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martedì 13 gennaio 2026

Una di famiglia - The Housemaid (2025)


Per concludere il pellegrinaggio cinematografico di inizio anno, la settimana scorsa sono andata a vedere anche Una di famiglia - The Housemaid (The Housemaid), diretto nel 2025 dal regista Paul Feig e tratto dal romanzo omonimo della scrittrice Freida McFadden.

Trama

Millie, ragazza dal passato turbolento, cerca disperatamente un lavoro e si convince di aver risolto tutti i suoi problemi quando viene assunta come governante dalla ricca Nina. Già il primo giorno, però, Millie capisce di avere di fronte una donna con gravi problemi psichici, che non perde occasione per renderle la vita un inferno...

RECENSIONE

Non ero granché convinta di andare a vedere Una di famiglia, lo ammetto. Mi sono fatta trascinare dall'entusiasmo di un'amica da qualche settimana a digiuno di horror e thriller visti al cinema, e ho dato fiducia al progetto giusto in virtù della presenza di Amanda Seyfried, che mi piace sempre molto. Ero scettica, in primis, a causa di Paul Feig, che non ho mai associato al thriller nemmeno dopo avere visto il gradevolissimo Un piccolo favore e, men che meno, dopo il suo orribile sequel. Fortunatamente, Una di famiglia è l'equivalente un po' più curato di un thriller televisivo anni '90, e affianca ad una certa prevedibilità della trama la curiosità di capire dove andranno a parare le serie di situazioni al limite dell'assurdo che coinvolgono Millie, giovane in cerca di lavoro che finisce per fare la governante a casa dei ricchi Winchester. Siccome Una di famiglia non va per il sottile, fin dall'inizio Millie viene bersagliata senza pietà dalla folle padrona di casa, Nina, un incrocio tra Iriza Legan e le compagne di scuola di Lovely Sara, per di più gelosa marcia di un marito bello come il sole e buono come il pane (in entrambi i sensi), di fronte al quale Millie non riesce a rimanere indifferente. Esatto, come avrete capito Una di famiglia è un thriller condito con un pizzico di spicy, ma senza esagerare, ché non siamo nei perversi anni '90, e qui è tutto filtrato dalle risatine delle booktoker pruriginose; si dà un colpo al cerchio e uno alla botte, consentendo anche a chi non è avvezzo a generi più "forti" e "complessi" di passare una serata divertente al cinema, con la punta del piede immersa nel torbido pantano dell'animo di personaggi problematici. E poiché non siamo più negli anni '90, un elemento importante della trama è l'empowerment femminile, che a un certo punto trasforma Una di famiglia nella versione ripulita e moralmente più "accettabile" di quel filone cinematografico di cui fa parte anche Promising Young Woman. Ma ho detto anche troppo, meglio cambiare argomento.

Premesso dunque che Una di famiglia è "spazzatura" (e qui citerei una favolosa utente di Letterboxd che ha commentato il film con un "se questo è spazzatura, allora io sono un procione"), ciò che impedisce di venire infastiditi dalla puzza è la confezione di lusso in cui è racchiuso. Lasciando da parte le scene di sesso, ben realizzate ma, per quanto mi riguarda, eccitanti come le copertine di un Harmony, Paul Feig come al solito sguazza nell'ambiente che gli è più consono, ovvero quello della ricca borghesia, tra ambienti ed edifici favolosi, comfort moderni e abiti femminili dal gusto squisito. Come già in Un piccolo favore, anche in Una di famiglia la luce accecante di una raffinata opulenza nasconde un profondo disagio che sconfina nella malattia mentale, e questo vale sia per gli splendidi costumi e scenografie, ma anche per gli interpreti, ulteriore valore aggiunto del film. La punta di diamante del cast è Amanda Seyfried, che molla gli ormeggi e si affida senza vergogna a un overacting che farebbe arrossire persino Nicolas Cage, risultando convincentissima dall'inizio alla fine. Sydney Sweeney, giustamente "dimessa" (ovvero come potrei essere io dopo parrucchiere, estetista, chirurgo estetico e una settimana di sonno ininterrotto), le fa da misurato contraltare senza farsela menare troppo, pur con occasionali dimostrazioni di comprensibile fragilità, mentre Brandon Sklenar si arricchisce piano piano di sfumature. Inizialmente, l'attore si mescola alle suppellettili, condividendone profondità ed espressività, dopodiché acquista sempre più spessore, offrendo una delle interpretazioni più divertenti di questo inizio anno. Ciò non vale, ovviamente, per colui che è inspiegabilmente diventato il feticcio di Paul Feig, il nostrano Michele Morrone. Già vittima di un personaggio che, almeno nel film, è utile quanto il due di coppe a briscola, il manzo pugliese perde il confronto impari con la pala da giardiniere che gli hanno messo in mano e con la quale, in tutta sincerità, avrei più piacere a passare 365 giorni. E siccome, rileggendo queste ultime righe, ho timore che mi scambierete per le pazze alle quali piace leggere roba come Forked, Unhinged ecc., mi taccio e, con mia stessa sorpresa, mi limito a consigliarvi di dare una chance a Una di famiglia - The Housemaid, perché potreste anche divertirvi. 

CAST

Del regista Paul Feig ho già parlato QUISydney Sweeney (Millie Calloway), Amanda Seyfried (Nina Winchester) ed Elizabeth Perkins (Signora Winchester) le trovate invece ai rispettivi link.


CURIOSITà

Attualmente, Una di famiglia - The Housemaid ha già ottenuto il via libera per un sequel, che dovrebbe intitolarsi The Housemaid's Secret e vedere il ritorno sia di Paul Feig alla regia che di Sydney Sweeney nei panni di Millie. Considerato che l'autrice Freida McFadden ha scritto tre libri e un racconto di quella che, nel tempo, è diventata una saga, potrebbe anche non essere finita qui. Nell'attesa, se Una di famiglia - The Housemaid vi fosse piaciuto, potete recuperare L'amore bugiardo - Gone Girl e La ragazza del treno. ENJOY!

venerdì 14 maggio 2021

L'apparenza delle cose (2021)

Volevo cominciare il recupero dei vari Saw ma purtroppo sul mio Prime il capostipite non c'è (arcano risolto: lo trovo solo cercando da PC, non da smartbox. Vabbé.) quindi ho ripiegato su L'apparenza delle cose (Things Heard and Seen), diretto e sceneggiato dai registi Shari Springer Berman Robert Pulcini a partire dal romanzo omonimo di Elizabeth Brundage.


Trama: i Claire e la loro figlioletta si trasferiscono in una casa in campagna e lì la famiglia comincia a sfasciarsi, vittima di strani fenomeni...


Due ore di film e non mi sono addormentata, è già qualcosa. Questo per dire che L'apparenza delle cose, anche se effettivamente è un po' moscerello a livello di horror tout court e spaventi nonché, senza ombra di dubbio, rallentato nel ritmo da una quantità di episodi evitabilissimi, è comunque un film capace di tenere desta l'attenzione e di invogliare lo spettatore a capire dove andrà a parare questa strana storia di presenze fantasmatiche che, per inciso, potevano anche non esserci. Pensate a un Amityville Horror (citato a piene mani) col freno tirato, dove le presenze compaiono quanto basta per giustificare la definizione di thriller sovrannaturale nonché l'orribile finale sul quale poi tornerò, e avrete un'idea di cosa aspettarvi guardando L'apparenza delle cose. Il quale, in effetti, nella prima parte dà ad intendere che i fantasmi della nuova dimora della famiglia Claire saranno fondamentali per lo sviluppo della trama, non fosse che i protagonisti sono una coppia già destinata allo sfascio e priva di amore fin da subito, due personaggi di cui uno andrebbe messo al rogo (il marito Charlie) e l'altro insignito del premio "Genio!" per il modo in cui decide di agire con imbarazzante mancanza di tempismo, quindi non serviva la mano spiritica per buttarli oltre il ciglio della rupe; certo, l'aldilà diventa fondamentale negli ultimi dieci minuti, ma per il resto potevano anche non scomodarlo. Diciamo che il "bello" del film è capire quanto Charlie sia, per l'appunto, solo apparenza e quanto ci metterà Catherine ad aprire gli occhi e mandarlo a stendere come merita, visto che del mistero che circonda la casa se ne disinteressano persino gli sceneggiatori a un certo punto, e sicuramente sono più inquietanti i vivi dei morti.


