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mercoledì 25 giugno 2025

Ballerina (2025)

Con un po' di ritardo, ho recuperato anche Ballerina, diretto dal regista Len Wiseman.


Trama: da bambina, Eve ha visto suo padre morire per mano dei membri di una misteriosa banda di assassini. Affidata alla Ruska Roma, Eve impara l'arte dell'omicidio e, una volta che il suo cammino torna ad incrociare quello della tribù, si dedica ad una sanguinosa vendetta...


E' da quando lo hanno annunciato, due anni fa, che friggo per vedere Ballerina, perché lo sapete quanto amo i rip-off di Nikita, fatti di assassine dal triste passato e dall'ancor più triste presente. Con tutti i suoi difetti, ho imparato anche ad amare la saga John Wick e, se mettete insieme queste due premesse, capirete perché non vedevo l'ora di andare al cinema a godermi il film di Len Wiseman. Ballerina è tutto quello che mi sarei aspettata, niente di più e niente di meno. Una storia parallela, perfettamente inserita all'interno dell'universo di John Wick, dove spetta a un'altra protagonista interagire con l'interessante mitologia del personaggio, a partire dai vari hotel Continental sparsi per il mondo, e i vari clan di assassini smossi da taglie stratosferiche, come la Ruska Roma introdotta nel primo film della saga. Detta protagonista è un'altra "coperta di Linus", un personaggio fondamentalmente scritto col bignami dell'assassina cinematografica dal 1990 a oggi, la quale soffre la morte di una persona cara da bambina e viene cresciuta come un mostro da gente assai simile a quella che l'ha resa orfana e, a seconda di quale direzione intraprenderà la sceneggiatura, crescerà assetata di libertà o di vendetta, spesso tutte e due le cose. La ballerina Eve non fa eccezione e, come le colleghe che l'hanno preceduta, viene infusa di quella punta di umanità che la rende comunque un personaggio positivo pur nella sua ambiguità morale; nella fattispecie, Eve è una Kikimora, ovvero un'assassina che funge anche da protettrice di coloro che le vengono affidati, il che significa che uccide a fin di bene (anche perché le vengono affidate donne o bambine innocenti, non mostri e predatori sessuali come, che so, nel recente Mujina di Inio Asano). Dopo una serie di missioni svolte più o meno con successo, Eve sbarella (pur con l'obiettivo secondario di impedire che una bambina subisca il suo stesso destino) quando le si presenta l'occasione di uccidere chi l'ha resa orfana, il che consente a Ballerina di cambiare leggermente il solito pattern di scontri "a scomparto" tipici della saga principale e di introdurre un'intero paese alpino interamente abitato da famiglie di assassini, con tutta l'azione che ne consegue.


In virtù di ciò, la seconda parte del film è più varia e un po' più originale rispetto alla prima, anche perché a Eve, in quanto donna, è stato impartito l'importante insegnamento di utilizzare le armi più improprie che potesse trovare onde superare lo svantaggio fisico in un corpo a corpo, e la protagonista aderisce in toto a questo sano principio, facendo ingoiare granate ai suoi avversari o mandandoli a fuoco con un lanciafiamme che avrebbe fatto invidia a De Luca. Come sempre, non siete obbligati ad esaltarvi davanti a queste cose, ci mancherebbe. Se John Wick e seguiti vi hanno fatto schifo, odierete anche Ballerina, talmente conformato, in primis a livello estetico, alla saga principale, da avere una fotografia basata interamente su una palette di blu, rossi e viola, una colonna sonora totalmente spersonalizzata e coreografie di lotta realizzate sul modello inaugurato da Chad Stahelski ormai dieci anni fa. Anzi, le malelingue dicono che proprio Stahelski, insoddisfatto del lavoro di Len Wiseman, abbia rigirato da capo parecchie scene del film, per proteggere il successo della sua creatura più remunerativa. Tanti rimaneggiamenti sono stati fatti anche alla sceneggiatura, e immagino i salti mortali che sono stati fatti per infilarci dentro John Wick (se è vero che Ballerina si svolge tra Parabellum e John Wick 4, nel momento in cui il protagonista è stato prima scomunicato dalla Tavola, poi esiliato anche dalla Ruska Roma, non si capisce perché la direttrice vada a rompergli le palle per risolvere il problema con Eve e perché lui accetti), ma basta fare finta di nulla, tapparsi il naso e divertirsi con quel misto di action popolare, personaggi sopra le righe e momenti pomposamente filosofici che hanno fatto la fortuna della saga. Anche perché Ana de Armas è davvero brava e convinta nei panni di Eve, oltre che bellissima, e il ritorno di personaggi storici non smette di scaldarmi il cuore. Posso dunque ritenermi soddisfatta di questo Ballerina, il cui finale aperto mi lascia sperare per una continuazione anche dello spin-off, ché di comfort movies c'è sempre bisogno. 

