In settimana mi sono imbarcata nella titanica impresa di guardare Snowden, diretto e co-sceneggiato da Oliver Stone a partire dal libro omonimo di Luke Harding e da Time of the Octopus dell'avvocato Anatoly Kucherena.
Trama: dopo una breve e brillante carriera all'interno dell'intelligence americana, l'ex dipendente della CIA Edward Snowden decide di rivelare ad alcuni giornalisti informazioni segrete legate all'invasiva e capillare raccolta di informazioni condotta dalle agenzie per cui lavorava.
A chi dovesse leggere questo post chiedo la cortesia di prenderlo con le pinze, tenendo a mente l'ignoranza crassissima di cui mi faccio portatrice sana davanti a questo genere di film biografici e, soprattutto, accettando con indulgenza il fatto che abbia guardato Snowden essenzialmente sotto pressione cinefila, traducibile con un "dell'argomento trattato mi importa poco ma vogliamo non dare una chance ad un film di Oliver Stone con Joseph Gordon-Levitt come protagonista?". Solitamente, una volta che, per qualsivoglia motivo, mi impegno a vedere un film simile, voglio una storia interessante, coinvolgente e possibilmente imparare qualcosa. Per quel che riguarda l'ultimo punto, Snowden mi ha ulteriormente aperto gli occhi sul fatto che viviamo in un mondo costantemente controllato da un Grande Fratello dalla faccia sorridente, che non combatte più le guerre con fucili e missili (non contro i Paesi potenti o contro potenziali alleati, perlomeno) bensì attraverso hacker, furti di informazioni, spionaggio satellitare e un controllo capillare per tutto quello che riguarda i dati personali del 98% della popolazione mondiale. Ho avuto conferma che purtroppo dietro le macchine "infallibili" ci sono esseri umani spinti da motivazioni personali ed imperativi burocratici, politici o legislativi che spesso fanno a pugni con la moralità o l'etica, e che la realtà non è soltanto bianca o nera, soprattutto quando qualcuno decide arbitrariamente cosa sia meglio per le persone e soprattutto quando queste persone, vuoi per ignoranza o vuoi per ingenuità, si fidano ciecamente di chi dovrebbe tutelarne gli interessi. Snowden mi ha anche fatto conoscere l'informatico che da il titolo al film, fino a pochi giorni fa nulla più di un nome sentito per qualche giorno al telegiornale; a proposito di quel che dicevo sopra, la pellicola lo dipinge come un patriota che, nel tempo, ha imparato sulla propria pelle come una mente geniale, buone intenzioni e il desiderio di rendere grande il proprio Paese nulla possano contro il cinismo di chi esige un "piccolo sacrificio" per un proposito ben più grande. Snowden non viene mai descritto come un liberale o un rivoluzionario, bensì come una persona che ha lavorato con coscienza, credendo nella sua attività e in quella dei servizi segreti finché ha capito di non poter più chiudere gli occhi davanti all'infinita serie di "libertà" assunte da organi quali CIA e NSA o davanti allo stravolgimento dei suoi programmi, riadattati per fini ben diversi rispetto a quelli iniziali.
Come potete leggere, Snowden qualcosa mi ha quindi insegnato ma per quel che riguarda interesse e coinvolgimento emotivo diciamo che si rasenta lo zero assoluto. Solitamente alla fine di questi biopic mi parte l'embolo e compio perlomeno l'atto di infilare nella lista desideri Amazon dei libri sull'argomento, con il film di Oliver Stone ciò non è accaduto e i motivi sono essenzialmente due. Innanzitutto, e so che a scrivere così sembrerò una bambina di 6 anni, Snowden è TROPPO lungo. Io non sono una di quelle che rifuggono la lunghezza, se la pellicola mi "prende" arrivo a sopportare anche quattro ore di metraggio, tuttavia due ore e un quarto di pipponi su NSA, tecnologie a me avulse e riflessioni sulla fondamentale natura infingarda dell'intelligence USA mi hanno abbastanza provata. Seconda cosa, Joseph Gordon - Levitt è bravissimo ma lo Snowden dipinto nella pellicola trasmette davvero pochissime emozioni, non permette neppure una volta di empatizzare con lui e l'unico momento in cui si arriva a provare qualcosa è quando viene mostrato il vero Edward Snowden sul finale, con un paio di immagini di repertorio che scuotono lo spettatore portandolo a rendersi conto di come tutte le cose incredibili raccontate nel film sono successe sul serio e questo ragazzo (all'epoca neanche trentenne) ha buttato coscientemente nel cesso una vita agiata per aver prestato orecchio alla propria coscienza, cosa non da tutti. Tra gli altri attori svettano una Melissa Leo molto dolce e, in senso negativo, una Shailene Woodley che io proprio non sono riuscita a farmi piacere, né come attrice né come personaggio (Lindsay Mills mi è sembrata ritratta come una povera minchietta dalle grandi idee che fondamentalmente si limita a vivere sulle spalle del fidanzato ricco), per il resto Snowden mi è parso comunque un prodotto di alta qualità sia per quel che riguarda la regia che per il cast, pur non regalandomi nessuna sequenza particolarmente entusiasmante o in grado di colpirmi in senso positivo o negativo. Insomma l'ultimo film di Oliver Stone, almeno con me, non ha trovato terreno fertile ma non mi sento affatto di sconsigliarlo: prendete atto dei miei gusti e provate a guardarlo, magari potrebbe piacervi molto!
Di Melissa Leo (Laura Poitras), Joseph Gordon - Levitt (Edward Snowden), Rhys Ifans (Corbin O'Brian), Nicolas Cage (Hank Forrester), Tom Wilkinson (Ewen MacAskill), Joely Richardson (Janine Gibson), Timothy Olyphant (Agente della CIA a Ginevra), Logan Marshall-Green (pilota di droni) e Ben Chaplin (Robert Tibbo) ho parlato ai rispettivi link.
Oliver Stone (vero nome William Oliver Stone) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come La mano, Platoon (che gli è valso l'Oscar per la miglior regia), Wall Street, Talk Radio, Nato il quattro luglio (secondo Oscar per la miglior regia), The Doors, JFK - Un caso ancora aperto, Natural Born Killers, Gli intrighi del potere - Nixon, Ogni maledetta domenica, Alexander, World Trade Center, Wall Street - Il denaro non dorme mai e Le belve. Anche produttore e attore, ha 60 anni.
Zachary Quinto interpreta Glenn Greenwald. Meraviglioso spreco di geni maschili (perché uno così gnocco deve essere gay? Sigh!), lo ricordo per aver interpretato Sylar nella serie Heroes e diversi altri personaggi nelle prime due stagioni di American Horror Story ma ha partecipato anche a film come Star Trek, Into Darkness - Star Trek, Star Trek: Beyond ed altre serie quali The Others, CSI - Scena del crimine, Lizzie McGuire, Six Feet Under, Streghe, 24 e Hannibal. Anche produttore e sceneggiatore, ha 39 anni e tre film in uscita, tra cui l'ennesimo sequel di Star Trek.
Shailene Woodley interpreta Lindsay Mills. Americana, ha partecipato a film come Paradiso amaro, Divergent, Colpa delle stelle, Insurgent, Allegiant e a serie come Senza traccia, The O.C., My Name is Earl, CSI: NY e Cold Case. Ha 25 anni e un film in uscita.
Scott Eastwood (vero nome Scott Clinton Reeves) interpreta Trevor James. Figlio di Clint Eastwood, lo ricordo per film come Flags of our Fathers, Gran Torino, Invictus, Non aprite quella porta 3D, Fury e Suicide Squad. Anche produttore, ha 30 anni e cinque film in uscita tra qui Pacific Rim: Maelstrom.
La giornalista Laura Poitras, portata sullo schermo da Melissa Leo, ha diretto nel 2014 il documentario Citizenfour, che ha vinto l'Oscar e la cui genesi viene raccontata appunto nel film di Oliver Stone. Se Snowden vi fosse piaciuto recuperatelo e magari, se la realtà comincia a starvi stretta, recuperate il più caciarone Nemico pubblico. ENJOY!
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venerdì 2 dicembre 2016
venerdì 3 giugno 2016
Bollalmanacco On Demand: Mysterious Skin (2004)
Torna il Bollalmanacco On Demand e, per l'occasione, torna anche Gregg Araki con Mysterious Skin, da lui diretto e sceneggiato nel 2004 a partire dal romanzo omonimo di Scott Heim. Il prossimo film On Demand sarà Requiem for a Dream. ENJOY!
Trama: Brian è un ragazzo convinto di essere stato rapito dagli alieni quando era bambino, Neil alla stessa età aveva scoperto di essere gay e ora passa le giornate prostituendosi. Questi due ragazzi così diversi scopriranno di avere un devastante evento passato in comune...
L'idea migliore che ho avuto da quando ho aperto il Bollalmanacco è senza dubbio quella di aver creato l'On Demand. Senza di esso probabilmente non avrei mai dato una seconda chance a Gregg Araki, che col suo Doom Generation non mi aveva entusiasmata moltissimo, e di conseguenza mi sarei persa una meraviglia come Mysterious Skin, film che invece mi ha lasciata in lacrime, a frignare come una mocciosa sui titoli di coda. E' difficile, infatti, restare indifferenti davanti alle storie parallele di Brian e Neil, due ragazzi rovinati dal marciume della provincia americana e dall'indifferenza dei genitori, al punto da diventare due creature allo stesso tempo sgradevoli eppure degne di ogni goccia di umana pietà; cosa accomuni i due sarebbe peccato mortale rivelarlo, sebbene purtroppo divenga dolorosamente palese mano a mano che il film prosegue e gli indizi aumentano, vi basti sapere che sia Brian che Neil affrontano a modo loro un evento particolarmente scioccante legato alla loro infanzia in base alla forza d'animo con la quale sono nati e in base all'ambiente in cui sono cresciuti. Brian, che da bambino era un timido frugoletto occhialuto e malaticcio, è diventato col tempo un adolescente timido ed impacciato, isolato dai suoi coetanei a causa della convinzione di essere stato rapito dagli UFO, e l'evento terribile che gli ha segnato l'infanzia è diventato col tempo un incubo dalle sfumature fantastiche, troppo grande per poterne sopportare la dolorosa realtà. Tra i due è lui il personaggio più "debole", proprio perché colpito dall'orrore nella fase più delicata della sua vita, coincidente tra l'altro con lo sfascio della famiglia. Neil invece, omosessuale fin dalla comparsa delle prime pulsioni sessuali, ha vissuto l'estate degli otto anni come il coronamento di un suo grandissimo desiderio, senza capirne le implicazioni, e ha scelto di sprecare l'adolescenza ricercando l'illusoria sensazione di essere amato, di essere speciale, nelle squallide camere di qualche albergo a ore; bellissimo ed affascinante, spalleggiato da due amici e una madre che lo adorano, Neil ha tuttavia avvolto il suo cuore in un involucro di fredda indifferenza, che lo rende incapace di avvicinarsi agli altri e men che meno di amare sé stesso.
