Abbiamo sfidato il multisala per tre settimane e abbiamo vinto: L'ufficiale e la spia (J'accuse), diretto e co-sceneggiato da Roman Polanski, è durato fino a domenica e siamo riusciti ad andarlo a vedere col Bolluomo.
Trama: il Colonello Picquart, una volta messo a capo dei servizi segreti francesi, si ritrova tra le mani le prove dell'innocenza di Alfred Dreyfus, soldato condannato per alto tradimento.
Considerato il titolo internazionale dell'ultimo film di Polanski, stavolta non sono stati solo i malvagi titolisti italiani a prendere sottogamba lo spettatore, preferendo il didascalico L'ufficiale e la spia, giusto per dare un piglio più "moderno" alla storia, al J'accuse coniato dallo scrittore Emile Zola, entrato a far parte comunque del linguaggio comune e citato all'interno della pellicola. Non stiamo a spaccare il capello; in effetti, all'interno del film si sottolinea spesso il legame "a distanza" tra l'Ufficiale, ovvero il Colonnello Picquart, antisemita ma dotato di una profonda coscienza, e la presunta spia, ovvero Alfred Dreyfus, soldato di origini ebraiche accusato di aver venduto delle informazioni all'esercito tedesco e condannato ai lavori forzati sull'Isola del Diavolo. I due si parlano direttamente solo un paio di volte ma le loro vicende si intrecciano e influenzano le reciproche esistenze, oltre alla società francese della Terza Repubblica, tra crescenti sentimenti antisemiti e la nascita dell'impegno intellettuale moderno, quello in grado di influenzare l'opinione pubblica e portare le masse ignoranti a pensare (o a rimanere ancora più ignorante). A tal proposito, mi rifiuto di mettere bocca sull'affaire Polanski. Se il regista ha deciso di girare il film eleggendo Dreyfus a suo innocente alter ego sono affari suoi e mi ritengo una spettatrice abbastanza intelligente da essermi goduta L'ufficiale e la spia come un'ottima riproposizione storica di una vicenda tristemente attuale, vergognosamente intrisa non solo di razzismo ma anche di incompetenza, menefreghismo e desiderio di parare il culo a chi lo tiene al caldo nei piani alti, trincerandosi dietro la scusa di voler "salvaguardare il nome della Repubblica e della Francia" senza ammettere di aver sbagliato, rovinando non solo la vita a un uomo innocente ma anche facendo prosperare i reali colpevoli.
E' una vicenda conosciuta e che avrebbe potuto, con un altro piglio, risultare pedante o noiosa mentre Polanski decide di giocare la carta della spy story, tra complotti e attentati, e dei legal drama che vanno tanto per la maggiore oggi, riuscendo a spettacolarizzare gli svariati processi di cui si compone il film grazie a un mix vincente di dialoghi e attori bravissimi. Tutto è filtrato attraverso l'occhio di un perfetto Jean Dujardin, che interpreta il Colonnello Picquart, ufficiale dell'esercito per il quale la condanna di Dreyfus è come "aver purgato un organismo da un male terribile"; uomo nel pieno della sua carriera, nonostante l'antisemitismo e l'odio palese per Dreyfus, Picquart non si sottrae al suo senso del dovere e della morale nemmeno quando salvare Dreyfus significherebbe non solo venire degradato ed imprigionato, ma persino rischiare di essere messo a tacere in modi peggiori, mettendo in pericolo la propria vita e quella di amici, amanti e conoscenti. Il senso di angoscia che si respira dalla scoperta di documenti compromettenti è palese, par quasi che Picquart abbia tutti gli occhi addosso, sia quando effettivamente viene spiato dai suoi attuali o ex colleghi, sia quando il Colonnello è solo nel suo appartamento o nel suo studio. Assai forte è anche il senso di frustrazione che si prova guardando L'ufficiale e la spia, perché se è vero che la storia di Dreyfus è risaputa, pare comunque di essere stati inghiottiti da un incubo kafkiano, all'interno del quale la verità viene bloccata e negata tante di quelle volte da rasentare il surreale. Accanto a una storia interessante già di per sé, raccontata in modo moderno e spigliato, c'è ovviamente la messa in scena raffinata di Polanski, che non indulge nel sovraccarico visivo tipico dei film in costume ma preferisce concentrarsi sui protagonisti, sui loro sguardi e gesti, lasciando che la cinepresa indugi su piccoli dettagli fondamentali per capirne la psicologia e le motivazioni. Che siate o meno appassionati di questo genere di pellicole, che amiate oppure odiate l'"uomo" Polanski, è innegabile che L'ufficiale e la spia sia un film molto bello e lo consiglio a tutti.
Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski, che compare tra il pubblico del concerto, ho già parlato QUI. Jean Dujardin (Colonnello Jacques Picquart), Emmanuelle Seigner (Pauline Monnier), Mathieu Almaric (Bertillon) e Vincent Perez (Leblois) li trovate invece ai rispettivi link.
Louis Garrel interpreta Alfred Dreyfus. Francese, ha partecipato a film come The Dreamers - I sognatori, Van Gogh - Alla soglia dell'eternità e l'imminente Piccole donne. Anche regista e sceneggiatore, ha 36 anni e tre film in uscita.
Nei panni di Philippe Monnier compare l'attore e produttore Luca Barbareschi. Se vi fosse piaciuto L'ufficiale e le spia e vi interessasse il tema, recuperate L'affare Dreyfus. ENJOY!
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martedì 10 dicembre 2019
domenica 17 febbraio 2019
Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (2018)
Torniamo a parlare di Oscar, che ormai non manca più tanto. Oggi tocca a Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (At Eternity’s Gate), diretto nel 2018 dal regista Julian Schnabel e candidato per il Miglior Attore Protagonista (Willem Dafoe).
Trama: Vita del pittore Vincent Van Gogh, tra genio e follia, fino alla morte in circostanze misteriose.
Van Gogh – Sulla soglia dell’Eternità è un interessante biopic che forse rivela poco della vita del pittore olandese ma sicuramente approfondisce il suo modo di intendere l’arte e affrontare la malattia mentale, due aspetti molto più affascinanti e fondamentali. Il film segue le vicende di Van Gogh dal momento del suo arrivo ad Arles, terra che avrebbe dovuto essere più calda e luminosa rispetto all’Olanda e che, in realtà, accoglie Vincent con pioggia, vento e diffidenza da parte degli abitanti del paese, poco convinti di dover ospitare un pittore poco conosciuto, povero e dagli atteggiamenti strani. Attirato talvolta dai suoi simili, al punto da dedicare loro dei quadri, l’artista è tuttavia schivo, timoroso e maggiormente interessato alla Natura, intesa come unico mezzo per avvicinarsi a Dio, da catturare con tutta l’urgenza di una mente in costante, febbricitante fermento che punta a rivelare la Realtà. Una realtà cupa, distorta, inquietante (bellissimo il prete interpretato da Mads Mikkelsen, talmente disgustato dai quadri di Van Gogh da arrivare persino a rivolgerne uno verso il muro, per nascondere il disegno) ma anche piena di bellissimi colori, sui quali spicca l’energia del giallo, del sole tanto bramato dall’artista, un grido di speranza che Van Gogh, almeno nel film, insegue attraverso interminabili camminate, corse a perdifiato e sguardi trepidanti rivolti al cielo. Da l’idea, questo Sulla soglia dell’eternità, che Van Gogh fosse un turbine incontenibile, tuttavia privo della spocchia edonista di molti suoi colleghi, una creatura intrappolata in un corpo limitante e in una realtà ancora più opprimente, spinto proprio da questo desiderio di libertà a vomitare su tela colori pastosi stesi con pennellate rapide e nervose.
Effettivamente, Willem Dafoe sembra proprio Van Gogh redivivo. Al di là di un reparto costumi che richiama proprio quelli degli autoritratti realizzati dal pittore, c’è qualcosa nel volto e nello sguardo dell’attore che farebbe quasi pensare alla possessione di qualche fantasma; colpiscono, più di tutto, quegli occhi persi ed innocenti, le improvvise espressioni di spaesamento, il sorriso estasiato di chi vede oltre quello che vedono i comuni mortali e si impegna a fare in modo che possano scorgerlo anche loro senza tuttavia essere capito. Le lacrime per l’abbandono di Gauguin, la consapevolezza di essere creduto pazzo, di essere, effettivamente, anormale, la speranza di essere accolto, il sollievo di potersi riposare tra le braccia di un fratello buono e protettivo, rendono Dafoe una creatura splendida celata dalle rughe e dai tratti rozzi e luciferini dell’attore, per questo ancora più preziosa quando viene scorta da un occhio attento. A sostenere la performance dell’attore c’è un regista la cui macchina da presa non sta mai ferma, che ripropone attraverso le immagini la foga e il tormento interiore del protagonista e spesso anche il punto di vista “distorto”, poco a fuoco, influenzato dalla malattia mentale; la fotografia, talvolta virata in blu e talvolta talmente nitida che i colori risaltano vivissimi, come appena catturati sulla tela di Van Gogh, impreziosisce ancora più questa regia particolare e si accompagna ad una colonna sonora altrettanto azzeccata, un trionfo di note suonate al pianoforte che sottolineano sia i momenti concitati che quelli più tristi. Mi avevano parlato benissimo di Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (qualcuno aveva accusato anche un po’ di mal di mare, ora ho capito perché) e mi era dispiaciuto perderlo ma sono contenta di averlo recuperato in vista dell’Oscar perché è davvero interessante e, soprattutto, Dafoe è splendido. Guardatelo, merita.
