venerdì 19 luglio 2019

Bollalmanacco On Demand: Il cittadino illustre (2016)



Ultimamente riesco a stare più dietro all'On Demand e oggi tocca alla richiesta di Silvia, che ha scelto di farmi guardare Il cittadino illustre (El ciudadano ilustre), diretto nel 2016 dai registi Gastón Duprat e Mariano Cohn... con dedica al fidanzato Enrico, che adora questo film e legge il Bollalmanacco. Quindi "Grazie, Enrico, questo post è tutto per te!!". Il prossimo film On Demand sarà Inland Empire. ENJOY!


Trama: dopo quarant'anni lo scrittore Daniel Mantovani, fresco di premio Nobel, torna al suo paese, Salas, per ottenere il riconoscimento di "cittadino illustre". Tra vecchie conoscenze e fan non sarà facile per lo scrittore uscire indenne dal tuffo nel passato...


Il cittadino illustre è una particolare commistione tra dramma e commedia che segue le vicissitudini di uno scrittore in crisi, Daniel Mantovani, argentino trapiantato in Europa. Uomo che ha passato tutta la vita a fuggire dal suo paese natio, Salas, apparentemente Daniel è l'espressione massima dell'"artista maledetto", dotato di convinzioni granitiche che spesso lo portano ad andare controcorrente persino nelle occasioni ufficiali, nella fattispecie la consegna dell'ambito Premio Nobel ("se me lo avete consegnato significa che ho fallito, perché l'arte dev'essere slegata dalle istituzioni", cito a braccio ovviamente ma il succo del discorso di premiazione di Daniel è questo). Dopo il riconoscimento vediamo Daniel alle prese con il rifiuto di innumerevoli inviti e richieste ma uno di essi lo colpisce ed è la proposta di accettare il premio di Cittadino Illustre proprio nella sua città natale, fonte di ispirazione di ogni suo romanzo e racconto. Daniel, inaspettatamente, accetta e da quel momento si ritrova coinvolto in una serie di micro vicende sia positive che negative, specchio della doppia natura di quel luogo amato e odiato allo stesso tempo. Salas è, obiettivamente, una città squallida e triste, rimasta ferma almeno a cinquant'anni prima; la macchina da presa dei due registi si muove come se attorno a Daniel venisse girato un documentario, le riprese sembrano effettuate talvolta in presa diretta, e ci offrono scorci di un paesaggio brullo, case decadenti, cani randagi, biciclette abbandonate, automobili in avaria e persone scialbe, che guardano Daniel come fosse un alieno o un Dio, non certo un essere umano, senza un minimo di rispetto per la sua privacy. Il fastidio di Daniel, che a tratti cerca di "conformarsi" alla natura spartana del luogo e a tratti si oppone a quella stessa natura con parole dure e ragionevoli ma percepibili come le arroganti sparate di una star, si trasmette al pubblico rendendo molto difficile parteggiare per gli abitanti di una città spesso messa alla berlina dal suo più illustre cittadino all'interno di romanzi e racconti ben poco edificanti.


Mettendosi nei panni di chi tuttavia, in quarant'anni, ha avuto l'"onore" di venire dipinto come abitante di un paese di ignoranti trogloditi, il cittadino illustre risulta un po' come un illustre paraculo, non esente da difetti né dall'umano desiderio di fare selezione, mostrandosi gentile e affabile solo a chi, dal suo punto di vista, lo merita, e asfaltando chi non risulta degno della sua attenzione e della sua stima. Il rapporto con i cittadini di Salas risulta così altalenante e a tratti grottesco, un viluppo di caratteri magari appena accennati, con l'eccezione di un paio di personaggi quali la ex fidanzata di Daniel, il suo ambiguo marito, la loro figlia e il rappresentante degli artisti di Salas (colui che alla fine contribuirà ad aprire gli occhi ai suoi concittadini sul fatto che "il re è nudo"), ma che rendono bene l'idea di come la gioia per la presenza di una celebrità si tramuti a poco a poco in disprezzo, mano a mano che la celebrità in questione si palesa per quella che è, un uomo normalissimo con qualche pregio e tanti difetti. Dal mio punto di vista, Daniel è comunque un uomo impossibile da odiare soprattutto quando meriterebbe di venire messo al rogo per la sfacciataggine con cui impone opinioni maleducate e impopolari, perché una doccia gelata di autocritica è quello che servirebbe a Salas per svecchiarsi e andare oltre lo stereotipo... ma poiché nemo profeta in patria, è inutile dire che ne Il cittadino illustre nessuno uscirà indenne dallo scontro tra culture differenti e nemmeno, ahimé, riuscirà a cambiare. Un po' triste come concetto ma espresso in un film così interessante, interamente retto dalle spalle di Oscar Martínez, giustamente premiato a Venezia come miglior attore, regala comunque un paio d'ore di divertita e cinica riflessione sul successo e sulla piccola mentalità provinciale. Quindi, grazie a Silvia ed Enrico per avermi richiesto Il cittadino illustre!

