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lunedì 8 gennaio 2024

Dream Scenario (2023)

Grazie all'imbeccata di Cassidy de La bara volante, oggi ho l'occasione di prendere due piccioni con una fava: fare gli auguri al mitico Nicolas Cage (che ieri ha compiuto ben 60 anni!) e recuperare un film talmente bistrattato dalla distribuzione che nemmeno il cinema d'élite di Savona lo ha programmato, ovvero Dream Scenario, diretto e sceneggiato nel 2023 dal regista Kristoffer Borgli.


Trama: Paul, insegnante di biologia, sposato e con due figlie, comincia inspiegabilmente ad apparire nei sogni delle persone e la sua vita ne viene stravolta...


Siccome il post nasce in occasione del compleanno del nostro Nic Cage, vorrei cominciare con una nota di biasimo rivolta alla I Wonder Pictures, che sul manifesto italiano ha messo questa citazione tratta da un articolo dell'Hollywood Reporter: "Una performance davvero esilarante. Nicolas Cage non è mai stato così divertente". Ora, va bene invogliare la gente ad andare a vedere i film, ci sta cavalcare la moda dei meme dedicati al nostro, ma quel che penso è che l'Hollywood Reporter non abbia capito Dream Scenario, mentre i responsabili marketing della I Wonder Pictures non l'abbiano nemmeno visto. Il personaggio di Cage a me è sembrato tutto meno che divertente, fin dall'inizio. Anzi, a essere sincera mi ha causato un misto di pena e fastidio assai simile a quello provato davanti alla protagonista di Sick of Myself, altra pellicola di Kristoffer Borgli con la quale Dream Scenario condivide parecchi aspetti. Paul Matthews è una persona ordinaria e dimenticabile, dalla vita altrettanto ordinaria e dimenticabile; è come il protagonista de La vita è meravigliosa, non gli manca nulla ma non ha nemmeno quella scintilla che rende speciale lui o le sue giornate e, come la Signe di Sick of Myself, non sopporta di non essere diventato famoso. Sì, vederlo farsi bello davanti alla moglie dopo un colloquio disastroso o cercare mezzucci per capire se la ex è ancora interessata a lui strappa un sorriso e la stessa cosa accade quando Paul comincia a comparire nei sogni delle persone come una presenza "inutile", un mero voyeur delle fantasie altrui, senza polso nella vita come nella dimensione onirica, ma Dream Scenario fa presto a cambiare registro e sbattere in faccia allo spettatore quanto sia facile venire masticati e sputati da una fama costruita sul nulla. Finché Paul si limita a comparire nei sogni, con la sua faccetta rassicurante (cit.), le persone lo trattano come una star e ogni porta gli viene spalancata, e nessuno (lui per primo) si impegna a capire il motivo dello strano fenomeno; quando è la sua stessa vita a diventare un incubo, alimentato dalla paura di chi inizia a vederlo come un mostro, non c'è modo di fermare il disastro o di recuperare anche l'"insoddisfacente" bellezza della normalità, con conseguenze angoscianti e tristissime. Per quanto mi riguarda, Dream Scenario nella sua interezza, ma specialmente nell'ultimo atto, è un'opera di modernissima tristezza, una spietata rappresentazione del male di vivere e della pressione sociale che siamo tutti costretti a subire quotidianamente, e l'ultima sequenza in particolare mi ha fatta sciogliere in lacrime.


Nicolas Cage, il festeggiato, è stato giustamente nominato ai Golden Globes. Non vincerà, anche perché tra i suoi contendenti ci sono Giamatti, Damon e Phoenix, ma la sua interpretazione è una delle migliori degli ultimi anni, un ritorno alla triste, goffa quintessenza dell'uomo medio(cre) che me lo aveva fatto amare in film come Il ladro di orchidee e Al di là della vita: Paul trasuda da ogni poro la volontà di essere celebrato per qualcosa di più, è imbarazzante nei suoi tentativi di elargire sorrisi accattivanti, alimenta un'empatia infinita quando le sue labbra si muovono nel tentativo di dire qualcosa di intelligente o "potente", invano. Cage si contiene e mostra il dito medio a tutti quelli che si sarebbero aspettati il suo overacting, diventando così un perfetto Paul, un protagonista che delude costantemente le aspettative e a cui sembra quasi venga negata ogni possibilità di sfogarsi, sempre schiacciato da qualcosa, persino in un finale talmente poetico e surreale che sembra essere stato preso di peso da un film di Spike Jonze. A tal proposito, Kristoffer Borgli è sulla buona strada per diventare un regista tra i più quotati. Le scene oniriche sono deliziosamente surreali ma mai "esagerate", e la realtà, soprattutto dal secondo atto in poi, prende la connotazione di un sogno grazie a riprese grandangolari ed inquadrature sghembe che lasciano quella sensazione che si prova dopo essersi appena svegliati, ancora intrappolati nelle maglie di un incubo restio ad abbandonare la nostra coscienza. Rispetto a Sick of Myself mi è sembrato che lo stile di Borgli, sia a livello di regia che di sceneggiatura, si sia affinato ancora di più, sacrificando forse un po' di quella rozzezza indipendente e volutamente sgradevole che aleggiava sulla sua pellicola precedente, ma senza indebolire la sua modernissima critica sociale. Nell'attesa del suo prossimo lavoro, vi consiglio Dream Scenario in quanto è uno dei film più belli dell'anno passato e faccio di nuovo gli auguri a Nicolas Cage, di buon compleanno e di altre mille pellicole così interessanti!  