Di Willem Dafoe (Vincent Van Gogh), Oscar Isaac (Paul Gauguin), Mads Mikkelsen (il prete), Emmanuelle Seigner (Madame Ginoux) e Vincent Perez (il direttore) ho parlato ai rispettivi link.
Julian Schnabel è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Basquiat, Prima che sia notte, Miral e Lo scafandro e la farfalla. Anche produttore e compositore, ha 68 anni.
Rupert Friend interpreta Theo Van Gogh. Inglese, ha partecipato a film come The Libertine, The Zero Theorem - Tutto è vanità, Morto Stalin se ne fa un altro e Un piccolo favore. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 38 anni e un film in uscita.
Mathieu Amalric interpreta il Dr. Paul Gachet. Francese, ha partecipato a film come Marie Antoinette, Lo scafandro e la farfalla e Grand Budapest Hotel. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 54 anni e due film in uscita.
Trama: Vita del pittore Vincent Van Gogh, tra genio e follia, fino alla morte in circostanze misteriose.
Van Gogh – Sulla soglia dell’Eternità è un interessante biopic che forse rivela poco della vita del pittore olandese ma sicuramente approfondisce il suo modo di intendere l’arte e affrontare la malattia mentale, due aspetti molto più affascinanti e fondamentali. Il film segue le vicende di Van Gogh dal momento del suo arrivo ad Arles, terra che avrebbe dovuto essere più calda e luminosa rispetto all’Olanda e che, in realtà, accoglie Vincent con pioggia, vento e diffidenza da parte degli abitanti del paese, poco convinti di dover ospitare un pittore poco conosciuto, povero e dagli atteggiamenti strani. Attirato talvolta dai suoi simili, al punto da dedicare loro dei quadri, l’artista è tuttavia schivo, timoroso e maggiormente interessato alla Natura, intesa come unico mezzo per avvicinarsi a Dio, da catturare con tutta l’urgenza di una mente in costante, febbricitante fermento che punta a rivelare la Realtà. Una realtà cupa, distorta, inquietante (bellissimo il prete interpretato da Mads Mikkelsen, talmente disgustato dai quadri di Van Gogh da arrivare persino a rivolgerne uno verso il muro, per nascondere il disegno) ma anche piena di bellissimi colori, sui quali spicca l’energia del giallo, del sole tanto bramato dall’artista, un grido di speranza che Van Gogh, almeno nel film, insegue attraverso interminabili camminate, corse a perdifiato e sguardi trepidanti rivolti al cielo. Da l’idea, questo Sulla soglia dell’eternità, che Van Gogh fosse un turbine incontenibile, tuttavia privo della spocchia edonista di molti suoi colleghi, una creatura intrappolata in un corpo limitante e in una realtà ancora più opprimente, spinto proprio da questo desiderio di libertà a vomitare su tela colori pastosi stesi con pennellate rapide e nervose.
Effettivamente, Willem Dafoe sembra proprio Van Gogh redivivo. Al di là di un reparto costumi che richiama proprio quelli degli autoritratti realizzati dal pittore, c’è qualcosa nel volto e nello sguardo dell’attore che farebbe quasi pensare alla possessione di qualche fantasma; colpiscono, più di tutto, quegli occhi persi ed innocenti, le improvvise espressioni di spaesamento, il sorriso estasiato di chi vede oltre quello che vedono i comuni mortali e si impegna a fare in modo che possano scorgerlo anche loro senza tuttavia essere capito. Le lacrime per l’abbandono di Gauguin, la consapevolezza di essere creduto pazzo, di essere, effettivamente, anormale, la speranza di essere accolto, il sollievo di potersi riposare tra le braccia di un fratello buono e protettivo, rendono Dafoe una creatura splendida celata dalle rughe e dai tratti rozzi e luciferini dell’attore, per questo ancora più preziosa quando viene scorta da un occhio attento. A sostenere la performance dell’attore c’è un regista la cui macchina da presa non sta mai ferma, che ripropone attraverso le immagini la foga e il tormento interiore del protagonista e spesso anche il punto di vista “distorto”, poco a fuoco, influenzato dalla malattia mentale; la fotografia, talvolta virata in blu e talvolta talmente nitida che i colori risaltano vivissimi, come appena catturati sulla tela di Van Gogh, impreziosisce ancora più questa regia particolare e si accompagna ad una colonna sonora altrettanto azzeccata, un trionfo di note suonate al pianoforte che sottolineano sia i momenti concitati che quelli più tristi. Mi avevano parlato benissimo di Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (qualcuno aveva accusato anche un po’ di mal di mare, ora ho capito perché) e mi era dispiaciuto perderlo ma sono contenta di averlo recuperato in vista dell’Oscar perché è davvero interessante e, soprattutto, Dafoe è splendido. Guardatelo, merita.
