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mercoledì 27 novembre 2024

Martyrs (2008)

Oggi la challenge di Letterboxd prevedeva una produzione canadese, quindi è toccato a un film che stavo consapevolmente evitando dal 2008, ovvero Martyrs, diretto e sceneggiato dal regista Pascal Laugier.


Trama: Lucie, che da bambina era fuggita per un pelo alle torture dei suoi aguzzini, riesce a vendicarsi da adulta, aiutata dalla riluttante amica Anna. Ma il compimento della vendetta non è altro che l'inizio di un incubo ancora peggiore...


Se mi seguite da qualche anno, sapete che i pochi horror che patisco, in ambito mainstream (la roba estrema e indipendente del circuito underground non mi avrà mai nella vita), sono quelli appartenenti al New French Horror, specialmente quando sfociano nella New French Extremity. Li patisco perché, essenzialmente, mi angosciano per la loro cattiveria, la tristezza che permea ogni fotogramma e li discosta del becero torture porn americano (che invece mi annoia e disgusta in maniera superficiale) per diventare qualcosa di più serio e pronto a pasteggiare col cuore sanguinante dello spettatore. Ora, Pascal Laugier ha sempre sottolineato che Martyrs non fa parte della New French Extremity, ma è comunque un film che, dopo la tanto rimandata visione, ho mal sopportato, tanto quanto i suoi "cugini". Ciò non significa che sia brutto, chiaramente. Martyrs è stato scritto, con una lucidità e una coerenza invidiabili, da un Autore in piena crisi depressiva, al punto da arrivare ad indulgere in pensieri suicidi; è la rappresentazione di un mondo che sta andando in rovina, dove ogni cosa è violenza e le persone vengono smosse solo da riscontri egoistici o economici. E' lo schiaffo definitivo (per quanto non voluto, ovviamente, e mi perdonino gli amanti del regista danese per un simile accostamento) a Lars Von Trier, il quale, preda di una crisi simile, ha girato una roba ermetica e fredda come Antichrist, un'opera che tiene ben distante lo spettatore e gli impedisce di immedesimarsi nei personaggi, con tutte le conseguenze del caso. Invece, Martyrs dialoga costantemente con chi lo guarda, sottopone il pubblico a un'ordalia non dissimile da quella delle protagoniste, torturandolo psicologicamente con la visione di orrori prevalentemente fisici, ma anche mentali, e ponendogli domande scomode attraverso due modi di affrontare il dolore. 


Da una parte abbiamo Lucie, marchiata da un'infanzia fatta di prigionia e torture, che sfoga attraverso orribili allucinazioni il senso di colpa per essere stata l'unica a fuggire e il conseguente autolesionismo da esso derivato; Lucie cerca i suoi aguzzini, esige vendetta, è (giustamente o meno sta allo spettatore giudicarlo, perché Laugier non si pronuncia) mossa esclusivamente da motivazioni egoistiche, da un folle desiderio di autoconservazione. Dall'altra, abbiamo Anna. Colei che offre amicizia a Lucie fin da bambina, che la ama non ricambiata, che passa ogni singolo minuto di film non solo a sostenerla, ma ad aiutare persino gli sconosciuti, mettendosi nella merda per non abbandonare nessuno e ricevendo in cambio solo dolore. In mezzo, la concezione di "martire". La cosa più amaramente ironica del film è l'esistenza di un'associazione di vecchiacci terrorizzati dalla morte che cercano dei martiri in grado di rivelare loro cosa ci sia "dopo", nell'aldilà. E' ironico, perché questi vecchi sono in grado di offrire la definizione di martire, ovvero "persone eccezionali che [...] si donano" eppure vanno per tentativi, o torturando bambini (innocenti ma, per la loro stessa natura, egoisti ed incapaci di donarsi) o giovani donne a caso, senza capire che il fulcro del martirio è l'amore incondizionato, libero da ogni preconcetto o legame religioso. Si fanno strada a schiaffi, privazioni e umiliazioni, 'sti stronzi, e io purtroppo sarei come Lucie, impossibilitata a vincere la paura perché troppo impegnata a odiarli, a volerli morti, a scappare solo per ripagarli con la stessa moneta. Di sicuro non riuscirei a vedere nulla, né a trascendere, perché i miei occhi sarebbero rivolti solo alla mia sofferenza. Anna, invece, ama nel dolore, ama al punto da arrivare a percepire non ciò che la terrorizza, come quasi tutte le vittime, bensì la voce della persona amata, che la invita proprio a mettere da parte la paura. E' una risoluzione bellissima, perché apre la via ad un finale tra i più originali e sconvolgenti della storia dell'horror.


In un film fatto di violenza e sangue, in cui la macchina da presa indugia sui dettagli più raccapriccianti e non lascia modo allo spettatore di respirare, neppure per un secondo (anche perché le sequenze durante le quali Anna aspetta la prossima tortura sono le peggiori, pregne come sono di angoscia tangibile), è comunque difficile arrivare preparati al martirio finale di Anna. Eppure, non è nemmeno quella la parte più sconvolgente di Martyrs, quanto ciò che si nasconde nell'occhio del martire, del "testimone", lasciato alla libera interpretazione dello spettatore. Persino quelli più vicini, come me, alla mentalità di Lucie, potranno trovare soddisfazione nelle ultime sequenze. Non tanto per l'ultimo atto di improvvisa violenza (anche se non posso negare di avere goduto come un riccio), tanto per la beffa finale di non sapere, di non averne il diritto, e di ritrovarsi costretti a riflettere su cosa rappresenti la luce che ci ha mostrato Laugier, per capire cos'è riuscito a comunicarci Martyrs. Per quanto mi riguarda, ho cominciato a pensare a Il seme della follia e a un racconto kinghiano letto di recente, dal titolo Il viaggio, insomma a un gigantesco, terrificante dito medio da mostrare a quei vecchiacci pavidi e disgustosi, così da annichilire tutte le loro speranze di salvezza. Questo, per inciso, è però un altro dei motivi per cui non guarderò mai più Martyrs finché campo, nonostante lo ritenga un grandissimo horror. La vita è già abbastanza deprimente, subire un'ora e mezza di violenza senza speranza alcuna, per nessun personaggio, mi abbatte e mi abbruttisce, rendendomi ancor più consapevole degli orrori che toccano, quotidianamente, persone ben più sfortunate di me, e di cui Martyrs è sanguinosa metafora. Almeno davanti alla finzione, mi permetto quindi, egoisticamente, di tornare a chiudere gli occhi, consigliandovi però di fare un tentativo e di aprirli, almeno una volta, su una delle opere horror più importanti del nuovo millennio.


Del regista e sceneggiatore Pascal Laugier ho già parlato QUI mentre Xavier Dolan, che interpreta Antoine, lo trovate QUA.


Nel 2015 è uscito il remake USA del film, stroncato all'unanimità da critica e pubblico. Lungi da me recuperarlo allora! ENJOY!

venerdì 8 novembre 2024

Alien - La clonazione (1997)

Con la Spooky Season ho un po' abbandonato la horror challenge (direi ormai fallita) di Letterboxd. Ricomincio oggi con Alien - La clonazione (Alien - Resurrection), diretto nel 1997 dal regista Jean-Pierre Jeunet e scelto dalla collezione video del creatore della challenge.


Trama: duecento anni dopo la sua morte, Ripley viene clonata ibridando cellule umane ed aliene. Assieme a un gruppo di mercenari, si ritrova nuovamente a dover affrontare gli xenomorfi...