Di Nicolas Cage (Paul Matthews), Julianne Nicholson (Janet Matthews), Dylan Baker (Richard) e Michael Cera (Trent) ho già parlato ai rispettivi link.

Kristoffer Borgli è il regista e sceneggiatore della pellicola. Norvegese, ha diretto il bellissimo Sick of Myself, che potete trovare su MUBI. Anche montatore, attore e produttore, ha 39 anni. 


E ora, un po' di trivia: Dream Scenario è prodotto dalla A24 ed Ari Aster, che in origine avrebbe dovuto dirigere il film con Adam Sandler come protagonista; Marc Coppola, fratello di Nicolas Cage, interpreta Sidney, l'ospite a cena di Richard che somiglia tanto a Paul. Prima di scappare, non dimenticate di leggere anche l'omaggio dei miei altri colleghi!!

Il Zinefilo affronta “L'ultimo dei templari”:

Non quel Marlowe presenta, "Cagis Salomonis: la Clavicola di Nicolas Cage!"

La Bara Volante a caccia di tesori con “Il mistero dei Templari - National Treasure”:

"Knowing" sulle pagine di Vengono fuori dalle fottute pareti:

venerdì 16 giugno 2023

Weird: The Al Yankovic Story (2022)

Pur non sapendo nulla dell'oggetto della biografia, ho deciso comunque di guardare Weird: The Al Yankovic Story, diretto e co-sceneggiato dal regista Eric Appel.


Trama: il piccolo Alfred Yankovic cresce per diventare il famosissimo compositore di parodie Weird Al, nonostante il disprezzo del padre. Ma la strada del successo, anche per un artista affermato, è zeppa di insidie...


Ciò che mi ha spinta, senza possibilità di ripensamento, a recuperare Weird: The Al Yankovic Story, sono state le foto di scena che mostravano un Daniel Radcliffe impegnato nell'ennesimo ruolo assurdo, con tanto di baffo, ricci e camicia hawaiiana di ordinanza. Di Al Yankovic, infatti, sapevo praticamente quelle due cose che compongono il trafiletto iniziale di Wikipedia, e non erano sicuramente abbastanza da destare il mio interesse, ché sapete come la comicità americana non sia proprio la mia passione (salvo eccezioni meritevoli), eppure il film di Appel è diventato comunque uno dei miei preferiti dello scorso anno. Seguendo il fil rouge della carriera di Al Yankovic, anche il suo biopic è un'esilarante parodia di ogni biografia mai dedicata a dei musicisti rock, in perfetto contrasto con la vita reale di Yankovic, la quale, per quanto straordinaria, pare non sia stata costellata di eccessi legati a donne, droga, alcool o crimine. Ecco dunque che il film comincia con il disappunto dei genitori verso le passioni del piccolo Al (anche se i genitori di quello vero lo hanno incoraggiato fin dall'inizio), la parabola ascendente di questo genere di storie viene estremizzata a livelli inauditi finché il "divino" Al non inciampa nientemeno che in Madonna, malvagia artefice della sua ovvia parabola discendente con autodistruzione annessa, e a un certo punto la trama sbraga, raggiungendo apici di assurdità demenziali che mi hanno lasciata stesa sul divano, incredula e col mal di pancia dal ridere. A differenza di ciò che mi succede solitamente, alla fine di Weird: The Al Yankovic Story non ho avuto bisogno di documentarmi su internet riguardo alla vita del protagonista, perché questa "fantasia" è tutto ciò che mi serve sapere, nella misura in cui rispetta alla perfezione l'allegra follia, infantile quanto volete ma deliziosamente giocosa, del vero Weird Al.


Il punto di forza di Weird: The Al Yankovic Story è dunque il modo in cui la prevedibilità del soggetto si contrappone all'imprevedibilità dell'esecuzione dei vari cliché, con rimandi mai troppo smaccati, e comunque assai originali, ad eventi reali (accorsi però ad altri, vedi per esempio Jim Morrison), biografie musicali, film di formazione e persino pellicole d'azione e horror, alternati alle canzoni che hanno reso Yankovic una stella in patria, tra le quali ho preferito My Bologna e Another One Rides the Bus, probabilmente per il modo geniale con cui sono state introdotte nel film, e Like a Surgeon, commovente parodia del punto più trash raggiunto dal Blonde Ambition Tour di Madonna (sì, questo punto è un po' anacronistico ma, ehi, Weird Al magari aveva predetto il futuro, che ne sapete!). Altro aspetto che ho adorato di Weird: The Al Yankovic Story è la presenza di tantissimi attori che si sono prestati a comparire come guest star, degno accompagnamento alla performance di un Daniel Radcliffe che, patato, cerca in ogni modo di cancellare dalla mente dello spettatore il ricordo di Harry Potter, riuscendoci senza troppi problemi. E' una vera fortuna che il buon Radcliffe sia rinsavito, dopo aver tentato la carta degli horror/fantasy per ragazzine sospiranti che ancora non ne avevano abbastanza del maghetto e vedevano in lui un eroe romanticamente depresso alla Edward Cullen, e abbia deciso di buttarsi nei film e nei personaggi assurdi, perché il suo Weird Al, con gli occhi stralunati da bambino e il fisico scolpito, è una bestia ancora più strana dell'originale ed è l'ennesimo elemento inaspettato capace di far ricordare per lungo tempo quella che rischiava di essere una banale biografia. Purtroppo, nonostante l'appello finale all'Academy, dubito che Weird: The Al Yankovic Story finirà mai nel novero dei biopic degni di essere candidati, quando invece Dio solo sa quanto ci sarebbe bisogno di film simili per rinfrescare un genere che nel giro di un paio di mesi mi uscirà letteralmente dalle orecchie!
 