 


Di Ana de Armas (Eve), Keanu Reeves (John Wick), Ian McShane (Winston), Anjelica Huston (La direttrice), Gabriel Byrne (Il cancelliere), Catalina Sandino Moreno (Lena), Lance Reddick (Charon) e Anne Parillaud (Consierge di Praga) ho parlato ai rispettivi link.

Len Wiseman è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Underworld, Underworld: Evolution, Die Hard - Vivere o morire, Total Recall - Atto di forza ed episodi di serie quali Lucifer, Sleepy Hollow e The Gifted. Anche produttore, sceneggiatore e scenografo, ha 52 anni. 


Norman Reedus
interpreta Daniel Pine. Diventato famosissimo come Daryl di The Walking Dead, al punto che gli è stato dedicato persino lo spin-off Daryl Dixon, lo ricordo per film come Mimic, 8mm - Delitto a luci rosse, Blade II, American Gangster e altre serie quali Streghe e Masters of Horror (ha partecipato a quel capolavoro di Cigarette Burns, scusate se è poco); come doppiatore, ha lavorato in American Dad!, Robot Chicken e Helluva Boss. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 56 anni. 


L'azione del film si svolge tra John Wick 3 - Parabellum e John Wick 4 ma, in generale, per capirci qualcosa vi consiglierei di recuperare anche John Wick e John Wick 2, aggiungendo per completezza la gradevole serie The Continental, che trovate su Prime Video. Inoltre, se Ballerina vi fosse piaciuto, consiglio di guardare Nikita, Atomica bionda e L'assassina - The Villainess. ENJOY!



martedì 4 ottobre 2022

Blonde (2022)

Siccome il multisala di Savona ha deciso di consacrare la programmazione settimanale a puttanate (Taddeo l'esploratore, Tutti a bordo) e film vecchi che poco mi interessa rivedere al cinema (Avatar in tutte le versioni possibili e immaginabili), ho dovuto ripiegare sul film di punta di Netflix, ovvero Blonde, diretto e co-sceneggiato dal regista Andrew Dominik a partire dal romanzo omonimo di Joyce Carol Oates.


Trama: il film racconta parte della vita di Marilyn Monroe, divisa tra una fama necessaria e una desiderata normalità, dalla tragica infanzia al presunto suicidio...


Come sempre, prima di vedere un film sulla bocca di tutti ho fatto l'unica cosa possibile: non ho letto niente in merito, anche se stavolta non è stato per nulla facile visto che chiunque, persino chi guarda un film all'anno, ha sentito il bisogno di esprimere un'opinione su Blonde. Considerato che non ho mai letto il romanzo di  Joyce Carol Oates e che di Marilyn Monroe conosco solo pochi fatti risaputi da chiunque, non sapevo proprio cosa aspettarmi dall'opera di Andrew Dominik, tranne il fatto che Blonde NON è un biopic accurato, bensì una rivisitazione della vita della bionda icona, una libera interpretazione, se vogliamo. Talmente libera, in effetti, che gli appassionati di biografie farebbero meglio ad astenersi dalla visione, in quanto Blonde è più un incubo allucinato che una ricostruzione di fatti, per quanto romanzati; per intenderci, chi ha odiato Spencer probabilmente detesterà Blonde, in quanto, anche in questo caso, il regista abbraccia completamente il punto di vista di una mente spezzata, inquieta e disperata, senza badare molto alla verità. Si può proprio dire che non c'è una gioia che sia una all'interno di Blonde, che parte raccontando l'orrore vissuto da una Norma Jeane bambina per mano di una madre depressa e malata e prosegue offrendo il ritratto di una donna divorata dagli sguardi e dalle voglie altrui, impossibilitata a trovare un equilibrio tra la Marilyn Monroe desiderata dal pubblico, dagli studios e dai giornalisti, e la Norma Jeane che vorrebbe solo vivere un'esistenza normale, circondata da affetti di cui è sempre stata tragicamente priva. Il film è scioccante per la violenza che viene mostrata, sia fisica che psicologica, e per il modo in cui alcuni eventi assumono realmente le fattezze di un horror vissuto da una persona trascinata sistematicamente in fondo al baratro nel momento esatto in cui tenta di tirarsene fuori (ogni uomo mostrato nel film è ugualmente deprecabile, tranne forse Arthur Miller, che tuttavia a un certo punto sparisce, e proprio quando Marilyn avrebbe più bisogno di una persona accanto, quindi se non viene rappresentato come orribile esempio di umanità, risulta comunque inutile); Blonde, in questo senso, demolisce il mito di una Marilyn stupida e fragile, perché la stupidità era solo una maschera che l'attrice, tra l'altro, neppure voleva indossare e che agli altri faceva più comodo vedere, mentre se fosse stata davvero fragile non sarebbe probabilmente nemmeno arrivata a compiere 20 anni.


