lasciato a piede libero! Come si può, infine, non apprezzare la Disney per la progressiva demolizione dell'antiquato concetto di "amore a prima vista", già cominciata col bellissimo Frozen - Il regno di ghiaccio e proseguita in questo Maleficent con il chiaro intento di espandere il concetto di "amore" a tutte le manifestazioni di affetto, che sia di coppia, fraterno o materno (ora manca giusto un'apertura alla bisessualità ma insomma, immagino questo non avverrà mai!)? Tutte gran belle cose, nevvero? Ecco, godetevele finché potete perché adesso parliamo del motivo per cui Maleficent, in definitiva, è stato per me un gran diludendo.

L'Orrore.
Ora, immaginate che Ursula, l'esilarante e terribile strega de La Sirenetta, fosse in realtà una filiforme ed apprezzatissima cantante sottomarina. Un giorno arriva Tritone e le fa bere una pozione che la rende grassa e priva di voce, solo per poter mettere sul palco una sua protetta come farebbe un qualsiasi politico italiano. Ursula, divenuta non solo inguardabile ma anche malvagia, per rovinargli la vita decide di rifarsi sulla figlia Ariel ma vedendo che, in effetti, la giovinetta è sì un po' svampitella e nescia ma fondamentalmente buona, a poco a poco si pente e decide di aiutarla a coronare il suo sogno di vivere sulla terra e sposare il principe Eric. Tritone, in tutto questo, non pago di avere rovinato la vita alla povera Ursula che si faceva i fatti suoi, non smette di tormentarla senza un motivo apparente e, così facendo, perde la sua dignità di Re, scettro, corona e compagnia cantante, col risultato che al granchio Sebastian tocca salire sul trono dopo che Tritone si è soffocato coi tentacoli di Ursula cercando di ucciderla. Bella schifezza di storia, vero? Vi sento già inveire contro una simile bruttura ma sappiate che la storia di Maleficent, il fantomatico "retroscena" che dai trailer prometteva cattiveria, malvagità, epiche battaglie e terribili esempi di giustissima vendetta, è in realtà un insieme di enormi punti interrogativi grondanti melassa. Anzi, veramente l'unico punto interrogativo è Re Stefano, il personaggio peggio scritto dell'intera storia della Disney. Uno che, senza fare troppi spoiler, si ritrova a passare dallo status di simpatico e corretto comprimario a quello di merda talmente patentata che farebbe rabbrividire Jafar, Scar, Majin-Bu e financo Mick Taylor, un uomo talmente bolso (grazie Sharlto Copley, poi torniamo a parlare di te!!), stronzo, inutile e assurdamente incarognito che più di una volta mi sono ritrovata ad allargare le braccia sconsolata esclamando "Ma perché??!! Che senso ha??!". La cosa più sciocca del film, infatti, è che per imprigionare Malefica in un bozzolo di stucchevole melassa si è deciso d'amblé di trasformare il resto del cast in una banda di bizzosi, incapaci decerebrati, a partire dalle fatine per arrivare al principe mollo, sul quale stenderei un velo pietoso.


