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martedì 8 gennaio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra (2018)

Bestemmiando per essere dovuti andare fino a Genova a vederlo (probabilmente presenterò il conto al Multisala di Savona visto che, ridendo e scherzando, tra biglietto, autostrada, benzina e cibo abbiamo speso sui 25 euro a testa), domenica ho recuperato Vice - L'uomo nell'ombra (Vice), diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Adam McKay e fresco di un Golden Globe a Christian Bale.


Trama: la rapida ascesa di Dick Cheney, dai primi lavori con l'amministrazione Nixon fino alla carica di vicepresidente nell'ora più buia per gli Stati Uniti e l'intera società moderna.


Io adoro Adam McKay. Come ti fa capire lui le cose, senza insultare la tua intelligenza, nessuno mai. Anche questa volta, come ne La grande scommessa, l'autore sceglie di raccontare una pagina vergognosa di storia americana strappando amare risate al pubblico ma senza l'arroganza tipica del comico che crede di sapere tutto e di poter indottrinare l'audience, quanto piuttosto spingendo lo spettatore a ragionare, a ricordare, a rivivere sulla pelle determinati momenti e a riflettere su quanto diamine possano essere boccalone le masse. E intendo tutte le masse. Destra, sinistra, centro, apolitici, io per prima: siamo un branco di tacchini pronti ad inghiottire qualunque porcata ci venga propinata, basta solo indorarcela un po'. In mezzo a questo clima di idiozia perenne, chi prospera è ovviamente chi, zitto zitto, approfitta di ogni cedimento dell'apparentemente impenetrabile struttura socio-politica di un Paese o di ogni debolezza del proprio interlocutore, potente o inutile che sia, per farsi i propri interessi. Questo è il caso di Dick Cheney, "uomo nell'ombra" di buona parte della storia del Partito Repubblicano americano, machiavellica eminenza grigia nonché fruitore di cantonate madornali che hanno portato, per dirne una, a far sì che l'ISIS si ingrandisse fino a raggiungere i livelli odierni. Non è un caso che il bravissimo Christian Bale abbia ringraziato Satana, durante il discorso di accettazione del Golden Globe, citandolo come fonte d'ispirazione per l'interpretazione del personaggio perché, di fatto, il Cheney ritratto in Vice E' il diavolo tentatore, un maligno "pescatore di uomini" il cui animo torbido riesce a giustificare contemporaneamente patriottismo, sete di potere e menefreghismo, una creatura talmente abietta che al confronto Salveenee parrebbe Papa Bergoglio. Potrebbe anche non essere stato così, in effetti: McKay ce lo dice nel disclaimer iniziale, chiuso con un "abbiamo fatto del nostro meglio per ricostruire le cose, cazzo!" e ci/si prende in giro autocriticandosi nella geniale scena post credit, ma ciò non toglie che i fatti salienti del film siano provati da documenti incontrovertibili o, ancor peggio, da documenti mancanti e per questo ancora più sospetti. E poi, che Bush fosse un coglione lo avevamo capito tutti, quindi la seconda parte di Vice risulta ancora più verosimile.


