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mercoledì 30 luglio 2025

Bolla Loves Bruno: Codice Mercury (1998)

Per la rubrica Bolla Loves Bruno parliamo oggi di Codice Mercury (Mercury Rising), diretto nel 1998 dal regista Harold Becker e tratto dal romanzo Simple Simon di Ryne Douglas Pearson.


Trama: un bambino autistico decifra accidentalmente un codice sviluppato dalla NSA e il direttore, per non perdere la faccia, decide di farlo uccidere. Art Jeffries, agente dell'FBI caduto in disgrazia dopo una missione finita in tragedia, si ritrova accidentalmente a dover proteggere il bimbo...


Dopo The Jackal, il sito Imdb inserisce Bruce Willis come attore nella commedia romantico-sportiva Broadway Brawler. In realtà, di questo progetto non è rimasto nulla, perché è stato tolto dalla produzione dopo soli 20 giorni di riprese e ben due anni di pre-produzione, quando Bruce Willis ha fatto licenziare diversi membri della troupe (tra i quali il direttore della fotografia e la regista), insoddisfatto dei risultati; Broadway Brawler avrebbe dovuto essere distribuito dalla Walt Disney Company che, per evitargli una penale salata, ha imposto a Bruce di partecipare con un compenso ben più basso del solito a tre film, ovvero Armageddon, Il sesto senso e Faccia a faccia, i primi due destinati ad entrare a far parte dei maggiori successi commerciali dell'attore. Prima di Armageddon, però, esce questo Codice Mercury, che non riguardavo da anni e che ho riscoperto essere un'opera dignitosissima, soprattutto per come amalgama le caratteristiche ormai tipiche del "personaggio" Bruce Willis a quelle di un innocente con la I maiuscola, un bambino autistico completamente incapace di sopravvivere da solo, neppure in circostanze normali. In questo caso particolare, il piccolo Simon finisce nel mirino del glaciale direttore dell'NSA dopo aver trovato per puro caso (letteralmente per gioco) la chiave di un codice virtualmente indecifrabile. Invece di prendere Simon e portarsi lui e i genitori in qualche base dove mettere a frutto le incredibili capacità del bambino, il direttore Kudrow preferisce assoldare una serie di spietati sicari per eliminare l'improbabile testimone e tutti quelli che gli sono stati vicini, a cominciare da papà e mamma. Fortunatamente, si mette di mezzo Bruce Willis nei panni di Art Jeffries, un agente dell'FBI traumatizzato da un'operazione sotto copertura finita malissimo, con la morte di due giovanissimi criminali, poco più che ragazzini. Proteggendo Simon contro tutto e tutti (sfruttando pochissimi conoscenti e un'imprevista alleata), Art cerca di fare ammenda per delle morti che gli pesano sulla coscienza, e lo fa cercando il giusto equilibrio tra epici momenti d'azione e la necessità di superare il muro impenetrabile eretto da un bambino che lo considera giustamente un estraneo e che, non percependo il pericolo, cerca di scappare e tornare a una vita che non esiste più.


Come dice da sempre mio padre: "Sun propriu cini". Per apprezzare Codice Mercury bisogna innanzitutto sorvolare sul suo stupidissimo assunto iniziale, che vede due nerd dell'NSA testare l'impenetrabilità del codice pubblicando un rompicapo su una rivista di enigmistica, e la natura psicopatica del direttore dell'NSA (non il fatto che una donna decida di aiutare Bruce Willis, dandogli persino un posto dove dormire, senza avere idea di chi sia, questo lo farei anche io), che opta per sterminare una normalissima famiglia in virtù di un patriottismo distorto. Per fortuna, lo spettatore viene distratto dalla stupidità della trama, che risulta comunque avvincente, grazie alla bellissima alchimia che si viene a creare tra Bruce Willis e Miko Hughes, complice anche un'intensa colonna sonora di John Barry, non proprio l'ultimo dei pivelli. Miko Hughes, in particolare, è uno degli enormi misteri del mondo del cinema, perché non si capisce come abbia potuto un bambino così dotato scomparire dagli schermi proprio poco dopo l'uscita di Codice Mercury. Immagino abbia voluto prendersi una pausa per godere di un'esistenza normale e non fare la fine di tanti suoi coetanei, ma vista la straordinaria, realistica interpretazione di un bambino autistico, mi permetto di dire che è stato proprio uno spreco; nel personaggio di Simon non c'è traccia di pigrizia, di scappatoie che si adagiano nei cliché, solo un palese impegno derivante dallo studio della malattia e dal contatto prolungato con bambini autistici, e chissà cosa avrebbe potuto fare Hughes se avesse deciso di proseguire la carriera con questo stesso impegno. Bruce Willis non si lascia eclissare da un simile talento, ma ammorbidisce i tratti spigolosi e piacioni tipici dei suoi personaggi "action" per mettere sul piatto un cuore vero, un reale desiderio di proteggere e capire il bambino, in un percorso di crescita difficile e non banale, che si conclude in un finale tanto verosimile quanto toccante. Il resto del cast si assesta su livelli abbastanza medi, così come la regia, la fotografia e il montaggio, ma Codice Mercury è uno di quei film "di cassetta" che fa comunque piacere rivedere, di tanto in tanto, anche solo per vedere spuntare quelle belle faccette all'epoca non proprio famosissime (come Peter Stormare e John Carroll Lynch) che tante gioie ci avrebbero dato negli anni a venire. 


