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martedì 30 luglio 2024

The Well (2024)

Venerdì sera, grazie all'amico Roberto D'Onofrio, ho avuto la possibilità di andare all'anteprima milanese di The Well, diretto e co-sceneggiato dal regista Federico Zampaglione, in uscita il 1 agosto in tutta Italia. Niente spoiler, leggete pure tranquilli.


Trama: Lisa, giovane restauratrice americana, viene chiamata in Italia da una nobildonna, per restaurare un dipinto medievale. Nello stesso paesino, però, un mostro imprigiona e uccide persone in modi cruenti...


Visto quanto mi erano piaciute le precedenti opere di Zampaglione, The Well era uno dei film che aspettavo di più quest'anno e, per una volta, le mie aspettative non sono rimaste deluse. Dopo le atmosfere di Tulpa, più vicine al giallo all'italiana, The Well segna un ritorno dell'autore all'horror tout court. Ad essere più precisi, all'interno del film si mescolano almeno un paio di registri differenti, rispecchiati da diversi setting e generi musicali. Da una parte abbiamo una favola nera con echi folkloristici e medievali, che vede come protagonista la giovane restauratrice Lisa, alle prese con un quadro rovinato dalla fuliggine di un incendio, dall'altra il lurido spaccato di una camera delle torture, dove alcuni prigionieri vengono seviziati da un bruto e gettati all'interno del pozzo del titolo. Per quanto mi riguarda, è questa costante contaminazione di registri l'aspetto più interessante di The Well. Lo spettatore smaliziato (oppure più attento di altri), infatti, riuscirà probabilmente a prevedere i vari twist della trama da pochi dettagli rivelatori, ma quello che non riuscirà a fare sarà "proteggersi" dal crescendo di orrore inaspettato di un film che non si adagia sui percorsi tipici degli horror recenti, ma vuole abbracciare l'anarchia delle opere italiane del periodo d'oro del genere. In The Well non ci sono spiegoni, solo una breve introduzione dedicata a Lisa e al suo lavoro di restauratrice, dopodiché tutto procede spedito come un treno, un viaggio scomodo seduti sul bordo della poltrona, tra la paranoia e lo schifo (in senso positivo) più assoluto. Uno potrebbe pensare che l'aspetto gotico sia più tranquillo, in un certo senso. In realtà,  Lisa si aggira come la più classica delle damsel in distress all'interno di un luogo sconosciuto ed ostile, sempre più incapace di distinguere tra una realtà di anacronistica ricchezza e incubi capaci di uccidere (sensazione di spaesamento enfatizzata dall'essere straniera in terra straniera, un tema che parrebbe assai caro all'horror recente), ed è lì che si annida la vera incertezza. L'orco del pozzo, tanto quanto, ci "delizia" con la sua feroce fantasia, e lì il bello (o il brutto, scegliete voi) è capire quanto in là potrà spingersi la voglia di Zampaglione di farci vomitare il panettone di sette anni prima.


Per quanto riguarda gli aspetti più "tecnici", The Well è indubbiamente una spanna sopra moltissime produzioni recenti. Girato in tempo record (quattro settimane), il film trasuda passione da ogni fotogramma e l'unica cosa che non ho apprezzato è solo il fastidioso scollamento tra il labiale di chi ha recitato in inglese ed è stato poi ridoppiato in italiano, per il resto c'è da levarsi il cappello. In particolare, per una come me che detesta la CGI, un film come The Well è una boccata di aria fresca: gli effetti speciali sono artigianali, un trionfo di trucco prostetico e sangue finto, e ci sono sequenze che gridano "Fulci vive!" da ogni angolazione (ma gli occhi non sono più di marzapane, e fanno accartocciare dallo schifo), perché fortunatamente Zampaglione non si è trattenuto per quanto riguarda i dettagli più efferati. La fotografia nitidissima, tra l'altro, consente di non perdersi neppure una gocciolina di sangue e, pregio ancora maggiore, non penalizza il film con quella patina leccata che trasforma gli horror in dozzinali pellicole da cestone Netflix. Le sequenze ambientate nelle segrete, in particolare, trasmettono una sensazione di disagio e di sporco tangibile e, oltre che a Fulci, ho pensato a Stuart Gordon e a quel suo modo particolare di razzolare nel torbido, specialmente in film come Castle Freak. C'è da dire che, forse, mi è tornato in mente questo titolo in particolare anche grazie alla natura inquietante del demone protagonista di The Well, ma, per quanto mi riguarda, la palma di personaggio più terrificante (e della scena cult dell'anno) va all'Arruda di Lorenzo Renzi, col suo trucco alla "De la Iglesia" e il modo certosino con cui si impegna a scegliere gli strumenti di tortura per le vittime moleste. E se quest'ultimo entra di diritto nel novero nei migliori mostri del cinema horror italiano, mentre Lauren LaVera, Claudia Gerini e Melanie Gaydos si confermano delle certezze, un'ultima menzione d'onore la farei per Linda Zampaglione, la quale continua la tradizione delle inquietanti ragazzine horror sulla scia di Maria Pia Marsala e Nicoletta Elmi, donando però al suo personaggio un'inusuale malinconia. Concludo dunque con un "correte a vedere The Well!", se avrete la fortuna di averlo proiettato in qualche sala vicina, perché un film così gioiosamente orgoglioso di essere horror, senza maschere né orpelli, va soltanto premiato!


