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martedì 12 marzo 2024

Il labirinto del fauno (2006)

La Challenge HorrorX52 questa volta mi ha dà una gioia immensa. Seguendo la regola "HORRORx52 REWIND. A film someone watched from 2021's rules", oggi parlerò di Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno), diretto e sceneggiato nel 2006 dal regista Guillermo del Toro e vincitore di tre premi Oscar: Migliore Fotografia, Miglior Scenografia e Miglior Trucco.


Trama: nella Spagna del 1944, Sofia e la madre Carmen si trasferiscono in una zona montuosa, nel quartier generale dello spietato colonnello Vidal, padre del bambino che la donna porta in grembo. Lì, Sofia viene avvicinata da un fauno, che le rivela di essere la reincarnazione di Moanna, figlia del Re del mondo sotterraneo, e la sottopone a tre difficili prove...


Non so dire perché fossi convinta di avere già visto Il labirinto del fauno ma, a mano a mano che il film andava avanti, mi sono resa conto che o avevo sognato o l'ho sempre confuso con qualche altro titolo. Poco danno, meglio tardi che mai: ci sono capolavori senza tempo e Il labirinto del fauno è uno di quelli, una pellicola splendida con tanti di quei livelli di lettura e capace di veicolare così tante emozioni che una visione non basterà di sicuro. Guillermo del Toro parte dalla rappresentazione di un periodo storico terribile (la guerra civile spagnola verso la fine della Seconda Guerra Mondiale) e la intreccia con una fiaba nera, utilizzando due registri apparentemente diversissimi che si uniscono sotto lo sguardo innocente e sognatore della piccola Sofia. Quest'ultima è una ragazzina che adora leggere, soprattutto fiabe e leggende, e nella sua giovane vita ha già dovuto subire l'orrore della morte del padre e lo shock di essere costretta ad andare a vivere con la madre incinta nel quartier generale del suo nuovo marito, il violento colonnello Vidal. Sul confine temporale che separa l'infanzia dall'adolescenza, Sofia viene a scoprire da una creatura fantastica, un Fauno, la propria natura di principessa perduta del mondo sotterraneo, e mentre attorno a lei la realtà si fa sempre più tragica e complessa (all'interno del quartier generale la domestica Mercedes affronta i pericoli di essere una spia della resistenza, la gravidanza di Carmen è difficile e rischia di compromettere irreparabilmente la salute della donna, Vidal non ha un briciolo di affetto per Sofia o per sua madre), le prove imposte dal Fauno perché Sofia possa tornare nel suo regno, per quanto difficili, sono fiabesche e lineari, per l'appunto. 


Sembrerebbe quasi che la protagonista si rifugi in un mondo di fantasia per venire a patti con le brutture che la circondano, ma in realtà Guillermo Del Toro sta molto attento a non prendere mai una posizione definitiva sulla questione, e a lasciare l'interpretazione allo spettatore, perché questo dualismo è solo la punta dell'iceberg de Il labirinto del fauno. Il film, infatti, parla soprattutto del coraggio necessario per fare la cosa giusta, per disobbedire di fronte ad imposizioni irragionevoli (Sofia, nel suo piccolo, disobbedisce alle chiare istruzioni del Fauno, una volta "egoisticamente", in virtù della natura ingiusta del divieto, la seconda volta per amore di chi non ha modo di difendersi) e dannose per gli altri, per affrontare persino la morte se l'alternativa è un'esistenza vissuta nella paura e nel disgusto di noi stessi; il commoventissimo finale, in particolare, sottolinea come il male e la tirannia possano essere cancellati con un colpo di spugna, condannati all'oblio perpetuo dopo tanta sofferenza, mentre un'esistenza coraggiosa e virtuosa assicura l'immortalità nel ricordo e nell'amore, con valori positivi portati avanti da chi resta, pur col cuore spezzato. In questo, Il labirinto del fauno è lapalissiano, oltre che assai più potente di altre pellicole che veicolano messaggi simili in maniera trattenuta. Benché la protagonista sia una bambina, infatti, Del Toro non nasconde allo spettatore la spietatezza della guerra e della tirannia. Allo stesso modo, il mondo di fantasia abitato dal Fauno è pieno di creature orribili e sanguinarie, in grado di rendere inospitale un regno "dove la bugia, il dolore, non hanno significato", e l'atmosfera del film risulta, pertanto, costantemente impregnata di inquietudine e un senso di tremenda ineluttabilità.


Nonostante questo, le immagini del film sono splendide. Le scenografie, giustamente premiate con un Oscar, arricchiscono la vicenda di personalità e ciò non vale solo per la bellezza del labirinto del titolo o dei dettagliatissimi ambienti del mondo sotterraneo (in primis l'antro del Pale Man), che sembrano usciti dritti da una fiaba, ma anche per la cantina in cui Vidal passa buona parte del suo tempo, in cui ogni aspetto, anche il più insignificante, è fondamentale per delineare la personalità dell'uomo. Inoltre, nonostante siano passati quasi vent'anni, le creature risultano non solo naturalissime, ma hanno un character design talmente iconico che è impossibile dimenticarle. Doug Jones, che interpreta sia il Fauno che il Pale Man, ci mette del suo grazie ad una fisicità e una mimica impareggiabili, ma buona parte del merito va agli artisti del make-up che hanno realizzato alla perfezione le fantasie di Del Toro (nel bene e nel male, ovvio. Il Pale Man è un incubo spaventosissimo!). Per quanto riguarda gli attori, Vidal è un personaggio talmente abietto che viene da chiedersi come abbia fatto Sergi López a non sentirsi male durante le riprese e a portare a casa una performance così agghiacciante; per contrasto, il mio cuore è volato non solo alla piccola, bravissima Ivana Baquero, ma soprattutto a chi cerca di arginare la malvagità del colonnello, come l'affascinante Maribel Verdù e il dolcissimo Dottor Ferreiro di Álex Angulo, un personaggio, quest'ultimo, che cresce mano a mano che la pellicola prosegue. Ci sarebbero altre mille cose da dire su Il labirinto del fauno ma è bene scoprirle guardando il film, tenendo ovviamente a portata di mano un pacchetto di fazzoletti perché, come succede con tutte le migliori pellicole di Del Toro, il vostro cuore verrà preso e fatto in tanti piccoli pezzetti. Per tanta bellezza ne vale la pena, ma che dolore!


Del regista e sceneggiatore Guillermo Del Toro ho già parlato QUI. Maribel Verdú (Mercedes), Doug Jones (Fauno / Pale Man) e Álex Angulo (Dottor Ferreiro) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Il labirinto del fauno vi fosse piaciuto recuperate PinocchioLa forma dell'acqua, La spina del diavolo e Labyrinth. ENJOY!! 


mercoledì 23 novembre 2022

Hocus Pocus 2 (2022)

Recuperato poco prima di Halloween, è giunto il momento di parlare anche di Hocus Pocus 2, diretto dalla regista Anne Fletcher.


