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venerdì 4 luglio 2025

2025 Horror Challenge: Specie mortale (1995)

La challenge horror di oggi predeva il recupero di un film uscito nel 1995, quindi ho scelto Specie mortale (Species), diretto dal regista Roger Donaldson, che compie 30 anni proprio tra un paio di giorni. 

Il post, anche se non avrei voluto perché il film in questione è parecchio brutto, serve anche a commemorare Michael Madsen, una delle mie grandissime crush cinematografiche nonché emblema di uomo estremamente cool, che è purtroppo morto ieri. Ci vediamo nei film, Michael, ballando leggeri e strafottenti sulle note di Stuck in the Middle With You.


Trama: Sil, ibrido femmina tra umano e alieno, fugge da un laboratorio di ricerca a seguito del tentativo degli scienziati di ucciderla. Sviluppatasi da bambina a donna nel giro di un paio di giorni, Sil si mette in cerca di un uomo con cui accoppiarsi e generare un figlio, lasciandosi dietro una scia di cadaveri...


Aah, che belli gli anni nov... ehm. No, nemmeno gli '80 erano belli ma, Cristo, la monnezza che hanno prodotto i '90. Specie mortale è uno di quei "simpatici" horror sci-fi ad altissimo budget e zeppo di facce famose che non è invecchiato male, di più, e questo nonostante abbia ottenuto tutto ciò che si era sicuramente prefissato, ovvero fare soldi a palate e generare un'infinità di seguiti. Diciamo che, di base, ricordo un battage pubblicitario che puntava essenzialmente sulla bellezza sensuale di Natasha Henstridge, e immagino che chi sia andato al cinema a vedere Specie mortale per godere della vista dell'attrice sia tornato a casa soddisfatto. In realtà, Specie mortale è molto castigato in questo, perché non ha il coraggio dei thriller erotici di fine anni '80 e dell'inizio della decade successiva, e si limita a mostrare la  Henstridge e seno nudo o mentre si profonde in tre amplessi (tra i quali due tentativi che si limitano a una limonata "spinta") sensuali quanto una puntata di Arriva Cristina. Il resto è un "vorrei ma non posso", ovvero un film estremamente maschilista imperniato su una creatura aliena, guidata dall' imperativo genetico dell'accoppiamento a scopo riproduttivo, la quale, in quanto donna, non può perseguirlo senza uccidere i malcapitati che le capitano sotto mano. Sil è una creatura indesiderata fin dall'inizio, da quando il suo viscido creatore Fitch decide di sbarazzarsene salutandola con un gesto della mano e una lacrima, un'aliena che fugge e, nel giro di un paio di giorni, si ritrova vittima di uno sviluppo fisico iperaccelerato che ne cambia completamente le priorità; non più bambina in fuga, bensì donna nel pieno dell'età fertile. Una sceneggiatura non dico intelligente, ma almeno interessante, avrebbe puntato sulla confusione di Sil, extraterrestre prigioniera di un mondo estraneo e anche di un corpo governato da pulsioni sconosciute; avrebbe sfruttato un empatico come andrebbe fatto, utilizzandolo per capire i tormenti della creatura e magari farsene portavoce, creando qualche legame originale, invece di fargli fare da cercapersone e indovino. Invece, abbiamo un gruppo di scienziati capitanati da un mercenario, il cui unico scopo è capire la fisiologia di Sil solo per eliminarla prima che si accoppi e procrei, secondo un pattern abbastanza banale che vede gli umani contro il mostro, senza grandi dubbi morali.


Specie mortale,
se non altro, vanta un design alieno e un paio di sequenze oniriche realizzate da Giger, il quale avrebbe voluto molti più stadi evolutivi per Sil, ma quel paio di guizzi originali fanno a pugni con la piattezza generale della regia di Roger Donaldson, che si "risveglia" giusto nel corso delle sequenze finali ambientate nelle fognature (qui l'unico vero difetto sono, purtroppo, i primi tentativi di motion capture, che rendono Sil un ammasso di pixel appiccicati sullo schermo, inguardabili a livello Il tagliaerbeed è un peccato, perché gli effetti speciali artigianali non sono male). La cosa che fa più "specie" del film è però lo spreco di attoroni da Oscar, i quali vengono surclassati da una novellina come la Henstridge la quale, forse perché insicura e spaesata, conferisce a Sil una sorta di confusa ingenuità che si amalgama alla perfezione con la fredda sensualità dell'attrice, rendendo il personaggio almeno carismatico, se non tridimensionale. Il resto, lo ammetto, mi provoca imbarazzo a parlarne. Andiamo per ordine di credits. Non so cosa avesse visto Ben Kingley, dopo un Oscar per Gandhi e una signora interpretazione in Schindler's List, tranne forse un assegno, per interpretare uno scienziato talmente mal caratterizzato che non viene neanche voglia di sottolinearne la pochezza morale; Michael Madsen all'epoca era all'apice della forma fisica, quindi un figo da primato, ma sfido chiunque a considerarlo un attore capace di portare sulle spalle il ruolo dell'eroe protagonista e, in tutta onestà, il ruolo in cui è costretta Marg Helgenberger (quello della scienziata che non vede l'ora di scoparsi il mercenario muscoloso e misterioso, al punto da fare scenate di frustrazione in pubblico) è svilente per entrambi i coinvolti; Alfred Molina era ai primi ruoli in suolo americano e, preso come comic relief pesantemente connotato come sfigato affamato di patata può anche andare bene, contestualizzando un simile ruolo nell'anno in cui il film è stato girato; Forest Whitaker è un altro che, probabilmente, ha visto un assegno sostanzioso in un momento di magra pre-riconsacrazione a grande attore, perché Dan l'empatico è tutto ciò che uno dotato di simili poteri non dovrebbe essere, oltre a non servire a un cazzo in un contesto di militari e scienziati. Potrei andare avanti ore a ribadire quanto Specie mortale sia un film invecchiato male, ma non vale la pena. Questa è un'altra di quelle opere che può sopravvivere grazie alla nostalgica indulgenza di chi lo ha visto per la prima volta a 16 anni, consacrandolo a film del cuore, e purtroppo per Specie mortale io sono vissuta fino a 44 anni senza averlo mai visto. Ops. 