Ma come ho detto, bisogna pagare la quota sovrannaturale e tutto quello che è stato trattenuto nel corso del film deflagra in un finale che dovrebbe fare vergognare chiunque abbia mai definito kitsch Al di là dei sogni oltre che privare lo sceneggiatore di Estraneo a bordo del titolo di "peggior inventore di maccosa cinematografici"; nulla può, infatti, il clandestino imbullonato contro l'assioma "il bene vince sempre", incarnato in una cretinissima ed inverosimile vendetta postuma davanti alla quale il bene in questione ci fa proprio una magra figura. Arrivata fin qui, mi rendo conto di non avere scritto cose che possano invogliare alla visione di L'apparenza delle cose, ed è un peccato perché per una serata senza troppe pretese è un film perfetto, quindi potrei inserire qualche elemento positivo spendendo delle belle parole per Amanda Seyfried, sempre elegante e scazzatella (ma fatela esplodere di rabbia di più, non ricordate quella meravigliosa scena in Twin Peaks - Il ritorno?), perfetta per il personaggio di Catherine, oppure parlare della gioia di avere rivisto l'adorata Karen Allen, che purtroppo rischiate di perdervi per strada visto quanto poco è incisivo il personaggio che interpreta; parlando di attori, però, mi tocca anche sottolineare quanto, tirata fuori da Stranger Things, "Nancy Wheeler" sia poco meno di una cagna maledetta, ma forse è anche colpa della fondamentale inutilità e pedanteria della giovane Willis, che serve solo ad anticipare (se ce ne fosse bisogno) quanto è stronzo Charlie. Insomma, vai a sapere perché non mi sono addormentata e mi sono anche divertita a guardare questo film. Recuperatelo con moltissima calma e fatemi sapere se riuscite a capire cosa mi ha preso!


Di Amanda Seyfried (Catherine Claire), Karen Allen (Mare Laughton) e F. Murray Abraham (Floyd DeBeers)  ho già parlato ai rispettivi link. 

Shari Springer Berman e Robert Pulcini sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Americani, sposati dal 1994, hanno diretto film come American Splendor, Il diario di una tata, Un perfetto gentiluomo, Imogene e 10,000 Saints. Anche produttori e attori, hanno lei 58 e lui 57 anni.


James Norton
interpreta George Claire. Inglese, ha partecipato a film come Turner, Flatliners - Linea mortale, Piccole donne e a serie come Doctor Who e Black Mirror. Anche produttore, ha 36 anni. 


Natalia Dyer
interpreta Willis. Conosciuta come la Nancy di Stranger Things, ha partecipato a film come Velvet Buzzsaw. Ha 26 anni.


Se L'apparenza delle cose vi fosse piaciuto recuperate Amityville Horror, Changeling e Ballata macabra. ENJOY!

domenica 13 dicembre 2020

Mank (2020)

E' il film che dopo nemmeno un'ora dalla sua uscita avevano già visto tutti i cinèfili (giuro. Ma come ca**o fate?) ma io mi sono fatta giustamente desiderare e ho guardato Mank, diretto da David Fincher, con quel giorno o due di ritardo che renderanno automaticamente questa recensione già vecchia. Azione!


Trama: ormai fuori dal giro della Hollywood che conta, lo sceneggiatore Herman Mankiewicz viene ingaggiato per scrivere la sceneggiatura del nuovo film dell'ultima stella assurta nella mecca del Cinema, Orson Welles. 

Mank nasce come sceneggiatura del padre di David Fincher, rimasta in un limbo per anni perché considerata poco interessante dalle varie case di produzione. Mamma Netflix, a un certo punto, ha deciso di produrre il film, facendo così un regalo al regista e anche ai cinèfili che pagano l'abbonamento storcendo il naso, bestemmiando contro il colosso dello streaming reo di aver ucciso le sale cinematografiche ancora prima che arrivasse il Covid a dare il colpo di grazia; quegli stessi cinèfili vi diranno che Mank è il film dell'anno, che non esiste omaggio al Cinema più Enorme, che Gary Oldman è il più grande attore vivente, e ve lo diranno sempre bestemmiando, ovviamente, ché un film simile andava visto sul grande schermo, invece ciccia. Io, che quest'anno ho veramente pochissima pazienza e ho scoperto di essere capra in tutto quello che credevo mi riuscisse bene, mi riconfermo capra all'ennesima potenza e non vi parlerò di un capolavoro, bensì di un bellissimo film che DEVE spingervi a recuperare l'unico, vero capolavoro che sentirete nominare da chiunque in questi giorni, ovvero Quarto potere. Anche perché la sottile gabola di Fincher è quella di raccontare una storia "falsa", nemmeno fosse il Vitello dai piedi di Balsa, quindi parte del divertimento di guardare Mank è anche quello di andare a scavare nelle vicende reali che hanno portato alla nascita di uno dei più bei film mai girati. Detto ciò, non starò ad annoiarvi con tutte le inesattezze storiche presenti in Mank, soprattutto perché esse sono parte fondamentale di una struttura creata ad hoc, che sfrutta i retroscena della realizzazione di un film per crearne un altro molto archetipico, un omaggio alle pellicole di una Hollywood scomparsa, la cosiddetta "fabbrica dei sogni" che spazzava sotto un tappeto di glamour tutto il marcio che la caratterizzava. E' un discorso, e adesso verrò lapidata, molto simile a quello portato avanti da una serie sempre Netflix, Hollywood di Ryan Murphy; benché meno legata a una realtà fattuale, la serie in questione sfruttava eventi accorsi e persone esistite per raccontare una favola di edificanti speranze, mentre Mank mette in scena la tipica storia di caduta e riscatto, col protagonista che cerca di fare ammenda per una vita di eccessi ed ubriachezza arrivando a "far giustizia" attraverso la vittoria di un Oscar per la miglior sceneggiatura. A un certo punto c'è persino la risoluzione felice di un dramma buttato lì all'inizio del film e non più nominato per il resto della sua durata, sottolineato dal tipico score gioioso hollywoodiano, per dire quanto Mank non abbia tanto delle pretese filologiche, quanto più ambizioni di omaggio formale, probabilmente anche verso l'epoca vissuta da papà Fincher


E quindi, per forza ci si ritrova commossi davanti alla bellezza di Mank. Il film di Fincher è fotografato in un bianco e nero che sa di "antico", la colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross è un capolavoro vintage che ci catapulta, assieme alla scelta di utilizzare una traccia sonora simile a quelle dell'epoca (credo che il termine tecnico sia "monofonia"), nei cinema degli anni '30 pur stando seduti comodamente a casa, e la storia raccontata non solo è interessante ma anche interpretata meravigliosamente. A onor del vero, che per vedere Mank non serva avere un minimo di infarinatura relativamente agli eventi narrati è una piccola bugia: come ho detto, non ho avuto cuore di guardarlo assieme a Mirco ma mi immagino che per lui non sarebbe stato né facile né interessante seguire gli svariati omaggi ai grandi nomi del tempo, i rimandi inevitabili a Quarto potere o l'importante sottotrama politica che diventa il motore di buona parte della vicenda. Quanto a me, proprio quest'ultima caratteristica del film me lo ha fatto trovare un po' "facilino" e "paraculo", cosa che mi porta a non urlare al capolavoro come molti. Detto ciò, Gary Oldman si riconferma (giovani, SI RICONFERMA: parliamo di Gary Oldman, non dell'ultimo sbarbatello che ha dovuto tirare l'orlo della giacca a Fincher per scoprirsi grande. I social sono davvero una piaga, porca miseria.) uno dei migliori attori viventi ed è un piacere vederlo gigioneggiare negli uffici fumosi della MGM, saltellare leggiadro nei giardini di una villa simile a un Paese delle Meraviglie o sputare veleno in una delle scene a più alto tasso emotivo dell'anno, e il resto del cast supporta con grandissima bravura un'interpretazione così grande. In quest'ultima parte dell'anno Netflix ci ha voluti coccolare un po' e dare materiale per le inevitabili classifiche e io non posso fare altro che ringraziare e "portare a casa", magari con meno entusiasmo di altri ma sicuramente con immenso piacere.