Gastón Duprat è il co-regista della pellicola. Argentino, ha diretto film come L'artista, The Man Next Door e Il mio capolavoro. Anche sceneggiatore e produttore, ha 50 anni.


Mariano Cohn è il co-regista della pellicola. Argentino, ha diretto film come L'artista e The Man Next Door. Anche sceneggiatore e produttore, ha 44 anni.


Oscar Martínez interpreta Daniel Mantovani. Argentino, ha partecipato a film come Storie pazzesche. Ha 70 anni e un film in uscita.


giovedì 18 luglio 2019

(Gio)WE, Bolla! del 18/07/2019

Buon giovedì a tutti! Questa potrebbe vincere la Palma d'oro di settimana cinematografica peggiore dell'anno visto che di due uscite non se ne salva una... ENJOY!


Edison - L'uomo che illuminò il mondo
Reazione a caldo: Mah...
Bolla, rifletti!: Realizzato nel 2017 e distribuito solo ora (il che è indicativo della qualità della pellicola), dal trailer parrebbe la versione Marvel/supereroistica di eventi realmente accorsi, ovvero la guerra tra Edison e Tesla per capire chi dei due l'avrebbe spuntata nella lotta per l'elettricità. Davvero, dev'essere un film di livello televisivo e banalissimo ma guardate come hanno confezionato il trailer. Assurdo. Ed evitabile.

Serenity
Reazione a caldo: anche no
Bolla, rifletti!: Chi lo ha visto lo definisce noioso e aberrante, non stento a crederlo. Mi spiace solo per lo spreco di bravi attori.


mercoledì 17 luglio 2019

Il ristorante all'angolo - Blood Diner (1987)

Ero di nuovo alla ricerca di horror ignoranti e brevi da guardare su Prime e mi sono imbattuta in Il ristorante all'angolo - Blood Diner (Blood Diner), diretto nel 1987 dalla regista Jackie Kong.




Trama: due fratelli aiutano il cervello dello zio a risvegliare un'antica divinità sumera, raccogliendo cadaveri all'interno del loro ristorante per vegetariani.



Blood Diner, ovvero quando l'adattamento italiano è così imbarazzante da rendere un film già di per sé idiota ancora più trash! Devo confessare di aver guardato il film confondendolo con Motel Hell, infatti fin dalle prime scene mi sono ritrovata a pensare "ma questo sarebbe una parodia di Non aprite quella porta perché...?". Occhio perché Blood Diner NON è una parodia del film di Hooper anche se i cannibali in qualche modo c'entrano, infilati in un contesto talmente scemo da fare il giro, nella fattispecie un ristorante vegetariano all'interno del quale due fratelli irretiti dal cervello dello zio morto portano avanti riti perversi onde riportare in vita un'antica divinità sumera. Ora, ormai le mie nozioni delle elementari sono andate a farsi friggere ma all'interno del film c'è un'ignoranza storica e geografica tale da sembrar scritto da Di Maio e non aiuta il fatto che, da fonte Wikipedia, la divinità in lingua originale fosse Lumera, non Sumera, tuttavia ogni tanto vengono tirati in ballo i vicini egizi, le piramidi e tante altre amenità che coi sumeri c'entrano come i cavoli a merenda. Ma in una pellicola dove i "vegetariani" vengono trattati come una sorta di setta e talvolta chiamati anche "naturalisti" (negli anni '80, almeno in Italia, c'era un po' di confusione) cosa dovevo aspettarmi? A parte questo, Blood Diner è davvero uno dei film più cretini che possiate vedere, il che non è necessariamente una cosa negativa perché a un certo punto, mio malgrado, mi sono ritrovata a ridere a crepapelle alla faccia di una regia inesistente e degli attori che più cani non si può, costretti a indossare improbabili mise che nemmeno la più culandra dei cruiser avrebbe scelto per una serata al Blue Oyster oppure a girare per il set vestiti da Hitler. Una cosa che mi ha colpita è che in Blood Diner vedrete Hitler in ogni salsa, perculato in guisa di wrestler oppure di musicista, vai a sapere perché Jackie Kong fosse così fissata col Führer, e un altro fatto interessante è che non è nemmeno la cosa più strana o trash presente nel film. Qui e là spuntano infatti ciccioni vomitanti, tizi con della carta igienica in testa, ventriloqui, cheerleader che fanno areobica col seno nudo, disnibite vittime sacrificali che prima di morire per una mera botta di jella fanno vedere i sorci verdi ai loro stupidissimi killer, droga che affama al punto di trasformare la gente in zombi verdi (somministrata in pillole grosse come una di quelle stramaledette cinci rotonde a forma di occhio che da bambina ti spaccavano i denti prima di sciogliersi e perdere ogni gusto).