Di Willem Dafoe (Vincent Van Gogh), Oscar Isaac (Paul Gauguin), Mads Mikkelsen (il prete), Emmanuelle Seigner (Madame Ginoux) e Vincent Perez (il direttore) ho parlato ai rispettivi link.
Julian Schnabel è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Basquiat, Prima che sia notte, Miral e Lo scafandro e la farfalla. Anche produttore e compositore, ha 68 anni.
Rupert Friend interpreta Theo Van Gogh. Inglese, ha partecipato a film come The Libertine, The Zero Theorem - Tutto è vanità, Morto Stalin se ne fa un altro e Un piccolo favore. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 38 anni e un film in uscita.
Mathieu Amalric interpreta il Dr. Paul Gachet. Francese, ha partecipato a film come Marie Antoinette, Lo scafandro e la farfalla e Grand Budapest Hotel. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 54 anni e due film in uscita.
mercoledì 7 marzo 2018
Quello che non so di lei (2017)
Con la tranquillità di chi ormai aveva fatto i suoi compiti per gli Oscar, domenica sono andata a vedere Quello che non so di lei (D'apres une histoire vraie), diretto e co-sceneggiato dal regista Roman Polanski a partire dal romanzo omonimo di Delphine de Vigan.
Trama: Delphine ha appena raggiunto un successo insperato con l'ultimo libro, ispirato alla storia vera della madre, affetta da una malattia mentale che l'ha portata a venire internata, e ora è priva di ispirazione. L'incontro con la misteriosa Lei le offre la possibilità di rilassarsi e ignorare le continue, pressanti richieste di editori e lettori, ma il legame tra le due prende a un certo punto una strana piega...
Se c'è un lavoro che non riesco ad immaginare è proprio quello dello scrittore, soprattutto quello degli scrittori diventati improvvisamente famosi. Quando scrivo che non riesco ad immaginarlo, intendo che non posso nemmeno cominciare a pensare a come dev'essere mettersi davanti ad un foglio word tutto da riempire mentre l'ansia comincia a rodere una mente che dovrebbe essere creativa e costantemente produttiva, perché da essa dipende la vita stessa del suo proprietario. Ansiosa ed insicura come sono (ché già se un post riceve pochi commenti o letture comincio a chiedermi dove ho sbagliato e a meditare la chiusura del blog...), l'idea di scrivere qualcosa che deluda le aspettative degli ammiratori oppure non riuscire più a cavare un ragno dal buco per la bellezza di anni mi sarebbe insopportabile e probabilmente finirei per avere un esaurimento nervoso, che è poi la stessa cosa che succede a Delphine, protagonista di Quello che non so di lei. Delphine Dayrieux, personaggio di un gioco metaletterario trasposto su pellicola, è arrivata a un punto morto della sua carriera dopo avere fatto faville con un romanzo interamente ispirato al calvario della madre, internata per problemi psichici; dopo il successo inaspettato, la donna non sa più come far proseguire la sua carriera, tra idee vaghe per la stesura di un true crime e la vergogna di avere sfruttato le proprie traversie familiari, che le impedisce di proseguire sulla stessa china autobiografica. In mezzo a tutto questo delirio, arriva Lei, affascinante ammiratrice (con una carriera da ghost writer) che di Delphine diventa dapprima consigliera, poi collaboratrice, infine musa, seguendo un alternarsi di odi et amo sempre più estremo. E' facile per Delphine, "abbandonata" dalla famiglia e con un fidanzato spesso in giro per il mondo, lasciarsi completamente andare ed affidarsi interamente ad una figura decisa, sicura di sé e senza troppi peli sulla lingua, tuttavia la dipendenza della scrittrice si traduce presto nell'acuirsi dell'impasse creativa e di un generale atteggiamento di pigrizia e inedia, mentre Lei diventa sempre più furiosa all'idea che la sua autrice preferita rifiuti di mettersi completamente a nudo e riversare il proprio animo tormentato nel nuovo romanzo.
