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martedì 18 gennaio 2022

Being the Ricardos (2021)

Comincia la stagione dei recuperi pre-Oscar e post Golden Globes, sempre fonte di dolori e gioie. Per primo è toccato a Being the Ricardos, diretto e sceneggiato nel 2021 da Aaron Sorkin e disponibile su Amazon Prime Video.


Trama: l'attrice Lucille Ball viene accusata di essere comunista proprio quando il marito, Desi Arnaz, viene pizzicato dai tabloid in compagnia di altre donne. Tutto questo mette a repentaglio l'esistenza della sit-com da loro interpretata, I Love Lucy...


I Love Lucy
, da noi conosciuta come Lucy ed io, è una delle sit-com americane più amate in patria, ma ovviamente io non ne ho mai guardato nemmeno una puntata e la conosco vagamente grazie ad altre opere come I Simpson o Will & Grace. Nonostante questo, ho deciso comunque di guardare Being the Ricardos, un po' per il Globe assegnato a Nicole Kidman (sul quale tornerò) e un po' perché mi piacciono i biopic sui vecchi show della TV USA, come per esempio Un amico straordinario, basato su Mister Roger's Neighborhood, altra trasmissione a me sconosciuta. In questo senso, ho trovato Being the Ricardos molto gradevole, perché Sorkin, pur rendendo i problemi politici e familiari di Lucille e Desi il fulcro della vicenda, riesce ad unirli inestricabilmente alla realizzazione di I Love Lucy, consentendo allo spettatore di dare uno sguardo dietro le quinte, cogliere alcuni dei meccanismi che influenzavano la televisione dell'epoca, "annusare" delle dinamiche relazionali non proprio positive tra attori, sceneggiatori, registi, produttori e finanziatori di ogni genere e persino di avere dei flash relativi al processo creativo di una perfezionista come la Ball. Anzi, considerato che Sorkin riesce a condensare in una settimana problemi e vicende che, nella realtà, sono durati mesi se non addirittura anni, e ad aggiungere anche degli agevoli recap del rapporto tra Desi e Lucille e della loro carriera comune, bisogna dire che Being the Ricardos mette anche troppa carne al fuoco e a volte lascia a bocca asciutta, con la voglia di approfondire questioni magari appena accennate e poi lasciate cadere (personalmente ho trovato molto interessante anche la crisi di Vivian Vance e il rapporto di "cordiale" odio tra lei e il suo marito nella finzione, Frawley, altro bell'elemento da sbarco, ma vengono entrambi usati come meri accessori alla vicenda principale), con l'aggravante di prediligere le vicende inventate alla bisogna (la telefonata di Hoover) a quelle reali.


Forse anche grazie a queste "licenze poetiche", l'autore riesce facilmente nell'intento di fare affezionare a Lucille e Desi e di offrire un ritratto quanto più possibile interessante di due personaggi non comuni, entrambi dotati di carisma da vendere e di un carattere complicato, che certamente hanno rivoluzionato la televisione dell'epoca lasciando un'eredità ai posteri non indifferente. Ci riesce grazie alla sceneggiatura, che brilla nei battibecchi tra personaggi, soprattutto quando in scena c'è Lucille (mentre la regia è purtroppo un po' anonima nonostante gli intelligenti inserti che mescolano le ricostruzioni in bianco e nero degli episodi di I Love Lucy alle riflessioni dell'attrice protagonista), e ci riesce grazie alla bravura degli attori, sui quali forse è il caso di spendere due righe in più, visto il Globe vinto. Non conoscendo il personaggio di Lucille Ball, non saprei dire se la Kidman sia riuscita a catturarne l'essenza; posso solo dire che, a livello di gestualità e voce, mi è piaciuta parecchio, purtroppo però non riesco più a ritrovare nell'attrice la bellezza di un tempo e ogni volta mi dà una sgradevole sensazione di "finto", di espressività cancellata dalla pialla di un chirurgo folle che l'ha resa una bambola di porcellana, sensazione peggiorata, in questo caso, dal trucco pesante usato per farla assomigliare a Lucille. La sua interpretazione non mi ha lasciata dunque molto convinta, nonostante eclissi quella del pur bravo Javier Bardem, e c'è da dire che quando compare J.K.Simmons anche la Kidman viene messa in ombra da un attore che dà sempre il meglio di sé nei ruoli di stronzo con un pezzetto di cuore, quindi, se posso permettermi, il Globe mi è parso assai sprecato. Quanto a Being the Ricardos, è il "tipico" film da vedere in periodo da Oscar: gradevole per il tempo della visione, interessante nella misura in cui fa venire voglia di documentarsi di più sugli argomenti che tratta, dimenticabile già dopo un paio di giorni. Avanti il prossimo!