Trama: due ragazze richiamano accidentalmente le sorelle Sanderson dal mondo dei morti e la città di Salem viene di nuovo minacciata...


Come forse avevo già scritto nel post di Hocus Pocus, il film di Kenny Ortega mi è sempre piaciuto ma non è mai rientrato nel novero di cult intoccabili, di conseguenza non ero particolarmente "intimorita" all'idea di affrontare Hocus Pocus 2 e, forse proprio per questo motivo, ho trovato la visione assai gradevole e divertente. Con un occhio al girl power e un altro a serie teen/horror con protagoniste dotate di poteri magici, Hocus Pocus 2 rinverdisce i fasti dello storico predecessore e riporta in scena le sorelle Sanderson più o meno come le avevamo lasciate, con giusto qualche anno in più e chilo in meno, il tutto abilmente celato da make-up e probabili ritocchini in fase di post-produzione, impegnate anche questa volta ad affrontare le diavolerie moderne. Ciò che è cambiato nel frattempo è la necessità (sto guardando la quarta stagione di Boris, quindi saranno i voleri dell'algoritmo?) di rendere i villain meno cattivi di un tempo, fornendo loro quel minimo di background lacrimevole che giustifichi la loro malvagità e rendendoli il fulcro del messaggio positivo dell'opera in cui compaiono; è vero, come mi faceva notare il mio compare di visione, che le sorelle Sanderson sono sempre state connotate come tre streghe pasticcione e divertenti, ma qui le radici del loro odio verso la città di Salem diventano più comprensibili da parte dello spettatore, tanto che il loro intento di mangiare bambini o uccidere adolescenti sembrano quasi vezzi trascurabili e la possibilità di un terzo capitolo, magari con più di una congrega unita a fronteggiare una minaccia ben più terribile e malvagia, non è un'idea così peregrina.


Per il resto, mi è sembrato che i realizzatori del film abbiano scelto di non allontanarsi dai binari che hanno decretato il successo (postumo, è bene ricordarlo) di Hocus Pocus e persino la struttura della trama è molto simile, con tanto di numero musicale piazzato, così si dice, allo stesso identico minuto di quello della pellicola precedente. Essendo passati quasi 30 anni, ovviamente, Hocus Pocus 2 risulta migliore del predecessore a livello meramente estetico. La fotografia non sembra quella di un film TV anni '90, anzi, dal punto di vista di colori, scenografie e costumi, per quanto quelli iconici siano stati mantenuti, parliamo di un livello qualitativo medio-alto, perfettamente in linea con le produzioni "di lusso" delle varie piattaforme, e gli effetti speciali sono ovviamente all'altezza, anche se quello migliore rimane comunque Doug Jones, anche lui tornato nei divertenti panni del sempre scazzatissimo Billy. Quanto agli attori, le tre protagoniste rimangono carismatiche oggi come allora e si vede che la Midler e socie si sono divertite tantissimo, e anche le ragazzine che fungono da sostitute di Max e compagne, a differenza di questi ultimi (Thora Birch a parte, piccola ma ancora oggi inarrivabile), sono dotate di personalità interessanti e non si limitano ad essere le "colpevoli" della resurrezione delle Sanderson, ma in qualche modo apportano un contributo essenziale alla storia anche per tutto il resto del film. Quindi affrontate pure Hocus Pocus 2 senza timore, se vi è piaciuto il primo troverete molto carino anche questo! 


Di Bette Midler (Winifred), Sarah Jessica Parker (Sarah), Kathy Najimy (Mary), Doug Jones (Billy Butcherson) e Tony Hale (Sindaco/Reverendo Traske) ho parlato ai rispettivi link. 

Anne Fletcher è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Ricatto d'amore, Parto con mamma e Fuga in tacchi a spillo. Anche attrice, produttrice e animatrice, ha 56 anni.


Se Hocus Pocus 2 vi fosse piaciuto, ovviamente non dimenticate di recuperare il primo! ENJOY!

martedì 22 novembre 2022

Hocus Pocus (1993)

In occasione dell'uscita del secondo capitolo ho deciso di riguardare Hocus Pocus, diretto nel 1993 dal regista Kenny Ortega.


Trama: le tre sorelle Sanderson, streghe in cerca dell'eterna giovinezza, vengono impiccate nella Salem di fine '600 ed incautamente fatte risorgere in epoca moderna da Max e i suoi amici...


Non riguardavo Hocus Pocus da anni, nonostante ne conservassi un ricordo molto gradevole, e la visione a 41 anni non è stata funesta come avrei temuto. Certo, nel tempo sono arrivata ad associare il nome di Kenny Ortega a roba invereconda, ma fortunatamente all'epoca il regista non era stato ancora fagocitato dai musicarelli trash Disney e, grazie anche alla mano felice di sceneggiatori come Mick Garris, il quale qualcosina di horror ne ha sempre capito, Hocus Pocus era una bella visione già all'epoca ed è riuscito a resistere alle insidie del tempo. La trama, per chi non la conoscesse, incorpora elementi horror, come streghe che mangiano i bambini e fanno patti con Satana, zombi e maledizioni, a caratteristiche che rendono il film adatto a tutta la famiglia e molto meno spaventoso di uno Scuola di mostri, per intenderci, ma anche di Chi ha paura delle streghe, in quanto Hocus Pocus è dotato di un umorismo molto più marcato non solo a livello di dialoghi e situazioni ma anche per quanto riguarda la personalità delle tre sorelle Sanderson. Queste ultime sono la vera ragione per cui il film è diventato, col tempo, un cult, in quanto ognuna di loro è dotata di una personalità scoppiettante e ben definita che le rende divertenti e simpatiche anche quando il "gioco" dello sfasamento temporale, con tutto quello che ne consegue, si è esaurito (anche perché, ammettiamolo, il protagonista non è granché carismatico - lo surclassa spesso e volentieri la simpatica sorellina - e lo stesso vale per il suo love interest).