Polanski, qui anche co-sceneggiatore, confeziona un thriller psicologico sicuramente inferiore ad altri suoi lavori ma comunque affascinante, capace di confondere lo spettatore costringendolo a guardare il film in uno stato di tensione costante, la stessa tensione ed incertezza provata da Delphine. L'analisi psicologica stavolta rimane un po' più in superficie rispetto al passato, tuttavia le due protagoniste femminili sono figure a tutto tondo, con le quali si arriva ad empatizzare soprattutto quando viene sottolineata la loro solitudine, l'incapacità di relazionarsi con gli altri per vari motivi, il dolore di un passato impossibile da affrontare. Le due attrici scelte per interpretare Delphine e Lei non potrebbero essere più diverse, eppure entrambe offrono due prove particolarmente convincenti, con una chimica in perfetto bilico tra reciproca seduzione, interdipendenza, timore e persino fastidio. Brutto definire Emmanuelle Seigner "passatella", visto che pure struccata e all'età di 52 anni è più gnocca di quanto potrei essere io dopo una seduta dall'estetista, però l'immagine che da di donna che si sta sfaldando dentro e fuori, vinta dallo sconforto, è perfetta tanto quanto la bellezza "predatoria" di Eva Green, lei sì veramente splendida con quegli occhi che fulminano e il sorriso beffardo, sigaretta tra le dita e unghie laccate di rosso come la perfetta dark lady che è. Veder duettare le due attrici è la cosa più bella del film e fa perdonare qualche momento WTF della trama (SPOILERISSIMO Se è vero che Lei e Delphine sono la stessa persona come diamine ha fatto Delphine a guidare fino alla casa del fidanzato con la gamba rotta? FINE SPOILER), che pure a mio avviso non ha momenti morti e risulta sempre molto coinvolgente, per quanto magari un po' simile a quella di altri film che hanno trattato lo stesso argomento. Comunque, Quello che non so di lei merita sicuramente una visione, non fosse altro che per godersi l'ennesima, sensualissima performance della Green!
Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski ho già parlato QUI. Emmanuelle Seigner (Delphine Dayrieux), Eva Green (Lei), Vincent Perez (François) e Dominique Pinon (Raymond) li trovate invece ai rispettivi link.
Se Quello che so di lei vi fosse piaciuto recuperate Misery non deve morire e magari anche Open Window. ENJOY!
Trama: Delphine ha appena raggiunto un successo insperato con l'ultimo libro, ispirato alla storia vera della madre, affetta da una malattia mentale che l'ha portata a venire internata, e ora è priva di ispirazione. L'incontro con la misteriosa Lei le offre la possibilità di rilassarsi e ignorare le continue, pressanti richieste di editori e lettori, ma il legame tra le due prende a un certo punto una strana piega...
Se c'è un lavoro che non riesco ad immaginare è proprio quello dello scrittore, soprattutto quello degli scrittori diventati improvvisamente famosi. Quando scrivo che non riesco ad immaginarlo, intendo che non posso nemmeno cominciare a pensare a come dev'essere mettersi davanti ad un foglio word tutto da riempire mentre l'ansia comincia a rodere una mente che dovrebbe essere creativa e costantemente produttiva, perché da essa dipende la vita stessa del suo proprietario. Ansiosa ed insicura come sono (ché già se un post riceve pochi commenti o letture comincio a chiedermi dove ho sbagliato e a meditare la chiusura del blog...), l'idea di scrivere qualcosa che deluda le aspettative degli ammiratori oppure non riuscire più a cavare un ragno dal buco per la bellezza di anni mi sarebbe insopportabile e probabilmente finirei per avere un esaurimento nervoso, che è poi la stessa cosa che succede a Delphine, protagonista di Quello che non so di lei. Delphine Dayrieux, personaggio di un gioco metaletterario trasposto su pellicola, è arrivata a un punto morto della sua carriera dopo avere fatto faville con un romanzo interamente ispirato al calvario della madre, internata per problemi psichici; dopo il successo inaspettato, la donna non sa più come far proseguire la sua carriera, tra idee vaghe per la stesura di un true crime e la vergogna di avere sfruttato le proprie traversie familiari, che le impedisce di proseguire sulla stessa china autobiografica. In mezzo a tutto questo delirio, arriva Lei, affascinante ammiratrice (con una carriera da ghost writer) che di Delphine diventa dapprima consigliera, poi collaboratrice, infine musa, seguendo un alternarsi di odi et amo sempre più estremo. E' facile per Delphine, "abbandonata" dalla famiglia e con un fidanzato spesso in giro per il mondo, lasciarsi completamente andare ed affidarsi interamente ad una figura decisa, sicura di sé e senza troppi peli sulla lingua, tuttavia la dipendenza della scrittrice si traduce presto nell'acuirsi dell'impasse creativa e di un generale atteggiamento di pigrizia e inedia, mentre Lei diventa sempre più furiosa all'idea che la sua autrice preferita rifiuti di mettersi completamente a nudo e riversare il proprio animo tormentato nel nuovo romanzo.