Del regista e sceneggiatore Aaron Sorkin ho già parlato QUI. Nicole Kidman (Lucille Ball), Javier Bardem (Desi Arnaz), J.K. Simmons (William Frawley), Tony Hale (Jess Oppenheimer), Alia Shawkat (Madelyn Pugh), Clark Gregg (Howard Wenke) e Ronny Cox (Bob Carroll anziano) i trovate invece ai rispettivi link. 

Nina Arianda interpreta Vivian Vance. Americana, ha partecipato a film come Midnight in Paris, Florence, Stanlio & Ollio, Richard Jewell e a serie quali 30 Rock e Hannibal. Ha 38 anni e un film in uscita. 


Per qualche tempo si è pensato che Cate Blanchett avrebbe interpretato Lucille Ball ma alla fine il ruolo è andato a Nicole Kidman, mentre online molte persone si sono schierate a favore di Debra Messing, la Grace di Will & Grace, che in una puntata della serie aveva omaggiato la sit com I Love Lucy; la puntata in questione è We Love Lucy, il sedicesimo episodio dell'undicesima stagione, quindi se siete curiosi potete sempre guardarlo! ENJOY!

lunedì 1 marzo 2021

Golden Globes 2021

Buon lunedì a tutti! Stanotte c'è stata la cerimonia di assegnazione dei Golden Globe "ai tempi del Covid", tra chupito, audio che va e viene, qualche premio prevedibilissimo e un unico diludendo, ovvero la tremebonda snobbata ai danni del bellissimo Promising Young Woman che, se tanto mi da tanto, vedrà sfumare non solo qualsiasi possibilità di vincere degli Oscar, ma anche di venire candidato per qualsivoglia categoria. La solita tristezza, insomma, quest'anno aggravata dal fatto che distribuzione italiana latita ancor più... ENJOY!


Miglior film drammatico
Nomadland  (USA/Germania, 2020)
Nonostante lo scippo ai danni di Promising Young Woman, non posso "odiare" in partenza un film con l'adorata Frances McDormand. A quanto si capisce dalla trama, Nomadland dev'essere un on the road spinto dalla disperazione di aver perso tutto e, ne sono quasi sicura, un film simile andrebbe visto al cinema per godere della regia. Purtroppo non esiste ancora una data di uscita italiana, anche perché non si sa ancora se e quando riapriranno le sale... il problema è che non si sa nemmeno se Nomadland finirà su qualche piattaforma di streaming legale. Insomma, come al solito buon per quelli che lo hanno visto a Venezia: noi stronzi aspettiamo e speriamo.



Miglior film - Musical o commedia
Borat Subsequent Moviefilm  (USA, 2020)
Questo invece lo si trova facile, è su Amazon Prime Video. Peccato che il prequel, che io non ho mai visto perché uscito nel periodo in cui avevo Baron Cohen in odio totale, non si trovi se non a pagamento e anche no, dai, grazie. Attenderò di guardarlo nel caso arrivasse agli Oscar, altrimenti pazienza, con calma. 

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Chadwick Boseman in Ma Rainey's Black Bottom
Vittoria scontata, sebbene meritata, anche perché Boseman è uno degli unici due elementi che rende Ma Rainey's Black Bottom un film sopportabile. Anzi, visto il contorno fuffoso, la sua performance risulta ancora più bella e intensa.



Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Andra Day in The United States vs. Billie Holiday
La "biografia" di Billie Holiday o, meglio, lo scandalo nato dalla sua canzone Strange Fruit, è un altro di quei film missing in action. In America è uscito pochi giorni fa sulla piattaforma Hulu, in Italia i diritti li ha la BIM, quindi potrebbero creare un evento come per il film di Sia oppure distribuirlo (chissà quando) su altre piattaforme come Chili ecc. Nell'attesa di vederlo, mi rammarico per Carey Mulligan, ovviamente, ma anche Viola Davis e Vanessa Kirby sono state bravissime, quindi come minimo la Day, al suo primo ruolo da protagonista, dovrà essere eccelsa.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Sacha Baron Cohen in Borat Subsequent Movie
Ammetto di avere visto solo la performance di Andy Samberg quindi non faccio testo ma siccome ultimamente il mio odio per Cohen è finito, non posso che essere felice per lui.


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Rosamund Pike in I Care a Lot
Altro premio prevedibilissimo e personalmente assai gradito, visto che la Pike asfalta davvero tutti nel film.



Miglior attore non protagonista
Daniel Kaluuya in Judas and the Black Messiah
Benché abbia sempre voluto bene a Kaluuya e sia sinceramente contenta per lui, questo è un altro film che non conosco e che è missing in distribution. La storia del leader delle Pantere Nere in America è stata distribuita su HBO Max, qui in Italia chissà. Per il resto non saprei davvero come commentare il premio, mi mancano tutti i contendenti tranne Baron Cohen, effettivamente bravissimo ma già premiato altrove.


Miglior attrice non protagonista
Jodie Foster in The Mauritanian
Anche in questo caso vivo in totale ignoranza. Sia Glenn Close che la piccola Helena Zengel mi sono piaciute molto ma alla Foster voglio sempre bene, quindi spero di potermi godere la sua performance ma, anche in questo caso, chissà quando.


Miglior regista
Chloé Zhao per Nomadland.
Il premio a una regista donna accresce ancor più la mia attesa per questo film anche se sarebbe stata meglio Emerald Fennell, mannaggia. E pazienza per Fincher e i suoi shottini!

Miglior sceneggiatura
Aaron Sorkin per Il processo ai Chicago 7.
A Sorkin non si può dir di no. Comunque erano molto interessanti anche le sceneggiature di Promising Young Woman e Mank.



Miglior canzone originale
Io sì (Seen) di Diane Warren, Niccolò Agliardi e Laura Pausini, per il film La vita davanti a sé
Gesù che ammorbo. E non aggiungo altro.

Miglior colonna sonora originale
Soul di Trent Reznor, Atticus Ross, Jon Batiste
Purtroppo ho poco orecchio musicale ma sicuramente, per un film come Soul, questa era la scelta più giusta.

Miglior cartone animato
Soul (USA 2020)
E non avevo dubbi avrebbe vinto Soul, onestamente, anche se devo ancora vedere The Wolfwalkers, l'unico col quale potrei mettere in discussione l'ultima meraviglia Pixar.

Miglior film straniero
Minari (USA, 2020)
Adoro Steven Yeun quindi non me lo perderò, anche se un po' mi spiace per La llorona, in quanto unico horror del mucchio. Purtroppo, anche in questo caso, non si sa nulla su un'eventuale distribuzione italiana.
Ti amo. Ti amo alla follia.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo
pochissime, quest'anno più che mai. Stavolta, hanno vinto tutto serie conosciutissime e amatissime che, ahimé, non ho avuto tempo (e continuerò a non avere, per inciso) di recuperare come The Crown e La regina degli scacchi. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

venerdì 19 febbraio 2021

The Social Network (2010)

Grazie a un buono Vodafone, il Bolluomo ha ottenuto 10 euro da spendere su Chili e nella selezione di film fuibili col buono in questione c'era The Social Network, diretto nel 2010 dal regista David Fincher. 


Trama: il giovane laureando Mark Zuckerberg crea il futuro Facebook ma, nel cammino, perde amici storici e si fa nuovi nemici...