Dici, vabbé, la storia è imbarazzante e la caratterizzazione dei personaggi, salvo Malefica e il corvo Fosco, è anche peggio ma almeno gli attori saranno bravi? Oddio, diciamo che si vede la mano di Angelina Jolie come produttrice. La futura signora Pitt, assente dallo schermo da almeno 4 anni, evidentemente dev'essersi guardata allo specchio e, in un momento di follia, dev'essersi fatta venire delle paranoie da adolescente perché il cast di contorno è formato dagli attori più brutti e mosci esistenti in circolazione. Persino Elle Fanning, normalmente capace e bellina, si limita a sfoggiare un sorriso berlusconiano per l'intera durata della pellicola, gareggiando in espressività con la muraglia spinosa creata dalla strega Malefica. Delle fatine, interpretate da attrici del calibro di Imelda Staunton e Juno Temple, non voglio nemmeno parlare, provo imbarazzo per loro poveracce, quindi mi limiterò a lanciare altri strali sulla rara bruttezza di Sharlto Copley, assolutamente inadatto ad interpretare Re Stefano, e sulla faccia morta di sonno di Brendon Thwaites, che già mi aveva convinta poco in Oculus ma che qui ridefinisce il concetto di inutile calandosi nei panni del bell(?)addormentato Filippo. E a proposito di Stefano e Filippo. Adattatori miei, sembrava di guardare un episodio di Sensualità a Corte, mancavano solo Jean Claude e Cassandra perché, purtroppo, anche il termine Fata Madrina è stato usato più e più volte: lasciare Stefan e Philip vi faceva tanto schifo? Tanto quale bambino si ricorda più i nomi usati nel cartone animato Disney? Più che altro, i bimbi e gli adulti che li accompagnano ricorderanno ancora la storia originale che, per quanto non priva di difetti, era sicuramente più bella di questa Merolata in cui il sonno di Aurora non dura nemmeno due ore e tutta la magnifica perfidia di una delle più belle villain disneyane evapora in una nube di fumo verdastro. Che peccato, che occasione sprecata. Ridatemi Julia Roberts e Charlize Theron, loro sì che erano veramente Malefiche!!

- 'zzo vuoi? Sono cattiva. Ti mangio. Roargh.
- Ma piantala, dai, mammina. Tanto non ti crede nessuno..
Di Angelina Jolie (Malefica), Elle Fanning (Aurora), Sharlto Copley (Stefano), Imelda Staunton (Giuggiola), Juno Temple (Verdelia) e Brenton Thwaites (Principe Filippo) ho già parlato ai rispettivi link.

Robert Stromberg è il regista della pellicola (subentrato a Tim Burton prima e David Yates poi), al suo primo film. Americano, è maggiormente conosciuto come responsabile degli effetti speciali e direttore della scenografia (ha vinto due Oscar, uno per Avatar e uno per Alice in Wonderland).


Sam Riley interpreta Fosco. Inglese, ha partecipato a film come Control, On the Road e Byzantium. Ha 34 anni e un film in uscita.


Vivienne Jolie - Pitt, figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt, compare nei panni della piccola Aurora perché era l'unica bambina a non avere paura della Jolie in versione Malefica (si dice che persino gli altri figli della coppia fossero terrorizzati dalla visione). Tra gli attori "scartati" invece figurano Emma Thompson e Judi Dench, prese brevemente in considerazione per il ruolo delle fate, Jude Law (che, a mio modesto parere, come Re Stefano sarebbe stato molto ma molto meglio di Sharlto Copley) e Miranda Richardson, che avrebbe dovuto interpretare la Regina Ulla, zia di Malefica, personaggio poi eliminato dalla pellicola. Detto questo, se Maleficent vi fosse piaciuto non mancate di recuperare La bella addormentata nel bosco, Frozen - Il regno di ghiaccio e Biancaneve. ENJOY!


giovedì 22 agosto 2013

Open Grave (2013)

La nuova stagione cinematografica sta iniziando ma in sala c'è ancora qualche rimasuglio estivo. E se tutti i rimasugli fossero di questa caratura il mondo sarebbe un posto migliore perché Open Grave, diretto nel 2013 dal regista Gonzalo López-Gallego, è davvero un ottimo film.


Trama: un uomo si sveglia in una fossa piena di cadaveri. Ferito e senza memoria alcuna, viene tratto in salvo da una misteriosa ragazza che lo conduce da altre persone rifugiate in una casa e nelle sue stesse condizioni. Mentre gli sventurati protagonisti cercano di ricordare cosa li avesse portati lì i boschi circostanti cominciano a palesare oscuri e pericolosissimi segreti...