Del regista David Fincher ho già parlato QUI. Gary Oldman (Herman Mankiewicz), Amanda Seyfried (Marion Davies), Lily Collins (Rita Alexander), Tuppence Middleton (Sara Mankiewicz) e Charles Dance (William Randolph Hearst) li trovate invece ai rispettivi link.


Arliss Howard interpreta Louis B. Mayer. Americano, ha partecipato a film come Full Metal Jacket, Natural Born Killers, A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar, Il mondo perduto - Jurassic Park e a serie come L'incredibile Hulk, Ai confini della realtà, Medium e True Blood. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 66 anni e un film in uscita. 


Tuppence Middleton interpreta Sarah Mankiewicz. Inglese, ha partecipato a film come I segreti della mente, In TranceThe Imitation GameEdison - L'uomo che illuminò il mondoDownton Abbey e Possessor. Anche sceneggiatrice, ha 33 anni. 


Se Mank vi fosse piaciuto o se l'argomento vi interessasse, ovviamente il consiglio è quello di recuperare lo splendido Quarto potere (lo trovate su Prime Video) e di aggiungere RKO 281 - La vera storia di Quarto potere, che però non ho mai visto. ENJOY!

mercoledì 15 luglio 2020

You Should Have Left (2020)

Incuriosita da alcune recensioni positive, ho deciso di guardare anche You Should Have Left, diretto e co-sceneggiato dal regista David Koepp a partire dal romanzo omonimo di Daniel Kehlmann.


Trama: Theo è un uomo dal passato oscuro. Assieme alla giovane moglie, Susanna, e alla figlioletta, decide di passare un periodo di vacanza in una casa in Inghilterra, ma il luogo si rivelerà parecchio inquietante...


Alla fine di You Should Have Left mi sono resa conto che non riguardo Echi mortali e Secret Window da anni, nonostante mi fossero piaciuti molto, colpa alla quale dovrei porre rimedio al più presto, e ho avuto conferma ancora una volta che Kevin Bacon è come il vino pregiato, più invecchia più è buono. Ormoni a parte, You Should Have Left è un ottimo thriller psicologico a sfondo sovrannaturale, all'interno del quale vengono curati i personaggi in primis, ben caratterizzati fin dall'inizio. Theo è un uomo che soffre per un trauma passato che ci verrà rivelato solo a metà pellicola, il quale è riuscito ad ottenere una nuova vita grazie a Susanna, attrice molto più giovane di lui, e soprattutto grazie alla loro figlioletta, la graziosa Ella; comunque sofferente per una relazione che lo fa sentire più vecchio e inadeguato ogni giorno che passa (Susanna è una bellissima attrice sulla cresta dell'onda, che da brava "millenial" vive di cellulare), Theo decide di prendersi del tempo solo per la famiglia e di fare una vacanza in Inghilterra, in una moderna casa isolata in mezzo alla campagna. Purtroppo, invece di essere la panacea dei mali causati da gap generazionali, il soggiorno britannico comincia a rodere a poco a poco la mente di Theo e ad esacerbare i conflitti latenti, soprattutto perché le stanze, all'interno della casa, hanno la tendenza a trasformarsi, le porte a comparire e scomparire, il tempo a dilatarsi e persino ripetersi, mentre il passato torna a perseguitare Theo nonostante tutti i tentativi di lasciarselo alle spalle e persino la moglie e la figlia iniziano a perdere la valenza di isola felice. Non pensiate però, dopo quello che ho scritto, che You Should Have Left sia un novello Shining o simili, dove il protagonista sbrocca malissimo a danno dei familiari, perché qui si punta più sull'elaborazione del senso di colpa, su demoni interiori che si fanno reale ed impediscono alle persone di uscire da un loop fatto di sentimenti negativi e disperazione, che rischia di coinvolgere anche i loro cari.


You Should Have Left segue dunque un ritmo lento, all'interno del quale tanti piccoli elementi dissonanti arrivano a creare una stonatura totale, trasformando la bella, spaziosa casa moderna in un luogo claustrofobico e malvagio, dal quale uscire è impossibile. C'è molto lavoro di scenografia dietro a You Should Have Left, di regia e di montaggio, indice di come David Koepp sia un bravissimo professionista sia dietro la macchina da presa che dietro a un foglio da riempire con una sceneggiatura, e il film risulta così assai curato da ogni punto di vista, senza diventare una banale sagra dello spavento facile, cosa che probabilmente avrà fatto storcere il naso a molti viste le critiche che il film si è beccato oltreoceano. A me, onestamente, è piaciuto parecchio e mi sono lasciata trasportare dal suo ritmo lento arrivando a provare sincera pena per tutti i personaggi; Kevin Bacon, con quel volto segnato dall'età, è perfetto per il ruolo di padre e marito "inadeguato" e fiaccato dai suoi stessi preconcetti, Amanda Seyfried deve "solo" essere bellissima e ci riesce bene (ecco, forse il suo personaggio è quello che ha meno da dire ma è comunque molto funzionale al racconto) e la piccola Ella è un raro esempio di bambino horror che non si vorrebbe prendere a schiaffi dall'inizio alla fine del film, anzi, a tratti mi ha messo un magone indescrivibile. Completano il cast un paio di personaggi che mi hanno instillato la dolorosa voglia di tornare là dove l'inglese è incomprensibile e gli abitanti stundai, posti che spero di poter visitare di nuovo appena la maledetta frenesia da Covid sarà finita. Nell'attesa, ci sono sempre i film, e se saranno tutti pregevoli come You Should Have Left vedrò di accontentarmi!


Di Kevin Bacon (Theo/Stetler) e Amanda Seyfried (Susanna) ho già parlato ai rispettivi link.

David Koepp è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Echi mortali e Secret Window. Anche produttore e attore, ha 57 anni.


Kevin Bacon ha, grazie a Dio, preso il posto di Nicolas Cage. Detto ciò, se il film vi fosse piaciuto recuperate Echi mortali. ENJOY!

domenica 24 febbraio 2019

First Reformed - La creazione a rischio (2017)

Stanotte verranno assegnati gli Oscar e questa è l'ultima recensione "a tema" che verrà pubblicata prima della fatidica premiazione. Nella fattispecie, First Reformed - La creazione a rischio (First Reformed), diretto e sceneggiato da Paul Schrader nel 2017, ha ottenuto una nomination per la Miglior Sceneggiatura Originale.


Trama: il sacerdote di una piccola congregazione comincia a mettere in dubbio il proprio ruolo nel mondo a seguito di una serie di tragedie che lo hanno toccato da vicino.