Con Alien - La clonazione posso dire di avere finalmente completato il mio recupero della saga, anche se sono quasi sicura che avessi già visto questo film in passato. La cosa ironica è che i fan considerano la pellicola di Jeunet il punto più basso mai raggiunto dal franchise, mentre a me non è sembrata chissà quale aberrazione, così come gli altri non mi sono sembrati chissà quali capolavori, quindi questo non sarà un post disgustato. In Alien - La clonazione Ripley viene, per l'appunto, clonata dopo 200 anni dal sacrificio finale di Alien3. Il risultato è una protagonista assai diversa da quella a cui siamo abituati, un ibrido tra umano e alieno che, probabilmente, è alla ricerca del suo posto nel mondo, ma nel frattempo non si fa menare il belino da chi la ritiene un mostro o un giocattolo da sfruttare. E' una Ripley amara, selvatica e sensuale, ma anche capace di enormi slanci emotivi, con un piede nel mondo umano e l'altro in quello delle creature contro la quale si è scontrata per tutta la vita precedente; si vede che la sceneggiatura è stata scritta da Joss Whedon, perché i tratti di Ripley hanno qualcosa che ricorda Buffy all'inizio della sesta serie, quella che "vive all'inferno perché è stata cacciata dal Paradiso". Allo stesso modo, i comprimari della vicenda, quel mix di mercenari e pirati spaziali ingaggiati dai militari per il più orribile ed ingrato dei compiti, richiamano un po' Firefly e altre opere dello sceneggiatore, forse per questo mi sono sentita a casa guardando Alien - La clonazione (per quanto Whedon sia un uomo di merda, le sue opere televisive mi fanno l'effetto coperta di Linus). Un altro punto a favore della sceneggiatura è l'arrivo di quell'ibrido xenomorfo-umano che mi ha causato un sacco di sentimenti contrastanti, non tutti necessariamente negativi, tra i quali una profonda pena che, sul finale, ha eclissato l'istintivo disgusto provato davanti all'aspetto ben poco rassicurante e le tendenze mordaci della creatura. In realtà, i contrasti mi sono parsi un po' la cifra stilistica dell'opera, nella quale l'orrore va a braccetto con un erotismo mai così esplicito, la modernità degli equipaggiamenti con un gusto quasi gotico per le scenografie e gli oggetti, l'umorismo dei dialoghi con la serietà ingessata che li vede pronunciati.


A tal proposito, ho letto che Whedon si è sempre detto orripilato dal modo in cui è stata trattata la sua sceneggiatura. Non riesco ad immaginare, all'epoca, nulla di più distante tra l'umorismo tongue-in-cheek di Whedon e la natura plumbea del primo Jeunet, quindi la collisione tra mondi dev'essere stata inevitabile e, probabilmente, nelle mani di un altro regista sarebbe uscita fuori una roba completamente diversa, forse più bella, forse più sciocca, chi lo sa. A me, tutto sommato, lo scontro tra queste due anime non è dispiaciuto e sarei stata anche curiosa di capire come sarebbe potuta proseguire la saga, sulla Terra e con queste premesse, ma ormai quel tempo è passato, lo so bene. Anche a livello di regia, credo di avere apprezzato Alien - La clonazione più di Alien3, mi sono sicuramente annoiata meno: la sequenza acquatica è notevole, lo sfogo nel laboratorio anche, le interazioni queer tra Ripley, gli xenomorfi e Call sono una piacevolissima novità e anche quegli alieni lucidissimi, che sembrano ricoperti di latex, hanno incontrato il mio gusto. Inoltre, Alien - La clonazione (una volta tolto di mezzo Dan Hedaya, imbarazzante e fuori posto persino per me, che di Alien non capisco una mazza) è pieno di bellissime facce. A parte una Sigourney Weaver sempre più bella, ci sono un Ron Perlman in formissima, un Brad Dourif che fa quello che gli riesce meglio, ovvero il matto col botto, e Winona Ryder mi ha ricordato che, all'epoca, riusciva a recitare senza limitarsi a fare faccette stralunate. Anzi, il suo "sintetico" Call è forse quello a cui ho voluto più bene in tutta la saga, se non altro perché è l'unico che non me l'ha fatta fare sotto dalla paura quando meno me l'aspettavo, o forse perché è adorabilmente testardo e umano. Ma temo di essere in minoranza, quindi la smetto definitivamente qui e lascio Alien a chi se ne intende davvero!


Del regista Jean-Pierre Jeunet ho già parlato QUI. Sigourney Weaver (Ellen Ripley), Winona Ryder (Call), Dominique Pinon (Vriess), Ron Perlman (Johner), Michael Wincott (Elgyn), Dan Hedaya (Generale Perez), Brad Dourif (Gediman), Raymond Cruz (Distephano) e Leland Orser (Purvis) li trovate invece ai rispettivi link.


Gary Dourdan
, che interpreta Christie, ha partecipato a mille stagioni di CSI come Warrick Brown. Tra i registi che hanno rifiutato l'incombenza di dirigere il film ci sono David Cronenberg e Peter Jackson. Se Alien - La clonazione vi fosse piaciuto, recuperate AlienAliens - Scontro finale, Alien3Prometheus e Alien: CovenantENJOY!  

martedì 22 ottobre 2024

Alien³ (1992)

Seguendo la challenge di Letterboxd, oggi avrei dovuto parlare di Alien - La clonazione, ma che senso avrebbe avuto guardarlo se prima non avessi rivisto Alien³, diretto nel 1992 dal regista David Fincher?


Trama: Ripley sopravvive a un atterraggio di fortuna sul pianeta-prigione Fiorina "Fury" 161 ma scopre che con lei è atterrato anche un alieno...


A dimostrazione di quanto la saga Alien non abbia mai fatto presa sulla mia coscienza di cinefila, neppure ora che, a 43 anni suonati, ne sto riguardando/recuperando i film, comincerò il post dicendo che Alien³ non mi è sembrato così aberrante rispetto ai suoi predecessori. Certo, la coerenza, la solidità che c'erano in Alien e Aliens - Scontro finale qui non si percepisce, ma come potrebbe? David Fincher era al suo primo lavoro importante e, tra ingerenze degli studios, cambi quotidiani di sceneggiatura, pressioni per finire di girare in tempo entro una data d'uscita già definita, è un miracolo che il regista non sia fuggito a gambe levate lasciando la produzione dopo mezza giornata. Tutto ciò ha riempito innanzitutto il film di incongruenze a livello di sceneggiatura e contribuito a rendere alcuni passaggi oscuri, per non parlare di un paio di personaggi che perdono o acquistano importanza apparentemente senza alcun senso, eppure l'atmosfera di tragico, ineluttabile nichilismo, che sarebbe poi esplosa nell'opera più famosa di Fincher, Seven, qui è palpabile fin dall'inizio. In Alien³ non c'è speranza per nessuno. Un potenziale nucleo familiare viene spazzato via con una spietatezza agghiacciante, un sentimento in boccio stroncato alla radice da fiotti di sangue, una flebile speranza di sopravvivenza viene consegnata a chi ne è privo da anni ma l'unica, reale fonte di salvezza e autodeterminazione è la morte. Una morte temuta, certo, ma chiesta più volte come dignitosa conclusione di una battaglia perduta a causa delle macchinazioni di chi non rispetta la vita umana e guarda solo ad uno squallido profitto. E' difficile, se non addirittura impossibile, affezionarsi ai detenuti di Fiorina 161, questo è certo, ma è altrettanto impossibile non amare la Ripley umanissima e stanca di Alien³, la fragilità che trasuda da una tempra d'acciaio ormai fiaccata da innumerevoli traumi, sia fisici che psicologici. Il film di Fincher non diverte mai, piuttosto angoscia per il suo "mai una gioia" reiterato, eppure lo trovo apprezzabile proprio per questo motivo, chiamatemi pazza.