Questa terribile storia di solitudine, traumi ed autodistruzione viene affrontata da Gregg Araki con un gusto per la provocazione e l'eccesso che tuttavia non è privo di grazia. La maggior parte delle scene è molto esplicita e a tratti incredibilmente fastidiosa, tuttavia non ho avuto quella sensazione di provocazione vuota ed inutile che mi aveva colta guardando Doom Generation, perché ogni colpo nello stomaco che viene inferto allo spettatore durante la visione di Mysterious Skin è purtroppo necessario e funzionale alla trama. Inoltre, queste sequenze fortemente realistiche, segno inequivocabile di un'innocenza strappata troppo presto e di una realtà che non perdona i deboli o gli incauti, vengono talvolta bilanciate da alcune scene oniriche (bellissima quella in cui Neil e Wendy, davanti ad uno schermo bianco, chiamano Dio mentre le loro figure cominciano a venire avvolte dalla neve) che sembrano quasi degli afflati di speranza, in netto contrasto con gli incubi che infestano le notti di Brian. Dal punto di vista degli attori, se i tre protagonisti di Doom Generation erano semplicemente tre bei manzetti inespressivi, qui abbiamo un Joseph Gordon-Levitt che non si risparmia e mette tutta la sua fisicità al servizio di una trama scomoda, capace probabilmente di scoraggiare attori molto più esperti di lui; il bel Neil, di fatto considerato dalla maggior parte dei personaggi solo un bel corpo e un bel visetto, nasconde nelle espressioni e nello sguardo un mare di dolore e di vergogna, che si riversano come vomito sullo spettatore impossibilitato a distogliere l'attenzione da quello che accade sullo schermo, silenzioso testimone di qualcosa che dovrebbe, di regola, essere troppo terribile per poterlo raccontare o vedere. Si può solo sperare che dopo i titoli di coda, dopo gli abbracci e le lacrime, qualche pia divinità si sia premurata di cancellare dalla mente di Brian e Neil tutte le brutture, facendoli rinascere come persone nuove e pronte a sperare di poter innamorarsi e vivere ancora, ma quel magone che ancora mi stringe la gola mentre scrivo e ripenso a Mysterious Skin mi fa capire che sarebbe più probabile vedere un UFO solcare il cielo.
Del regista e co-sceneggiatore Gregg Araki ho già parlato QUI. Elisabeth Shue (Mrs. McCormick), Bill Sage (Coach), Joseph Gordon-Levitt (Neil) e Billy Drago (Zeke) li trovate invece ai rispettivi link.
Chris Mulkey interpreta Mr. Lackey. Americano, lo ricordo per film come Rambo, 48 ore, L'alieno, The Fan - Il mito, North Country, Cloverfield, La notte del giudizio e Whiplash, inoltre ha partecipato a serie come MASH, Charlie's Angels, Chips, Hazzard, Magnum P.I., Ai confini della realtà, I segreti di Twin Peaks, La signora in giallo, Blossom, Walker Texas Ranger, CSI: Miami, Lost, Cold Case, Criminal Minds, CSI: NY, 24 e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, sceneggiatore, regista e compositore, ha 68 anni e otto film in uscita.
Michelle Trachtenberg interpreta Wendy. Ovviamente la ricordo per il ruolo di Dawn nella serie Buffy l'ammazzavampiri ma l'attrice americana ha partecipato anche a film come Inspector Gadget, Black Christmas - Un Natale rosso sangue e ad altre serie come Six Feet Under, Dr. House, Weeds e Criminal Minds; come doppiatrice, ha lavorato per la serie Robot Chicken. Anche produttrice, ha 31 anni e un film in uscita.
Brady Corbet (vero nome Brady James Monson Corbet) interpreta Brian. Americano, ha partecipato a film come Funny Games, Melancholia, Forza maggiore, Sils Maria e a serie come 24. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 28 anni.
Nel film compare anche un mocciosetto dai capelli rossi al quale Neil offre delle caramelle in premio: se vi siete chiesti dove l'avete già visto, come di fatto è successo a me, sappiate che lo stesso anno è finito nel cast di Desperate Housewives per interpretare Parker, uno dei figli di Lynette. Se vi siete invece chiesti dove avete già visto la casa addobbata per Halloween, sappiate che Tarantino l'ha riutilizzata come abitazione di Vernita Green in Kill Bill. Se, infine, Mysterious Skin vi fosse piaciuto recuperate Sleepers, Mystic River e American Beauty. ENJOY!
Trama: Brian è un ragazzo convinto di essere stato rapito dagli alieni quando era bambino, Neil alla stessa età aveva scoperto di essere gay e ora passa le giornate prostituendosi. Questi due ragazzi così diversi scopriranno di avere un devastante evento passato in comune...
L'idea migliore che ho avuto da quando ho aperto il Bollalmanacco è senza dubbio quella di aver creato l'On Demand. Senza di esso probabilmente non avrei mai dato una seconda chance a Gregg Araki, che col suo Doom Generation non mi aveva entusiasmata moltissimo, e di conseguenza mi sarei persa una meraviglia come Mysterious Skin, film che invece mi ha lasciata in lacrime, a frignare come una mocciosa sui titoli di coda. E' difficile, infatti, restare indifferenti davanti alle storie parallele di Brian e Neil, due ragazzi rovinati dal marciume della provincia americana e dall'indifferenza dei genitori, al punto da diventare due creature allo stesso tempo sgradevoli eppure degne di ogni goccia di umana pietà; cosa accomuni i due sarebbe peccato mortale rivelarlo, sebbene purtroppo divenga dolorosamente palese mano a mano che il film prosegue e gli indizi aumentano, vi basti sapere che sia Brian che Neil affrontano a modo loro un evento particolarmente scioccante legato alla loro infanzia in base alla forza d'animo con la quale sono nati e in base all'ambiente in cui sono cresciuti. Brian, che da bambino era un timido frugoletto occhialuto e malaticcio, è diventato col tempo un adolescente timido ed impacciato, isolato dai suoi coetanei a causa della convinzione di essere stato rapito dagli UFO, e l'evento terribile che gli ha segnato l'infanzia è diventato col tempo un incubo dalle sfumature fantastiche, troppo grande per poterne sopportare la dolorosa realtà. Tra i due è lui il personaggio più "debole", proprio perché colpito dall'orrore nella fase più delicata della sua vita, coincidente tra l'altro con lo sfascio della famiglia. Neil invece, omosessuale fin dalla comparsa delle prime pulsioni sessuali, ha vissuto l'estate degli otto anni come il coronamento di un suo grandissimo desiderio, senza capirne le implicazioni, e ha scelto di sprecare l'adolescenza ricercando l'illusoria sensazione di essere amato, di essere speciale, nelle squallide camere di qualche albergo a ore; bellissimo ed affascinante, spalleggiato da due amici e una madre che lo adorano, Neil ha tuttavia avvolto il suo cuore in un involucro di fredda indifferenza, che lo rende incapace di avvicinarsi agli altri e men che meno di amare sé stesso.
Questa terribile storia di solitudine, traumi ed autodistruzione viene affrontata da Gregg Araki con un gusto per la provocazione e l'eccesso che tuttavia non è privo di grazia. La maggior parte delle scene è molto esplicita e a tratti incredibilmente fastidiosa, tuttavia non ho avuto quella sensazione di provocazione vuota ed inutile che mi aveva colta guardando Doom Generation, perché ogni colpo nello stomaco che viene inferto allo spettatore durante la visione di Mysterious Skin è purtroppo necessario e funzionale alla trama. Inoltre, queste sequenze fortemente realistiche, segno inequivocabile di un'innocenza strappata troppo presto e di una realtà che non perdona i deboli o gli incauti, vengono talvolta bilanciate da alcune scene oniriche (bellissima quella in cui Neil e Wendy, davanti ad uno schermo bianco, chiamano Dio mentre le loro figure cominciano a venire avvolte dalla neve) che sembrano quasi degli afflati di speranza, in netto contrasto con gli incubi che infestano le notti di Brian. Dal punto di vista degli attori, se i tre protagonisti di Doom Generation erano semplicemente tre bei manzetti inespressivi, qui abbiamo un Joseph Gordon-Levitt che non si risparmia e mette tutta la sua fisicità al servizio di una trama scomoda, capace probabilmente di scoraggiare attori molto più esperti di lui; il bel Neil, di fatto considerato dalla maggior parte dei personaggi solo un bel corpo e un bel visetto, nasconde nelle espressioni e nello sguardo un mare di dolore e di vergogna, che si riversano come vomito sullo spettatore impossibilitato a distogliere l'attenzione da quello che accade sullo schermo, silenzioso testimone di qualcosa che dovrebbe, di regola, essere troppo terribile per poterlo raccontare o vedere. Si può solo sperare che dopo i titoli di coda, dopo gli abbracci e le lacrime, qualche pia divinità si sia premurata di cancellare dalla mente di Brian e Neil tutte le brutture, facendoli rinascere come persone nuove e pronte a sperare di poter innamorarsi e vivere ancora, ma quel magone che ancora mi stringe la gola mentre scrivo e ripenso a Mysterious Skin mi fa capire che sarebbe più probabile vedere un UFO solcare il cielo.
Del regista e co-sceneggiatore Gregg Araki ho già parlato QUI. Elisabeth Shue (Mrs. McCormick), Bill Sage (Coach), Joseph Gordon-Levitt (Neil) e Billy Drago (Zeke) li trovate invece ai rispettivi link.
Chris Mulkey interpreta Mr. Lackey. Americano, lo ricordo per film come Rambo, 48 ore, L'alieno, The Fan - Il mito, North Country, Cloverfield, La notte del giudizio e Whiplash, inoltre ha partecipato a serie come MASH, Charlie's Angels, Chips, Hazzard, Magnum P.I., Ai confini della realtà, I segreti di Twin Peaks, La signora in giallo, Blossom, Walker Texas Ranger, CSI: Miami, Lost, Cold Case, Criminal Minds, CSI: NY, 24 e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, sceneggiatore, regista e compositore, ha 68 anni e otto film in uscita.
Michelle Trachtenberg interpreta Wendy. Ovviamente la ricordo per il ruolo di Dawn nella serie Buffy l'ammazzavampiri ma l'attrice americana ha partecipato anche a film come Inspector Gadget, Black Christmas - Un Natale rosso sangue e ad altre serie come Six Feet Under, Dr. House, Weeds e Criminal Minds; come doppiatrice, ha lavorato per la serie Robot Chicken. Anche produttrice, ha 31 anni e un film in uscita.
Brady Corbet (vero nome Brady James Monson Corbet) interpreta Brian. Americano, ha partecipato a film come Funny Games, Melancholia, Forza maggiore, Sils Maria e a serie come 24. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 28 anni.
Nel film compare anche un mocciosetto dai capelli rossi al quale Neil offre delle caramelle in premio: se vi siete chiesti dove l'avete già visto, come di fatto è successo a me, sappiate che lo stesso anno è finito nel cast di Desperate Housewives per interpretare Parker, uno dei figli di Lynette. Se vi siete invece chiesti dove avete già visto la casa addobbata per Halloween, sappiate che Tarantino l'ha riutilizzata come abitazione di Vernita Green in Kill Bill. Se, infine, Mysterious Skin vi fosse piaciuto recuperate Sleepers, Mystic River e American Beauty. ENJOY!
martedì 7 ottobre 2014
Sin City - Una donna per cui uccidere (2014)
Dopo un'attesa spasmodica sono finalmente riuscita a guardare Sin City - Una donna per cui uccidere (Sin City: A Dame to Kill For), diretto da Frank Miller e Robert Rodriguez, una pellicola che aspettavo praticamente dal 2005... e che ora vorrei non avere mai visto!
Trama: a Sin City si intrecciano le storie di Dwight, invischiato in una torbida storia dall'ex amante Ava, del giocatore d'azzardo Johnny e della spogliarellista Nancy, in cerca di vendetta dopo la morte del detective Hartigan...
Sono perplessa. Per non dire incavolata nera. Sin City, con tutte le sue imperfezioni, era un capolavoro di nerissima ironia, zeppo di personaggi indimenticabili interpretati da attori in stato di grazia, realizzato in un modo talmente particolare che ancora oggi certe scene rimangono indelebili nella memoria dello spettatore. Uno trepida quasi dieci anni per un sequel, aspettandosi ovviamente che, perlomeno tecnologicamente e visivamente parlando, riesca a superare il capostipite... e cosa si trova davanti? Una cazzatella vergognosa dove l'unica a salvarsi è un'incredibile, sensuale, bellissima Eva Green, protagonista tra l'altro di una delle uniche due storie tratte dai fumetti di Frank Miller visto che sia il segmento con Joseph Gordon-Levitt che quello con Jessica Alba sono stati scritti appositamente per il film, e si vede. La trama complessiva di Una donna per cui uccidere, infatti, è incredibilmente noiosa e sconclusionata, soprattutto per quel che riguarda la cronologia degli eventi, il personaggio di Marv (che nel primo Sin City era forse il migliore) viene troppo spesso utilizzato come tappabuchi o jolly e, diciamocelo, Roark non ha nemmeno la metà del carisma di un Bastardo Giallo o del terrificante Kevin. La colonna portante della pellicola, Una donna per cui uccidere, risulta molto bella su carta ma ormai ha 20 anni e appare incredibilmente ingenua se portata su schermo, soprattutto la sua atmosfera noir fa letteralmente a pugni con la messa in scena tamarra di Rodriguez e Miller, che preferiscono concentrarsi sulla furia omicida di Marv, sul corpo nudo della Green e sulla mattanza di Miho piuttosto che sull'atmosfera del racconto in sé (e fortunatamente hanno tolto di mezzo il greco o non so cosa ne sarebbe uscito fuori, una roba trashissima suppongo), mentre le altre tre storie lasciano lo spettatore con un enigmatico "e quindi..?" timidamente sussurrato a fior di labbra. Capisco il divertissement iniziale con Marv ma, sinceramente, l'autolesionismo di Joseph Gordon-Levitt e il tristissimo alcolismo di Nancy con tanto di ancor più triste fantasma "custode" mi hanno lasciata molto perplessa, come ho detto all'inizio.