Del regista e co-sceneggiatore Federico Zampaglione ho già parlato QUI. Claudia Gerini (Emma) e Giovanni Lombardo Radice (il padre di Lisa) li trovate invece ai rispettivi link.

Lauren LaVera interpreta Lisa. Americana, ha partecipato a Terrifier 2 e serie come Iron Fist. Anche sceneggiatrice, ha 30 anni e la rivedremo negli attesissimi Terrifier 3 e Life of Chuck!


Melanie Gaydos
, che interpreta Dorka, era già apparsa nel bellissimo Tous les dieux du ciel. Se The Well vi fosse piaciuto recuperate Shadow! ENJOY!

martedì 21 dicembre 2021

Diabolik (2021)

Domenica abbiamo saltato a pié pari Spider-Covid e ci siamo infilati in una sala più sicura per vedere un altro dei film che aspettavo da mesi, ovvero Diabolik, diretto e co-sceneggiato dai registi Antonio e Marco Manetti.


Trama: dopo aver tentato di rubarle un diamante, Diabolik si innamora dell'ereditiera Eva Kant, che diventa così complice del re del terrore, aiutandolo a fuggire dall'ispettore Ginko...


Disclaimer: non ho MAI letto un Diabolik in vita mia. So che il criminale creato dalle sorelle Giussani è un esponente di quegli "eroi" neri, cupissimi, tutti con nomi dalle connotazioni negative contenenti almeno una K che andavano di moda negli anni '60 in Italia, conoscevo ovviamente Eva Kant e Ginko, sapevo che Diabolik è un maestro di veleni, armi bianche e travestimenti e che non esita a uccidere i nemici ma anche semplici "vittime collaterali" innocenti, a differenza di Lupin III. Nonostante questo, pensare di vederlo portato su grande schermo (cosa che aveva già fatto Bava) dai Manetti Bros, col volto di Marinelli, mi aveva caricata di aspettative e sono entrata nel cinema col cuore colmo di grandi speranze, ahimé in buona parte deluse. In questo periodo ho guardato tre film che mi hanno lasciata perplessa, tutti tra l'altro diretti e recitati non certo da scemi, quindi non vorrei che con l'operazione mi abbiano tolto anche il giusto senso critico, ma sia Diabolik che Il potere del cane che E' stata la mano di Dio, di cui scriverò nei prossimi giorni, mi hanno lasciata tra il freddo e l'indifferente, di conseguenza vi chiederei di prendere i miei post con le pinze, che vi devo dire. Nel caso di Diabolik, non è che non abbia apprezzato buona parte di ciò che si vede su schermo: lo stile di regia, scenografia e montaggio scelto dai Manetti Bros, "finto", naif e molto anni '60, mi è parso perfetto per la storia narrata, e anche la prima parte del film, almeno fino al punto in cui Diabolik evade, per inteso, è intrigante e a modo suo piena di suspance. La colonna sonora poi l'ho trovata strana, sì, (soprattutto i due brani cantati da Manuel Agnelli) ma comunque affascinante e adatta alle atmosfere vintagge dell'intera operazione, e anche il Ginko di Mastandrea l'ho trovato valido, tutto d'un pezzo e costretto ad ingoiare moltissimi rospi ma in qualche modo degno di stima. Poi, ovviamente, l'incensatissima Miriam Leone è un'Eva Kant bellissima, elegantissima, sexyssima e... no, ok, qui cominciano le note dolenti, mi dispiace.


Miriam Leone
è gnocca. Incredibilmente. Tuttapatata al confronto non era nulla. Però non è un motivo valido per farle ruotare attorno tutta la trama, suvvia, anche perché, diciamolo, la Leone ha preso lezioni da Corinna Negri e questo l'avevo capito fin dal trailer. Il problema è che se la Leone ha preso lezioni da Corinna, il mio povero Marinelli stavolta ha avuto come musO il vecchio Stannis La Rochelle: un blocco di tufo con l'occhio (ceruleo, bellissimo) spento, il viso di cemento e la parrucchetta di Bela Lugosi in Dracula. Hai voglia a parteggiare per Diabolik, quando ha la gamma emozionale di un tavolino da the e l'unico momento in cui sembra provare qualcosa è quando la Kant biascica le banalità tipiche della scrittrice di fanfiction che vorrebbe farsi Voldemort perché è oscuro ma "chissà cosa nasconde dietro quella oscurità". E cosa vuoi che nasconda, probabilmente l'animo di Furio e Raniero, visto il modo in cui tratta tutte le donne che gli passano per le mani (un applauso per lo spreco di Serena Rossi. Ho capito, è una storia tratta da un fumetto anni '60 e sì, alla fine la Kant si "emancipa", ma miseria, Elisabeth Gay ridefinisce il significato stesso di zerbino!)! Inoltre, se posso permettermi, più di due ore sono troppe per un film simile. Il colpo finale ha una scenografia splendida ed è molto ben realizzato a livello di regia e montaggio ma è noioso da morire e rispetto al confronto tra Diabolik e Ginko quelli tra Lupin e Zenigata sono dei capolavori di approfondimento dei personaggi, senza contare che ci sono almeno un paio di momenti di involontario umorismo in cui ho dovuto guardare altrove imbarazzata (l'armadio, Gesù. La ghigliottina!). Ribadisco che questo è il punto di vista di una ormai brutta persona, che comunque non ha mai letto un numero di Diabolik, quindi non so se le mie impressioni facciano ridere i fan del fumetto e se effettivamente il personaggio ritratto nella pellicola sia identico a quello storico delle Giussani, ma personalmente non sono rimasta granché soddisfatta. Ciò detto, il film ha comunque molti pregi ed è una produzione coraggiosamente italiana, quindi sarebbe ingiusto non consigliarvi una visione disimpegnata. Magari potreste innamorarvene, chissà.


