Potevo perdermi un adattamento degli adorati romanzi di Louisa May Alcott? Assolutamente no! Così, martedì sono andata a vedere Piccole Donne (Little Women), diretto e sceneggiato dalla regista Greta Gerwig e candidato a sei premi Oscar: Miglior Film, Miglior Attrice Protagonista (Saoirse Ronan), Miglior Attrice Non Protagonista (Florence Pugh), Miglior Sceneggiatura Non Originale, Migliori Costumi e Miglior Colonna Sonora.
Trama: Jo March, lontana dalla famiglia e impegnata a farsi una carriera come scrittrice, ricorda i momenti salienti della sua adolescenza con le sorelle Meg, Beth e Amy e con l'amico Laurie.
Perdonatemi se comincio con una citazione vile: "Una per tutte, tutte per una, vieni anche tu e saremo una in più". L'una in più è l'adorabile Greta Gerwig, pronta ad aggiungere alle mille incarnazioni delle Piccole donne della Alcott la sua visione particolare e moderna, capace di spiccare tra le altre senza snaturare la natura di un'opera amatissima e conosciuta in tutto il mondo. Piccole donne non così piccine, le sue, dotate di una forza d'animo incredibile e della capacità di inseguire i loro sogni all'interno di una società in cui, tra guerre, povertà e maschilismo imperante, è anche troppo facile perderli o convincersi della loro ininfluenza. Sogni, peraltro, che non potrebbero essere più diversi tra loro e che, in buona parte, sono lontani dall'idea romantica che ci si aspetterebbe da una storia ambientata nella metà dell'ottocento, declamati a gran voce nel corso di alcuni dialoghi che contribuiscono a mostrare le eroine della Alcott sotto una nuova luce che potrebbe tranquillamente riassumersi con "money makes the world go round". E così Jo diventa moderna imprenditrice di se stessa, ironica proprietaria di personaggi da piegare consapevolmente alle regole dell'entertainment in un prefinale talmente witty e cinematograficamente teatrale che l'Academy dovrebbe vergognarsi per non aver candidato la Gerwig nella rosa di registi; Amy, la sciocca, frivola Amy, qui diventa l'ultimo baluardo contro la potenziale indigenza della famiglia, riuscendo a conciliare con inaspettato acume amore, sì, ma anche interesse, mettendo da parte i suoi infantili sogni di gloria con una lucidità invidiabile (e che rimarca, tristemente, la condizione della donna a quei tempi); Meg, pur comprendendo le regole del gioco, sceglie di ignorarle per amore, rinunciando a tutto ciò che, nel corso del film, le è stato agitato sotto il naso, divertimenti ed agiatezze in primis; Beth, la piccola, fragile Beth, immola se stessa per amor della famiglia e del prossimo, rimanendo cristallizzata in un eterno ricordo di innocente perfezione che funge da parametro morale per il resto delle sorelle e da costante fonte di ispirazione. Attorno a questi quattro personaggi indimenticabili, una ridda di comprimari altrettanto interessanti, ognuno caratterizzato alla perfezione anche solo grazie a piccoli gesti rivelatori (ciao Marmee, sì, sto parlando di te) e ognuno aspetto di un diverso frammento di realtà sociale con il quale le piccole donne dovranno necessariamente confrontarsi per crescere e maturare, tra piccoli, fondamentali successi e grandi sconfitte.
Greta Gerwig si approccia ai romanzi della Alcott cominciando in medias res, quando Jo è a New York e la famiglia si è già dispersa per il mondo e ricostruisce, a poco a poco, l'unità di un idillio familiare interamente (o quasi) femminile attraverso fondamentali memorie in cui sono gioia ed unità, a prescindere dalle circostanze, a farla da padrone; lo si capisce anche solo dalla fotografia, vivida e colorata, in contrasto con un presente fatto di toni neutri o cupi, soprattutto quando la salute di Beth comincia a scivolare via dalle dita di Jo e tutto sembra farsi incolore (e quanto è bella quell'inquadratura al mare, con la sabbia che viene portata via dalla marea che Jo cerca disperatamente di fermare?), tutto tranne le immagini girate dalla Gerwig, rese ancora più belle da un montaggio intelligente. Quanto al casting, abbiamo scelte di prim'ordine. Tra le personalissime note negative segnerei giusto Emma Watson, dal visetto troppo giovane per il ruolo di moglie e madre, è lì per lì avrei storto il naso anche davanti a Chalamet ma, riflettendoci, l'attore è perfetto per incarnare il ruolo di un Laurie particolarmente debosciato, decadente ed immaturo, tanto adorabile nel suo essere "Teddy" quanto da prendere a schiaffi per mille altre cose. Tutto il mio amore, ovviamente, va a Saoirse Ronan e Florence Pugh (ma c'è da voler bene anche a Laura Dern, alla giovane Eliza Scanlen e sì, anche a Meryl Streep). La Ronan sembra nata per interpretare Jo e il suo viso così particolare e senza età è perfetto sia per dipingere la Josephine ragazza che quella adulta, inoltre il carisma dell'attrice di origini irlandesi è talmente forte da renderla una protagonista naturale; Florence Pugh, dal canto suo, è una Amy particolare, in grado di conciliare sia l'immaturità della ragazzina che vorrebbe il nasino a punta sia la saggezza di una donna più cresciuta, che nelle altre versioni però perdeva tutto il suo fascino per diventare una figuretta incolore (si veda il film del 1994), cosa che qui per fortuna non accade. Sospendo al momento il toto-Oscar. Mi mancano ancora troppe performance femminili e tra quelle che ho visto c'è una bella competizione, per il resto ogni premio sarebbe un po' un affronto e un "premio di consolazione" a fronte della mancata nomination come regista della Gerwig, quindi spero almeno nei costumi, davvero fantasiosi e belli. Detto questo, chissenefrega dell'Academy e correte a vedere Piccole donne!
Della regista e co-sceneggiatrice Greta Gerwig ho già parlato QUI. Saoirse Ronan (Joe March), Emma Watson (Meg March), Florence Pugh (Amy March), Laura Dern (Marmee March), Timothée Chalamet (Theodore "Laurie" Laurence), Tracy Letts (Mr. Dashwood), Bob Odenkirk (Papà March), Louis Garrel (Friedrich Bhaer), Chris Cooper (Mr. Laurence) e Meryl Streep (Zia March) li trovate invece ai rispettivi link.