Se siete arrivati a leggere qui mi chiedo perché non siate ancora corsi a farvi un abbonamento a Prime o a recuperare in qualsiasi altro modo 'sta schifezza trash ma nel caso vogliate ancora dei motivi per stordirvi con l'ignoranza di Blood Diner si potrebbe parlare anche della sfacciataggine con cui, con la scusa di un budget risibile e di una generale sciatteria, vengono portate sullo schermo le peggio nefandezze condite da dialoghi altrettanto perplimenti. La dea Sheetar abbisogna di cuori, fegati, stomaci e quant'altro per tornare in vita e per quanto gli effetti speciali siano d'accatto i due protagonisti adorano infilare le mani nel sangue e giocare con le interiora; certo, è palese che l'intero budget sia finito nel delirante pre-finale con l'"orgia sumerica", all'interno del quale Sheetar si rivela un mostro abominevole con zanne in ogni dove, uscito dritto dagli incubi perversi di un patito di horror di serie Z, ma comunque gli arti mozzati e le robe schifide non mancano nemmeno prima. Tutto questo parlare di sacrifici umani, cannibalismo e corpi da ricucire si accompagna al sadico gusto di perculare i vegetariani (che evidentemente andavano di moda all'epoca) mostrandoceli impegnati a degustare dita fritte scambiandole per chissà cosa, mentre il cuoco del ristorante vaga con il grembiule palesemente sporco di sangue, taglia cavoli in bella vista ma incurante comunque delle basilari regole d'igiene e segna una "lista della spesa" che comprende dog dicks e altre belle amenità (e di grazia, una cippa di cane dall'eventuale vegetariano verrebbe scambiata per...?). Che poi sti diner per vegetariani, a parer mio, abbiano lo stesso menu di qualsiasi schifosissimo e svunzo diner americano che si rispetti, hamburger compresi, pare non sfiorare nemmeno per un istante la testa dei clienti, che lieti si ingozzano di rumenta come ho fatto io davanti a Blood Diner. Ammetto che un po' mi mancava godermi questi film imbarazzanti, che non si prendono sul serio nemmeno per un istante, e condividerli con voi, quindi ben vengano le divinità sumere e i poveri cervelli in barattolo, costretti ad affidarsi a nipoti uno più scemo dell'altro e tanto di cappello a Jackie Kong, reginetta del camp più becero!

Jackie Kong è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come The Being, Pattuglia di notte e Una fabbrica di matti. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 62 anni.


Il film avrebbe dovuto essere un sequel di Blood Feast ma alla fine è diventato una specie di "remake". Nel caso vi interessasse il genere quindi consiglierei il recupero dello storico film di Herschell Gordon-Lewis. ENJOY!

martedì 16 luglio 2019

High Life (2018)

Ho uno strano metodo di scelta dei film quando mi ritrovo a non sapere cosa guardare. Seguendolo, anche memore del fatto che già Lucia ne aveva parlato, ho affrontato la visione di High Life, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dalla regista Claire Denis.



Trama: all'interno di un'astronave alla deriva nello spazio, un gruppo di detenuti cerca di sopravvivere mentre una scienziata tenta di perpetuare la specie.