In Alien³, poi, ho trovato quello che per me, al momento, è il miglior personaggio della saga, il medico "decaduto" Clemens di Charles Dance. Pacato, gentile, dotato di britannico aplomb e mai fuori posto (tranne in una scena, porca di quella miseria...), sarei stata ore a guardarlo e sentirlo raccontare la sua triste storia, aggrappandomi alla sciocca speranza di un happy ending che negli Alien in generale, e Alien³ in particolare, è più raro dell'ossigeno. Anzi, a dire il vero mi ha intrattenuto più l'elemento umano di quello alieno. Per quanto mi riguarda, infatti, il vero difetto di Alien³ è, innanzitutto, uno xenomorfo abbastanza orripilante, realizzato con effetti speciali che sembrano molto più vecchi di quelli utilizzati nel '79, poi uno scontro finale che a me è sembrato soporifero. Mai avrei pensato di addormentarmi guardando un Alien (soprattutto perché Alien³ è molto gore), eppure è successo, e l'ultima mezz'ora si è trasformata in un'ora di click sul tasto rewind del telecomando. Non so se è stata colpa dei setting tutti uguali, resi ancora più uggiosi da una cupa monocromia, se è un problema della regia inesperta, del montaggio o del sembiante assai simile dei vari detenuti (avendo ormai difficoltà a ricordare i nomi dei personaggi, l'unica speranza è avere personaggi interpretati da attori dal volto molto familiare, come quello di Pete Postlethwaite), ma prima del gran finale ammetto di essermi persa più volte, ben poco convinta dalla trappola architettata ai danni dello xeno-cane. So che del film esiste una "Assembly Cut", chiamata così perché Fincher, ancora rivoltato dall'esperienza a distanza di anni, si è rifiutato di rimettere mano al girato e ha dato via libera a chiunque volesse riproporlo senza tagli, e forse il modo migliore per fruire di Alien³ sarebbe guardarla prima di emettere giudizi, ma al momento sono a posto così e mi accontento di quanto di buono è rimasto nella versione che potete trovare su Disney +.


Del regista David Fincher ho già parlato QUI. Sigourney Weaver (Ripley), Charles S. Dutton (Dillon), Charles Dance (Clemens), Paul McGann (Golic), Ralph Brown (Aaron), Holt McCallany (Junior), Lance Henriksen (Bishop II) e Pete Postlethwaite (David) li trovate invece ai rispettivi link.


Richard E. Grant
aveva fatto il provino per il ruolo di Clemens, in quanto David Fincher è un grande fan di Shakespeare a colazione e avrebbe voluto riunire Grant a Paul McGann e Ralph Brown. La produzione, purtroppo, ha ritenuto l'attore troppo mite per l'ambiente carcerario e ha preferito dare il ruolo a Charles Dance. Ciò detto, se Alien³ vi fosse piaciuto, recuperate Alien, Aliens - Scontro finale, Alien - La clonazione, Prometheus e Alien: CovenantENJOY!  

martedì 15 ottobre 2024

Il fantasma dell'opera (1925)

Il tema odierno della challenge horror di Letterboxd era "gothic". La scelta è caduta su Il fantasma dell'opera (The Phantom of the Opera), diretto nel 1925 dal regista Rupert Julian (e molti altri).


Trama: innamorato della cantante Christine, il Fantasma dell'Opera di Parigi, orribilmente deforme, usa ogni mezzo per ottenere il cuore della sua protetta, scatenando il terrore...


Pur amando il cinema in generale e l'horror in particolare, mi mancano parecchi capisaldi. La challenge di Letterboxd (che, per inciso, do già per fallita, visto che, al momento in cui scrivo, è fine settembre e sono arrivata appena a metà sfida) mi ha spinta a recuperare molte opere che rientrano nel novero di questi capisaldi, e uno è proprio Il fantasma dell'Opera. Del romanzo di Gaston Leroux conosco solo la versione musical e un paio di horror a esso ispirati, oltre a Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma, quindi diciamo che ho una percezione molto falsata della storia, più legata alle sue rappresentazioni teatrali; non a caso, mentre guardavo il film del 1925, stavo molto attenta allo score musicale, e potrei giurare che qualcosina sia finita nel capolavoro di Andrew Lloyd Webber, anche solo a livello di ispirazione. Ma torniamo al film di Rupert Julian, un pastiche a cui ha messo mano sicuramente il regista Edward Sedgwick, responsabile delle sequenze finali, e forse persino Lon Chaney. Julian non era granché rispettato nell'ambiente e cast e troupe facevano, giustamente, quello che volevano, cosa che si riflette sulla resa finale del film. Infatti, Il fantasma dell'Opera è statico anche per gli standard dell'epoca, nonché privo di uno stile riconoscibile, ma spicca per la grandeur delle scenografie, una più spettacolare dell'altra, e per il terrore puro che Lon Chaney è in grado di infondere ancora oggi. L'Erik di Chaney non è il villain romantico, l'"Angel of Music" che affascina Christine con la sua "Music of the Night", sdoganato da quasi tutte le versioni seguenti (lasciamo pure perdere quella di Argento, in cui la Christine più scema di sempre si barcamena, letteralmente, tra lui e Raoul), bensì un folle nato con un sembiante mostruoso, esperto di magia nera e malvagio dentro e fuori. Il Fantasma del 1925 non suscita alcuna pietà e non si limita ad uccidere le persone, arriva persino a torturarle ingannando più volte la terrorizzata Christine; un epilogo privo di compassione come quello girato da Sedgwick risulta dunque più che naturale, sia in termini di spettacolarizzazione, sia per venire incontro a quegli happy ending violenti e risolutivi che tanto piacciono al pubblico americano, ben poco convinto da un finale originale in cui il Fantasma moriva di crepacuore dopo avere rinunciato a Christine per amore. 


Tornando a Lon Chaney, il film è passato giustamente alla storia per il terrificante make-up da lui creato ed applicato personalmente, e non fatico a credere che qualcuno sia svenuto alla rivelazione del volto di Erik, in una delle scene più genuinamente sorprendenti del genere horror. Parlare di jump scare sarebbe improprio, perché la rivelazione viene anticipata dai dialoghi in cui Erik ammonisce Christine a non tentare di togliergli la maschera e dal modo quasi giocoso, pregno di sciocca curiosità femminile, con cui la cantante disobbedisce (per inciso, Mary Philbin è splendida, adorabile); ma la scena della rivelazione, con l'inquadratura che passa da laterale a frontale con uno stacco così subitaneo che il volto di Chaney sembra saltargli fuori dal corpo nemmeno stessimo parlando di uno di quei tremendi pupazzi a molla, mi ha fatto cadere la mascella anche nell'anno del Signore 2024, guardando il film su Youtube. Un'altra cosa che mi ha molto stupita è l'uso del colore, indice dell'enorme sforzo economico infuso dal produttore Carl Laemmle, che evidentemente credeva moltissimo nel progetto. Nella versione che ho visto io (la trovate gratuitamente sul canale Youtube Cult Cinema Classics), la scena della Maschera della Morte Rossa è colorata e sfarzosa, un tripudio di comparse, set dettagliati e abiti sgargianti che surclassa quelle monocrome, già molto sontuose, durante le quali viene rappresentato il Faust, inoltre la chicca del mantello rosso viene mantenuta quando Erik ascolta di nascosto i piani di Christine e Raoul sul tetto dell'Opera. Noterete che mi sono riferita alle sequenze del film usando il termine "monocromo", ora vi spiego. L'utilizzo del Technicolor è una scelta originale della produzione dell'epoca, di questo sono certa, ma la versione de Il fantasma dell'opera che ho trovato su Youtube è praticamente priva di scene in bianco e nero. La pellicola risulta colorata di ambra, giallo, blu, porpora, a seconda degli ambienti rappresentati e dei toni delle scene, e non riesco a trovare informazioni chiare che mi tolgano il dubbio se questa colorazione fosse già presente nel 1925 oppure se sia stata introdotta nei restauri/riedizioni seguenti. Se qualcuno mi illuminasse nei commenti gliene sarei grata, intanto ribadisco la gioia di essermi goduta questa perla horror che conoscevo solo di fama e, neanche a dirlo, vi consiglio di recuperarla!