Passando alla realizzazione, non capisco se sono invecchiata io e non sopporto più la fintissima resa del bianco/nero con inserti colorati (che nel primo Sin City mi aveva ipnotizzata) o se, effettivamente, allora questa tecnica era usata con criterio mentre adesso viene utilizzata ad mentula canis; ogni sequenza di Una donna per cui uccidere, infatti, mi è sembrata un attacco diretto alla vista e al buon gusto, con i personaggi che paiono quasi arrancare in quei fondali fintissimi mentre gli sprazzi di colore li fanno sembrare dei pessimi cosplayer. Sicuramente, il trucco di Marv è qualcosa di osceno, forse perché in questo capitolo mancano i cerotti bianchi che dissimulavano un pochino il quintale di lattice attaccato al viso di Mickey Rourke, ma anche gli inseguimenti su quattro e due ruote sono imbarazzanti (sul finale, la corsa in moto con Rourke e la Alba mi ha ricordato tantissimo le puntate di quei telefilm in cui i personaggi stanno fermi sulla macchina mentre alle loro spalle scorre un rullo con le immagini...) e, soprattutto, la "metamorfosi" di Dwight mi ha letteralmente uccisa dalle risate: santo cielo, davvero Clive Owen era così impegnato da non poter girare un paio di scene invece di mettere quella parrucchetta da nido di chiurlo in testa a Josh Brolin?? Già che siamo in tema, poi, parliamo degli attori, una tristezza più unica che rara. Come ho detto, si salva solo la favolosa Eva Green, malefica come poche, Joseph Gordon-Levitt è bravo e sempre bellino ma penalizzato da un personaggio inutile, il resto sarebbe da dimenticare... ma perché non infierire? Josh Brolin è un blocco di tufo e lo stesso vale per (Signore perdonami!!!) un Bruce Willis talmente sacrificato che avrebbero anche potuto non ingaggiarlo, Rosario Dawson è la parodia di sé stessa, Jessica Alba triste e molla come Mariottide (tranne quando strippa ma, anche lì, nel primo Sin City ha fatto di meglio), Dennis Haysbert nei panni di Manute, con quella facciotta, fa persino tenerezza (per sostituire il povero Michael Clarke Duncan non era meglio un altro attore?), Jamie Chung è pessima come nuova Miho e Jaime King non ne ha palesemente voglia e si vede. Avrei sperato nelle comparsate di Lady Gaga e Christopher Lloyd ma nemmeno quelle sono riuscite ad essere abbastanza incisive da tirarmi su il morale, quindi posso fare solo una cosa: pregare perché il flop al botteghino dissuada la premiata ditta Miller e Rodriguez dal girare altri film dedicati a Sin City. Machete Kills Again in Space posso sostenerlo, sorbirmi altre due ore di noir fasullo e pessima computer graphic anche no!
Dei registi Robert Rodriguez e Frank Miller (che compaiono anche nei panni di due barboni in TV) ho già parlato ai rispettivi link. Anche Mickey Rourke (Marv), Jessica Alba (Nancy), Josh Brolin (Dwight), Joseph Gordon-Levitt (Johnny), Rosario Dawson (Gail), Bruce Willis (Hartigan), Eva Green (Ava), Dennis Haysbert (Manute), Ray Liotta (Joey), Christopher Meloni (Mort), Jeremy Piven (Bob), Christopher Lloyd (Kroenig), Jaime King (Goldie/Wendy), Juno Temple (Sally), Marton Csokas (Damien Lord), Jamie Chung (Miho) e Alexa Vega (Gilda) potete trovarli nei vari post a loro dedicati.
Powers Boothe interpreta il senatore Roark. Americano, ha partecipato a film come Frailty - Nessuno è al sicuro, Sin City, The Avengers e a serie come 24. Ha 66 anni e film in uscita.
Johnny Depp avrebbe dovuto partecipare col ruolo di Johnny (e ancora prima con quello di Wallace, se Rodriguez e Miller avessero incluso nella sceneggiatura All'inferno e ritorno) ma ha rinunciato per impegni pregressi, mentre Salma Hayek, Rose McGowan, Angelina Jolie, Rachel Weisz, Michelle Williams, Helena Bonham Carter, Scarlett Johansson, Anne Hathaway e Jennifer Lawrence erano state tutte prese in considerazione per il ruolo di Ava. Finite le curiosità, aggiungo solo che se Sin City - Una donna per cui uccidere vi fosse piaciuto potete tranquillamente leggere le pregevolissime opere di Frank Miller e recuperare il primo, favoloso Sin City assieme a 300. ENJOY!
Trama: a Sin City si intrecciano le storie di Dwight, invischiato in una torbida storia dall'ex amante Ava, del giocatore d'azzardo Johnny e della spogliarellista Nancy, in cerca di vendetta dopo la morte del detective Hartigan...
Sono perplessa. Per non dire incavolata nera. Sin City, con tutte le sue imperfezioni, era un capolavoro di nerissima ironia, zeppo di personaggi indimenticabili interpretati da attori in stato di grazia, realizzato in un modo talmente particolare che ancora oggi certe scene rimangono indelebili nella memoria dello spettatore. Uno trepida quasi dieci anni per un sequel, aspettandosi ovviamente che, perlomeno tecnologicamente e visivamente parlando, riesca a superare il capostipite... e cosa si trova davanti? Una cazzatella vergognosa dove l'unica a salvarsi è un'incredibile, sensuale, bellissima Eva Green, protagonista tra l'altro di una delle uniche due storie tratte dai fumetti di Frank Miller visto che sia il segmento con Joseph Gordon-Levitt che quello con Jessica Alba sono stati scritti appositamente per il film, e si vede. La trama complessiva di Una donna per cui uccidere, infatti, è incredibilmente noiosa e sconclusionata, soprattutto per quel che riguarda la cronologia degli eventi, il personaggio di Marv (che nel primo Sin City era forse il migliore) viene troppo spesso utilizzato come tappabuchi o jolly e, diciamocelo, Roark non ha nemmeno la metà del carisma di un Bastardo Giallo o del terrificante Kevin. La colonna portante della pellicola, Una donna per cui uccidere, risulta molto bella su carta ma ormai ha 20 anni e appare incredibilmente ingenua se portata su schermo, soprattutto la sua atmosfera noir fa letteralmente a pugni con la messa in scena tamarra di Rodriguez e Miller, che preferiscono concentrarsi sulla furia omicida di Marv, sul corpo nudo della Green e sulla mattanza di Miho piuttosto che sull'atmosfera del racconto in sé (e fortunatamente hanno tolto di mezzo il greco o non so cosa ne sarebbe uscito fuori, una roba trashissima suppongo), mentre le altre tre storie lasciano lo spettatore con un enigmatico "e quindi..?" timidamente sussurrato a fior di labbra. Capisco il divertissement iniziale con Marv ma, sinceramente, l'autolesionismo di Joseph Gordon-Levitt e il tristissimo alcolismo di Nancy con tanto di ancor più triste fantasma "custode" mi hanno lasciata molto perplessa, come ho detto all'inizio.
Passando alla realizzazione, non capisco se sono invecchiata io e non sopporto più la fintissima resa del bianco/nero con inserti colorati (che nel primo Sin City mi aveva ipnotizzata) o se, effettivamente, allora questa tecnica era usata con criterio mentre adesso viene utilizzata ad mentula canis; ogni sequenza di Una donna per cui uccidere, infatti, mi è sembrata un attacco diretto alla vista e al buon gusto, con i personaggi che paiono quasi arrancare in quei fondali fintissimi mentre gli sprazzi di colore li fanno sembrare dei pessimi cosplayer. Sicuramente, il trucco di Marv è qualcosa di osceno, forse perché in questo capitolo mancano i cerotti bianchi che dissimulavano un pochino il quintale di lattice attaccato al viso di Mickey Rourke, ma anche gli inseguimenti su quattro e due ruote sono imbarazzanti (sul finale, la corsa in moto con Rourke e la Alba mi ha ricordato tantissimo le puntate di quei telefilm in cui i personaggi stanno fermi sulla macchina mentre alle loro spalle scorre un rullo con le immagini...) e, soprattutto, la "metamorfosi" di Dwight mi ha letteralmente uccisa dalle risate: santo cielo, davvero Clive Owen era così impegnato da non poter girare un paio di scene invece di mettere quella parrucchetta da nido di chiurlo in testa a Josh Brolin?? Già che siamo in tema, poi, parliamo degli attori, una tristezza più unica che rara. Come ho detto, si salva solo la favolosa Eva Green, malefica come poche, Joseph Gordon-Levitt è bravo e sempre bellino ma penalizzato da un personaggio inutile, il resto sarebbe da dimenticare... ma perché non infierire? Josh Brolin è un blocco di tufo e lo stesso vale per (Signore perdonami!!!) un Bruce Willis talmente sacrificato che avrebbero anche potuto non ingaggiarlo, Rosario Dawson è la parodia di sé stessa, Jessica Alba triste e molla come Mariottide (tranne quando strippa ma, anche lì, nel primo Sin City ha fatto di meglio), Dennis Haysbert nei panni di Manute, con quella facciotta, fa persino tenerezza (per sostituire il povero Michael Clarke Duncan non era meglio un altro attore?), Jamie Chung è pessima come nuova Miho e Jaime King non ne ha palesemente voglia e si vede. Avrei sperato nelle comparsate di Lady Gaga e Christopher Lloyd ma nemmeno quelle sono riuscite ad essere abbastanza incisive da tirarmi su il morale, quindi posso fare solo una cosa: pregare perché il flop al botteghino dissuada la premiata ditta Miller e Rodriguez dal girare altri film dedicati a Sin City. Machete Kills Again in Space posso sostenerlo, sorbirmi altre due ore di noir fasullo e pessima computer graphic anche no!
Dei registi Robert Rodriguez e Frank Miller (che compaiono anche nei panni di due barboni in TV) ho già parlato ai rispettivi link. Anche Mickey Rourke (Marv), Jessica Alba (Nancy), Josh Brolin (Dwight), Joseph Gordon-Levitt (Johnny), Rosario Dawson (Gail), Bruce Willis (Hartigan), Eva Green (Ava), Dennis Haysbert (Manute), Ray Liotta (Joey), Christopher Meloni (Mort), Jeremy Piven (Bob), Christopher Lloyd (Kroenig), Jaime King (Goldie/Wendy), Juno Temple (Sally), Marton Csokas (Damien Lord), Jamie Chung (Miho) e Alexa Vega (Gilda) potete trovarli nei vari post a loro dedicati.
Powers Boothe interpreta il senatore Roark. Americano, ha partecipato a film come Frailty - Nessuno è al sicuro, Sin City, The Avengers e a serie come 24. Ha 66 anni e film in uscita.