Tra tutti i film visionati nel periodo pre-Oscar, First Reformed è indubbiamente uno dei più "scomodi". La sceneggiatura di Paul Schrader, pur non essendo sensazionalistica come quella di Vice, che punta il dito facendo nomi e cognomi, o palesemente impegnata come quella di BlacKkKlansman, sbatte in faccia allo spettatore un problema globale del quale tutti, nessuno escluso, parliamo troppo poco benché ci tocchi da vicino, forse perché attualmente è meno intellettuale parlare di ambiente e riscaldamento globale piuttosto che di politica e razzismo. Scrivere che First Reformed parli "semplicemente" di inquinamento e della graduale presa di coscienza del problema però sarebbe incredibilmente riduttivo. Quella, difatti, è solo la punta dell'iceberg di un percorso che porta il protagonista, un prete fiaccato dai sensi di colpa per la morte del figlio in guerra, a guardare al futuro e a chiedersi se davvero un mondo destinato alla distruzione per mano dell'uomo possa essere un rifugio sicuro per le generazioni future e cosa, effettivamente, possa fare la Chiesa per impedire una catastrofe, per preservare ciò che Dio ha concesso all'umanità al di là di tutte le parole, le preghiere e le formule di rito. First Reformed ci fa scontrare con la realtà di un sacerdote che è poco più di una guida turistica all'interno di una chiesa-museo, incapace di trovare le parole giuste per consolare e dare speranza agli altri perché lui stesso non ne ha per sé, e che piano piano apre gli occhi su una realtà dove la Chiesa è un'industria mangia soldi più che veicolo di conforto per i fedeli, all'interno della quale chi è al vertice si preoccupa  di politica e di apparenze salvate invece che di problemi concreti. Eppure, nonostante questa presa di coscienza, il sacerdote fa del dolore spirituale e della sofferenza fisica una corazza che lo spinge non già ad allontanarsi da Dio o perdere la Fede, bensì a farla diventare qualcos'altro di enorme e terribile, un pensiero strisciante di cui pian piano anche lo spettatore comincia ad avvedersi con angoscia crescente.


Ombroso, rigoroso e "bergmaniano" nell'impostazione (e non solo, ché Luci d'inverno ha una premessa molto simile), First Reformed è un film fatto di dialoghi angoscianti che affondano quanto la lama di un pugnale, che ci fanno vergognare di esistere e di essere sempre così dannatamente superficiali. Concentrati su noi stessi e sull'adesso, troppo spesso consideriamo la religione e la preghiera come scappatoie, comode formule magiche per ottenere quello che vogliamo come se Dio, un qualsiasi Dio, fosse il genio della lampada in grado di esaudire i nostri desideri se preghiamo proprio bene bene. E quando, dall'alto, ci viene mostrato solo un bel dito medio, ovviamente ci incazziamo. E' questa battaglia contro i "fedeli" mulini a vento che viene portata in scena da Schrader, incarnata nel volto granitico di Ethan Hawke, invecchiato e tirato ma sempre affascinante, il ritratto stesso del tormento e della disperazione, chiuso all'interno delle pareti spoglie di una chiesa asettica dove le croci paiono pesare come macigni persino con le loro ombre scure (il senso di claustrofobia viene dato anche dal formato inusuale scelto dal regista, il desueto rapporto d'aspetto 4:3), o perso nel fondo di una bottiglia mentre vomita su carta tutto ciò che lo rode. Il grigiume e la desolazione lasciano il posto giusto ad un paio di scene oniriche, concesse da Schrader a mo ' di sollievo sia per il protagonista che per lo spettatore, piccoli afflati di speranza che non è detto vengano accolti e che hanno il volto angelico di una misuratissima Amanda Seyfried, ma che comunque possono cominciare ad indicare una via. Amore, speranza, indulgenza, comunione col prossimo, impegnati in una strenua battaglia contro disperazione ed autodistruzione, questo il cuore di First Reformed, un film per nulla ottimista ma sicuramente potente, capace di dare un bello scrollone allo spettatore. Peccato che non se lo sia filato quasi nessuno in Italia.


Del regista e sceneggiatore Paul Schrader ho già parlato QUI. Ethan Hawke (Toller) e Amanda Seyfried (Mary) li trovate invece ai rispettivi link.


Cedric the Entertainer, che interpreta Jeffers, è la voce originale del Maurice di Madagascar. Per il ruolo di Toller il regista aveva pensato anche a Oscar Isaac e Jake Gyllenhaal ma alla fine ha optato per il più "sciupato" Ethan Hawke. Se First Reformed vi fosse piaciuto recuperate Luci d'inverno e aggiungete Al di là della vita. ENJOY!


mercoledì 12 settembre 2018

Mamma Mia! Ci risiamo (2018)

Approfittando di una cena alla quale "non siamo state invitate" (true story), io e la mia amica Izzy abbiamo deciso di concederci una serata tra carampane a base di aperitivo e Mamma Mia! Ci risiamo (Mamma Mia! Here We Go Again), diretto e co-sceneggiato dal regista Ol Parker.


Trama: Sophie decide di onorare il desiderio della madre e di rinnovare e riaprire l'Hotel Bella Donna. Frustrata dalle difficoltà che precedono il giorno dell'inaugurazione, Sophie ripensa al passato della madre, Donna, e alle strane circostanze del suo concepimento.


E' troppo facile parlare male di Mamma Mia! Ci risiamo. Si potrebbe tranquillamente dire che è una commercialata, che è una banale scusa per infilare in un film tutte le canzoni che erano rimaste fuori da Mamma Mia!, che ha una trama basata sul nulla, che ha un doppiaggio italiano fastidiosissimo, che Andy Garcia sembra uscito dritto dalla pubblicità dell'Amaro Averna perché in fondo per gli americani (e anche per gli svedesi), Italia, Grecia e Spagna si somigliano tutte, che Meryl Streep ci avrà anche visto lungo ma comunque dalla cassa è passata lo stesso e che Dominic Cooper senza barba e in versione sentimentale non si può guardare né sentire, non dopo essersi sparati tre stagioni dell'adorabile Preacher. Si possono dire tutte queste cose e anche di più, è vero, e quasi sicuramente la mia ottima predisposizione d'animo sarà stata alimentata dai due bicchieri di Traminer scolati poco prima della visione del film, ma non mi vergogno a dire che Mamma Mia! Ci risiamo è la pellicola più genuinamente divertente, sfacciatamente trash ed entusiasmante vista quest'anno. E sì, agli autori è piaciuto vincere facilissimo, ché non ci vuole davvero nulla a conquistare il pubblico già predisposto piazzando a tradimento la riproposta di canzoni come Mamma Mia!, Dancing Queen e Super Trouper, aggiungendo roba "nuova" come Waterloo, I Have a Dream e un altro brano che non vi sto a spoilerare perché, per me, lì si è toccato decisamente l'apice del tripudio ma, diciamoci la verità: in quanti, dopo Mamma Mia!, si sono comunque affezionati a Donna, Sophie e a tutta la brigata di amiche, amanti e mariti? Per carità, non era il mio desiderio impellente conoscere il destino dei protagonisti di un film basato sulle canzoni degli ABBA, ma rivederli tutti sullo schermo mi ha fatto un immenso piacere. Non tanto per Sophie, in effetti. Anzi, il "litigio" tra Sophie e Sky è uno degli elementi più deboli del film, a me interessava rivedere la splendida Tanya, la tenera Rosie, i meravigliosi Harry e Bill, insomma tornare a divertirmi con quei personaggi secondari in grado di rubare la scena ai protagonisti, e non sono stata delusa in questo... anche perché, a un certo punto, arriva Cher. E lì non ce n'è più per nessuno.