Di Bruce Willis (Art Jeffries), Alec Baldwin (Nick Kudrow), Miko Hughes (Simon Lynch), Kim Dickens (Stacey), Peter Stormare (Shayes), John Carroll Lynch (Martin Lynch) e Jack Conley (Detective Nichols) ho già parlato ai rispettivi link.

Harold Becker è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Crazy for You, Seduzione pericolosa e Malice - Il sospetto. Anche produttore, ha 97 anni. 


Chi McBride
interpreta Tommy B. Jordan. Americano, ha partecipato a film come La rivincita dei nerds III, Sospesi nel tempo, Fuori in 60 secondi, Faccia a faccia, The Terminal e a serie quali Willy il principe di Bel Air, Dr. House, Monk, How I Met Your Mother; come doppiatore, ha lavorato in Phineas e Ferb e Beavis and Butthead . Anche sceneggiatore e produttore, ha 64 anni. 


Fun fact: Nicolas Cage e George Clooney erano due dei nomi papabili per interpretare Art Jeffries. ENJOY!

domenica 25 ottobre 2020

Il processo ai Chicago 7 (2020)

Succede che il Bolluomo, vedendomi sull'orlo della depressione per un paio di festival mancati, ha deciso di acquistare proiettore, cavalletto e telone per trasformare il nostro piccolo ingresso in una sorta di cinema. Così ho deciso di inaugurare il tutto con un film che potesse piacergli e di provare con Il processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7), diretto e sceneggiato dal regista Aaron Sorkin.

Trama: sette attivisti, ai quali si aggiunge temporaneamente un membro delle Pantere Nere, vengono accusati di avere scatenato una rivolta durante la convention democratica del 1968 a Chicago. Il processo si rivela un'operazione più politica che giudiziaria, tra giudici palesemente di parte e soprusi inauditi...

Ormai vi sarete stancati di leggerlo, ma adoro la storia Americana, soprattutto quella degli anni '60 e '70, e non mi annoio mai di guardare film ambientati in quegli anni, ancor meglio se scoperchiano baratri fatti di pagine buie e vergogna sociale, ché va bene la terra della libertà ma anche un po' sticazzi, ormai lo sappiamo bene. Buio e vergogna sono due termini perfetti per riassumere la vicenda dei cosiddetti Chicago 7 (otto, se vogliamo contare anche Bobby Seale, aggiunto come indispensabile "quota di colore" per rendere gli altri imputati ancora più minacciosi), attivisti legati a diverse frange liberali che nel 1968, il giorno della Convention Democratica di Chicago, si sono ritrovati ad essere protagonisti di scontri con la polizia, per una serie di orribili circostanze che, come spesso accade, trasformano manifestazioni pacifiche in deliri violenti dove a farla da padrone sono i manganelli. All'alba dell'avvento di Nixon, evidentemente servivano dei capri espiatori per dei disordini che l'amministrazione Johnson aveva deciso di non perseguire, giusto per dimostrare il pugno di ferro del presidente e dei suoi collaboratori, e cosa c'è di meglio che un branco di liberali, hippie, neri, condannati per dare il contentino agli elettori repubblicani? Che poi il processo sia stato davvero una farsa, come ben mostrato nel film, con un giudice palesemente di parte e pronto a negare agli imputati i diritti più elementari (il trattamento riservato a Bobby Seale nella pellicola è una passeggiata a confronto di ciò che è successo nella realtà), poco importava all'epoca ed oggi, a vedere queste cose riportate sullo schermo, ci si sente male pensando che quarant'anni non sono bastati perché simili oscenità politiche, sociali e giuridiche sparissero dalla faccia del pianeta. 


Il processo ai Chicago 7 è dunque un legal drama nel senso più classico del termine, fatto di testimonianze, interrogatori, giurie e giudici, ma con tutto il materiale scottante a disposizione Aaron Sorkin lo trasforma da pellicola statica e soporifera a collage assai dinamico alternando il presente del processo (ovviamente, per esigenze di spettacolo, reso più accattivante sia nelle scelte narrative che nei dialoghi e persino nei costumi) a una serie di flashback in cui si cerca di ricostruire cosa sia effettivamente accaduto durante le rivolte, per arrivare a dei fast forward in cui tutto ciò che avviene nel corso del film viene raccontato attraverso la voce del più "spettacolare" dei protagonisti, l'animale da palcoscenico che risponde al nome di Abbie Hoffman. Quest'ultimo è interpretato meravigliosamente da un Sacha Baron Cohen che ruba spesso e volentieri la scena a quello che fin dall'inizio è connotato come il vero protagonista, anche in virtù della sua natura razionale, ovvero il Tom Hayden di Eddie Redmayne, e che conferisce al film la sua iniziale, ingannevole natura di dramma "comico", un po' alla Adam McKay; in realtà, sia Abbie Hoffman che Il processo ai Chicago 7 (che, per inciso, ha un cast di altissimo livello) sviano lo spettatore presentandosi inizialmente come allegri cazzoni, per poi mostrare, andando avanti, una natura ben più tragica e profonda di quanto si possa immaginare, al punto che arrivare alla fine del film senza aver avuto voglia di prendere una macchina del tempo per andare a sfasciare la testa a buona parte dei membri e dei testimoni dell'accusa è praticamente impossibile. Il processo ai Chicago 7 è un'opera che avrebbe meritato ben più di un passaggio su Netflix (che stavolta ha fatto il colpaccio) e avrebbe dovuto godere di sale cinematografiche piene, non solo di una breve comparsa in qualche città italiana fortunata. Indice dei tempi brutti che corrono, e chissà se torneremo mai a godere di simili film sugli schermi che gli competono. Per ora, accontentiamoci di Netflix

Del regista e sceneggiatore Aaron Sorkin ho già parlato QUI. Eddie Redmayne (Tom Hayden), Sacha Baron Cohen (Abbie Hoffman), Jeremy Strong (Jerry Rubin), John Carroll Lynch (David Dellinger), Mark Rylance (William Kunstler), Joseph Gordon-Levitt (Richard Schultz), Ben Shenkman (Leonard Weinglass), Frank Langella (Giudice Julius Hoffman), Michael Keaton (Ramsey Clark) e Caitlin FitzGerald (Agente Daphne O'Connor) li trovate invece ai rispettivi link.

