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martedì 6 agosto 2024

Starve Acre (2023)

Giusto perché mi piace deprimermi, ho recuperato di recente Starve Acre, diretto e sceneggiato dal regista Daniel Kokotajlo e tratto dal romanzo La voce della quercia di Andrew Michael Hurley. Segue qualche inevitabile spoiler.


Trama: Richard e Jules si trasferiscono nella campagna inglese nella speranza che l'ambiente faccia bene al figlioletto Owen. La zona però è oggetto di inquietanti leggende...


La cifra stilistica dell'horror recente sembra essere una tristezza senza fine. Non fa eccezione Starve Acre, un gradevole mix tra dramma familiare e folk horror, che assesta più di una mazzata emotiva allo spettatore. Non ho letto La voce della quercia, libro da cui è tratto il film, quindi non potrò (come spesso accade) fare paragoni tra le due opere o riflessioni sui diversi medium e tutto ciò che scriverò sarà legato a una mia personalissima interpretazione di Starve Acre. Il film si focalizza sull'elaborazione del lutto all'interno di una famiglia apparentemente normale, condizionata tuttavia dai problemi comportamentali del figlioletto, già causa di una piccola crepa nel legame tra Richard e Jules. Quando il piccolo muore, la crepa si allarga non solo per il diverso modo che hanno i genitori di affrontare la perdita, ma soprattutto per i diversi sentimenti che li legavano al defunto, condizionati, nel caso di Richard, da traumi passati legati alla campagna inglese in cui la famiglia aveva deciso di traferirsi. Come nei migliori drammi a sfondo sovrannaturale, è proprio in queste crepe che si insinua il male, anche se in questo caso bisogna parlare di una forza più ambigua, a cui si riallaccia l'anima "folk" dell'opera. Starve Acre, infatti, parla sì di morte, ma anche di una rinascita conquistata col sangue, di entità ambigue ed antiche come il mondo, che non sempre agiscono secondo canoni umani e di sicuro non si possono definire soltanto "buone o cattive". Questa stessa ambiguità o, se preferite, questo continuo cambio di prospettiva, si ripercuote anche nel percorso di superamento del lutto intrapreso da Richard e Juliette, che procede lineare e separato, almeno all'inizio, per poi unirsi e riproporsi, in un continuo alternarsi di follia e solitudine, liberazione, stasi e di nuovo dolore, in un'altalena di sensazioni che la generale freddezza dell'opera mitiga a stento. Anche il finale, che pur insiste su dettagli horror più raccapriccianti e violenti, lascia una sensazione di malinconia inquieta, la curiosità morbosa, tanto per citare un dialogo del film, di sapere quale sarà il destino ultimo dei protagonisti e della sparuto gruppetto di fedeli in attesa della "primavera".


All'inizio dicevo che l'horror recente punta più al dramma triste, ma un altro elemento distintivo degli ultimi anni è la scoperta di quanto siano terrificanti i conigli o le lepri. Dopo Caveat e Il morso del coniglio, il leprotto di Starve Acre (generato quasi sicuramente al computer ma abbastanza realistico da non darmi fastidio) è l'emblema dell'inquietudine, una creatura che si percepisce "sbagliata" o comunque aliena fin dall'inizio, pur essendo una perfetta rappresentazione del dolore: quando crediamo di essercene liberati, ecco che torna per morderci e allontanarci da chi ci vorrebbe aiutare, si nutre di noi e ci isola ancor più. Messer Leprotto è la punta dell'iceberg di una serie di dettagli stranianti, di una natura pericolosa ed incomprensibile, che nelle splendide immagini del film rimane ad osservare silenziosa e brulla, affascinante ma indifferente allo spettatore come solo la campagna inglese può essere. Questo tipo di ambientazione è perfetta per catturare e riportare su schermo le atmosfere tipiche del folk horror, ma aiutano anche le belle facce dei personaggi secondari e il loro modo molto "campagnolo" di parlare, mentre Matt Smith e Morfydd Clark sono la coppia ideale per interpretare i protagonisti. Prego i fan della coppia di non fraintendermi quando dico che i due attori hanno proprio il volto e l'atteggiamento di chi è vinto e stanco della vita, con un piede già in un mondo tutto suo, dove le parole e i contatti umani non servono e l'unica cosa che importa è abbracciare lo spleen oppure un'elegante follia. Ecco, elegante è proprio l'aggettivo perfetto per questo film che, come tutti gli slow burn, troverà tanti estimatori ma anche moltissimi detrattori, perché ha il non trascurabile difetto di avere un ritmo molto lento. Io, nelle ultime settimane, tendo stranamente a non addormentarmi e ho apprezzato molto Starve Acre, ma non ditemi che non vi avevo avvertito!