Dei registi e co-sceneggiatori Antonio e Marco Manetti ho già parlato QUI. Luca Marinelli (Diabolik), Miriam Leone (Eva Kant), Valerio Mastandrea (Ginko), Claudia Gerini (Signora Morel) e Serena Rossi (Elisabeth Gay) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film è tratto dal terzo albo della serie a fumetti, L'arresto di Diabolik; probabilmente lo avrete già letto, nel caso abbiate visto Diabolik, ma se siete come me e avete la curiosità di cercare differenze e somiglianze recuperatelo, magari assieme al Diabolik di Mario Bava. ENJOY!

martedì 14 gennaio 2020

Hammamet (2020)

Spinti da un trailer arricchito da un Favino irriconoscibile e da un'insana passione per le biografie storico-politiche, col Bolluomo siamo andati a vedere Hammamet, diretto e co-sceneggiato dal regista Gianni Amelio, scontrandoci col primo diludendo dell'anno.


Trama: ultimi anni della vita di Bettino Craxi, esule in Tunisia per fuggire alla giustizia italiana, tra gravi malattie e riflessioni.


Come ho già scritto su Facebook: Si può dire "che due palle"? Lo so che non è bello liquidare un film con queste tre, tragiche parole, ma alcune pellicole lo meritano e Hammamet è una di queste. Noiosissima, banale agiografia alla fine della quale di Craxi non si viene a sapere nulla più di quanto può venire riportato sulla sua pagina Wikipedia né si esce arricchiti o incuriositi, Hammamet spicca per la mancanza di coraggio e per la ferma volontà di non prendere una posizione che sia una, cercando di accontentare contemporaneamente detrattori e amanti di una figura politica tra le più controverse della vecchia repubblica italiana. Anzi, soprattutto, a mio avviso, si è cercato di essere quanto più "positivi" possibile, altrimenti non avrei parlato di agiografia San Bettino, il quale viene rappresentato come un uomo malato e ingiustamente vessato dalla giustizia italiana, spinto alle sue "marachelle" (la metafora del bambino con la fionda è qualcosa di angoscioso, nell'accezione più ligure del termine) dalla profonda convinzione di non essere l'unico a comportarsi in quel modo e di farlo meglio di altri, mitigando la giusta corruzione con opere di bene finanziate proprio da questi guadagni illeciti. Ma chi era Robin Hood, santo cielo? Oltre ai deliri di un uomo solo, malato, da compatire, si aggiungono terrificanti presenze che serpeggiano per tutta la durata della pellicola, roba che la LLorona e la bambola Annabelle sono due Orsetti del Cuore. Sto parlando, ovviamente, della figlia di Craxi e del wannabe assassino eletto a documentarista del buon Bettino, due escamotage narrativi di cui una perennemente incazzata/triste, l'altro che probabilmente dovrebbe rappresentare l'occhio esterno di chi osserva l'ex uomo politico con sentimenti ambivalenti (consentendo a Favino di profondersi in interminabili monologhi fatti di nulla) e poi boh, a un certo punto sparisce per cicciare fuori sul finale senza un perché e inspiegabilmente ridotto alla follia. Non è il solo, ovviamente, privo di un reale perché: ci aggiungo anche il nipotino ciccione di Craxi, probabilmente messo lì per far colore e poi eliminato dalla trama una volta che gli sceneggiatori si sono accorti della sua inutilità, e la Gerini in guisa di Ania Pieroni, amante storica di Craxi che compare per cinque minuti durante i quali parrebbe fondamentale e invece no, altra parentesi di "colore" e umanità fine a se stessa.