J.C. Mackenzie interpreta Thomas Foran. Canadese, ha partecipato a film come The Aviator, The Departed - Il bene e il male, The Wolf of Wall Street, Molly's Game, The Irishman, The Hunt e a serie quali Alfred Hitchcock Presenta, L'ispettore Tibbs, Dark Angel, Detective Monk, CSI - Scena del crimine, 24, Desperate Housewives, Ghost Whisperer, Medium, CSI: Miami, Dexter e Hemlock Grove. Anche sceneggiatore, ha 50 anni. 

Il progetto del film esisteva già decenni fa: Steven Spielberg avrebbe dovuto dirigerlo e avrebbe dovuto incontrare Heath Ledger per parlare del ruolo di Tom Hayden ma l'attore è morto il giorno prima dell'incontro. Spielberg avrebbe inoltre voluto Will Smith per il ruolo di Bobby Seale. Parlando di tempi più recenti, Seth Rogen è stato rimpiazzato da Jeremy Strong. Se Il processo ai Chicago 7 vi fosse piaciuto recuperate Codice d'onore (lo trovate su Chili e altri servizi in streaming a noleggio), Philadelphia (su Amazon Prime Video) e La parola ai giurati (su ITunes). ENJOY!

domenica 26 febbraio 2017

Jackie (2016)

L'ultimo film di cui vi parlerò prima che vengano assegnati gli Oscar (per chi fosse interessato, i post sugli altri arriveranno a ridosso delle rispettive uscite italiane) è Jackie, diretto nel 2016 dal regista Pablo Larraín e in concorso con tre nomination (Natalie Portman Migliore Attrice Protagonista, Migliori Costumi e Miglior Colonna Sonora Originale).


Trama: dopo la morte del presidente Kennedy, la moglie Jackie si ritrova a dover tenere in piedi la propria famiglia e ad onorare la memoria del marito senza crollare nel tentativo...


Di base, ritengo quello americano come uno dei popoli più stupidi sulla faccia del pianeta, giudizio che, se possibile, si è intensificato ancora di più dopo l'elezione di quella sorta di imbarazzante Gabibbo malvagio che risponde al nome di Donald Trump. Nonostante questo o forse, chissà, proprio per questo, la storia americana esercita su di me un fascino stranissimo, soprattutto per quel che riguarda il periodo turbolento precedente e successivo alla morte di John Fitzgerald Kennedy. Morto giovanissimo, all'età di 46 anni, questo giovane e sfortunato presidente è diventato nel tempo un mito, il simbolo di un'era, la versione buona del "quando c'era lui" e persino Stephen King (che lo definisce nel ciclo de La Torre Nera "l'ultimo Pistolero del mondo occidentale") è arrivato a chiedersi, nel romanzo 22.11.63, cosa sarebbe successo se JFK non fosse morto. Non ci è dato sapere cosa ne sarebbe stato dell'America e del mondo sotto la sua guida ma quel che è certo è che tra coloro che hanno contribuito a costruire il mito Kennedy c'è sicuramente la moglie Jackie, figura diventata nel tempo altrettanto "mitica" e protagonista del biopic di Pablo Larraín il quale, concentrandosi principalmente sull'intervista concessa dalla ex first lady al giornalista Theodore H. White una settimana dopo la morte del presidente, fa poca luce sulla vita privata di Jacqueline Lee Bouvier in quanto donna. Il punto di vista adottato nel film è infatti piuttosto quello di una neo-vedova, di una Ginevra che ha perso il suo Re Artù e cerca in tutti i modi di consegnarne il ricordo ai posteri tentando, allo stesso tempo, di non soccombere al dolore e proteggere sé stessa e i figli ancora piccoli non solo da eventuali attentati ma anche dall'indigenza e dagli sciacalli mediatici. Intelligente, piena di amore per le arti e la storia, Jackie è nata per essere più un membro di qualche famiglia reale europea piuttosto che la first lady americana; nonostante l'amore del popolo americano, la consacrazione ad icona della moda e l'impegno profuso nel trasformare la Casa Bianca in un museo dedicato alla storia americana, alla morte di Kennedy la donna è diventata per legge una semplice civile che da quel momento in poi avrebbe avuto poco tempo per portare via baracca e burattini dall'edificio presidenziale, lasciando così il posto al neo presidente Johnson e alla moglie.