Emma Watson ha "ereditato" il ruolo di Meg da Emma Stone, impegnata nelle riprese de La favorita. Del film esistono, come ho scritto nel post, mille versioni: quelle che ricordo con piacere sono Piccole donne del 1994, quello del 1949 e la miniserie della BBC andata in onda nel 2017. Recuperatele tutte e... ENJOY!
venerdì 17 gennaio 2020
giovedì 16 gennaio 2020
(Gio)WE, Bolla! del 16/1/2020
Buon giovedì a tutti!! Oggi i pezzi grossi si sprecano e la corsa agli Oscar comincia ufficialmente, per non parlare poi del primo, splendido horror del 2020! ENJOY!
Jojo Rabbit
Richard Jewell
The Lodge
La programmazione del cinema d'élite invece è molto eclettica!
Dio è donna e si chiama Petrunya
Herzog incontra Gorbaciov
Jojo Rabbit
Reazione a caldo: Evvaiiii!!!!
Bolla, rifletti!: L'ho perso brutalmente al TFF perché sono andata a Torino nei giorni in cui non lo programmavano e, onestamente, temevo a Savona non sarebbe mai arrivato. Potere delle nomination, guarda se non c'è l'ultimo film di Waititi. Della trama non ho voluto sapere nulla, mi è bastata la bellezza del trailer per convincermi a correre in sala!Richard Jewell
Reazione a caldo: Hm!
Bolla, rifletti!: Clint Eastwood non si può ignorare, anche se temo una roba angosciante e un po' troppo patriottica. Basterà la nomination a Kathy Bates per dissipare dubbi?The Lodge
Reazione a caldo: Che lusso!
Bolla, rifletti!: Altro film che non avrei mai scommesso di vedere a Savona. Ne ho parlato QUI e vi consiglio di andare a vederlo perché è davvero bello. Se mi sentirò di affrontare la versione doppiata potrei scriverci un post intero.La programmazione del cinema d'élite invece è molto eclettica!
Dio è donna e si chiama Petrunya
Reazione a caldo: Ah o__O
Bolla, rifletti!: Già il titolo è una meraviglia, ma questa commedia balcanica mi ispira perché dev'essere proprio stranissima. Peccato per l'abbondanza di film da vedere e la mancanza di tempo, che mi porterà a sacrificare necessariamente qualcosa.Herzog incontra Gorbaciov
Reazione a caldo: Mh.
Bolla, rifletti!: Non amando molto i documentari non correrò a vederlo, ma la storia mondiale mi intriga, quindi potrei farci un pensiero in futuro. Sarà mica peggio di Hammamet??mercoledì 15 gennaio 2020
Ed's Corner: Beyond the image, journey through the hidden meaning of movies - Eraserhead
Buon mercoledì! Oggi il blog ha un ospite: Edoardo Romanella, che cura la rubrica Oltre l'immagine su Il buio in sala dell'amico Giuseppe, all'interno della quale approfondisce il significato di alcuni film non tra i più facili. Ora quegli stessi articoli compariranno anche sul Bollalmanacco ma tradotti in inglese, giusto per ricordare che non amo solo il cinema, i fumetti, il Giappone e le cose nerdissime ma anche le lingue. Diamo quindi un caloroso benvenuto a Edoardo, che ha scelto di cominciare con un film di David Lynch che ancora, colpevolmente, mi manca, scritto e diretto dal regista nel 1977. ENJOY!
Before I’ll start talking about the film, I should spend some word about the plot, but to be honest doing that will be almost useless, because this is a complete deconstructed, non-linear and oniric film, from the beginning to the end.
So the ones who have already seen the film know that, for the others I’m going to write down a few lines: a couple, Henry (Jack Nance) and Mary, have a baby born with a deformity, he looks more like a tadpole than a boy. Strange characters are introduced to us during the events: a machinist partially burned by the machine’s sparks, a woman with deformed cheeks, Mary’s bizarre parents, a bleeding chicken, etc…
David Lynch, the master of surrealism, after a series of short films arrived on the big screen with this masterpiece (1977), and with one and only one purpose: disorientate and anguish the viewer. For this film the cinematographic prophet of dreams (actually not really the prophet as we’ll see) designed a black and white photography, which increments the atmosphere of anxiety. Here the film shows us the desperation of the main character, his depression, topics those that have Lynch as one of the most important and representative artists (who has seen his paintings knows what I’m talking about).
From the beginning to the end he tells us a dream, we are inside Henry’s mind: his girlfriend had an unexpected pregnancy, and the birth of the baby has marked him irreversibly. Henry is upset, just like his dreams and his life are, and inside a dream his mood manifests itself: anger, agony, fear.
That is the explanation, every single element of the film shows that: from the woman with deformed cheeks that steps on embryos, to the bleeding chicken, from the inhuman baby, to Henry’s own head that separates from the body and gets used to make erasers (here’s the title, Eraser-Head). Every element shows his desire to have back his life as it was before. And the crying of the baby, that obsessive and piercing noise that torments the viewer, and poisons Henry’s existence.
With this spectacular debut, the film maker perfectly reaches his goal of disorientate and upset, and even if everything will become even better in Blue Velvet, Lost Highways, Mulholland Drive and INLAND EMPIRE, nothing is taken away from Eraserhead, which remains a milestone of its genre.
As said before, Lynch is not the prophet of this way of making films. Surrealism, symbolism, deconstruction, dreams, all those concepts were already used by another genius of the camera: Luis Bunuel (the chicken scene is a not-too-much-hidden tribute to El Angel Exterminador).
Despite Bunuel cleverness though, Lynch has made more, way more. His images are stronger, the technique is pushed to highest levels, with a very personal style and an intensity such that he is without any doubt one of the greatest film makers in the history of cinematography, and to me he is the very best for what concerns the so-called weird genre.
EDOARDO ROMANELLA
Special thanks to Alessandro Cardena and Glenda Fontana for the translation.