E forse, aggiungerei, è meglio che alcuni attori (aggiungo anche l'"indispensabile" Alberto Paradossi/Bobo Craxi) compaiano per un minutaggio scarso, perché a parte Pierfrancesco Favino, Renato Carpentieri e Silvia Cohen, che interpreta la moglie di Craxi, non se ne salva uno. Il più imbarazzante di tutti è Luca Filippi. Bello come il sole, un ragazzo dai lineamenti finissimi, splendidi, e dagli occhi ipnotici. Peccato abbia scelto la carriera di attore, visto che è l'equivalente maschile di Corinna Negri e ad ogni sua comparsa mi veniva voglia di tirare delle capocciate fortissime contro il muro, anche solo per rimanere sveglia; per carità, probabilmente la colpa è anche del personaggio insulso che gli è stato appioppato, ché uno in effetti non può cavare sangue da una rapa. Lo stesso Favino, poverino, sacrifica la perfezione di fisico, intonazione, voce, accento, trucco all'interno di un'opera ancor meno interessante di una puntata di Tale e quale show, il cui unico momento apprezzabile è una sequenza onirica troppo breve, all'interno della quale Amelio vuò fa' Sorrentino senza la sfacciataggine cafona ma aggraziata del regista partenopeo e risultando così paraculo ANCHE quando avrebbe potuto e dovuto essere graffiante e corrosivo. Se non altro, lì ci sono Olcese e Margiotta che mi hanno sempre fatta tanto ridere ma, come direbbe Rene in Mallrats: "Troppo poco, troppo tardi". Che spreco di infinite possibilità. Evitate, anche se siete amanti di Pierfrancy.


Di Pierfrancesco Favino (Bettino Craxi) e Claudia Gerini (L'amante) ho parlato ai rispettivi link.

Gianni Amelio è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Calabrese, ha diretto film come Il ladro di bambini, Lamerica e Le chiavi di casa. Anche attore, ha 75 anni.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate Il Divo, Loro 1 e Loro 2. ENJOY!

domenica 15 ottobre 2017

Ammore e malavita (2017)

Non credevo sarei mai andata a vedere un musicarello napoletano al cinema ma, tant'è, il tam tam della rete post Venezia ha fatto il suo sporco lavoro e giovedì ho visto Ammore e malavita, diretto e co-sceneggiato dai Manetti Bros.


Trama: Ciro è la guardia del corpo di don Vincenzo, Fatima un'infermiera che un giorno vede qualcosa che nessuno avrebbe dovuto vedere. Ciro dovrebbe ucciderla ma Fatima è l'amore perduto della sua infanzia e i due quindi scappano, lasciandosi alle spalle uno stuolo di cadaveri...


Ammetto con colpevolezza di non avere mai visto un film dei Manetti Bros. Ma nemmeno mezzo, eh. Neppure Zora la vampira, che pure all'epoca aveva fatto notizia. Si vede che io e il cinema italiano andiamo in due direzioni diverse. Probabilmente se gente come Sauro e Lisa non ne avessero parlato benissimo nei loro blog non sarei andata a vedere neppure Ammore e malavita che a me, con tutto il dovuto rispetto, l'ambientazione napoletana irrita non poco, con tutti gli stereotipi partenopei che immagino diano fastidio persino agli abitanti di quelle zone. E ammetto che, magari, due sottotitoli in più avrebbero giovato alla visione del film, ché io il 90% dei dialoghi tra Fatima e Ciro non li ho capiti manco p'o cazz'. Aggiungo infine che io e il musicarello non ci siamo mai incrociati nemmeno per sbaglio, neppure da bambina o ragazzina, nemmeno quando i miei genitori erano padroni del telecomando, perché i veri liguri stundai il musicarello lo schifano, belin, e ai biondi capelli di Nino D'Angelo preferiscono la faccia scazzata di De André, per dire. Concluso questo lungo preambolo, devo dire che inaspettatamente Ammore e malavita mi è piaciuto, non tanto quanto avrei voluto magari, ma ne riconosco la genialità e ammetto che non solo mi ha fatto fare un sacco di risate ma si è rivelato persino più profondo di quanto non pensassi. Quegli inni alla libertà sul finale, il giusto ridimensionamento della figura del "padrone" all'inizio (il padrone deve comunque ricordare le sue origini umili, senza mancare di rispetto a chi sta "sotto") e la celebrazione dell'aMMaure sono cose che allargano il cuore e riconciliano un po' col mondo, aggiungendo una ventata di ottimismo e allegria anche all'interno di una storia dove il bodycount è altissimo e la malavita spadroneggia fin dalle primissime sequenze, tra cadaveri canterini che si chiedono "chi cazz'è stu Don Vincenzo?" e turisti che vengono felicemente rapinati a Scampia. Non ho mai visto Song'e Napule (ne dubitavate?) ma mi è parso di capire che, nonostante siano entrambi romani, i Manetti Bros portino la città partenopea nel cuore e ne riconoscano il fascino a discapito di tutti gli stereotipi e di tutte le brutture che l'hanno fatta assurgere, spesso ingiustamente, agli onori della cronaca nera, al punto da arrivare ad essere internazionalmente considerata come una delle città più pericolose del mondo. Poi oh, io a Napoli non sono mai stata quindi mi viene difficile anche parlarne e capire il sentimento che smuove i Manetti ma, di base, mi è sembrato positivo.