Rupert Julian è il regista della pellicola. Neozelandese, ha diretto film come The Right to Be Happy, The Kaiser, the Beast of Berlin e Creaking Stairs. Anche attore, sceneggiatore e produttore, è morto nel 1943 all'età di 64 anni.


Lon Chaney
(vero nome Leonidas Frank Chaney) interpreta il Fantasma. Americano, lo ricordo per film come Il gobbo di Notre Dame e Il trio infernale. Anche regista e sceneggiatore, è morto nel 1930 all'età di 47 anni.


Mary Philbin
, che interpreta Christine Daae, ha partecipato anche al film L'uomo che ride. Se Il fantasma dell'opera vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Il fantasma dell'opera di Joel Schumacher , Il fantasma del palcoscenico e Il fantasma dell'Opera con Robert Englund. ENJOY!

venerdì 4 ottobre 2024

Il mistero della donna scomparsa (1988)

Il tema della challenge di oggi era "horror uscito quando avevi 7 anni" (sospiro), così ho scelto Il mistero della donna scomparsa (Spoorloos), diretto e sceneggiato nel 1988 dal regista George Sluizer.


Trama: durante una vacanza in Francia, Saskia scompare misteriosamente. Il compagno, Rex, non si arrende e continua a cercarla anche dopo tre anni, fomentato dalle cartoline inviate periodicamente dal rapitore...


Ricordo che, quando ero ragazzina, passava spesso in televisione The Vanishing - Scomparsa. In tutta onestà, quando Letterboxd mi ha proposto The Vanishing, credevo intendesse proprio quel film, perché non avevo affatto idea che esistesse un originale olandese, e non ero molto per la quale all'idea di riguardarlo. Infatti, non credo di averlo mai finito, all'epoca (o forse sì, ma chissà) e l'unica cosa che mi è rimasta, ripensandoci, è un'indefinita sensazione di noia. Questa sensazione, invece, non si è presentata per nulla durante la visione di Spoorloos (il titolo italiano è troppo lungo da scrivere), film che più angosciante non si può, in grado di catturare lo spettatore con una sceneggiatura e un montaggio che molte opere moderne si sognano. Il che è buffo, se ci si pensa, perché la trama è semplicissima. Durante un viaggio in Francia, Saskia sparisce senza lasciare traccia, lasciando il compagno Rex preda dell'angoscia e condannandolo a vivere nel suo ricordo, impegnato in una forsennata ricerca della verità e "pungolato" dalle cartoline del rapitore, il quale, di tanto in tanto, gli propone incontri perennemente disattesi. Ciò che viene rappresentato in Spoorloos, tuttavia, non sono le indagini di Rex, né tantomeno la sua eventuale caccia al rapitore, ma un continuo alternarsi di punti di vista tra vittima e criminale, tra un presente in cui Saskia non c'è più e un passato in cui un omino insignificante ma dalle tendenze sociopatiche ha deciso di sfidare il concetto di destino dimostrando di poter rapire una persona. Probabilmente non riuscirò a spiegarvi la tensione, l'angoscia e il nervoso che suscita la visione di Spoorloos, perché non credo di avere sufficienti mezzi espressivi a disposizione, ma il risultato di questi continui shift temporali e del montaggio alternato è quello di ritrovarsi in costante tensione, sperando stupidamente in un miracolo che sappiamo non essere mai avvenuto. Il rapitore, infatti, incarna la banalità del male, è meticoloso ma alle prime armi, e ha dalla sua un'enorme fortuna che bilancia i neri, ironici momenti in cui dimostra tutta la sua inesperienza. E' lì che tu preghi in un intoppo stupido che possa salvare Saskia dal suo destino, in un lampo che illumini Rex e lo spinga a ridurre Raymond a un grumo sanguinolento, dimenticando, scioccamente, che tutto ciò che Sluizer mostra sullo schermo è già avvenuto anni prima, ed è questa la forza del film.



E' stato proprio George Sluizer, anni dopo, a dirigere il remake americano, e mi fa strano pensare di essermi annoiata guardandolo, quindi immagino che la struttura del film sia diversa e, in qualche modo, ulteriormente semplificata, con qualche aggiunta di dettagli inutili ma fondamentali per il pubblico americano. Spoorloos, invece, è scevro di orpelli, asciutto nel suo delineare con pochi dettagli sia il legame tra Saskia e Rex (molto realistico, soprattutto durante il litigio in galleria, funzionale ad aumentare l'angoscia dello spettatore) sia la personalità distorta di Raymond, un manipolatore la cui vera natura viene probabilmente percepita solo dalla figlia maggiore, palesemente a disagio in sua presenza, a differenza della sorellina più solare. La cosa più interessante di Spoorloos è indubbiamente il montaggio, che disorienta lo spettatore e lo rigira come vuole, mettendolo ora nei panni di Raymond, ora in quelli di Rex (illudendoci, tra l'altro, di godere di una conoscenza a lui preclusa e di conseguente, maggior sicurezza, quando alla fine basta un attimo a fregare anche noi e farci ripiombare nell'incubo), e c'è almeno una sequenza che, con eleganza infinita, ci dice esattamente come andrà a finire il film, ma anche le interpretazioni degli attori sono spettacolari. In particolare, Bernard-Pierre Donnadieu dà vita a uno dei criminali più abietti della storia del cinema, con quell'aria di perenne soddisfazione e superiorità che farebbe perdere la pazienza a un santo, per non parlare della serenità con la quale compie alcune delle azioni più aberranti che si possano pensare solo per il gusto di sfidare il fato (se ripenso al "vous l'avez-violée?" seguito dall'espressione alla "ma che orrore, figuriamoci, non sono mica un mostro!!!" mi viene da vomitare), ma anche Johanna ter Steege e Gene Bervoets rimangono impressi con la loro naturalezza, e viene istintivo affezionarsi ai loro personaggi. Se non avete mai visto Spoorloos, o Il mistero della donna scomparsa, il mio consiglio è dunque di dimenticarvi di The Vanishing - Scomparsa e di dare una chance al suo predecessore, perché film così non se ne girano più!

George Sluizer è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto anche il remake USA del film, The Vanishing - Scomparsa. Anche produttore e attore, è morto nel 2014, all'età di 82 anni.