Bette Midler, Sarah Jessica Parker e Kathy Najimy sono le vere mattatrici del film, soprattutto le prime due. La "divina" Midler, neanche a dirlo, ha una presenza scenica preponderante che rende impossibile prendere sottogamba la sua Winifred anche nei momenti più divertenti (per non parlare di quel numero musicale che strappa ancora oggi applausi a scena aperta) e, tra tutte, è la sorella strega che può mettere addosso qualche brivido, soprattutto sul finale, e Sarah Jessica Parker, ancora libera dal fardello di Sex and the City, è una strega bellissima e sensuale, ma anche completamente svampita, uno spirito libero che non avrebbe sfigurato nel Coven dell'omonimo American Horror Story, perfetta nella sua commistione di elementi trash e sexy. La Najimy ha un personaggio tutto faccette che non ho mai sopportato granché ma, per fortuna, ci sono altri protagonisti "sovrannaturali" adorabili, come il Billy Butcherson di Doug Jones, zombi burtoniano di infinita dolcezza, e il micio Binx, il mio preferito dal 1993. A proposito di quest'ultimo, c'è da dire che neppure gli effetti speciali di Hocus Pocus sono invecchiati male, e il mix di gatti veri e animatronic risulta ancora oggi abbastanza naturale, così come sono ancora molto belli i costumi delle streghe e le varie scenografie utilizzate per il loro covo, mentre il film perde un po' a livello di regia, a tratti televisiva, e purtroppo manca anche di quella cattiveria che avrebbe potuto renderlo più graffiante e memorabile, se solo i realizzatori avessero puntato maggiormente sull'elemento horror invece di ammorbidirlo con racconti di formazione di fratelli che imparano ad amare le sorelline. Ma per carità, non starò io a sputare nel piatto in cui ho mangiato per anni, né ad impedirvi di riguardare Hocus Pocus, magari in compagnia di figli o nipoti che di sicuro si divertiranno tantissimo!
 

Del regista Kenny Ortega ho già parlato QUI. Bette Midler (Winifred), Sarah Jessica Parker (Sarah), Kathy Najimy (Mary), Thora Birch (Dani), Vinessa Shaw (Allison) e Doug Jones (Billy Butcherson) li trovate invece ai rispettivi link. 


Il ruolo di Max era stato offerto a Leonardo DiCaprio, che ha rinunciato per girare Buon compleanno Mr. Grape, mentre Rosie O' Donnel ha rifiutato quello di Mary. Se Hocus Pocus vi fosse piaciuto recuperate il seguito, di cui parlerò a breve, e aggiungete Chi ha paura delle streghe?, La famiglia Addams, La famiglia Addams 2, Casper, Beetlejuice e The Nightmare Before Christmas. ENJOY!

martedì 20 febbraio 2018

La forma dell'acqua - The Shape of Water (2017)

Dopo tanto penare, venerdì anche io sono riuscita a vedere lo splendido La forma dell'acqua (The Shape of Water), diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Guillermo Del Toro e pronto a portare a casa ben 13 Oscar (Miglior Regia, Miglior Film, Sally Hawkins Miglior Attrice Protagonista, Richard Jenkins Miglior Attore Non Protagonista, Octavia Spencer Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Colonna Sonora Originale, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia, Migliori Costumi, Miglior Montaggio Sonoro, Miglior Missaggio Sonoro, Miglior Montaggio e Miglior Scenografia). Vi avviso, sarà un post strano ma anche privo di spoiler!


Trama: Elisa Esposito, donna delle pulizie muta, lavora in un complesso governativo e lì si imbatte in una misteriosa creatura anfibia con la quale sviluppa un rapporto d'amicizia che a poco a poco diventa affetto...



Per la prima volta quest'anno mi trovo in difficoltà a parlare di un film. La forma dell'acqua è così bello e poetico che mettere in parole le sensazioni suscitate durante la visione sarebbe non solo triviale, ma addirittura offensivo. Se fossi brava a disegnare come le migliaia di artisti che hanno tributato omaggio all'ultimo lavoro di Del Toro avrei già affidato alla matita i miei pensieri ma, anche lì, verrebbe fuori qualcosa di indecente. Mi vien da ridere, perché la scena più bella de La forma dell'acqua, quella che mi ha commossa a tradimento, è proprio quella in cui la muta Elisa si ritrova a traboccare di così tanto amore che solo il canto potrebbe esprimerlo adeguatamente, e la donna è costretta a rifugiarsi in un sogno splendido dove ogni impedimento viene cancellato e l'amore prende la forma del desiderio e della speranza. Potessi anche io manifestare un sogno su questo blog, sarebbe quello di creare qualcosa di altrettanto bello, per ringraziare Del Toro di aver riportato al Cinema la Bellezza e la semplicità di una storia d'amore vecchia come il mondo. Invece, posso solo scrivere due robe raffazzonate.


Grazie a Guillermo per avermi incantata, lasciata lì davanti allo schermo col sorriso ebete di chi assiste a uno spettacolo meraviglioso per la prima volta. La sala, le poltrone e gli altri spettatori non esistevano più, c'erano solo la mano di Mirco a stringere la mia, i colori vintage di un appartamento al tempo stesso "povero" ma caldo, il fascino di un cinema quasi abbandonato, l'aspetto umidiccio e dimesso di una struttura governativa che tanto moderna non è, la bellezza senza tempo di vecchi film passati in televisione, gli stessi capaci di far sognare spettatori ben più innocenti e smaliziati di noi. L'elemento dell'acqua, per me affascinante ma anche fonte di terrore, da che ero bambina, reso con un'amore senza forma, mi ha fatto venire voglia di seguire col dito le gocce di pioggia sui vetri, di addormentarmi in una stanza sommersa, mi ha fatta sentire avvolta di dolcezza per la prima volta da che vado al cinema. L'idea folle che una creatura mezza uomo e mezza pesce potesse risultare forte, fiera e addirittura bella ai miei occhi, proprio io che se qualcosa è privo di pelliccia provo istantaneo ribrezzo, solo Del Toro poteva renderla realtà. Quindi, ancora una volta, grazie. 


Grazie a Guillermo per aver creato una Bella che bella non è. Sally Hawkins ha, e lo scrivo senza paura di essere banale o retorica, quel fascino e quella bellezza che le vengono da dentro. Io mi sono innamorata di Elisa Esposito, del suo sguardo franco e privo di limiti, dell'apparente fragilità che nasconde una forza immensa, del suo modo di mostrarsi naturalmente schiva e dei suoi atteggiamenti da bambina ma anche di donna, una donna che è anche e soprattutto desiderio e carne, porca miseria, altro che amori platonici! La speranza è sempre quella che a vincere l'Oscar sia Frances McDormand ma la statuetta del mio cuore l'ha già vinta la Hawkins, commuovendomi fino alle lacrime durante il suo accorato "discorso", per la testardaggine disperata con la quale cerca di aprire gli occhi all'amico Giles, provando ad essere "vista" da lui per la prima volta, nonostante l'amicizia che li lega da tempo. La sofferenza vomitata da Elisa mi ha colpita al cuore ancora più della storia d'amore tra lei e il Gill-Man, perché è una sensazione più profonda, che ho provato spesso nella vita, un senso di incompletezza avvalorato dall'idea di essere imperfetti e per questo invisibili, nonostante la presenza di amici comprensivi.