La recensione di Open Grave sarà brevissima e assolutamente priva di spoiler perché l'unico modo di godersi appieno la pellicola è quello di non sapere nulla della trama o del genere di "orrore" che i protagonisti andranno ad affrontare. Questo perché, un po' come succedeva in Quella casa nel bosco, la forza di Open Grave sta nel modo in cui la sceneggiatura asseconda i cliché a cui sono abituati gli aficionados del genere e gioca con essi creando un piacevole effetto spiazzante. Lo spettatore scafato, quale penso di essere, si diverte così a snocciolarsi nella mente le ipotesi più probabili, ad indovinare la natura del pericolo che i protagonisti devono affrontare e a cercare di capire chi dei "sopravvissuti" è buono e chi è cattivo. Vi assicuro che Open Grave riesce ad interessare, incuriosire, inquietare e sorprendere per più di metà della sua durata; solo verso le ultime battute si riesce più o meno a prevedere dove andrà a parare il finale ma fino a quel momento ci si è appassionati così tanto che questo difetto (così come un altro paio di soluzioni "comode" che spuntano qua e là nel corso del film) viene facilmente perdonato.


Per quanto riguarda la realizzazione, chapeau. Quando ho capito dove avevo già sentito il nome di Gonzalo López-Gallego sono rimasta stupita perché non avrei mai collegato la regia fluida, le inquadrature per nulla banali, un paio di sequenze dove colonna sonora e ralenti si fondono alla perfezione e la bellezza di alcuni flashback al quel grezzume scuro che era Apollo 18. Certo, qui è anche merito di una fotografia nitida e pulitissima, ma il salto di qualità è comunque notevole. E' interessante anche come sia la regia che la sceneggiatura si soffermino spesso su dettagli e ripetizioni apparentemente inutili che acquistano invece maggior senso mano a mano che il film prosegue, inoltre anche gli attori coinvolti sono molto bravi. Detto questo, non mi va di aggiungere altro perché ho paura di sciupare l'importante effetto sorpresa. Se avete un minimo di fiducia nel Bollalmanacco ciò dovrebbe bastarvi per spingere a recuperare questo delizioso horror indipendente (che tra l'altro credo sia uscito solo in Italia, possibile??), imprevista e gradita chicca di un'altrimenti DIludente estate cinematografica!


Del regista Gonzalo López-Gallego ho già parlato qui. Sharlto Copley, che interpreta John, lo trovate qua.

Joseph Morgan interpreta Nathan. Inglese, ha partecipato a film come Master and Commander, Alexander e alla serie The Vampire Diaries. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 32 anni e due film in uscita. 


Thomas Kretschmann interpreta Lukas. Tedesco, ha partecipato a film come La sindrome di Stendhal, Blade II, Il pianista, La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler, King Kong, Wanted – Scegli il tuo destino, Hostel III, il Dracula di Dario Argento e alle serie L’ispettore Derrick, Relic Hunter e 24, inoltre ha lavorato come doppiatore per Cars 2. Ha 51 anni, cinque film in uscita e parteciperà all’imminente serie Dracula nei panni di Van Helsing.


Tra gli altri attori, Josie Ho (la straniera muta) aveva già partecipato a Contagion mentre Max Wrottlesley (Michael) è comparso in Hugo Cabret. Il film non dev’essere inoltre confuso con Open Graves, horror del 2009 con Mike Vogel ed Eliza Dushku, che il bellissimo blog CinemaOut definisce addirittura scadente, cosa che invece non è Open Grave. Quindi attenzione e… ENJOY!!


lunedì 21 giugno 2010

The A - Team (2010)

Al cinema in questo periodo non danno davvero nulla. Si può giusto sperare di non incappare in qualcosa di troppo orrendo, partendo da casa senza troppe pretese e con molta voglia di staccare il cervello; con questo stato d’animo non si rimane delusi nemmeno da un filmetto “estivo”, anzi IL filmetto estivo dell’anno, ovvero The A – Team di Joe Carnahan. Avviso: la recensione che segue non viene scritta da una superfan della serie, quindi mi scuso con i puristi.