Polanski, qui anche co-sceneggiatore, confeziona un thriller psicologico sicuramente inferiore ad altri suoi lavori ma comunque affascinante, capace di confondere lo spettatore costringendolo a guardare il film in uno stato di tensione costante, la stessa tensione ed incertezza provata da Delphine. L'analisi psicologica stavolta rimane un po' più in superficie rispetto al passato, tuttavia le due protagoniste femminili sono figure a tutto tondo, con le quali si arriva ad empatizzare soprattutto quando viene sottolineata la loro solitudine, l'incapacità di relazionarsi con gli altri per vari motivi, il dolore di un passato impossibile da affrontare. Le due attrici scelte per interpretare Delphine e Lei non potrebbero essere più diverse, eppure entrambe offrono due prove particolarmente convincenti, con una chimica in perfetto bilico tra reciproca seduzione, interdipendenza, timore e persino fastidio. Brutto definire Emmanuelle Seigner "passatella", visto che pure struccata e all'età di 52 anni è più gnocca di quanto potrei essere io dopo una seduta dall'estetista, però l'immagine che da di donna che si sta sfaldando dentro e fuori, vinta dallo sconforto, è perfetta tanto quanto la bellezza "predatoria" di Eva Green, lei sì veramente splendida con quegli occhi che fulminano e il sorriso beffardo, sigaretta tra le dita e unghie laccate di rosso come la perfetta dark lady che è. Veder duettare le due attrici è la cosa più bella del film e fa perdonare qualche momento WTF della trama (SPOILERISSIMO Se è vero che Lei e Delphine sono la stessa persona come diamine ha fatto Delphine a guidare fino alla casa del fidanzato con la gamba rotta? FINE SPOILER), che pure a mio avviso non ha momenti morti e risulta sempre molto coinvolgente, per quanto magari un po' simile a quella di altri film che hanno trattato lo stesso argomento. Comunque, Quello che non so di lei merita sicuramente una visione, non fosse altro che per godersi l'ennesima, sensualissima performance della Green!
Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski ho già parlato QUI. Emmanuelle Seigner (Delphine Dayrieux), Eva Green (Lei), Vincent Perez (François) e Dominique Pinon (Raymond) li trovate invece ai rispettivi link.
Se Quello che so di lei vi fosse piaciuto recuperate Misery non deve morire e magari anche Open Window. ENJOY!
venerdì 24 aprile 2015
La regina dei dannati (2002)
Dopo l'epica disfatta di Scemo & più scemo, il mio peculiare metodo di scelta film mi ha purtroppo ancorata agli anni '90/2000, che hanno sì dato i natali a qualche cult ma anche a moltissime ciofeche. A quest'ultima categoria appartiene La regina dei dannati (Queen of the Damned), diretto nel 2002 dal regista Michael Rymer e tratto da due romanzi di Anne Rice, Il vampiro Lestat e La regina dei dannati.
Trama: il vampiro Lestat si sveglia dal suo sonno secolare, attirato dalla musica di un gruppo di sbandati. Rinvigorito dalla melodia, il vampiro decide di diventare una rockstar e, soprattutto, di rivelare a tutto il mondo l'esistenza della sua specie, attirando l'odio di parecchi suoi simili e risvegliando l'antichissima Akasha, Regina dei Dannati...
Prima di cominciare a parlare de La regina dei dannati, è bene premettere una cosa. Della pluripremiata e famosissima saga Cronache dei vampiri di Anne Rice ho letto solo Intervista col vampiro, per pura curiosità, e l'ho trovato pesante come una mattonata sui marroni. La mia reazione inconsulta, nonostante il vampiro sia sempre stata una figura a me molto cara, è stata il conseguente rifiuto di proseguire nel recupero degli altri volumi che compongono l'affresco letterario della Rice. Questo per dire che le trame di romanzi come Il vampiro Lestat e La regina dei dannati mi erano sconosciute prima della visione della pellicola... eppure, nonostante questo, il film di Rymer mi ha talmente ammorbata e perplessa che sono stata costretta a documentarmi su Wikipedia, riuscendo così a provare ancora più schifo. Non starò a tediarvi parlando delle differenze tra film e romanzi, sappiate solo che il film La regina dei dannati è un fiacco antenato di Twilight, completamente asservito ad un pubblico di donnette sospiranti che nel vampiro cercano solo l'emblema del bello e maledetto, possibilmente semi-nudo, irraggiungibile ma non troppo e che desiderano identificarsi con un'eroina bella, intelligentissima e dal passato misterioso, pronta a gettare al vento la propria natura mortale nonostante i suoi antenati abbiano cercato in tutti i modi di proteggerla dal virus della bimbominkitudine. Gli sceneggiatori imperniano interamente la pellicola su una storia d'amore che, se non ho capito male, è quasi del tutto assente nell'opera originale e mettono in piedi un coacervo di cliché vecchi come il mondo, affossati da lunghissimi dialoghi improntati sul male di vivere, sul dolore della solitudine e sulla caducità della bellezza umana (ma se TUTTI gli umani sono effimeri e di conseguenza belli perché, o mio caro Lestat, ti devi invaghire solo della gnocca depressa mentre tutti gli altri li tratti come cibo? Solo perché ha letto il tuo diario? Santo cielo...), concludendo il tutto con un finale consolatorio e un "cliffhanger" fastidiosi come l'orticaria. Tutto lo spleen, il reale sentimento, il disagio che si percepivano palpabili in quel capolavoro che è Intervista con vampiro, diventano qui meri elementi di uno stile volutamente "maledetto" e l'interesse che si prova per le vicende del protagonista è pari a zero.