Di Daniel Radcliffe (Weird Al), Lin-Manuel Miranda (Dottore), Rainn Wilson (Dr. Demento), Julianne Nicholson (Mary), Spencer Treat Clark (Steve), Patton Oswalt (Heckler), Jack Black (Wolfman Jack), David Dastmalchian (John Deacon), Evan Rachel Wood (Madonna) e Seth Green (Radio DJ) ho già parlato ai rispettivi link. 

Eric Appel è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, è al suo primo lungometraggio ma ha diretto episodi di serie come The Office, The Michael J. Fox Show e Son of Zorn. Anche produttore e attore, ha 42 anni. 


Toby Huss interpreta Nick. Americano, ha partecipato a film come Ritorno dal nulla, Giù le mani dal mio periscopio, Jerry Maguire, Indiavolato, Cowboys & Aliens, Bad Milo!, The Invitation, Ghostbusters, Halloween, The Rental, Blonde e serie quali Hercules, The Office, 30 Rock, Criminal Minds, CSI - Scena del crimine, Feud e Outcast; come doppiatore ha lavorato in R.I.P.D. - Poliziotti dall'aldilà, Beavis & Butt-Head alla conquista dell'America, Capitol Critters, King of the Hill, Adventure Time, The Cleveland Show e Beavis and Butt-Head. Anche sceneggiatore e produttore, ha 57 anni e due film in uscita. 


"Weird Al" Yankovic interpreta Tony Scotti. Americano, ha partecipato a film come Una pallottola spuntata, Una pallottola spuntata 2½ - L'odore della paura, Una pallottola spuntata 33 1/3 - L'insulto finale, Spia e lascia spiare, Halloween II e a serie quali How I Met Your Mother; come doppiatore ha lavorato in Sabrina, Johnny Bravo, I Simpson, Uncle Grandpa, Adventure Time, Robot Chicken, Teen Titans Go!, My Little Pony: L'amicizia è magica, Bojack Horseman e American Dad!. Anche produttore, cantante, compositore, sceneggiatore, regista e animatore, ha 63 anni e un film in uscita.

Conan O'Brien compare nei panni di Andy Warhol. Se Daniel Radcliffe, la prima scelta di Weird Al per il ruolo di se stesso, non fosse stato disponibile, gli autori avrebbero provato con Adam Driver. Se Weird: The Al Yankovich Story vi fosse piaciuto recuperate Ed Wood, The Anchorman e Morto Stalin se ne fa un altro. ENJOY!

martedì 4 ottobre 2022

Blonde (2022)

Siccome il multisala di Savona ha deciso di consacrare la programmazione settimanale a puttanate (Taddeo l'esploratore, Tutti a bordo) e film vecchi che poco mi interessa rivedere al cinema (Avatar in tutte le versioni possibili e immaginabili), ho dovuto ripiegare sul film di punta di Netflix, ovvero Blonde, diretto e co-sceneggiato dal regista Andrew Dominik a partire dal romanzo omonimo di Joyce Carol Oates.


Trama: il film racconta parte della vita di Marilyn Monroe, divisa tra una fama necessaria e una desiderata normalità, dalla tragica infanzia al presunto suicidio...