Versione italiana: http://ilbuioinsala.blogspot.com/2018/12/oltre-limmagine-viaggio-nel-significato.html
Before I’ll start talking about the film, I should spend some word about the plot, but to be honest doing that will be almost useless, because this is a complete deconstructed, non-linear and oniric film, from the beginning to the end.
So the ones who have already seen the film know that, for the others I’m going to write down a few lines: a couple, Henry (Jack Nance) and Mary, have a baby born with a deformity, he looks more like a tadpole than a boy. Strange characters are introduced to us during the events: a machinist partially burned by the machine’s sparks, a woman with deformed cheeks, Mary’s bizarre parents, a bleeding chicken, etc…
David Lynch, the master of surrealism, after a series of short films arrived on the big screen with this masterpiece (1977), and with one and only one purpose: disorientate and anguish the viewer. For this film the cinematographic prophet of dreams (actually not really the prophet as we’ll see) designed a black and white photography, which increments the atmosphere of anxiety. Here the film shows us the desperation of the main character, his depression, topics those that have Lynch as one of the most important and representative artists (who has seen his paintings knows what I’m talking about).
From the beginning to the end he tells us a dream, we are inside Henry’s mind: his girlfriend had an unexpected pregnancy, and the birth of the baby has marked him irreversibly. Henry is upset, just like his dreams and his life are, and inside a dream his mood manifests itself: anger, agony, fear.
That is the explanation, every single element of the film shows that: from the woman with deformed cheeks that steps on embryos, to the bleeding chicken, from the inhuman baby, to Henry’s own head that separates from the body and gets used to make erasers (here’s the title, Eraser-Head). Every element shows his desire to have back his life as it was before. And the crying of the baby, that obsessive and piercing noise that torments the viewer, and poisons Henry’s existence.
With this spectacular debut, the film maker perfectly reaches his goal of disorientate and upset, and even if everything will become even better in Blue Velvet, Lost Highways, Mulholland Drive and INLAND EMPIRE, nothing is taken away from Eraserhead, which remains a milestone of its genre.
As said before, Lynch is not the prophet of this way of making films. Surrealism, symbolism, deconstruction, dreams, all those concepts were already used by another genius of the camera: Luis Bunuel (the chicken scene is a not-too-much-hidden tribute to El Angel Exterminador).
Despite Bunuel cleverness though, Lynch has made more, way more. His images are stronger, the technique is pushed to highest levels, with a very personal style and an intensity such that he is without any doubt one of the greatest film makers in the history of cinematography, and to me he is the very best for what concerns the so-called weird genre.
EDOARDO ROMANELLA
Special thanks to Alessandro Cardena and Glenda Fontana for the translation.
Versione italiana: http://ilbuioinsala.blogspot.com/2018/12/oltre-limmagine-viaggio-nel-significato.html
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martedì 14 gennaio 2020
Hammamet (2020)
Spinti da un trailer arricchito da un Favino irriconoscibile e da un'insana passione per le biografie storico-politiche, col Bolluomo siamo andati a vedere Hammamet, diretto e co-sceneggiato dal regista Gianni Amelio, scontrandoci col primo diludendo dell'anno.
Trama: ultimi anni della vita di Bettino Craxi, esule in Tunisia per fuggire alla giustizia italiana, tra gravi malattie e riflessioni.
Come ho già scritto su Facebook: Si può dire "che due palle"? Lo so che non è bello liquidare un film con queste tre, tragiche parole, ma alcune pellicole lo meritano e Hammamet è una di queste. Noiosissima, banale agiografia alla fine della quale di Craxi non si viene a sapere nulla più di quanto può venire riportato sulla sua pagina Wikipedia né si esce arricchiti o incuriositi, Hammamet spicca per la mancanza di coraggio e per la ferma volontà di non prendere una posizione che sia una, cercando di accontentare contemporaneamente detrattori e amanti di una figura politica tra le più controverse della vecchia repubblica italiana. Anzi, soprattutto, a mio avviso, si è cercato di essere quanto più "positivi" possibile, altrimenti non avrei parlato di agiografia San Bettino, il quale viene rappresentato come un uomo malato e ingiustamente vessato dalla giustizia italiana, spinto alle sue "marachelle" (la metafora del bambino con la fionda è qualcosa di angoscioso, nell'accezione più ligure del termine) dalla profonda convinzione di non essere l'unico a comportarsi in quel modo e di farlo meglio di altri, mitigando la giusta corruzione con opere di bene finanziate proprio da questi guadagni illeciti. Ma chi era Robin Hood, santo cielo? Oltre ai deliri di un uomo solo, malato, da compatire, si aggiungono terrificanti presenze che serpeggiano per tutta la durata della pellicola, roba che la LLorona e la bambola Annabelle sono due Orsetti del Cuore. Sto parlando, ovviamente, della figlia di Craxi e del wannabe assassino eletto a documentarista del buon Bettino, due escamotage narrativi di cui una perennemente incazzata/triste, l'altro che probabilmente dovrebbe rappresentare l'occhio esterno di chi osserva l'ex uomo politico con sentimenti ambivalenti (consentendo a Favino di profondersi in interminabili monologhi fatti di nulla) e poi boh, a un certo punto sparisce per cicciare fuori sul finale senza un perché e inspiegabilmente ridotto alla follia. Non è il solo, ovviamente, privo di un reale perché: ci aggiungo anche il nipotino ciccione di Craxi, probabilmente messo lì per far colore e poi eliminato dalla trama una volta che gli sceneggiatori si sono accorti della sua inutilità, e la Gerini in guisa di Ania Pieroni, amante storica di Craxi che compare per cinque minuti durante i quali parrebbe fondamentale e invece no, altra parentesi di "colore" e umanità fine a se stessa.