Più che la storia in sé, comunque, una sorta di Romeo e Giulietta in salsa mafiosa condita da innumerevoli e consapevoli citazioni cinematografiche che fanno capo nientemeno che a James Bond, colpiscono di Ammore e malavita l'anima musical e il gusto con cui i Manetti mettono in scena non soltanto i vari numeri musicali ma anche le sequenze più "action". Non riesco ad entrare nel merito della musica in sé perché obiettivamente quello di Ammore e malavita non è il mio genere (diciamo che ho riso molto ma è una colonna sonora che non riascolterei) e, benché funzionali alla trama e rispettose del "canone", ho preso le canzoni presenti nel film come una parodia ben realizzata, però ho apprezzato tutte le coreografie e la messinscena che fa loro da contorno, a cominciare dalla Madonnina che s'illumina trasformando un grigio corridoio d'ospedale in una truzzissima sala da ballo, passando per il tizio che canta circondato da cornetti rossi, per arrivare ai cadaveri che tengono il tempo schioccando le dita come un macabro coro greco, giusto per citare un paio di scene che mi hanno colpita più di altre. Bellissima la fotografia "rozza", le inquadrature da poliziottesco, l'esagerazione splatter delle sparatorie e degli innumerevoli atti di violenza che costellano il film, molto interessanti anche i costumi e alcuni dettagli delle scenografie (i cuori "sacri" con in mezzo l'orologio di Johnny Depp in casa di Fatima, la De Lorean! sul finale), tutti aspetti del film che mi spingerebbero a recuperare le precedenti opere dei Manetti Bros perché, davvero, se c'è un film da cui traspare aMMore per tutto il cinema è davvero Ammore e malavita quindi chissà cosa mi sono persa in tutti questi anni. Bravissimi anche gli interpreti, tra l'altro. A dire il vero la Gerini, con quel napoletano parodico e forzato, lì per lì non mi convinceva ma più andavo avanti più mi sono resa conto che questa è la sua migliore interpretazione da anni, mentre Serena Rossi, Carlo Buccirosso, Giampaolo Morelli e tutto il resto del cast si sono conquistati la mia simpatia fin dall'inizio e in particolare Serena Rossi, con quella sua aria un po' motown e la voce bellissima, è stata davvero una sorpresa graditissima. Mi rendo conto che dovrei spendere qualche parola in più ma, ribadisco, non ho le conoscenze per analizzare Ammore e malavita come meriterebbe e mi spiace. Posso solo consigliare chi dovesse leggere il post di andarlo a vedere prima che lo tolgano dalle sale perché un film simile va "vissuto" più che letto. Iamme, ia!


Di Carlo Buccirosso, che interpreta Don Vincenzo Strozzalone, ho già parlato QUI mentre Claudia Gerini, che interpreta Donna Maria, la trovate QUA.

I Manetti Bros, al secolo Marco e Antonio Manetti, sono i registi e co-sceneggiatori del film. Nati entrambi a Roma, hanno diretto film come Zora la vampira, L'arrivo di Wang, Paura 3D, Song'e Napule ed episodi delle serie Il commissario Rex e L'ispettore Coliandro. Anche produttori e attori, Marco ha 49 anni mentre Antonio ne ha 47.


Giampaolo Morelli interpreta Ciro. Nato a Napoli, ha partecipato a film come South Kensington, Paz!, Song'e Napule, Smetto quando voglio: Masterclass e a serie quali Anni 60, Distretto di polizia, Braccialetti rossi e L'ispettore Coliandro. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 44 anni e un film in uscita.


Serena Rossi interpreta Fatima. Nata a Napoli, ha partecipato a film come Song'e Napule e a serie quali Un posto al sole, Il commissario Montalbano, Che Dio ci aiuti, Il commissario Rex e L'ispettore Coliandro, inoltre ha prestato la voce ad Anna in Frozen - Il regno di ghiaccio. Ha 32 anni e un film in uscita.


Tra gli altri attori che compaiono nella pellicola segnalo il cantante Raiz, al secolo Gennaro Della Volpe, che interpreta Rosario, mentre non so per quale motivo in nessun sito viene riportata la presenza del comico Giovanni Esposito nei panni del boss rivale (accompagnato tra l'altro dal wrestler italiano Giuseppe "King" Danza). Oh ben, c'è e tanto vi deve bastare! ENJOY!

martedì 21 marzo 2017

John Wick - Capitolo 2 (2017)

Dopo l'entusiasmo generato dal primo capitolo potevo non andare a vedere John Wick - Capitolo 2 (John Wick: Chapter 2), nuovamente diretto da Chad Stahelski?


Trama: finita la mattanza del primo capitolo John Wick cerca di ritirarsi a vita privata ma viene richiamato in attività dal camorrista Santino D'Antonio, deciso a scalare i vertici della criminalità mondiale...