Di Ben Kingsley (Fitch), Michael Madsen (Press), Alfred Molina (Arden), Forest Whitaker (Dan), Marg Helgenberger (Laura) e Michelle Williams (Sil da piccola) ho parlato ai rispettivi link.

Roger Donaldson è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto film come Cocktail, Cadillac Man - Mister occasionissima e Dante's Peak - La furia della montagna. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 80 anni.


Natasha Henstridge
interpreta Sil. Canadese, ha partecipato a film come Species II, FBI - Protezione testimoni, Fantasmi da Marte, FBI - Protezione testimoni 2, Species III e a serie quali Oltre i limiti e CSI - Miami; come doppiatrice ha lavorato in South Park. Anche produttrice, ha 51 anni e quattro film in uscita. 


Specie mortale
vanta ben quattro seguiti: Species II, Species III e Species IV - Il risveglio, tutti a me sconosciuti. Se volete sapere come prosegue la storia, recuperateli! ENJOY!

martedì 7 settembre 2021

Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli (2021)

I cinema hanno riaperto ed è tornata la gioia di guardare anche i cinepanettoni Marvel su grande schermo. Domenica è toccato a Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli (Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings), diretto e co-sceneggiato dal regista Destin Daniel Cretton.


Trama: Shaun è un immigrato cinese che si arrabatta con un lavoro da parcheggiatore assieme all'amica Katy. Tuttavia, dopo essere stato aggredito da degli energumeni sul bus, Shaun è costretto a rivelare a Katy di essere figlio di un supercriminale millenario, deciso a riunire la famiglia dispersa...


Come al solito, avevo letto le cose peggiori su Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli: è una baracconata, è noiosissimo, è lungo come la morte, è inutile, ecc. Poiché non avevo assolutamente idea di chi fosse il personaggio Shang-Chi, non avendolo mai incontrato durante le mie varie peregrinazioni all'interno del Marvel Universe cartaceo, una volta seduta in sala mi sono preparata psicologicamente a guardare un film da recuperare solo per motivi di completezza e da stroncare appena tornata a casa. E invece, carramba che surprise!, mi sono divertita molto e, dovessi proprio dire, il buon Shang-Chi non sfigura davanti a molti prodotti minori delle fasi precedenti del MCU (se non sbaglio siamo alla quarta, ma correggetemi pure). Togliamoci subito il dente dei dolorosi e inevitabili difetti, uno molto soggettivo e l'altro, spero, oggettivo per tutti quelli che avranno visto il film. Soggettivamente parlando, l'ultima mezz'ora a base di CGI, talmente invasiva che i miei bulbi oculari stavano per rotolare a terra, mi ha fatta piangere come si dice sia successo al povero Ian McKellen sul set de Lo Hobbit e sentivo fortissimo nelle orecchie l'urlo disperato della me del passato, costretta a guardare quella poracciata immonda di Dragonball Evolution, di cui le sequenze clou di Shang-Chi sono un palese omaggio; oggettivamente parlando, avrei invece tranquillamente evitato la presenza di un povero attore premiato con l'Oscar nel lontano 1982 e che qui viene inserito di straforo e forzatamente giusto per fargli fare la figura del minchione di Snainton alle prese con bioccoli pelosetti e carucci, probabilmente buoni per il merchandising ma fastidiosi come una scheggia di bambù sotto l'unghia. Tolti questi due trascurabili difetti, il resto è tutto roba molto buona.


Quello che mi è piaciuto di più di Shang-Chi è l'abbondanza di scene action ben coreografate e dirette, quella sull'autobus in primis, debitrici di uno stile che ricorda molto gli stunt dei film con Jackie Chan, e il secondo "debito" di stile verso un cinema di Hong Kong rimasticato per un pubblico occidentale che ho molto apprezzato è quello, innegabile, nei confronti del wu xia e film come Hero, La foresta dei pugnali volanti e La tigre e il dragone; questi sono i momenti in cui mi sono sinceramente emozionata, forse perché trattasi di cinema un po' più "fisico" e legato ai movimenti e all'espressività degli attori più che al barbaro dispendio di coloratissima CGI, e devo dire che questo mix di atmosfere e stili si innesta perfettamente nella generale atmosfera da cinecomic che ovviamente permea Shang-Chi, arricchendolo. Rimanendo in campo attoriale, molto apprezzabile il lavoro di Simu Liu nei panni dell'eroe titolare, con quella faccetta da orsotto asiatico che lo rende comunque credibile sia nei momenti più introspettivi che in quelli più spacconi (e che fisico nasconde il fanciullo!), mentre Awkwafina è carinissima come comic relief mai troppo sfacciato o fuori contesto e la semi-esordiente Meng'er Zhang, tolta la orrida capigliatura che le hanno appioppato, spacca culi come poche altre eroine. Certo, a surclassare questo trio all'erta e pieno di brio ci pensa un raffinatissimo ed elegante Tony Leung, che merita la palma di UNICO attore in grado di rendere sfaccettato ed indimenticabile un villain del MCU e si conferma, assieme alle succitate scene action, il motivo principale per cui chiunque sia anche solo vagamente appassionato dei cinecomic dovrebbe provare a dare una chance a questo Shang-Chi. Onestamente, salvo per una guest star affine a livello di nazionalità ho capito poco del perché o percome il film dovrebbe connettersi al resto dell'universo Marvel ma vi consiglio di non perdere le due scene post-credit, se non altro per godere del ritorno di un paio di personaggi molto amati e anche di un karaoke assai esilarante. Con gli appassionati del genere ci si risente a Novembre con Eternals!


Di Tony Leung (Xu Wenwu), Awkwafina (Katy), Michelle Yeoh (Ying Nan), Benedict Wong (Wong), Ben Kingsley (Trevor Slattery) e Tim Roth (Abominio) ho già parlato ai rispettivi link. 

Destin Daniel Cretton è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Hawaiiano, ha diretto film come Short Term 12, Il castello di vetro e Il diritto di opporsi. Anche produttore, ha 43 anni. 