E forse, aggiungerei, è meglio che alcuni attori (aggiungo anche l'"indispensabile" Alberto Paradossi/Bobo Craxi) compaiano per un minutaggio scarso, perché a parte Pierfrancesco Favino, Renato Carpentieri e Silvia Cohen, che interpreta la moglie di Craxi, non se ne salva uno. Il più imbarazzante di tutti è Luca Filippi. Bello come il sole, un ragazzo dai lineamenti finissimi, splendidi, e dagli occhi ipnotici. Peccato abbia scelto la carriera di attore, visto che è l'equivalente maschile di Corinna Negri e ad ogni sua comparsa mi veniva voglia di tirare delle capocciate fortissime contro il muro, anche solo per rimanere sveglia; per carità, probabilmente la colpa è anche del personaggio insulso che gli è stato appioppato, ché uno in effetti non può cavare sangue da una rapa. Lo stesso Favino, poverino, sacrifica la perfezione di fisico, intonazione, voce, accento, trucco all'interno di un'opera ancor meno interessante di una puntata di Tale e quale show, il cui unico momento apprezzabile è una sequenza onirica troppo breve, all'interno della quale Amelio vuò fa' Sorrentino senza la sfacciataggine cafona ma aggraziata del regista partenopeo e risultando così paraculo ANCHE quando avrebbe potuto e dovuto essere graffiante e corrosivo. Se non altro, lì ci sono Olcese e Margiotta che mi hanno sempre fatta tanto ridere ma, come direbbe Rene in Mallrats: "Troppo poco, troppo tardi". Che spreco di infinite possibilità. Evitate, anche se siete amanti di Pierfrancy.
Di Pierfrancesco Favino (Bettino Craxi) e Claudia Gerini (L'amante) ho parlato ai rispettivi link.
Gianni Amelio è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Calabrese, ha diretto film come Il ladro di bambini, Lamerica e Le chiavi di casa. Anche attore, ha 75 anni.
Se il film vi fosse piaciuto recuperate Il Divo, Loro 1 e Loro 2. ENJOY!
Trama: ultimi anni della vita di Bettino Craxi, esule in Tunisia per fuggire alla giustizia italiana, tra gravi malattie e riflessioni.
Come ho già scritto su Facebook: Si può dire "che due palle"? Lo so che non è bello liquidare un film con queste tre, tragiche parole, ma alcune pellicole lo meritano e Hammamet è una di queste. Noiosissima, banale agiografia alla fine della quale di Craxi non si viene a sapere nulla più di quanto può venire riportato sulla sua pagina Wikipedia né si esce arricchiti o incuriositi, Hammamet spicca per la mancanza di coraggio e per la ferma volontà di non prendere una posizione che sia una, cercando di accontentare contemporaneamente detrattori e amanti di una figura politica tra le più controverse della vecchia repubblica italiana. Anzi, soprattutto, a mio avviso, si è cercato di essere quanto più "positivi" possibile, altrimenti non avrei parlato di agiografia San Bettino, il quale viene rappresentato come un uomo malato e ingiustamente vessato dalla giustizia italiana, spinto alle sue "marachelle" (la metafora del bambino con la fionda è qualcosa di angoscioso, nell'accezione più ligure del termine) dalla profonda convinzione di non essere l'unico a comportarsi in quel modo e di farlo meglio di altri, mitigando la giusta corruzione con opere di bene finanziate proprio da questi guadagni illeciti. Ma chi era Robin Hood, santo cielo? Oltre ai deliri di un uomo solo, malato, da compatire, si aggiungono terrificanti presenze che serpeggiano per tutta la durata della pellicola, roba che la LLorona e la bambola Annabelle sono due Orsetti del Cuore. Sto parlando, ovviamente, della figlia di Craxi e del wannabe assassino eletto a documentarista del buon Bettino, due escamotage narrativi di cui una perennemente incazzata/triste, l'altro che probabilmente dovrebbe rappresentare l'occhio esterno di chi osserva l'ex uomo politico con sentimenti ambivalenti (consentendo a Favino di profondersi in interminabili monologhi fatti di nulla) e poi boh, a un certo punto sparisce per cicciare fuori sul finale senza un perché e inspiegabilmente ridotto alla follia. Non è il solo, ovviamente, privo di un reale perché: ci aggiungo anche il nipotino ciccione di Craxi, probabilmente messo lì per far colore e poi eliminato dalla trama una volta che gli sceneggiatori si sono accorti della sua inutilità, e la Gerini in guisa di Ania Pieroni, amante storica di Craxi che compare per cinque minuti durante i quali parrebbe fondamentale e invece no, altra parentesi di "colore" e umanità fine a se stessa.
E forse, aggiungerei, è meglio che alcuni attori (aggiungo anche l'"indispensabile" Alberto Paradossi/Bobo Craxi) compaiano per un minutaggio scarso, perché a parte Pierfrancesco Favino, Renato Carpentieri e Silvia Cohen, che interpreta la moglie di Craxi, non se ne salva uno. Il più imbarazzante di tutti è Luca Filippi. Bello come il sole, un ragazzo dai lineamenti finissimi, splendidi, e dagli occhi ipnotici. Peccato abbia scelto la carriera di attore, visto che è l'equivalente maschile di Corinna Negri e ad ogni sua comparsa mi veniva voglia di tirare delle capocciate fortissime contro il muro, anche solo per rimanere sveglia; per carità, probabilmente la colpa è anche del personaggio insulso che gli è stato appioppato, ché uno in effetti non può cavare sangue da una rapa. Lo stesso Favino, poverino, sacrifica la perfezione di fisico, intonazione, voce, accento, trucco all'interno di un'opera ancor meno interessante di una puntata di Tale e quale show, il cui unico momento apprezzabile è una sequenza onirica troppo breve, all'interno della quale Amelio vuò fa' Sorrentino senza la sfacciataggine cafona ma aggraziata del regista partenopeo e risultando così paraculo ANCHE quando avrebbe potuto e dovuto essere graffiante e corrosivo. Se non altro, lì ci sono Olcese e Margiotta che mi hanno sempre fatta tanto ridere ma, come direbbe Rene in Mallrats: "Troppo poco, troppo tardi". Che spreco di infinite possibilità. Evitate, anche se siete amanti di Pierfrancy.
Di Pierfrancesco Favino (Bettino Craxi) e Claudia Gerini (L'amante) ho parlato ai rispettivi link.
Gianni Amelio è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Calabrese, ha diretto film come Il ladro di bambini, Lamerica e Le chiavi di casa. Anche attore, ha 75 anni.