Nel 2014 John Wick era stata una bella sorpresa, un action anni '80 tamarro al punto giusto, con un protagonista sufficientemente duro ed inespressivo e alcune finezze di fondo che facevano venire voglia di averne di più. Il di più è arrivato tre anni dopo, con un film che mostra John Wick ancora incazzato nero per la morte della moglie e dell'amato cagnussu (e basta, santo cielo!), ancora desideroso di pace e ancora circondato da gente che lo rivorrebbe in azione a tutti i costi. Stavolta la sceneggiatura, se tale la si può definire, scava maggiormente all'interno di quel mondo organizzato di assassini e criminali che era la parte più affascinante del primo capitolo: apprendiamo infatti (o forse lo dicevano già in John Wick ma chi se lo ricorda...) che il mondo è governato da una sorta di cosca criminale internazionale, un G7 del crimine tipo, un'organizzazione ancora diversa da quella che gestisce l'Hotel Continental ma ad essa strettamente legata. Questi due gruppi, ai quali bisogna aggiungerne un terzo che richiama molto i Morlock degli X-Men, evitano di pestarsi i piedi a vicenda grazie ad un ferreo codice fatto di regole che non bisognerebbe infrangere, pena la scomunica e la perdita non solo della vita ma anche e soprattutto di protezione e privilegi. In base ad una di queste regole, John Wick è costretto ad accettare di "rientrare nel giro" quando il camorrista Santino D'Antonio (nome meno banale e pizzaspaghettimandolino no?) gli chiede di ammazzare la sorella Gianna presentandogli un cosiddetto pegno, sorta di patto suggellato all'epoca in cui John voleva andare in pensione e passare la vita con l'amata moglie. Altro non aggiungerò sulla trama, ché tanto il succo è riassumibile, da qui in poi, in "John Wick spara in testa a laGGente" con pochissime varianti, tra le quali una molto interessante in cui l'intera New York si trasforma in un covo di assassini e le incursioni in un Hotel Continental che, se volete il mio parere, meriterebbe un film a parte con Ian McShane e Franco Nero come protagonisti assoluti. Rileggendo ciò che ho scritto finora mi sono resa conto di suonare poco entusiasta ma il fatto è che stavolta, nonostante la presenza di molti momenti ridicoli (la sparatoria silenziosa è esilarante, della pretestuosissima sequenza iniziale non voglio neppure parlare altrimenti scoppio a ridere), l'atmosfera generale è troppo seria e alcune scene d'azione ripetitive.


Non mi reputo un'esperta di film action zamarri o di "cinema di menare" (probabilmente se volete leggere una recensione competente di John Wick 2 dovete andare QUI), per carità, ma mi è sembrato che John Wick - Capitolo 2 riciclasse spesso e volentieri gli stessi stunt, con intere e lunghissime sequenze in cui Keanu Reeves, quando non ammazza alla prima i ventordici nemici che gli si parano davanti sbucando da ogni dove, li atterra con un paio di mosse di sottomissione rotolanti e poi li secca con un headshot ben piazzato. Questa routine si ripropone due o tre volte e sinceramente preferisco soluzioni un po' più fantasiose, che magari contemplino armi improprie particolari come una matita, un'automobile, pistole utilizzate a mo' di mattoni da lanciare, ecc. ecc. Di fatto, l'unica sequenza memorabile è quella sul finale, interamente ambientata in un labirinto di specchi e luci al neon che permette al regista di giocare un po' con prospettive e macchina da presa, oltre all'emozionante conclusione, che si svolge davanti allo splendido angelo della Bethesda Fountain in Central Park (location che grazie ad Angels in America mi smuove sempre un desiderio irrazionale di trovarmi lì in contemplazione), il resto francamente puzza un po' di già visto e gli attori non aiutano. Keanu Reeves fa John Wick e va bene, da lui mi aspetto una performance granitica, ma Riccardo Scamarcio è semplicemente imbarazzante, un blocco di tufo imbolsito, monoespressivo e autodoppiatosi con la verve di un paramecio (nulla credo rispetto al vedere quel gianduia di Luca Argentero che imita il Brad Pitt di Fight Club nell'imminente Il permesso, cercate il trailer poi ne riparliamo); non va meglio a Claudia Gerini, che ricordavo splendida e brillante e che invece mi si è riproposta col volto tumefatto da probabili ritocchi estetici nei panni di un'improbabile e moscia femme fatale, mentre perlomeno a tenere alto il buon nome del Cinema italiano ci pensa il già citato Franco Nero che, assieme a Ian McShane, interpreta l'unico personaggio davvero memorabile del film. Ribadisco: nel terzo John Wick ESIGO che il ruolo degli Hotel Continental sia preponderante perché tra assassini invulnerabili e tamarreide stavolta vince la fredda ed elegantissima burocrazia, mi spiace.


Del regista Chad Stahelski ho già parlato QUI. Keanu Reeves (John Wick), Riccardo Scamarcio (Santino D'Antonio), Ian McShane (Winston), Claudia Gerini (Gianna D'Antonio), Laurence Fishburne (Bowery King), John Leguizamo (Aurelio), Franco Nero (Julius), Peter Serafinowicz (Sommelier), David Patrick Kelly (Charlie) e Peter Stormare (Abram) li trovate invece ai rispettivi link.

Common (vero nome Lonnie Rashid Lynn) interpreta Cassian. Americano, più conosciuto come rapper che come attore, ha partecipato a film come Wanted - Scegli il tuo destino, Comic Movie, Now You See Me - I maghi del crimine, Selma - La strada della libertà, Suicide Squad e ha doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttore, ha 45 anni e cinque film in uscita.