Per rendere più digeribile la serie ininterrotta di colpi bassi che viene propinata allo spettatore, McKay sfrutta qualunque cosa, rendendo Vice - L'uomo nell'ombra un trionfo di sceneggiatura witty, montaggio dinamico e regia sopraffina. Per me, la sequenza in cui Cheney "pesca", letteralmente, Bush, riproposta in due diversi momenti del film, è già una delle più belle viste al cinema; altrettanto efficace, anche se magari più paracula, quella ambientata in un infernale ristorante mentre quella Shakespeariana renderebbe molto di più in lingua originale, sono sicura, ma unita a un compendio ininterrotto di didascalie, finti finali (il genio!), spezzoni di terribile vita reale, abbattimento della quarta parete e simulazioni di gradimento, concorre a garantire la bellezza di un film che assolutamente non andrebbe perso. Anche perché, diciamoci la verità, il parallelismo Cheney/Bush e Salvini/Di Maio mi è balzato alla mente più volte guardando Vice e mi sono sentita per questo ancora più male. Una sensazione che non ha soverchiato la gioia nel vedere un cast di prim'ordine come quello presente nel film. Christian Bale è fenomenale e, come ho scritto nel post dedicato ai Golden Globes, il mio unico rammarico è quello di non aver guardato il film in v.o. perché quella boccuccia storta mi avrebbe dato di sicuro parecchia soddisfazione e lo stesso vale per l'interpretazione di Sam Rockwell che, mi si dice, sfoggia un'invidiabile accento "bushiano" oltre che una somiglianza imbarazzante con lo sciocco presidente USA. Perfetti anche Amy Adams, ingrassatella ed imbruttita al punto giusto, e uno Steve Carell che sta rapidamente diventando uno dei miei attori preferiti. Insomma, l'anno "vissuto pericolosamente in Sala" non poteva cominciare meglio, almeno per me: Vice - L'uomo nell'ombra è un film grandissimo che vi consiglio spassionatamente, anche solo per farvi aprire un po' gli occhi sui meccanismi che muovono tutti i governi, anche quelli "del cambiamento", e le facce di merda che ne fanno parte. 


Del regista e sceneggiatore Adam McKay ho già parlato QUI. Christian Bale (Dick Cheney), Amy Adams (Lynne Cheney), Steve Carell (Donald Rumsfeld), Sam Rockwell (George W. Bush), Alison Pill (Mary Cheney), Eddie Marsan (Paul Wolfowitz), Justin Kirk (Scooter Libby), Jesse Plemons (Kurt), Bill Camp (Gerald Ford), Lily Rabe (Liz Cheney), Shea Whigham (Wayne Vincent), Naomi Watts (conduttrice del TG) e Alfred Molina (cameriere) li trovate invece ai rispettivi link.

LisaGay Hamilton interpreta Condoleeza Rice. Americana, ha partecipato a film come L'esercito delle 12 scimmie, Jackie Brown, Halloween - 20 anni dopo e a serie come Ally McBeal, Sex and the City, E.R. Medici in prima linea, Senza traccia, Numb3rs, Grey's Anatomy e House of Cards. Anche regista e produttrice, ha 55 anni e tre film in uscita.


Durante la fase di post-produzione il regista Adam McKay è stato colpito da un leggero attacco cardiaco e ha quindi deciso di includere nel film una ripresa in bianco e nero dell'operazione per inserire lo stent nel suo cuore, a mo' di partecipazione speciale. Bill Pullman avrebbe dovuto interpretare Nelson Rockefeller ma la sua parte è stata tagliata. Se Vice vi fosse piaciuto recuperate anche La grande scommessa. ENJOY!

mercoledì 21 marzo 2018

L!fe Happens (2011)

Dopo aver ripescato il titolo da una vecchia rubrica del blog mi è capitato di vedere L!fe Happens, diretto e co-sceneggiato nel 2011 dalla regista Kat Coiro.


Trama: Kim e Deena sono due twentysomething che vivono assieme e conducono una vita sregolata a base di feste e rapporti occasionali. Proprio durante uno di questi Kim rimane incinta e si ritrova a dover essere madre single mentre tutti attorno a lei sembrano realizzare qualsiasi obiettivo nella vita, Deena in primis...