Come sempre, prima di vedere un film sulla bocca di tutti ho fatto l'unica cosa possibile: non ho letto niente in merito, anche se stavolta non è stato per nulla facile visto che chiunque, persino chi guarda un film all'anno, ha sentito il bisogno di esprimere un'opinione su Blonde. Considerato che non ho mai letto il romanzo di  Joyce Carol Oates e che di Marilyn Monroe conosco solo pochi fatti risaputi da chiunque, non sapevo proprio cosa aspettarmi dall'opera di Andrew Dominik, tranne il fatto che Blonde NON è un biopic accurato, bensì una rivisitazione della vita della bionda icona, una libera interpretazione, se vogliamo. Talmente libera, in effetti, che gli appassionati di biografie farebbero meglio ad astenersi dalla visione, in quanto Blonde è più un incubo allucinato che una ricostruzione di fatti, per quanto romanzati; per intenderci, chi ha odiato Spencer probabilmente detesterà Blonde, in quanto, anche in questo caso, il regista abbraccia completamente il punto di vista di una mente spezzata, inquieta e disperata, senza badare molto alla verità. Si può proprio dire che non c'è una gioia che sia una all'interno di Blonde, che parte raccontando l'orrore vissuto da una Norma Jeane bambina per mano di una madre depressa e malata e prosegue offrendo il ritratto di una donna divorata dagli sguardi e dalle voglie altrui, impossibilitata a trovare un equilibrio tra la Marilyn Monroe desiderata dal pubblico, dagli studios e dai giornalisti, e la Norma Jeane che vorrebbe solo vivere un'esistenza normale, circondata da affetti di cui è sempre stata tragicamente priva. Il film è scioccante per la violenza che viene mostrata, sia fisica che psicologica, e per il modo in cui alcuni eventi assumono realmente le fattezze di un horror vissuto da una persona trascinata sistematicamente in fondo al baratro nel momento esatto in cui tenta di tirarsene fuori (ogni uomo mostrato nel film è ugualmente deprecabile, tranne forse Arthur Miller, che tuttavia a un certo punto sparisce, e proprio quando Marilyn avrebbe più bisogno di una persona accanto, quindi se non viene rappresentato come orribile esempio di umanità, risulta comunque inutile); Blonde, in questo senso, demolisce il mito di una Marilyn stupida e fragile, perché la stupidità era solo una maschera che l'attrice, tra l'altro, neppure voleva indossare e che agli altri faceva più comodo vedere, mentre se fosse stata davvero fragile non sarebbe probabilmente nemmeno arrivata a compiere 20 anni.


Poiché, spesso, le vicende assumono toni onirici ed allucinati, lo stile di Blonde non è assolutamente lineare, né si può sperare in una consecutio temporum, se non quella vaga di una cronologia generica scandita più che altro da un paio di film particolarmente conosciuti e un paio di mariti ed amanti eccellenti, peraltro mai chiamati per nome. Andrew Dominik rinuncia al realismo e gira il film principalmente in bianco e nero, con alcuni inserti realizzati come i film a colori anni '50 o come vecchi filmati casalinghi, a sottolineare quanto la vita di Norma Jeane fosse così intrecciata al mito di Marilyn Monroe da rendere impossibile distinguerle, ed è inquietante come spesso e volentieri il regista inserisca delle riproposizioni anastatiche di foto o filmati ormai diventati parte del patrimonio culturale dell'umanità, soprattutto perché ad ogni immagine familiare riuscivo a sentirmi in colpa, parte di quel pubblico che ha condannato Marilyn ad essere (e a venire tramandata) sempre in un certo modo. E la stessa Marilyn è stata fatta rinascere per l'occasione, non grazie all'ausilio dell'odiata ed irrispettosa CGI, ma grazie ad un attrice che porta sulle spalle tutto il peso del film e che, a tratti, sembra la reincarnazione della bionda bombshell. Ana De Armas è spettacolare, non solo si annulla fisicamente nei panni di Marilyn, ché lì si giocherebbe nel territorio "facile" del cosplay, ma ne tira fuori l'anima tormentata, e nello sguardo riesce a racchiudere la condanna di rimanere perennemente una bambina spaventata, l'orrore di rappresentare un giocattolo sessuale, la dignità di chi cerca di mostrarsi al di là dei preconcetti, la tristezza di chi comunque è destinato a non essere capito ed accettato per ciò che è, il dolore di chi vorrebbe essere madre e non riesce, i rarissimi sprazzi di felicità incarnati da pochi, nervosi sorrisi che contrastano con quello sexy, quasi vorace, al quale siamo abituati a pensare quando si parla di Marilyn. Certo, la De Armas probabilmente non basta ad "alleggerire" un film imperfetto nei ritmi e nelle intenzioni, lacunoso ed impreciso a livello biografico, che comunque richiede molto allo spettatore, sia in termini di tempo che di attenzione, e che rischia di lasciare insoddisfatta la maggior parte degli utenti, ma qualcuno potrebbe venire catturato dall'elegante, perverso fascino di Blonde, com'è successo a me... Quindi vi invito a trovare una sera (o un paio, non si offenderà nessuno se spezzerete la visione in due) per dare almeno una chance a questo film. Se vi va di parlarne, ci risentiamo nei commenti!


Di Ana de Armas (Norma Jeane), Julianne Nicholson (Gladys), Sara Paxton (Miss Flynn), Xavier Samuel (Cass Chaplin), Bobby Cannavale (Ex Atleta) e Adrien Brody (il Drammaturgo) ho parlato ai rispettivi link.

Andrew Dominik è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Neozelandese, ha diretto film come L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e Cogan - Killing Them Softly. Ha 55 anni. 


Il romanzo di Joyce Carol Oates era già stato adattato nel 2001 in una miniserie TV in due parti dal titolo omonimo. Sia Naomi Watts che Jessica Chastain (il film è in progetto dal 2010) erano state considerate per la parte ma entrambe hanno rinunciato. Ciò detto, se Blonde vi fosse piaciuto recuperate Spencer. ENJOY!
 

venerdì 30 marzo 2018

Tonya (2017)

E' uscito ieri in Italia Tonya (I, Tonya), diretto nel 2017 dal regista Craig Gillespie e vincitore di un premio Oscar finito ad Allison Janney come Migliore Attrice Non Protagonista.