Se il film vi fosse piaciuto recuperate Il Divo, Loro 1 e Loro 2. ENJOY!
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domenica 12 gennaio 2020
The Farewell - Una bugia buona (2019)
Incuriosita dalla vittoria di Awkwafina ai Golden Globes ho deciso di recuperare The Farewell - Una bugia buona (The Farewell), diretto e sceneggiato nel 2019 dalla regista Lulu Wang.
Trama: alla scoperta del cancro terminale della nonna, Billi e tutta la famiglia si recano in Cina con la scusa di un matrimonio, per poter passare del tempo con lei.
Questa sarà probabilmente l'unica recensione on line di The Farewell che non si profonderà in entusiasmo totale. Non starò a spiegare qui i motivi personali che mi hanno portata a guardare il film della Wang con un occhio cinico che normalmente non avrei, sta di fatto che questa "bugia buona", tratta peraltro dalla storia vera della famiglia della regista e sceneggiatrice, ha scatenato in me non la commozione che avrei sperato ma una buona dose di rabbia sì (forse persino di invidia) lasciandomi perplessa a chiedermi come diamine sia possibile nascondere un cancro incurabile a chi ne è afflitto, viste le cure invasive a cui dovrebbe essere sottoposto. La decisione di non tentare alcuna cura, per esempio, presa arbitrariamente senza sapere se la persona malata voglia o meno appigliarsi alla speranza, non andrebbe presa dal malato in questione invece che dalla famiglia? E dal momento in cui il cancro dovesse palesarsi così chiaramente da non lasciare più adito a dubbi, avrebbe senso continuare la pantomima "fin quasi in punto di morte"? Lo so, sono le stesse domande che si pone Billi, la protagonista del film, in un chiaro momento di scontro tra culture, quella di chi è rimasto in Cina e preferisce sollevare il singolo dal dolore, distribuendolo equamente tra i familiari in salute, e quella di chi è fuggito in America, dove ognuno deve farsi carico dei suoi problemi, e forse questo è indice di un film riuscito, che mi ha coinvolta più di quanto avrei creduto, anche se in modo diverso. A parte infatti la mia percezione alterata, The Farewell è un buon connubio tra dramma e commedia, che fa riflettere anche laddove la realtà che descrive parrebbe mille miglia lontana dalla nostra, non solo geograficamente ma anche culturalmente... ma è davvero così?
Il centro di tutto è la malattia di Nai Nai, la nonna, il cuore di una famiglia sparsa ai quattro angoli del globo che, come tutte le signore anziane che si rispetti, ha una parola buona per tutti i familiari ma anche quattro adorabili parole cattive, imbandisce tavolate alle quali conviene onorare il desco pena sguardi di biasimo, ha dalla sua mille piccoli trucchi di sopravvivenza imparati ovviamente in decenni di esperienza e una mentalità addirittura più aperta di chi è più giovane di lei. In due parole, Nai Nai è una nonna adorabile, è l'incarnazione di tutte le nonne che abbiamo avuto la fortuna di avere e conoscere, e tutto il film gira attorno a lei, all'amore ricambiato per la famiglia e ai tanti, piccoli screzi che dividono e uniscono il resto del suo nucleo famigliare, i cui singoli membri sono uniti dall'impegno comune di non mostrare il dolore per una perdita imminente e comportarsi come se nulla stesse succedendo, arrivando persino a celebrare un matrimonio organizzato (almeno a giudicare dal comportamento dei futuri sposi) in fretta e furia, proprio per avere l'occasione di dare l'ultimo addio alla nonna lontana. Una simile situazione genera momenti di triste condivisione e tremende litigate, ma anche sequenze in cui è l'umorismo lieve a farla da padrone, perché la vita, si sa, è una tragicommedia e per uno o due parenti normali ce ne ritroviamo altrettanti che sono dei casi umani, ma non devo dirvelo io, ovviamente. L'attrice che interpreta Nai Nai, la famosissima (in patria, ché io non la conoscevo, devo ammetterlo) Shuzhen Zhao, è comunque la cosa migliore della pellicola. E' strepitosa e verrebbe voglia di abbracciarla in ogni singola scena e onestamente ritengo che si mangi a colazione la brava ma sopravvalutata Awkwafina, anche se è vero che l'interazione tra le due genera un magico realismo di sentimenti corrisposti e amore tra nonna e nipote; sapere che Nai Nai è reale stringe il cuore ma fortunatamente, prima di un orrenda cover di Without You cantata sui titoli di coda, c'è una bella sorpresa per lo spettatore, l'unica cosa, a dire il vero, che ha sollevato dal mio cuore tutti i pensieri cupi.
Lulu Wang (vero nome Wang Ziyi) è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Nata a Pechino, ha diretto un altro lungometraggio, Posthumous. Anche produttrice, ha 37 anni.
Awkwafina (vero nome Nora Lum) interpreta Billi. Americana, ha partecipato a film come Ocean's 8 e Jumanji: The Next Level, inoltre ha doppiato episodi de I Simpson. Anche rapper, produttrice e sceneggiatrice ha 32 anni e due film in uscita tra cui SpongeBob: Amici in fuga.
Trama: alla scoperta del cancro terminale della nonna, Billi e tutta la famiglia si recano in Cina con la scusa di un matrimonio, per poter passare del tempo con lei.
Questa sarà probabilmente l'unica recensione on line di The Farewell che non si profonderà in entusiasmo totale. Non starò a spiegare qui i motivi personali che mi hanno portata a guardare il film della Wang con un occhio cinico che normalmente non avrei, sta di fatto che questa "bugia buona", tratta peraltro dalla storia vera della famiglia della regista e sceneggiatrice, ha scatenato in me non la commozione che avrei sperato ma una buona dose di rabbia sì (forse persino di invidia) lasciandomi perplessa a chiedermi come diamine sia possibile nascondere un cancro incurabile a chi ne è afflitto, viste le cure invasive a cui dovrebbe essere sottoposto. La decisione di non tentare alcuna cura, per esempio, presa arbitrariamente senza sapere se la persona malata voglia o meno appigliarsi alla speranza, non andrebbe presa dal malato in questione invece che dalla famiglia? E dal momento in cui il cancro dovesse palesarsi così chiaramente da non lasciare più adito a dubbi, avrebbe senso continuare la pantomima "fin quasi in punto di morte"? Lo so, sono le stesse domande che si pone Billi, la protagonista del film, in un chiaro momento di scontro tra culture, quella di chi è rimasto in Cina e preferisce sollevare il singolo dal dolore, distribuendolo equamente tra i familiari in salute, e quella di chi è fuggito in America, dove ognuno deve farsi carico dei suoi problemi, e forse questo è indice di un film riuscito, che mi ha coinvolta più di quanto avrei creduto, anche se in modo diverso. A parte infatti la mia percezione alterata, The Farewell è un buon connubio tra dramma e commedia, che fa riflettere anche laddove la realtà che descrive parrebbe mille miglia lontana dalla nostra, non solo geograficamente ma anche culturalmente... ma è davvero così?