Johnny Depp avrebbe dovuto partecipare col ruolo di Johnny (e ancora prima con quello di Wallace, se Rodriguez e Miller avessero incluso nella sceneggiatura All'inferno e ritorno) ma ha rinunciato per impegni pregressi, mentre Salma Hayek, Rose McGowan, Angelina Jolie, Rachel Weisz, Michelle Williams, Helena Bonham Carter, Scarlett Johansson, Anne Hathaway e Jennifer Lawrence erano state tutte prese in considerazione per il ruolo di Ava. Finite le curiosità, aggiungo solo che se Sin City - Una donna per cui uccidere vi fosse piaciuto potete tranquillamente leggere le pregevolissime opere di Frank Miller e recuperare il primo, favoloso Sin City assieme a 300. ENJOY!
venerdì 13 dicembre 2013
Don Jon (2013)
Lo aspettavo da qualche mese e finalmente in questi giorni sono riuscita a recuperare Don Jon, esordio alla regia di uno degli attori più bravi della "nuova generazione", Joseph Gordon-Levitt.
Trama: Don Jon è un tamarro che ama solo quattro cose nella vita: le donne, la palestra, la chiesa e soprattutto il porno. Quest'ultima passione viene però messa a dura prova quando Jon si mette seriamente insieme alla bellissima Barbara...
Durante la visione di Don Jon ho riso un sacco. Forse più di quanto avrei dovuto, sicuramente più di quanto abbiano fatto altri colleghi blogger. Il perché è presto detto, il legame tra Jon e Barbara, la coppia perfetta, bellissima e ovviamente destinata all'altare, l'unica relazione capace di far mettere la testa a posto al donnaiolo protagonista, è praticamente la fotocopia sputata del 70% delle coppie che conosco o che si vedono in giro. Effettivamente, mi sono sempre chiesta come mai degli uomini mediamente simpatici e carini (non dei fighi della Madonna, per carità, non lo è nemmeno il pompatissimo Joseph!) finiscano per mettersi con delle bellissime spaccaca**i , prive di interessi, simpatiche come una scopa su per il naso e con negli occhi lo sguardo di chi pensa costantemente "Chi è questa? Che ca**o fai? Ma non ti vergogni? Perché non puoi essere diverso?", in qualsiasi occasione, anche la più banale. Uomini che li vedi annullarsi ogni giorno di più con l'occhio spento e il viso di cemento, attenti a non sgarrare, presi in una soffocante maglia di shopping, incontri con amici approvati, scambi di famiglie, convivenze, cene a lume di candela e a lume di schermo dello smartphone, e ti chiedi... ma chi glielo fa fare?? Con tutte le donne che potrebbero avere e cambiare una o due volte al mese, perché scegliersi una vita al fianco di 'ste frantumaballe a pile? La risposta, nonostante un finale a dir poco fantascientifico vista quella che dovrebbe essere l'intelligenza media di Don Jon e di tutti gli uomini che, bene o male, gli somigliano, la offre Joseph Gordon - Levitt con questo suo film d'esordio, una simpatica commedia romantica "al contrario" dove l'argomento "scioccante" della pornomania è solo una scusa e un modo particolare per mostrare al pubblico un comune racconto di formazione a sfondo sentimentale e aprire gli occhi a chi, come me, si pone questo tipo di dubbi esistenziali.
In molti (me compresa, all'inizio) si sono scagliati contro l'immagine che Joseph Gordon - Levitt da degli italo-americani, ed effettivamente la famiglia di Jon è da operetta, ma la rappresentazione del protagonista è qualcosa di assolutamente coerente con l'idea di "figo" e "macho" che hanno negli USA grazie non tanto all'italo-americano di stampo Scorsesiano, quanto a quei maledetti Guidos sdoganati da Jersey Shore. Jon passa il suo tempo a scopare in senso biblico, a scopare in senso casalingo, va in palestra da solo e sconta i suoi peccati spaccandosi di esercizi mentre snocciola il rosario, non si preoccupa della sua educazione e non capisce quello che gli succede intorno perché, fondamentalmente, è troppo occupato a seguire un modello a cui fare riferimento, ad essere quello che la gente si aspetta, che sia un Guido, che sia un buon Cristiano (da Oscar la "sfida" tra il prete e il protagonista), che sia il Don Jovanni amato da donne e amici o il perfetto fidanzato per Barbara. E' per questo che Jon si ammazza di porno amatoriali, zeppi di donnine che farebbero qualsiasi cosa per lui, o si sfoga nei suoi giri in macchina, perché fondamentalmente l'idiota vive per gli altri, per soddisfare in maniera sbagliata il suo egoismo, per legittimare il suo posto nella società. Ed ecco spiegate molte delle aberrazioni che si vedono in giro nel mondo reale, in quanto il mondo è zeppo di Don Jon ma non tutti sono disposti ad ascoltare i saggi consigli di chi riesce a non guardare le persone con superficialità e continuano quindi imperterriti a seguire questo stressante stile di vita, consumandosi nella noia e nella routine.
Tutti questi argomenti vengono sviscerati da Joseph Gordon - Levitt in modo lieve e divertente, facendo largo uso dei topoi della commedia sentimentale, che vengono dissacrati spesso e volentieri (il film nel film con Channing Tatum e Anne Hathaway!!) attraverso l'utilizzo di musiche ad hoc e citazioni più o meno evidenti. La regia del nostro simpatico esordiente è frizzante e basata su schemi molto semplici (per esempio, si fa grande ricorso alla rapida ripetizione di sequenze simili ma ogni volta leggermente diverse, come nel caso delle confessioni), frustra lo spettatore maschio indugiando sulle curve della Johansson senza mai farle vedere completamente e, nonostante il fulcro di tutto sia il personaggio di Don Jon, lascia giusto spazio anche agli altri interpreti. Per una volta, ho adorato Julianne Moore che, nei panni della scoppiata e triste Esther, da vita ad un personaggio meno superficiale di quello che appare all'inizio, ma anche il resto del cast non è male, con menzione speciale per una Brie Larson che non apre bocca per quasi tutto il film ed esplode nel finale con le parole più vere pronunciate nella pellicola. C'è chi dice che Joseph Gordon - Levitt avrebbe potuto fare di più e sono d'accordo, perché l'assunto di Don Jon, nonostante tutto il clamore scatenato dalla componente porno, è un po' banale, ma secondo me come opera d'esordio è decisamente gradevole (se non si è dei geni come Anderson o Quentin è inutile essere troppo pretenziosi o seri al primo tentativo, si rischia di venire ricordati solo per l'arroganza e l'autocompiacimento) e per una serata poco impegnata, o per ridere della demenza che vi circonda, è a dir poco perfetto.
Di Joseph Gordon-Levitt (regista, sceneggiatore e interprete di Jon), ho già parlato qui. Scarlett Johansson (Barbara) e Julianne Moore (Esther) le trovate invece ai rispettivi link.
Glenne Headly interpreta Angela, la madre di Jon. Americana, ha partecipato a film come Dick Tracy, L'ombra del testimone, X-Files: Il film, Babe va in città e a serie come E.R. Medici in prima linea, Monk, Grey's Anatomy e CSI. Ha 58 anni.
Tra gli altri attori, Tony Danza, che interpreta Jon Sr., padre di Jon, è stato uno dei protagonisti della serie cult Taxi mentre la citata Brie Larson ha partecipato a Scott Pilgrim vs. The World col ruolo di Envy Adams. E con questo chiudo qui... ENJOY!
Trama: Don Jon è un tamarro che ama solo quattro cose nella vita: le donne, la palestra, la chiesa e soprattutto il porno. Quest'ultima passione viene però messa a dura prova quando Jon si mette seriamente insieme alla bellissima Barbara...
Durante la visione di Don Jon ho riso un sacco. Forse più di quanto avrei dovuto, sicuramente più di quanto abbiano fatto altri colleghi blogger. Il perché è presto detto, il legame tra Jon e Barbara, la coppia perfetta, bellissima e ovviamente destinata all'altare, l'unica relazione capace di far mettere la testa a posto al donnaiolo protagonista, è praticamente la fotocopia sputata del 70% delle coppie che conosco o che si vedono in giro. Effettivamente, mi sono sempre chiesta come mai degli uomini mediamente simpatici e carini (non dei fighi della Madonna, per carità, non lo è nemmeno il pompatissimo Joseph!) finiscano per mettersi con delle bellissime spaccaca**i , prive di interessi, simpatiche come una scopa su per il naso e con negli occhi lo sguardo di chi pensa costantemente "Chi è questa? Che ca**o fai? Ma non ti vergogni? Perché non puoi essere diverso?", in qualsiasi occasione, anche la più banale. Uomini che li vedi annullarsi ogni giorno di più con l'occhio spento e il viso di cemento, attenti a non sgarrare, presi in una soffocante maglia di shopping, incontri con amici approvati, scambi di famiglie, convivenze, cene a lume di candela e a lume di schermo dello smartphone, e ti chiedi... ma chi glielo fa fare?? Con tutte le donne che potrebbero avere e cambiare una o due volte al mese, perché scegliersi una vita al fianco di 'ste frantumaballe a pile? La risposta, nonostante un finale a dir poco fantascientifico vista quella che dovrebbe essere l'intelligenza media di Don Jon e di tutti gli uomini che, bene o male, gli somigliano, la offre Joseph Gordon - Levitt con questo suo film d'esordio, una simpatica commedia romantica "al contrario" dove l'argomento "scioccante" della pornomania è solo una scusa e un modo particolare per mostrare al pubblico un comune racconto di formazione a sfondo sentimentale e aprire gli occhi a chi, come me, si pone questo tipo di dubbi esistenziali.
In molti (me compresa, all'inizio) si sono scagliati contro l'immagine che Joseph Gordon - Levitt da degli italo-americani, ed effettivamente la famiglia di Jon è da operetta, ma la rappresentazione del protagonista è qualcosa di assolutamente coerente con l'idea di "figo" e "macho" che hanno negli USA grazie non tanto all'italo-americano di stampo Scorsesiano, quanto a quei maledetti Guidos sdoganati da Jersey Shore. Jon passa il suo tempo a scopare in senso biblico, a scopare in senso casalingo, va in palestra da solo e sconta i suoi peccati spaccandosi di esercizi mentre snocciola il rosario, non si preoccupa della sua educazione e non capisce quello che gli succede intorno perché, fondamentalmente, è troppo occupato a seguire un modello a cui fare riferimento, ad essere quello che la gente si aspetta, che sia un Guido, che sia un buon Cristiano (da Oscar la "sfida" tra il prete e il protagonista), che sia il Don Jovanni amato da donne e amici o il perfetto fidanzato per Barbara. E' per questo che Jon si ammazza di porno amatoriali, zeppi di donnine che farebbero qualsiasi cosa per lui, o si sfoga nei suoi giri in macchina, perché fondamentalmente l'idiota vive per gli altri, per soddisfare in maniera sbagliata il suo egoismo, per legittimare il suo posto nella società. Ed ecco spiegate molte delle aberrazioni che si vedono in giro nel mondo reale, in quanto il mondo è zeppo di Don Jon ma non tutti sono disposti ad ascoltare i saggi consigli di chi riesce a non guardare le persone con superficialità e continuano quindi imperterriti a seguire questo stressante stile di vita, consumandosi nella noia e nella routine.
Tutti questi argomenti vengono sviscerati da Joseph Gordon - Levitt in modo lieve e divertente, facendo largo uso dei topoi della commedia sentimentale, che vengono dissacrati spesso e volentieri (il film nel film con Channing Tatum e Anne Hathaway!!) attraverso l'utilizzo di musiche ad hoc e citazioni più o meno evidenti. La regia del nostro simpatico esordiente è frizzante e basata su schemi molto semplici (per esempio, si fa grande ricorso alla rapida ripetizione di sequenze simili ma ogni volta leggermente diverse, come nel caso delle confessioni), frustra lo spettatore maschio indugiando sulle curve della Johansson senza mai farle vedere completamente e, nonostante il fulcro di tutto sia il personaggio di Don Jon, lascia giusto spazio anche agli altri interpreti. Per una volta, ho adorato Julianne Moore che, nei panni della scoppiata e triste Esther, da vita ad un personaggio meno superficiale di quello che appare all'inizio, ma anche il resto del cast non è male, con menzione speciale per una Brie Larson che non apre bocca per quasi tutto il film ed esplode nel finale con le parole più vere pronunciate nella pellicola. C'è chi dice che Joseph Gordon - Levitt avrebbe potuto fare di più e sono d'accordo, perché l'assunto di Don Jon, nonostante tutto il clamore scatenato dalla componente porno, è un po' banale, ma secondo me come opera d'esordio è decisamente gradevole (se non si è dei geni come Anderson o Quentin è inutile essere troppo pretenziosi o seri al primo tentativo, si rischia di venire ricordati solo per l'arroganza e l'autocompiacimento) e per una serata poco impegnata, o per ridere della demenza che vi circonda, è a dir poco perfetto.