Bernard-Pierre Donnadieu
, che interpreta Raymond, ha partecipato al film L'inquilino del terzo piano. Se il film vi fosse piaciuto recuperate The Vanishing - Scomparsa. ENJOY!

mercoledì 4 settembre 2024

Aliens - Scontro finale (1986)

La challenge di oggi voleva un film degli anni '80 e ho scelto così Aliens - Scontro finale (Aliens), diretto e co-sceneggiato nel 1986 dal regista James Cameron e vincitore di tre premi Oscar: Migliori effetti speciali, Miglior colonna sonora originale, Miglior montaggio sonoro.


Trama: l'astronave di Ripley viene ritrovata e la donna viene svegliata dal sonno criogenico dopo più di 50 anni. Il ritorno sulla Terra risulta difficile, ma non quanto dover tornare sul planetoide dove il suo equipaggio era stato sterminato dall'alieno, ora trasformato in una colonia...


Avrò sicuramente già scritto che la saga di Alien non è tra le mie preferite e che, di conseguenza, avrò visto i film che la compongono solo una volta, al massimo un paio. Ciò vale anche per Aliens - Scontro finale, che ricordavo di aver visto intorno al 1997 e poi mai più, ispirata (non ridete) dalla cassetta X-Terror Files 2, che conteneva un riadattamento della colonna sonora inframezzato da alcuni degli iconici dialoghi, in primis il "Get away from her, you bitch!" finale. E' stato dunque come guardare un film inedito, completamente diverso dal predecessore, che invece avevo ancora ben fresco in mente. Aliens, a differenza di Alien, non è un horror ma un action di fantascienza, carico di quelle vibes anni '80 che tanto fanno andare in visibilio chi è figlio di quei tempi come me. Nonostante questo, è anche un film modernissimo, ovviamente. Ripley, che nel primo capitolo veniva fatta assurgere a protagonista in maniera inaspettata, dopo un primo atto passato quasi completamente nell'ombra, è il fulcro della storia fin dall'inizio, nonché baluardo contro tutto ciò che è all-american e testosteronico, dal capitalismo sfrenato che non guarda in faccia a nessuno per il profitto, ai fucili automatici più grossi di coloro che li impugnano. Ripley è l'estranea dell'equipaggio, con tutti i suoi traumi, le sue diffidenze e il suo carattere stundaio, ma nel giro di poco si guadagna il rispetto e la fiducia del gruppo di marine impegnati nella missione su LV-426. Questo perché Ripley, in questo film, non lotta per la sua salvare se stessa, bensì la piccola Newt, unica sopravvissuta alla mattanza degli alieni, e ciò la rende ancora più umana e fondamentale, così come rende Aliens meno freddo e, passatemi il termine, più "avventuroso" rispetto all'algido capolavoro di Ridley Scott. Come ho scritto sopra, sono due generi diversi, ed è inevitabile. Lo spettatore sa già cosa aspettarsi dai ferocissimi xenomorfi; la tensione non manca, così come non mancano un paio di scene schifosette, ma gli alieni sono meno subdoli e più diretti, Cameron punta tutto su un gran dispendio di armi ed esplosioni, con un confronto col "boss finale" che risulta in uno scontro fisico tra titani e tra due tipi di istinto materno, diversi ma speculari.


Chi, come me, non è legato alla saga ma ha guardato da poco Avatar, si potrà divertire a trovare già in questo Aliens embrioni di un sacco di armi, armature, equipaggiamenti e personaggi, se ci fosse ancora bisogno di testimoniare la genialità di James Cameron e la modernità del suo spettacolare modo di fare cinema. Non a caso, gli effetti speciali reggono alla perfezione l'usura del tempo. Nell'Alien di Ridley Scott sembrava tutto, volutamente, già vecchio e squallido, Aliens rende invece protagonisti complicati ma funzionali esempi di ingegno umano (che nulla possono contro gli xenomorfi, ma questo è un altro discorso) e, dal momento in cui compaiono gli alieni titolari, è impossibile non rimanere a fissare lo schermo a bocca aperta. A proposito degli alieni, è impressionante il loro attacco ed è impressionante il loro realismo sia nelle inquadrature ravvicinate sia quando brulicano addosso ai poveri marine, per non parlare della terrificante "madre" annidata in una delle scenografie più genuinamente raccapriccianti della storia del cinema; se già lo xenomorfo del primo Alien aveva una sua perversa personalità, la Regina è un incubo gigante di tremenda intelligenza, un inarrestabile concentrato di odio che, da sola, decreta la superiorità degli effetti pratici su qualunque frutto della grafica computerizzata. E anche il cast, ovviamente, ha buona parte del merito della riuscita di Aliens. Sigourney Weaver è sempre iconica e il suo personaggio si arricchisce di ulteriore profondità grazie al legame, tenero e credibile, con la piccola Newt, ma gente come Lance Henriksen, Bill Paxton e Jenette Goldstein sono le ciliegine sulla torta di un parterre di marine indimenticabile, benché sfortunato, e non lo dico solo perché, grazie a questo film, è stato realizzato quel trionfo di Il buio si avvicina. Per l'ennesima volta, la challenge horror (anche se Aliens - Scontro finale di horror ha poco o nulla) mi ha dato delle gioie e mi ha spinta a riguardare un film che, nella mia pigrizia, non sarei riuscita a recuperare nemmeno con l'uscita di Romulus, cosa che invece ha fatto Lucia, con la sua bella rassegna che vi invito a leggere, perché scritta con competenza e passione, a differenza di questo post. D'altronde, sono scoppiata a ridere pensando a Cartman nel momento esatto in cui Newt ha detto "Molto spesso vengono di notte. Molto spesso", quindi sono proprio una brutta persona. 
 

Del regista e co-sceneggiatore James Cameron ho già parlato QUI. Sigourney Weaver (Ripley), Michael Biehn (Hicks), Lance Henriksen (Bishop), Bill Paxton (Hudson), William Hope (Gorman), Jenette Goldstein (Vasquez) e Mark Rolston (Drake) li trovate invece ai rispettivi link. 

Paul Reiser interpreta Burke. Americano, lo ricordo per film come Beverly Hills Cop - Un piedipiatti a Beverly Hills, Beverly Hills Cop II - Un piedipiatti a Beverly Hills II, Bella, bionda... e dice sempre sì, Storia di noi due, Dietro i candelabri, Whiplash, The Darkness e serie quali Innamorati pazzi, The Boys e Stranger Things. Anche sceneggiatore e produttore, ha 68 anni e un film in uscita, inoltre tornerà nell'ultima stagione di Stranger Things


Stephen Lang aveva fatto l'audizione per i ruoli di Burke e Hicks, mentre per quanto riguarda Bill Paxton c'è stato il serio rischio di vederlo come Zed in Scuola di polizia 2: Prima missione e per fortuna ha preferito accettare la parte di Hudson o non avremmo mai avuto Bobcat Goldthwait! Per brindare allo scampato pericolo, recuperate AlienAlien 3, Alien - La clonazione, Prometheus, e Alien: Covenant. ENJOY!  



venerdì 9 agosto 2024

Tumbbad (2018)

La challenge di oggi prevedeva un horror indiano, così ho scelto Tumbbad, diretto nel 2018 dal regista Rahi Anil Barve.


Trama: Tumbbad è una città maledetta dagli dèi, che tuttavia nasconde al suo interno un enorme tesoro. Autoproclamatosi erede del luogo, Vinayak affronta la maledizione per arricchirsi...