Lo avevo intuito dal finale ed è quasi certo che John Wick sarà una trilogia, quindi aspettatevi il ritorno di Keanu Reeves nei panni dell'eroe titolare tra qualche anno, magari con Samuel L. Jackson che, a quanto pare, muore dalla voglia di partecipare. Nell'attesa, se John Wick - Capitolo 2 vi fosse piaciuto recuperate John Wick e aggiungete Deadpool così da farvi due vere risate. ENJOY!

martedì 3 settembre 2013

Nero Bifamiliare (2007)

Qualche sera fa ho beccato in TV il film d’esordio del regista e cantautore Federico Zampaglione, Nero bifamiliare, girato nel 2007.


Trama: Vittorio e Marina vanno a vivere nella casa dei loro sogni ma la presenza degli strani vicini rapidamente distruggerà l’idillio…


Lo ammetto, mi sarei aspettata una cosa più grandguignolesca da Zampaglione, quindi, mentre guardavo questo film ho aspettato con trepidazione un twist finale che invece non è arrivato. Nero bifamiliare è davvero “solo” una grottesca commedia nera popolata da personaggi al limite dell’assurdo che, a dire il vero, mi ha ricordato vagamente un film che vedevo spesso alle medie, Roba da Matti con Kirstie Alley. Là l'atmosfera era più goliardica/raffazzonata, com'è tipico di un certo tipo di cinema americano, mentre qui il regista e sceneggiatore sfocia in territori a lui congeniali come l'onirico, il thriller e l'horror, ai quali si aggiunge la critica spietata all'italietta fatta di parvenu e delinquentelli, ma il senso è sempre quello: la famiglia perfetta trova la casa perfetta per cominciare a condurre una vita perfetta, ma tutto a poco a poco si sgretola a causa di ospiti/vicini indesiderati, sospetti, pregiudizi, paranoie ecc. ecc. Come dice il disgustoso personaggio del dottore, l'importante per Vittorio e Marina sarà trovare la prima causa della loro rovina, altrimenti il processo distruttivo diventerà inarrestabile... e proprio la soluzione di questo rompicapo, che per tutto il film rimarrà nascosta agli occhi dei protagonisti volontariamente ciechi e si rivelerà solo quando lui arriverà a toccare letteralmente il fondo, sembra quasi un ripensamento buonista dopo tutta la cattiveria e il cinismo di cui abbonda la prima parte di Nero bifamiliare e richiama molto l'aura romantica, sognatrice e triste delle canzoni dei Tiromancino.


L'"ingenuità", se così si può dire, della sceneggiatura si accompagna comunque ad una buona padronanza del mezzo cinematografico. Zampaglione è un esordiente e si vede ma, al di là di alcune imperfezioni e di una generale aria "grezza" e molto italiana fanno capolino anche la visionarietà, la capacità di creare con pochi fotogrammi delle sequenze assai potenti (una per tutte quella dell'incubo di Vittorio ma anche quella del Teschio non è male!), la voglia di giocare con le citazioni e l'amore per il cinema in generale. Per dire, se ripenso ad un altro film italiano visto su Cielo, l'innominabile Ubaldo Terzani Horror Show, diretto e scritto da un altro esordiente, le due pellicole non sono nemmeno paragonabili né per la tecnica del regista né per la bravura degli attori. La furbizia di Zampaglione, infatti, è stata anche quella di scritturare due validi protagonisti e un paio di caratteristi d'eccezione in grado di dare "colore" senza risultare ridicoli come Cinzia Leone, Adriano Giannini ed Ernesto Mahieux, quest'ultimo praticamente perfetto nei panni del servile, laido e pettegolo custode del complesso residenziale. Se a tutto ciò aggiungiamo una bella colonna sonora, Nero Bifamiliare si conferma un film non perfetto ma sicuramente molto gradevole e particolare.


Del regista e co-sceneggiatore Federico Zampaglione ho già parlato qui mentre Claudia Gerini, che interpreta Marina, la trovate qua.

Luca Lionello interpreta Vittorio. Figlio del compianto Oreste Lionello, ha partecipato a film come Sposerò Simon Le Bon, Paprika e La passione di Cristo. Ha 49 anni e due film in uscita.


Cinzia Leone interpreta la madre di Marina. Romana, la ricordo per film come Parenti serpenti, Selvaggi, Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e di politica. Ha 54 anni. 


Adriano Giannini interpreta Ossobuco. Romano, figlio di Giancarlo Giannini, lo ricordo per film come Travolti dal destino, Ocean's Twelve e Baciami ancora. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 42 anni e un film in uscita.



venerdì 28 giugno 2013

Tulpa (2012)

Approfittando del miracolo che ne ha permesso la distribuzione anche dalle mie parti, mercoledì sono andata a vedere l'agognato Tulpa (o Tulpa - Perdizioni mortali), diretto nel 2012 da Federico Zampaglione.


Trama: Lisa di giorno è un'integerrima donna in carriera ma di notte frequenta l'esclusivo club Tulpa, dove i membri possono dare sfogo ad ogni loro sogno erotico. Quando una mano ignota comincia però a perpetrare omicidi nell'ambito di questa cerchia esclusiva Lisa capisce di essere in pericolo...


