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giovedì 12 marzo 2026

Marty Supreme (2025)


Ne avevo voglia come di impiccarmi ma, a fronte delle nove candidature (Miglior film, Miglior regista, Miglior attore protagonista, Miglior sceneggiatura originale, Miglior casting, Miglior fotografia, Miglior scenografia, Migliori costumi e Miglior montaggio), mi è toccato recuperare Marty Supreme, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Josh Safdie.

Trama

Marty Mauser è pronto a tutto pur di coronare il sogno di diventare un campione di tennis da tavolo, anche se il destino e una perenne mancanza di denaro si mettono spesso in mezzo...

RECENSIONE

Signore, pietà, da dove comincio? Io lo sapevo che Marty Supreme non mi sarebbe piaciuto, quindi colpa mia che l'ho guardato. Già avevo mal sopportato Diamanti grezzi, diretto da Josh Safdie e suo fratello Benny, ma almeno gli riconosco una storia avvincente e un ritmo indiavolato; benché odiassi con tutto il cuore il protagonista, stupido da fare il giro, le sue vicende mi avevano comunque catturata nella loro spirale d'ansia e, nel corso del film, ero arrivata a tifare per lui, a sperare in un lieto fine. Di Marty Mauser, aspirante campione di tennis da tavolo di origini ebree, dotato della parlantina di uno dei Fratelli Marx, di un inspiegabile ascendente sul genere femminile, di un gusto sopraffino per la truffa e dell'ego di Trump, non me n'è potuto invece fregare di meno. Anzi, ad ogni incontro speravo che l'avversario lo percuotesse con lo spigolo della racchetta dopo averlo sconfitto miseramente, oppure che i poliziotti lo ingabbiassero, o che qualcuno, all'interno del vasto gruppo di persone che vorrebbero vedere Marty Mauser morto nel film, riuscisse nell'intento e lo mandasse al creatore. Due ore e mezza di film per raccontare le vicende di un egocentrico insopportabile col pallino del tennis da tavolo, due ore e mezza in cui detto sport si vedrà sì e no tre quarti d'ora, il resto di Marty Supreme è tutto incentrato sui tentativi sempre più sfacciati del protagonista di recuperare i soldi che gli servono per viaggiare nel Paese dove si terrà questo o quel campionato. Questa smania di riuscire, di "vincere", nell'intento di Safdie e Ronald Bronstein avrebbe dovuto essere coinvolgente ed entusiasmante, probabilmente la trama avrebbe dovuto essere un monito ad impegnarsi sempre, con ogni mezzo, per coronare desideri che altri dismettono come "impossibili", chissà. Peccato che di "sano" amore per lo sport, in Marty Supreme, ce n'è davvero poco. Il protagonista avrebbe, infatti, anche potuto essere appassionato di salto della corda, per quel che conta all'interno del film, e tutto il discorso finale del "voglio una partita regolare, me la merito perché ci metto il cuore", con la ciliegina sulla torta dell'unico sprazzo di umanità mostrato davanti a un figlio fino a quel momento non voluto, non rende la sua vicenda epica ed importante, né lui qualcosa di più di una faccia di merda egoista. Se tutto ciò non bastasse, Marty Supreme sembra tre film mescolati assieme, nessuno dei quali particolarmente interessante, col risultato che, pur non addormentandomi mai (miracolo!) mi sono ritrovata spesso e volentieri a guardare l'orologio.