Poiché, spesso, le vicende assumono toni onirici ed allucinati, lo stile di Blonde non è assolutamente lineare, né si può sperare in una consecutio temporum, se non quella vaga di una cronologia generica scandita più che altro da un paio di film particolarmente conosciuti e un paio di mariti ed amanti eccellenti, peraltro mai chiamati per nome. Andrew Dominik rinuncia al realismo e gira il film principalmente in bianco e nero, con alcuni inserti realizzati come i film a colori anni '50 o come vecchi filmati casalinghi, a sottolineare quanto la vita di Norma Jeane fosse così intrecciata al mito di Marilyn Monroe da rendere impossibile distinguerle, ed è inquietante come spesso e volentieri il regista inserisca delle riproposizioni anastatiche di foto o filmati ormai diventati parte del patrimonio culturale dell'umanità, soprattutto perché ad ogni immagine familiare riuscivo a sentirmi in colpa, parte di quel pubblico che ha condannato Marilyn ad essere (e a venire tramandata) sempre in un certo modo. E la stessa Marilyn è stata fatta rinascere per l'occasione, non grazie all'ausilio dell'odiata ed irrispettosa CGI, ma grazie ad un attrice che porta sulle spalle tutto il peso del film e che, a tratti, sembra la reincarnazione della bionda bombshell. Ana De Armas è spettacolare, non solo si annulla fisicamente nei panni di Marilyn, ché lì si giocherebbe nel territorio "facile" del cosplay, ma ne tira fuori l'anima tormentata, e nello sguardo riesce a racchiudere la condanna di rimanere perennemente una bambina spaventata, l'orrore di rappresentare un giocattolo sessuale, la dignità di chi cerca di mostrarsi al di là dei preconcetti, la tristezza di chi comunque è destinato a non essere capito ed accettato per ciò che è, il dolore di chi vorrebbe essere madre e non riesce, i rarissimi sprazzi di felicità incarnati da pochi, nervosi sorrisi che contrastano con quello sexy, quasi vorace, al quale siamo abituati a pensare quando si parla di Marilyn. Certo, la De Armas probabilmente non basta ad "alleggerire" un film imperfetto nei ritmi e nelle intenzioni, lacunoso ed impreciso a livello biografico, che comunque richiede molto allo spettatore, sia in termini di tempo che di attenzione, e che rischia di lasciare insoddisfatta la maggior parte degli utenti, ma qualcuno potrebbe venire catturato dall'elegante, perverso fascino di Blonde, com'è successo a me... Quindi vi invito a trovare una sera (o un paio, non si offenderà nessuno se spezzerete la visione in due) per dare almeno una chance a questo film. Se vi va di parlarne, ci risentiamo nei commenti!


Di Ana de Armas (Norma Jeane), Julianne Nicholson (Gladys), Sara Paxton (Miss Flynn), Xavier Samuel (Cass Chaplin), Bobby Cannavale (Ex Atleta) e Adrien Brody (il Drammaturgo) ho parlato ai rispettivi link.

Andrew Dominik è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Neozelandese, ha diretto film come L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e Cogan - Killing Them Softly. Ha 55 anni. 