Di Joseph Gordon-Levitt (regista, sceneggiatore e interprete di Jon), ho già parlato qui. Scarlett Johansson (Barbara) e Julianne Moore (Esther) le trovate invece ai rispettivi link.
Glenne Headly interpreta Angela, la madre di Jon. Americana, ha partecipato a film come Dick Tracy, L'ombra del testimone, X-Files: Il film, Babe va in città e a serie come E.R. Medici in prima linea, Monk, Grey's Anatomy e CSI. Ha 58 anni.
Tra gli altri attori, Tony Danza, che interpreta Jon Sr., padre di Jon, è stato uno dei protagonisti della serie cult Taxi mentre la citata Brie Larson ha partecipato a Scott Pilgrim vs. The World col ruolo di Envy Adams. E con questo chiudo qui... ENJOY!
venerdì 25 gennaio 2013
Lincoln (2012)
Nemmeno fossi fan sfegatata del regista o di Daniel Day Lewis, ieri appena uscito mi sono fiondata a vedere Lincoln, diretto nel 2012 da Steven Spielberg. E come avrebbe detto il Numero Uno di Alanfordiana memoria: "Abbuccio, gli dissi, io ormai sono troppo vecchio per questo lavoro ma..."...
Trama: il film racconta l'ultimo, sanguinoso anno della guerra di secessione americana e di come Abraham Lincoln sia riuscito a far approvare (e non abrogare come scritto prima, grazie Pio, il sonno fa questi scherzi!!) il tredicesimo emendamento, quello che avrebbe abolito legalmente la schiavitù.
Tratto non già dalle sterminate biografie dedicate al presidente USA ma dal libro di Doris Dearn intitolato Terms of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln, l'ultimo film di Spielberg non ripercorre l'intera storia del buon Abramo ma decide di concentrarsi su due aspetti fondamentali del suo secondo mandato, la guerra di secessione e l'approvazione del tredicesimo emendamento. Questi due "poli" servono al regista per tratteggiare un ritratto estremamente umano di questo grande uomo politico e di consacrarlo ai posteri come un incredibile, cialtronissimo paraculo. In senso buono, ovviamente. Nonostante, infatti, l'estrema serietà degli argomenti trattati e il difficile, terribile dilemma morale che grava col suo enorme peso sulle spalle del Presidente, buona parte della pellicola viene affrontata con piglio ironico e quasi "avventuroso", con un Lincoln amante dello scherzo e degli aneddoti, impegnato nell'ideazione di mille barbatrucchi per far passare il tredicesimo emendamento cercando contemporaneamente di distogliere l'attenzione dell'intera America dalla guerra, affiancato da un trio di esilaranti "motivatori" che cercano di comprare voti presso gli irremovibili deputati. Ovvio, adesso non pensate che Lincoln sia tutto un grande scherzo. La tensione trasuda palpabile da ogni fotogramma e si riflette negli occhi infossati di Daniel Day Lewis e del suo personaggio, un uomo costretto a decidere cosa sia meglio per la Nazione, se la libertà e l'uguaglianza di tutti, bianchi e neri, pagata col prezzo sanguinoso di una guerra infinita, oppure un trattato di pace, pagato però con la schiavitù dei neri. Come ogni buon film basato sulla Storia, Lincoln mostra insomma le luci e le ombre degli eventi e degli uomini, creando contemporaneamente un'opera in grado di intrattenere ed interessare un'ampia fetta del pubblico.
Certamente, ci troviamo davanti ad un film MOLTO verboso, quasi completamente girato in interni, fortunatamente e necessariamente graziato da attori di una bravura incredibile. Daniel Day Lewis è praticamente lo spirito di Lincoln reincarnatosi in un attore, incredibilmente magnetico, carismatico e al contempo fragile ed umanissimo; nella versione italiana lo doppia un grande Pierfrancesco Favino, ma ovviamente recupererò al più presto il film in lingua originale perché un'interpretazione come quella di Daniel Day Lewis merita la completezza ed il purismo ai massimi livelli. Sally Field e Tommy Lee Jones, i principali comprimari, sono altrettanto grandiosi e non vengono minimamente eclissati dall'ingombrante presenza del protagonista; dico la verità, ho apprezzato soprattutto l'interpretazione di Tommy Lee, che è riuscito a dare vita ad un personaggio sorprendente, incredibilmente complesso e sfaccettato, un vecchio politico disilluso e costretto ad indossare più di una maschera in società. Menzione d'onore la merita infine James Spader, cialtrone capo del trio di procacciatori di voti, una spanna sopra tutte le altre "comparsate" d'eccezione e divertentissimo fulcro comico della pellicola, che tra le guest star conta anche altri attori di altissimo livello, tutti impegnati in ruoli abbastanza importanti.
Per quel che riguarda la regia, Spielberg da il suo meglio nelle poche scene girate in esterno ovviamente. Sconvolgente la sequenza iniziale, dove viene sbattuta in faccia al pubblico tutta la triste brutalità di una guerra civile, con dovizia di baionettate, corpi squassati e sangue, ma la maestria del regista si avverte anche in altri momenti magari meno "epici", ma sicuramente molto importanti. Personalmente, ho amato tantissimo il drammatico confronto tra Lincoln e la moglie Molly, dove tutta la tensione accumulata tra i due personaggi nel corso del film esplode in una reciproca e dolorosissima confessione; sono riuscita crogiolarmi nell'ansia durante l'estenuante attesa del voto alla Camera per poi ritrovarmi, stupidamente e come se non sapessi come sarebbe andata a finire, ad esultare per la vittoria dei sì, insultando a mezza voce tutti quelli che venivano inquadrati solo per sibilare il loro dissenso; infine, mi sono commossa al momento della morte del Presidente, preceduta da un emblematico e divinatorio "Devo andare, adesso. Ma mi piacerebbe restare" e mostrata non già attraverso gli occhi dell'assassino, ma attraverso il lancinante urlo di dolore del piccolo Tad, costretto a sapere dell'assassinio del padre mentre a sua volta assisteva ad uno spettacolo teatrale. A proposito di queste ultime, bellissime scene, arriviamo al grande difetto del film: la lunghezza. La prolissità. La scoglionante decisione di inserire delle sequenze praticamente morte tra la vittoria del sì e l'assassinio del presidente, per poi uccidere definitivamente lo spettatore, già provato da due ore e mezza di pellicola, con un pippone finale sottoforma di discorso di Lincoln alla nazione. Ora, arrivare ai livelli dello pseudo-Mereghètti che, alle mie spalle, si è alzato dicendo "Oh, a me i film di m*** mi fanno in***are di brutto. E poi a me i film di Spielberg hanno sempre fatto schifo"... beh, anche no (a proposito, ma allora cosa sei venuto a fare al cinema??), però effettivamente qualche sforbiciata l'avrei data anche io, senza offesa. Per il resto, chapeau! grandissimo film, grandissimi attori e... davvero, Abramo, grandissimo uomo. Ti voterei se non fossi già nella tomba da parecchi anni.
Del regista Steven Spielberg ho già parlato qui. David Strathairn (William Seward), Joseph Gordon – Levitt (Robert Lincoln),Tommy Lee Jones (Thaddeus Stevens), John Hawkes (Robert Latham), Jackie Earle Haley (Alexander Stephens), Bruce McGill (Edwin Stanton), Jared Harris (Ulysses S. Grant), Lukas Haas (uno dei due soldati che parlano con Lincoln all'inizio) e Walton Goggins (Clay Hawkins) li trovate invece ai rispettivi link.
Daniel Day Lewis (vero nome Daniel Michael Blake Day – Lewis) interpreta Abraham Lincoln. Inglese, uno dei più grandi e meno prolifici attori viventi, lo ricordo per film come Gandhi, Il Bounty, Camera con vista, Il mio piede sinistro (che gli è valso il primo Oscar per migliore attore protagonista, il secondo è arrivato con Il petroliere che però non ho mai visto), L’ultimo dei mohicani, il meraviglioso L’età dell’innocenza, Nel nome del padre e Gangs of New York. Ha 55 anni.
Sally Field interpreta Mary Todd Lincoln. Americana, la ricordo per film come Le stagioni del cuore (che le è valso il secondo Oscar come miglior attrice protagonista, il primo lo aveva ricevuto per Norma Rae), Mrs. Doubtfire - Mammo per sempre e Forrest Gump, inoltre ha partecipato alla serie E.R. - Medici in prima linea. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 66 anni e un film in uscita.
James Spader interpreta W.N. Bilbo. Americano, lo ricordo per film come Wall Street, Sesso bugie e videotape, Wolf – La belva è fuori, Stargate, Crash e Secretary. Ha 52 anni e un film in uscita.
Hal Holbrook (vero nome Harold Rowe Holbrook Jr.) interpreta Preston Blair. Americano, ha partecipato a film come Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan, Tutti gli uomini del presidente, Fog, Creepshow, Wall Street, Il socio e alle serie Oltre i limiti, I Soprano, E.R. – Medici in prima linea e Sons of Anarchy. Come doppiatore, inoltre, ha lavorato per l’Hercules della Disney. Anche regista e sceneggiatore, ha 87 anni e due film in uscita.
Tim Blake Nelson interpreta Richard Schell. Americano, ha partecipato a film come Donnie Brasco, La sottile linea rossa, Fratello dove sei?, Minority Report, Scooby-Doo 2: Mostri scatenati, Syriana, L'incredibile Hulk e alla serie CSI: Scena del crimine. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e quattro film in uscita.
E ora qualche curiosità sugli autori: il summenzionato Hal Holbrook ha interpretato Lincoln in un’omonima miniserie andata in onda in America negli anni ’70 e in Nord e Sud, che ricordo vagamente per essere arrivata anche da noi negli anni ‘80; il piccolo Gulliver McGrath, che nel film interpreta Tad Lincoln, aveva già partecipato a Hugo Cabret e Dark Shadows; Gloria Reuben, che interpreta Elizabeth Keckley, è stata invece per tanti anni parte del cast di E.R. - Medici in prima linea nei panni dell'infermiera sieropositiva Jeanie Boulet. Passiamo ora a "chi non ce l'ha fatta": Liam Neeson, che avrebbe dovuto interpretare Lincoln fin da quando era stato messo in piedi il progetto, alla fine ha deciso di rinunciare perché convinto di essere troppo vecchio per il ruolo, mentre per parecchio tempo si è parlato anche di una partecipazione speciale di Harrison Ford, che alla fine è sfumata nel nulla. Il film ha ricevuto ben 12 nomination all’Oscar: fotografia, costumi, regia, montaggio, colonna sonora originale, sonoro, scenografia, miglior film (e qui voleranno insulti all’Academy perché so già che preferiranno il patriottico Lincoln a Django Unchained…), miglior attore protagonista (Daniel Day-Lewis), miglior attore non protagonista (Tommy Lee Jones ma spero sinceramente che il premio vada a Christoph Waltz), miglior attrice non protagonista (Sally Field) e miglior sceneggiatura non originale. Chi vivrà vedrà, come sempre. Nel frattempo, se Lincoln vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di Schindler's List, per esempio. ENJOY!
Trama: il film racconta l'ultimo, sanguinoso anno della guerra di secessione americana e di come Abraham Lincoln sia riuscito a far approvare (e non abrogare come scritto prima, grazie Pio, il sonno fa questi scherzi!!) il tredicesimo emendamento, quello che avrebbe abolito legalmente la schiavitù.