Certo, fare un confronto con Intervista col vampiro è spietato da parte mia. La regia di Neil Jordan era elegante quanto l'ambiente dove si muovevano i suoi bellissimi vampiri, i costumi di Sandy Powell rasentavano la perfezione, il cast vantava attori capaci e all'apice della forma, mentre qui ci sono solo sciatteria e tamarreide. Michael Rymer sceglie di girare un videoclip più che un horror e ogni tot lo spettatore è costretto a sorbirsi orride visioni virate in rosso oppure dei video musicali dove Stuart Townsend si dimena credendosi molto ma molto fico, un po' come succedeva a Fabius di Mai dire Gol; ora, io non voglio essere superficiale ma il Lestat di Tom Cruise, attore che a me ha sempre fatto sesso tanto quanto un sasso, era talmente carismatico da diventare automaticamente bello come un dio, senza dover rimanere costantemente a torso nudo o a fissare la telecamera con sguardo da piacione gotico. La regia di Rymer e l'interpretazione di Townsend sono sciatte tanto quanto gli effetti speciali utilizzati in abbondanza dal momento in cui compare Akasha e quanto le orrende scene di lotta tra vampiri, con quel fastidioso "effetto scia" che segue i personaggi ogni volta che si muovono. Tornando a parlare di attori, La regina dei dannati è il trionfo dei giovani di belle speranze che, dopo un esordio stratosferico, sono tornati giustamente nelle retrovie dei figuranti (vedi lo stesso Townsend, ma anche il secondo corvo Vincent Perez) o degli ex attori di culto che sono finiti a recitare in filmacci commerciali (vedi Paul McGann o Lena Olin) e la sfortunata Aaliyah era sicuramente una gnocca stratosferica perfetta per interpretare Akasha, peccato abbia scelto di passare metà del tempo a muoversi come un burattino scoordinato e con la bocca spalancata per mostrare i canini. L'unica cosa bella del film, e per fortuna visto che Lestat canta di lungo, è la colonna sonora quasi interamente scritta dal cantante dei Korn, Jonathan Davis, il cui stile inconfondibile impregna tutta la pellicola (se i Korn non vi sono mai piaciuti questo però rischia di non essere un pregio, sorry) e rimane in testa anche dopo qualche giorno dalla visione. Il resto, per fortuna, è già scivolato via come acqua dalla mia mente... tutto, maledizione, tranne l'orrida mise di Jesse che, per entrare in un nightclub discotecaro zeppo di vampiri, decide di farsi i codini come Sailor Moon. A proposito dello sbagliare completamente stile ed atmosfere, eh?
Di Paul McGann, che interpreta David Talbot, ho già parlato QUI.
Michael Rymer è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto episodi di serie come American Horror Story e Hannibal. Anche produttore e sceneggiatore, ha 52 anni.
Stuart Townsend interpreta Lestat. Irlandese, lo ricordo per film come La leggenda degli uomini straordinari; inoltre, ha partecipato a serie come Will & Grace e ha lavorato come doppiatore in Robot Chicken. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 43 anni.
Vincent Perez interpreta Marius. Svizzero, lo ricordo per film come Cyrano di Bergerac e Il corvo 2. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 51 anni.
Lena Olin (vero nome Lena Maria Jonna Olin) interpreta Maharet. Svedese, la ricordo per film come L'immagine allo specchio, Fanny & Alexander, La nona porta e Chocolat; inoltre, ha partecipato a serie come Alias. Ha 60 anni e due film in uscita.
La regina dei dannati è stato il secondo e ultimo film della cantante Aaliyah, morta in un incidente aereo poco dopo la fine delle riprese (la pellicola è dedicata alla sua memoria), cosa che ha costretto il fratello a dare una mano per l'overdubbing; a proposito di voci, chi ha avuto modo di passare l'adolescenza ascoltando i Korn avrà capito che le canzoni di Lestat non le esegue Stuart Townsend, bensì Jonathan Davis, che ha scritto parecchi pezzi della colonna sonora. Detto questo, La regina dei dannati ha fatto schifo veramente a tutti, sia ai fan de Le cronache dei vampiri, sia alla stessa Anne Rice, sia a Tom Cruise, che ha rifiutato di tornare come Lestat (per il ruolo era stato contattato anche Wes Bentley, che a sua volta ha declinato l'invito); a tal proposito, molto meglio recuperare il "prequel" Intervista col vampiro. ENJOY!