Il romanzo di Joyce Carol Oates era già stato adattato nel 2001 in una miniserie TV in due parti dal titolo omonimo. Sia Naomi Watts che Jessica Chastain (il film è in progetto dal 2010) erano state considerate per la parte ma entrambe hanno rinunciato. Ciò detto, se Blonde vi fosse piaciuto recuperate Spencer. ENJOY!
 

mercoledì 4 dicembre 2019

Cena con delitto - Knives Out (2019)

Al Torino Film Festival mi sono fiondata a vedere il film di chiusura, che uscirà domani in tutta Italia, Cena con delitto - Knives Out (Knives Out), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson. NO SPOILER, ci mancherebbe, tanto sapete che l'assassino è sempre il maggiordomo, giusto?


Trama: dopo una festa in famiglia lo scrittore di gialli Harlan Trombey muore, apparentemente suicida. L'investigatore Benoit Blanc, però, decide di fare luce sul caso...



Come si fa a parlare di un giallo senza fare spoiler? Semplice, cominciando a gioire per il ritorno del giallo come genere cinematografico, tanto per cominciare, e poi anche dei film corali con un cast della Madonna, all'interno dei quali anche chi presenzia per poco tempo rimane comunque impresso. Quello di Rian Johnson è il classico giallo corale alla Signori il delitto è servito e Invito a cena con delitto, modelli conclamati e dichiarati (e quanto è divertente la citazione de La signora in giallo?), eppure non si limita ad essere un divertissement per appassionati o meno ma contestualizza la vicenda nella realtà dell'attuale America senza risultare pedante o pesante. L'intera vicenda viene infatti raccontata attraverso gli occhi di due personaggi che non potrebbero essere più diversi; da una parte abbiamo Benoit Blanc, investigatore sui generis dal profondo accento e dai modi del Sud, completamente distaccato da qualsiasi parvenza di verosimiglianza, dall'altra invece c'è Marta, infermiera immigrata di buon cuore che si ritrova coinvolta non solo nelle indagini ma anche in tutto ciò che consegue la morte del suo paziente Harlan Trombey, diventato col tempo amico, confidente e figura paterna. Se ciò che concerne Benoit Blanc è caricaturale e inverosimile, due caratteristiche che si estendono anche a tutti coloro che hanno a che fare con lui e grazie alle quali i membri della famiglia Thrombey tirano fuori tutti gli aspetti ridicoli delle loro personalità e delle loro condizioni sociali, quando invece viene coinvolta Marta ecco che quelle stesse persone si trasformano in tipi immediatamente riconoscibili nel quotidiano e, attenzione, potremmo anche essere noi. Ipocriti, falsamente perbenisti finché non vengono toccati i soldi, pronti a parlare di "famiglia allargata" a patto che ci si limiti a piccoli atti di beneficenza, esponenti del "non sono razzista ma...", leoni da tastiera slegati da ogni relazione sociale (il piccolo bastardo interpretato da Jaeden Martell è l'incarnazione di tutti gli haters che hanno smontato lo Star Wars di Johnson per questioni razziali), persone pronte a sfruttare i problemi familiari degli altri per il proprio interesse o a trattare lo straniero, non importa quanto professionale e competente, come un grazioso animaletto da compagnia, ecco i "simpatici" protagonisti di questa tragicommedia familiare, roba da far perdere la fiducia nell'umanità anche al più innocente dei candidi.


Rian Johnson regge le fila di queste dinamiche familiari e sociali con incredibile abilità, confezionando un rompicapo all'interno del quale tutto torna, anche i più piccoli dettagli, sia nella sceneggiatura che, ovviamente, nella regia. Ciò che salta maggiormente all'occhio sono le sequenze "alla Rashomon" in cui tutto cambia a seconda di chi racconta, ma bisogna fare attenzione, come in ogni giallo che si rispetti, non tanto agli elementi macroscopici quanto a piccole cose che magari rischiano di passare inosservate, come sfondi rivelatori, oggetti fuori posto e omaggi apparentemente gratuiti ma in realtà molto importanti; in generale, si vede che Rian Johnson gode a spaziare con la cinepresa all'interno della magione di Thrombey, la quintessenza dell'arredamento tra il kitsch e l'intellettuale-ricercato, dove l'unica stanza "sentita" e realmente vissuta è il rifugio nel sottotetto del vecchio scrittore di gialli, un paradiso all'interno di un inferno "built to impress", dove tutti si sono fatti da soli, sì, ma col c*lo degli altri, o meglio DELL'altro. E chi sono questi altri? A mio avviso, quanto di meglio possa offrire l'attuale mercato internazionale degli attori, tra nomi grandissimi, come Daniel Craig e Chris Evans, enormi vecchi come Christopher Plummer e Jamie Lee Curtis, nomi meno conosciuti tra i non appassionati ma amatissimi dai cinefili come Toni Colette e Michael Shannon e, ovviamente, la stella nascente di una Ana De Armas bellissima anche quando deve interpretare un personaggio dimesso, come in questo caso. Premesso che ho adorato le interpretazioni borderline delle meravigliose Jamie Lee Curtis e Toni Colette, è ugualmente molto buffo vedere Daniel Craig, la cui immagine è quasi sempre legata a quella del fascinoso ed elegante James Bond, impegnato a biascicare ragionamenti assurdi con atteggiamento piacione e un pesantissimo accento dell'America del sud (auguri non solo ai doppiatori italiani ma anche agli adattatori, non vorrei essere nei panni di chi dovrà tradurre IL gioco di parole risolutivo per eccellenza) e personalmente ho apprezzato anche la svolta "malvagia" di un Chris Evans passato, dopo anni nei panni del pulitino Captain America, ad interpretare uno sboccatissimo moccioso viziato. Per una volta quindi non sono stata tradita nelle aspettative suscitate dal trailer e posso tranquillamente consigliare Knives Out perché rischia seriamente di essere uno dei film "commerciali" più divertenti e ben realizzati dell'anno!