Il centro di tutto è la malattia di Nai Nai, la nonna, il cuore di una famiglia sparsa ai quattro angoli del globo che, come tutte le signore anziane che si rispetti, ha una parola buona per tutti i familiari ma anche quattro adorabili parole cattive, imbandisce tavolate alle quali conviene onorare il desco pena sguardi di biasimo, ha dalla sua mille piccoli trucchi di sopravvivenza imparati ovviamente in decenni di esperienza e una mentalità addirittura più aperta di chi è più giovane di lei. In due parole, Nai Nai è una nonna adorabile, è l'incarnazione di tutte le nonne che abbiamo avuto la fortuna di avere e conoscere, e tutto il film gira attorno a lei, all'amore ricambiato per la famiglia e ai tanti, piccoli screzi che dividono e uniscono il resto del suo nucleo famigliare, i cui singoli membri sono uniti dall'impegno comune di non mostrare il dolore per una perdita imminente e comportarsi come se nulla stesse succedendo, arrivando persino a celebrare un matrimonio organizzato (almeno a giudicare dal comportamento dei futuri sposi) in fretta e furia, proprio per avere l'occasione di dare l'ultimo addio alla nonna lontana. Una simile situazione genera momenti di triste condivisione e tremende litigate, ma anche sequenze in cui è l'umorismo lieve a farla da padrone, perché la vita, si sa, è una tragicommedia e per uno o due parenti normali ce ne ritroviamo altrettanti che sono dei casi umani, ma non devo dirvelo io, ovviamente. L'attrice che interpreta Nai Nai, la famosissima (in patria, ché io non la conoscevo, devo ammetterlo) Shuzhen Zhao, è comunque la cosa migliore della pellicola. E' strepitosa e verrebbe voglia di abbracciarla in ogni singola scena e onestamente ritengo che si mangi a colazione la brava ma sopravvalutata Awkwafina, anche se è vero che l'interazione tra le due genera un magico realismo di sentimenti corrisposti e amore tra nonna e nipote; sapere che Nai Nai è reale stringe il cuore ma fortunatamente, prima di un orrenda cover di Without You cantata sui titoli di coda, c'è una bella sorpresa per lo spettatore, l'unica cosa, a dire il vero, che ha sollevato dal mio cuore tutti i pensieri cupi.
Lulu Wang (vero nome Wang Ziyi) è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Nata a Pechino, ha diretto un altro lungometraggio, Posthumous. Anche produttrice, ha 37 anni.
Awkwafina (vero nome Nora Lum) interpreta Billi. Americana, ha partecipato a film come Ocean's 8 e Jumanji: The Next Level, inoltre ha doppiato episodi de I Simpson. Anche rapper, produttrice e sceneggiatrice ha 32 anni e due film in uscita tra cui SpongeBob: Amici in fuga.
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the farewell - una bugia buona
venerdì 10 gennaio 2020
Pinocchio (2019)
Altro recupero Natalizio: oggi parlerò di Pinocchio, diretto e co-sceneggiato nel 2019 da Matteo Garrone a partire dall'opera Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi.
Trama: dopo che Mastro Ciliegia gli ha regalato un ciocco di legno semovente, il falegname Geppetto si costruisce il burattino Pinocchio, che subito si dimostra un discolo di prim'ordine, finendo in una marea di guai...
Alzi la mano chi non conosce la storia di Pinocchio. Probabilmente quasi nessuno di noi ha letto le avventure scritte da Collodi (io l'ho fatto solo una volta, moltissimo tempo fa, e ammetto di non esserne rimasta entusiasta ma vorrei riprovare) ma quasi sicuramente siamo stati toccati dalla versione Disney, edulcorata ma non troppo; quelli più anziani, come me, hanno visto l'opera di Comencini (con la quale non farei confronti visto che non la riguardo da almeno trent'anni e ho più familiarità con la parodia della Marchesini) e purtroppo ci è toccata pure la pantomima di Benigni, che ricordo con orrore vestito come un cretino all'età di 50 anni e accompagnato dalla cagnolina dai capelli turchini. Benigni torna anche nel film di Garrone, fortunatamente in panni più consoni per la sua età e senza la parrucchetta gialla che caratterizzerebbe il personaggio di Geppetto, una delle chiavi di lettura da cui partire per capire un po' l'anima di questo nuovo Pinocchio, che a me è sembrata una storia di umanità "vinta" eppur dignitosa. Infatti, al di là dell'incredibile bellezza dell'aspetto fantastico del film, sul quale tornerò più avanti, ho apprezzato forse ancor più il tentativo di dare al tutto uno sfondo "realistico", fatto di spaccati di vita contadina e interazioni tra abitanti di piccoli paesi, all'interno dei quali tutti, nel loro piccolo, cercano di dare una mano anche quando si tratta di furboni matricolati come il bottegaio (doppiamente maledetto) oppure il Gatto e la Volpe, infingardi e stronzi ma se vogliamo anche degni di pietà. Pare quasi che lo scopo di questo Pinocchio sia riscoprire la dignità di cui sopra, una dignità che deriva non tanto dall'istruzione e da un banale concetto di "bontà", ma dalla capacità di ottenere qualcosa con le proprie forze accettando anche i limiti delle stesse, creando al contempo il proprio piccolo "paese", la propria famiglia, una rete di persone alle quali appoggiarsi consapevoli di poter dare loro qualcosa in cambio. Pinocchio diventa dunque un "bravo" bambino dopo una serie di peripezie più o meno conosciute (selezionate da Garrone e Ceccherini, che hanno omesso alcune delle avventure del burattino pur rimanendo assai fedeli al testo originale) che arriveranno a renderlo meno ingenuo e soprattutto meno approfittatore e pigro, due difetti di cui le famose bugie sono solo un mero effetto collaterale, per quanto scenografico.