Donnie Yen era tra i vari prescelti per il ruolo di Xu Wenwu mentre in lizza per quello di Shang-Chi c'era Steven Yeun. Michelle Yeoh è al suo secondo ruolo all'interno del MCU visto che aveva già interpretato Aleta Ogord in Guardiani della galassia vol. 2. Se Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli vi fosse piaciuto ma non avete voglia di recuperare tutti i film del MCU cercate almeno di guardare Iron Man, Iron Man 2, Iron Man 3, Marvel One-Shots: All Hail the King, L'incredibile Hulk, Doctor Strange e Captain Marvel, tutti disponibili su Disney +. ENJOY!

mercoledì 28 febbraio 2018

Autobahn - Fuori controllo (2016)

L'anno scorso è arrivato in Italia Autobahn - Fuori controllo (Collide), diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Eran Creevy. Un po' per gli attori, un po' per il titolo, un po' per volontà di guardare un film poco impegnativo l'ho recuperato e questo è il risultato...


Trama: quando alla fidanzata viene diagnosticata una grave malattia, il giovane Casey Stein si ritrova a necessitare dei soldi per un trapianto e si rimette quindi al servizio di un signorotto della droga tedesco che vorrebbe derubare il proprio capo...



Autobahn - Fuori controllo è talmente inutile e, paradossalmente, noioso che non merita neppure i due paragrafi standard che normalmente dedico persino ai film più scrausi. Non che di solito mi esalti all'idea di vedere interminabili inseguimenti in autostrada e macchine che vengono devastate neanche fossero delle Micromachines tarocche chinesi ma, probabilmente, se fosse stato interamente ambientato nella Autobahn del titolo italiano mi sarei divertita di più. Invece, forse per giustificare il cachet preteso da due ex mostri sacri quali Anthony Hopkins (la cui idea di criminale tedesco si concretizza in un alternarsi di sguardi allucinati, sussurri minacciosi ed improvvise grida) e Ben Kingsley (la cui idea di criminale turco si concretizza in un tamarro drogato e circondato da tsoccole che vive dentro un camper glitterato) sono stata persino costretta ad assistere agli imbarazzanti monologhi di due boss della mala, soporiferi come non mai. Morfeo mi ha avvinta anche grazie alla storia d'amore che da il via a tutto, sarà perché tra Nicholas Hoult e Felicity Jones c'è la stessa alchimia che passerebbe tra il figlio buliccio di Immortan Joe e una femmina di wookie o perché la parrucca messa in testa all'attrice credevo l'avessero resa illegale dopo Pretty Woman, chissà, sta di fatto che mi sono ritrovata spesso e volentieri a ripensare all'amatissimo True Romance, a Cuore selvaggio, persino a Natural Born Killers, con coppie realmente portate alla follia da un colpo di fulmine bellissimo e coinvolgente, altro che 'sti due molluschi. Insomma, ho pensato talmente tanto ad altri film che alla fine me ne sono fatta uno nella mia testa e mi sono mezza addormentata, con buona pace di questo emulo fighètto di Fast and Furious dal quale vi consiglio di stare allegramente alla larga, soprattutto se siete fan di Hopkins e Kingsley (finiranno mai loro e De Niro di girare film a scopi alimentari? Speriamo!).


Di Nicholas Hoult (Casey Stein), Felicity Jones (Juliette Marne), Anthony Hopkins (Hagen Kahl) e Ben Kingsley (Geran) ho già parlato ai rispettivi link.

Eran Creevy è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Shifty e Welcome to the Punch - Nemici di sangue. Ha 41 anni.


Zac Efron, nonostante sia un povero pirla, ha comunque subodorato la stronzata e ha rifiutato il ruolo di Casey Stein, che è di fatto passato a Hoult (ma perché?) e lo stesso vale per Amber Heard, che ha lasciato cavallerescamente il posto alla Jones. Detto questo, se Autobahn - Fuori controllo vi fosse piaciuto recuperate True Romance che è molto ma molto meglio. ENJOY!

mercoledì 7 giugno 2017

War Machine (2017)

Attirata dai martellanti cartelloni pubblicitari sparsi in tutta Roma, durante il viaggio di ritorno dal weekend nella Capitale ho guardato l'ultima produzione Netflix, ovvero War Machine, diretto e co-sceneggiato dal regista David Michôd partendo dal libro The Operators, del giornalista Michael Hastings.


Trama: al generale Glen McMahon viene ceduto il comando delle operazioni che dovrebbero portare alla conclusione del coinvolgimento americano nella guerra in Afghanistan ma il militare non è disposto a ritirarsi senza combattere...


Ci vuole un po' di preparazione psicologica ad affrontare questo filmazzo di due ore prodotto e interpretato da Brad Pitt, nemmeno fosse uno one man show dell'ex Signor Jolie. Innanzitutto, serve un cervello riposato perché War Machine, tratto da un articolo del Rolling Stone diventato poi un libro di non-fiction, è molto logorroico e zeppo di nomi propri, di luoghi e di persona, oltre che di moltissime nozioni interessanti capaci di far sentire l'occidentale medio in generale e l'americano in particolare piccino picciò; io, che riposata non ero, mi sono addormentata dopo venti minuti ma dopo un sonno ristoratore di un'ora ho ripreso prontamente la visione della pellicola, uscendone soddisfatta. La mia soddisfazione potrebbe però non riscuotere consensi e comprendo da sola che War Machine ha mille difetti, non ultimo un'abbondanza di tempi morti che potrebbe scoraggiare più di uno spettatore e una lunghezza che avrebbe giovato di qualche taglio qui e là ma è anche indubbio che War Machine offre la possibilità alla persona comune di gettare uno sguardo oltre l'informazione di TG e giornali e cominciare a scorgere la punta dell'iceberg di tutta la merda che si cela sotto guerre come quella in Afghanistan, il che per me è un valore aggiunto. Il punto di vista adottato dal film è quello della voce narrante di Sean Cullen, giornalista freelance incaricato di seguire le operazioni del generale Glen McMahon, ultimo di una lunga lista di comandanti in campo ai quali è stato chiesto di gestire la guerra in Afghanistan (modellato sul generale ormai in congedo Stanley McChrystal, sputtanato proprio dall'articolo di Rolling Stones scritto da Michael Hastings) e uomo tutto d'un pezzo, una macchina da guerra fermamente convinta di essere l'unica persona in grado di sbrogliare una matassa impossibile da districare e vincere così il conflitto, riuscendo dove altri "sfigati" hanno fallito. Le convinzioni di McMahon e la natura della guerra in Afghanistan, "cercata" dagli USA e considerata come un aiuto verso popolazioni che non lo avevano chiesto, vengono messe alla berlina dal giornalista e conseguentemente rese in tutta la loro follia, risultando in un insieme di situazioni al limite del paradossale vissute da persone che parrebbero delle caricature e invece sono tristemente vicine ai loro modelli reali.