Del regista e sceneggiatore Rian Johnson ho già parlato QUI. Daniel Craig (Benoit Blanc), Chris Evans (Ransom Drysdale), Ana De Armas (Marta Cabrera), Jamie Lee Curtis (Linda Drysdale), Michael Shannon (Walt Thrombey), Don Johnson (Richard Drysdale), Toni Collette (Joni Thrombey), Lakeith Stanfield (Tenente Elliott), Christopher Plummer (Harlan Thrombey), Jaeden Martell (Jacob Thrombey), Frank Oz (Alan Stevens) e Joseph Gordon Levitt (Non accreditato, è la voce del detective protagonista della serie che sta guardando la sorella di Marta) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Cena con delitto vi fosse piaciuto recuperate Invito a cena con delitto, Signori il delitto è servito e Gosford Park. ENJOY!



martedì 10 ottobre 2017

Blade Runner 2049 (2017)

Nonostante avessi tutto contro (weekend con matrimoni, il terrore del Bolluomo all'idea di affrontare tre ore di film, gli orari maffi del Multisala), sabato sono riuscita a vedere Blade Runner 2049, sequel di Blade Runner diretto dal regista Denis Villeneuve.


Trama: durante un'operazione di routine il Blade Runner replicante K scopre un segreto che minaccia di sovvertire l'ordine mondiale e, durante le indagini, viene a conoscenza di cose che riguardano il suo stesso passato.


L'inevitabile premessa del post è che, pur avendo apprezzato moltissimo il Blade Runner di Ridley Scott, non sono mai stata una di quei fan che ne ricordano ogni singola battuta, né mi sono fracassata la testa sull'ambiguo finale, di fatto credo di non avere mai visto neppure tutte e tre le versioni del film realizzate nel corso degli anni ed immesse sul mercato dell'home video. Sono quindi andata a vedere Blade Runner 2049 col cuore molto leggero, senza contare che Villeneuve è un regista che mi piace tantissimo, e giustamente sono riuscita così a godermi un film che, nonostante le quasi tre ore di durata, scivola via che è un piacere, tenendo incollato lo spettatore allo schermo non tanto per la trama, pur interessante, ma per l'incredibile bellezza delle sequenze girate da Villeneuve; probabilmente, senza nulla togliere a Scott e senza desiderio di attirarmi gli strali dei fan di Blade Runner, nel 1982 gli spettatori sono rimasti ipnotizzati davanti allo schermo allo stesso modo, immersi nella nebbia, nella pioggia oscura e negli incredibili giochi al neon di una Los Angeles cosmopolita, mentre le orecchie si aprivano stupite alle note di un Vangelis sparato a tutto volume. L'omaggio di Villeneuve a quelle vecchie atmosfere tecno-noir è palese, così come lo è quello di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch per quel che riguarda la colonna sonora, eppure Blade Runner 2049 non è semplicemente una strizzata d'occhio continua ai fan ma un film malinconico e grandioso dotato di una sua personalità, fatto di creature che si dibattono alla ricerca di risposte su sé stesse e possibilmente di un motivo per continuare ad esistere, siano esse replicanti in crisi d'identità, demiurghi desiderosi di velocizzare il progresso, intelligenze artificiali innamorate o vecchi detective che hanno rinunciato a tutto per proteggere le cose più importanti della loro vita. Il futuro o, per meglio dire, il presente dei protagonisti si riallaccia così in modo naturale al mitico passato in cui Rick Deckart arrivava a mettere in dubbio il suo ruolo di Blade Runner e a scoprire l'amore, il tutto filtrato attraverso gli occhi artificiali di un replicante diventato cacciatore dei propri simili eppure lo stesso incredibilmente umano, talmente bisognoso di relazioni da arrivare a crearsene una con un'Intelligenza Artificiale creata appositamente per soddisfare i desideri degli utenti, quella Joi così simile nei modi e nell'interazione col suo "padrone" da ricordare lo struggente Her di Spike Jonze. I misteri che circondano l'ultimo ritrovamento di K diventano così l'inizio di un percorso non solo verso la verità e verso la possibile risposta alle domande che gli spettatori si ponevano da trent'anni ma anche verso riflessioni più ampie relative ad umanità, ricordi e considerazioni "scomode" sulla vita artificiale, magari non delle più innovative viste al cinema negli ultimi anni ma comunque capaci di tenere desta l'attenzione dello spettatore.