Ovviamente, sono consapevole anche io di non poter definire Marty Supreme "brutto", salvo per un paio di scene che ho trovato ridicole (la prima è l'omaggio smaccato ai titoli di testa di Senti chi parla, la seconda è quella della collana rubata nella doccia. Signur). Lo sforzo produttivo è evidente e Safdie ha un'ottima mano, dietro la macchina da presa e in post-produzione, anche se ho trovato il connubio tra regia e montaggio molto migliore in Diamanti grezzi, il cui ritmo metteva davvero ansia e trasmetteva in toto la disperazione del protagonista. In tutta onestà, ho preferito i pochi momenti, perfettamente coreografati, in cui l'abilità di Marty nel tennis da tavolo si esplicita in tutta la sua potenza, piuttosto che le sequenze in cui sembra di vedere l'imitazione di un'opera dei Coen; in tutto ciò, non mi capacito del fatto che un film come Challengers di Guadagnino sia stato fatto a pezzi dalla critica perché "vuoto" mentre questo viene definito uno dei migliori dell'anno, quando davanti agli scambi dei due tennisti protagonisti non riuscivo a stare ferma sulla sedia (io che odio il tennis!) mentre qui ho provato solo noia. Per quanto riguarda il resto delle candidature, fotografia e scenografia sono effettivamente molto belle. La scelta di girare su pellicola 35mm con lenti "vintage" richiama prepotentemente le atmosfere anni '50 in cui è ambientato il film, e le scenografie, dettagliatissime, restituiscono l'idea di una New York brulicante di vita e povertà, dove non si fa fatica a credere che i "topi" prosperino, sia quelli veri sia quelli umani. A tal proposito, il caporatto è Timothée Chalamet, perfettamente a suo agio nei panni dello stronzo manipolatore con la convinzione di essere Dio. Non fatico ad immaginarmi nelle sue mani la tanto bramata statuetta, perché la sua prova fisica, a tratti "circense" (nel senso migliore della parola), completa la fatica di calarsi in un personaggio scomodo che parla a mitraglia, ma perdonatemi se continuo a preferirgli Di Caprio (lasciamo pure perdere Michael B. Jordan, bravissimo ma sfavorito in partenza). Sul resto del cast spicca la bellissima Odessa A'zion, e si fa voler bene anche Abel Ferrara, in un ruolo di gangster al tramonto, in bilico tra l'inquietante e l'esilarante. Molto bella anche la colonna sonora, zeppa di pezzi anni '80 che, lungi dal risultare anacronistica, chissà perché calza alla perfezione con le atmosfere del film e con la storia di Marty. Forse per via del suo arrivismo tipicamente Yuppie? Chissà. Comunque, anche questo Marty Supreme se lo semo levato dalle palle, attendo con ansia la prossima camurrìa incensata dall'Academy.

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Josh Safdie ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Marty Mauser), Fran Drescher (Rebecca Mauser), Sandra Bernhard (Judi), Emory Cohen (Ira Mizler), Gwyneth Paltrow (Kay Stone) e Abel Ferrara (Ezra Mishkin) li trovate invece ai rispettivi link. 


SE VI è PIACIUTO...

Se Marty Supreme vi fosse piaciuto, recuperate Diamanti grezzi. ENJOY!



venerdì 27 gennaio 2023

Bolla Loves Bruno: Hudson Hawk - Il mago del furto (1991)

Pensavate che avrei rinunciato al progetto Bolla Loves Bruno? Tranquilli, mi ero solo bloccata per la difficoltà di reperire questo Hudson Hawk - Il mago del furto (Hudson Hawk), diretto nel 1991 dal regista Michael Lehmann e co-sceneggiato nientemeno che da Bruce Willis.


Trama: dopo anni passati in carcere, il ladro Hudson Hawk esce di prigione solo per venire costretto, da un complotto che coinvolge mafia, CIA e una coppia di squinternati ricconi inglesi, a ricorrere nuovamente alle sue "arti"...


Hudson Hawk
era uno di quei film che passavano spessissimo in TV quando ero ragazzina ma devo averlo visto solo una volta, e persino di sfuggita, perché ricordavo ben poco della trama e delle sequenze. La cosa è davvero strana, così come è strano che Hudson Hawk, dopo una sola visione, non sia diventato uno dei miei film preferiti di bambina, vista la sua natura cartoonesca e folle, che rende difficile incasellarlo in un genere e, tra le altre cose, fa capire perché la maggior parte delle persone lo odi. Hudson Hawk, innanzitutto, nasce da un'idea raccontata nello stesso film (quella del vento proveniente dal lago Michigan, chiamato  "The Hawk", che è diventato Hudson Hawk quando il co-sceneggiatore Robert Kraft si è ritrovato proprio sulle rive del fiume newyorkese a combattere contro sferzanti folate) e sviluppata da Kraft e Bruce Willis quando quest'ultimo non era ancora famoso, dapprima in forma di canzone e poi, una volta ottenuti fama e denaro, trasposta in sceneggiatura con l'ausilio di Steven E. de Souza (lo sceneggiatore di Trappola di cristallo) e Daniel Waters (quello di Schegge di follia); non è difficile immaginare come la "mitologia" del ladro Hudson Hawk e del suo compare Tommy fosse esile come un giunco, e la bellezza di quattro menti a ricamarci sopra aggiunta alla tendenza di Willis ad improvvisare sul set e aggiungere di continuo idee e proposte in fieri ha, probabilmente, contribuito alla sua natura schizofrenica. Quello che doveva essere un omaggio ai ladri "classici" del cinema e alle screwball comedies si è ritrovato sicuramente privo della classe dei primi e della "follia centrata" delle seconde, arrivando ad assomigliare più a una parodia di Mel Brooks o di David Zucker, dove un ladro assurdamente figo e piacione (nonché infallibile) è costretto ad affrontare situazioni surreali e nemici talmente sopra le righe che Richard E. Grant, appunto impegnato nei panni di uno di loro, probabilmente sputerebbe in faccia a chiunque ammetta di essersi goduto il film. Brutte persone tra le quali rientro anche io, e mi spiace per l'amato Richard, di cui pur capisco i sentimenti visto che il ruolo di Darwin sembra scritto apposta per Nicolas Cage.