Tratto non già dalle sterminate biografie dedicate al presidente USA ma dal libro di Doris Dearn intitolato Terms of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln, l'ultimo film di Spielberg non ripercorre l'intera storia del buon Abramo ma decide di concentrarsi su due aspetti fondamentali del suo secondo mandato, la guerra di secessione e l'approvazione del tredicesimo emendamento. Questi due "poli" servono al regista per tratteggiare un ritratto estremamente umano di questo grande uomo politico e di consacrarlo ai posteri come un incredibile, cialtronissimo paraculo. In senso buono, ovviamente. Nonostante, infatti, l'estrema serietà degli argomenti trattati e il difficile, terribile dilemma morale che grava col suo enorme peso sulle spalle del Presidente, buona parte della pellicola viene affrontata con piglio ironico e quasi "avventuroso", con un Lincoln amante dello scherzo e degli aneddoti, impegnato nell'ideazione di mille barbatrucchi per far passare il tredicesimo emendamento cercando contemporaneamente di distogliere l'attenzione dell'intera America dalla guerra, affiancato da un trio di esilaranti "motivatori" che cercano di comprare voti presso gli irremovibili deputati. Ovvio, adesso non pensate che Lincoln sia tutto un grande scherzo. La tensione trasuda palpabile da ogni fotogramma e si riflette negli occhi infossati di Daniel Day Lewis e del suo personaggio, un uomo costretto a decidere cosa sia meglio per la Nazione, se la libertà e l'uguaglianza di tutti, bianchi e neri, pagata col prezzo sanguinoso di una guerra infinita, oppure un trattato di pace, pagato però con la schiavitù dei neri. Come ogni buon film basato sulla Storia, Lincoln mostra insomma le luci e le ombre degli eventi e degli uomini, creando contemporaneamente un'opera in grado di intrattenere ed interessare un'ampia fetta del pubblico.
Certamente, ci troviamo davanti ad un film MOLTO verboso, quasi completamente girato in interni, fortunatamente e necessariamente graziato da attori di una bravura incredibile. Daniel Day Lewis è praticamente lo spirito di Lincoln reincarnatosi in un attore, incredibilmente magnetico, carismatico e al contempo fragile ed umanissimo; nella versione italiana lo doppia un grande Pierfrancesco Favino, ma ovviamente recupererò al più presto il film in lingua originale perché un'interpretazione come quella di Daniel Day Lewis merita la completezza ed il purismo ai massimi livelli. Sally Field e Tommy Lee Jones, i principali comprimari, sono altrettanto grandiosi e non vengono minimamente eclissati dall'ingombrante presenza del protagonista; dico la verità, ho apprezzato soprattutto l'interpretazione di Tommy Lee, che è riuscito a dare vita ad un personaggio sorprendente, incredibilmente complesso e sfaccettato, un vecchio politico disilluso e costretto ad indossare più di una maschera in società. Menzione d'onore la merita infine James Spader, cialtrone capo del trio di procacciatori di voti, una spanna sopra tutte le altre "comparsate" d'eccezione e divertentissimo fulcro comico della pellicola, che tra le guest star conta anche altri attori di altissimo livello, tutti impegnati in ruoli abbastanza importanti.
Per quel che riguarda la regia, Spielberg da il suo meglio nelle poche scene girate in esterno ovviamente. Sconvolgente la sequenza iniziale, dove viene sbattuta in faccia al pubblico tutta la triste brutalità di una guerra civile, con dovizia di baionettate, corpi squassati e sangue, ma la maestria del regista si avverte anche in altri momenti magari meno "epici", ma sicuramente molto importanti. Personalmente, ho amato tantissimo il drammatico confronto tra Lincoln e la moglie Molly, dove tutta la tensione accumulata tra i due personaggi nel corso del film esplode in una reciproca e dolorosissima confessione; sono riuscita crogiolarmi nell'ansia durante l'estenuante attesa del voto alla Camera per poi ritrovarmi, stupidamente e come se non sapessi come sarebbe andata a finire, ad esultare per la vittoria dei sì, insultando a mezza voce tutti quelli che venivano inquadrati solo per sibilare il loro dissenso; infine, mi sono commossa al momento della morte del Presidente, preceduta da un emblematico e divinatorio "Devo andare, adesso. Ma mi piacerebbe restare" e mostrata non già attraverso gli occhi dell'assassino, ma attraverso il lancinante urlo di dolore del piccolo Tad, costretto a sapere dell'assassinio del padre mentre a sua volta assisteva ad uno spettacolo teatrale. A proposito di queste ultime, bellissime scene, arriviamo al grande difetto del film: la lunghezza. La prolissità. La scoglionante decisione di inserire delle sequenze praticamente morte tra la vittoria del sì e l'assassinio del presidente, per poi uccidere definitivamente lo spettatore, già provato da due ore e mezza di pellicola, con un pippone finale sottoforma di discorso di Lincoln alla nazione. Ora, arrivare ai livelli dello pseudo-Mereghètti che, alle mie spalle, si è alzato dicendo "Oh, a me i film di m*** mi fanno in***are di brutto. E poi a me i film di Spielberg hanno sempre fatto schifo"... beh, anche no (a proposito, ma allora cosa sei venuto a fare al cinema??), però effettivamente qualche sforbiciata l'avrei data anche io, senza offesa. Per il resto, chapeau! grandissimo film, grandissimi attori e... davvero, Abramo, grandissimo uomo. Ti voterei se non fossi già nella tomba da parecchi anni.
Del regista Steven Spielberg ho già parlato qui. David Strathairn (William Seward), Joseph Gordon – Levitt (Robert Lincoln),Tommy Lee Jones (Thaddeus Stevens), John Hawkes (Robert Latham), Jackie Earle Haley (Alexander Stephens), Bruce McGill (Edwin Stanton), Jared Harris (Ulysses S. Grant), Lukas Haas (uno dei due soldati che parlano con Lincoln all'inizio) e Walton Goggins (Clay Hawkins) li trovate invece ai rispettivi link.
Daniel Day Lewis (vero nome Daniel Michael Blake Day – Lewis) interpreta Abraham Lincoln. Inglese, uno dei più grandi e meno prolifici attori viventi, lo ricordo per film come Gandhi, Il Bounty, Camera con vista, Il mio piede sinistro (che gli è valso il primo Oscar per migliore attore protagonista, il secondo è arrivato con Il petroliere che però non ho mai visto), L’ultimo dei mohicani, il meraviglioso L’età dell’innocenza, Nel nome del padre e Gangs of New York. Ha 55 anni.
Sally Field interpreta Mary Todd Lincoln. Americana, la ricordo per film come Le stagioni del cuore (che le è valso il secondo Oscar come miglior attrice protagonista, il primo lo aveva ricevuto per Norma Rae), Mrs. Doubtfire - Mammo per sempre e Forrest Gump, inoltre ha partecipato alla serie E.R. - Medici in prima linea. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 66 anni e un film in uscita.
James Spader interpreta W.N. Bilbo. Americano, lo ricordo per film come Wall Street, Sesso bugie e videotape, Wolf – La belva è fuori, Stargate, Crash e Secretary. Ha 52 anni e un film in uscita.
Hal Holbrook (vero nome Harold Rowe Holbrook Jr.) interpreta Preston Blair. Americano, ha partecipato a film come Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan, Tutti gli uomini del presidente, Fog, Creepshow, Wall Street, Il socio e alle serie Oltre i limiti, I Soprano, E.R. – Medici in prima linea e Sons of Anarchy. Come doppiatore, inoltre, ha lavorato per l’Hercules della Disney. Anche regista e sceneggiatore, ha 87 anni e due film in uscita.
Tim Blake Nelson interpreta Richard Schell. Americano, ha partecipato a film come Donnie Brasco, La sottile linea rossa, Fratello dove sei?, Minority Report, Scooby-Doo 2: Mostri scatenati, Syriana, L'incredibile Hulk e alla serie CSI: Scena del crimine. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e quattro film in uscita.
E ora qualche curiosità sugli autori: il summenzionato Hal Holbrook ha interpretato Lincoln in un’omonima miniserie andata in onda in America negli anni ’70 e in Nord e Sud, che ricordo vagamente per essere arrivata anche da noi negli anni ‘80; il piccolo Gulliver McGrath, che nel film interpreta Tad Lincoln, aveva già partecipato a Hugo Cabret e Dark Shadows; Gloria Reuben, che interpreta Elizabeth Keckley, è stata invece per tanti anni parte del cast di E.R. - Medici in prima linea nei panni dell'infermiera sieropositiva Jeanie Boulet. Passiamo ora a "chi non ce l'ha fatta": Liam Neeson, che avrebbe dovuto interpretare Lincoln fin da quando era stato messo in piedi il progetto, alla fine ha deciso di rinunciare perché convinto di essere troppo vecchio per il ruolo, mentre per parecchio tempo si è parlato anche di una partecipazione speciale di Harrison Ford, che alla fine è sfumata nel nulla. Il film ha ricevuto ben 12 nomination all’Oscar: fotografia, costumi, regia, montaggio, colonna sonora originale, sonoro, scenografia, miglior film (e qui voleranno insulti all’Academy perché so già che preferiranno il patriottico Lincoln a Django Unchained…), miglior attore protagonista (Daniel Day-Lewis), miglior attore non protagonista (Tommy Lee Jones ma spero sinceramente che il premio vada a Christoph Waltz), miglior attrice non protagonista (Sally Field) e miglior sceneggiatura non originale. Chi vivrà vedrà, come sempre. Nel frattempo, se Lincoln vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di Schindler's List, per esempio. ENJOY!
mercoledì 22 agosto 2012
Il Cavaliere oscuro - Il ritorno (2012)
Ieri sera sono andata con un paio di amici a vedere l’anteprima de Il Cavaliere oscuro – Il ritorno (The Dark Knight Rises), attesissimo capitolo finale della trilogia di Christopher Nolan. La recensione che segue, per rispetto di chi attenderà l’uscita ufficiale per andarlo a vedere, è rigorosamente spoiler free.
Trama: alla fine de Il cavaliere oscuro Batman era stato dichiarato nemico pubblico di Gotham City mentre Harvey Dent, alias Due Facce, era stato praticamente fatto santo. A seguito di questo, Bruce Wayne si è ritirato in una sorta di clausura e la città sta attraversando un periodo di pace che dura da otto anni, ma ci penserà il terrorista Bane a cambiare lo status quo…
Non mi vergogno a dire che i primi due Batman diretti da Nolan mi avevano lasciata come mi avevano trovata. Del primo non ricordo praticamente nulla, mentre il secondo, osannatissimo capitolo mi aveva abbattuta per la noia, salvo per le sporadiche apparizioni di Heath Ledger nei panni di Joker. Ero partita dunque con le peggiori aspettative riguardo questo Il cavaliere oscuro – Il ritorno… invece, e per fortuna, mi sono unita agli applausi a scena aperta che sono scattati automatici alla fine della pellicola. Per la prima volta, infatti, mi è parso che regista e sceneggiatori si siano impegnati a raccontare una storia di Batman, senza limitarsi a girare delle specie di pesantissimi action con un tizio in tenuta da pipistrello e perennemente complessato: qui c’è sì la disperazione, c’è la rinuncia, c’è finalmente un cattivo con le palle in grado di costituire una vera minaccia, sia fisica che psicologica, per l’uomo pipistrello e per Gotham, c’è la consapevolezza che Bruce Wayne è solo un uomo privo di superpoteri costretto ad affrontare problemi più grandi di lui, c'è un riferimento neppure troppo velato alla crisi mondiale e all'incredibile disparità tra troppo ricchi e troppo poveri… e ci sono, soprattutto, dei comprimari della madonna.