Ma, ribadisco, quello che a me è saltato letteralmente all'occhio non è tanto la bravura degli sceneggiatori nel creare una storia senza sbavature e coerente con ciò che aveva mostrato Scott negli anni '80 (continuo a dire che Blade Runner per me è un ricordo più visivo che narrativo) quanto piuttosto la bellezza delle riprese di Villeneuve, che si riconferma regista elegante ed incredibilmente emozionante. I grattacieli immersi nel fumo e nella nebbia, i mezzi volanti così piccoli al confronto della megalopoli da venirne inghiottiti, l'incessante pioggia, il punto di vista che si allarga da un punto preciso per mostrare allo spettatore la grandiosità di strutture regolari praticamente infinite, il caos di neon nei bassifondi della città, l'interazione col gigantesco e coloratissimo ologramma di una Dea, una scazzottata in mezzo ai video olografici di un vecchio hotel, l'aspetto malato di una Las Vegas radioattiva, la neve malinconica, soprattutto i colori caldi che si alternano alle ombre e ai riflessi acquatici del sancta sanctorum di Niander Wallace sono tutti ricordi che mi bruciano nel cervello da sabato sera e sono immagini che spero di non dimenticare mai più, rese ancora più emozionanti dalla bellissima colonna sonora di Zimmer e Wallfisch. E se rivedere Harrison Ford nei panni di Deckart non mi ha fatto né caldo né freddo (come ho scritto su Facebook, due bestemmie e qualche modo di dire ligure in bocca e sarebbe diventato la controfigura di mio padre) e Jared Leto sarà anche andato in giro con le lenti opache per provare davvero cosa vuol dire essere ciechi ma il suo personaggio mi ha detto proprio poco, ho apprezzato enormemente non solo Ryan Gosling ma anche e soprattutto la dolcissima e sensuale Ana de Armas, Dave Bautista (nonostante compaia pochissimo) e la bastardissima Sylvia Hoeks, alla quale è bastato un cambio di tinta per sembrare quasi orientale oltre che una stronza da primato. Mi soffermo un attimo su Ryan Gosling. Sono io la prima ad essermi quasi spaccata il cranio contro quello del Bolluomo nel momento in cui, all'unisono, siamo scoppiati a ridere quando non ricordo quale personaggio si è complimentato con K per sapere anche sorridere, però l'interpretazione "fissa" del bel Ryan è assolutamente perfetta in questo caso e quella faccetta da cane bastonato mi è entrata talmente dentro che sul finale ho persino speso una lacrima, commossa dalle vicende di questo replicante "più umano degli umani" e gabbato da un destino beffardo. D'altronde, non è che Harrison Ford sia mai stato un attore granché espressivo e invecchiando sul suo volto si percepisce sempre una sola emozione: quella del vecchio incarognito perché alla riunione di condominio non è riuscito ad impedire che si stanziassero fondi per l'ascensore nuovo. A parte questo sproloquio finale, confermo la bellezza di Blade Runner 2049, un film che più di altri quest'anno merita di essere visto al cinema, alla faccia dei detrattori e degli incassi miserrimi che sta avendo in patria.