Larraín racconta dunque questo momento assai delicato nella la vita della ex first lady mettendo sotto i riflettori il dolore per la morte di un marito "ingombrante" ma comunque molto amato (le immagini che mostrano Jackie subito dopo il tristemente famoso attentato a Dallas sono molto crude e fanno riflettere sull'incredibile forza d'animo di una donna che è stata letteralmente investita dalla materia cerebrale e dal sangue del suo compagno di vita), la rabbia, l'impotenza e la confusione di chi non ha più un appoggio spirituale e materiale e di chi non può prevedere un futuro che si prospetta terribilmente buio ed incerto, contestualizzando il tutto attraverso il racconto di un America e di un mondo costretti a cambiare nella maniera più drastica. Oltre a tutto ciò, viene sottolineata anche l'importanza mediatica di Jackie Kennedy non solo nella creazione del mito di Camelot (nome con cui gli americani sono arrivati nel tempo a definire la presidenza Kennedy) ma anche nel rendere in qualche modo più vicina al popolo un'istituzione come la Casa Bianca, mostrata per la prima volta in TV dalla stessa Jackie come fulcro della storia e della cultura americane, quindi un patrimonio nazionale e non solo dimora presidenziale. Inutile dire che l'intero film poggia sulla straordinaria interpretazione di una Natalie Portman che è riuscita a riportare in vita la sfortunata Jackie, impadronendosi di quell'accento mezzo americano, mezzo british e assolutamente posh che la caratterizzava, soprattutto nelle occasioni pubbliche (e che, intelligentemente, si riduce fino a scomparire quando viene mostrata la Jackie più intima ed emotivamente scossa), ma non solo; la fisicità, gli sguardi e i vezzi dell'attrice sono emozionanti sia quando la Portman è da sola, sia quando interagisce con gli altri (la sequenza in cui Jackie vaga per le stanze ubriaca e in lacrime, cambiando un vestito dopo l'altro, è magistrale ma vengono resi alla perfezione anche il rapporto con i figli e Bobby, con Johnson e persino col prete interpretato da John Hurt, Dio lo abbia in gloria sempre) e attorno a lei scenografi, costumisti e soprattutto il direttore della fotografia Stéphane Fontaine, responsabile della bellezza degli innumerevoli primi piani dell'attrice, hanno creato un perfetto scorcio di vita della first lady più amata dagli americani, tra dolorosa realtà e sognanti fantasie da musical.


Di Natalie Portman (Jackie Kennedy), Peter Sarsgaard (Bobby Kennedy), Greta Gerwig (Nancy Tuckerman), Billy Crudup (Il giornalista), John Hurt (Il prete), Richard E. Grant (Bill Walton), Beth Grant (Lady Bird Johnson) e John Carrol Lynch (Lyndon B Johnson) ho già parlato ai rispettivi link.

Pablo Larraín è il regista della pellicola. Cileno, ha diretto film come Tony Manero, No - I giorni dell'arcobaleno, Il club e Neruda. Anche produttore e sceneggiatore, ha 41 anni.


Inizialmente il film avrebbe dovuto girarlo Darren Aronofsky, con Rachel Weisz in qualità di protagonista, ma quando entrambi si sono ritirati dal progetto Aronofsky è rimasto solo come produttore. Diversamente dal solito, se Jackie vi fosse piaciuto non vi consiglio di recuperare altri film a tema, bensì il musical Camelot e il film TV A Tour of the White House, entrambi citati nella pellicola di Larraín. ENJOY!

venerdì 27 maggio 2016

The Invitation (2015)

Un altro film che sta giustamente spopolando sul web è The Invitation, diretto nel 2015 dalla regista Karyn Kusama.


Trama: Will e la nuova fidanzata Kira vengono invitati a casa di Eden, ex moglie di lui, e del suo compagno per una rimpatriata assieme ad altri amici. Reduce da un terribile trauma, Will inizia a temere che dietro la cena ci siano inquietanti secondi fini…

Pensereste mai, guardando un thriller, ad un film come Lost in Translation? Credevo che una cosa simile non fosse possibile, eppure durante la visione di The Invitation il mio pensiero è corso spesso e volentieri al film della Coppola e alle insistenti inquadrature del volto triste e fuori fase di Bill Murray, alla solitudine e al dolore tenuti a malapena a bada da uno stile di vita ben più che benestante, alle luci soffuse e “calde” che erano la cifra stilistica delle stanze dell’hotel dove si incontravano Murray e la Johansson, ognuno perso nei propri malinconici pensieri. Questo è probabilmente successo perché The Invitation è un film interamente centrato sul trauma subito dal protagonista Will e all’interno del quale tutto viene filtrato attraverso il suo punto di vista, inevitabilmente scollegato dal mondo che lo circonda e dagli amici (persino dalla fidanzata) che vorrebbero a tutti i costi tornare a catturare la sua attenzione, ricostruendo così un legame distrutto dalla tragedia; Will ha perso un figlio e ciò ha spinto non solo sua moglie a chiedere il divorzio dopo essere comprensibilmente uscita di testa, ma ha anche portato i suoi “meravigliosi” amici ad eclissarsi con la scusa di lasciargli spazio per elaborare il lutto, un modo carino e molto superficiale di allontanare una persona troppo complicata da gestire, insomma. Dopo due anni di solitario dolore, Will si ritrova così nell’imbarazzo di accettare l’invito del titolo originale, recandosi con ovvia riluttanza ad una cena organizzata dalla sua ex moglie e dall’attuale compagno di lei, entrambi ormai in pace con sé stessi grazie all’incontro con un “santone” conosciuto in Messico; invitation, come scoprirà Will, ha la doppia valenza di invito a cena ma anche ad entrare tra gli adepti del culto al quale si sono uniti Eden e David e, non a caso, accanto agli amici di sempre ci sono tra gli ospiti anche due estranei a dir poco peculiari. Tutta questa serie di circostanze sfavorevoli, alle quali se ne aggiungono altre che non vi spoilero, concorrono ad alimentare la diffidenza e i sospetti di Will, sensazioni che si trasmettono inevitabilmente allo spettatore e lo costringono a stare sul chi va là per tutta la durata della pellicola.