Trama: il film racconta la vita sregolata di Tonya Harding, dagli esordi sulla pista di pattinaggio come bambina prodigio allo scandalo delle Olimpiadi del 1994, che l'ha vista coinvolta nell'incidente accorso all'avversaria Nancy Kerrigan.



Un genere di film che detesto è quello "sportivo", solitamente imperniato sulla brillante carriera di una stellina (vera o inventata, dipende) che ha trovato nello sport un modo per riscattarsi da una vita ingrata, assurgendo a modello per chiunque dopo anni e anni di duri allenamenti e sacrifici. A Tonya mi sono però avvicinata con fiducia, non solo per le tre nomination che lo infilavano di diritto nel novero dei film "da vedere" ma anche perché si parlava di uno scandalo che ha concluso la carriera della giovane pattinatrice, allontanando di prepotenza la pellicola da qualsiasi retorica sportiva (lo so, sono una stronza cinica). Quello che non mi sarei aspettata, però, era di trovarmi davanti un film drammatico ma anche esilarante, zeppo di caustica ironia e personaggi inattendibili che non ricostruiscono LA storia, bensì una versione della stessa filtrata dal loro punto di vista, al punto che lo spettatore arriva a chiedersi spesso chi sia la Tonya così fiera di mettere un Io davanti al nome proprio nel titolo originale. Indubbiamente, quello di Tonya Harding è un carattere temprato fin dalla più tenera età: nel corso del film vediamo come la madre LaVona abbia praticamente abbandonato la figlioletta sulle piste di pattinaggio sul ghiaccio, ricoprendola senza tregua con "amorevoli" insulti, schiaffi e sguardi di biasimo, insomma tutto ciò che potesse trasformare una piccola appassionata in una bambina prodigio colma di fiducia nelle proprie capacità atletiche ma assolutamente impreparata ad affrontare l'esistenza una volta tolti i pattini. Nello sport Tonya è incapace di trovare riscatto da una famiglia disfunzionale che l'ha condannata ad essere per sempre feccia ignorante e si ritrova così a cercare conforto, giovanissima, tra le braccia di un bifolco come lei, quel Jeff Gillooley clueless ma violento che è la quintessenza del white trash americano e col quale l'atleta avrà per anni un rapporto contrastato di mutua dipendenza che sfocerà persino in un matrimonio; proprio la stupidità incurabile di Gillooley e del suo pari, il disgustoso e folle Shawn, condanneranno Tonya all'oblio nel momento esatto in cui la ragazza sarebbe stata pronta ad acciuffare la gloria dell'oro olimpico, tenuta lontana da anni di eccessi.


Date le premesse  e gli eventi non certo allegri che l'hanno caratterizzata, la vita di Tonya Harding avrebbe  potuto venire tradotta in maniera patetica, sottolineando l'infinita serie di abusi fisici e mentali ai quali la ragazza è stata costretta a sottostare, ma Craig Gillespie e lo sceneggiatore Steven Rogers hanno scelto un'altra via e, oltre a sottolineare il lato ridicolo di una vicenda assai drammatica, hanno "sfidato" lo spettatore a trovare da solo un'eventuale simpatia per un personaggio che non ne cerca e, forse, non ne ha bisogno. A prescindere dalla teppaglia che la circonda, è infatti la stessa Tonya ad essere lamentosa ed incapace ad assumersi le proprie responsabilità ("Non è stata colpa mia" è la sua catchphrase per l'intero film ma ce n'è anche per l'audience di allora, accusata di averla trasformata in fenomeno da baraccone, e ovviamente per quella di oggi) oltre che incredibilmente testarda e in qualche modo orgogliosa delle sue origini proletarie, che fin dall'inizio l'hanno resa un outsider in un mondo fatto di signorine raffinate dove l'apparenza conta quanto l'abilità tecnica e dove, purtroppo, se non hai soldi né sponsor fai davvero poca strada; nel corso del film le interviste ai personaggi coinvolti nell'"incidente" di Nancy Kerrigan (assai simili a quelle reali, mostrate nei titoli di coda) si alternano senza soluzione di continuità ad attori che bucano la quarta parete e si rivolgono direttamente allo spettatore, commentando con cinica ironia molti degli avvenimenti oppure contraddicendo sfacciatamente quanto sta accadendo sullo schermo, lasciando il pubblico incredulo, divertito e a tratti sgomento davanti a tanta pochezza. All'interno del quartetto di attori principali spiccano Margot Robbie, atletica e grintosa ma anche terribilmente squallida, e una Allison Janney mostruosamente glaciale, ma la strana coppia Sebastian Stan/Paul Walter Hauser tocca altissimi vertici di sciocca depravazione e soprattutto Hauser passa nel giro di poche sequenze dall'essere patetica figura di sfondo a psicotico deus ex machina dell'intera, delirante operazione atta ad intimorire la Kerrigan: l'intervista sul finale è angosciante e mette una tristezza infinita, non tanto per lui quanto per la Harding che si è ritrovata vittima di un marito imbecille ed incapace di capire la portata della demenza dell'amico di sempre... sempre che, in realtà, la giovane non fosse consapevole fin dall'inizio di quello che sarebbe successo alla rivale. Questo, ovviamente, Tonya non lo dice (ci sono state condanne per tutti, Harding compresa, ma siccome i coinvolti si accusavano a vicenda le reali responsabilità non sono mai state interamente chiarite...) ma poco importa, anzi, perché lasciare il dubbio allo spettatore rende ancora più interessante il film ed ambigui i suoi protagonisti, ora ben lontani dai "fasti" di una fama giunta non grazie ad uno storico triplo axel, bensì ad una sbarra di ferro.