Non conosco affatto il cinema indiano, e già solo definirlo "cinema indiano" probabilmente è un errore in partenza, vista la miriade di etnie, lingue e produzioni che costellano la cinematografia del luogo. Mi sono dunque messa a guardare Tumbbad con inusuale curiosità, catturata fin dall'inizio dalla natura fiabesca e folkloristica dell'opera. Il film inizia col racconto della leggenda di Hastar, primogenito della Dea della Prosperità, condannato al perpetuo oblio dopo aver rubato tutto l'oro degli dei e aver tentato di sottrarre loro anche il cibo. Benché sia stato proibito venerare e persino nominare Hastar, gli uomini hanno eretto un tempio in suo onore all'interno della città di Tumbbad, divenuta così un luogo maledetto e funestato da piogge perenni. La vicenda vera e propria comincia nel 1918 e segue l'infanzia di Vinayak, depositario, assieme alla madre, del segreto di Tumbbad e mosso dal desiderio di recuperare il favoleggiato tesoro nascosto all'interno della città. Pur consapevole dell'orrore che attende chiunque cerchi di recuperare il tesoro, Vinayak è un "avido bastardo" e, crescendo, non può fare a meno di ignorare gli avvertimenti della madre e tentare di arricchirsi con la sua "eredità", con tutto ciò che ne consegue. Non starò a fare troppi spoiler, ma Tumbbad è bello per la sua natura di favola nera, di cui contiene tutti i topoi. C'è un tesoro da recuperare con astuzia, un po' come faceva Aladino, accontentandosi di poche monete per volta pena un destino orribile, e la morale di fondo invita a non essere avidi; in più, il terribile Hastar brama la farina più dell'oro e ciò offre la possibilità di poterlo ingannare con qualcosa di semplice ma indispensabile al sostentamento umano, e anche questo è un elemento tipico delle favole. L'elemento fantastico diventa metafora della storia coloniale dell'India (non a caso il film tocca tre diversi periodi storici fondamentali per l'indipendenza del Paese) e anche, più in generale, di un capitalismo che viola il ventre della madre Terra, sacrificando risorse importanti per fare la bella vita con pochi spiccioli e ammassare il resto fuori dalla portata di chi ne avrebbe davvero bisogno.


La trama "semplice" di Tumbbad è impreziosita da aspetti tecnici che farebbero impallidire le produzioni occidentali più blasonate. Al di là del fatto che la CGI possa piacere o meno, quindi l'unica cosa che avrei cambiato del film è Hastar, che ho trovato orrendo, la cura delle scenografie (con un ventre della Dea particolarmente umidiccio e realistico), dei costumi e degli effetti speciali è incredibile (l'idea che il film sia stato girato nel corso di anni, così da sfruttare i monsoni veri per ricreare la pioggia battente sulla città titolare, mi ha sconvolta). Coadiuvata da una fotografia splendida che trasforma ogni scorcio naturale, urbano o fantastico in una vista mozzafiato, la macchina da presa si lancia in inquadrature ardite e dinamiche, quindi la parte horror ambientata all'interno di sotterranei o labirintici edifici poco illuminati è sorprendente e ansiogena come pochi, perché non segue i blandi, prevedibili jump scare occidentali. Inoltre, il design delle creature è interessante e la "nonna" di Vinayak fa davvero paura, cosa che mi ha spinta a preferire la prima parte rispetto alla seconda e alla terza, più legate a un percorso di progressiva distruzione del protagonista quindi meno spaventose, salvo per un paio di sequenze da brividi. Per quanto riguarda Vinayak, l'attore Sohum Shah, anche produttore del film, è bravissimo a dare vita a un personaggio insopportabile, che causa sentimenti ambivalenti: da una parte, ci ritroviamo nostro malgrado a tifare per Vinayak e la sua avidità, mitigata da pochi sprazzi di pietoso altruismo, dall'altra lo vorremmo vedere morto in quanto perfetto rappresentante di una società fortemente maschilista, dove i padri ignorano o disprezzano i propri figli, e questi ultimi, se maschi, tendono ad ignorare le madri, voci della ragione tenute spesso all'oscuro di ciò che accade al di fuori del focolare. Ma forse questo è un punto di vista troppo occidentale per essere sensato, e lo stesso vale per la reazione sconvolta che ho avuto davanti alla colonna sonora, che per tre-quattro volte offre un riassunto cantato di ciò che sta accadendo sullo schermo, neanche ci trovassimo davanti a un musicarello. Come ho scritto all'inizio, purtroppo non conosco il cinema indiano, quindi mi stupisco per le cose più cretine, quando magari questi momenti musicali sono la norma. Comunque, è una particolarità in più che non inficia per nulla la qualità della pellicola, anzi, la rende ancora più originale e interessante, quindi vi invito a recuperare Tumbbad e guardarlo in completa fiducia! 

Rahi Anil Barve è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, per ora al suo primo lungometraggio. Ha 45 anni e un film in uscita.



venerdì 26 luglio 2024

Pumpkinhead (1988)

La challenge di oggi prevedeva di scegliere l'horror solo in base all'ispirazione della locandina. Ecco perché ho scelto Pumpkinhead, diretto nel 1988 dal regista Stan Winston.


Trama: dopo la morte del figlioletto, Ed decide di vendicarsi evocando un terribile demone che non fa distinzione tra colpevoli e innocenti...


La fine degli anni '80 era, evidentemente, il periodo degli horror in cui morivano dolci frugoli biondi il cui destino infingardo scatenava tragedie ancor più grandi. Il dolore annulla il giudizio, non c'è nulla da fare, e se Louis Creed decideva di andare contro la morte stessa pur di riavere indietro il piccolo Gage, con conseguenze che ben sappiamo, Ed Harley si "accontenta" di esigere furiosa vendetta contro gli scappati di casa che gli hanno investito il figlio, ma il risultato per entrambi è la perdita dell'anima e dell'umanità. Il veicolo della vendetta di Ed è Pumpkinhead, creatura nominata in una poesia di Ed Justin che funge da canovaccio per la storia raccontata nel film: Pumpkinhead è cattivo e, soprattutto, spietato, "la vendetta è un divertimento che persegue con passione", senza mai stancarsi o dimenticare, e non ci sono porte o finestre sprangate, né cani da guardia che lo tengano lontano dal suo obiettivo. A fare le spese di queste caratteristiche sono un branco di giovinastri con le marmitte scureggianti, a onor del vero meno cattivi di altri loro emuli cinematografici. L'unico che meriterebbe di venire appeso per le palle è l'esecutore materiale dell'investimento in moto, gli altri, più o meno, tentano di aiutare il bambino morente e, miracolo dei miracoli, non fuggono dalle loro responsabilità. L'unica loro colpa, in realtà, è di non avere la spina dorsale di prendere e saccagnare di botte il bulletto del gruppo, ma cosa può importare ad un padre reso folle dalla perdita? Nulla, infatti il dramma umano è interamente di Ed, vero fulcro della vicenda e personaggio stundaio, sì, ma col quale si simpatizza fino alla fine anche in virtù della sua capacità di spiccare all'interno di una comunità di campagnolassi stereotipati e fuori dal tempo (a farmi terrore, più di Pumpkinhead, è stata la vista di quei bambinelli sporchi e promiscui che gridano "inbred" in ogni fotogramma!). E poi, lo interpreta Lance Henriksen, quindi di cosa stiamo parlando?