Sono passati undici anni dall'uscita di The Social Network e chissà perché lo avevo snobbato fino a questo momento, visto che gli ingredienti per piacermi c'erano tutti e sono stati confermati durante la visione del film. Forse perché, all'epoca, temevo mi sarei trovata davanti una noiosa agiografia di San Zuckerberg da White Plains, invece The Social Network è tutto il contrario: partendo dal libro di  Ben Mezrich intitolato Miliardari per caso - L'invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento, Aaron Sorkin lo riadatta per lo schermo togliendo i gemelli Winklevoss ed Eduardo Saverin dai riflettori ma mantenendo comunque il loro punto di vista pur rendendo Mark Zuckerberg protagonista assoluto, col risultato che molto di quello che viene mostrato sullo schermo è opera di pura fiction basata su un mix di racconti, leggende metropolitane e mera invenzione. Qui scatta il dilemma "morale" che ha tenuti impegnati me e Mirco durante la visione. Nel film, Zuckerberg viene descritto come una sorta di Sheldon Cooper sbruffone, sicuro di sé nonostante una palese incapacità di avere normali rapporti umani, stronzo e, soprattutto, vendicativo ed invidioso; il motore della creazione di Facebook è il pentimento seguito ad un'atroce vendetta nei confronti di una ragazza, al quale seguono moltissime piccole e grandi ripicche nei confronti di amici e nemici in egual modo, cosa che spingerebbe gli animi molto meno critici del mio a partire verso la sede di Facebook con torce e forconi per picchiare selvaggiamente l'eminenza grigia del web. In realtà, molto di quello che si vede nel film è inventato, sopratutto per quello che riguarda l'"uomo Zuckerberg", che si dice sia privo di qualsivoglia capacità di provare emozioni forti o vincolanti, positive o negative che siano, quindi impossibilitato ad agire come una sorta di villain geniale. 


Nonostante questo, il film è molto interessante e non potrebbe essere diversamente visto che la sceneggiatura è di Sorkin, che rifugge la banalità della solita struttura di ascesa-caduta-risalita tipica di molte pellicole simili e si focalizza sull'esperienza di una persona che è perennemente in ascesa e perennemente in caduta, vittima di un cervello che lo rende incomprensibile a tutte le persone che incontra, e conseguentemente inviso anche allo spettatore, almeno in parte. Se i papaverini di Harvard sono giustamente dipinti come dei ricchi minchioni viziati che meritano di venire perculati da Zuckerberg e il creatore di Napster Sean Parker viene descritto come una scheggia impazzita da cui guardarsi, elementi che rendono per reazione più simpatico Zuckerberg, è inevitabile infatti che lo spettatore si senta comunque più vicino a Saverin, "reo" di volere una vita normale e magari di fare qualche soldino in maniera corretta. Non è un caso, dunque, che Saverin abbia la faccetta rassicurante di Andrew Garfield, mentre il bravissimo Jesse Eisenberg convoglia tutto il suo magnetismo un po' nerd nella figura controversa del protagonista, che allo stesso tempo affascina e allontana, un po' come la sua creatura più famosa: la facciata innocua di THE Facebook, che permette agli utenti di cercarsi, collegarsi e sviluppare amicizie, in realtà racchiude dinamiche ben più complesse, spesso incomprensibili, talvolta pericolose per gli utenti tanto incauti da fidarsi. In questo, lo Zuckerberg di The Social Network è una perfetta allegoria di quello che ha creato e probabilmente è lì che risiede l'intero senso della validissima operazione di Fincher, Sorkin e soci. 


Del regista David Fincher ho già parlato QUI. Jesse Eisenberg (Mark Zuckerberg), Rooney Mara (Erica Albright), Andrew Garfield (Eduardo Saverin), Armie Hammer (Cameron Winklevoss/Tyler Winklevoss), Max Minghella (Divya Narendra), Justin Timberlake (Sean Parker), Dakota Johnson (Amelia Ritter), Aaron Sorkin (Direttore agenzia pubblicitaria), Caleb Landry Jones (membro della confraternita) e Jason Flemyng (non accreditato, è uno degli spettatori alla regata) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film ha vinto tre premi Oscar, per la Sceneggiatura, il Montaggio e la Colonna Sonora Originale. Andrew Garfield aveva sostenuto l'audizione per il ruolo di Zuckerberg ma alla fine era troppo spontaneo e sincero e il regista ha deciso di affidargli Saverin, mentre Shia Labeouf ha direttamente rifiutato di partecipare al film come protagonista. Se The Social Network vi fosse piaciuto recuperate Steve Jobs e La grande scommessa .ENJOY! 

domenica 25 ottobre 2020

Il processo ai Chicago 7 (2020)

Succede che il Bolluomo, vedendomi sull'orlo della depressione per un paio di festival mancati, ha deciso di acquistare proiettore, cavalletto e telone per trasformare il nostro piccolo ingresso in una sorta di cinema. Così ho deciso di inaugurare il tutto con un film che potesse piacergli e di provare con Il processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7), diretto e sceneggiato dal regista Aaron Sorkin.