Avvicinandosi i quaranta sempre più gente (leggi: padre e madre) comincia a domandarsi quando metterò la testa a posto sfornando un simpatico pargoletto e sempre più persone attorno a me (leggi: amiche di una vita) decidono di intraprendere il cammino della maternità/paternità con una serenità d'animo che talvolta gli invidio. Il problema è che io, pur non essendo gnocca come la Ritter e la Bosworth e pur avendo una decina di anni in più, sono cazzona come i due personaggi da loro ritratti e l'idea di ritrovarmi ricoperta di rigurgito latteo mentre cambio un pannolino invece, che so, di salire sul primo volo per la Nuova Zelanda e darmi alla pazza gioia per una settimana (o anche semplicemente andare una sera al cinema), consacrandomi per almeno 18 anni buoni al totale benessere psico-fisico di una mini-persona potenzialmente spaccamaroni, mi riempie appena appena d'ansia. A causa di questa disposizione d'animo, ho apprezzato parecchio che un film come L!fe Happens, almeno in parte, affrontasse la gravidanza indesiderata di Kim con un realismo che non coincide necessariamente con eccesso di drama e situazioni deprimenti, quanto piuttosto con piccoli scazzi quotidiani, difficoltà oggettive sia nella gestione della casa e del lavoro sia nella vita privata, fino ad arrivare alla tipica situazione di rottura che solitamente precede l'atto risolutivo in questo genere di "commedie formative". D'altra parte, per quanto la si possa infiocchettare, una gravidanza imprevista o non desiderata non è necessariamente un evento positivo e rischia di distruggere l'esistenza di una persona che dovesse ritrovarsi in una situazione già precaria di suo; se poi, come nel caso di L!fe Happens, si aggiunge la beffa di essere rimaste incinte perché l'ultimo preservativo l'ha "vinto" la coinquilina che nel frattempo è diventata ricca e famosa ha senso anche ritrarre la giovane mamma come una persona non tagliata per esserlo, ridotta a soffrire la propria situazione fino al punto di combatterla, negandola, con tutte le sue forze prima di rendersi conto che la vita "capita" e che una situazione potenzialmente negativa può anche nascondere delle belle sorprese. Per tutti, ci mancherebbe, persino per un inquietante stalker che meriterebbe di non vedere le donne neppure col binocolo.


Sì, nonostante quello che ho scritto all'inizio L!fe Happens è comunque una commedia rosa travestita da pellicola indipendente, che marcia spedita verso la sua conclusione a tarallucci e vino e richiede allo spettatore di tapparsi il naso senza badare troppo al fatto che, gira che ti rigira, nonostante le premesse realistiche si parla comunque di donne bellissime, libertine ma dal cuore di mamma, femministe ma in cerca del principe azzurro, spiantate ma comunque in grado di costruirsi una carriera invidiabile nel giro di un annetto al massimo accompagnate da uomini rozzi ma fighi oppure stalker ma interessanti. Insomma, proprio quello che happens nelle l!fe di tutti i giorni, come no! Forse in quella della Ferragni, sebbene lei non si sia beccata un uomo né figo né interessante. Ma non divaghiamo. Nonostante tutto non sono riuscita a volere male a L!fe Happens non solo perché l'ho presa come una semplice commedia divertente senza troppe pretese ma anche perché adoro Krysten Ritter (motivo per cui mi sono messa a guardare un film che avrebbe potuto farmi seriamente schifo) e la Bosworth si è rivelata un'esilarante protagonista/spalla capace di interpretare un personaggio che, di fatto, si becca tutte le battute migliori. Altra gioia è stata quella di rivedere il Prior di Angels in America, ovvero l'attore Justin Kirk, probabilmente l'unico capace di nobilitare il solito personaggio fuori dalle righe che tenta di concupire una delle protagoniste conquistandola coi suoi modi assurdi dopo essere stato rimbalzato per mezzo film (ops, spoileROTFL). Mettendo quindi assieme attori capaci, mise accattivanti, quel pizzico di follia in grado di invogliare lo spettatore ad avere Kim e Deena (e la loro terza coinquilina) come amiche, un po' di brani simpatici in pieno spirito "giovani sgallettate americane crescono" il risultato è che L!fe Happens diventa un film guardabile e perfetto per una di quelle sessioni di "stira & mira" alle quali periodicamente siamo costrette noi povere fanciulle spargolate... o magari per le mamme che con un occhio devono stare attente ai loro frugoletti!