High Life è un film che richiede pazienza e un po' di apertura mentale. Non lo dico per sembrare più intelligente di quanto non sia, sapete bene che sono una capra ignorante, è solo che fa caldo, la gente potrebbe aver voglia di staccare il cervello o divertirsi con qualcosa di più dinamico, mentre High Life sembra quasi un film d'altri tempi. Interamente ambientato all'interno di una claustrofobica astronave dal sapore retrò, con qualche squarcio di "esterno" che serve a contestualizzare un minimo la situazione in cui vengono a trovarsi i protagonisti e il loro passato, la pellicola non racconta proprio una "storia", bensì presenta sprazzi della stessa, microepisodi che costituiscono un puzzle incompleto ed inquietante, presentati non in maniera cronologica, ché i flashback e i fast forward
abbondano, quanto piuttosto seguendo associazioni di idee o ricordi. Fulcro della vicenda è Monte, giovane assassino che all'inizio vediamo completamente solo, impegnato a crescere una neonata; mano a mano che il film procede capiamo come Monte facesse parte di un equipaggio di carcerati mandati a studiare lontanissimi buchi neri, una missione suicida aggravata dalla presenza di una donna, Dibs, incaricata di preservare la specie e di creare nuove vite che possano portare a termine la missione in caso di morte dei membri dell'equipaggio. Le giornate che si svolgono all'interno dell'astronave hanno il sapore onirico di un incubo ad occhi aperti, alimentato dalla convivenza di animi tormentati, "rifiuti della società" sempre sull'orlo della follia i cui corpi vengono sistematicamente violati oppure costretti a incanalare le naturali pulsioni verso qualcosa di inanimato e spersonalizzante. Donne letteralmente usate come incubatrici, costrette a vedere i propri figli morire in un ambiente asettico ma velenoso, uomini usati come distributori di sperma, privati del piacere dell'atto sessuale con conseguenze talvolta fatali; ogni aspetto della (non) vita di queste persone viene controllato e reso in tutta la sua brutale e funzionale materialità e le uniche fonti di svago sono un rigoglioso orto e la cosiddetta "fuck box".


Mentre l'astronave è fatta di ambienti monocromatici ed ordinati, e la vita al suo interno è regolata da ritmi ben precisi, questi due luoghi deputati alla distrazione sono sporchi, disordinati ed incontrollabili, espressioni di vita caotica tanto quanto la piccola Willow, pargolotta di pochi mesi alla quale vengono dedicati i momenti più genuinamente poetici e commoventi di un film che è zeppo di scoppi di violenza e momenti sul filo dell'horror, una fantascienza contaminata non solo da altri generi, ma da un'atmosfera così malinconica da far star male. I dialoghi all'interno del film non sono molti, ci sono parecchie sequenze silenziose in cui a parlare sono gli sguardi e i gesti degli attori, impegnati a far vivere sullo schermo un copione scarno, dotato di molteplici chiavi di interpretazione e anche di momenti fisicamente disgustosi o comunque "fastidiosi" da vedere, nei quali i fluidi corporei vanno ad insozzare il sembiante solitamente patinato delle star. Sulla bravura di Juliette Binoche e Mia Goth (solo per citare le due attrici che conoscevo ma l'intero cast è sorprendente) non avevo dubbi ma mi ha stupita Robert Pattinson. Come la ex compagna Kristen Stewart, se tirato fuori dalle pellicole commerciali in cui, davvero, entrambi c'entrano come i cavoli a merenda, da prova di avere il phisique du role per questo genere di film un po' autoriali e sostiene interamente un ruolo che avrebbe rischiato di sfociare o nel ridicolo o nel patetico, trasmettendo l'idea di un uomo profondamente solo, condannato all'inferno a causa di un errore compiuto in gioventù e pronto a rinascere sotto lo sguardo vivace e penetrante di una bambina costretta a crescere all'interno di un'astronave. Probabilmente senza trovare l'happy ending, ché il finale di High Life è sospeso e lasciato alla libera interpretazione dello spettatore, ma l'importante è il viaggio e in questo caso è qualcosa per cui val la pena viaggiare. So che ciò che ho scritto fino a qui è incomprensibile ma quello che volevo dire, in sostanza, è di non perdere questo stranissimo, interessante film.


Di Juliette Binoche (Dibs) e Mia Goth (Boyse) ho già parlato ai rispettivi link.

Claire Denis è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Francese, ha diretto film come Nénette e Boni, Beau travail, 35 rhums e White Material. Anche attrice, ha 72 anni.