Guardando Tulpa mi è successa una cosa strana, almeno durante la prima metà della pellicola. Ho provato ansia come non mi succedeva da tempo. Non l'ansia solita che associo a gran parte degli horror ma quella che solo i grandi maestri del Giallo all'italiana riescono a provocarmi. Dev'essere qualcosa insito nel mio DNA e che si ripropone anche nei miei incubi, tanto che guardando Tulpa mi è scesa addosso anche una nostalgia incredibile, soprattutto nelle scene in cui la vittima solitaria corre o cammina guardinga lungo vicoli oscuri che sembrano infiniti e totalmente distaccati dal resto della città, come se la sfortunata fosse finita inspiegabilmente in una di quelle dimensioni parallele lovecraftiane, mentre l'assassino, nero come la notte e quasi sovrannaturale nel suo essere lontanissimo e al contempo vicino, la segue. Sono tornata per un attimo la ragazzina che guardava i film di Argento con una mano davanti alla faccia o che leggeva di nascosto i Dylan Dog con tutti i loro "szock!!" e "uargh!!" e ho amato Zampaglione, ho amato Tulpa e ogni minuto della sua malsana atmosfera. La seconda parte mi ha toccata di meno e verso il finale mi ha fatto anche un po' arricciare il naso, troppo "esoterico" e facilone, ma l'Operazione Paura, dal mio umile punto di vista, ha superato ampiamente il già pregevole Shadow e confermato la maturità del regista.


Zampaglione, che con la macchina da presa mostra di saperci fare non poco, non si limita a fare un copia-incolla di cliché e neppure a girare un film citazionista senz'anima, anzi. Ci mette il cuore (letteralmente, visto che a reggere l'intera pellicola è l'interpretazione della Gerini, compagna del regista) e la passione di chi ama il cinema in generale e i Grandi Maestri in particolare, si avvale della collaborazione di uno sceneggiatore storico come Dardano Sacchetti, accompagna ogni sequenza con una colonna sonora che non sfigurerebbe accanto alle migliori prove di Goblin, Frizzi, Donaggio e compagnia e ci da sotto con l'orrore becero e con quelle atmosfere zozzopornE che tanto piacevano ai vecchi autori ("Essignore ma basta con 'ste qui che slinguano!!" "O Bolla, non essere puritana!" "Puritana tua sorella, Ale. Siamo quattro in sala, sono l'unica donna e qui pare d'essere seduti al Jolly* di sabato pomeriggio!! Pensa a tua moglie e a tuo figlio!"): tralasciando questo aspetto del film, pur importantissimo, gli omicidi sono tesissimi ed esagerati, soprattutto il primo, mentre gli altri sono fantasiosi e crudeli da far paura, resi ancora più validi da un buon uso degli effetti speciali.


Passando al reparto attori, bravissima e bellissima Claudia Gerini, mentre Nuot Arquint è letteralmente ipnotico e perfetto nel ruolo di enigmatico ed inquietante guru del Tulpa. Il resto del cast, se dovessi dire, non mi ha fatta impazzire ma anche lì l'utilizzo di quelle facce un po' anonime e quasi sciatte mi ha riportata ai bei tempi del Giallo, quindi non posso lamentarmi. L'unico difetto che ho trovato in Tulpa è la risoluzione del finale, che se da un lato giustifica il titolo della pellicola e si ricollega alla natura di questa entità creata tramite la meditazione, dall'altro snatura l'apprezzabile realismo degli omicidi e dell'assassino, quasi come se fosse stata imbastita in fretta e furia. Per il resto, tolto il mio ormai patologico fastidio per la dizione del 90% degli attori italiani (da questo punto di vista ho apprezzato maggiormente Shadow, proprio per il suo cast internazionale), ribadisco che Tulpa mi ha entusiasmata parecchio e aspetto con ansia che Zampaglione si rimetta dietro la macchina da presa per regalarci qualche altra chicca di genere, perché l'horror italiano ha proprio bisogno di una bella rinfrescata!


Del regista e co-sceneggiatore Federico Zampaglione (anche autore della colonna sonora) ho già parlato qui. Michele Placido (Roccaforte) e Nuot Arquint (Kiran) li trovate invece ai rispettivi link.

Claudia Gerini interpreta Lisa Boeri. Fidanzata di Zampaglione, attrice italiana tra le mie preferite, la ricordo per film come Roba da ricchi, Viaggi di nozze, Sono pazzo di Iris Blond, Fuochi d’artificio, Lucignolo, Tutti gli uomini del deficiente, La passione di Cristo, Nero bifamiliare, Grande, grosso e Verdone e Reality, inoltre ha partecipato a un episodio della sit-com Così fan tutte. Ha 42 anni e due film in uscita.


Se Tulpa vi fosse piaciuto buttatevi sulla visione dei gialli italiani anni ’70, che sono sterminati per numero ed altalenanti in qualità. Quelli che ricordo con piacere da assoluta profana del genere (tra quelli che ho visto, ovvio!!) sono Sette note in nero, 4 mosche di velluto grigio, Profondo Rosso, Reazione a catenaLa casa dalle finestre che ridono.... ma sicuramente altri più esperti di me potranno aggiungere una marea di titoli! ENJOY!!

*Jolly: nota sala a luci rosse del savonese, chiusa ormai da tempo immemorabile (n.d.B.)

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