Di Krysten Ritter (che interpreta Kim e ha co-sceneggiato il film), Kate Bosworth (Deena), Justin Kirk (Henri) e Seymour Cassel (Pop Pop) ho già parlato ai rispettivi link.

Kat Coiro è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto pellicole come Una rete di bugie. E' anche attrice e produttrice.


Geoff Stults interpreta Nicholas. Americano, ha partecipato a film come 2 single a nozze, J. Edgar e a serie quali Settimo cielo, How I Met your Mother e Bones. Anche produttore, ha 40 anni e un film in uscita.


Kristen Johnston interpreta Francesca. Americana, indimenticata Sally della serie Una famiglia del terzo tipo, ha partecipato a film come Austin Powers - La spia che ci provava, I Flinstones in Viva Rock Vegas, Austin Powers in Goldmember e ad altre serie quali Sex and the City, E.R. Medici in prima linea e Ugly Betty. Ha inoltre lavorato come doppiatrice per serie come Kim Possible. Ha 50 anni e due film in uscita.


Jason Biggs interpreta Sergei. Americano, lo ricordo per film come American Pie, American School, Assatanata, American Pie 2, Jay & Silent Bob... fermate Hollywood!, American Pie - Il matrimonio, Jersey Girl e American Pie: Ancora insieme, inoltre ha partecipato a serie come Will & Grace e lavorato come doppiatore per Teenage Mutant Ninja Turtles - Tartarughe Ninja. Anche produttore, ha 39 anni e un film in uscita.


domenica 8 marzo 2015

Bollalmanacco On Demand: Angels in America (2003)

E' un po' che non scrivo più dei post a richiesta e chiedo scusa a tutti quelli che ancora stanno aspettando il film desiderato. Ricomincio oggi con la miniserie televisiva Angels in America, diretta nel 2003 dal regista Mike Nichols e tratta dalla pièce teatrale Angels in America - Fantasia gay su temi nazionali di Toni Kushner. Ringrazio Toto per la richiesta e vi informo che il post sarà diviso in paragrafi che seguono la struttura della serie; inoltre, il prossimo film On Demand sarà Pi greco - Il teorema del delirio. ENJOY!


Trama: alla fine degli anni '80 assistiamo alle vicende di individui molto sfortunati. Il malvagio avvocato Roy Cohn scopre di avere l'aids mentre il suo giovane protetto Joe capisce di non provare più attrazione fisica per la moglie depressa Harper. Anche Prior, omosessuale, ha contratto l'aids ma i primi stadi della malattia, oltre a causare la fuga del fidanzato Louis, lo mettono anche in contatto con fenomeni inspiegabili...




Millennium Approaches 

Bad News
Bad News è, come si evince dal titolo, l’atto che introduce tutti i personaggi attraverso le brutte notizie che vengono loro comunicate (terribili figlie del Nuovo Millennio, appunto) e che porteranno il caos nella loro vita. Una vita non necessariamente soddisfacente perché, se è vero che l’avvocato Roy è all’apice del potere mentre Louis e Prior sono felicemente innamorati, la coppia formata dall’impasticcata Harper e dal represso Joe è invece allo sfascio e tenuta assieme a malapena dal loro essere mormoni. La religione pare farsi beffe del destino a cui vanno incontro i personaggi e non offre consolazione né consigli (emblematica la scena del rabbino) a chi ormai ha perso ogni speranza ed affronta la tragedia nei modi più goffi e umani, chi stordendosi di valium, chi rifiutando di parlare della morte, chi negando la propria natura e chi affidandosi a potere e conoscenze altolocate. L’unico che prende di petto la sua malattia, nascondendo il proprio terrore con una maschera d’ironia e cinismo senza tuttavia negarla, è Prior che, non a caso, oltre ad essere il vero protagonista, è anche il primo a riuscire ad avvicinarsi consapevolmente al “divino” o, meglio, all’angelico (la visione di Harper non la conterei visto che Mr. Bugia si presenta più come un’allucinazione che come angelo); allo stesso modo è emblematico che siano lui e Harper, i due personaggi più “veri” e in qualche modo innocenti, ad incontrarsi ed illuminarsi vicendevolmente nel meraviglioso sogno cinefilo dell’uomo, un toccante trionfo di citazioni che spaziano da Cocteau a Wilder. A parte questo momento visionario, comunque, Bad News è un introduzione piuttosto realistica, ironica e spietata ai temi principali (omosessualità, malattia, religione) che verranno trattati in Angels in America.