Ai vecchi protagonisti tanto amati si affiancano le loro versioni più giovani, anche perché buona parte del film viene girato come un flashback che intervalla la narrazione del presente con scampoli di passato remoto. Il pubblico arriva quindi a scoprire come mai Donna fosse così incerta sulla paternità di Sophie e anche a capire come mai, tra tutti, alla fine Donna avesse scelto proprio Sam, oggetto di un intenso quanto improbabile amore... durato una settimana. C'è da dire che con gli altri due c'è stata una botta e via, quindi obiettivamente le probabilità che fosse Sam il vero padre di Sophie sono alte ma, insomma, non si sa mai. Il tuffo nel passato di Mamma Mia! Ci risiamo riserva ovviamente un paio di altre sorprese divertenti per i fan del musical e si amalgama senza troppi problemi con quello che veniva raccontato nel film precedente ma c'è comunque un piccolo problemino, ovvero gli attori. Se, infatti, Lily James è carinissima e dotata del carisma necessario per farsi carico dei vari numeri musicali, i tre baldi giovani scelti per interpretare Sam, Harry e Bill sembrano tutti uguali salvo il colore dei capelli e tutti dotati dell'espressività di tre bietoloni, per quanto sul fisico nulla da dire. Nonostante questo, tra i quattro si viene a creare un ottimo affiatamento che rende i numeri musicali assai gradevoli, benché magari non tutti all'altezza di quelli di Mamma Mia!, che ricordo più scatenati e "complessi", in qualche modo, soprattutto nelle coreografie. C'è di che gioire comunque anche in questo Mamma Mia! Ci risiamo, soprattutto verso il finale, e in generale mi è sembrato che tutti i coinvolti si siano divertiti molto, cosa che sicuramente giova all'umore dello spettatore che non può che rimanere travolto da tanta allegria ed entusiasmo. Sarà che in questo periodo avevo bisogno di divertirmi ma non posso che consigliarvi di recuperare questo film e prepararvi a cantare a squarciagola anche quando tornerete a casa!


Di Amanda Seyfried (Sophie), Andy Garcia (Señor Cienfuegos), Lily James (Donna da giovane), Dominic Cooper (Sky), Julie Walters (Rosie), Christine Baranski (Tanya), Pierce Brosnan (Sam), Colin Firth (Harry), Stellan Skarsgård (Bill/Kurt), Cher (Ruby Sheridan) e Meryl Streep (Donna) ho già parlato ai rispettivi link.

Ol Parker (vero nome, Oliver Parker) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Imagine Me & You. Anche produttore, ha 49 anni.


Björn Ulvaeus e Benny Andersson, ex membri degli ABBA, compaiono rispettivamente come professore del college (quando cantano When I Kissed the Teacher) e pianista durante la canzone Waterloo. Per concludere, Cher aveva rifiutato il ruolo di Tanya nel primo film e ha scelto personalmente Andy Garcia per il ruolo di Cienfuegos. Se Mamma Mia! Ci risiamo vi fosse piaciuto consiglio il recupero del "capostipite", Mamma Mia!. ENJOY!

mercoledì 23 dicembre 2015

Gone (2012)

L'anno sta finendo male, gente. Ultimamente imbrocco una ciofeca dietro l'altra, sarà la stanchezza, chissà. Fatto sta che in questi giorni mi sono ritrovata a guardare Gone, diretto nel 2012 dal regista Heitor Dhalia e... vabbé...


Trama: Jill soffre di turbe psichiche da quando è stata rapita ed è riuscita a sfuggire al suo aguzzino, inoltre la polizia non le crede perché non sono mai riusciti a trovare il rapitore o il luogo dove la ragazza è stata tenuta prigioniera. Quando la sorella scompare misteriosamente, Jill si convince che il rapitore sia tornato...


Da quando il binomio thriller e Wes Bentley sono diventati sinonimo di fregatura certa? Per carità, non che il povero Wes (che mi sta dando tante soddisfazioni in American Horror Story Hotel) si veda per più di 10 minuti in questo Gone, però dopo il film di Heitor Dhalia e Final Girl ci penserò molto bene prima di dargli un'altra chance in tal senso. Gone è veramente un film medio, anzi mediocre, una rottura di palle che si trascina per un'ora e mezza, con personaggi tra l'antipatico e l'idiota nonché una gestione della suspance praticamente inesistente; tolto un vago senso di curiosità riguardo all'esistenza o meno del presunto rapitore, non c'è mai stato un momento durante la visione in cui mi sia ritrovata partecipe della vicenda di Jill, sciapa biondina dai grandi occhioni e dalla testa di cocco. La trama della pellicola verte essenzialmente sullo scontro tra la protagonista e gli scazzatissimi poliziotti di Portland i quali, terrorizzati dall'idea di setacciare palmo a palmo un parco nazionale, preferiscono convincersi che Jill si sia inventata un rapimento per calamitare su di sé l'attenzione dopo la morte dei genitori piuttosto che aiutarla con le indagini. Il progressivo astio della polizia nei confronti della protagonista si traduce nella trasformazione della giovane da vittima in cerca di aiuto a pericolo pubblico numero uno e in parallelo alla disperata ricerca del rapitore da parte di Jill comincia anche una caccia alla "donna" da parte di sbirri ed investigatori da operetta. Le indagini della protagonista, di una faciloneria talmente estrema da farmi sospettare che Portland sia grossa quanto Ellera (SV), non danno adito al minimo dubbio che il film finirà a tarallucci e vino ma sinceramente non mi aspettavo delle risoluzioni così avulse da ogni legge o senso civico: va bene che gli USA hanno un concetto di "possesso d'arma da fuoco" e diritti del cittadino un po' diverso dal nostro ma il finale di Gone pare davvero la Casa delle Libertà, dove ognuno fa quel Razzo che gli pare.


Non che la realizzazione di Gone sia meglio della trama, ovviamente. Il povero Heitor Dhalia, immigrato brazileiro in terra americana, si è visto strappare di mano il progetto ed è stato relegato al ruolo di servo della produzione, al punto che non è nemmeno riuscito a parlare con gli attori prima di cominciare a girare, per dire; non avendo visto nessuno dei film da lui realizzati prima o dopo non so dire quindi se la saudade causatami dalla regia piattissima sia da attribuire alle sua scarse capacità dietro la macchina da presa oppure dal suo comprensibile scazzo. Gli attori non se la cavano meglio, ahimé. Amanda Seyfried è irritante e loffia, il peso di un film così risibile la schiaccia a tal punto che la biondina, solitamente presenza a me gradita, non riesce a risollevarlo nemmeno per un istante e soprattutto le manca l'ambiguità sufficiente ad instillare il dubbio nella mente dello spettatore. Stenderei un velo pietoso anche sui comprimari, che vanno dall'inutile (la sorella, l'amico senza palle, i vari soggetti interrogati durante le indagini e lo stesso rapitore, favoloso nella sua inconsistenza) al dannoso (gente come Wes Bentley e Jennifer Carpenter messi lì probabilmente solo per fare da specchietto per le allodole e attirare i loro fan) e contribuiscono a rendere ancora più anonimo e dimenticabile un film che già nasceva sotto una cattiva stella. Basta, tra i buoni propositi per l'anno nuovo ci sarà sicuramente quello di non guardare più thriller a scatola chiusa: voi se volete evitare di sprecare tempo prezioso continuate a leggere il Bollalmanacco invece!


Di Amanda Seyfried (Jill), Sebastian Stan (Billy) e Wes Bentley (Peter Hood) ho già parlato ai rispettivi link.

Heitor Dhalia è il regista della pellicola. Brasiliano, ha diretto film che non conosco come O cheiro do Ralo e À Deriva. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 40 anni.


Jennifer Carpenter interpreta Sharon Ames. Americana, la ricordo per film come The Exorcism of Emily Rose, Quarantena e per la serie Dexter. Anche produttrice, ha 36 anni.


Se Gone vi fosse piaciuto recuperate la trilogia di Taken e The Vanishing - Scomparsa. ENJOY!

mercoledì 8 luglio 2015

Ted 2 (2015)

Dopo avere ripassato il primo capitolo, la settimana scorsa sono andata a vedere Ted 2, diretto e co-sceneggiato dal regista Seth McFarlane.



Trama: per salvare un matrimonio già allo sfascio, l'orsacchiotto Ted e Tami-Lynn decidono di adottare un figlio. Il problema è che Ted, legalmente, non è umano...