La caratteristica vincente di The Invitation è proprio questa capacità di procrastinare il momento clou e tenere viva e palpabile la tensione, lasciando lo spettatore a crogiolarsi nell’attesa; di fatto, l’appassionato medio di thriller e horror non avrà nessuna difficoltà a capire dove andrà a parare il film dopo i primi dieci minuti (al limite, se avete una fantasia galoppante come la mia potreste ritrovarvi indecisi su un paio di ipotesi relative alla natura della minaccia ma il risultato finale non dovreste sbagliarlo…) ma questo non ha importanza perché stavolta, anche se sembra una banalità, è più importante il percorso del traguardo. La scelta impopolare di girare un film interamente basato sull’attesa della “mazzata” e sull’elaborazione del lutto rende The Invitation un thriller particolarmente elegante, all’interno del quale bisogna apprezzare soprattutto la regia della Kusama, fatta di immagini raffinate che focalizzano l’attenzione dello spettatore non solo sui personaggi ma soprattutto sui dettagli, su quello che non viene mostrato e su ciò che viene percepito da Will nel corso della serata, prima di concludere con una zampata assai tamarra, più vicina agli altri film della regista che ho avuto modo di vedere; molto intrigante anche la location, con l’enorme casa a due piani zeppa di porte socchiuse su segretucci inquietanti e porte a vetri da cui osservare non visti e cercare di capire cosa c’è che non va all’interno della vicenda. Tra gli attori spiccano invece il sempre gradito John Carroll Lynch, con quella faccia da eterno sconfitto e la stazza da orso, perfetto per ruoli ingannevoli ed ambigui, e ovviamente il protagonista Logan Marshall-Green, ritratto di un uomo sconfitto dalla vita e probabilmente incapace di perdonare non solo sé stesso ma anche quegli amici che hanno scelto di abbandonarlo nel momento del bisogno, non a caso interpretati da attori che non si sono impegnati a conferire ai loro personaggi una certa profondità d’animo. Ma va bene così, perché effettivamente non ce n’era la necessità! Detto questo, The Invitation è un film che vi consiglio di recuperare appena possibile, soprattutto se vi piacciono i thriller “d’ambiente”.   

Della regista Karyn Kusama ho già parlato QUI mentre John Carroll Lynch, che interpreta Pruitt, lo trovate QUA.

Logan Marshall-Green interpreta Will. Americano, ha partecipato a film come Devil, Prometheus e a serie come 24 e The O.C.. Ha 40 anni e due film in uscita. 


Tammy Blanchard interpreta Eden. Americana, ha partecipato a film come Blue Jasmine e Into the Woods. Ha 40 anni e due film in uscita. 


Michiel Huisman interpreta David. Olandese, ha partecipato a film come World War Z e a serie come Il trono di spade. Ha 35 anni e tre film in uscita. 


Nel 2012 Zachary Quinto, Topher Grace e Luke Wilson erano stati ingaggiati per alcuni dei ruoli principali e visto quanto apprezzo questi attori è un peccato che non se ne sia fatto nulla. Detto questo, se The Invitation vi fosse piaciuto recuperate Piccoli omicidi tra amici, Rosemary's Baby e Una cena quasi perfetta. ENJOY!

mercoledì 19 agosto 2015

Crazy, Stupid, Love. (2011)

Era qualche anno che l'avevo lì in attesa e in questi giorni mi sono decisa a guardare Crazy, Stupid, Love., diretto nel 2011 dai registi Glenn Ficarra e John Requa.


Trama: alla fine di una cena, Emily confessa al marito Cal di volere il divorzio e di averlo tradito con un collega. L'uomo, disperato, va a vivere da solo e passa le serate ad ubriacarsi in un club dove incontra il donnaiolo Jacob che, d'impulso, decide di migliorarne l'immagine e trasformarlo in un tombeur de femmes...


Crazy, Stupid, Love. L'amore pazzo, imprevedibile, stupido ma in fin dei conti sempre Amore, magari non con la A maiuscola, chissà, ma magari ci arriva vicino. E' di questo che parla, in soldoni, la pellicola di Ficarra e Requa, cominciando con una situazione in cui l'amore, ahimé, è stato sconfitto: il divorzio. Emily e Carl stanno insieme praticamente dall'adolescenza e ormai il loro sentimento si è raffreddato, condannato alla routine oppure all'incapacità di comprendere i desideri e le necessità del partner. Cal è talmente impreparato ad affrontare la cosa che non chiede neppure alla moglie i motivi che l'hanno spinta a chiedere la separazione e a finire tra le braccia di un aitante collega e continua a non comunicare con Emily; si limita, come il 90% delle persone, a lamentarsi del destino infausto, di lei e dell'altro, senza capire che magari buona parte di questa disfatta è anche colpa sua. Ed è lì che arriva Jacob, elegante, bellissimo e circondato da donne. Il quale, stufo di sentire Cal lamentarsi tutte le sere, decide di spronarlo a reagire, a farsi crescere un paio di palle e innanzitutto a diventare un uomo migliore. Che poi Cal sbagli strada più volte, arrivando a credere che la via della "scopata facile" sia quella giusta per essere felici e per riacquistare fiducia in sé stessi, è parte integrante del cammino di formazione costruito per il personaggio ma l'importante è che pian piano il protagonista arrivi a capire cosa voglia davvero e come provare (attenzione: PROVARE, ché in Crazy, Stupid, Love. non esiste l'happy ending definitivo ma solo potenziale) ad ottenerlo e con lui tutti gli altri comprimari, Jacob compreso. Crazy, Supid, Love. è infatti un film corale che prova a declinare l'amore in tutte le sue sfumature, intrecciando i destini dei vari personaggi attraverso un intrigante gioco di infatuazioni non sempre corrisposte e goffi corteggiamenti che portano alle situazioni più classiche della commedia degli equivoci e anche, per la gioia di ragazzine in crisi ormonale e casalinghe disperate, alla capitolazione del classico bello ed impossibile che, chissà perché, sceglie sempre di buttarsi su quella che non se lo fila di striscio.