Del regista Denis Villeneuve ho già parlato QUI. Ryan Gosling (K), Dave Bautista (Sapper Morton), Robin Wright (Tenente Joshi), Ana de Armas (Joi), Jared Leto (Niander Wallace), Harrison Ford (Rick Deckart) e Sean Young (Rachael) li trovate invece ai rispettivi link.

David Dastmalchian interpreta Coco. Americano, ha partecipato a film come Il cavaliere oscuroPrisonersAnt-Man, The Belko Experiment e a serie quali E.R. Medici in prima linea, CSI - Scena del crimine Twin Peaks. Anche sceneggiatore e produttore, ha 40 anni e cinque film in uscita tra cui Ant-Man and the Wasp.


Sylvia Hoeks interpreta Luv. Olandese, ha partecipato a film come La migliore offerta. Ha 34 anni e un film in uscita.


Edward James Olmos riprende il ruolo di Gaff dopo Blade Runner. Americano, ha partecipato a serie quali Il tenente Kojak, Starsky & Hutch, Chips, Miami Vice, CSI: NY, Dexter, Agents of S.H.I.E.L.D. e ha lavorato come doppiatore per episodi de I Simpson e per il corto Blade Runner: Black Out 2022. Anche, ha 70 anni e sei film in uscita, tra i quali Coco e The Predator.


Mackenzie Davis interpreta Mariette. Canadese, ha partecipato a film come Sopravvissuto - The Martian e a serie quali Black Mirror e Halt and Catch Fire. Anche produttrice, ha 30 anni e un film in uscita.


Lennie James interpreta Mister Cotton. Conosciuto come Morgan della serie The Walking Dead, ha partecipato a film come I miserabili, Snatch - Lo strappo e Lockout. Inglese, anche sceneggiatore, ha 52 anni.


David Bowie era la prima scelta di Villeneuve per il ruolo di Wallace ma il cantante è morto prima che cominciassero le riprese; il regista Ridley Scott ha invece lasciato il posto al collega (rimanendo come produttore), probabilmente per girare Alien: Covenant. Tra Blade Runner e il suo sequel ci sono tre corti, uno diretto da Shinichiro Watanabe, ovvero Black Out 2022 e due diretti da Luke Scott, ovvero 2036: Nexus Dawn (con Jared Leto) e 2048: Nowhere to Run (con Dave Bautista); se Blade Runner 2049 vi fosse piaciuto avete quindi un bel po' di roba da recuperare! ENJOY!




mercoledì 14 dicembre 2016

Trafficanti (2016)

Sempre spinta da recensioni positive, ho recuperato un film snobbato al tempo dell'uscita italiana, ovvero Trafficanti (War Dogs), diretto e co-sceneggiato da Todd Phillips e tratto dall'articolo Arms and the Dudes, pubblicato su Rolling Stones.


Trama: David è un massaggiatore che stenta a sbarcare il lunario. Quando la compagna gli comunica di aspettare un bambino David è in piena crisi economica ma un giorno reincontra Efraim, vecchio compagno di scuola diventato un intermediario per la compravendita di armi, che gli offre di diventare suo socio...



E' sempre spiazzante quando registi e attori riconosciuti universalmente per commedie pseudo-demenziali diventano all'improvviso "seri". Voglio dire, sia Miles Teller che Jonah Hill si sono liberati già da qualche anno dal pregiudizio derivante dai loro primi film ma probabilmente la maggior parte di quelli che sono andati a vedere Trafficanti si sarebbero aspettati, vista la regia di Todd Phillips, qualcosa alla Strafumati o giù di lì. Invece, uno dei motivi che mi avevano spinta a stare lontana da Trafficanti è stata proprio la consapevolezza che mi sarei trovata davanti una storia (attenzione, non ho detto un film) alla Quei bravi ragazzi, Casino, Scarface, insomma nominate uno qualsiasi dei gangster movie che tanto ho amato e ancora amo e i quali necessitano di signori autori dietro la macchina da presa o alla sceneggiatura per funzionare e diventare cult, non certo uno come Todd Phillips. Che, per carità, visti i precedenti porta a casa anche un lavoro dignitoso, "trattenendo" la sua vena umoristica incanalandola per ravvivare la prima parte della pellicola, però il risultato è quello di un film derivativo e fuori tempo massimo. Trafficanti è infatti il compendio di ogni cliché del genere, sia per quel che riguarda la sceneggiatura che per quel che riguarda lo stile: in base alle regole codificate del gangster movie, c'è bisogno di un protagonista (anche voce narrante) che si impelaga in traffici poco puliti suo malgrado per poi accorgersi di tutti i vantaggi derivanti dalla cosa, un "mentore" già avviato alla professione che all'inizio sembra infallibile poi si rivela l'anello debole della catena, una prima parte fatta di successi ininterrotti e una seconda più tragica in cui tutta l'attività criminale va a rotoli (solitamente perché il "mentore" l'ha fatta fuori dal vaso incurante dei consigli del novellino più cauto), una conclusione a base di morti, arresti, processi, condanne e infine un eventuale spaccato sul destino dei protagonisti. Il film di Phillips, tratto da una storia vera, segue tutte queste regole ed è pertanto prevedibile dall'inizio alla fine (per chi non ha letto l'articolo di Rolling Stones rimane solo da sapere quanti anni di carcere si sono fatti Packouz e Diveroli oppure se sono riusciti ad evitarlo dandosi alla macchia) e anche la critica all'arricchimento sconsiderato fatto sfruttando una cosa orribile come la guerra è all'acqua di rose e quasi interamente confinata al titolo originale, come al solito più incisivo di quello italiano.