Del regista Craig Gillespie ho già parlato QUI. Margot Robbie (Tonya Harding), Sebastian Stan (Jeff Gillooley), Allison Janney (LaVona Golden), Julianne Nicholson (Diane Rawlinson) e Bobby Cannavale (Martin Maddox) li trovate invece ai rispettivi link.

Mckenna Grace interpreta Tonya da ragazzina. Americana, ha partecipato a film come Frankenstein, Amityville - Il risveglio, Ready Player One e a serie quali CSI - Scena del crimine, The Vampire Diaries e C'era una volta. Ha 12 anni e un film in uscita, The Bad Seed.


Se Tonya vi fosse piaciuto potete cercare il documentario The Price of Gold, episodio della serie 30 for 30 dedicato proprio al caso Harding e aggiungete Rocky IV (omaggiato nel film) e Da morire, che Gillespie ha citato come fonte di ispirazione per la struttura di Tonya. ENJOY!

domenica 18 ottobre 2015

Black Mass - L'ultimo gangster (2015)

Nonostante il post sia slittato per "colpa" di Suburra, durante la Festa del Cinema sono andata a vedere anche Black Mass - L'ultimo gangster (Black Mass), diretto dal regista Scott Cooper e tratto dal libro Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob di Dick Lehr e Gerard O'Neill.


Trama: il boss della mala irlandese James "Whitey" Bulger comincia a lavorare come informatore dell'FBI, sfruttando questa posizione privilegiata per consolidare ed aumentare il suo potere come criminale...


Non è un mistero che io adori le pellicole di stampo "mafioso", soprattutto quelle che si concentrano sull'ascesa e la caduta delle famiglie criminali o di una banda di malviventi in particolare. E' quindi con un certo gusto che ho guardato Black Mass, zeppo di tutti quegli stilemi che adoro, nonostante fosse anche un po' superficiale e abbastanza derivativo, privo di quei tocchi di stile che avrebbero potuto renderlo non dico un capolavoro ma perlomeno un film memorabile. La pellicola di Scott si concentra sull'attività di James "Whitey" Bulger, figura di spicco realmente esistita all'interno della criminalità bostoniana, e sugli anni in cui il boss ha funto da informatore per l'FBI, desideroso di mettere le mani sui vertici della malavita italoamericana; gli sceneggiatori hanno scelto di concentrarsi molto sia sull'ambivalenza di Bulger, che passava in tempo zero dall'essere fine stratega a folle pronto ad uccidere al minimo sospetto di tradimento, sia sul marcio presente all'interno degli uffici federali, calcando la mano sul legame apparentemente indissolubile tra uomini nati nello stesso quartiere e cresciuti con gli stessi valori nonostante siano finiti dalle parti opposte della barricata. Questa parte della vita di Bulger viene ricostruita partendo dagli interrogatori dei suoi collaboratori storici, segmenti che introducono i punti salienti della vicenda come se Black Mass fosse una sorta di documentario, e il quadro generale che se ne ricava è quello tipico di un boss che, col tempo, è arrivato a perdere di vista la realtà sicura della malavita di  "quartiere" per calcare sentieri sempre più violenti, sanguinosi e ovviamente pericolosi, per quanto remunerativi; lo stesso, ovviamente, vale per l'agente dell'FBI John Connolly, la cui vita scorre in parallelo a quella di Bulger e che diventa sempre più corrotto mano a mano che il suo "protetto" nonché informatore si espande nell'attività criminale, con ovvie conseguenze.


A fronte quindi di una storia vera ed interessante, quello che manca a Black Mass sono un po' di personalità e "sentimento" che avrebbero potuto rendere la vicenda di Bulger molto più coinvolgente e memorabile. La regia di Scott Cooper non regala sequenze particolarmente d'impatto e la scelta di raccontare la storia come un mosaico di flashback introdotti da un interrogatorio ricorda molto la prima stagione di True Detective. Nel reparto attori andiamo invece molto meglio ma bisogna precisare un paio di cosette. Johnny Depp per la prima volta dopo anni offre un'interpretazione fortunatamente distante da quelle macchiette zeppe di smorfie a cui ci aveva abituati fin da La maledizione della prima luna ma, diciamo le cose come stanno, non porta a casa la performance del secolo e, di fatto, al posto suo avrebbe potuto esserci qualsiasi altro attore mediamente bravo o col phisique du role, Ray Liotta in primis. Molto meglio, almeno per quel che mi riguarda, Joel Edgerton alle prese con un personaggio scomodo e a costante rischio cliché, un Benedict Cumberbatch che finalmente ha trovato un ruolo che non lo facesse apparire un povero minus habens ai miei occhi e perfetto Rory Cochrane, l'unico personaggio negativo in grado di coinvolgermi un minimo, soprattutto verso il finale (nonostante il suo ruolo nella morte di Deborah Hassey sia stato romanzato per esigenze di copione, quindi sono stata colpita da una delle cose "false" raccontate nella pellicola). Molto interessanti, inoltre, i sempre graditi compendi informativi pre-titoli di coda, che "svelano" le condanne francamente discutibili (mi pare che Steve Flemmi si sia beccato l'ergastolo mentre John Martorano, che nel film viene dipinto praticamente come un serial killer, abbia fatto solo 14 anni...) dei coinvolti, e le vere immagini di repertorio che accompagnano i credits. In definitiva, se amate il genere biografico-mafioso, Black Mass è un film perfetto per passare una serata senza cedere alla noia neppure per un istante ma non aspettatevi un capolavoro.