A parte un piccolissimo "colpo di scena" nella seconda metà della pellicola, Crazy, Stupid, Love. è un film prevedibile dall'inizio alla fine e per la sua natura di commedia romantica è incredibilmente rilassante. Fortunatamente, la prevedibilità dell'intreccio viene vivacizzata da dialoghi divertenti ed intrigranti, personaggi assai umani e simpatici, una bella colonna sonora e, soprattutto, dalle validissime interpretazioni di tutti gli attori. Anzi, dopo Crazy, Stupid, Love. mi rimangio tutte le cattiverie dette in passato su Steve Carrell e pubblicamente dichiaro di volergli tantissimo bene. A lui e anche alla "patata lessa" Julianne Moore, che in questo film mi è stata molto simpatica e mi ha anche commossa. Ho provato simpatia persino per Emma Stone e Ryan Gosling che, intendiamoci, non mi sono mai stati sulle palle come attori ma interpretano la tipica coppia stereotipata di personaggi che normalmente prenderei a ceffoni e invece in Crazy, Stupid, Love. mi sono fatta comprare dalla simpatica goffaggine di lei e dall'addomin... ehm... e dalla faccia da piacione di lui. D'altronde, a parte la loro assurda situazione da romanzetto rosa e ad un paio di personaggi surreali come l'insegnante di Marisa Tomei e il padre apprensivo di John Carrol Lynch le situazioni raccontate nel film sono assai comuni (in alcune mi sono persino riconosciuta...) e in particolare ho apprezzato tanto la rappresentazione della stupidera di un amore adolescenziale, privo di freni e colmo di disperazione e speranza; per una volta un film che non si concentra solo sui sentimenti del loser innamorato ma anche sulle difficoltà provate dalla ragazza che vorrebbe friendzonare l'importuno corteggiatore senza farlo soffrire o distruggere un'amicizia! Ora non spaventatevi, ribadisco che le commedie romantiche non sono e non saranno mai il mio genere ma per questa ho fatto un'eccezione e sono davvero contenta di averle dato una chance. In due parole, film consigliatissimo e non solo alle damigelle all'ascolto!!


Di Steve Carell (Cal), Ryan Gosling (Jacob), Julianne Moore (Emily), Emma Stone (Hannah), Marisa Tomei (Kate), John Carrol Lynch (Bernie) e Kevin Bacon (David Lindhagen) ho già parlato ai rispettivi link.

Glenn Ficarra è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Colpo di fulmine - Il mago della truffa e Focus. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha due film in uscita.


John Requa è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Colpo di fulmine - Il mago della truffa e Focus. Anche sceneggiatore e produttore, ha due film in uscita.


Analeigh Tipton interpreta Jessica. Americana, ha partecipato a film come Damsels in Distress, Warm Bodies, Lucy e a serie come The Big Bang Theory. Ha 27 anni e tre film in uscita.


Jonah Bobo, che interpreta Robbie, il figlio di Cal, aveva partecipato anche a Disconnect nei panni del ragazzino che tentava di suicidarsi dopo un pesante scherzo su internet mentre Joey King, che interpreta la piccola Molly, era la bambolina di porcellana ne Il grande e potente Oz. Se Crazy, Stupid, Love. vi fosse piaciuto recuperate American Beauty, 40 anni vergine e Qualcosa è cambiato. ENJOY!

mercoledì 8 luglio 2015

Ted 2 (2015)

Dopo avere ripassato il primo capitolo, la settimana scorsa sono andata a vedere Ted 2, diretto e co-sceneggiato dal regista Seth McFarlane.



Trama: per salvare un matrimonio già allo sfascio, l'orsacchiotto Ted e Tami-Lynn decidono di adottare un figlio. Il problema è che Ted, legalmente, non è umano...


Seth McFarlane è un furbone matricolato a cui è impossibile volere male. Se Ted 2 lo avesse girato uno dei Vanzina probabilmente, in maniera molto ipocrita, starei urlando allo scandalo per la quantità di gag volgari, bambinesche e demenziali di cui è infarcito, anche più del primo Ted. Invece, siccome sotto sotto sono una stronza cinica e nerd, al regista perdono tutto per l'umorismo politically incorrect e le citazioni anni '80 che spesso fanno capolino in tutti i suoi lavori. E dico proprio TUTTI, visto che McFarlane da quando ha creato I Griffin non si è mai allontanato dalla formula magica che gli ha fatto guadagnare tanto successo. Quindi, quali motivazioni potrei addurre per spingere la gente a vedere Ted 2? Beh, intanto se non avete mai apprezzato la McFarlane Factory potete tranquillamente evitare di continuare a leggere il post perché, come ho detto all'inizio, non mi scaglierò contro le stupidità e le banalità sulle quali è costruito il film ed il motivo di questa scelta scellerata è che ho riso, me sciagurata, ho riso tantissimo. Ribadisco, sarei ipocrita se lo negassi. Ho riso e storto il naso, represso dei conati di vomito e dei fangooli ma ho comunque riso e questo è quanto, McFarlane evidentemente sa sempre quale tasto toccare con me. Aggiungo anche che stavolta la trama è un po' più strutturata rispetto a quella di Ted e omaggia spudoratamente un caposaldo della fantascienza di ogni tempo, ovvero "cosa ci rende umani?". Quindi, al di là delle grasse risate c'è anche il tempo per riflettere, forse in maniera un po' facilona, su quesiti per nulla scontati in tempi di migrazioni, "ruspe" e compagnia cantante: quello che alla fine vuol comunicare McFarlane è che non importa quanto una persona sia inutile, imbecille, cazzona e "bambina" finché riesce a provare e far provare empatia al prossimo, a differenza dei cosiddetti "esseri umani di prima classe" che magari hanno tanto cuore quanto una pietra inanimata. L'umanità, quindi, intesa come libertà di essere sé stessi alla faccia di quello che pensano gli altri, soprattutto se si ha la fortuna di avere degli amici che ci accettano per quello che siamo.