Il fulcro di tutto è la natura alienata (e alienante) di un uomo che ha conosciuto solo la guerra, che ragiona per regole autoimposte e con l'unico obiettivo di vincere, incapace di capire come muoversi nel mondo reale e, conseguentemente, anche di contestualizzare il tessuto sociale dei Paesi in cui viene a trovarsi; i confronti con il presidente interpretato da Ben Kingsley (una figura patetica ma fondamentale), con la moglie e con la politica tedesca sono emblematici del modo tutto americano di affrontare le cose senza pensare alle conseguenze o a ciò che è stato prima, cosa che porta conseguentemente all'impossibilità di spiegare i motivi di determinate scelte e a una sordità nei confronti dei bisogni altrui. La logorrea di War Machine acquista così un nuovo significato, in quanto la guerra, la propaganda, persino la cosiddetta informazione non sono altro che aria fritta utilizzata per confondere le masse e fornire vuote giustificazioni a chi non smette di fare danni pur con le migliore intenzioni. Glen McMahon, nonostante l'alta opinione di sé malcelata da un'umiltà ipocrita, non è che uno dei tanti militari usati come carne da cannone e da eroe di guerra diventerà lo stupido, arrogante capro espiatorio di un intero sistema sbagliato che probabilmente non cesserà mai di esistere ed è questo l'amaro concetto che traspare dalla satira di War Machine. Certo, il "cuore" del film va scovato sotto una parata di volti famosissimi e un approccio che ricorda molto i film prodotti dai Coen e soprattutto da Soderbergh, che è un modo di fare cinema a mio avviso più improntato sulla forma che sul contenuto e può piacere o meno; dal canto suo, Brad Pitt ha scelto di interpretare McMahon come un Braccio di ferro perennemente incazzato (secondo me quest'uomo non riesce a liberarsi dal fantasma di Aldo Rayne così come Johnny Depp non riesce a scrollarsi di dosso quello di Jack Sparrow) e la sua presenza scenica si impone sul resto del cast fino a fare scomparire caratteristi e attori blasonati anche ottimi, il che mi ha fatto un po' storcere il naso ma, in generale, War Machine mi è piaciuto e lo consiglio, soprattutto se avete un abbonamento Netflix da sfruttare.


Di Brad Pitt (Generale Glen McMahon), John Magaro (Cory Staggart), Anthony Michael Hall (Greg Pulver), Topher Grace (Matt Little), Lakeith Stanfield (Caporale Billy Cole), Ben Kingsley (Presidente Karzai), Meg Tilly( Jeannie McMahon), Griffin Dunne (Ray Canucci), Scoot McNairy (Sean Cullen), Tilda Swinton (Politica tedesca) e Russell Crowe (Bob White) ho già parlato ai rispettivi link.

David Michôd è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Animal Kingdom e The Rover. Anche produttore e attore, ha 45 anni.


Alan Ruck interpreta Pat McKinnon. Americano, ha partecipato a film come Una pazza giornata di vacanza, In fuga per tre, Speed, Twister, E venne il giorno e a serie quali I racconti della cripta, Oltre i limiti, Innamorati pazzi, Scrubs, Medium, Ghost Whisperer, CSI: Miami, CSI - Scena del crimine, Numb3rs e The Exorcist. Ha 61 anni e tre film in uscita.


Se War Machine vi fosse piaciuto recuperate M.A.S.H. ENJOY!

domenica 17 aprile 2016

Il libro della giungla (2016)

Alla fine l'unico film che sono andata a vedere in occasione dei Cinema Days è stato Il libro della giungla (The Jungle Book), diretto dal regista Jon Favreau e ovviamente tratto dall'omonima raccolta di racconti di Rudyard Kipling.


Trama: il "cucciolo d'uomo" Mowgli viene trovato nella giungla dalla pantera Bagheera e dato in affidamento al branco di lupi guidato da Akela. Il piccolo cresce sano e forte finché il ritorno della tigre Shere Khan, assetata di vendetta nei confronti degli esseri umani, non lo costringe a fuggire ed intraprendere un pericoloso viaggio per tornare al villaggio degli uomini...


Io devo essere una delle poche persone in tutto il mondo ad aver guardato la versione Disney de Il libro della giungla giusto un paio di volte e ad aver letto l'opera di Kipling talmente tanto tempo fa da non ricordarla nemmeno più. La conseguenza di tutto ciò è stata, ovviamente, che Il libro della giungla non si è radicato nel mio immaginario infantile né si sono sviluppati nei suoi confronti sentimenti tali da storcere il naso davanti all'ennesimo live action sfornato da una Casa del Topo ormai alla canna del gas per quanto riguarda le idee. Un'altra conseguenza è stato l'inaspettato sorrisone col quale sono uscita dopo la visione del film di Favreau, che al momento merita la palma di miglior adattamento da cartone animato a film con esseri "in carne e ossa" (benché di reale, nella pellicola, ci sia solo il piccolo attore che interpreta Mowgli, il resto è stato interamente realizzato al computer, location comprese); la sceneggiatura di Justin Marks è infatti fondamentalmente rispettosa delle opere originali, non ricerca origini strappalacrime alla cattiveria della tigre Shere Khan come accadeva in Maleficent né si limita a riproporre una storia ormai anacronistica soffocandola con barocchismi scenografici o sontuosi costumi à la Cenerentola di Branagh. Certo, Il libro della giungla ha dalla sua l'incredibile universalità e attualità dei temi che tocca, quindi parte già avvantaggiato. L'accettazione dell'altro, il senso di appartenenza a un gruppo che non deve essere necessariamente la famiglia, la capacità di capire ciò che ci rende unici ed arrivare a usarlo per il bene degli altri sono solo alcuni dei mille messaggi positivi che da sempre la storia di Mowgli può trasmettere a grandi e piccini e, ovviamente, se questi messaggi vengono inseriti all'interno di un racconto avventuroso e popolato da personaggi indimenticabili quali l'orso Baloo, il scimmiesco Re Luigi, il cattivissimo e carismatico Shere Khan e la saggia pantera Bagheera, vincere facile è quasi inevitabile.