Robert Pattinson interpreta Monte. Inglese, lo ricordo per film come Harry Potter e il calice di fuoco, la saga di Twilight, Cosmopolis e Maps to the Stars. Anche sceneggiatore e produttore, ha 33 anni e tre film in uscita.


Lars Eidinger interpreta Chandra. Tedesco, ha partecipato a film come Sils Maria, Personal Shopper e Dumbo. Anche compositore, ha 43 anni e sei film in uscita.


Claire Tran interpreta Mink. Inglese, ha partecipato a film come Sils Maria, Lucy e Valerian e la città dei mille pianeti . Ha 33 anni e un film in uscita.


Claire Denis avrebbe voluto affidare il progetto, pensato già nel 2002, all'attore Philip Seymour Hoffman, morto purtroppo nel 2014, mentre Patricia Arquette avrebbe dovuto interpretare Dibs ma ha rinunciato per impegni pregressi. ENJOY!


domenica 14 luglio 2019

Non aprite quella porta - Parte 2 (1986)

Siccome ne hanno mostrato degli spezzoni nel recente La bambola assassina, in questi giorni ho recuperato Non aprite quella porta - Parte 2 (The Texas Chainsaw Massacre 2), diretto e co-sceneggiato nel 1986 dal regista Tobe Hooper.



Trama: dieci anni dopo gli eventi accorsi nel primo film, la famiglia di cannibali texana torna a mietere vittime, nonostante la presenza di un tenente timorato di Dio alle calcagna...



Tante volte, l'ignoranza. Ero convinta che Hooper avesse diretto Non aprite quella porta - Parte 2 subito dopo aver realizzato il primo capitolo della saga, invece sono passati ben dodici anni e il regista nel frattempo si è dedicato a film dal successo variabile, come gli ancora grezzi Il tunnel dell'orrore o Quel motel accanto alla palude, lo spielberghiano Poltergeist: Demoniache presenze e il televisivo, tediosissimo Le notti di Salem. In dodici anni è cambiato molto anche l'horror, che negli anni '70 era espressione del terrore americano relativo ai cambiamenti sociali, alle guerre, al "nemico in casa", mentre negli anni '80 è diventato un po' più baracconesco e divertente, due aggettivi che calzano perfettamente a Non aprite quella porta - Parte 2. Prendete il pre-finale di Non aprite quella porta, quello in cui la povera final girl strilla come un aquilotto mentre davanti a lei si consuma la cena più grottesca della storia del cinema, e tiratelo fino a stenderlo per un metraggio di un'ora e quarantun minuti di personaggi sopra le righe, protagonista interpretato da Dennis Hopper su tutti, e avrete un'idea di cosa sia questo secondo capitolo della saga. Dove Non aprite quella porta era subdolo, schiacciato dall'accecante luce del sole, sporco e violentissimo ma anche contenuto, soprattutto all'inizio, la seconda parte è invece chiassosa fin dalle prime sequenze e percorre il filo sottile dell'autoparodia presentandoci due ragazzetti totalmente strafatti che pretendono di far casino in un Texas zeppo di cliché (pistole selvagge, ignoranza bucolica, premi culinari di dubbio gusto, squallore come se piovesse, cappelli da bifolco) prima che arrivino Leatherface e compagnia a metterli a tacere definitivamente. Da lì, il film si snoda seguendo le indagini della presentatrice radiofonica Stretch e del bigotto tenente Lefty, zio di due dei protagonisti della prima pellicola, pronto ad esigere giustizia sommaria al grido di "chi di motosega ferisce, di motosega perisce". E qui casca l'asino.