Ah, a tal proposito, grazie Guillermo per il grandioso cast di comprimari. Richard Jenkins avrei voluto abbracciarlo di continuo, magari dopo essermi fatta due risate con Octavia Spencer. Ti hanno accusato di essere "buonista", forse perché gli amici di Elisa sono un gay e una nera, entrambi reietti ed entrambi fulcro di un paio di scene in cui la loro condizione di esseri umani viene messa in discussione?  Mah, visti i tempi, ti direi che sequenze simili sono necessarie per ricordare alle persone queste "banalità buoniste". Sarà proprio lo stesso buonismo che ti ha permesso di realizzare un personaggio di merda ma sfaccettato come quello di Michael Shannon? Il gigante dai piedi di argilla, talmente sicuro delle sue posizioni razziste, misogine e maschiliste da dover consultare un manuale di autoaffermazione per andare avanti, così marcio dentro da non accorgersi di stare perdendo addirittura dei pezzi del suo stesso corpo? O forse sarà colpa di una spia russa con un cuore, l'unico personaggio, per inciso, per il quale finalmente ricorderò il trasformista Michael Stuhlbarg finché avrò vita? Sarà colpa di Doug Jones, che mastica gatteenee e uccide esseri umani ma ha anche un cuore, un'anima e forse anche uno Schwanzstuck di tutto rispetto nonostante sia "solo" un'attore infilato in una tuta di gomma? Ma posso dire chissenefrega della cVitica? Per una volta che un film mi fa uscire dal cinema felice, con gli occhi lacrimanti e il cuore zeppo di immagini bellissime, canticchiando le splendide melodie che le rendono ancora più indimenticabili, pervasa dal fuoco sacro dell'arte che ancora non mi fa smettere di disegnare Elisa e il suo amore anfibio su ogni superficie scrivibile... beh, c'è una sola cosa che resta da dire. Grazie, Guillermo, ancora, ancora e ancora. E in bocca al Gill-Man per il 4 marzo!


Del regista e co-sceneggiatore Guillermo Del Toro ho già parlato QUI. Michael Shannon (Richard Strickland), Richard Jenkins (Giles), Octavia Spencer (Zelda Fuller), Michael Stuhlbarg (Dr. Robert Hoffstetler) e Doug Jones (Uomo Anfibio) li trovate invece ai rispettivi link.

Sally Hawkins interpreta Elisa Esposito. Inglese, ha partecipato a film come Non lasciarmi, Jane Eyre, Grandi speranze, Blue Jasmine, Godzilla, Paddington e Paddington 2. Anche sceneggiatrice, ha 42 anni e un film in uscita, Godzilla - King of the Monsters.


Se La forma dell'acqua vi fosse piaciuto recuperate Il mostro della laguna nera, Il labirinto del fauno, Edward mani di forbice, La bella e la bestia e Scarpette rosse. ENJOY!

Alla fine ci ho provato, Guillermo. E ancora grazie!!



venerdì 21 aprile 2017

The Bye Bye Man (2017)

E' uscito il 19 aprile, giusto per il compleanno della sottoscritta, The Bye Bye Man, ultima distribuzione cinematografica a marchio Midnight Factory, diretta dalla regista Stacy Title. Avranno fatto il colpaccio come le ultime volte? Ehm no. Non proprio.


Trama: trasferitisi in una nuova casa, tre ragazzi scoprono, vergato all'interno di un cassetto, il nome del Bye Bye Man. Da quel momento saranno affetti da malesseri e visioni, costretti a diffondere il nome di questo pericoloso essere...


Com'era quella storia del "non pensare all'elefante rosa" e tu, ovviamente, BAM! da quel momento pensi SOLO al leggiadro pachiderma? Non lo dicevano anche in Inception? Ecco, più o meno The Bye Bye Man segue questo concetto, partendo dal presunto reportage di una "vera" leggenda metropolitana intitolata The Bridge to Body Island ed inclusa da Robert Damon Schneck nel suo libro The President's Vampire. In base a questa leggenda, pare che il Bye Bye Man fosse un killer realmente esistito negli anni '30, che si spostasse in treno e che, avendo cominciato a perdere la vista, si fosse letteralmente costruito un cane coi pezzi delle vittime (da rinnovare periodicamente), amena bestiolina che riusciva a condurlo, per l'appunto, da coloro che pensavano o pronunciavano il suo nome. Così ci siamo levati anche l'incomodo del cane demoniaco e delle visioni del treno, che ovviamente non vengono minimamente spiegati nel corso di The Bye Bye Man, in quanto lo sceneggiatore Jonathan Penner (marito della regista, by the way) ha preferito concentrarsi su una storia di visioni e matti fuori di testa. In pratica, la leggenda dice che è il Bye Bye Man stesso ad ucciderti, mentre nel film neanche si scomoda, lascia che tre semplici parole ti incasinino il cervello e ti portino a fare secchi amici e famiglia per poi percularti con un ditino ungulato e darti in pasto al mostrocane: incrocio tra la maledizione di Samara e Candyman, questo nuovo boogeyman è, in pratica, colui al quale dovremmo imputare le colpe di chi sbrocca e stermina gente senza un motivo, quindi eliminandolo scomparirebbero probabilmente anche la D'Urso e quell'inquietante psicologo del TG5. Il problema è che, a quanto pare, il Bye Bye Man non si riesce a eliminare perché "qualcosa" è sempre lì a spingerti a balbettarne il nome, quindi a diffondere il virus del Male Dylandoghiano (seh, magari) e l'unico vero pregio di questa storiella raffazzonata è il pessimismo cosmico che la impregna, un senso di ineluttabilità che neppure il solito viaggio verso chi dovrebbe detenere il sapere riesce a cancellare.


Insomma, avrete capito che The Bye Bye Man è fuffosetto, un film che andrebbe giusto bene per una serata estiva a base di pop corn e horror supercazzola, non fa paura nemmeno per sbaglio però a tratti fa tanto ridere (il che, preso con lo spirito giusto, non è nemmeno un male). La risata sgorga spontanea grazie ad attori particolarmente cani, un terzetto di poveri mentecatti che, a mio avviso, già sbagliano in partenza ad andare a convivere in tre (due fidanzati e il migliore amico di lui, mandingo che si farebbe qualunque donna respirante): la biondina slavata da il meglio di sé quando finge spasmodici attacchi di tosse, il cioccolatino è inespressivo come pochi e il protagonista tocca picchi di ilarità involontaria quando cerca di prendere di petto il Male e ostentare sicumera, ritrovandosi incaprettato in due secondi netti (a proposito di incaprettamenti: quanto è gratuita la scena di sesso verso il finale? E, ancora meglio: perché John viene portato in cantina con le caviglie legate ma appena si sveglia le corde sono sparite? Mah). Della tizia darkettona non parlo che è meglio, vista la somiglianza vaga con Neve Campbell le auguro ruoli migliori di quello della Cassandra de noantri, mentre non posso invece evitare di compiangere Carrie Ann Moss e, soprattutto, Faye Dunaway, che come caspita ci sia finita in un horror dozzinale come questo è qualcosa che esula dalla mia comprensione. Considerato anche che a gore, inquietudine e persino jump scare siamo messi malissimo e che la parte migliore del film, sia come costumi che come scenografie, sono i pochi flashback ambientati negli anni '70, ritengo che domani mi sarò già dimenticata di The Bye Bye Man, alla faccia del boogeyman del titolo, che verrà seppellito nei recessi della mia mente dalla mancanza di infamia o di lode. Venisse mai a bussarmi alla porta verrà comunque abbracciato e consolato, ché povera bestia è talmente male imbelinato da far tenerezza.