Di Matt Smith (Richard) e Morfydd Clark (Juliette) ho parlato ai rispettivi link. 

Daniel Kokotajlo è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto un altro film, Apostasia. Anche produttore, ha 43 anni.


Erin Richards
interpreta Harrie. Inglese, ha partecipato a film come Open Grave, Le origini del male e a serie quali Gotham e The Crown. Anche regista e sceneggiatrice, ha 38 anni. 


Robert Emms
 interpreta Steven. Inglese, ha partecipato a film come Anonymous, Biancaneve, Kick-Ass 2 e a serie quali Chernobil. Ha 38 anni.



mercoledì 10 novembre 2021

Ultima notte a Soho (2021)

Ho pregato ogni divinità perché Ultima notte a Soho (Last Night in Soho), l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Edgar Wright, uscisse anche a Savona e, per una volta, sono stata esaudita, anche perché sarebbe una bestemmia non godersi questa meraviglia al cinema!


Trama: Eloise, orfana di genitori che vive con la nonna in un paesino della campagna inglese, riesce finalmente a coronare il suo sogno di andare a studiare come stilista in una prestigiosa accademia di design londinese. A Londra, però, comincia ad avere delle visioni legate agli anni '60 e alla vita sregolata di una ragazza di nome Sandie...


Ah, i bei tempi andati! Quando tutto era più glamour, più chic, più facile e bello. Chi non ha mai voluto essere nella Londra di fine anni '60, scoppiettante e alla moda, piena di possibilità? Lo sa bene Eloise, stilista in erba cresciuta in campagna che vive letteralmente nel mito di una Londra vissuta ai tempi dalla bellissima madre e che, quando le si presenta l'occasione sotto forma di borsa di studio per una prestigiosa scuola di moda, riempie una valigia di vinili e ricordi e corre nella capitale inglese, pronta a cominciare una nuova, rosea esistenza. Non ci mette molto la fanciulla a capire che la Londra di oggi è un casino popolato da orribili persone, in primis la sua simpatica compagna di stanza, ed è lì che le viene in soccorso il potere ereditato dalla madre e che le consente, letteralmente, di "rivivere il passato", entrando in risonanza con chi non c'è più; invece di affrontare la sua difficile esistenza presente, Eloise si appoggia agli agognati anni '60 scappando prima in un monolocale vintage e poi nel passato di Sandie, bionda che vorrebbe sfondare come cantante e che trova la sua occasione quando conosce Jack, di professione manager e habitué di locali. Ispirata, affascinata dal carattere forte di Sandie e coinvolta dalla storia d'amore tra lei e Jack, Eloise si abbandona al flusso del passato, abbandonando pezzi importanti della sua personalità per diventare un'imitazione di Sandie e cercare di vivere come lei, finendo letteralmente inghiottita da tutta l'oscurità che le "leggende" non raccontano. Ultima notte a Soho è dunque il racconto allucinante e allucinato di un sogno che va in frantumi e una pesante critica a chi infila la testa sotto la sabbia e rifiuta la realtà che lo circonda, nonché un bellissimo racconto di formazione che parte come un cliché e si trasforma in qualcosa di più profondo e oscuro, capace di parlare a chi non smette di disprezzare il presente e di dire "ah, non sono più i tempi di una volta, signora mia!".