Di Johnny Depp (James "Whitey" Bulger), Joel Edgerton (John Connolly), Benedict Cumberbatch (Billy Bulger), Kevin Bacon (Charles McGuire), Peter Sarsgaard (Brian Halloran), Rory Cochrane (Steve Flemmi), Corey Stoll (Fred Wyshak), Julianne Nicholson (Marianne Connolly) e Juno Temple (Deborah Hassey) ho già parlato ai rispettivi link.

Scott Cooper è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Crazy Heart e Out of the Furnace - Il fuoco della vendetta. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 45 anni.


Dakota Johnson interpreta Lindsey Cyr. Americana, ha partecipato a film come Pazzi in Alabama, The Social Network e, soprattuttamente, Cinquanta sfumature di grigio. Ha 26 anni e film in uscita tra cui, ossignoreuccidimi, il remake di Suspiria e ovviamente i seguiti di Cinquanta sfumature di grigio, dove la squinzia dovrebbe riprendere il ruolo di Anastasia Steele.


W. Earl Brown interpreta John Martorano. Americano, ha partecipato a film come Fuoco assassino, Nightmare - Nuovo incubo, Vampiro a Brooklyn, Scream - Chi urla muore, Tutti pazzi per Mary, Essere John Malkovich, Lost Souls - La profezia, Vanilla Sky, The Master, The Lone Ranger e a serie come La signora in giallo, Il mio amico Alf, Più forte ragazzi, Angel, Streghe, X-Files, Six Feet Under, Cold Case, CSI: Miami, Numb3rs, CSI - Scena del crimine, American Horror Story, Bates Motel, Grey's Anatomy e True Detective. Anche sceneggiatore e produttore, ha 52 anni e un film in uscita, inoltre dovrebbe interpretare lo sceriffo Hugo Root nel pilot di Preacher.


Inizialmente, avrebbe dovuto essere Guy Pearce ad impersonare James Bulger ma l'attore ha abbandonato il progetto e gli è subentrato Johnny Depp che, tra l'altro, per un po' a sua volta ha rinunciato al ruolo per questioni salariali. La povera Sienna Miller invece, che ha girato parecchie scene nei panni di Catherine Greig, storica fidanzata di Bulger, è rimasta vittima del montaggio che ha tagliato interamente la sua parte (altrimenti il film sarebbe durato più o meno tre ore). Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Quei bravi ragazzi, Casino, Donnie Brasco. ENJOY!

venerdì 7 febbraio 2014

I segreti di Osage County (2013)

Continua imperterrita la visione dei film che, in qualche modo, potrebbero diventare i protagonisti dell’ormai imminente Notte degli Oscar. Stavolta è toccato a I segreti di Osage County (August: Osage County), diretto nel 2013 dal regista John Wells e tratto dalla pièce teatrale di Tracy Letts.


Trama: i membri della famiglia Weston si riuniscono dopo la scomparsa del patriarca Beverly. La vicinanza forzata e la tossicodipendenza della madre rinfocoleranno rancori e rimpianti...


Tutto mi sarei aspettata meno che I segreti di Osage County mi piacesse così tanto. Voglio dire, il cast era fenomenale già sulla carta (sebbene la Pretty Woman Roberts non mi abbia mai fatta impazzire) ma temevo una discreta mattonella familiare fatta di lacrime e spiegoni. E invece, I segreti di Osage County è una tragicommedia grottesca, un Carnage elevato a livello familiare zeppo di cattiveria, punzecchiature al vetriolo e momenti letteralmente scioccanti. Ambientato in una Terra di nessuno ai limiti della frontiera USA, il film da vita ad una sorta di cabin fever alimentata dalle torride temperature d'Agosto, che contribuiscono ad infervorare gli animi e rendere ancor più fastidiosa la convivenza con una donna che, se la pellicola fosse stata girata 50 anni fa, avrebbe potuto venire tranquillamente interpretata da Bette Davis: la Violet di Meryl Streep, infatti, non è solo una drogata, ma è una madre terribile, una moglie anche peggiore, un'avara di prim'ordine, una pettegola come poche, impicciona, insinuante, criticona e pure razzista. Sarà stata anche tormentata da un'infanzia poco serena ma come personaggio è uno dei più abietti e insopportabili mai visti su grande schermo e lo stesso vale per tutti coloro che la circondano, che formano un bel campionario di casi umani tra i quali si salvano giusto il cognato di Violet e la povera badante che viene costretta a rimanere nella casa come ultimo "atto riparatore" o ripensamento del marito, un uomo, a sua volta, non privo di difetti... che fin dall'inizio cita T.S. Eliot e il suo The Hollow Men affermando "Life is very long". Non stento a crederlo, poveraccio.