Di Douglas Smith (Elliot), Doug Jones (Bye Bye Man), Carrie-Ann Moss (Detective Shaw) e Leigh Whannell (Larry), ho già parlato ai rispettivi link.

Stacy Title è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Una cena quasi perfetta. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 47 anni.


Faye Dunaway interpreta la vedova Redmon. Americana, la ricordo per film come Chinatown, L'inferno di cristallo, I tre giorni del condor, Quinto potere (che le è valso l'Oscar come migliore attrice protagonista), Il villaggio dei dannati, Occhi di Laura Mars, Supergirl - La ragazza d'acciaio, Insoliti criminali, Giovanna D'Arco e Le regole dell'attrazione, inoltre ha partecipato a serie quali Colombo, Alias, CSI e Grey's Anatomy. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 76 anni e tre film in uscita.


Un paio di curiosità sui vari interpreti: Lucien Laviscount, che interpreta John, era nel cast della prima stagione di Scream Queens, Erica Tremblay, che interpreta la cuginetta di Elliot, è la sorellina dell'adorabile Jacob Tremblay e infine Jonathan Penner, marito della regista, interpreta Mr. Daizy. Se The Bye Bye Man vi fosse piaciuto recuperate Candyman e qualsiasi altro horror con un boogeyman degno di questo nome. ENJOY!

venerdì 18 novembre 2016

Ouija: L'origine del male (2016)

Con tre tranquillissime settimane di ritardo è arrivato anche a Savona Ouija: L'origine del male (Ouija: Origin of Evil), diretto e co-sceneggiato dal regista Mike Flanagan nonché sequel dell'abominevole Ouija.


Trama: Alice Zander, vedova con due figlie, si guadagna da vivere fingendo doti di sensitiva e abbindolando chi cerca di parlare coi propri cari defunti. Per aggiungere spettacolarità alle sue frodi decide di acquistare una tavoletta ouija ma lo strumento comincia ad influenzare negativamente Doris, la figlia minore...


Dopo la visione di quella schifezza invereconda di Ouija, horror fatto coi piedi se mai ce n'è stato uno, rivolto ad un pubblico di bambini minorati, l'idea che a qualcuno fosse venuto in mente di produrre e girare un sequel mi aveva portata a giurare di non guardarlo neppure per sbaglio. Quando hanno cominciato a circolare voci sul coinvolgimento dell'apprezzato Mike Flanagan e, soprattutto, quando sono spuntati i primi, terrificanti trailer, la mia decisione è venuta meno, al punto che Ouija: L'origine del male è diventato uno dei must see della stagione. Ora che finalmente ho avuto modo di guardarlo, posso dire che come sequel è sicuramente meglio del predecessore, ma ci voleva poco, e che in generale come horror è molto gradevole e spaventevole il giusto. Niente di eclatante, per carità, ché Flanagan ha fatto di meglio, tuttavia la personalità del regista si sente, almeno nella prima parte della pellicola. Ouija: L'origine del male in verità è, come dice il titolo, il prequel di Ouija ma è un film godibilissimo anche da chi non ha mai guardato il primo capitolo della saga, se così si può chiamare; ambientato nella Los Angeles degli anni '60, si concentra sulle vicissitudini della famiglia Zander e sugli sforzi di mamma Alice per sbarcare il lunario e crescere due figlie comprensibilmente traumatizzate dalla morte improvvisa del padre. Immerse in un'atmosfera che mescola elementi religiosi (le ragazze frequentano una scuola cattolica e Doris prega ogni sera) ed esoterici (il sostentamento della famiglia proviene dalle false sedute spiritiche della madre, eseguite con l'aiuto delle figlie), le due fanciulle fanno del loro meglio perché la loro vita sociale non venga rovinata da questa condizione disagiata ma Doris, la più piccola e permeabile alle suggestioni, conserva nel suo cuore la speranza che le arti della madre siano vere e che le consentano un giorno di parlare con l'amato papà. Quando la terribile tavoletta ouija entra nella loro casa, Doris comincia a sviluppare strane abilità e diventa il canale attraverso cui gli spiriti riescono a comunicare con i vivi e ovviamente Alice, spinta anche dalla convinzione che il marito defunto abbia avvicinato la piccola, inizia ingenuamente a sfruttare il dono della bambina per legittimare il proprio lavoro di ciarlatana, ignorando le regole del buonsenso fino all'estremo punto di rottura (nel vero senso della parola). Da qui in poi il film si snoda su percorsi abbastanza prevedibili e l'approfondimento psicologico-sociale della vicenda viene un po' gettato alle ortiche, preferendo concentrarsi su una serie pressoché ininterrotta, benché nel mio caso efficace, di sequenze inquietanti e jump scare assortiti, quasi tutti incentrati sulla terrificante "mascella snodata" di Doris.


Ouija: L'origine del male è dunque un film dove la mano dell'autore, sia alla regia che alla sceneggiatura, si vede e si sente, ma è una mano frenata dalle esigenze di mercato e dalle necessità della Blumhouse factory, la quale fondamentalmente esige prodotti assai simili, di rapido consumo e remunerativi. La cura iniziale nel tratteggiare i personaggi e cercare di renderli diversi dalle figure monodimensionali che popolavano Ouija si sottomette, nel corso del film, alle regole di questo tipo di horror a base di possessioni spiritico-demoniache, tanto che la seconda parte di L'origine del male probabilmente arriverà a confondersi, col tempo, nel calderone delle mille altre pellicole a tema che ho visto in questi ultimi anni. Stesso discorso per la regia. Flanagan si prende il tempo di giocare non solo con le atmosfere vintage, aggiungendo di tanto in tanto delle "scollature" tra un fotogramma e l'altro così da simulare l'utilizzo della vecchia pellicola, ma impone allo spettatore il punto di vista degli spiriti che circondano la famiglia Zander, ruotando spesso la cinepresa dall'alto verso il basso, oppure sceglie di mostrarci cose spaventevoli lasciandole volutamente sfocate e in secondo piano, concentrandosi sulle espressioni bellamente ignare di chi non ha idea di cosa stia accadendo alle sue spalle. Sono tocchi di stile che, come ho detto, alla lunga sono costretti a lasciare spazio ad una risoluzione imperniata sull'effetto digitale rapido e scioccante, talvolta fatto a tirar via (a mio avviso la scena del "bungee jumping col morto" è inguardabile), e sul make-up a effetto più che sull'intelligenza di regia e montaggio. Dunque Ouija: L'origine del male rischia di farsi ricordare giusto per l'aria di modernariato data da costumi, trucco e parrucco delle protagoniste, per la colonna sonora a tema e per le fattezze genuinamente inquietanti della giovanissima Lulu Wilson, fin dai trailer vero fulcro della pellicola nonché bimbetta dal sorriso maligno ben più terrificante di qualsiasi bambola Annabelle: che l'attrice sia stata una delle poche persone, assieme agli sceneggiatori, ad avere compreso le reali implicazioni della "possessione" e la natura del destino di Doris? A prescindere, spero di rivederla presto in altri film di genere, prima che l'incedere dell'età la condanni al dimenticatoio come altri suoi colleghi bambini. A voi intanto consiglio la visione di Ouija: L'origine del male senza aspettarvi troppo e aggiungo di rimanere in sala fino alla fine dei titoli di coda (o mandare avanti veloce sperando non li abbiano tagliati) perché c'è una breve scena post-credit che lega definitivamente il film di Flanagan al suo abominevole predecessore.