C'è anche da dire che Favreau, benché non concorrerà mai alla Palma d'Oro o all'Oscar né come regista né come attore, non è assolutamente l'ultimo arrivato in campo action e gran parte del piacere durante la visione de Il libro della giungla deriva direttamente dalla sua capacità di girare scene fluide, dinamiche e a dir poco spettacolari, sequenze alle quali ovviamente giova un valido montaggio. Per quanto gli effetti speciali compongano il 95% dell'opera è raro che si avverta quel fastidioso senso di "finto" che mi ha colpita come un maglio durante la visione del trailer dell'orrido ed imminente Alice attraverso lo specchio: luci ed ombre sono particolarmente realistiche, i paesaggi accolgono naturalmente sia il piccolo Mowgli che gli animali virtuali "indossati" dai pupazzi creati dallo studio di Jim Henson o addirittura dallo stesso Favreau, e le fondamentali bestiole sono realizzate divinamente, soprattutto il bellissimo orsone Baloo (stendo un leggero velo pietoso su Bagheera, l'unico animale che purtroppo non sono riuscita a farmi piacere, troppo rigido il muso e palesemente fasullo). Poi, ovvio, da un film come questo non si può pretendere il realismo assoluto e ci mancherebbe, così com'è giusto che l'originale Libro della giungla non vada dimenticato, nonostante l'intrigante scelta di realizzare un Kaa femmina ahimé poco sfruttato. Ecco quindi perché ho accolto con moltissimo piacere l'altra furberia di Justin Marks, ovvero quella di integrare parte dei testi delle canzoni del cartone animato nei dialoghi tra i vari personaggi, per poi travalicare in pochi ed azzeccati momenti musical durante i quali Baloo e Mowgli prima, Re Luigi poi, fanno scendere la lacrimuccia a chi, come me, ancora non ha dimenticato le accattivanti Lo stretto indispensabile e Voglio essere come te. A tal proposito vi consiglierei, nonostante NON CI SIANO SCENE POST CREDITS, di rimanere a vedere i titoli di coda: primo, perché per buona parte degli stessi ci sono delle simpatiche scenette all'interno di un pop up, poi perché potrete sentire un paio di canzoni in lingua originale, tra cui la sensuale The Python's Song cantata da Scarlett Johansson... anche se nulla batte un inedito Giancarlo Magalli in versione cantante jazz, sappiatelo!


Del regista Jon Favreau (che doppia anche il cinghiale nano) ho già parlato QUI. Bill Murray (voce originale di Baloo), Ben Kingsley (Bagheera), Idris Elba (Shere Khan), Scarlett Johansson (Kaa), Christopher Walken (King Louie) e Sam Raimi (lo scoiattolo gigante) li trovate invece ai rispettivi link.

Lupita Nyong'o è la voce originale di Raksha. Messicana, la ricordo per film come 12 anni schiavo (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior attrice non protagonista) e Star Wars - Il risveglio della forza. Anche produttrice e regista, ha 33 anni e tre film in uscita tra cui Star Wars: Episode VIII.


Giancarlo Esposito (vero nome Giancarlo Giuseppe Alessandro Esposito) è la voce originale di Akela. Danese, ha partecipato a film come Changeling, Una poltrona per due, Cercasi Susan disperatamente, Brivido, I soliti sospetti, Derailed - Attrazione letale e a serie come Miami Vice, Ghost Whisperer, Bones, CSI: Miami, Breaking Bad e C'era una volta. Anche produttore e regista, ha 58 anni e quattro film in uscita.


Tra le voci dei lupetti ci sono quelle di Emjay Anthony, il giovane protagonista di Krampus - Natale non è sempre Natale, dei due figli di Naomi Watts e Leiv Schreiber, Sasha e Kai, e di Max Favreau, figlio del regista (la figlia Madeleine invece doppia uno dei rinoceronti); i doppiatori italiani invece contano il già citato Giancarlo Magalli (Re Luigi), Neri Marcoré (Baloo), Toni Servillo (Bagheera), Violante Placido (Raksha) e Giovanna Mezzogiorno (Kaa). La Disney sta già pensando ad un sequel della pellicola con lo stesso team creativo; nell'attesa, se Il libro della giungla vi fosse piaciuto recuperate ovviamente il cartone animato del 1967. ENJOY!

domenica 15 marzo 2015

Boxtrolls - Le scatole magiche (2014)

Facendo due conti questo post uscirà quando gli Oscar saranno già stati assegnati e chissà se questo Boxtrolls - Le scatole magiche (The Boxtrolls), diretto nel 2014 dai registi Graham Annable e Anthony Stacchi e tratto dal romanzo Here Be Monsters! di Alan Snow, avrà vinto il premio come miglior film d'animazione...


Trama: Eggs, un orfano adottato da una comunità di mostriciattoli che vivono nel sottosuolo, si ritrova a dover difendere la sua famiglia adottiva da uno sterminatore che mira ad entrare nell'élite del paese.