Accanto a questi concetti bellissimi ed aulici e all'umorismo di grana mastodontica c'è purtroppo l'altro lato della medaglia rappresentato dalla solita dose di maschilismo McFarlaniano che poco sopporto. La vera novità di Ted 2, infatti, è l'elegantissimo calcio in chiulo rifilato a Mila Kunis e alla sua Lori, troppo "seria" per accettare di stare con un fidanzato di rara idiozia che, neanche a dirlo, sarebbe il vertice perfetto di un ideale triangolo formato da lui, Homer Simpson e Peter Griffin. "Ho sprecato anni dietro ad una donna che non andava bene per me", bravo caprone, vallo a dire a Lori, Marge e Lois, tre poverette che in un mondo ideale ucciderebbero i loro compagni. Fuori la Kunis, dicevamo, dentro la Seyfried che, per quanto mi piaccia molto come attrice, ho trovato fastidiosa per il modo in cui il suo personaggio accontenta per l'appunto le convinzioni e i desideri di McFarlane e di tutti quelli come lui: la donna dev'essere praticamente un uomo con la patata, accettare col sorriso e con tanto aMMore tutte le imbecillità del compagno (giuro, Wahlberg qui è MOLTO più cretino rispetto al primo Ted) mentre l'uomo deve accettare con rassegnata compassione il fatto che le fidanzate di solito siano totalmente ignoranti in materia di film, serie TV, cultura nerd in generale. Ciccio Seth, già che sei un bell'ometto, vieni qui che ti spiego due cose in materia di sapienza femminile, ché se sei rimasto negli anni '50 non è mica colpa mia! Giusto per smentirti, nonostante sia femmina (orrore!!) quel che ho apprezzato maggiormente di Ted 2 è proprio il continuo citazionismo e sono stra-convinta che le sequenze migliori siano quelle in cui ricicciano fuori Sam J.Jones, un Liam Neeson esilarante e appena uscito da una scena della franchise Taken e soprattutto l'omaggio al primo Jurassic Park. Insomma, mi sembra di aver detto abbastanza, nel bene e nel male. Se avete visto Ted sapete cosa aspettarvi (anche perché i riferimenti alla prima pellicola sono pressocché infiniti), ovvero nulla di entusiasmante ma neanche nulla per cui partire e andare negli USA a far sommario scempio del regista... se invece odiate il genere state alla larga da questo film!!


Del regista e co-sceneggiatore, nonché voce di Ted, Seth McFarlane ho già parlato QUI. Mark Wahlberg (John), Amanda Seyfried (Samantha), Giovanni Ribisi (Donnie), Morgan Freeman (Patrick Meighan), Sam J. Jones (Sam Jones), Patrick Warburton (Guy), John Carrol Lynch (Tom Jessup), Liam Neeson (il cliente al supermercato), Dennis Haysbert (Dottore alla clinica della fertilità), Patrick Stewart (Narratore) e Martin Klebba (Chucky) li trovate invece ai rispettivi link.

John Slattery (vero nome John M. Slattery Jr.) interpreta l'avvocato Shep Wild. Americano, lo ricordo per il ruolo di Victor in Desperate Housewives, inoltre ha partecipato a film come Sleepers, Iron Man 2, e ad altre serie come Party of Five e Will & Grace; come doppiatore, ha lavorato nelle serie I Simpson e The Cleveland Show. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 53 anni e due film in uscita tra cui Ant-Man, dove tornerà ad interpretare Howard Stark.


Tra gli altri attori, segnalo il ritorno di Jessica Barth nei panni della procace Tami-Lynn, l'arrivo di Michael Dorn (il VERO Worf di Star Trek) in quelli di Rick, il fidanzato di Guy, e ovviamente le partecipazioni speciali della sorella del regista, Rachael McFarlane (la segretaria di Meighan), del giocatore di football Tom Brady, dei presentatori Jay Leno e Jimmy Kimmell e dei comici del Saturday Night Live Kate McKinnon, Bobby Moynihan e Taran Killam. Non ce l'hanno fatta invece Mila Kunis (apparentemente perché incinta ma in realtà pare che Seth McFarlane non avesse già da subito contemplato la presenza del personaggio di Lori, salvo un brevissimo cameo) e il reverendo di Settimo cielo Stephen Collins, la cui partecipazione speciale è saltata dopo le recenti accuse di pedofilia. E dopo avervi consigliato di guardare tutti i titoli di coda per un'esilarante scena post credits, se Ted 2 vi fosse piaciuto vi direi di recuperare Ted e... sì, diamine, L'uomo bicentenario! ENJOY!

martedì 13 dicembre 2011

Paul (2011)

Non ero riuscita ad andarlo a vedere al cinema, ma non sia mai che ritardi di troppo la visione di un film con Simon Pegg e Nick Frost, ovviamente. Sto parlando di Paul, diretto nel 2011 da Greg Mottola, un altro bel colpaccio della coppia di attori britannici, in questo caso anche sceneggiatori.