Del regista e co-sceneggiatore Mike Flanagan ho già parlato QUI. Doug Jones (il fantasma di Marcus), Kate Siegel (Jenny Browning) e Lin Shaye (Lina Zander) li trovate invece ai rispettivi link.

Elizabeth Reaser interpreta Alice Zander. Americana, ha partecipato a film come Twilight, The Twilight Saga: New Moon, The Twilight Saga: Eclipse, The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1, The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2 e serie quali I Soprano, Grey's Anatomy e True Detective. Ha 41 anni.


Henry Thomas interpreta padre Tom Hogan. Americano, universalmente conosciuto come il piccolo Eliott di E.T. L'extraterrestre, ha partecipato a film come Valmont, Psycho IV, Vento di passioni, Gangs of New York, Desperation e serie quali Masters of Horror, Incubi e deliri e CSI - Scena del crimine. Ha 45 anni e un film in uscita, l'imminente Il gioco di Gerald.


Annalise Basso, che interpreta Lina, aveva già partecipato al film Oculus - Il riflesso del male, sempre diretto da Flanagan mentre la piccola Lulu Wilson, che interpreta Doris, tornerà ad inquietarci nell'imminente Annabelle 2. Come ho già avuto modo di dire nel post, Ouija: L'origine del male segue (o meglio, precede) l'orrido Ouija, che non vi consiglio di recuperare: se il film di Flanagan vi fosse piaciuto guardate piuttosto Oculus - Il riflesso del male e Somnia. ENJOY!

venerdì 30 ottobre 2015

Crimson Peak (2015)

Ce l'ho fatta! Finalmente anche io sono riuscita a vedere Crimson Peak, l'ultimo, attesissimo film diretto e co-sceneggiato da Guillermo Del Toro! Com'è stato? Bello, molto. E siccome domani non pubblicherò nulla... buon Halloween!!


Trama: dopo una terribile tragedia familiare la giovane Edith, infatuata del bel baronetto Thomas Sharpe, decide di sposarlo e di andare a vivere con lui in Inghilterra, nella fatiscente magione di quest'ultimo. Lì la ragazza verrà a conoscenza di sanguinosi segreti...



Normalmente comincio a parlare dei film partendo dalla trama ma con Crimson Peak farò un'eccezione perché l'ultima pellicola di Del Toro è innanzitutto un meraviglioso delirio visivo. L'incanto di Guillermone inizia con i loghi della Universal e della Legendary Pictures, virati in rosso, il colore dei fantasmi e l'unico che può essere portato da qualunque persona o qualunque luogo abbia a che fare con gli spiriti che "infestano" la pellicola. Gli occhi vengono poi inevitabilmente rapiti dalla sontuosità e dall'infinita quantità di particolari che arricchiscono non solo gli abiti della Wasikowska ma anche e soprattutto le scenografie in cui si muovono i personaggi; la casa d'infanzia di Edith, con i corridoi e le porte che paiono infiniti, per non parlare degli spettrali bagni del club dove si consuma il delitto più efferato del film, sono un degno antipasto per il luogo che da il titolo alla pellicola, Crimson Peak. Stephen King e Shirley Jackson dicevano che le case sono spesso malvagie. Ora, la magione degli Sharpe non lo è necessariamente ma di sicuro incarna tutta la decadenza, il marcio e la tenacia presenti all'interno di questa nobile casata ed è ambigua quanto i fratelli che la abitano, oltre ad essere altrettanto affascinante; dubito che riuscirò a dimenticare tanto presto i pavimenti grondanti argilla rossa, materiale che impregna persino i muri tanto da far sembrare che gli stessi sanguinino durante i momenti più concitati del film e soprattutto rimarrà sempre impresso nella mia mente lo squarcio del tetto, dal quale a seconda della stagione piovono foglie autunnali, neve o farfalle, offrendo l'illusione di un mondo "altro", appena fuori dalla sfera della realtà tangibile ma sempre pronto a ghermire gli incauti visitatori. Magione gotica zeppa di passaggi, labirinti, segreti sotterranei, spifferi, rumori ed oscurità, la dimora degli Sharpe, interamente costruita per l'occasione e purtroppo in seguito abbattuta per lasciare spazio negli studios, è il cuore pulsante e malato della pellicola, arricchito da colori incredibilmente saturi e bellissimi, reso ancor più elegante e misterioso da una regia dal sapore retrò che si concede solo ad una cosa che non mi è piaciuta, quei maledetti e fasullissimi fantasmi in CGI, talmente "pupazzosi" da non mettere ansia o paura neppure per sbaglio.


Mi ricollego ai fantasmi per passare a parlare della trama, quella "maledetta" trama che in molti, compreso il mio compagno di ventura, non hanno gradito. L'obiezione che si muove a Crimson Peak è quella di avere una storia prevedibile, all'interno della quale gli spiriti sono pressoché inutili e spesso pretestuosi, messi giusto per ricreare ad hoc quell'atmosfera gotica che avrebbe dovuto essere la cifra stilistica del film. In realtà io credo che, come dice il personaggio di Edith all'inizio, Crimson Peak non sia una storia DI fantasmi ma una storia CON fantasmi, creature infelici costrette a rimanere legate ad un luogo che le ha viste soffrire, trattenute dai rimpianti e incapaci di impedire che ai vivi tocchi lo stesso, infausto destino. I personaggi principali vivono la loro esistenza in maniera indipendente, perseguendo ognuno i propri scopi, facendosi influenzare poco o nulla dalla presenza degli spiriti che, di fatto, Thomas e Lucille neppure vedono, pur vivendo da anni in una casa infestata; eppure, nella morte anche i protagonisti rischiano di essere condannati a diventar parte di queste schiere infelici proprio in virtù delle scelte che compiono ed è questo secondo me a rappresentare quell'"anima" che molti critici non hanno trovato in Crimson Peak. Gli sforzi dei vivi, le loro crudeltà, i desideri materiali e l'amore disperato si trasformano nell'aldilà di Del Toro in un'angosciante condanna che li priva di qualsiasi significato e che riesce a rendere, paradossalmente, molto più umani e degni di pietà anche i malvagi, ben più complessi di quanto sembrerebbe di prim'acchito; come già accadeva in La madre o in The Orphanage, il lieto fine non è mai totale od univoco, ha sempre un inaspettato risvolto malinconico che serra la gola ed inumidisce gli occhi anche quando bisognerebbe esultare. Potere della poesia di Ciccio Del Toro ma anche di Mia Wasikowska, dell'affascinante Tom Hiddleston e, soprattutto, dello splendore di un'ambigua Jessica Chastain alla quale non si può voler male. Non troppo, almeno. Voi cercate di non volerne a Crimson Peak e guardatelo con gli occhi innocenti di un bambino o di un'adolescente fantasiosa che si immerge per la prima volta nella lettura di un romanzo gotico, lasciandovi trasportare. Spero ne rimaniate affascinati com'è successo a me.