Trama: sette attivisti, ai quali si aggiunge temporaneamente un membro delle Pantere Nere, vengono accusati di avere scatenato una rivolta durante la convention democratica del 1968 a Chicago. Il processo si rivela un'operazione più politica che giudiziaria, tra giudici palesemente di parte e soprusi inauditi...

Ormai vi sarete stancati di leggerlo, ma adoro la storia Americana, soprattutto quella degli anni '60 e '70, e non mi annoio mai di guardare film ambientati in quegli anni, ancor meglio se scoperchiano baratri fatti di pagine buie e vergogna sociale, ché va bene la terra della libertà ma anche un po' sticazzi, ormai lo sappiamo bene. Buio e vergogna sono due termini perfetti per riassumere la vicenda dei cosiddetti Chicago 7 (otto, se vogliamo contare anche Bobby Seale, aggiunto come indispensabile "quota di colore" per rendere gli altri imputati ancora più minacciosi), attivisti legati a diverse frange liberali che nel 1968, il giorno della Convention Democratica di Chicago, si sono ritrovati ad essere protagonisti di scontri con la polizia, per una serie di orribili circostanze che, come spesso accade, trasformano manifestazioni pacifiche in deliri violenti dove a farla da padrone sono i manganelli. All'alba dell'avvento di Nixon, evidentemente servivano dei capri espiatori per dei disordini che l'amministrazione Johnson aveva deciso di non perseguire, giusto per dimostrare il pugno di ferro del presidente e dei suoi collaboratori, e cosa c'è di meglio che un branco di liberali, hippie, neri, condannati per dare il contentino agli elettori repubblicani? Che poi il processo sia stato davvero una farsa, come ben mostrato nel film, con un giudice palesemente di parte e pronto a negare agli imputati i diritti più elementari (il trattamento riservato a Bobby Seale nella pellicola è una passeggiata a confronto di ciò che è successo nella realtà), poco importava all'epoca ed oggi, a vedere queste cose riportate sullo schermo, ci si sente male pensando che quarant'anni non sono bastati perché simili oscenità politiche, sociali e giuridiche sparissero dalla faccia del pianeta. 


Il processo ai Chicago 7 è dunque un legal drama nel senso più classico del termine, fatto di testimonianze, interrogatori, giurie e giudici, ma con tutto il materiale scottante a disposizione Aaron Sorkin lo trasforma da pellicola statica e soporifera a collage assai dinamico alternando il presente del processo (ovviamente, per esigenze di spettacolo, reso più accattivante sia nelle scelte narrative che nei dialoghi e persino nei costumi) a una serie di flashback in cui si cerca di ricostruire cosa sia effettivamente accaduto durante le rivolte, per arrivare a dei fast forward in cui tutto ciò che avviene nel corso del film viene raccontato attraverso la voce del più "spettacolare" dei protagonisti, l'animale da palcoscenico che risponde al nome di Abbie Hoffman. Quest'ultimo è interpretato meravigliosamente da un Sacha Baron Cohen che ruba spesso e volentieri la scena a quello che fin dall'inizio è connotato come il vero protagonista, anche in virtù della sua natura razionale, ovvero il Tom Hayden di Eddie Redmayne, e che conferisce al film la sua iniziale, ingannevole natura di dramma "comico", un po' alla Adam McKay; in realtà, sia Abbie Hoffman che Il processo ai Chicago 7 (che, per inciso, ha un cast di altissimo livello) sviano lo spettatore presentandosi inizialmente come allegri cazzoni, per poi mostrare, andando avanti, una natura ben più tragica e profonda di quanto si possa immaginare, al punto che arrivare alla fine del film senza aver avuto voglia di prendere una macchina del tempo per andare a sfasciare la testa a buona parte dei membri e dei testimoni dell'accusa è praticamente impossibile. Il processo ai Chicago 7 è un'opera che avrebbe meritato ben più di un passaggio su Netflix (che stavolta ha fatto il colpaccio) e avrebbe dovuto godere di sale cinematografiche piene, non solo di una breve comparsa in qualche città italiana fortunata. Indice dei tempi brutti che corrono, e chissà se torneremo mai a godere di simili film sugli schermi che gli competono. Per ora, accontentiamoci di Netflix