Come avrete capito I segreti di Osage County è un film peculiare ma anche molto teatrale e dialogato, quindi se già in partenza non amate questo genere di pellicole stategli alla larga e non continuate nemmeno la lettura. Per chi invece non disdegna il genere, il film si distingue per un uso smodato del turpiloquio e per un continuo scambio di battute al fulmicotone, in un vortice di dialoghi che strappano alternativamente la risata (il momento "Eat the fucking fish!" è mortale) o la depressione incredula e che riescono a mantenere desta l'attenzione dello spettatore fino a quel finale bruttarello voluto dalla produzione, che palesemente stona con quella che credevo fosse invece l'ultima, commovente scena. Stupidi produttori americani e stupidi spettatori che si sono lamentati! A parte questo, le interpretazioni degli attori sono di altissimo livello e valgono da sole il prezzo del biglietto (certo, I segreti di Osage County andrebbe visto in lingua originale!): accanto alla "solita" Meryl Streep, perfetta come sempre, tanto che dirlo risulta ormai quasi superfluo, spicca una Julia Roberts che mi ha fatta ricredere su ogni remora che avrei potuto avere nei suoi confronti e che spero possa strappare l'Oscar come miglior attrice non protagonista dalle manine d'oro di Jennifer Lawrence. Il personaggio di Barbara, coi lineamenti scavati ed induriti, i modi rozzi e i nervi a fior di pelle è infatti scritto ed interpretato talmente bene che spesso e volentieri ruba la scena a tutti quelli che la circondano... e devo ammettere che c'è un certo perverso piacere nel vedere la Roberts prendere a schiaffi e male parole un mostro sacro come Meryl Streep. Non sarà magari il film dell'anno (visivamente purtroppo non offre nulla di nuovo o particolarmente esaltante) ma I segreti di Osage County, col suo stile retrò e i suoi assurdi protagonisti, merita almeno una visione!


Di Meryl Streep (Violet Weston), Julia Roberts (Barbara Weston), Chris Cooper (Charlie Aiken), Ewan McGregor (Bill Fordham), Dermot Mulroney (Steve Huberbrecht), Abigail Breslin (Jean Fordham) e Benedict Cumberbatch (Little Charles Aiken) ho già parlato ai rispettivi link.

John Wells (vero nome John Marcum Wells) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto The Company Man e alcuni episodi della serie E.R. Medici in prima linea. Anche produttore e sceneggiatore, ha 61 anni. 


Margo Martindale interpreta Mattie Fae Aiken. Americana, ha partecipato a film come Giorni di tuono, L’olio di Lorenzo, Il socio, Dead Man Walking – Condannato a morte, La stanza di Marvin, Amori & incantesimi, In Dreams, The Hours, Milion Dollar Baby, Orphan e a serie come Medium e Dexter. Ha 63 anni e un film in uscita. 


Sam Shepard (vero nome Samuel Shepard Rogers) interpreta Beverly Weston. Americano, ha partecipato a film come I giorni del cielo, Fiori d'acciaio, Il rapporto Pelican, La promessa, Codice: Swordfish, Cogan - Killing Them Softly Mud. Anche sceneggiatore e regista, ha 70 anni e due film in uscita.


Julianne Nicholson interpreta Ivy Weston. Americana, ha partecipato a film come Snatch - Lo strappo e a serie come La tempesta del secolo, Ally McBeal, E.R. Medici in prima linea e Broadwalk Empire. Ha 43 anni e un film in uscita. 


Juliette Lewis interpreta Karen Weston. Americana, la ricordo per film come Ho sposato un'aliena, Cape Fear - Il promontorio della paura, Buon compleanno Mr. Grape, Natural Born Killers, Dal tramonto all'alba, Blueberry e Starsky & Hutch; inoltre, ha partecipato a serie come Dharma & GregMy Name Is Earl. Anche regista e produttrice, ha 40 anni e un film in uscita.


I segreti di Osage County ha ottenuto due nomination all'Oscar, una per Meryl Streep come miglior Attrice Protagonista e una per Julia Roberts  come Miglior Attrice Non Protagonista, che speriamo vinca. Non ce l'hanno fatta a partecipare invece Chloe Moretz, alla quale è stata preferita Abigail Breslin per il ruolo di Jean; Jim Carrey, che era stato preso in considerazione per quello di Steve mentre Juliette Lewis ha rimpiazzato Andrea Riseborough, che ha dovuto rinunciare per impegni pregressi. Dopo queste piccole curiosità, se I segreti di Osage County vi fosse piaciuto guardate anche Little Miss Sunshine, Carnage o Voglia di tenerezza. ENJOY!

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