E a proposito di scenografia, ma anche di effetti speciali, è giunto il momento di parlarne, perché sono una parte fondamentale della bellezza di questo Pinocchio. Girato in evocativi paesini e scorci naturali toscani e pugliesi che danno un'incredibile sensazione di realismo, il Pinocchio di Garrone è un po' il fratellino minore de Il racconto dei racconti e presenta un bestiario di tutto rispetto, che coniuga un'iconografia gotica a a creazioni tutte italiane; personalmente, ho adorato la domestica lumaca della Fata Turchina così come il Grillo Parlante e i conigli becchini, per non parlare del trucco della Fata Turchina bambina e adulta (che bello è quell'azzurro tenue abbinato alla pelle diafana, quasi cadaverica?) ma l'Oscar del momento più inquietante e quasi horror va alla sequenza in cui Pinocchio e Lucignolo si trasformano in ciuchini, tra urla di dolore e metamorfosi perfette (forse la sensazione è data anche dal terrificante, pedofilissimo omino di burro?). E che dire del make up di Pinocchio e dei vari burattini? Il piccolo Federico Ielapi, oltre ad essere un attore bravissimo, sembra un burattino vero ed è un ulteriore esempio di come anche il cinema italiano, se si impegna, può raggiungere lo state of the art dei cugini stranieri in quanto ad effetti speciali. Onestamente, la cosa che mi preoccupava di più era la presenza di Benigni, anche troppo pompata nei trailer, ma fortunatamente le mie preoccupazioni erano inutili: Geppetto è caratterizzato con l'inevitabile scintilla del toscanaccio Benigni, svampito ma adorabilmente furbetto, ed è divertente vederlo interagire all'inizio coi compaesani, mentre cerca di portare a casa la pagnotta con piccoli lavoretti, per poi consacrarsi al ruolo di "babbo" di Pinocchio e strappare più di una lacrima commossa, soprattutto sul finale. Quindi, nel complesso, il Pinocchio di Garrone mi è piaciuto parecchio e onestamente non capisco le critiche che gli sono state mosse. Nell'attesa che esca il Pinocchio in stop motion di Guillermo Del Toro è un ottimo antipasto e l'ennesimo esempio di un cinema italiano che può e deve tornare in salute!
Del regista e co-sceneggiatore Matteo Garrone ho già parlato QUI. Roberto Benigni (Geppetto), Massimo Ceccherini (Volpe) e Maurizio Lombardi (Tonno) li trovate invece ai rispettivi link.
Rocco Papaleo interpreta il Gatto. Nato a Lauria, lo ricordo per film come I laureati, Il barbiere di Rio, Basilicata Coast to Coast, Nessuno mi può giudicare e serie quali Classe di ferro. Anche sceneggiatore, regista e compositore, ha 60 anni e un film in uscita.
Gigi Proietti interpreta Mangiafuoco. Nato a Roma, lo ricordo per film come Brancaleone alle crociate, Febbre da cavallo e serie quali Il maresciallo Rocca e Una pallottola nel cuore. Anche sceneggiatore e regista, ha 80 anni e un film in uscita.
Toni Servillo era stato considerato per il ruolo di Geppetto ma alla fine è stato scelto Roberto Benigni, che già nel 2002 aveva realizzato il suo Pinocchio nei panni del personaggio titolare. Vi risparmierei l'imbarazzo di guardarlo: se il Pinocchio di Garrone vi fosse piaciuto recuperate innanzitutto Il racconto dei racconti, poi il Pinocchio di Comencini e la versione Disney. ENJOY!
Trama: dopo che Mastro Ciliegia gli ha regalato un ciocco di legno semovente, il falegname Geppetto si costruisce il burattino Pinocchio, che subito si dimostra un discolo di prim'ordine, finendo in una marea di guai...
Alzi la mano chi non conosce la storia di Pinocchio. Probabilmente quasi nessuno di noi ha letto le avventure scritte da Collodi (io l'ho fatto solo una volta, moltissimo tempo fa, e ammetto di non esserne rimasta entusiasta ma vorrei riprovare) ma quasi sicuramente siamo stati toccati dalla versione Disney, edulcorata ma non troppo; quelli più anziani, come me, hanno visto l'opera di Comencini (con la quale non farei confronti visto che non la riguardo da almeno trent'anni e ho più familiarità con la parodia della Marchesini) e purtroppo ci è toccata pure la pantomima di Benigni, che ricordo con orrore vestito come un cretino all'età di 50 anni e accompagnato dalla cagnolina dai capelli turchini. Benigni torna anche nel film di Garrone, fortunatamente in panni più consoni per la sua età e senza la parrucchetta gialla che caratterizzerebbe il personaggio di Geppetto, una delle chiavi di lettura da cui partire per capire un po' l'anima di questo nuovo Pinocchio, che a me è sembrata una storia di umanità "vinta" eppur dignitosa. Infatti, al di là dell'incredibile bellezza dell'aspetto fantastico del film, sul quale tornerò più avanti, ho apprezzato forse ancor più il tentativo di dare al tutto uno sfondo "realistico", fatto di spaccati di vita contadina e interazioni tra abitanti di piccoli paesi, all'interno dei quali tutti, nel loro piccolo, cercano di dare una mano anche quando si tratta di furboni matricolati come il bottegaio (doppiamente maledetto) oppure il Gatto e la Volpe, infingardi e stronzi ma se vogliamo anche degni di pietà. Pare quasi che lo scopo di questo Pinocchio sia riscoprire la dignità di cui sopra, una dignità che deriva non tanto dall'istruzione e da un banale concetto di "bontà", ma dalla capacità di ottenere qualcosa con le proprie forze accettando anche i limiti delle stesse, creando al contempo il proprio piccolo "paese", la propria famiglia, una rete di persone alle quali appoggiarsi consapevoli di poter dare loro qualcosa in cambio. Pinocchio diventa dunque un "bravo" bambino dopo una serie di peripezie più o meno conosciute (selezionate da Garrone e Ceccherini, che hanno omesso alcune delle avventure del burattino pur rimanendo assai fedeli al testo originale) che arriveranno a renderlo meno ingenuo e soprattutto meno approfittatore e pigro, due difetti di cui le famose bugie sono solo un mero effetto collaterale, per quanto scenografico.