Lo fa, neanche a dirlo, con un senso del ritmo, un gusto per i dettagli e una bravura che credo possiedano solo tre o quattro autori moderni, non di più. Ultima notte a Soho è una gioia per gli occhi e per le orecchie, uno di quei film che, una volta finiti, si vorrebbe riguardare in loop per ore, innanzitutto per godere del meccanismo ad orologeria della trama e poi per apprezzare ancor più ogni aspetto della messa in scena, quella bellezza tutta cinematografica per cui servono necessariamente uno schermo gigante, una sala buia e un impianto sonoro adeguato. La prima parte di Ultima notte a Soho ha lo stesso fascino senza tempo di un musical, è gioiosa ed affascinante anche nei momenti in cui Eloise decide di averne abbastanza del dormitorio, e porta per mano lo spettatore in una dimensione da sogno nel momento esatto in cui la ragazza scivola nel passato, con una sequenza deliziosa che riversa nei nostri occhi tutta l'affascinata incredulità di una persona che ha realizzato ogni suo desiderio. Anya Taylor-Joy, così diversa da Thomasin McKenzie (ma quest'ultima non è meno brava, eh), ci viene presentata come una dea scesa in terra e tale rimane per tutta la durata del film, in ogni circostanza, perché come ogni divinità non le è dato di dispensare solo bene e bellezza, ma anche terribile oscurità, incarnata in quell'alternanza di colori primari che mettono angoscia fin da subito, come ben insegnano Maestri come Bava, Argento e Roeg, ai quali Wright si è sicuramente ispirato. 


Le luci e i colori che scandiscono la vicenda di Eloise e Sandie sono importanti quanto la colonna sonora perfetta, contribuiscono assieme alla regia e al montaggio a creare sequenze indimenticabili, di una raffinatezza rara (e, a tratti, terrificanti), ma fondamentali sono anche i costumi e il trucco. Dopo Promising Young Woman, la pellicola di Wright è la seconda tra quelle che ho visto quest'anno dove anche gli abiti di scena si caricano di significati profondi, basta vedere la trasformazione non tanto di Sandy, le cui mise diventano sempre meno eleganti/romantiche e più sexy, ma soprattutto quella di Eloise; all'inizio la ragazza ha uno stile personalissimo, fatto di rimandi vintage cuciti su capi comunque giovanili, anzi, quasi da ragazzina, che vengono abbandonati però in favore di abbinamenti più adulti e sofisticati ma impersonali, poiché identici a quelli di Sandie, quando l'influenza di quest'ultima è al suo apice. Poco prima della terribile serata di Halloween, la psiche di Eloise è in pezzi e la protagonista non riesce più non solo a capire qual è il suo posto nel mondo, ma nemmeno a restare ancorata alla realtà, e ciò che indossa si appiattisce nella banalità di un bianco e nero (più nero che bianco, in realtà) fatto di abiti basic, sciatti, che la trasformano in una delle tante facce anonime destinate a perdersi in una Londra spietata, che accoglie moltissimi sogni ma non li custodisce, anzi, spesso li schiaccia. Non fatevi schiacciare voi, invece, da eventuali recensioni perplesse sul web, perché Ultima notte a Soho è un film splendido, l'ennesima conferma del valore di Wright come regista e sceneggiatore, un'opera che travalica i generi e che potrà appassionare tranquillamente sia i cultori dell'horror sia chi, "semplicemente", è innamorato perso della Settima Arte. 


Del regista e co-sceneggiatore Edgar Wright ho già parlato QUI. Terence Stamp (l'uomo coi capelli grigi), Anya Taylor-Joy (Sandie) e Matt Smith (Jack) li trovate invece ai rispettivi link.

Thomasin McKenzie interpreta Eloise. Neozelandese, ha partecipato a film come Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate, Jojo Rabbit e Old. Ha 21 anni. 


Diana Rigg
, alla quale il film è dedicato, interpreta Miss Collins. Assurta alla fama per il ruolo di Emma Peel nel serial TV Agente speciale e, più recentemente, per quello di Olenna in Game of Thrones, ha partecipato a film come Agente 007 - Al servizio segreto di Sua Maestà, Oscar insanguinato e ad altre serie quali Doctor Who. Inglese, è morta l'anno scorso, all'età 82 di anni.


Michael Ajao
, che interpreta Paul, era già nel cast di Attack the Block, mentre tra le guest star segnalo la presenza dei gemelli Phelps, alias Fred e George Weasley, al guardaroba. E ora, se Ultima notte a Soho vi è piaciuto, perché non recuperate qualcuno dei film che hanno ispirato Wright prima e durante la sua realizzazione, come L'occhio che uccide, 6 donne per l'assassino, Blow-Up e Repulsion? ENJOY!  

martedì 27 ottobre 2020

Charlie Says (2018)

Qualche sera fa, a dire il vero ormai parecchie, mi è capitato di vedere in TV Charlie Says, diretto nel 2018 dalla regista Mary Harron e tratto dai libri The Family di Ed Sanders e The Long Prison Journey of Leslie Van Houten di Karlene Faith.