Non aprite quella porta - Parte 2 segnerà anche il ritorno dei cosiddetti "massacri con la motosega" ma quest'ultima nel 70% delle scene viene solo agitata a vuoto o utilizzata per tagliare cose più che persone. Non è che manchino i momenti disgustosi, per carità: tra facce strappate, martellate che fracassano crani, interi muri che nascondono frattaglie sanguinolente e altre simpatiche aberrazioni, il film non si propone come spettacolo per i deboli di stomaco, tuttavia si tratta spesso di una violenza e un gore così estremizzati da rasentare il ridicolo, inoltre si è cercato di dare una personalità ai membri della famiglia Sawyer, il che non sempre è un bene. Il Leatherface degli anni '70 era terrificante perché era semplicemente una furia urlante ed imprevedibile, tenuto a malapena a bada da un branco di creature all'apparenza più "normali" ma folli quanto lui, con l'aggravante di quel nonno dal sembiante decisamente "sbagliato", il tassello mancante per scatenare una pazzia senza ritorno. Qui Leatherface, con tutto il dovuto rispetto, è un coglione affamato di patata e va bene che la patata in questione è quella della splendida Caroline Williams ma, insomma, un po' di dignità. Accanto a un Leatherface fantozziano spiccano inoltre il ciarliero patriarca di Jim Siedow e un Bill Moseley (qui al suo primo ruolo importante) che ruba la scena praticamente a chiunque saltando, strillando, facendo vocette, grattandosi la testa nei modi più disgustosi del mondo e ricoprendo di insulti le malcapitate vittime. Col tempo, Dennis Hopper è arrivato a dichiarare che, assieme a Super Mario Bros., Non aprite quella porta - Parte 2 è il film più brutto al quale abbia mai partecipato e non stento a crederci, più che altro non posso dargli torto. Considerato che gli effetti speciali di Tom Savini sono spettacolari ho visto ben di peggio e se guardato con l'ottica giusta (desiderio di supercazzole vintage estive) sarebbe anche un film esilarante, ma personalmente da un Texas Chainsaw Massacre pretenderei un po' più di serietà.


Del regista e co-sceneggiatore Tobe Hooper ho già parlato QUI. Dennis Hopper (Tenente "Lefty" Enright), Caroline Williams (Vanita "Stretch" Brock) e Bill Moseley ("Chop-Top" Sawyer) li trovate invece ai rispettivi link.


Jim Siedow, che interpreta Drayton Sawyer, era già comparso in Non aprite quella porta nei panni del vecchio. L'idea originale per Non aprite quella porta - Parte 2 era quella di avere un'intera città di cannibali e di parodiare il film Motel Hell (già parodia del primo film di Hooper) ma i produttori hanno poi deciso diversamente. Come scritto in più parti nel post, Non aprite quella porta - Parte 2 è il seguito di Non aprite quella porta, che ha aperto la strada a tutto quello che è conseguito: Non aprite quella porta - Parte 3, Non aprite quella porta IV, Non aprite quella porta 3D e
Leatherface - Il massacro ha inizio per quanto riguarda la timeline "originale", poi ci sono Non aprite quella porta del 2003 e Non aprite quella porta: L'inizio, remake e sequel dello stesso. Non vi bastasse ancora, potreste sempre recuperare La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. NJOY!



venerdì 12 luglio 2019

Blood Fest (2018)

In cerca di qualcosa di stupido da consumare durante una sessione di stiro intensivo, ho trovato su Amazon Prime questo Blood Fest, diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Owen Egerton.



Trama: un ragazzino e due suoi amici riescono ad ottenere i biglietti per il Blood Fest, gigantesca convention horror. Tra celebrità e aree a tema il divertimento non manca, se non fosse che a un certo punto il festival diventa un vero parco assassino...



Sono passati giorni dalla visione di Blood Fest e visto che ormai la mia memoria è quella che è non so quanto sarà facile scrivere qualcosa in merito. Anche perché il film in questione è ben poca cosa, un divertissement che spinge parecchio il pedale sull'assurdo e strizza talmente tante volte l'occhio al fan dell'horror da fargli finire le scorte di collirio per un anno. Il gioco dello sceneggiatore (anche regista, anche gigioneggiante e CICCIOneggiante attore nei panni del padrone dell'intera baracca) è quello di prendere un branco di fan scatenati dell'horror (nei quali, presumibilmente, rientrerà anche lo spettatore tipo del film), infilarli in un orgasmico festival a tema che percula anche un po' le dinamiche di questo genere di eventi (leggi: attori blasonati che stentano a concedersi ai fan a meno di non pagare cospicue somme in denaro e nulla mi toglie dalla mente che Roger Hinckley sia la parodia di Robert Englund, diventato icona nei panni di Freddy Krueger ma impegnato da decenni a sostenere la sua bravura di attore drammatico al di fuori del personaggio), metter loro in bocca citazioni importanti e nel cervello le conoscenze di ogni regola del genere (mai dividersi, mai perdere la verginità, mai farsi la doccia, mai abbassare la guardia quando il cattivo sembra sconfitto e mai, proprio MAI rilassarsi dopo aver scoperto che dietro la porta non c'è nulla, perché il killer arriverà alle spalle sull'onda dello jump scare) e costringerli a fronteggiare ogni sottogenere dell'horror. Ce n'è per tutti i gusti: dallo slasher a base di maniaci mascherati agli zombi, dalle bambole assassine ai pagliacci, dai vampiri a l'Enigmista di Saw, tutti gli stereotipi del genere che possano venirvi in mente ci sono, conditi da dosi abbondanti di ironia ma anche da una sciatteria eccessiva.