Non vado troppo nel dettaglio per non rovinare la sorpresa a chi non ha ancora visto la pellicola, ma ho sempre pensato che il bello di Batman non fosse il protagonista in sé, quanto la varietà di personaggi che ne popolano l’universo. In questo caso, Christian Bale, per quanto bravissimo e in parte, potrebbe tranquillamente non comparire mai all’interno della pellicola, perché bastano gli altri protagonisti a formare da soli un film praticamente perfetto. Michael Caine e Gary Oldman sono assolutamente inarrivabili, soprattutto il primo regala degli incredibili momenti di umorismo british e pura commozione; il nuovo villain Bane mette ansia ad ogni apparizione, è di una spietatezza senza confini ed è un piacere vederlo mettere in atto i suoi folli progetti (l’unico neo è la sua orrenda voce metallica, inascoltabile come quella di Batman: durante il confronto tra i due mancava solo la vocetta posticcia dell'Enigmista che invitava entrambi a fare un gioco con lui, poi eravamo davvero a posto…); Anne Hathaway è, inaspettatamente, una Selina perfetta, nelle movenze, nel costume e nelle motivazioni del personaggio, quasi affascinante come Michelle Pfeiffer; Joseph Gordon – Levitt è la scelta vincente per un protagonista fondamentale che viene “svelato” con intelligenza e senza troppi sensazionalismi, tenendolo quasi nell’ombra per tutta la durata della pellicola ed approfondendone al meglio le motivazioni; infine, Marion Cotillard è la raffinatezza fatta a persona, e cos’altro si può dire ad un’attrice simile? Al solito, purtroppo, il Fox di Morgan Freeman non mi ha fatto né caldo né freddo, trovo che sia un personaggio simpatico e utile in senso pratico, ma per il resto tranquillamente sacrificabile.
Per quanto riguarda l’aspetto tecnico della pellicola, anche i primi due capitoli rasentavano la perfezione, e Il cavaliere oscuro – Il ritorno non fa eccezione. La scena iniziale è mozzafiato, da pelle d’oca, così come l’attacco definitivo di Bane alla città di Gotham, punto focale del film (apro una parentesi sulla colonna sonora, bellissima, ma tante volte è molto più emozionante e carica di valore la delicata voce di un bambino che canta l'inno nazionale al momento giusto per far rimanere a bocca aperta...), inoltre i mezzi tecnologici dell’uomo pipistrello sono forse ancora più impressionanti delle altre volte e consentono sicuramente la realizzazione di efficacissime sequenze dove inseguimenti, sparatorie ed esplosioni la fanno da padrone. Sensazionali le scenografie: personalmente, ho amato molto l’immagine del tribunale “temporaneo” di Gotham City (e dovreste vedere il giudice che lo presiede…!), emblema di un caos mascherato da legge, e sono molto suggestivi anche il rifugio del villain e la prigione sotterranea nel bel mezzo del deserto. Non mi hanno fatta impazzire i costumi invece, con Bane che sembra uno zamarro appena caduto dall’aereo de I mercenari e con le solite, impersonalissime tutine che avvolgono le chiappe di Catwoman e Batman, né ho apprezzato i combattimenti tra protagonista e villain, lenti e rozzi incontri di pugilato tra monoliti di marmo. Ma a parte questi ultimi, trascurabili dettagli, è bello vedere come Nolan sia riuscito a tirare con maestria le fila del complesso discorso cominciato ormai sette anni fa, dando alla saga una degna e logica conclusione, che non lascia assolutamente l’amaro in bocca né una sensazione di incompletezza, come spesso accade in questi casi. Personalmente, confido che la cosa finisca qui e che non vengano fatti altri seguiti o reboot che saprebbero di fasullo lontano un miglio. Intanto, mi preparo a recuperare l’intera trilogia in DVD, chissà che il tempo non mi consenta di essere più indulgente con i primi due film e di dichiararli bellissimi come questo Il cavaliere oscuro – Il ritorno.
Del regista e cosceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato qui. Di Christian Bale (Batman/Bruce Wayne), Gary Oldman (Jim Gordon), Tom Hardy (Bane), Joseph Gordon – Levitt (Blake, ruolo per il quale erano stati considerati anche Leonardo Di Caprio, Ryan Gosling e Mark Ruffalo), Anne Hathaway (Selina, ruolo per cui erano "arrivate in finale" anche Keira Knightley e Jessica Biel), Marion Cotillard (Miranda), Morgan Freeman (Fox), Michael Caine (Alfred), Cillian Murphy (Jonathan Crane/Scarecrow), Liam Neeson (Ra's Al Ghul) e Nestor Carbonell (il sindaco), ho già parlato nei rispettivi link.
Matthew Modine interpreta Foley. Americano, lo ricordo per film come Full Metal Jacket (era il soldato Joker), America oggi, Corsari, Notting Hill, Ogni maledetta domenica, inoltre ha partecipato alla serie Weeds. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 53 anni e due film in uscita.
Inutile dirlo, se il film vi è piaciuto vi consiglio il recupero di Batman Begins e di Il Cavaliere oscuro, oltre ovviamente a Batman e Batman Returns di Tim Burton. ENJOY!!
Trama: alla fine de Il cavaliere oscuro Batman era stato dichiarato nemico pubblico di Gotham City mentre Harvey Dent, alias Due Facce, era stato praticamente fatto santo. A seguito di questo, Bruce Wayne si è ritirato in una sorta di clausura e la città sta attraversando un periodo di pace che dura da otto anni, ma ci penserà il terrorista Bane a cambiare lo status quo…
Non mi vergogno a dire che i primi due Batman diretti da Nolan mi avevano lasciata come mi avevano trovata. Del primo non ricordo praticamente nulla, mentre il secondo, osannatissimo capitolo mi aveva abbattuta per la noia, salvo per le sporadiche apparizioni di Heath Ledger nei panni di Joker. Ero partita dunque con le peggiori aspettative riguardo questo Il cavaliere oscuro – Il ritorno… invece, e per fortuna, mi sono unita agli applausi a scena aperta che sono scattati automatici alla fine della pellicola. Per la prima volta, infatti, mi è parso che regista e sceneggiatori si siano impegnati a raccontare una storia di Batman, senza limitarsi a girare delle specie di pesantissimi action con un tizio in tenuta da pipistrello e perennemente complessato: qui c’è sì la disperazione, c’è la rinuncia, c’è finalmente un cattivo con le palle in grado di costituire una vera minaccia, sia fisica che psicologica, per l’uomo pipistrello e per Gotham, c’è la consapevolezza che Bruce Wayne è solo un uomo privo di superpoteri costretto ad affrontare problemi più grandi di lui, c'è un riferimento neppure troppo velato alla crisi mondiale e all'incredibile disparità tra troppo ricchi e troppo poveri… e ci sono, soprattutto, dei comprimari della madonna.
Non vado troppo nel dettaglio per non rovinare la sorpresa a chi non ha ancora visto la pellicola, ma ho sempre pensato che il bello di Batman non fosse il protagonista in sé, quanto la varietà di personaggi che ne popolano l’universo. In questo caso, Christian Bale, per quanto bravissimo e in parte, potrebbe tranquillamente non comparire mai all’interno della pellicola, perché bastano gli altri protagonisti a formare da soli un film praticamente perfetto. Michael Caine e Gary Oldman sono assolutamente inarrivabili, soprattutto il primo regala degli incredibili momenti di umorismo british e pura commozione; il nuovo villain Bane mette ansia ad ogni apparizione, è di una spietatezza senza confini ed è un piacere vederlo mettere in atto i suoi folli progetti (l’unico neo è la sua orrenda voce metallica, inascoltabile come quella di Batman: durante il confronto tra i due mancava solo la vocetta posticcia dell'Enigmista che invitava entrambi a fare un gioco con lui, poi eravamo davvero a posto…); Anne Hathaway è, inaspettatamente, una Selina perfetta, nelle movenze, nel costume e nelle motivazioni del personaggio, quasi affascinante come Michelle Pfeiffer; Joseph Gordon – Levitt è la scelta vincente per un protagonista fondamentale che viene “svelato” con intelligenza e senza troppi sensazionalismi, tenendolo quasi nell’ombra per tutta la durata della pellicola ed approfondendone al meglio le motivazioni; infine, Marion Cotillard è la raffinatezza fatta a persona, e cos’altro si può dire ad un’attrice simile? Al solito, purtroppo, il Fox di Morgan Freeman non mi ha fatto né caldo né freddo, trovo che sia un personaggio simpatico e utile in senso pratico, ma per il resto tranquillamente sacrificabile.
Per quanto riguarda l’aspetto tecnico della pellicola, anche i primi due capitoli rasentavano la perfezione, e Il cavaliere oscuro – Il ritorno non fa eccezione. La scena iniziale è mozzafiato, da pelle d’oca, così come l’attacco definitivo di Bane alla città di Gotham, punto focale del film (apro una parentesi sulla colonna sonora, bellissima, ma tante volte è molto più emozionante e carica di valore la delicata voce di un bambino che canta l'inno nazionale al momento giusto per far rimanere a bocca aperta...), inoltre i mezzi tecnologici dell’uomo pipistrello sono forse ancora più impressionanti delle altre volte e consentono sicuramente la realizzazione di efficacissime sequenze dove inseguimenti, sparatorie ed esplosioni la fanno da padrone. Sensazionali le scenografie: personalmente, ho amato molto l’immagine del tribunale “temporaneo” di Gotham City (e dovreste vedere il giudice che lo presiede…!), emblema di un caos mascherato da legge, e sono molto suggestivi anche il rifugio del villain e la prigione sotterranea nel bel mezzo del deserto. Non mi hanno fatta impazzire i costumi invece, con Bane che sembra uno zamarro appena caduto dall’aereo de I mercenari e con le solite, impersonalissime tutine che avvolgono le chiappe di Catwoman e Batman, né ho apprezzato i combattimenti tra protagonista e villain, lenti e rozzi incontri di pugilato tra monoliti di marmo. Ma a parte questi ultimi, trascurabili dettagli, è bello vedere come Nolan sia riuscito a tirare con maestria le fila del complesso discorso cominciato ormai sette anni fa, dando alla saga una degna e logica conclusione, che non lascia assolutamente l’amaro in bocca né una sensazione di incompletezza, come spesso accade in questi casi. Personalmente, confido che la cosa finisca qui e che non vengano fatti altri seguiti o reboot che saprebbero di fasullo lontano un miglio. Intanto, mi preparo a recuperare l’intera trilogia in DVD, chissà che il tempo non mi consenta di essere più indulgente con i primi due film e di dichiararli bellissimi come questo Il cavaliere oscuro – Il ritorno.
Del regista e cosceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato qui. Di Christian Bale (Batman/Bruce Wayne), Gary Oldman (Jim Gordon), Tom Hardy (Bane), Joseph Gordon – Levitt (Blake, ruolo per il quale erano stati considerati anche Leonardo Di Caprio, Ryan Gosling e Mark Ruffalo), Anne Hathaway (Selina, ruolo per cui erano "arrivate in finale" anche Keira Knightley e Jessica Biel), Marion Cotillard (Miranda), Morgan Freeman (Fox), Michael Caine (Alfred), Cillian Murphy (Jonathan Crane/Scarecrow), Liam Neeson (Ra's Al Ghul) e Nestor Carbonell (il sindaco), ho già parlato nei rispettivi link.
Matthew Modine interpreta Foley. Americano, lo ricordo per film come Full Metal Jacket (era il soldato Joker), America oggi, Corsari, Notting Hill, Ogni maledetta domenica, inoltre ha partecipato alla serie Weeds. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 53 anni e due film in uscita.
Inutile dirlo, se il film vi è piaciuto vi consiglio il recupero di Batman Begins e di Il Cavaliere oscuro, oltre ovviamente a Batman e Batman Returns di Tim Burton. ENJOY!!
martedì 10 luglio 2012
50 e 50 (2011)
Mi accade fin troppo spesso, complice la pessima distribuzione italiana o l’assenza di amici desiderosi di immolarsi, di perdere i pochi bei film che approdano nelle nostre sale cinematografiche. Per fortuna esiste l’opzione recupero, però, e in questi giorni sono riuscita a guardare il bellissimo 50 e 50 (50/50) diretto nel 2011 dal regista Jonathan Levine.