Trama: dopo i delitti commessi, tre ragazze della Manson Family vengono condannate all'ergastolo e una professoressa universitaria cerca di aprir loro gli occhi di fronte all'enormità delle loro colpe...


Charles Manson è questa figura inquietante che tutti prima o poi hanno sentito nominare nel corso della vita, il fantomatico capo carismatico della cosiddetta "Famiglia" dalla quale sono usciti gli assassini di molte persone, tra le quali Sharon Tate, all'epoca incinta di Roman Polanski. Nell'ignoranza, il rischio è quello di legare Manson al satanismo (in realtà lui veniva visto come la reincarnazione di Gesù E del Diavolo dai suoi seguaci), complici anche le terrificanti foto dal carcere in cui il nostro compare con occhi da folle e croce/svastica incisa sulla fronte, in realtà la figura di costui era molto più complessa di così e, allo stesso tempo, terribilmente semplice, come si evince da questo Charlie Says, che si avvale del punto di vista di tre membri della famiglia, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e soprattutto Leslie Van Houten. Il titolo è già tutto un programma perché, all'interno del film, si sottolinea come le tre fossero totalmente plagiate dal carisma di Manson, incapaci di rapportarsi col mondo reale o di avere un pensiero proprio poiché imbevute non solo di forti dosi di acidi ma anche delle teorie di "Charlie", un ex detenuto la cui sanità mentale è andata sempre più sfaldandosi; attraverso lo sguardo di Leslie, ribattezzata Lulu, lo spettatore testimonia la parabola discendente di una famiglia che all'inizio era tutta pace e amore, colma di ottimismo per le possibili rivoluzioni del '69, e poi a seguito della frustrazione di Manson (il quale voleva diventare un musicista ma è stato rifiutato dai produttori) ha cominciato a preoccuparsi di apocalisse, guerre tra bianchi e neri, ingiustizie da parte dei "porci" che avrebbero dovuto morire, innescando una folle spirale di violenza. Non che la vita nella comune fosse tutta rose e fiori neppure prima, visto che uno dei fondamenti delle idee di Manson era che le donne fossero comunque sottomesse agli uomini e visto che era lui, millantando una libertà inesistente legata all'annullamento dell'individualità, a decidere chi avrebbe mangiato, cosa, e chi avrebbe fatto l'amore con chi, ma sempre meglio che mandare la gente ad uccidere persone indifese.


Le sequenze ambientate all'interno del ranch della Famiglia, durante le quali i riflettori sono puntati innanzitutto su Manson, si alternano a momenti in cui le tre detenute vengono portate a rendersi conto delle proprie colpe attraverso le letture e i confronti con Karlene Faith, insegnante universitaria e attivista, che arrivano a rimettere in discussione l'infallibilità e l'onniscienza dell'amato Charlie; l'aspetto "giudiziario" della vicenda, così come le immagini che ritraggono Manson dopo l'arresto, sono stati completamente banditi e viene dedicato poco spazio anche agli omicidi "Tate-LaBianca", che pesano come una spada di Damocle sulle protagoniste ma vengono relegati sul finale, come aspetto leggermente gore di un film per il resto privo di sangue o violenza che non sia quella psicologica o verbale. Il risultato è una pellicola sicuramente affascinante ed interessante, ma anche, almeno per me, più superficiale di quanto avrei voluto. Il target principale dovrebbe essere la Van Houten ma in realtà Charlie Says è principalmente concentrato sulla figura di Manson, interpretato da un Matt Smith difficile da riconoscere, mentre Leslie/Lulu e le sue compagne vengono ritratte come donnine decerebrate fin dalla loro prima apparizione, con giusto qualche sprazzo di dubbio che parrebbe smuoverle di tanto in tanto, e non c'è un reale approfondimento di ciò che si nasconda dietro la loro scelta di entrare a far parte della Famiglia, salvo un vago disagio: di fatto, l'unico mezzo che consente allo spettatore di empatizzare con le tre donne è proprio la presenza di Karlene Faith, l'unica che cerca di vederle come esseri umani invece che come folli assassine, tuttavia mi è parso che l'intera operazione fosse un po' troppo fredda e poco coinvolgente. Resta il fatto che Charlie Says è un film interessante, dal quale magari partire per documentarsi su una vicenda buia ed orribile della storia americana che, ancora oggi, non smette di terrorizzare e sconvolgere chi ne viene a conoscenza.