Quando Boxtrolls era uscito la voglia di vederlo era davvero poca, visto che non mi ispiravano né la storia né il character design dei personaggi, nonostante l'utilizzo della stop motion e la firma della casa di produzione Laika. Un paio di recensioni positive lette qua e là sulla rete mi avevano convinta a dargli una chance quando ormai era troppo tardi quindi l'ho recuperato in occasione della notte degli Oscar e devo dire che ne sono rimasta soddisfatta. Senza gridare troppo al miracolo, Boxtrolls è un cartone assai particolare, ricco di umorismo nero e personaggi borderline, una favoletta piacevole per il pubblico infantile e divertente per i grandi; al di là del "solito" messaggio di incoraggiamento ad uscire fuori dagli schemi comportandosi secondo la propria indole, ho trovato particolarmente interessante il modo in cui il protagonista Eggs, un normalissimo essere umano, impara la tolleranza sentendosi diverso all'interno di una comunità di mostriciattoli che lo accetta nonostante quelli che lui percepisce come difetti (la capacità di parlare, l'impossibilità di adattarsi alla sua scatola, le orecchie) e anche la tremenda ottusità della gente di superficie, soprattutto del padre di Winnie. E' inusuale infatti che un cartone animato, soprattutto di questi tempi, palesi l'inadeguatezza di un genitore naturale o che la cosa venga rimarcata dal protagonista con due parole lapidarie ("Avevi detto che un papà ascolta sempre i suoi figli!") ed è altrettanto inusuale vedere i bambini togliere le castagne dal fuoco a degli adulti incapaci o, peggio, completamente pazzi. Eggs e Winnie sono completamente soli all'interno di due mondi, uno fatto di imbecilli e l'altro fatto di creature timorose e gentili, e perseguitati da un villain incredibilmente ironico e weird (dedito al travestitismo, nientemeno!) ma anche disgustoso ed abietto, un essere autolesionista in grado di spingersi a compiere le peggio nefandezze per ottenere un potere che puzza letteralmente di formaggio.


Boxtrolls non è il trionfo dell'originalità per quanto riguarda la trama, tuttavia ho apprezzato molto un paio di personaggi "di contorno", ovvero i tre scagnozzi del perfido villain: il primo, basso e mostruoso, è malvagio quanto il padrone, il secondo una via di mezzo e il terzo, poverino, non è proprio convinto di stare dalla parte dei buoni perché se è vero che, apparentemente, eliminare i Boxtroll dalle strade del paese è una buona azione, è altrettanto vero che questo compito viene portato avanti con mezzi non ortodossi e nasconde degli intenti palesemente malvagi. Agli ultimi due incerti collaboratori spetta, a tal proposito, il compito di riflettere sulla loro natura di possibili personaggi "inventati" e di consentire così allo spettatore paziente (cioè quello che ha voglia di aspettare fino alla fine dei titoli di coda) di godere di uno scorcio del certosino lavoro degli animatori e "burattinai" della Laika, impegnati nel realizzare l'ennesimo gioiellino in stop-motion. Giusto per rimanere in argomento, sono tante e belle le sequenze che compongono Boxtrolls, soprattutto quelle ambientate nel sottosuolo ricco di macchinari e scatole semoventi, o quelle in notturna che profumano di gotico, ma anche lo spettacolino in stile vaudeville e l'ingresso in società di Eggs sono da manuale e l'intero lungometraggio è accompagnato da un'ironica canzoncina in italiano che, fondamentalmente, fa il verso all'operetta nostrana ed elenca nomi di formaggi (l'effetto straniante che ne viene fuori, soprattutto alle orecchie di uno spettatore italiano che riderà dall'inizio alla fine, è un altro dei motivi per cui un cartone come questo andrebbe visto in lingua originale, by the way). L'aspetto tecnico, indubbiamente, è ciò che eleva Boxtrolls rispetto ad altre produzioni recenti e che mi spinge a consigliarne almeno una visione, tuttavia l'ho trovato meno valido ed entusiasmante rispetto a Coraline e la porta magica o Paranorman (sempre della Laika) e mi chiedo quindi se davvero non ci fossero candidati migliori da affiancare agli altri film d'animazione nominati per l'Oscar.


Di Ben Kingsley (voce originale di Archibald Snatcher), Jared Harris (Lord Portley-Rind), Nick Frost (Mr. Trout), Elle Fanning (Winnie), Toni Collette (Lady Portley-Rind) e Simon Pegg (Herbert Trubshaw) ho già parlato ai rispettivi link.

Graham Annable è il co-regista della pellicola. Americano, al suo primo lungometraggio, è anche animatore e sceneggiatore. Ha 43 anni.


Anthony Stacchi è il co-regista della pellicola. Americano, ha co-diretto il film Boog & Eliott a caccia di amici. E' anche animatore, tecnico degli effetti speciali e sceneggiatore.


Isaac Hempstead Wright, che presta la voce ad Eggs, interpreta Bran Stark nella serie Il trono di spade. Se Boxtrolls - Le scatole magiche vi fosse piaciuto recuperate Paranorman. ENJOY!






venerdì 10 maggio 2013

Iron Man 3 (2013)

Non c'è il due senza tre e il quattro vien da sé, dicono. A me basterebbe che venisse a trovarmi Robert Downey Jr. ma, nel frattempo, sono andata a vedere per l'appunto Iron Man 3, diretto dal regista Shane Black.


Trama: dopo aver sgominato dei ed invasioni aliene il povero Tony Stark è comprensibilmente scosso, ma le cose peggioreranno ancora con l'arrivo del Mandarino e di un pericoloso personaggio legato al passato del genio miliardario...



Che bello. Andare in sala e guardare gli Iron Man con Robert Downey Jr. è come ritrovare un vecchio amico. Un vecchio amico figo ed incredibilmente carismatico. Credo che potrebbero mettere delle scimmie a girare la pellicola e dei paguri a sceneggiarla, tanto basterebbe l'attore a reggere e a rendere credibile da solo l'intero film. Non a caso, stavolta il grassissimo Jon Favreau si è ritirato e ha lasciato il timone a Shane Black ma, siamo sinceri, a parte per gli interessantissimi e visionari video del Mandarino si nota la differenza? Sì, forse Iron Man 3 è un po' meno scanzonato rispetto ai precedenti film, ma per il resto è lo stesso tanta roba e, cosa molto importante, riesce a mantenere una sorta di equilibrio tra effetti speciali ed elemento "umano": abbiamo un fottìo di armature per far fremere nerd e fan, ci sono i soldati indistruttibili che prendono fuoco e si rigenerano, ma ci sono anche moltissime sequenze che ci mostrano come Iron Man sia innanzitutto un uomo di nome Tony Stark che deve capire come essere forte e superare le sue paure anche senza nascondersi dentro ad un guscio ipertecnologico.