Del regista e co-sceneggiatore Guillermo Del Toro ho già parlato QUI mentre Mia Wasikowska (Edith Cushing), Jessica Chastain (Lucille Sharpe), Tom Hiddleston (Thomas Sharpe), Charlie Hunnam (Dr. Alan McMichael) e Doug Jones (la madre di Edith) li trovate ai rispettivi link.

Jim Beaver (vero nome James Norman Beaver Jr.) interpreta Carter Cushing. Americano, ha partecipato a film come Turner e il "casinaro", Sister Act - Una svitata in abito da suora, Sliver, Magnolia, Il ladro di orchidee e a serie come Dallas, Santa Barbara, Quell'uragano di papà, NYPD, Melrose Place, X-Files, Una famiglia del terzo tipo, That's 70s Show, Six Feet Under, Monk, CSI - Scena del crimine, Criminal Minds, Breaking Bad, Dexter e Supernatural. Anche sceneggiatore, produttore, stuntman e regista, ha 65 anni e due film in uscita.


Burn Gorman interpreta Holly.  Americano, ha partecipato a film come Johnny English - La rinascita, Red Lights, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, Pacific Rim e a serie come Il trono di spade. Ha 41 anni e tre film in uscita.


Il ruolo di Thomas sarebbe dovuto andare a Benedict Cumberbatch ma l'attore è stato costretto a rinunciare (come del resto è successo anche a Emma Stone, scelta per la parte di Edith) per motivi non meglio specificati; è stato comunque lui stesso a dare la "benedizione" a Tom Hiddleston una volta saputo che lo avrebbe rimpiazzato. Detto tra noi, io sono molto più contenta così, trovo Cumberbatch affascinante quanto una patella. A parte questo, se Crimson Peak vi fosse piaciuto recuperate Il labirinto del fauno, La madre, The Woman in Black, La spina del diavolo, The Others e The Orphanage. ENJOY!

domenica 15 giugno 2014

Absentia (2011)

Incuriosita dalle dichiarazioni di Lucia e del Bradipo, in questi giorni ho deciso di recuperare Absentia, diretto e sceneggiato nel 2011 dal regista Mike Flanagan.


Trama: Callie, appena uscita da una clinica per disintossicarsi, va a vivere dalla sorella Tricia che, da anni, aspetta invano il ritorno del marito, scomparso senza lasciare traccia. Proprio quando Tricia riesce ad ottenere una certificazione di morte presunta (in absentia, appunto), il marito ritorna e trascina le due donne in un incubo ancora peggiore...


Absentia è, senza tanti giri di parole, angosciante. Lo è nella misura in cui Mike Flanagan riesce a creare un'atmosfera inquietante fin dai primi fotogrammi, dove riusciamo già a capire come qualcosa non quadri nella vicenda narrata e in quello che ci viene mostrato. Il mistero relativo alla scomparsa di Daniel viene infatti trattato con due registri diversi ma inseparabili, così da lasciare in dubbio lo spettatore per tutta la durata della pellicola: da una parte ci sono la razionalità di chi vorrebbe Daniel  come l'ennesima vittima di un rapimento o di una vita insoddisfacente, il giusto desiderio di Tricia di rifarsi una vita dopo anni di sofferenza e il suo senso di colpa che le causa terribili visioni, dall'altra invece c'è la possibilità che qualcosa di sovrannaturale abbia preso Daniel con sé, che il suo spettro rancoroso perseguiti davvero la moglie incinta di un altro e che, effettivamente, qualcosa di terribile dimori da anni in un quartiere dove "è sempre meglio tenere la porta chiusa". Flanagan non da mai risposte troppo certe né, soprattutto, mostra direttamente ciò che abita le ombre che ammantano quasi ogni sequenza del film, alimentando l'incertezza con un crescente senso di claustrofobia e ineluttabilità, come se ci trovassimo davanti degli animali braccati e, peggio ancora, senza via d'uscita o scelta, nemmeno quando incredibili atti di fede e coraggio potrebbero ragionevolmente salvarli. Come sarà anche per Oculus, infatti, i raffinati horror di Flanagan sono privi di speranza, redenzione o salvezza, specchio di una realtà dove anche le final girls devono chinare il capo e rassegnarsi all'oblio o alla follia e dove l'unico modo di sopravvivere è, semplicemente, ignorare l'universo "altro" e i suoi eventuali segnali.


Flanagan mette in scena la sua inquietantissima vicenda appropriandosi di un certo modo di fare cinema tipico degli orientali, dove le spiegazioni sono poche, lo stile è minimal, gli spaventi centellinati e i rapporti tra i personaggi molto curati. Gran parte dell'"azione" si svolge in casa di Trisha e, soprattutto, nell'angoscioso e angosciante sottopassaggio fulcro dell'intero film, dove il ragno tesse la sua tela nell'attesa di una preda, la luce dell'uscita sembra sempre troppo lontana, le ombre diventano ingannevoli e, cosa ancora più terribile, non esiste NULLA che lo faccia sembrare diverso da qualsiasi altro sottopassaggio. Anzi, diciamo che ce n'è uno praticamente identico alla fine della passeggiata di Albisola, andando verso Celle. E col cavolo che lì ci ripasserò ancora, sappiatelo. Tolto di mezzo l'inevitabile sproloquio, buona parte della riuscita del film è affidata anche alla bravura degli attori. Che non sono né belli né brutti, sono "normali" (l'unica concessione ad un'estetica horror è data dalla presenza del sempre elegante ed inquietantissimo Doug Jones) e, proprio per questo, riescono a dare un'ulteriore impressione di verosimiglianza al tutto, soprattutto per il modo in cui interagiscono naturalmente gli uni con gli altri. Poi, ovvio, ci sono dei cliché inevitabili, come la stupidità delle forze dell'ordine o la testardaggine di Callie e un paio di domande che non hanno trovato risposta e che lasciano un po' il tempo che trovano (la questione dello "scambio") ma, per essere l'opera di un semi-esordiente, Absentia è davvero un film che vale la pena recuperare, ben lontano da quelle tremolanti e facilone parodie di found footage verso cui paiono rivolgersi tutti i giovani registi horror degli ultimi anni.