Trama: Adam è un ragazzo come tanti altri, ha un lavoro, un migliore amico completamente folle, una ragazza che lo ama e una famiglia. Un giorno scopre di avere una forma avanzata e gravissima di cancro, che gli offre solo il 50% di possibilità di sopravvivere…
Di solito evito i film che parlano di cancro o altre malattie più o meno gravi, perché sono molto ipocondriaca e mi basta sentire parlare di qualcosa per cominciare ad avvertire sintomi simili e vivere con l’ansia per almeno un mese, però questa volta ho fatto un’eccezione perché adoro Joseph Gordon – Levitt e perché di questo 50 e 50 avevo sentito parlare molto bene. Ora, ovviamente, avverto un leggero mal di schiena (cosa ci posso fare..? -.-), ma sono anche contenta di avere visto un film bellissimo, divertente e toccante allo stesso tempo. Il rischio di questo genere di pellicole, infatti, è quello di essere o dei drammoni insopportabili totalmente incentrati sul dolore e sul calvario del malato e dei suoi cari, oppure delle supercazzole superficiali e assolutamente inverosimili, mentre 50 e 50 riesce a trovare un miracoloso equilibrio tra questi due estremi.
La storia di Adam, basata su fatti purtroppo realmente accaduti, viene narrata attraverso un registro sicuramente “leggero” ma anche molto naturale, realistico, e alterna momenti di puro divertimento ad altri di sincera commozione. Si potrebbe dire che 50 e 50 è un film dolceamaro come la vita stessa, fatto di speranze e delusioni, piccole vittorie e grandi sconfitte, personaggi semplici ma dal cuore grande e altri purtroppo banalmente abietti nella loro bassa superficialità; lo sceneggiatore Will Reiser, che si è basato sulla propria esperienza personale per scrivere il film (ha scoperto di avere un cancro ed è stato proprio Seth Rogen ad aiutarlo a superare il dramma), non ci dipinge il cancro come una passeggiata, anzi, ma sceglie di concentrarsi di più sull’aspetto umano della malattia, sul modo in cui Adam e chi lo circonda riescono ad affrontarla o a soccombere alla sua gravità. 50 e 50 non ci mostra quindi “supereroi” o professoroni illuminati, ma esseri umani impacciati, impreparati ad affrontare una cosa devastante come il cancro, problematici e spesso egoisti, talmente vicini alla nostra natura che arriviamo ad affezionarci a loro senza nemmeno rendercene conto.
Le performance degli attori, accompagnate da una colonna sonora molto bella e per nulla “invasiva”, sono molto naturali e quasi mai sopra le righe: Joseph Gordon – Levitt offre un’interpretazione misurata, che incarna tutta la dignità, la paura, l’insicurezza di un ragazzo troppo giovane per avere il destino ormai segnato da una malattia incurabile, Bryce Dallas Howard si trova ormai estremamente a suo agio nei ruoli di algida stronza®, Anna Kendrick infine è la sua degna controparte, una giovanissima ed impacciata dottoressa che segue alla lettera il protocollo quando deve trattare con i suoi difficili pazienti. Ma il personaggio forse più sfaccettato e sicuramente di maggior impatto è Kyle, interpretato con maestria dal vulcanico Seth Rogen, perché è la fedelissima rappresentazione dell’amico coglione (e scusate il francese), apparentemente superficiale e anche profittatore, ma sicuramente instancabile ed insostituibile, l’unico che non smette di trattare Adam come una persona normale neppure per un istante e gli sta accanto fino alla fine; la faccia da babbalone dell’attore e il suo comico, meraviglioso vocione, offrono allo spettatore i momenti più esilaranti dell’intera pellicola e riescono a sdrammatizzare situazioni delicate come il momento in cui Adam decide di rasarsi a zero, il confronto con Rachael o l’operazione finale. Anche per questo motivo, 50 e 50 è un film che andrebbe assolutamente guardato soprattutto in lingua originale, perché da quando ho visto Paul non riesco assolutamente ad immaginarmi un degno doppiaggio italiano per Seth Rogen. Se non siete “anglofoni”, comunque, non preoccupatevi: l’importante è che riusciate a procurarvi e a guardare questa carinissima, divertente e commovente pellicola.
Di Joseph Gordon – Levitt (Adam), Seth Rogen (Kyle), Bryce Dallas Howard (Rachael) e Matt Frewer (Mitch) ho già parlato nei rispettivi link.
Jonathan Levine è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come All the Boys Love Mandy Lane e Fa la cosa sbagliata. Anche sceneggiatore, ha 36 anni e un film in uscita.
Anna Kendrick interpreta Katherine. Americana, ha partecipato a film come Twilight (con tutti i suoi seguiti) e Scott Pilgrim vs. the World, inoltre ha doppiato un episodio de I griffin. Ha 27 anni e sei film in uscita.
Anjelica Huston interpreta la madre di Adam, Diane. Sicuramente una delle mie attrici preferite, la ricordo per film come Qualcuno volò sul nido del cuculo, Il postino suona sempre due volte, L’onore dei Prizzi (film che le è valso l’Oscar come miglior attrice non protagonista), Chi ha paura delle streghe?, La famiglia Addams, La famiglia Addams 2, Tre giorni per la verità, I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou e Il treno per il Darjeeling; ha partecipato ad alcuni episodi della serie Medium e ne ha doppiato altri di American Dad!. Anche regista e produttrice, ha 61 anni.
Philip Baker Hall interpreta Alan. Americano, lo ricordo per film come Ghostbusters II, Il bacio della morte, The Rock, Air Force One, Boogie Nights – L’altra Hollywood, The Truman Show, Nemico Pubblico, Psycho, Magnolia, Il talento di Mr. Ripley, Una settimana da Dio, Amityville Horror, Zodiac e serie come MASH, Miami Vice, Casa Keaton, La signora in giallo e Millenium. Ha 81 anni e tre film in uscita.
James McAvoy avrebbe dovuto interpretare Adam, ma ha dovuto rinunciare poco prima delle riprese. E’ stato proprio Seth Rogen a proporre Joseph Gordon – Levitt come sostituto, e devo dire che ho preferito quest’opzione alla prima! Detto questo… ENJOY!
Trama: Adam è un ragazzo come tanti altri, ha un lavoro, un migliore amico completamente folle, una ragazza che lo ama e una famiglia. Un giorno scopre di avere una forma avanzata e gravissima di cancro, che gli offre solo il 50% di possibilità di sopravvivere…
Di solito evito i film che parlano di cancro o altre malattie più o meno gravi, perché sono molto ipocondriaca e mi basta sentire parlare di qualcosa per cominciare ad avvertire sintomi simili e vivere con l’ansia per almeno un mese, però questa volta ho fatto un’eccezione perché adoro Joseph Gordon – Levitt e perché di questo 50 e 50 avevo sentito parlare molto bene. Ora, ovviamente, avverto un leggero mal di schiena (cosa ci posso fare..? -.-), ma sono anche contenta di avere visto un film bellissimo, divertente e toccante allo stesso tempo. Il rischio di questo genere di pellicole, infatti, è quello di essere o dei drammoni insopportabili totalmente incentrati sul dolore e sul calvario del malato e dei suoi cari, oppure delle supercazzole superficiali e assolutamente inverosimili, mentre 50 e 50 riesce a trovare un miracoloso equilibrio tra questi due estremi.
La storia di Adam, basata su fatti purtroppo realmente accaduti, viene narrata attraverso un registro sicuramente “leggero” ma anche molto naturale, realistico, e alterna momenti di puro divertimento ad altri di sincera commozione. Si potrebbe dire che 50 e 50 è un film dolceamaro come la vita stessa, fatto di speranze e delusioni, piccole vittorie e grandi sconfitte, personaggi semplici ma dal cuore grande e altri purtroppo banalmente abietti nella loro bassa superficialità; lo sceneggiatore Will Reiser, che si è basato sulla propria esperienza personale per scrivere il film (ha scoperto di avere un cancro ed è stato proprio Seth Rogen ad aiutarlo a superare il dramma), non ci dipinge il cancro come una passeggiata, anzi, ma sceglie di concentrarsi di più sull’aspetto umano della malattia, sul modo in cui Adam e chi lo circonda riescono ad affrontarla o a soccombere alla sua gravità. 50 e 50 non ci mostra quindi “supereroi” o professoroni illuminati, ma esseri umani impacciati, impreparati ad affrontare una cosa devastante come il cancro, problematici e spesso egoisti, talmente vicini alla nostra natura che arriviamo ad affezionarci a loro senza nemmeno rendercene conto.
Le performance degli attori, accompagnate da una colonna sonora molto bella e per nulla “invasiva”, sono molto naturali e quasi mai sopra le righe: Joseph Gordon – Levitt offre un’interpretazione misurata, che incarna tutta la dignità, la paura, l’insicurezza di un ragazzo troppo giovane per avere il destino ormai segnato da una malattia incurabile, Bryce Dallas Howard si trova ormai estremamente a suo agio nei ruoli di algida stronza®, Anna Kendrick infine è la sua degna controparte, una giovanissima ed impacciata dottoressa che segue alla lettera il protocollo quando deve trattare con i suoi difficili pazienti. Ma il personaggio forse più sfaccettato e sicuramente di maggior impatto è Kyle, interpretato con maestria dal vulcanico Seth Rogen, perché è la fedelissima rappresentazione dell’amico coglione (e scusate il francese), apparentemente superficiale e anche profittatore, ma sicuramente instancabile ed insostituibile, l’unico che non smette di trattare Adam come una persona normale neppure per un istante e gli sta accanto fino alla fine; la faccia da babbalone dell’attore e il suo comico, meraviglioso vocione, offrono allo spettatore i momenti più esilaranti dell’intera pellicola e riescono a sdrammatizzare situazioni delicate come il momento in cui Adam decide di rasarsi a zero, il confronto con Rachael o l’operazione finale. Anche per questo motivo, 50 e 50 è un film che andrebbe assolutamente guardato soprattutto in lingua originale, perché da quando ho visto Paul non riesco assolutamente ad immaginarmi un degno doppiaggio italiano per Seth Rogen. Se non siete “anglofoni”, comunque, non preoccupatevi: l’importante è che riusciate a procurarvi e a guardare questa carinissima, divertente e commovente pellicola.
Di Joseph Gordon – Levitt (Adam), Seth Rogen (Kyle), Bryce Dallas Howard (Rachael) e Matt Frewer (Mitch) ho già parlato nei rispettivi link.
Jonathan Levine è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come All the Boys Love Mandy Lane e Fa la cosa sbagliata. Anche sceneggiatore, ha 36 anni e un film in uscita.
Anna Kendrick interpreta Katherine. Americana, ha partecipato a film come Twilight (con tutti i suoi seguiti) e Scott Pilgrim vs. the World, inoltre ha doppiato un episodio de I griffin. Ha 27 anni e sei film in uscita.
Anjelica Huston interpreta la madre di Adam, Diane. Sicuramente una delle mie attrici preferite, la ricordo per film come Qualcuno volò sul nido del cuculo, Il postino suona sempre due volte, L’onore dei Prizzi (film che le è valso l’Oscar come miglior attrice non protagonista), Chi ha paura delle streghe?, La famiglia Addams, La famiglia Addams 2, Tre giorni per la verità, I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou e Il treno per il Darjeeling; ha partecipato ad alcuni episodi della serie Medium e ne ha doppiato altri di American Dad!. Anche regista e produttrice, ha 61 anni.
Philip Baker Hall interpreta Alan. Americano, lo ricordo per film come Ghostbusters II, Il bacio della morte, The Rock, Air Force One, Boogie Nights – L’altra Hollywood, The Truman Show, Nemico Pubblico, Psycho, Magnolia, Il talento di Mr. Ripley, Una settimana da Dio, Amityville Horror, Zodiac e serie come MASH, Miami Vice, Casa Keaton, La signora in giallo e Millenium. Ha 81 anni e tre film in uscita.
James McAvoy avrebbe dovuto interpretare Adam, ma ha dovuto rinunciare poco prima delle riprese. E’ stato proprio Seth Rogen a proporre Joseph Gordon – Levitt come sostituto, e devo dire che ho preferito quest’opzione alla prima! Detto questo… ENJOY!
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