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Trama: un gruppo di quattro militari pluridecorati ma decisamente fuori dagli schemi portano a termine con successo innumerevoli e difficili operazioni finché non vengono incastrati e messi in prigione. Un bieco agente della CIA li fa evadere e ai nostri non resta che capire chi li ha fregati in primo luogo, e ovviamente cercare di riabilitare i loro nomi.


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L’A-Team era uno di quei telefilm che guardavo ogni tanto la mattina d’estate mentre cercavo di studiare o fare i compiti delle vacanze. Ho sempre apprezzato l’alchimia dei personaggi, le trame assolutamente improbabili e la tamarraggine di Mr. T oltre ad una buona dose di piacioneria di tutti i coinvolti, Hannibal in primis, sempre con quel suo cubano stretto tra i denti “no matter what”. Gli episodi però duravano un’oretta al massimo, e creare un’avventura che potesse tenere gli spettatori sulle poltrone per quasi due ore non dev’essere stata cosa facile per gli sceneggiatori del film. In effetti la trama di quello che alla fine è un prequel della serie è una belinata, mette in mezzo nientemeno che Saddam Hussein (che, ammettiamolo, una volta morto non è proprio il re degli spauracchi…), delle matrici per creare dollari falsi e i soliti tre o quattro personaggi ambigui che, in teoria, dovrebbero portare lo spettatore a chiedersi: ossegnur, ma chi sarà il cattivo?? Eh, chi vuoi che sia, il Babau…


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Archiviata la trama come la fuffa che è, cosa rimane per rendere il film se non altro apprezzabile? Tutto il contorno di battute, tic, esplosioni, fughe improbabili, spacconate e frasi fatte che hanno reso un cult la serie televisiva. Una volta che il cervello si è disposto ad accettare il fatto che del kevlar possa sciogliersi (Gesù…), che un elicottero possa volare a testa in giù, e che un carro armato possa fare la stessa cosa a patto che si abbiano abbastanza munizioni da lanciare per creare lo spostamento d’aria, allora si entra nel mood giusto per potersi godere il film, che è molto ironico e simpatico (non demenziale quanto lo Starsky & Hutch con Ben Stiller ovviamente…) e costellato di momenti decisamente esilaranti, soprattutto quelli legati ai personaggi di “Cane Pazzo” Murdock, che è molto più folle che nel telefilm, e B.A. Baracus, un bambinone terrorizzato all’idea di dover volare che puntualmente viene messo k.o. da droghe e affini. Anche i “cattivi” sono abbastanza divertenti, soprattutto il bieco Pike, interpretato da un attore, co-sceneggiatore del film, che è espressivo da morire (per contro Jessica Biel è messa lì a mò di sacco di patate..). Quanto alla realizzazione non è malvagia, e per fortuna la regia si discosta dallo stile videoclip; ho molto apprezzato la scelta di alternare le spiegazioni dei complessi piani del team all’effettiva realizzazione degli stessi, con le parole e gli schemi che si sostituiscono naturalmente all’azione e viceversa. Bellissimo anche l’omaggio al telefilm originale, con Murdock che riceve un dvd 3D introdotto proprio dalla storica sigla.


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L’unico neo di un film che poteva per lo meno essere apprezzabile, anche da chi non avesse mai visto la serie (è impossibile, è come se facessero un film tratto da La signora in giallo o da L’ispettore Derrick: una volta nella vita, grazie alle 700 repliche estive, sarete incappati in qualcuno di questi telefilm!) è la scelta di usare Liam Neeson per interpretare Hannibal Smith. Pedante, mollo e noioso, non ha nemmeno un terzo del carisma che aveva lo storico George Peppard e poi si lancia in un improbabile inno a Gandhi e alla non violenza durante una conversazione con Baracus. Terribile. Terribile, soprattutto per i fan, è anche lo scempio dell’immancabile furgone nero di B.A., che viene sfasciato all’inizio e lasciato “morto” per tutto il resto del film. Per il resto, pollice su per Bradley Cooper nei panni di Sberla. Credo che avrei guardato molto più volentieri il telefilm se ci fosse stato lui anche all’epoca! In poche parole: se volete passare una serata senza pretese guardatelo, ho visto molto di peggio.