Della regista Mary Harron ho già parlato QUI. Hannah Murray (Leslie "Lulu" Van Houten), Matt Smith (Charles Manson), Suki Waterhouse (Mary Brunner) e Annabeth Gish (Virginia Carlson) li trovate invece ai rispettivi link.

Merritt Wever interpreta Karlene Faith. Americana, ha partecipato a film come Signs, Birdman, Storia di un matrimonio e a serie quali The Walking Dead. Ha 40 anni.


Chace Crawford, che interpreta Tex, è Abisso in The Boys. ENJOY!

mercoledì 25 maggio 2016

Womb (2010)

Insomma, ho aspettato solo sei anni ma alla fine ho avuto modo di vedere il peculiare Womb, diretto e sceneggiato nel 2010 dal regista Benedek Fliegauf.


Trama: dopo la morte del fidanzato, una donna decide di partorirne il clone, scegliendo di affrontare tutti i problemi di questa scelta controversa...



Vorrei cominciare il post dicendo che Womb è un film molto bello ma per nulla facile. Il suo più grande difetto è il modo in cui traspare la volontà del regista e sceneggiatore di girare un film "di nicchia", che non concede allo spettatore né un accenno di commercialità né, tanto meno, un'apertura attraverso la quale arrivare al cuore di Fliegauf (questa è un'opinione strettamente personale e rispecchia essenzialmente ciò che ho provato guardando Womb, quindi prendetela con le pinze ché io col regista non ho mai parlato); di solito queste sono caratteristiche che confermano la bontà di una pellicola ma stavolta a mio avviso sono riuscite solo a rendere il film "superficiale", ricco di immagini bellissime e idee "scandalose" che tuttavia non riescono a dare il La a riflessioni ben più profonde. Il fulcro della trama, l'amore ossessivo della protagonista che sceglie di partorire il clone del suo amato pur di poter passare ancora del tempo con lui, è sconvolgente e surreale, eppure il regista ungherese ha ammantato Womb di una freddezza tale che la cosa sembra quasi normale. E' solo una volta finito il film, infatti, che ho avuto modo di ragionare sui pensieri e le azioni di Rebecca e del figlio clone, scrollandomi di dosso il brullo paesaggio marino che fa da sfondo alla vicenda e arrivando a pormi delle domande scomode, soprattutto relative al comportamento dei protagonisti: davvero il desiderio di riavere accanto la persona amata merita di essere perseguito al punto da mettere al mondo un essere che non potrà che essere infelice come chi lo ha generato (e al punto da andare contro le idee di quella stessa persona, attivista contrario alle manipolazioni dell'ingegneria genetica)? Davvero un clone, nonostante abbia seguito un percorso di crescita diverso dall'originale, è costretto comunque a sottostare alle pulsioni insite nel suo DNA? Ma soprattutto, qual era lo scopo ultimo della protagonista e del regista? Col senno di poi, pare che Benedek Fliegauf puntasse essenzialmente alla scena clou finale, preannunciata più volte nel corso della pellicola, ma non voglio credere che un film dall'incipit così complesso si debba ridurre solo a questo.