Trama: Graeme e Clive sono due nerd inglesi che, durante una vacanza in America, incontrano inaspettatamente l’alieno Paul, in fuga dal governo e determinato a tornare a casa. I due scopriranno che gli alieni non sono proprio come se li erano sempre immaginati…


Ammetto che non mi ero aspettata granché da questo Paul. Forse perché, a differenza degli altri film con Pegg e Frost, era stato anche troppo pubblicizzato in Italia, forse perché non amo troppo fantascienza e alieni, forse perché mi aveva insospettita l’uso della voce di Elio (e non me ne voglia Elio, che io amo, ma certi film preferisco vedermeli in originale, senza contare che come doppiatore non mi piace molto, sorry…) per la versione italiana… insomma, alla fine avevo disertato il cinema per non incappare in una delusione troppo cocente, ma ho dovuto ricredermi, perché Paul è davvero carino e divertente, in grado di soddisfare, secondo me, sia gli appassionati di fantascienza sia quelli, come la sottoscritta, che vogliono semplicemente vedere un bel film.


La storia di Paul cattura lo spettatore, il viaggio per i territori “alieni” d’America, come l’Area 51 o Roswell, filtrato dall’occhio appassionato ma estraneo di due “englishmen” in terre lontane e sconosciute è interessante ed emozionante, i comprimari sono costruiti benissimo e sono molto divertenti, e l’alchimia tra i tre protagonisti è praticamente perfetta. Alla coppia ormai collaudata Frost + Pegg si aggiunge infatti il terzo incomodo, quel Paul doppiato da Seth Rogen che, con la sua voce profonda e i suoi modi grezzi da paraculo alieno, fa stramazzare a terra dalle risate e regala anche momenti assai commoventi (sì, verso il finale mi è scesa la lacrimuccia, ok?) senza mai risultare noioso, invadente o insopportabile come spesso accade in questi casi. E pazienza se non riuscirete a cogliere ogni riferimento cinefilo, nerd o storico del film (e sono tantissimi, uno su tutti quel “Get away from her, you bitch!” che Sigourney Weaver si vede schiaffare in faccia dalla vecchia Tara e con il quale un tempo era lei ad apostrofare il mostro di Alien…) perché la pellicola risulta lo stesso godibilissima.


Mi sto impegnando ma, giuro, non riesco a trovare un difetto. La regia è fluida, il montaggio serrato ma non da mal di testa, gli effetti speciali non sono per nulla invadenti e il personaggio di Paul, pur se frutto della CG, non sembra affatto fasullo e interagisce con sconcertante naturalezza con i protagonisti umani; le gag funzionano benissimo, così come i colpi di scena o i momenti più seri e anche il personaggio un po’ irritante e forzato di Ruth (ecco, forse ho trovato un difetto!!) scompare e diventa più tollerabile davanti alla bravura, alle voci, all’innata simpatia di Pegg e Frost, che non verranno mai apprezzati abbastanza secondo me. Insomma, siete ancora qui? Cos’aspettate ad accogliere sulla Terra il maleducatissimo Paul, anche solo per un paio d’orette? Non ve ne pentirete!


Molti dei protagonisti di Paul hanno già avuto l’”onore” di comparire sul Bollalmanacco, seguite i link e li troverete: Simon Pegg (Graeme), Nick Frost (Clive), Seth Rogen (che in originale doppia Paul), Sigourney Weaver (nei panni del misterioso “grand’uomo”), Jason Bateman (l'agente Zoil) e Jeffrey Tambor (Adam Shadowchild).

Greg Mottola (vero nome Gregory James Mottola) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto, tra le altre cose, Suxbad – Tre metri sopra il pelo. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 47 anni e un film in uscita.


Bill Hader interpreta l’agente Haggar. Americano, ha partecipato a film come Io, te e Dupree, Suxbad – Tre menti sopra il pelo e Tropic Thunder, inoltre ha doppiato L’era glaciale 3 – L’alba dei dinosauri e un episodio della serie South Park. Anche sceneggiatore e produttore, ha 33 anni e tre film in uscita, tra cui il terzo episodio della serie Men in Black, previsto per l’anno prossimo.


Kristen Wiig interpreta Ruth. Americana, ha prestato la voce per film come L’era glaciale 3 – L’alba dei dinosauri, Cattivissimo me, e serie come I Simpson. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 38 anni e tre film in uscita.


John Carroll Lynch interpreta il padre di Ruth, Moses. Americano, ha partecipato a film come Due irresistibili brontoloni, il meraviglioso Fargo, The Fan – Il mito, Due mariti per un matrimonio, Face/Off, Codice Mercury, Gothika, Zodiac e Shutter Island, ad un episodio di CSI e ha doppiato un episodio di American Dad!. Ha 48 anni e due film in uscita.


Blythe Danner interpreta Tara. Americana, ha partecipato a film come X – Files – Il film, Ti presento i miei, Mi presenti i tuoi? e Vi presento i nostri; inoltre ha doppiato la versione inglese de Il Castello errante di Howl e partecipato a episodi delle serie Colombo, MASH, Two and a Half Men e Will & Grace. Ha 68 anni e un film in uscita.


Non resta altro da dire, se non il solito.... ENJOY!!

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