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Di Patrick Wilson, che interpreta l’agente Lynch della CIA, ho già parlato qui.

Joe Carnahan è il regista e anche sceneggiatore della pellicola. Trentunenne, ha girato poche pellicole a me sconosciute prima di cimentarsi in A – Team.


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Bradley Cooper interpreta quel bel pezzo di figliolo di Templeton “Sberla” Peck. Non nascondo di avere un debole per questo ragazzone fin da quando interpretava il giornalista nella serie Alias, e sono contenta che ora compaia in tanti film. Tra le sue pellicole ricordo l’interessante My Little Eye e The Wedding Crashers; ha inoltre partecipato a episodi di Sex & The City, Law & Order, Kitchen Confidential (sì, credo di averlo visto solo io…), Nip/Tuck. Americano, ha 35 anni e tre film in uscita.


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Liam Neeson interpreta John “Hannibal” Smith. L’attore irlandese, nonostante vanti un curriculum di tutto rispetto culminato con la nomination all’Oscar per il suo ruolo in Schindler’s List, a partire dagli ultimi anni ’90 si è gettato a capofitto in filmetti che non gli rendono giustizia. Lo potete trovare in Excalibur, Il Bounty, Mission, High Spirits – Fantasmi da legare, Darkman, Nell, Rob Roy, Michael Collins, I Miserabili, Haunting – Presenze, Gangs of New York e Batman Begins; ha partecipato a un episodio di Miami Vice e come doppiatore ha lavorato ne I Simpson, Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio (dove prestava la voce all’orrendo leone Aslan, così come nel seguito, Il principe Caspian) e Ponyo sulla scogliera. Ha 58 anni e tre film in uscita.


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Quinton “Rampage” Jackson interpreta B.A. Baracus. Quasi sconosciuto come attore(tra i suoi pochi film conosco giusto The Midnight Meat Train, che devo ancora vedere peraltro!!), ma sicuramente adatto nel ruolo di Baracus, è un campione di arti marziali miste assai famoso tra gli appassionati, direi. Americano, ha 32 anni e il suo soprannome significa Furia. Aiuto…


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Sharlto Copley interpreta Murdock. Originario del Sudafrica, anche questo attore è praticamente un esordiente, e l’unico film che conosco tra quelli da lui interpretati è il controverso District 9. Ha 37 anni.


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Jessica Biel interpreta Charisa Sosa. Ennesima rappresentante delle mille sciacquette hollywoodiane che ci propinano di questi tempi per rinverdire i fasti di pellicole adatte ai teenagers sbavanti, la ricordo per l’orrendo remake di Non aprite quella porta ed Elisabethtown. Ha doppiato un episodio de I griffin e partecipato al tediosissimo Settimo cielo. Ha 28 anni e due film in uscita.


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E ora le solite curiosità: nel film compaiono due dei membri dell’ A – Team originale, Dwight Schultz (Murdock) e Dirk Benedict (Sberla), in due piccolissimi cameo; Mr. T ha rifiutato visto che, a suo avviso, non c’era motivo di tornare se non come B.A. Baracus, mentre George Peppard, ovvero Hannibal, è morto nel 1994 . A proposito di attori, adesso mi inc***o: vorrei sapere chi è l’idiota che ha messo Liam Neeson ad interpretare Hannibal quando in lizza c’era un Bruce Willis che non avrebbe affatto sfigurato e mi avrebbe spedita al cinema senza pensarci troppo su. Se vi è piaciuto il film, comunque, recuperate Starsky & Hutch con Ben Stiller, vi farete delle grasse risate. Vi lascio ora con la sigla originale di The A - Team... ENJOY!!






 


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