Questo stesso gioco delle citazioni lo aveva portato avanti molto meglio l'ormai storico Quella casa nel bosco, qui dopo i primi venti minuti di accondiscendenza si cade nella noia e nella risata stiracchiata, che si trasforma in una botta di "vaffa" quando il twist inaspettato viene fatto cadere dall'alto. Anche perché, diciamocelo, è tutto realizzato un po' come una brutta parodia. A onor del vero il sangue non manca e nemmeno le scene efferate, tuttavia si sente odore di pacchianata ad ogni sequenza, con i mostri o i killer conciati come delle brutte copie di qualcosa di più famoso (la vampira è una cosplayer delle opere di Victoria Frances, i clown sono bruttarelli, l'Erborista idem) e gli attori secondari che recitano tra lo svogliato e l'imbarazzante, forse anche per colpa di un doppiaggio italiano abbastanza piatto. Peccato perché l'idea di base, al di là di una morale farlocca che non porta a nulla ed esagerazioni come quella dei bracciali a impulsi (è un horror. E' una parodia. Va bene. Però dai, un minuto prima vomito fiotti di rumenta nera dopo aver perso ogni inibizione fino a diventare una bestia senza cervello mossa solo dalla furia... e un minuto dopo tutto a posto come se niente fosse successo? Danni fisici e neurologici niente, eh? Bah.), non è male e gli attori protagonisti, faccette familiari tirate fuori da qualche serie TV e persino dall'universo Marvel, sono abbastanza simpatici da far seguire le loro vicende con più di un blando interesse. Però, ecco, diciamo che vista la validità del catalogo horror di Prime, come si diceva con Lucia MOLTO più interessante di quello Netflix, buttare via un'ora e mezza con Blood Fest è decisamente uno spreco. Anche stirando.

Owen Egerton è il regista e sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Anthony Walsh. Inglese, ha diretto altri film come Follow, Mercy Black ed è anche produttore.


Robbie Kay interpreta Dax. Inglese, lo ricordo per film come Hannibal Lecter - Le origini del male, Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare, inoltre ha partecipato a serie quali Heroes Reborn, Grey's Anatomy e C'era una volta. Ha 24 anni.


Jacob Batalon, che interpreta Krill, è l'amichetto del nuovo Spider-Man  e lo trovate in Spider-Man: Homecoming e Spider-Man: Far From Home. Se Blood Fest vi fosse piaciuto recuperate Quella casa nel bosco, You Might Be the Killer e Fear, Inc. ENJOY!


giovedì 11 luglio 2019

(Gio)WE, Bolla! del 11/7/2019

Buon giovedì a tutti! Continua un'estate cinematografica moscia, con LA uscita della settimana contornata da tanti piccoli filmetti evitabili... e, almeno a Savona, qualche recupero! ENJOY!


Spider-Man: Far From Home
Reazione a caldo: *sospiro*
Bolla, rifletti!: Temo sia inutile guardare i film Marvel, dopo quanto accaduto in Avengers: Endgame. Il bimbo ragno lo si segue solo per dovere di completezza ma temo la noia.

Domino
Reazione a caldo: Mah...
Bolla, rifletti!: Niente, questa settimana sono svogliata. Come thriller, per quanto diretto da De Palma, questo mi ispira davvero poco, quindi lascerò ad altri la gioia di guardarlo e al limite recupererò in seguito.

Escape Plan 3 - L'ultima sfida
Reazione a caldo: Dio me ne scampi.
Bolla, rifletti!: Come tamarrata quest'anno aspetto solo lo spin-off di Fast and Furious. Questo è un film che nasce già vecchio, come Stallone.

Tra le riproposte spunta I fratelli Sisters (ma vaffanculo, scusate. E Ma?) che non riuscirò ad andare a vedere nemmeno questa settimana, mentre il film di Dolan passa dal multisala al cinema d'élite ma siccome ne avevo già dato un (pre)giudizio QUI ci sentiamo la prossima settimana!

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