Lance Henriksen
, per l'appunto, ci mette del suo e ha il physique du rol per interpretare un uomo duro, ai margini della società, sempre un po' a braccetto con quella follia che esplode nel momento in cui Ed sceglie di chiedere aiuto alla megera del paese e disseppellire l'orrido Pumpkinhead, che è poi la cosa splendida del film. Stan Winston è uno dei pochi, veri re degli effetti speciali, e in realtà gli era stato chiesto di partecipare alla pellicola in tal veste, ma si è entusiasmato così tanto che ha deciso di dirigerla e affidare la realizzazione della creatura ai tecnici del suo laboratorio. Questi ultimi hanno lavorato benissimo. Figlio illegittimo di uno xenomorfo e un demone, Pumpkinhead è uno splendore tangibile, non teme le sequenze in cui si vede a figura intera, chiaro come il sole, e neppure i primi piani, tanto è ben realizzato; trucchi prostetici, attori versatili, trampoli e arti mossi da tecnici nascosti fanno miracoli e mandano tranquillamente al diavolo la CGI posticcia a cui siamo abituati oggi, incapace di veicolare quel terrore fisico che è appannaggio esclusivo degli effetti speciali artigianali. Ecco perché, nonostante la presenza di attori secondari un po' (tanto) cani e qualche incertezza a livello di regia e ritmo, Pumpkinhead risulta tuttora un film divertente e pauroso, con parecchie scene goduriose non soltanto per il gore ma anche per l'ottima ambientazione rurale e la suggestiva rappresentazione della vecchia strega Haggis e della sua catapecchia sperduta nei boschi. In Italia, chissà perché, questo film non è mai arrivato, ma recuperatelo se ne avete occasione, è ottimo non solo sotto Halloween ma anche per le calde serate estive!  


Di Lance Henriksen (Ed Harley) e George 'Buck' Flower (Mr. Wallace) ho parlato ai rispettivi link. 

Stan Winston è il regista della pellicola. Americano, principalmente conosciuto come truccatore e tecnico degli effetti speciali (Ha vinto quattro Oscar, uno per gli effetti speciali di Aliens - Scontro finale, uno per gli effetti speciali e uno per il trucco di  Terminator 2 - Il giorno del giudizio, uno per gli effetti speciali di Jurassic Park), ha diretto un altro lungometraggio, Lo gnomo e il poliziotto. Anche produttore, assistente regista, scenografo, attore sceneggiatore e costumista, è morto nel 2008, all'età di 62 anni.


La Amy di The Big Bang Theory, l'attrice Mayim Bialik, compare bambina nei panni di una dei figli di Mr. Wallace. Il film ha generato tre seguiti, che non ho mai visto: Pumpkinhead II: Blood Wings, Ceneri alle ceneri - Pumpkinhead 3 e Faida di sangue - Pumpkinhead 4. Se Pumpkinhead vi fosse piaciuto recuperateli! ENJOY!

venerdì 19 luglio 2024

The Descent (2005)

L'horror per la challenge di oggi doveva essere originario del Regno Unito. Ho quindi scelto di vedere per la prima volta The Descent, diretto e sceneggiato nel 2005 dal regista Neil Marshall.


Trama: un gruppo di amiche, il cui legame si è affievolito nel tempo a causa di un terribile incidente, decide di esplorare delle grotte sperdute. Pessima scelta...


Non chiedetemi perché non avessi mai guardato The Descent prima di qualche settimana fa, ormai dovreste saperlo che ho delle lacune grosse come dei tir. Ma non divaghiamo, l'importante prima o poi è riuscirci e pentirsi del tempo passato senza conoscere questo piccolo gioiello di suspense e orrore. Un film che, per quanto mi riguarda, fa molta più paura prima che arrivino i mostri, perché evidentemente un po' della claustrofobia paterna l'ho ereditata. The Descent racconta, come da titolo, la discesa in un complesso di caverne di un gruppo di amiche appassionate di sport estremi. Queste sei amiche si trovano in un momento in cui il loro legame si è indebolito parecchio, a causa di un terribile incidente accorso a Sarah, che pesa come un macigno (per motivi che non vi spoilero) soprattutto su Juno e Beth. Per tornare a rinsaldarlo, Juno propone di passare un weekend ad esplorare grotte, senza rivelare che la meta scelta non è un complesso turistico e noiosino fatto di percorsi sicuri, quanto piuttosto un luogo inesplorato dove le nostre, inevitabilmente, rimangono bloccate. L'atmosfera di The Descent è pesante fin dall'inizio, scuote i nervi dello spettatore con un incidente totalmente inaspettato che farebbe invidia a Final Destination e ci consegna una protagonista spezzata, senza più uno scopo nella vita. La "discesa" diventa, per estensione, non solo fisica, ma un'immersione psicologica in ricordi ed esperienze rimossi, in una situazione talmente terribile da togliere il respiro, in un buio che ci rende ciechi. Dalle amiche di una vita non arriva alcun aiuto, anzi, la maggior parte delle protagoniste sono ininfluenti e da parte di Juno e Beth c'è tanta buona volontà ma anche la palese sensazione che ci sia qualcosa che non va, che i rapporti siano irrimediabilmente rovinati nonostante un tardivo ed "eroico" impegno. Tutto questo disagio, ovviamente, esplode nel momento in cui l'esplorazione delle caverne si rivela più difficile e pericolosa del previsto, in un crescendo di claustrofobia e vertigini, tra persone che rimangono bloccate nei cunicoli senza quasi riuscire a respirare e altre che devono superare profondi e cupi abissi. E tutto ciò prima ancora che subentri l'elemento horror.


Nonostante il simbolismo di morte e rinascita, presente sia nella trama che nelle immagini, The Descent non è un film "elevated". E' una macchina costruita per spaventare, con in mente ben chiare le regole del genere, ed è un giro sulle montagne russe che non perde mai ritmo e, soprattutto, non fa sconti. I cunicoli ricostruiti in studio vedono strisciare al loro interno donne sempre più sporche e disperate, perse all'interno di un mondo oscuro rischiarato solo dalle luci di segnalazione (ottima trovata per mantenere sempre illuminato il set, sostenuta da una fotografia chiara, mentre al buio totale si sopperisce con le sempre terrificanti - almeno per me - riprese all'infrarosso), e quando arrivano i mutanti del sottosuolo lo schifo si spreca. Tra pozze di sangue, distese di cadaveri mangiussati e bava che cola copiosa, le sequenze in cui lo stomaco si chiude sono innumerevoli, e altrettante sono le scene in cui la violenza esplode senza filtri, tra momenti di pura soddisfazione sterminatrice e altri in cui viene voglia di distogliere lo sguardo dallo schermo e andarsi a fare un giro. Dovessi proprio trovare un difetto a The Descent, è la maggior parte delle attrici. Purtroppo Prime Video ha solo l'audio italiano, quindi non mi sono goduta le loro "vere" performance, ma per quanto mi riguarda solo Shauna Macdonald e Natalie Mendoza sono degne di imprimersi nella memoria; la prima segue proprio un percorso di evoluzione (o sarebbe meglio parlare di regressione al primitivo? Bella domanda) che da sciapa biondina prostrata dal dolore la trasforma in antieroina grondante cazzimma, la Mendoza è una macchina da fitness che posso solo invidiare, visto che al suo posto non sarei arrivata nemmeno a incrociare i mostri cannibali, ma sarei morta ben prima. Il resto delle protagoniste non mi ha colpita particolarmente, ma per fortuna i mostri di cui sopra sono invece un bel trionfo di make-up e inquietanti movenze fisiche, che rischiano di popolare gli incubi dello spettatore per lungo tempo dopo la visione di The Descent. Un film apprezzabile anche per il finale bellissimo e spietato, di cui esiste una versione edulcorata per il mercato USA che ha aperto la via al secondo capitolo, che non saprei se guardare o meno. Lo consigliate? Fatemi sapere, intanto recuperate The Descent se, come me, siete tra le poche persone che non lo avevano mai visto!