Seth McFarlane è un furbone matricolato a cui è impossibile volere male. Se Ted 2 lo avesse girato uno dei Vanzina probabilmente, in maniera molto ipocrita, starei urlando allo scandalo per la quantità di gag volgari, bambinesche e demenziali di cui è infarcito, anche più del primo Ted. Invece, siccome sotto sotto sono una stronza cinica e nerd, al regista perdono tutto per l'umorismo politically incorrect e le citazioni anni '80 che spesso fanno capolino in tutti i suoi lavori. E dico proprio TUTTI, visto che McFarlane da quando ha creato I Griffin non si è mai allontanato dalla formula magica che gli ha fatto guadagnare tanto successo. Quindi, quali motivazioni potrei addurre per spingere la gente a vedere Ted 2? Beh, intanto se non avete mai apprezzato la McFarlane Factory potete tranquillamente evitare di continuare a leggere il post perché, come ho detto all'inizio, non mi scaglierò contro le stupidità e le banalità sulle quali è costruito il film ed il motivo di questa scelta scellerata è che ho riso, me sciagurata, ho riso tantissimo. Ribadisco, sarei ipocrita se lo negassi. Ho riso e storto il naso, represso dei conati di vomito e dei fangooli ma ho comunque riso e questo è quanto, McFarlane evidentemente sa sempre quale tasto toccare con me. Aggiungo anche che stavolta la trama è un po' più strutturata rispetto a quella di Ted e omaggia spudoratamente un caposaldo della fantascienza di ogni tempo, ovvero "cosa ci rende umani?". Quindi, al di là delle grasse risate c'è anche il tempo per riflettere, forse in maniera un po' facilona, su quesiti per nulla scontati in tempi di migrazioni, "ruspe" e compagnia cantante: quello che alla fine vuol comunicare McFarlane è che non importa quanto una persona sia inutile, imbecille, cazzona e "bambina" finché riesce a provare e far provare empatia al prossimo, a differenza dei cosiddetti "esseri umani di prima classe" che magari hanno tanto cuore quanto una pietra inanimata. L'umanità, quindi, intesa come libertà di essere sé stessi alla faccia di quello che pensano gli altri, soprattutto se si ha la fortuna di avere degli amici che ci accettano per quello che siamo.


Accanto a questi concetti bellissimi ed aulici e all'umorismo di grana mastodontica c'è purtroppo l'altro lato della medaglia rappresentato dalla solita dose di maschilismo McFarlaniano che poco sopporto. La vera novità di Ted 2, infatti, è l'elegantissimo calcio in chiulo rifilato a Mila Kunis e alla sua Lori, troppo "seria" per accettare di stare con un fidanzato di rara idiozia che, neanche a dirlo, sarebbe il vertice perfetto di un ideale triangolo formato da lui, Homer Simpson e Peter Griffin. "Ho sprecato anni dietro ad una donna che non andava bene per me", bravo caprone, vallo a dire a Lori, Marge e Lois, tre poverette che in un mondo ideale ucciderebbero i loro compagni. Fuori la Kunis, dicevamo, dentro la Seyfried che, per quanto mi piaccia molto come attrice, ho trovato fastidiosa per il modo in cui il suo personaggio accontenta per l'appunto le convinzioni e i desideri di McFarlane e di tutti quelli come lui: la donna dev'essere praticamente un uomo con la patata, accettare col sorriso e con tanto aMMore tutte le imbecillità del compagno (giuro, Wahlberg qui è MOLTO più cretino rispetto al primo Ted) mentre l'uomo deve accettare con rassegnata compassione il fatto che le fidanzate di solito siano totalmente ignoranti in materia di film, serie TV, cultura nerd in generale. Ciccio Seth, già che sei un bell'ometto, vieni qui che ti spiego due cose in materia di sapienza femminile, ché se sei rimasto negli anni '50 non è mica colpa mia! Giusto per smentirti, nonostante sia femmina (orrore!!) quel che ho apprezzato maggiormente di Ted 2 è proprio il continuo citazionismo e sono stra-convinta che le sequenze migliori siano quelle in cui ricicciano fuori Sam J.Jones, un Liam Neeson esilarante e appena uscito da una scena della franchise Taken e soprattutto l'omaggio al primo Jurassic Park. Insomma, mi sembra di aver detto abbastanza, nel bene e nel male. Se avete visto Ted sapete cosa aspettarvi (anche perché i riferimenti alla prima pellicola sono pressocché infiniti), ovvero nulla di entusiasmante ma neanche nulla per cui partire e andare negli USA a far sommario scempio del regista... se invece odiate il genere state alla larga da questo film!!


Del regista e co-sceneggiatore, nonché voce di Ted, Seth McFarlane ho già parlato QUI. Mark Wahlberg (John), Amanda Seyfried (Samantha), Giovanni Ribisi (Donnie), Morgan Freeman (Patrick Meighan), Sam J. Jones (Sam Jones), Patrick Warburton (Guy), John Carrol Lynch (Tom Jessup), Liam Neeson (il cliente al supermercato), Dennis Haysbert (Dottore alla clinica della fertilità), Patrick Stewart (Narratore) e Martin Klebba (Chucky) li trovate invece ai rispettivi link.

John Slattery (vero nome John M. Slattery Jr.) interpreta l'avvocato Shep Wild. Americano, lo ricordo per il ruolo di Victor in Desperate Housewives, inoltre ha partecipato a film come Sleepers, Iron Man 2, e ad altre serie come Party of Five e Will & Grace; come doppiatore, ha lavorato nelle serie I Simpson e The Cleveland Show. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 53 anni e due film in uscita tra cui Ant-Man, dove tornerà ad interpretare Howard Stark.


Tra gli altri attori, segnalo il ritorno di Jessica Barth nei panni della procace Tami-Lynn, l'arrivo di Michael Dorn (il VERO Worf di Star Trek) in quelli di Rick, il fidanzato di Guy, e ovviamente le partecipazioni speciali della sorella del regista, Rachael McFarlane (la segretaria di Meighan), del giocatore di football Tom Brady, dei presentatori Jay Leno e Jimmy Kimmell e dei comici del Saturday Night Live Kate McKinnon, Bobby Moynihan e Taran Killam. Non ce l'hanno fatta invece Mila Kunis (apparentemente perché incinta ma in realtà pare che Seth McFarlane non avesse già da subito contemplato la presenza del personaggio di Lori, salvo un brevissimo cameo) e il reverendo di Settimo cielo Stephen Collins, la cui partecipazione speciale è saltata dopo le recenti accuse di pedofilia. E dopo avervi consigliato di guardare tutti i titoli di coda per un'esilarante scena post credits, se Ted 2 vi fosse piaciuto vi direi di recuperare Ted e... sì, diamine, L'uomo bicentenario! ENJOY!

mercoledì 22 ottobre 2014

Un milione di modi per morire nel West (2014)

E' uscito questa settimana nelle sale italiane, abbastanza in sordina a dir la verità, l'ultimo film diretto e co-sceneggiato dal creatore de I Griffin Seth MacFarlane, ovvero Un milione di modi per morire nel West (A Million Ways to Die in the West).


Trama: Albert Stark è un pastore codardo, assolutamente inadatto alla dura vita del west. La fidanzata Louise, stufa di avere a che fare con uno smidollato, decide di lasciarlo ed Albert cerca di riconquistarla con l'aiuto di Anna, una misteriosa pistolera nonché moglie di un terribile bandito...