In Iron Man 3 si gioca molto sul concetto di "maschera" e immagine. Non preoccupatevi, non c'è nulla di troppo cervellotico o psicologico, ma il ragionamento alla base del film è molto interessante e, oltre a riaffermare il tema della tecnologia come valido aiuto e contemporaneamente possibile strumento negativo, da il la ad un maggiore approfondimento del personaggio di Tony Stark (collegando direttamente le vicende del film a quelle di The Avengers e rafforzando così l'idea di una continuity cinematografica Marvel) e ad un paio di twist assai interessanti che colgono lo spettatore di sorpresa soprattutto per quanto riguarda i villain. Non sto ovviamente a fare spoiler ma, credetemi, conoscendo vagamente la storia fumettistica dei personaggi al momento delle rivelazioni concernenti il Mandarino ho dovuto raccogliere da terra la mascella e fare un plauso agli sceneggiatori... che peraltro hanno trovato il modo di mostrare il più possibile Robert Downey Jr. senza armatura e conciato con delle mise un po' streppone ma sicuramente adattissime all'attore, che non mi pento di definire uno gnocco della Madonna e... sì, scusate, sto divagando.


Dicevamo, gli attori. Finalmente la Pepper Potts di Gwyneth Paltrow ottiene lo spazio che avrebbe sempre meritato e ci regala delle sequenze finali da favola, Ben Kingsley nei panni del Mandarino è semplicemente favoloso e imprevedibile, infine Guy Pearce è un villain convincente e un trasformista da paura (il make up è sicuramente fatto bene ma lui ci mette del suo). La palma d'oro per i due migliori gatti di marmo la vincono invece Don Cheadle, incapace di reggere i duetti con Robertino adorato e meno espressivo persino di War Machine, e la povera Rebecca Hall, costretta in un personaggio la cui utilità è pari a quella dell'ubiquo Stan Lee, che compare ormai incartapecorito nel solito cammeo più o meno a metà film. Di Robert Downey Jr. potrei invece tessere le lodi per almeno 1000 post, quest'uomo passa dall'essere un esilarante cialtrone a un eroe sofferente in tempo zero e sempre in modo convincente e che non vi venga in mente di andarvene prima della fine dei lunghissimi titoli di coda perché rischiereste di perdervi una chicca che ve lo renderà ancora più simpatico. Insomma, non sto a farla più lunga del necessario, Iron Man 3 è tutto quello che ci si può aspettare: azione, ironia, suspance, Eiffel 65 (non sto scherzando, l'inizio truzzo è una delle cose più trash e meravigliose del film!) e, soprattutto, Robert. Robert, Robert, Robert. Sia lodato il giorno in cui hai accettato il ruolo di Tony Stark, bello mio.


Di Robert Downey Jr. (Tony “Iron Man” Stark), Gwyneth Paltrow (Pepper Potts), Don Cheadle (Colonnello James Rhodes), Guy Pearce (Aldrich Killian), Rebecca Hall (Maya Hansen, ruolo che avrebbe dovuto andare a Jessica Chastain che però ha dovuto rinunciare per impegni pregressi), Jon Favreau (Happy Hogan), Ben Kingsley (il Mandarino), Paul Bettany (la voce di Jarvis) e William Sadler (il presidente) ho già parlato ai rispettivi link.

Shane Black è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Prima di Iron Man 3 ha diretto solo un altro film, Kiss Kiss Bang Bang e pare che stia per cimentarsi nel remake USA di Death Note. Americano, anche attore e produttore, ha 52 anni.


James Badge Dale (vero nome James Badgett Dale) interpreta Savin. Americano, ha partecipato a film come Il signore delle mosche, The Departed – Il bene e il male, Shame, Flight e alle serie 24, CSI – Scena del crimine, CSI: Miami e CSI: NY. Ha 35 anni e tre film in uscita, tra cui gli imminenti World War Z e The Lone Ranger.


Miguel Ferrer interpreta il vice presidente. Caratterista americano dalla faccia conosciutissima, lo ricordo innanzitutto per Twin Peaks e poi per film come RoboCop, L’albero del male, Fuoco cammina con me, Hot Shots! 2, L’ombra dello scorpione, Stephen King’s Shining, The Night Flier, Mr. Magoo e Traffic. Ha inoltre partecipato alle serie Magnum P.I., Chips, Miami Vice, E.R. Medici in prima linea, Will e Grace, Una famiglia del terzo tipo, CSI – Scena del crimine, Lie to Me, Desperate Housewives e, come doppiatore, ha lavorato in Mulan e nelle serie Hercules, Robot Chicken e American Dad!. Anche regista, ha 58 anni.


Jon Favreau, regista dei primi due Iron Man, ha rinunciato all’offerta di dirigere il terzo capitolo per dedicarsi a Magic Kingdom e Jersey Boys, due film che ancora non hanno né un cast né una data d’uscita. Aspettando che Tony Stark ritorni, come annunciato alla fine dei credits, se Iron Man 3 vi fosse piaciuto consiglio intanto il recupero dei primi due capitoli della saga e di The Avengers. ENJOY!!

sabato 11 febbraio 2012

Hugo Cabret (2011)

E così giovedì sono riuscita ad andare a vedere almeno uno dei tre film che mi ero proposta, lo Hugo Cabret (Hugo) di Martin Scorsese, tratto dal libro La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, pubblicato nel 2007 dallo scrittore e illustratore americano Brian Selznick. Ho dato la precedenza a questo perché tra i tre era quello che assolutamente non volevo perdere, ma mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca.