Infatti, con tutti i difetti che ha e che non stenterei a riconoscere davanti a chiunque me li sottolineasse, Hudson Hawk è un film per me divertentissimo, dal ritmo serrato, retto quasi interamente da una coppia di attori che se l'è goduta un mondo e da comprimari tanto assurdi quanto esilaranti, che hanno messo da parte qualunque genere di vergogna e si sono prestati alle esigenze di copione più stupide. Hudson Hawk è la versione live-action di un cartone animato della Warner, all'interno del quale i protagonisti giocano consapevolmente con la follia che lo permea, arrivando a un passo dallo strizzare l'occhio al pubblico, e prendere sul serio quello che passa sullo schermo (nonostante la serietà con cui, per dire, Willis e la MacDowell portano avanti la storia d'amore tra i loro personaggi, spesso degna dei classici più blasonati, nonostante la sua improbabilità) senza avere almeno un po' d'indulgenza verso l'intera operazione sarebbe sciocco e scorretto da parte dello spettatore. Anche perché c'è da dire che un paio di finezze presenti nel film scaldano il cuore. A parte il budget spropositato che si evince dagli splendidi set internazionali e dalla presenza di Dante Spinotti alla fotografia, per un'appassionata di ladri come la sottoscritta è semplicemente divino vedere Willis e Aiello (entrambi strepitosi nei loro ruoli) compiere furti trasformandoli in musicarelli vintage, ennesima dimostrazione di quanto Bruce Willis sia sempre stato qualcosa in più di un buzzurro consacrato all'action; vi sfido, inoltre, a guardare il film senza arrivare alla fine con almeno un paio di catchphrase e battute che ricorderete da qui all'eternità, e a non apprezzare la vena sadica che condanna buona parte dei partecipanti a morire male tra le risate a profusione di killer, sopravvissuti e, ovviamente, pubblico. Per quanto mi riguarda, lo guarderei già domani e sicuramente lo inserirò di diritto nel novero dei cult riscoperti troppo tardi... can you fuckin' believe it?!


Del regista Michael Lehmann ho già parlato QUI. Bruce Willis (Hudson Hawk e anche co-sceneggiatore), Danny Aiello (Tommy Five-Tone), Andie MacDowell (Anna Baragli), James Coburn (George Kaplan), Richard E. Grant (Darwin Mayflower), Sandra Bernhard (Minerva Mayflower), Andrew Bryniarski (Butterfinger), Enrico Lo Verso (Apprendista) e Leonardo Cimino (Cardinale) li trovate invece ai rispettivi link. 

David Caruso interpreta Kit Kat. Americano, lo ricordo per film come Ufficiale e gentiluomo, Rambo, I gemelli, Lo sbirro il boss e la bionda, Il bacio della morte, Session 9 e serie quali CHIPS, CSI - Scena del crimine, CSI - Miami e CSI: NY. Anche produttore, ha 67 anni e film in uscita. 


Ad interpretare Cesar Mario c'è Frank Stallone, fratello del ben più famoso SylvesterIsabella Rossellini era stata scelta per il ruolo di Anna Baragli ma, a causa di ritardi nella produzione e impegni pregressi, ha dovuto rinunciare e lo stesso vale per Audrey Hepburn, per la quale era stato scritto appositamente il ruolo di Minerva, prima che i negoziati con l'attrice fallissero miseramente. Il povero Richard E. Grant, invece, ha perso la possibilità di essere lo Sceriffo di Nottingham in Robin Hood - Principe dei ladri a causa dei reshoot richiesti dalla caotica produzione di Hudson Hawk, riguardo alla quale, per saperne di più, bisognerebbe leggere la biografia dell'attore, With Nails: the film diaries of Richard E Grant, cosa che non mi dispiacerebbe a prescindere. Hudson Hawk non ha generato sequel a parte un videogioco e, se vi fosse piaciuto il film, consiglio il recupero di The Spirit e Il quinto elemento. ENJOY!