Un milione di modi per morire nel West è, al pari di Ted, un puro divertissement, il capriccio di un attore e sceneggiatore abituato a stare dietro le quinte televisive che decide all'improvviso di mettersi in mostra assumendosi il ruolo di protagonista e regista. MacFarlane si era già ritrovato dietro la macchina da presa col già citato Ted, riuscito solo a metà, e con Un milione di modi per morire nel West realizza letteralmente uno one man show interamente al servizio della sua comicità, delle sue idiosincrasie e del suo senso del ridicolo. Ovviamente, MacFarlane non è Woody Allen e i suoi film risultano delle pallide copie de I Griffin: come già accadeva con Ted, infatti, anche la sua ultima fatica vive di parecchi momenti di stanca ravvivati da alcuni colpi di genio, perché le gag sono più meno le stesse della serie che ha fatto la fortuna di MacFarlane e funzionano nella mezz'ora di episodio, mentre  dilungate in due ore di film risultano fiaccherelle. La base di Un milione di modi di morire nel West, il concetto da cui è stato tratto il titolo, obiettivamente è simpatico e gioca su un escamotage molto amato dall'autore, ovvero quello di inserire un personaggio dalla mentalità MOLTO moderna, portatore di concetti ed idee tipici della nostra epoca, all'interno di un contesto "antico", in questo caso il West: abbiamo così il pastore che cerca di risolvere tutto con la parlantina piuttosto che con le pistole, che odia la Frontiera e che mette in guardia amici e conoscenti dal milione di modi assurdi in cui la gente rischiava di morire all'epoca, tra dottori, animali selvatici, incuria, ignoranza, violenza, sparatorie e quant'altro. Purtroppo la storia costruita attorno a quest'idea di base è la quintessenza della banalità, tanto che sappiamo già come si concluderà la vicenda di questo sfigato che cerca di riconquistare l'amata aiutato da un'altra donna, quindi quel che resta sono solo un paio di gag ben riuscite.


I punti di forza di Un milione di modi per morire nel West sono quindi lo humor nero e politicamente scorretto tipico di MacFarlane, il suo gusto per l'assurdo e la citazione (val la pena vedere il film solo per un paio di comparsate che non vi spoilero perché meritate di struggervi in lacrime di incredula commozione come ho fatto io!!), il talento per i numeri musicali e, ovviamente, la simpatia degli attori coinvolti. Purtroppo MacFarlane è belloccio e bravo ma se guardate il film chiudendo gli occhi di tanto in tanto, come ho fatto io, vi sembrerà spesso che a parlare sia il cane Brian alle prese con uno dei suoi logorroici monologhi e Liam Neeson è a dir poco sprecato, fuori parte al limite del ridicolo (Il fatto che Liam Neeson non mi sia piaciuto nel ruolo di Clinch rispecchia tra l'altro le parole di Peter Griffin nel sesto episodio della quinta stagione, "Drizza le orecchie", quando dice che senza la sua guida i figli sarebbero dei casi disperati, come se Liam Neeson interpretasse un cowboy americano), mentre se la cavano molto bene una Charlize Theron che sembra essersi divertita un sacco, il solito, adorabile Giovanni Ribisi e, ovviamente, un Neil Patrick Harris in formissima, che con la sua canzone dedicata ai baffi (per non parlare della fellatio al mustacchio!!) vince a man bassa surclassando tutti gli altri coinvolti, cattivissimo padre di Albert a parte. Vi dirò, purtroppo tutto questo e il fantasioso utilizzo di Tarzan Boy dei Baltimora potrebbero non bastare per farvi piacere Un milione di modi per morire nel West, soprattutto se visto al cinema, anche perché immagino l'inevitabile impoverimento del doppiaggio e dell'adattamento italiani; se siete fan sfegatati di MacFarlane e dei Griffin potreste anche trovarlo esilarante ma francamente io l'ho visto proprio come uno scherzone tirato troppo per le lunghe, piacevole ma niente più. I picchi di genialità raggiunti da un altro Seth in Facciamola finita sono ben lontani, ahimé.


Di Seth MacFarlane, regista, co-sceneggiatore e interprete di Albert, ho già parlato QUI. Charlize Theron (Anna), Amanda Seyfried (Louise), Liam Neeson (Clinch), Giovanni Ribisi (Edward), Neil Patrick Harris (Foy) e John Aylward (il pastore Wilson) ho già parlato ai rispettivi link.

Sarah Silverman interpreta Ruth. Americana, ha partecipato a film come Tutti pazzi per Mary, Heartbreakers - Vizio di famiglia, School of Rock, I Muppet e a serie come Greg the Bunny e Monk; inoltre, ha lavorato come doppiatrice per le serie Drawn Together, American Dad!, Robot Chicken, Futurama, I Simpson e per film come Ralph spaccatutto. Anche sceneggiatrice, produttrice e compositrice, ha 44 anni e due film in uscita.


A parte il paio di guest star veramente geniali che ho deciso di non spoilerare nel post, sappiate che tra le varie comparse figurano anche Ewan McGregor (in mezzo la folla che ride alle battute di Foy), Ryan Reynolds (che viene ucciso da Liam Neeson nel Saloon), Will Ferrel (è il dottore che fa nascere Albert), Patrick Stewart (presta la voce alle pecora dalle gambe lunghissime) e, nella versione Unrated, anche la bionda Penny Kaley Cuoco (che Albert cerca di rimorchiare in un negozio). Detto questo, se Un milione di modi per morire nel west vi fosse piaciuto recuperate anche Mezzogiorno e mezzo di fuoco. ENJOY!

mercoledì 13 febbraio 2013

Les Misérables (2012)

Dopo aver tanto penato, finalmente anche io sono riuscita a vedere uno dei film che aspettavo di più in questo ricco gennaio, ovvero Les Misérables, trasposizione dell’omonimo musical di Broadway diretta nel 2012 dal regista Tom Hooper.


Trama: l’ex forzato Jean Valjean decide di cambiare vita dopo l’incontro con un pio vescovo. Violata la parola, riesce persino a diventare sindaco, ma il poliziotto Javert gli è sempre alle calcagna, deciso a riconsegnarlo alla giustizia. In un momento di disattenzione ed egoismo Valjean causa la definitiva rovina e conseguente morte di una sua dipendente, Fantine, e per espiare le promette di prendersi cura della figlioletta Cosette, affidata ai terribili locandieri Thénardier. Nonostante l’incombente e costante pericolo incarnato da Javert, i due riescono a condurre  una vita serena, ma l’amore e la rivoluzione sono in agguato…


Siccome di Les Misérables ho letto male dal momento stesso in cui è uscito, spezzerò subito una lancia in suo favore: a me il film è piaciuto. Non mi nascondo dietro a un dito, adoro i musical e mi faccio sempre trascinare dalla bellezza delle canzoni o dal sentimento con cui vengono cantate, e in Les Misérables ci sono tante canzoni meravigliose e un paio di performance degne di nota. Non mi vergogno nemmeno a dire che ho pianto come un vitello in almeno quattro o cinque occasioni: d'altronde il pregio del romanzo di Hugo è quello di "diluire la tragedia" con spiegoni storico-socio-politici-culturali che durano interi capitoli, mentre Hooper ammazza lo spettatore concentrando questa storia di poveri vinti in due ore e mezza (ma nelle sue intenzioni originali dovevano essere più di quattro, Dio benedica i tagli!!). All'uscita dalla sala io e le mie compagne di visione siamo sbottate in un accesso di risa isteriche invocando un musical sui Malavoglia, con Hugh Jackman/Padron 'Ntoni che piange sui lupini perduti, spero che qualche cantautore particolarmente allegro come, che so, Riccardo Cocciante mi legga ed esaudisca il nostro desiderio. Ma sto divagando, scusate, è solo che la commozione è ancora tanta e in qualche modo va sdrammatizzata. Passiamo alla recensione.