Ora, rileggendo il paragrafo precedente pare che questo film l'abbia odiato ma non è così. E' difficile detestare una pellicola sulla quale ci si ritrova a ragionare per giorni, così come è difficile sottrarsi alle atmosfere malinconiche, ai paesaggi desolati ricreati dal regista e soprattutto allo sguardo ambiguo e cupo di una Eva Green favolosa come sempre. Nei silenzi e negli sguardi dell'attrice è racchiusa tutta l'impotente disperazione di un personaggio che ha scelto di vivere, per amore e per una forma di egoismo travestita da generosità, un'esistenza da reietta che nel corso del film la trasforma da ragazza innamorata a donna sfiorita, poco meno inquietante della madre di Norman Bates. Il viso allegro e "strano" di Matt Smith è invece un perfetto contraltare di quello della Green, e allo spettatore fa ancora più male vedere le espressioni scanzonate di chi non ha idea della propria reale natura cambiare mano a mano che la terribile verità di un passato non scelto sale a galla. La decisione di ambientare il film in un luogo isolato, con poche baracche situate su una spiaggia ben distante dal centro abitato, accentua ancora più la peculiarità dell'animo della protagonista e la sua condizione di "straniera in terra straniera" (Rebecca ha passato dieci anni a Tokyo), inconsapevole delle dinamiche pettegole che rischiano di crearsi all'interno di un piccolo paesino; la natura del mondo esterno riflette alla perfezione quella del microcosmo interno di Rebecca, fatto di tempestosi sconvolgimenti e cupi momenti di statica quiete, dove le uniche due persone che contano rischiano di perdersi... oppure di separarsi per sempre, chissà. Se ci avete capito qualcosa in questo post sconclusionato vi consiglio di recuperare Womb ma vi avverto di nuovo che è un film che richiede un bel po' di attenzione e apertura mentale. Se al momento non ve la sentite, potete sempre aspettare sei o sette anni, come ho fatto io!


Di Eva Green (Rebecca) e Matt Smith (Thomas) ho già parlato ai rispettivi link.

Benedek Fliegauf è il regista e sceneggiatore della pellicola. Ungherese, ha diretto film come Dealer, Milky Way e Just the Wind, mai arrivati in Italia ma passati per parecchi festival internazionali. Anche produttore, compositore e attore, ha 42 anni.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate Perfect Sense e magari anche Cracks. ENJOY!

venerdì 22 aprile 2016

PPZ: Pride and Prejudice and Zombies (2016)

Nonostante fosse una di quelle supercazzole che a Savona avrebbero spopolato, PPZ: Pride and Prejudice and Zombie (film diretto e co-sceneggiato dal regista Burr Steers a partire dal libro Orgoglio e pregiudizio e zombie di Seth Grahame-Smith) non è arrivato nella mia città e sono riuscita a recuperarlo solo ora.


Trama: le sorelle Bennet, tra le quali spicca Elizabeth, sono maestre nelle arti mortali e difendono l'Inghilterra dall'epidemia zombie che sta flagellando il Paese. La loro madre tuttavia vorrebbe vederle sposate e l'intera famiglia va in subbuglio quando arrivano nel vicinato il ricco signor Bingley e, soprattutto, l'orgoglioso ed intrattabile signor Darcy...



Avendo letto un paio di volte il romanzo di Seth Grahame-Smith sapevo già cosa aspettarmi da Pride and Prejudice and Zombie e devo dire che durante la visione mi sono divertita tanto quanto mi era successo durante la lettura. La pellicola di Burr Steers condensa un pochino il libro ed impone una svolta ancora più peculiare rispetto alla "parodia" zombesca del famoso romanzo di Jane Austen, arrivando a scomodare persino l'Anticristo e i quattro cavalieri dell'apocalisse, ma fondamentalmente rispetta la natura di romzomcom ottocentesca propria dell'opera originale. Per tutta la durata la pellicola mantiene infatti in miracoloso equilibrio la sua parte romantica, accontentando di fatto quella parte di pubblico femminile che non vede l'ora di sapere come finiranno le tormentate storie d'amore rappresentate, la sua parte di parodia sociale, ancora più divertente in quanto le convenzioni e le frivolezze dell'alta borghesia vengono applicate in un mondo popolato da zombie o persone che stanno per diventarlo, e infine, ovviamente, quella horror. Il risultato è un gradevole pastiche capace di catturare lo spettatore solleticandolo con personaggi ben costruiti ed una trama avvincente che stimola la curiosità non solo di chi non ha mai sentito parlare dell'"omaggio" di Grahame-Smith (o, Dio non voglia, neppure della fonte originale) ma anche di chi ha letto il libro in questione; la sceneggiatura racconta la pericolosa situazione in cui si trova l'Inghilterra senza ricorrere a verbosità eccessive, affidando buona parte delle spiegazioni a dialoghi frizzanti e ad un paio di ironiche sequenze di raccordo nelle quali viene mostrato l'effetto dell'epidemia sulla società inglese, tutto il resto è fatto di combattimenti all'arma bianca (con l'ausilio di qualche fucilata ben piazzata) e balli dal finale inaspettato, mentre i sentimenti delle coppie prese in esame si sviluppano naturalmente, tra una decapitazione e un sorso di the.