Del regista e sceneggiatore Mike Flanagan ho già parlato qui. Doug Jones, che intepreta Walter Lambert, lo trovate invece qua.

Katie Parker (Callie), Courtney Bell (Tricia), Dave Levine (Detective Ryan Mallory) e Justin Gordon (Detective Lonergan) compaiono brevemente anche in Oculus - Il riflesso del male, sempre dello stesso regista; addirittura, Scott Graham era il protagonista di Oculus: Chapter 3 - The Man with the Plan e infatti, siccome in Absentia interpreta lo pischiatra, nel suo studio possiamo vedere appeso proprio lo stesso specchio maligno presente nel corto. Per concludere, se Absentia vi fosse piaciuto recuperate anche il più volte citato Oculus - Il riflesso del male e due vecchie glorie come Candyman - Terrore dietro lo specchio e Hellraiser. ENJOY!

domenica 3 marzo 2013

John Dies at the End (2012)

Siccome qualche mese fa ne hanno parlato quasi tutti i blogger che seguo, mi sono incuriosita e, con parecchio ritardo, ho deciso di guardare anch'io John Dies at the End, assurdo horror diretto nel 2012 da Don Coscarelli e tratto dall'omonimo romanzo di David Wong.


Trama: dopo una festa in spiaggia, Dave e John si ritrovano loro malgrado a subire gli effetti collaterali di una droga chiamata soy sauce e a combattere esseri extradimensionali che vorrebbero conquistare la Terra...


Ho visto il film qualche giorno fa e sono reduce da una serata annaffiata da alcool e conclusasi alle quattro del mattino, quindi perdonatemi se la recensione sarà più stringata e probabilmente incomprensibile del solito. Anzi, per dirla tutta mi sento proprio come Dave e John, i due improbabili salvatori del genere umano che praticamente agiscono senza capire una benemerita mazza di quello che fanno per tutta la durata di questa pellicola incredibilmente assurda e spassosa. Personalmente, non sono riuscita a staccare gli occhi dallo schermo nemmeno per un istante: innanzitutto, per paura di perdermi dei pezzi di trama per strada, visto che in John Dies at the End si mescolano senza soluzione di continuità flashback legati alla storia e altri che c'entrano solo fino a un certo punto, poi perché questa storia che unisce horror, commedia, deliri alla Lansdale de La notte del Drive-In e metamorfosi alla Cronenberg è talmente coinvolgente e folle che si rimane ipnotizzati a pensare "o cavolo, e adesso cosa succederà ancora??". Per dire che nel corso del film spuntano, in ordine sparso, mostri fatti di carne surgelata, una maniglia falliforme, hot-dog usati a mo' di cellulare e persino un cartone animato splatter per edulcorare un minimo l'orrendo massacro di un branco di ragni giganti ai danni di umani inermi. E questo è solo la punta dell'iceberg, giusto per non rovinare la sorpresa a chi dovesse ancora vedere John Dies at the End.


Bisogna dire che a me Coscarelli non ha mai fatto impazzire, ma qui si vede che il regista è nel suo e che non arretra di fronte a nulla, nemmeno davanti a quelle cose che normalmente si penserebbero troppo ridicole da portare sullo schermo. Anche gli attori, da parte loro, sono convincenti e totalmente a loro agio nell'interpretare personaggi fondamentalmente fuori di testa ma assai interessanti; Paul Giamatti, anche produttore della pellicola, lavora con la sua solita, meravigliosa professionalità, ma il migliore di tutti è il vecchio leone Clancy Brown nei panni di una sorta di Dottor Strange de noantri, "scelto" dalla droga soy sauce per essere il guru dei due pivellini protagonisti. Parlando di soy sauce, la droga senziente e semovente che si iniettano i personaggi del film, si arriva necessariamente al reparto Effetti Speciali, che alterna sequenze ben riuscite ad altre dove la presenza della Computer Graphic è talmente palese che salta ogni tentativo di suspension of disbelief. Altro diffettuccio del film è che verso la fine il discorso dei due fattoni che scoprono cosa si nasconde dietro il velo della realtà comincia a diventare fin troppo prolisso e poco coerente, come se Coscarelli (qui anche in veste di sceneggiatore) avesse un po' perso il filo della trama. Poca roba, comunque, perché John Dies at the End è un film che vale comunque la pena vedere, magari con qualche amico pazzoide, per farsi due sane risate.


Del regista Don Coscarelli ho già parlato qui, mentre di Clancy Brown (Dr. Marconi) e Angus Scrimm (Padre Shellnut) ho già parlato ai rispettivi link.

Paul Giamatti (vero nome Paul Edward Valentine Giamatti) interpreta Arnie Blondestone. Americano, lo ricordo per film come Donnie Brasco, Harry a pezzi, The Truman Show, Salvate il soldato Ryan, Il negoziatore, Man on the Moon, Planet of the Apes – Il pianeta delle scimmie e Lady in the Water. Anche produttore, ha 45 anni e undici film in uscita, tra cui The Amazing Spider-Man 2, dove interpreterà Rhino.


Glynn Turman interpreta il detective di colore. Americano, ha partecipato a film come L’uovo del serpente,  Gremlins (era l’insegnante di scienze!!) e Super 8, oltre a serie come Ralph supermaxieroe, Saranno famosi, Love Boat, Ai confini della realtà, La signora in giallo, Freddy’s Nightmares, Millenium, JAG – Avvocati in divisa, The Bernie Mac Show, Cold Case, E.R. – Medici in prima linea e Scrubs. Anche regista, sceneggiatore e compositore, ha 65 anni e un film in uscita.


Doug Jones interpreta Roger North. Americano, lo ricordo per film come Batman – Il ritorno, Hocus Pocus, Mimic, Three Kings, Men in Black II, Il ladro di orchidee, Hellboy, Lady in the Water e Hellboy II: The Golden Army, inoltre ha partecipato alle serie …e vissero infelici per sempre, Oltre i limiti, Buffy the Vampire Slayer, Party of Five, CSI e Criminal Minds. Anche produttore, ha 42 anni e dieci film in uscita.


Il libro da cui è tratta la pellicola si può trovare tranquillamente in rete assieme al seguito uscito da poco, This Book is Full of Spiders – Seriously, Dude, don’t Touch it. Siccome il film mi ha incuriosita pensavo di acquistarli entrambi, ma se non siete folli come me e se John Dies at the End vi è piaciuto, consiglio la visione de La casa, La casa 2, L’armata delle tenebre, Sospesi nel tempo, eXistenZ e Paura e delirio a Las Vegas. ENJOY!!

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