La natura di "omaggio" al genere, al di là della storia vera da cui parte Trafficanti, è palese ed evidente quanto il poster di Scarface che campeggia sulle pareti dell'ufficio di Diveroli (per non parlare della continua citazione del film di De Palma anche nei dialoghi, nella granata d'oro con su scritto "Il mondo è tuo", persino nell'appartamento in cui si trasferisce David a un certo punto) e diventa sempre più smaccata mano a mano che il film procede, arrivando a scomodare inquadrature Scorsesiane durante il momento del confronto nel diner e adeguando persino costumi e colonna sonora, cose che rendono Trafficanti un film ben fatto ma in qualche modo "vuoto", più di forma che di sostanza. Fortunatamente, l'alchimia tra i due protagonisti è godibile ed intrattiene lo spettatore (se dobbiamo dare retta al mio "sonnometro" il film cala terribilmente di ritmo proprio nel momento in cui David ed Efraim tentano il colpaccio in Albania, forse perché i due personaggi si trovano ad interagire solo via telefono), anche perché Teller e Hill si compensano alla perfezione: tanto è serio e posato il primo, con qualche concessione allo stile gangsta dato dall'entusiasmo per l'abbondanza di denaro, quanto è debordante ed insopportabile il secondo, con l'abbronzatura posticcia, la totale mancanza di rispetto per le donne e quella risatina fasulla che da sola basterebbe a procurargli mazzate nei denti da qui all'eternità. Deludente il cammeo di Bradley Cooper che, per quanto sia sempre incredibilmente gnocco, nei panni del gangster misterioso è credibile quanto il Fabius di Mai Dire Gol, mentre è sempre bello vedere Kevin Pollak, qui nei convincenti panni di un farabutto ebreo che si crede più grosso di quanto non sia. Riassumendo, visti i presupposti e gli inevitabili pregiudizi Trafficanti non è malaccio ma non è neppure un film imprescindibile; potrebbe piacere a chi è interessato al genere pur non essendone appassionato mentre chi, come me, porta sempre nel cuore determinati capisaldi imprescindibili lo dimenticherà probabilmente nel giro di un giorno o due.


Del regista e co-sceneggiatore Todd Phillips ho già parlato QUI. Miles Teller (David Packouz), Jonah Hill (Efraim Diveroli), Kevin Pollak (Ralph Slutzky) e Bradley Cooper (Henry Girard) li trovate invece ai rispettivi link.

Ana de Armas interpreta Iz. Cubana, ha partecipato a film come Knock Knock. Ha 28 anni e due film in uscita tra cui Blade Runer 2049.


Nel cast compare anche il vero David Packouz, ovvero il cantante che nella casa di riposo si esibisce con Don't Fear the Reaper dei Blue Oyster Cult, mentre Efraim Diveroli non ha voluto nemmeno incontrare Jonah Hill e, anzi, ha fatto causa a produttori, regista e Warner Bros. sostenendo che la sceneggiatura si sarebbe basata sulla sua autobiografia Once a Gun Runner invece che sull'articolo di Rolling Stones Arms and the Dudes. A parte questo, se Trafficanti vi fosse piaciuto recuperate The Wolf of Wall Street, American Hustle, Quei bravi ragazzi e Scarface. ENJOY!

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