Del regista e sceneggiatore Aaron Sorkin ho già parlato QUI. Eddie Redmayne (Tom Hayden), Sacha Baron Cohen (Abbie Hoffman), Jeremy Strong (Jerry Rubin), John Carroll Lynch (David Dellinger), Mark Rylance (William Kunstler), Joseph Gordon-Levitt (Richard Schultz), Ben Shenkman (Leonard Weinglass), Frank Langella (Giudice Julius Hoffman), Michael Keaton (Ramsey Clark) e Caitlin FitzGerald (Agente Daphne O'Connor) li trovate invece ai rispettivi link.

J.C. Mackenzie interpreta Thomas Foran. Canadese, ha partecipato a film come The Aviator, The Departed - Il bene e il male, The Wolf of Wall Street, Molly's Game, The Irishman, The Hunt e a serie quali Alfred Hitchcock Presenta, L'ispettore Tibbs, Dark Angel, Detective Monk, CSI - Scena del crimine, 24, Desperate Housewives, Ghost Whisperer, Medium, CSI: Miami, Dexter e Hemlock Grove. Anche sceneggiatore, ha 50 anni. 

Il progetto del film esisteva già decenni fa: Steven Spielberg avrebbe dovuto dirigerlo e avrebbe dovuto incontrare Heath Ledger per parlare del ruolo di Tom Hayden ma l'attore è morto il giorno prima dell'incontro. Spielberg avrebbe inoltre voluto Will Smith per il ruolo di Bobby Seale. Parlando di tempi più recenti, Seth Rogen è stato rimpiazzato da Jeremy Strong. Se Il processo ai Chicago 7 vi fosse piaciuto recuperate Codice d'onore (lo trovate su Chili e altri servizi in streaming a noleggio), Philadelphia (su Amazon Prime Video) e La parola ai giurati (su ITunes). ENJOY!

venerdì 20 aprile 2018

Molly's Game (2017)

Esce questa settimana in tutta italia Molly's Game, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Aaron Sorkin e nominato agli ultimi Oscar per la sceneggiatura non originale (il film è tratto dall'autobiografia di Molly Bloom, ovvero Molly's Game: From Hollywood's Elite to Wall Street's Billionaire Boys Club, My High-Stakes Adventure in the World of Underground Poker).


Trama: dopo un disastroso incidente che ha terminato la sua carriera di sportiva, la giovane Molly Bloom si ritrova indagata dall'FBI per essere diventata la regina del poker clandestino...


Il 2018 cinematografico probabilmente verrà ricordato come quello in cui le sportive a un passo dalle Olimpiadi escono di testa e abbracciano l'illegalità. Prima c'è stata la Tonya di Margot Robbie, ora arriva la Molly Bloom di Jessica Chastain, raffinata organizzatrice di bische clandestine che per qualche anno è riuscita a vivere alle spalle di potenti ricchi ed annoiati pronti a lasciare ingenti somme di denaro sui tavoli da poker. Le differenze tra le due donne non potrebbero essere più evidenti: mentre il retaggio di Tonya Harding è quello della white trash proletaria e la sua natura quella di "macchina da pattinaggio", Molly Bloom viene da una famiglia di atleti e, oltre ad essere incredibilmente acculturata, ha come unico obiettivo nella vita quello di vincere, non importa in quale campo. Donna fatta letteralmente d'acciaio, Molly ha subito sconfitte fin dalla più tenera età ma si è sempre rialzata e non solo a causa dello sprone di un padre severo ma ipocrita, bensì grazie soprattutto al nocciolo fondamentalmente duro del suo carattere indomito, quello stesso nocciolo che le impedisce di abbracciare appieno una carriera "criminale". A differenza di ciò che accade in molti film imperniati sul mondo delle scommesse, il personaggio di Molly ha infatti una morale e un rigido codice d'onore che le impediscono non solo di accettare compromessi ma anche di cercare facili vie di fuga quando la situazione si fa critica, inoltre l'inevitabile spirale discendente che cattura questo genere di protagonisti non è incontrollata come spesso succede, neppure quando Molly comincia a prendere delle droghe "per rimanere sveglia". Il destino di Molly assomiglia ad una sorta di caos ragionato e il film mostra una protagonista sempre e comunque lucida, calcolatrice ma non malvagia, come arriverà a scoprire l'avvocato Charlie Jaffey, incaricato di difenderla e affascinato suo malgrado dalla personalità della donna. La stessa fascinazione, nonostante la consapevolezza di una storia romanzata e sicuramente filtrata dal punto di vista soggettivo della vera Molly, autrice della biografia da cui il film è tratto, la subisce lo spettatore che non può fare altro che parteggiare per questa signora sfortunata che, in fin dei conti, non faceva altro che sfruttare i soldi di chi poteva permettersi di perderli a poker, senza depredare poveracci o simili.