E tutto questo, onestamente, da un regista come Burr Steers non me lo sarei mai aspettata visti i polpettoni mielosetti confezionati nel corso della sua carriera (forse che le minacce di Samuel L. Jackson lo abbiano finalmente riportato alla ragione? Mah!); Pride and Prejudice and Zombies ha delle belle scene d'azione, delle ancor più belle ed eleganti coreografie a base di lame e corsetti e oltretutto azzecca anche i tempi horror, piazzando apparizioni di zombi ben imputriditi quando meno ce lo si aspetta. Devo dire che il trucco degli zombi in questione non è proprio dei migliori, ho ravvisato anche troppe ingerenze "computerizzate", tuttavia la sequenza iniziale, durante la quale viene spiegata la genesi dell'epidemia con l'ausilio di un carinissimo teatrino di figurine, fa tranquillamente perdonare alcune imperfezioni. Lo stesso vale, ovviamente, per la carismatica Lily James, che nei panni di Elizabeth Bennet riesce ad essere femminilmente volitiva e a guidare il resto del cast femminile, sicuramente superiore alle quote "azzurre" capitanate da due bietoloni come Sam Riley e Jack Huston: il primo pare affetto dal morbo di Maurizio Costanzo, ha la stessa voce di un uomo senza collo (ora ricordo di averlo visto in Maleficent e il suo è uno dei rari casi in cui il doppiaggio migliora parecchio la situazione...) e per me è uno degli attori più brutti in circolazione, il secondo è un po' più belloccio ma ahimé insipido. Fortunatamente ci pensa Matt Smith a portare un po' di vivacità tra i maschietti e, nonostante il personaggio del Pastore Collins sia probabilmente il più irritante dell'opera, è anche vero che ci vuole della maestria ed interpretarlo, in bilico com'è tra nera ironia e spietata parodia. Nel complesso comunque Pride and Prejudice and Zombies è un film davvero godibile, che consiglio anche a chi non mastica molto il genere horror e vuole qualcosa di un po' più blando, magari prima di passare a zombi "veri".


Di Sam Riley (Mr. Darcy), Bella Heathcote (Jane Bennet), Charles Dance (Mr. Bennet) e Lena Headey (Lady Catherine De Bourgh) ho già parlato ai rispettivi link.

Burr Steers è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Igby Goes Down, 17 again - Ritorno al liceo e Segui il tuo cuore. Anche attore (era il "frangettone" di Pulp Fiction) e produttore, ha 51 anni.


Lily James (vero nome Lily Chloe Ninette Thomson) interpreta Elizabeth Bennet. Inglese, la ricordo per il film Cenerentola, inoltre ha partecipato alla serie Downton Abbey. Ha 27 anni e due film in uscita.


Matt Smith (vero nome Matthew Robert Smith) interpreta il Pastore Collins. Inglese, famoso per essere stato l'undicesimo dottore della serie Doctor Who, ha partecipato anche a film come Womb e Terminator Genesys. Anche regista e stuntman, ha 34 anni e due film in uscita.


Natalie Portman, produttrice del film, avrebbe dovuto interpretare Elizabeth Bennet ma è stata costretta a rinunciare a causa di altre riprese. Il ruolo è stato poi proposto a Lily Collins, che ha però rifiutato; è andata bene a Lily James che, durante la realizzazione del film, si è anche fidanzata con Matt Smith. Per quel che riguarda il regista, invece, la pellicola era stata affidata a David O. Russel, che a sua volta ha lasciato il progetto perché impegnato con altri film. A questo punto, più che consigliarvi la visione di altre pellicole, se Pride and Prejudice and Zombies vi fosse piaciuto vi direi di recuperare il libro da cui è stato tratto, un romanzo divertente che si legge in due giorni. ENJOY!

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