Trama: il vampiro Lestat si sveglia dal suo sonno secolare, attirato dalla musica di un gruppo di sbandati. Rinvigorito dalla melodia, il vampiro decide di diventare una rockstar e, soprattutto, di rivelare a tutto il mondo l'esistenza della sua specie, attirando l'odio di parecchi suoi simili e risvegliando l'antichissima Akasha, Regina dei Dannati...
Prima di cominciare a parlare de La regina dei dannati, è bene premettere una cosa. Della pluripremiata e famosissima saga Cronache dei vampiri di Anne Rice ho letto solo Intervista col vampiro, per pura curiosità, e l'ho trovato pesante come una mattonata sui marroni. La mia reazione inconsulta, nonostante il vampiro sia sempre stata una figura a me molto cara, è stata il conseguente rifiuto di proseguire nel recupero degli altri volumi che compongono l'affresco letterario della Rice. Questo per dire che le trame di romanzi come Il vampiro Lestat e La regina dei dannati mi erano sconosciute prima della visione della pellicola... eppure, nonostante questo, il film di Rymer mi ha talmente ammorbata e perplessa che sono stata costretta a documentarmi su Wikipedia, riuscendo così a provare ancora più schifo. Non starò a tediarvi parlando delle differenze tra film e romanzi, sappiate solo che il film La regina dei dannati è un fiacco antenato di Twilight, completamente asservito ad un pubblico di donnette sospiranti che nel vampiro cercano solo l'emblema del bello e maledetto, possibilmente semi-nudo, irraggiungibile ma non troppo e che desiderano identificarsi con un'eroina bella, intelligentissima e dal passato misterioso, pronta a gettare al vento la propria natura mortale nonostante i suoi antenati abbiano cercato in tutti i modi di proteggerla dal virus della bimbominkitudine. Gli sceneggiatori imperniano interamente la pellicola su una storia d'amore che, se non ho capito male, è quasi del tutto assente nell'opera originale e mettono in piedi un coacervo di cliché vecchi come il mondo, affossati da lunghissimi dialoghi improntati sul male di vivere, sul dolore della solitudine e sulla caducità della bellezza umana (ma se TUTTI gli umani sono effimeri e di conseguenza belli perché, o mio caro Lestat, ti devi invaghire solo della gnocca depressa mentre tutti gli altri li tratti come cibo? Solo perché ha letto il tuo diario? Santo cielo...), concludendo il tutto con un finale consolatorio e un "cliffhanger" fastidiosi come l'orticaria. Tutto lo spleen, il reale sentimento, il disagio che si percepivano palpabili in quel capolavoro che è Intervista con vampiro, diventano qui meri elementi di uno stile volutamente "maledetto" e l'interesse che si prova per le vicende del protagonista è pari a zero.
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| I giornali dicono di me che ho un alito importante.... E' vèro. E' mòlto vèro. |
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| Saailor Moon, amica Saaaaailor Moon! |
Michael Rymer è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto episodi di serie come American Horror Story e Hannibal. Anche produttore e sceneggiatore, ha 52 anni.
Stuart Townsend interpreta Lestat. Irlandese, lo ricordo per film come La leggenda degli uomini straordinari; inoltre, ha partecipato a serie come Will & Grace e ha lavorato come doppiatore in Robot Chicken. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 43 anni.
Vincent Perez interpreta Marius. Svizzero, lo ricordo per film come Cyrano di Bergerac e Il corvo 2. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 51 anni.
Lena Olin (vero nome Lena Maria Jonna Olin) interpreta Maharet. Svedese, la ricordo per film come L'immagine allo specchio, Fanny & Alexander, La nona porta e Chocolat; inoltre, ha partecipato a serie come Alias. Ha 60 anni e due film in uscita.
La regina dei dannati è stato il secondo e ultimo film della cantante Aaliyah, morta in un incidente aereo poco dopo la fine delle riprese (la pellicola è dedicata alla sua memoria), cosa che ha costretto il fratello a dare una mano per l'overdubbing; a proposito di voci, chi ha avuto modo di passare l'adolescenza ascoltando i Korn avrà capito che le canzoni di Lestat non le esegue Stuart Townsend, bensì Jonathan Davis, che ha scritto parecchi pezzi della colonna sonora. Detto questo, La regina dei dannati ha fatto schifo veramente a tutti, sia ai fan de Le cronache dei vampiri, sia alla stessa Anne Rice, sia a Tom Cruise, che ha rifiutato di tornare come Lestat (per il ruolo era stato contattato anche Wes Bentley, che a sua volta ha declinato l'invito); a tal proposito, molto meglio recuperare il "prequel" Intervista col vampiro. ENJOY!
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