Trama: Hugo Cabret è un orfano che vive nei tunnel della Gare Montparnasse, facendo di nascosto manutenzione agli orologi della stazione. Un giorno conosce Isabelle, nipote del giocattolaio Papa Georges, e grazie ad una chiave che la ragazzina porta al collo, scopre un mistero sepolto da molti anni…


Doverosa premessa: nonostante mi abbia lasciato l’amaro in bocca, Hugo Cabret è un film visivamente stupendo, nonché un inno di puro amore per il Cinema e la magia che ne è essenza. La sala sarebbe dovuta crollare in testa alle due indegne creature che si sono alzate andandosene annoiate a metà film, di questo sono convinta. Perché anche se il 3D, dopo un inizio spettacolare in cui sembrava di essere immersi nella nevicata parigina, si è rivelato inutile come per tutti gli altri film che ho visto girati con questa tecnica, il film nel suo insieme è un’opera d’arte, curata fin nei minimi dettagli e colma di momenti assolutamente affascinanti ed interessanti, soprattutto per i cinefili. Scorsese ama quello che fa, e il suo amore si percepisce in ogni fotogramma, il rispetto per i nomi illustri che lo hanno preceduto si può quasi toccare in ogni scena, lo spettatore non può fare altro che rimanere a bocca aperta quando davanti ai suoi occhi scorrono spezzoni di film che solo i più fortunati sono riusciti a vedere su uno schermo cinematografico, oppure quando viene ricostruita la realizzazione di quegli stessi film, grandiosi spettacoli di magia creati da un appassionato artigiano che voleva regalare sogni ed emozioni, cercando di portare le persone fuori dalla fredda realtà. Queste sono le parti più belle del film, quelle legate al mistero di Méliès, allo splendido automa che sembra uscito dritto da Metropolis, ai disegni dipinti a mano che prendono vita, agli scheletri, draghi e tritoni che danzano sullo schermo, agli incubi di un bambino che si immagina di diventare lui stesso un automa meccanico, come un ingranaggio all’interno di un ordinato universo, oppure di diventare vittima di uno dei più famosi e grandiosi incidenti ferroviari, realmente avvenuto nel 1895.


E se Hugo Cabret vivesse solo di questo amore puro, se fosse stato un insieme di emozionanti sequenze legate da un filo conduttore come The Tree of Life , credo sarebbe stato il film perfetto. Ma la debolezza dell'ultima fatica di Scorsese, paradossalmente, è proprio il racconto che sta alla base, che non intriga, non emoziona, non commuove. La Gare Montparnasse viene mostrata come un microcosmo assai simile a quello de Il favoloso mondo di Amélie, con personaggi schivi, desiderosi di rapportarsi l'uno all'altro eppure goffi, impossibilitati ad esternare le proprie emozioni, pur essendo dotati di peculiarità a dir poco uniche. Però i siparietti tra questi personaggi sono solo dei riempitivi, qualcosa di messo lì per dare colore; si ride a denti stretti e solo grazie al personaggio dell'ispettore ferroviario, interpretato magistralmente da un Sacha Baron Coen che, assieme a Ben Kingsley, si mangia tutto il resto degli attori, Chloë Moretz in primis, perché la signorina mi aveva abituata a ben altre performance. Anche il piccolo Hugo Cabret è moscerello, incapace di coinvolgere lo spettatore e farlo emozionare per la sua triste storia di orfano, di reietto, di essere umano desideroso di trovare il suo posto nel mondo perché "tutti devono avere uno scopo". Bambin, tu hai ragione, e in questo caso il mio scopo è raccontare la verità: Hugo Cabret, e mi uccide ammetterlo, è una bellissima, cinefila mezza delusione. Da vedere assolutamente, questo è ovvio, ma tenendo a mente che saranno solo gli occhi (e le orecchie, perché la colonna sonora è a dir poco splendida) ad essere coinvolti da questo spettacolo, non il cuore.


Del regista Martin Scorsese (che interpreta anche il fotografo che immortala Méliès e la moglie davanti al loro studio) ho già parlato qui. Ben Kingsley (Papa Georges), Sacha Baron Coen (l’ispettore ferroviario), Chloë Grace Moretz (Isabelle), Emily Mortimer (Lisette), Christopher Lee (Monsieur Labisse), Jude Law (il padre di Hugo) li trovate tutti seguendo i rispettivi link.

Asa Butterfield interpreta Hugo Cabret. Inglese, ha partecipato a film come Il bambino con il pigiama a righe e Wolfman. Ha 15 anni e un film in uscita.


Ray Winstone (vero nome Raymond Andrew Winstone) interpreta lo zio Claude. Inglese, ha partecipato a film come Il gioco di Ripley, Ritorno a Cold Mountain, Le cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio, The Departed, La leggenda di Beowulf e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Anche produttore, ha 55 anni e quattro film in uscita, tra cui l’imminente Biancaneve e il cacciatore.


Helen McCrory interpreta Mama Jeanne. Inglese, meglio conosciuta come la fortunatissima Narcissa Malfoy della saga cinematografica di Harry Potter, ha partecipato anche a Intervista col vampiro e a un episodio della serie Doctor Who. Ha 44 anni e due film in uscita.


Frances de la Tour interpreta Madame Emilie. Inglese, ha partecipato alla saga cinematografica di Harry Potter nei panni della mezza gigante direttrice di Beauxbatons, Madame Maxime e ad Alice in Wonderland. Ha 67 anni e un film in uscita.


Richard Griffiths interpreta Monsieur Frick. Anche lui inglese, anche lui apparso nella saga di Harry Potter come zio Vernon, lo ricordo per altri film come Superman II, Gandhi, Greystoke la leggenda di Tarzan il signore delle scimmie, Shangai Surprise, Una pallottola spuntata 2 1/2: l'odore della paura, Il mistero di Sleepy Hollow, Vatel, Ballet Shoes e Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare. Ha 65 anni e un film in uscita.


Tenete inoltre d’occhio il ragazzino che interpreta Tabard da giovane, ovvero Gulliver McGrath, perché lo ritroveremo nell’imminente Dark Shadows di Tim Burton e in Lincoln di Steven Spielberg. Hugo Cabret ha ottenuto ben 11 nomination agli Oscar di quest'anno: migliore scenografia (sarebbe meritatissimo, perché l'arte di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo è insuperabile), migliore fotografia, migliori costumi, miglior regia (altro Oscar strameritatissimo), miglior montaggio, miglior colonna sonora originale (altro premio che il film dovrebbe vincere), miglior montaggio sonoro, miglior sonoro, migliori effetti speciali, miglior film (mi spiace ma questo dovrebbe invece andare a The Help) e miglior sceneggiatura non originale (idem come prima). Nell'attesa di conoscere i risultati... ENJOY!

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