 


venerdì 11 ottobre 2019

Re per una notte (1982)

Presa dall'atmosfera jokeriana, qualche sera fa ho deciso di riguardare Re per una notte (The King of Comedy), diretto nel 1981 dal regista Martin Scorsese.


Trama: Rupert Pupkin, un nullafacente con ambizioni da comico, cerca in tutti i modi di attirare l'attenzione del famosissimo Jerry Langford per poter partecipare al suo show.


Re per una notte è universalmente conosciuto come il primo, vero flop commerciale di Scorsese e lo stesso regista nel corso degli anni ha dichiarato di essersi pentito di averlo girato, vuoi per problemi di salute, vuoi per problemi sul set, vuoi per la follia intrinseca nel film in sé. Se posso permettermi di contraddire il Maestro, è vero che Re per una notte non rientrerà mai nel mio novero dei suoi film preferiti, tuttavia è comunque una pellicola interessante, assai legata ai temi tanto cari al regista. Anche qui, infatti, abbiamo un protagonista estraneo al tessuto sociale che lo circonda e terrorizzato all'idea di uscire dalla sua comfort zone che in questo caso, attenzione, non è legata all'ambito familiare nonostante Rupert viva solo con mammà (la madre opprimente farà la felicità dei fan di The Big Bag Theory), quanto proprio ai suoi sogni e alle sue ambizioni di diventare qualcuno, di essere un comico famoso al pari di Jerry Langford, l'idolo televisivo dell'America intera. Rupert Pupkin, baffetto da sparviero, completi sgargianti e faccia da schiaffi, è il prototipo dell'individuo affetto da manie di grandezza, talmente convinto di essere importante e necessario che le sue illusioni hanno smesso di essere separate dalla realtà, tanto che i suoi colloqui immaginari con Jerry Langford arrivano ad influenzarla come se fossero avvenuti davvero; per il modo in cui si rapporta con gli altri, Pupkin risulta spesso un personaggio odioso e sfiancante, meritevole di venire preso a schiaffi per ore, eppure l'aspetto interessante della sceneggiatura di Paul Zimmerman è il modo in cui i due personaggi principali rifuggono le etichette e i giudizi tranchant. Pupkin è odioso ma "simpatico", ingenuo nella sua continua ricerca del successo a tutti i costi, e la sua dichiarazione finale (meglio Re per una notte che buffone per tutta la vita) stringe il cuore, perché è il pensiero recondito di qualsiasi normale "fallito", messo da parte perché strano ed inquietante quando magari avrebbe davvero, dentro di sé, la stoffa per emergere se solo gliene venisse data l'occasione.


La furbizia della sceneggiatura di Zimmerman risiede nel non far ascoltare, fino all'ultimo, il contenuto degli eventuali monologhi comici di Pupkin, il quale risulta così assillante senza motivo e ridicolo, cosa che ci spinge ad abbracciare il razionale punto di vista di Jerry Langford e della sua bella assistente, oltre ad empatizzare con lo showman. Il povero Langford, infatti, per tutto il film viene costretto a subire le attenzioni sgradite non solo di Pupkin e della sua "alleata" Masha, ma anche delle persone per strada, convinte di "possederlo" in quanto personaggio famoso e di potergli chiedere qualunque cosa in virtù della sua posizione privilegiata ("ti venisse il cancro!!"); in realtà, Langford è un uomo comune, né migliore né peggiore degli altri, con tutti i diritti di avere la sua privacy nonostante lo status di "star"... eppure, sul finale, ci ritroviamo anche a pensare che Jerry avrebbe potuto evitare tutta l'ordalia subita se solo avesse dato una possibilità a Rupert, concedendogli un minimo cenno d'interesse, ad ecco che l'empatia si sostituisce ad un pizzico di antipatia per la sua spocchia "immotivata". Così va il mondo, siamo tutti umani e sognatori, pronti giustamente a metterci nei panni dei più sfortunati anche se non ce ne sarebbe motivo, soprattutto se gli sfortunati in questione sono dei matti da primato, e Re per una notte gioca proprio su questa contraddizione, rivelandosi così più interessante e meno sciocco di quanto non appaia.