E a proposito di scenografia, ma anche di effetti speciali, è giunto il momento di parlarne, perché sono una parte fondamentale della bellezza di questo Pinocchio. Girato in evocativi paesini e scorci naturali toscani e pugliesi che danno un'incredibile sensazione di realismo, il Pinocchio di Garrone è un po' il fratellino minore de Il racconto dei racconti e presenta un bestiario di tutto rispetto, che coniuga un'iconografia gotica a a creazioni tutte italiane; personalmente, ho adorato la domestica lumaca della Fata Turchina così come il Grillo Parlante e i conigli becchini, per non parlare del trucco della Fata Turchina bambina e adulta (che bello è quell'azzurro tenue abbinato alla pelle diafana, quasi cadaverica?) ma l'Oscar del momento più inquietante e quasi horror va alla sequenza in cui Pinocchio e Lucignolo si trasformano in ciuchini, tra urla di dolore e metamorfosi perfette (forse la sensazione è data anche dal terrificante, pedofilissimo omino di burro?). E che dire del make up di Pinocchio e dei vari burattini? Il piccolo Federico Ielapi, oltre ad essere un attore bravissimo, sembra un burattino vero ed è un ulteriore esempio di come anche il cinema italiano, se si impegna, può raggiungere lo state of the art dei cugini stranieri in quanto ad effetti speciali. Onestamente, la cosa che mi preoccupava di più era la presenza di Benigni, anche troppo pompata nei trailer, ma fortunatamente le mie preoccupazioni erano inutili: Geppetto è caratterizzato con l'inevitabile scintilla del toscanaccio Benigni, svampito ma adorabilmente furbetto, ed è divertente vederlo interagire all'inizio coi compaesani, mentre cerca di portare a casa la pagnotta con piccoli lavoretti, per poi consacrarsi al ruolo di "babbo" di Pinocchio e strappare più di una lacrima commossa, soprattutto sul finale. Quindi, nel complesso, il Pinocchio di Garrone mi è piaciuto parecchio e onestamente non capisco le critiche che gli sono state mosse. Nell'attesa che esca il Pinocchio in stop motion di Guillermo Del Toro è un ottimo antipasto e l'ennesimo esempio di un cinema italiano che può e deve tornare in salute!
Del regista e co-sceneggiatore Matteo Garrone ho già parlato QUI. Roberto Benigni (Geppetto), Massimo Ceccherini (Volpe) e Maurizio Lombardi (Tonno) li trovate invece ai rispettivi link.
Rocco Papaleo interpreta il Gatto. Nato a Lauria, lo ricordo per film come I laureati, Il barbiere di Rio, Basilicata Coast to Coast, Nessuno mi può giudicare e serie quali Classe di ferro. Anche sceneggiatore, regista e compositore, ha 60 anni e un film in uscita.
Gigi Proietti interpreta Mangiafuoco. Nato a Roma, lo ricordo per film come Brancaleone alle crociate, Febbre da cavallo e serie quali Il maresciallo Rocca e Una pallottola nel cuore. Anche sceneggiatore e regista, ha 80 anni e un film in uscita.
Toni Servillo era stato considerato per il ruolo di Geppetto ma alla fine è stato scelto Roberto Benigni, che già nel 2002 aveva realizzato il suo Pinocchio nei panni del personaggio titolare. Vi risparmierei l'imbarazzo di guardarlo: se il Pinocchio di Garrone vi fosse piaciuto recuperate innanzitutto Il racconto dei racconti, poi il Pinocchio di Comencini e la versione Disney. ENJOY!
giovedì 9 gennaio 2020
(Gio) WE, Bolla! del 9/1/2020
Buon giovedì a tutti! Dopo la pausa Natalizia torna l'appuntamento con le uscite (savonesi) della settimana. La notte degli Oscar è lontana ancora, sì, ma si sta avvicinando a poco a poco e qui cominciano a sparare interessantissime cartucce... ENJOY!
Piccole donne
Hammamet
Sulle ali dell'avventura
Al cinema d'élite continua la programmazione di Sorry We Missed You, l'ultimo film di Ken Loach. Un invito a non perderlo, soprattutto perché in alcuni orari è disponibile in v.o., quindi spero di poterne approfittare. A giovedì prossimo... ENJOY!
Piccole donne
Reazione a caldo: Oddioooooooooooo *___*
Bolla, rifletti!: Ho sempre amato Piccole donne, in ogni sua incarnazione, e non mi perdo un adattamento, televisivo, cinematografico o animato che sia. Se poi dirige Greta Gerwig, circondata da un cast di attrici talentuosissime, ecco che Piccole donne diventa in automatico uno dei film più attesi dell'anno!Hammamet
Reazione a caldo: Hmmmmmm.
Bolla, rifletti!: Un po' mi intriga, un po' mi fa paura, visto che per me Craxi è poco più di una maschera della politica italiana della mia infanzia. Ma Pierfrancesco è davvero camaleontico, quindi una chance vorrei dargliela.Sulle ali dell'avventura
Reazione a caldo: SIGH.
Bolla, rifletti!: Questo genere di film a base di amicizia tra esseri umani e animali mi abbatte, fin dal trailer, costringendomi a commuovermi senza ritegno. Aspetterò però che arrivi su Prime o Netflix, c'è già tanta carne al fuoco questa settimana.Al cinema d'élite continua la programmazione di Sorry We Missed You, l'ultimo film di Ken Loach. Un invito a non perderlo, soprattutto perché in alcuni orari è disponibile in v.o., quindi spero di poterne approfittare. A giovedì prossimo... ENJOY!
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