In Vitro
In base a quel che dice Wikipedia, uno studio In Vitro viene effettuato su un organismo isolato dal suo tipico ambiente biologico, staccato dall'organismo principale. Effettivamente, l'isolamento ed il distacco sono ciò che stanno provando i protagonisti della miniserie e l'occhio impietoso del regista e dello sceneggiatore sono lì per testimoniare gli effetti di quello che parrebbe un crudele esperimento divino. Louis ha ormai lasciato Prior, terrorizzato dalla sua malattia, Joe non riesce più a negare la sua omosessualità ma non ha nessuno con cui affrontare questa presa di coscienza (la telefonata con la madre è allo stesso tempo angosciante ed esilarante per il modo in cui lei rifiuta di ascoltare il figlio e lo "bacchetta" neanche fosse un tredicenne...), la moglie Harper si nasconde nel suo mondo immaginario e l'unico che sembra non aver cambiato vita è l'odioso Roy Cohn, reso semmai ancora più laido ed arrogante dalla scoperta della malattia. In Vitro è un segmento di passaggio, dove vengono appena accennate le misteriose intenzioni dell'angelo che parla con Prior, con grandissime prove attoriali di tutti i coinvolti (Al Pacino, Patrick Wilson e, soprattutto, Justin Kirk) e uno stupendo, incalzante montaggio nella sequenza finale che vede Harper e Prior sfogare tutta la loro rabbia e delusione verso i rispettivi partner, ancora una volta lontani, sconosciuti eppure uniti nel dolore.


The Messenger
Finalmente, nell'ultimo atto del primo capitolo l'angelico Messaggero di cui tanto si è parlato in precedenza arriva, lasciando gli spettatori basiti ed incerti quanto il povero Prior che, per tutto l'episodio, è stato vittima di quelle che potrebbero essere solo allucinazioni ma anche reali segnali dell'arrivo di un angelo. Un messaggero va a trovare anche il disgustoso e sempre più biasimevole Roy Cohn, un messaggero di morte incarnato dal fantasma di Ethel Rosenberg (una favolosa Meryl Streep), fatta condannare alla pena capitale dallo stesso avvocato. La prima parte di Angels in America si conclude così col botto, allontanandosi di prepotenza dal "realismo" iniziale e spingendo maggiormente il piede sull'accelleratore del fantastico; lo spettatore viene preparato a quello che verrà dopo e viene deliziato da un paio di ironiche trovate, come quella di prendere due impomatati antenati di Prior (Michael Gambon e Simon Callow, nientemeno!) e farglielo perseguitare con i loro esilaranti siparietti.