Del regista e sceneggiatore Neil Marshall ho già parlato QUI. Shauna Macdonald (Sarah) e MyAnna Buring (Sam) le trovate invece ai rispettivi link.


Nel 2009 è stato girato un sequel, The Descent: Part 2, che riprende proprio il finale americano di The Descent. Non l'ho mai visto ma, se il film vi fosse piaciuto, recuperatelo e aggiungete Necropolis - La città dei morti e Il nascondiglio del diavolo - The Cave, uscito praticamente in contemporanea a The Descent. ENJOY!

lunedì 8 luglio 2024

Il buio si avvicina (1987)

La challenge horror oggi voleva un film diretto da una donna. Ho così scelto Il buio si avvicina (Near Dark), diretto e co-sceneggiato nel 1987 dalla regista Kathryn Bigelow.


Trama: una notte, il giovane Caleb incontra Mae e se ne invaghisce. Finito l'appuntamento, invece di baciarlo, la ragazza lo morde e lo trasforma in un vampiro...


Mi vergogno molto ma, nonostante ami l'horror e i vampiri, non avevo mai visto Il buio si avvicina. Forse non lo passavano a Notte Horror né in TV, forse non aveva una locandina abbastanza accattivante da attirare la mia attenzione nel video noleggio, fatto sta che l'ho recuperato solo alla mia veneranda età. E quanto mi è piaciuto. Ne hanno già scritto fior di elogi persone ben più competenti di me, quindi probabilmente non dirò nulla di nuovo ma almeno colmerò la lacuna sul blog. Il buio si avvicina è un'opera molto avanti per il suo tempo, in quanto rilettura del mito del vampiro in chiave western, con una bella spruzzata di road movie tanto per gradire. Adesso siamo abituati a vedere vampiri in tutte le salse, ma indubbiamente alla fine degli anni '80 poteva fare strano già solo che la parola "vampiro" non venisse nominata, così come la maggior parte dei cliché che, nel bene o nel male, ne caratterizzano la figura fin dai tempi di Bram Stoker. Via aglio e croci, dunque, ma via anche le zanne, i pipistrelli, la nebbia e la nobiltà, rimangono solo la vulnerabilità al sole e la necessità di nutrirsi di sangue per sopravvivere, come scopre suo malgrado Caleb dopo aver sperato di combinare qualcosa con la bionda Mae. Quest'ultima, vuoi perché inesperta o chissà per quale altro motivo, invece di uccidere Caleb dopo averlo morso lascia che si trasformi in vampiro e lo introduce alla sua strana famiglia. Qui c'è l'altra bella novità de Il buio si avvicina, che non si concentra su una stantia e banale storiella d'amore adolescenziale, ma racconta di un ragazzo diviso tra due mondi, tra l'affetto e la fascinazione per la ragazza che lo ha condannato a una sanguinaria vita notturna e l'amore profondo per il padre e la sorellina. Naturalmente, noi spettatori tifiamo per Caleb e speriamo possa diventare un vampiro "di successo" senza perdere i suoi legami di sangue, ma arriviamo a volere bene anche al quartetto di vampiri che lo accolgono con riluttanza, ognuno più carismatico dell'altro (tranne, paradossalmente, Mae), in virtù del profondo rapporto di affetto e cameratismo che intercorre tra loro. E' un po' quello che sarebbe successo decenni dopo con Rob Zombie e i suoi Devil's Rejects (quel contorto meccanismo per cui non importa quanto abietti siano i personaggi, se fra loro c'è coesione e affetto, anche solo per la necessità di proteggersi da un mondo dal loro punto di vista ostile e incapace di comprenderli o accettarli) ed è un escamotage narrativo che riesce a ben pochi autori, perché il rischio è quello di non trovare il giusto equilibrio, cosa che in effetti è accaduta con 3 From Hell, sempre di Zombie, mentre qui funziona alla stragrande.


Merito di Kathryn Bigelow, al suo primo film come unica regista dietro la macchina da presa e al secondo come co-sceneggiatrice, ma già dotata di idee molto chiare sia a livello di tematiche da esplorare, sia per quanto riguarda le sequenze: alcune di esse sono assai spettacolari, anche grazie a un'ottima fotografia che illumina la notte (come nei dialoghi messi in bocca a Mae) e a un montaggio fluido e dinamico, e la mia preferita è di sicuro quella del raid al motel, trasformato in una trappola mortale talmente fragile che sembra fatta di carta. Il buio si avvicina ha anche il merito di rendere affascinanti personaggi brutti, sporchi e cattivi, distanti dall'iconografia fighètta del vampiro e più vicini all'immagine che potrebbero offrire dei drogati o dei senzatetto. Per quanto il sembiante del "piccolo" Homer mi repella un po', ci sono momenti in cui si prova pena per l'attaccamento morboso che arriva a provare per Sarah, mentre Lance Henriksen e Jenette Goldstein trasudano un tale carisma che è difficile non accettarli come pacati ma pericolosi capifamiglia dall'esperienza centenaria. Così come, da amante del Preacher di Ennis, è stato matematicamente impossibile, per me, non impazzire per il Severen di Bill Paxton, personaggio nel quale ho ritrovato ben più di un aspetto dell'adorato Cassidy (ma, in generale, l'intera saga di Preacher e buona parte del design dei personaggi e dei setting mi è sembrata debitrice de Il buio si avvicina); contemporaneamente disgustoso e sexyssimo, Bill Paxton è una mina vagante che surclassa il protagonista un po' bietolone, e probabilmente al giorno d'oggi Severen si beccherebbe tanti di quelli spin-off da fare la fortuna della Bigelow. Ahimé, così non è stato negli anni '80, quando Il buio si avvicina è stato surclassato da Ragazzi perduti e dalle sue atmosfere un po' più commerciali e "facili", ma se date retta a me il film di Schumacher non è nemmeno degno di allacciare le scarpe a quello della Bigelow. Anzi, considerato anche quanto sono rimasta stupita di fronte a un'inaspettato twist, direi che Il buio si avvicina non ha perso di freschezza nemmeno dopo tutto questo tempo, tanto da finire dritto tra i miei film vampirici preferiti, assieme a un altro film che, a mio avviso, gli deve moltissimo, Vampires. Meglio tardi che mai!!


Della regista e co-sceneggiatrice Kathryn Bigelow ho già parlato QUI. Lance Henriksen (Jesse Hooker), Bill Paxton (Severen), Joshua John Miller (Homer) e Troy Evans (poliziotto in borghese) li trovate invece ai rispettivi link.

Adrian Pasdar interpreta Caleb Colton. Per me quest'uomo sarà sempre Nathan Petrelli della serie Heroes, ma ha partecipato a film come Top Gun, Carlito's Way, L'esorcismo - L'ultimo atto e ad altre serie quali Oltre i limiti, Desperate Housewives e Agents of S.H.I.E.L.D.; come doppiatore, ha lavorato in Phineas e Ferb. Americano, anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 66 anni. 


Jenette Goldstein
interpreta Diamondback. Americana, ha partecipato a film come Aliens - Scontro finale, Arma letale 2, Terminator 2 - Il giorno del giudizio, Titanic, Paura e delirio a Las Vegas e a serie come MacGyver, E.R. Medici in prima linea, Six Feet Under, Alias e 24. Ha 64 anni. 


Se Il buio si avvicina vi fosse piaciuto recuperate Ragazzi perduti e VampiresENJOY!

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