Les Misérables cinematografico è una sorta di compendio del musical di Broadway a cui si aggiungono elementi presi dal romanzo di Hugo e, come l'opera dello scrittore francese, porta avanti un parallelo tra la vita di questi miserabili e la Francia. Jean Valjean è un uomo che lo stato e la cosiddetta giustizia hanno privato dell'identità, della fiducia verso il prossimo e della possibilità di avere un lavoro onesto e una vita serena; la Francia dell'epoca trattata è più o meno simile, una nazione passata in brevissimo tempo dalla Rivoluzione all'impero di Napoleone per poi tornare alla monarchia, uno stato allo sbando dove il popolo è ridotto nella miseria più nera e dove la legge tutela solo chi è benestante, quindi rispettabile. Sia i protagonisti dell'opera che la Francia dovranno trovare nell'amore, nella passione, nella comunione d'intenti e persino nel sacrificio e nella morte la forza per riaffermare sé stessi e ritrovare la dignità perduta, perché in caso di fallimento le alternative sono ugualmente terribili: o rimanere a razzolare nel fango e nell'ignominia come gli abietti Thénardier, oppure rimanere ciecamente ancorati ai propri pregiudizi come Javert, consacrando la propria intera esistenza e la propria sanità mentale al dovere, all'odio e alla persecuzione. Nonostante siano passati secoli il succo della storia mantiene intatta la sua potenza e riesce a far dimenticare persino le ingenuità da feuilletton come la storia d'amore tra Cosette e Marius, nata nel giro di un paio di minuti e sfociata immediatamente in struggente melodrammone.


Il punto di forza di Les Misérables, dunque, sono i passaggi in cui la critica sociale del romanzo (e di conseguenza del musical) riesce a farsi sentire e a raggiungere il cuore del pubblico: che sia la sordida rappresentazione dei bassifondi di Montreuil, che siano le scorrerie del monello Gavroche, che sia il terribile attacco alle barricate o il trionfo dei truffaldini Thénardier, la pellicola di Hooper da il suo meglio in queste sequenze corali, dove il mezzo cinematografico concorre indubbiamente a rendere più vivace la rappresentazione e riesce a infondere nuova linfa in canzoni bellissime e conosciute come At the end of the day, Lovely ladies, Master of the House e Do you hear the people sing?, che risultano così i brani più belli sia per quanto riguarda la regia, che le scenografie. Ovviamente, stiamo parlando di un musical, quindi l'aspetto più importante sono i cantanti. Qui ce ne sono due che svettano su tutti, al di là della tecnica sulla quale non posso esprimermi perché mi mancano le competenze: Anne Hathaway e Russell Crowe. Innanzitutto, ho finalmente capito perché la Hathaway, pur comparendo solo per una ventina scarsa di minuti, si sia beccata miliardi di premi e nomination. Sfido CHIUNQUE a non rimanere a bocca aperta e a non piangere come se non ci fosse un domani davanti alla sua incredibile interpretazione della tristissima I dreamed a dream. Una performance così sentita e commovente che credo avrebbe potuto spaccare il cuore a un sasso, una sequenza che varrebbe da sola il prezzo del biglietto. E l'altro è Russell Crowe. Io ero partita puntando alla tempesta ormonale davanti a Hugh Jackman ma il granitico, impenetrabile e bastardissimo Javert di Crowe è un trionfo che supera di gran lunga ogni aspettativa. Mi permetto di dire che l'ex Gladiatore ha una voce forse troppo impostata, ma il pezzo in cui canta il suo Soliloquio prima di gettarsi nella Senna mette i brividi e non solo per il suono realistico del corpo che si spezza contro la pietra. Chapeau a entrambi e menzione d'onore anche per i simpaticissimi Thénardier di Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, sempre a loro agio nei ruoli di laidi cialtroni (anche se qualcuno avrebbe dovuto ricordare alla signora Burton che il musical si ambienta a Parigi, non serviva indulgere nell'accento di Mrs.Lovett).


Purtroppo, e non avete idea di quanto mi dispiaccia, ci sono anche parecchie critiche da fare. Innanzitutto, Les Misérables abbonda di sequenze statiche. Io ne ho visti parecchi di musical ma non ne ricordo uno così pieno di primi piani e mezzi busti a bocca spalancata. In due ore e mezza, i momenti in cui i cantanti si ritrovano soli con uno sfondo alle spalle, immobili, a cantare i loro dubbi e il loro dolore superano quasi sicuramente metà della durata della pellicola e purtroppo solo Anne Hathaway può permettersi un simile trattamento. Lo stesso, ahimé, non si può dire di Hugh Jackman. Jean Valjean, posso dirlo? E che due maroni, sempre lì a frignare come un disperato, a lamentarti, a preoccuparti per tutti tranne che per te stesso e persino ad invecchiare male! Sì, il povero Hugh passa dall'essere uno scheletro inquietante all'indossare un'inguardabile parrucchetta riccia per poi morire con in faccia un improponibile trucco da vecchio. Sono sincera, era mille volte meglio Depardieu nella serie TV, Jackman non è proprio tagliato per il ruolo di Jean Valjean. Altra cosa orrenda, ma questa ce la siamo beccata solo noi italiani, è la scelta di doppiare quei dieci minuti scarsi di dialogo: santo cielo, vi rendete conto che non si possono sentire gli intermezzi pronunciati da un'altra persona e in un'altra lingua nel bel mezzo di una canzone?? Tanto, ormai avevate fatto trenta, potevate far trentuno, qualche sottotitolo in più non avrebbe creato delle sommosse popolari. E aggiungo che Santa Claus e Babbo Natale non sono proprio la stessa cosa, credo che per un film ambientato nella Francia dell'800 una simile traduzione sia quantomeno discutibile. No comment. Vabbé, a parte questi due o tre difetti, Les Misérables mi è piaciuto, lo ribadisco. Non lo candido a film dell'anno, questo proprio no, ma se volete guardare un bell'omaggio ad uno dei più grandi e conosciuti musical di Broadway non vi pentirete di aver messo piede in sala.


Del regista Tom Hooper ho già parlato qui. Di Hugh Jackman (Jean Valjean), Russell Crowe (Javert), Anne Hathaway (Fantine), Amanda Seyfried (Cosette), Sacha Baron Cohen (Thénardier) e Helena Bonham Carter (Madame Thénardier) li trovate invece ai rispettivi link.

Eddie Redmayne (vero nome Edward John David Redmayne) interpreta Marius. Inglese, ha partecipato a film come Elizabeth: The Golden Age e Marilyn. Ha 31 anni e un film in uscita.


Samantha Barks, che interpreta Eponine, aveva già incarnato il personaggio in occasione del 25simo anniversario del musical di Broadway e per fortuna la scelta è ricaduta su di lei, oppure avremmo dovuto beccarci la “performance” di Taylor Swift. Tra le altre fanciulle in lizza per il ruolo segnalo Hayden Panettiere, Scarlett Johansson ed Emily Browning, mentre ad ambire a quello di Cosette c’era anche Emma Watson. E’ cosa risaputa invece che durante i provini Anne Hathaway (fortemente voluta proprio da Hugh Jackman) abbia lasciato tutti in lacrime, surclassando così gente come Jessica Biel, Marion Cotillard, Kate Winslet e Rebecca Hall. Passiamo ora ai maschietti. Prima di ingaggiare Crowe si era pensato a Paul Bettany per il ruolo di Javert, Jamie Campbell Bower ha rifiutato il ruolo di Enjorlas e Geoffrey Rush (già Javert ne I miserabili del 1998) era stato preso in considerazione per quello di Thénardier ma, in tutta sincerità, meglio che la parte sia andata all’esilarante Sacha Baron Cohen.  E con questo concludo, aggiungo solo che a fine mese Les Misérables concorrerà per otto Oscar: migliori costumi, miglior make-up (ma stiamo scherzando??!), miglior canzone originale (Suddenly), miglior scenografia, miglior sonoro, miglior film (no, sinceramente, non lo merita, soprattutto non con le altre pellicole in lizza per il premio…), Hugh Jackman miglior attore protagonista (e anche lì, assolutamente no, sarebbe immeritato…)  e Anne Hathaway migliore attrice non protagonista (se potessi glielo consegnerei io ora, giuro). Nell’attesa della notte degli Oscar, se Les  Misérables vi fosse piaciuto consiglio la visione de Il fantasma dell’Opera e Moulin Rouge. ENJOY!!

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