Perestroika

Stop Moving!
Dopo averlo visto brevemente alla fine di The Messenger, l'angelo America si è manifestato in tutto il suo fulgore, come racconta l'incredulo Prior ad un ancor più incredulo Belize. C'è da dire che di tutta la serie questo capitolo è il più trash (il funerale della Drag Queen è meravigliosamente kitsch), nonché quello che soffre maggiormente il passare degli anni: da un lato c'è il teatrale angelo interpretato da Emma Thompson, col suo ridondante ed egoistico "Io, io, io!" e le sue anche troppo umane gaffes, dall'altro c'è la distruzione che l'alata creatura reca con sé, realizzata con effetti speciali ormai datati. Il tempo passa per gli occhi, ovviamente, ma non per il cuore: le intenzioni di America sono chiare e terribili oggi come allora, così come è palpabile la sofferenza del povero Prior, Profeta costretto a farsi portatore di un messaggio non di speranza, bensì di rinuncia e rassegnazione, ben sintetizzato dal titolo originale dell'episodio. Una "stasi" che pare affliggere tutti gli altri protagonisti, bloccati nelle loro personali sofferenze terrene e che si ripercuote sull'intero capitolo, molto dialogato e lento (ma non per questo meno bello degli altri).


Beyond Nelly
"He made me feel beyond nelly" (nella versione italiana "Mi ha scatenato una tempesta ormonale") è ciò che esclama Prior dopo aver finalmente visto Joe, nel frattempo diventato la nuova fiamma di Louis e in procinto, neanche a dirlo, di venire scaricato perché troppo innamorato del personaggio più egoista e stronzo dell'intera opera. Il capitolo lascia da parte le questioni "angeliche" e si concentra essenzialmente sui vari intrecci sentimentali presenti nella serie, sia quelli palesi che quelli più nascosti; i personaggi si confrontano tra loro, sviscerando i propri sentimenti e il proprio dolore, trascinati dalle loro emozioni fino a compiere gesti che sfiorano l'autolesionismo. In questo penultimo capitolo, dominato dalle figure di Belize e Hannah (la madre di Joe, sempre interpretata da Meryl Streep), pacati numi tutelari degli incredibili casi umani che li circondano, tutti gettano la maschera ma nessuno riesce ancora a trovare la strada per ricominciare a vivere o, perlomeno, per cercare redenzione.


Heaven, I'm in Heaven
E se leggete il titolo canticchiandolo come farebbe Fred Astair fate benissimo visto che l'ultimo capitolo di Angels in America chiude il cerchio delle citazioni cinematografiche con l'ennesima rappresentazione ispirata a Cocteau (in questo caso il film a cui viene reso omaggio è Orfeo e la sequenza è stata girata a Villa Adriana). Gli angeli e il paradiso diventano i protagonisti indiscussi dell'episodio, così come i concetti di morte, redenzione, perdono e, soprattutto, cambiamento. La cosiddetta Perestroika, il rapido progresso in grado di distruggere e lasciarsi alle spalle il passato, è il "movimento" che abbracciano tutti i protagonisti di Angels in America ad eccezione del terribile Roy, coerente con sé stesso fino alla fine; l'invito dell'angelo America a "fermarsi" prima di andare incontro ad un orribile destino viene giustamente rifiutato per cercare di raggiungere, anche nel dolore, ciò che ci rende umani e che può portarci a cambiare e migliorare: la Speranza. Heaven, I'm in Heaven è, assieme a In Vitro, l'episodio più emozionante di tutta la serie e riesce a commuovere lo spettatore fino alle lacrime, lasciandolo preda di un'insaziabile desiderio di poter continuare a "spiare" nelle vite di Prior, Harper, Belize e Hannah, personaggi che, dopo questa lunghissima ed incredibile miniserie, sono riusciti a bucare lo schermo e diventare parte di noi.