Il viaggio allucinante ed allucinato di Re per una notte, con la sinergia perfetta tra Scorsese e la Schoonmaker, artefici di sequenze nelle quali realtà e fantasia si compenetrano, i cartonati all'interno di una stanza chiusa diventano un enorme salotto televisivo e il buon vecchio tubo catodico inghiotte interamente lo schermo cinematografico, non esisterebbe senza due grandi attori come Robert De Niro e Jerry Lewis. Il primo è istrionico e sfiancante, dall'inizio alla fine, nei suoi monologhi o quando duetta con una folle e incazzatissima Sandra Bernhard; mi sarebbe piaciuto ascoltare la voce originale ma purtroppo ho recuperato il film solo in italiano e debbo fare i complimenti alla bonanima di Ferruccio Amendola per il tour de force, ché più che un personaggio scorsesiano Rupert Pupkin sembra stato concepito da Tarantino per la sua devastante logorrea. A fargli da contraltare c'è Jerry Lewis, favoloso esempio di come un attore comico possa dare tanto, anzi, tantissimo a un film drammatico. Abituati come siamo ai suoi ruoli da Picchiatello, vedere un Jerry Lewis serio e appesantito è abbastanza scioccante, anche perché se Rupert non smette un secondo di parlare, Langford sta spesso in silenzio, preferendo comunicare attraverso sguardi di puro odio, disprezzo ed esasperazione, quasi la sua sanità mentale rischiasse di spezzarsi ogni volta che Pupkin ciccia fuori come un pupazzo a molla (magistrale la sequenza in cui Pupkin si presenta, non invitato, a casa del comico, quasi interamente improvvisata, con reazioni genuine da parte di Jerry Lewis). Insomma, alla fin della fiera mi ritrovo a dover ringraziare Todd Phillips e il suo Joker, perché senza quest'opera probabilmente non avrei mai più riguardato Re per una notte e sarebbe ingiustamente finito nel dimenticatoio: sfruttate la risonanza mediatica di Joker e recuperatelo, o guardatelo se non lo avete mai visto, ne vale la pena!


Del regista Martin Scorsese, che compare in un piccolo cameo nei panni del regista dello show, ho già parlato QUI mentre Robert De Niro (Rupert Pupkin) lo trovate QUA.

Jerry Lewis interpreta Jerry Langford. Americano, lo ricordo per film come Il nipote picchiatello, Ragazzo tuttofare, L'idolo delle donne, Le folli notti del dottor Jerryll, I 7 magnifici Jerry e Bentornato, picchiatello!, inoltre ha partecipato a serie come Batman, Innamorati pazzi e doppiato un episodio de I Simpson. Anche sceneggiatore, cantante, regista e produttore, è morto nel 2017, all'età di 91 anni.


Sandra Bernhard interpreta Masha. Comica americana, ha partecipato a film come Hudson Hawk - Il mago del furto, Il fuggitivo della missione impossibile, Zoolander e a serie quali Alfred Hitchcock presenta, I viaggiatori delle tenebre, I racconti della cripta, Clueless, Highlander, Ally McBeal, I Soprano, Will & Grace, Pappa e ciccia e American Horror Story, oltre ad aver lavorato come doppiatrice in Hercules, American Dad! e I Griffin. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 64 anni.


Nel film compaiono i genitori di Martin Scorsese, la mamma solo come voce della madre di Rupert e il papà tra gli avventori del bar nell'ultima scena; Diahnne Abbot, che interpreta Rita, è stata moglie di Robert De Niro dal 1976 (anno in cui è uscito Taxi Driver, dove l'attrice fa una comparsata) al 1988. A prendere in giro Rupert quando litiga con Masha ci sono invece Mick Jones, Joe Strummer, e Paul Simonon, membri dei Clash, mentre Liza Minnelli avrebbe dovuto comparire come guest star e cantare New York, New York ma di lei è rimasto solo un cartonato. Tra coloro che "non ce l'hanno fatta" segnalo anche Meryl Streep, che ha rinunciato al ruolo di Masha. Detto questo, se Re per una notte vi fosse piaciuto potreste recuperare Man on the Moon. ENJOY!

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