D'altronde, sottrarsi al fascino carismatico di Jessica Chastain è un po' impossibile. La favolosa attrice, ingiustamente snobbata agli Oscar, mette tutta sé stessa nell'interpretazione di un personaggio difficile, a tratti talmente intelligente e capace da essere fuori dal mondo eppure lo stesso incredibilmente umano e fragile, con quello sguardo testardo capace di bucare lo schermo e la parlantina devastante che probabilmente metterà in ginocchio adattatori e doppiatori italiani. Di fatto, è soltanto la presenza di Jessica Chastain a rendere memorabile un film che soffre di qualche lungaggine a livello di sceneggiatura pur essendo strutturato in modo dinamico ed intrigante anche per chi non è avvezzo al mondo del poker. La prima parte, che vede tra le figure chiave un Michael Cera particolarmente ambiguo, scorre veloce concentrandosi sulla scalata di Molly verso i più alti livelli del gioco d'azzardo clandestino, la seconda si impantana in qualche cliché di troppo (la mafia italiana, quella russa, i problemi familiari corollati dal mega spiegone finale del padre...) ed è interessante soprattutto per quel che riguarda la parte giuridica della questione, con Idris Elba che si fa avanti per dare man forte alla protagonista dimostrando tutte le sue doti di attore carismatico e, se posso dire, anche di ometto dalla bella presenza, alla faccia delle inguardabili parrucche di Thor: Ragnarok. La chimica tra i due interpreti c'è e fa funzionare bene il film, sicuramente più di quanto non faccia la regia di Aaron Sorkin, alla sua prima prova dietro la macchina da presa e non particolarmente degno di infamia o lode, per quanto il suo modo di gestire le scene mi abbia ricordato a tratti il David O. Russel di American Hustle (ma forse era solo per l'argomento trattato, chissà. Ormai ho visto quel film talmente tanto tempo fa!). Detto questo, Molly's Game è una pellicola che merita una visione, soprattutto se vi interessa questo genere di storie che hanno per protagonisti figure ambigue al limite della legalità e se siete fan della Chastain. In quest'ultimo caso, però, meglio cercare un cinema che lo proietti in lingua originale.


Di Jessica Chastain (Molly Bloom), Idris Elba (Charlie Jaffey), Kevin Costner (Larry Bloom), Michael Cera (Giocatore X), Jeremy Strong (Dean Ketih), Chris O'Dowd (Douglas Downey) e Graham Greene (Giudice Foxman) ho già parlato ai rispettivi link.

Aaron Sorkin è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova dietro la macchina da presa. Americano, come sceneggiatore ha firmato film come Codice d'onore, Malice - Il sospetto, Il presidente - Una storia d'amore, The Social Network, che nel 2011 gli è valso un Oscar, e Steve Jobs. Anche produttore e attore, ha 57 anni.


Bill Camp interpreta Harlan Eustice. Americano, ha partecipato a film come In & Out, Lincoln, 12 anni schiavo, Birdman, Black Mass - L'ultimo gangster, Loving e The Killing of a Sacred Deer.


Tra le guest star della pellicola spunta a un certo punto il mitico Steve di Stranger Things, alias l'attore Joe Keery, nei panni dello sprovveduto Cole. Se Molly's Game vi fosse piaciuto recuperate anche Casino, Ocean's Eleven e Tonya. ENJOY!

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