Riassumendo, Angels in America, questa "Fantasia gay su temi nazionali", è un'opera grandiosa, per quel che mi riguarda ancora insuperata nel vasto parco delle produzioni televisive. Il tempo, come ho detto più su, è stato abbastanza impietoso con la regia e con gli effetti speciali, leggermente piatta la prima e un po' datati i secondi, ma davanti alle interpretazioni magistrali degli attori e al messaggio ancora molto forte dell'opera in sé (il monologo finale di Prior e il saluto rivolto al pubblico spezzano il cuore e Belize, apparentemente il personaggio più frivolo della serie, è capace di mostrare una saggezza ed un'umanità incredibili) questo è un dettaglio su cui si può tranquillamente sorvolare. La serie è caratterizzata da un'incredibile ironia e dalla contemporanea capacità di affrontare, senza mai scivolare nel patetismo o nella caricatura, temi difficili come la condizione degli omosessuali all'interno della società, il cieco terrore della malattia, i cambiamenti politici e sociali di un'epoca, la depressione e il senso di inadeguatezza e solo per questo meriterebbe l'impegno di passare quasi sei ore con gli occhi incollati allo schermo. Meravigliosa infine, anche a distanza di un decennio, la "sigla" iniziale in cui la telecamera sorvola i cieli d'America per poi fermarsi sul volto della statua di Bethesda, a Central Park, sulle note dello splendido, toccante score composto da Thomas Newman. La trovate QUI e vi sia di incoraggiamento per recuperare questo capolavoro (sì, non esagero!) di inizio millennio se ancora non l'avete visto.


Di Al Pacino (Roy Cohn), Meryl Streep (Il Rabbino/ Ethel Rosenberg/ Hannah Pitt/l'angelo Australia), Emma Thompson (l'infermiera Emily/ la barbona/ l'angelo America), Mary-Louise Parker (Harper Pitt), Jeffrey Wright (Mr. Bugia/ Norman "Belize" Ariaga/ il barbone/l'angelo Europa), Patrick Wilson (Joe Pitt), James Cromwell (il dottore di Roy) e Michael Gambon (il primo antenato di Prior) ho già parlato ai rispettivi link.

Mike Nichols (vero nome Michael Igor Peschkowsky) è il regista del film TV. Tedesco, ha diretto film come Chi ha paura di Virginia Woolf?, Il laureato (che gli è valso l'Oscar come miglior regista), Heartburn - Affari di cuore, Una donna in carriera, A proposito di Henry, Wolf - La belva è fuori, Piume di struzzo e Closer. Anche produttore, attore e sceneggiatore, è morto nel 2014 all'età di 83 anni.


Justin Kirk interpreta Prior Walter. Americano, ha partecipato a serie come Jarod il camaleonte, CSI - Scena del crimine e Weeds. Ha 45 anni.


Ben Shenkman interpreta Louis Ironson e l'angelo Oceania. Americano, ha partecipato a film come Pi greco - Il teorema del delirio, Attacco al potere, Blue Valentine e a serie come Grey's Anatomy. Ha 46 anni.


Simon Callow interpreta il secondo antenato di Prior. Inglese, ha partecipato a film come Amadeus, Camera con vista, Casa Howard, Quattro matrimoni e un funerale, Street Fighter - Sfida finale, Jefferson in Paris, Ace Ventura - Missione Africa, Shakespeare in Love, Il fantasma dell'Opera e a serie come Doctor Who. Anche sceneggiatore e regista, ha 66 anni e due film in uscita.


Tra gli attori compare anche Toni Kushner, che ha scritto l'opera teatrale e che sarebbe uno dei rabbini con i quali parla Louis nel primo episodio. Rimanendo sempre in tema di attori, Jeffrey Wright è l'unico membro del cast originale di Broadway ad avere partecipato anche all'adattamento televisivo; la produzione londinese del 1992 di Angels in America, invece, vedeva tra gli attori protagonisti nientemeno che Jason Isaacs nel ruolo di Louis e Daniel Craig in quelli di Joe! E ora passiamo a chi "non ce l'ha fatta". A dirigere inizialmente la serie avrebbe dovuto essere Robert Altman, cosa che ha spinto Al Pacino ad avvicinarsi al ruolo di Roy Cohn, per il quale era stato preso in considerazione anche Dustin Hoffmann; Jodie Foster invece era stata considerata per il ruolo dell'angelo America. ENJOY!


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